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	<title>anniversario &#8211; NAZIONE INDIANA</title>
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		<title>11!</title>
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		<dc:creator><![CDATA[gianni biondillo]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 26 Mar 2014 20:30:12 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[&#160; &#160; &#160; &#160; Già undici anni? Come passa il tempo quando si sta bene assieme&#8230; &#160; &#160; &#160;]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/03/eleven.jpg"><img fetchpriority="high" decoding="async" class="alignleft size-full wp-image-47860" alt="eleven" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/03/eleven.jpg" width="259" height="264" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/03/eleven.jpg 259w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/03/eleven-60x60.jpg 60w" sizes="(max-width: 259px) 100vw, 259px" /></a></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Già undici anni? <a href="https://www.nazioneindiana.com/2012/03/21/nove/">Come passa il tempo</a> quando si sta bene assieme&#8230;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>Zuppa di testa di capra</title>
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		<dc:creator><![CDATA[gianni biondillo]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 27 Dec 2013 07:30:58 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[di Gianluca Veltri &#160; Sì, sì, ora comincerete a dire: “Ah, il disco di ‘Angie’”; “Ma i veri Rolling Stones sono quelli di ‘Jumping Jack Flash’”; “Ma i dischi migliori dei Rolling sono ‘Let It Bleed’ e ‘Beggar’s Banquet’”, e via disprezzando. Non lo troverete mai nelle discografie consigliate, ma fermatevi un attimo: perché “Goats [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/12/goats.jpg"><img decoding="async" class="alignleft size-full wp-image-47221" alt="goats" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/12/goats.jpg" width="300" height="300" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/12/goats.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/12/goats-150x150.jpg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/12/goats-60x60.jpg 60w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" /></a>di <strong>Gianluca Veltri</strong></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Sì, sì, ora comincerete a dire: “Ah, il disco di ‘<i>Angie’</i>”; “Ma i veri Rolling Stones sono quelli di ‘<i>Jumping Jack Flash’</i>”; “Ma i dischi migliori dei Rolling sono ‘<i>Let It Bleed’ </i>e ‘<i>Beggar’s Banquet’</i>”, e via disprezzando. Non lo troverete mai nelle discografie consigliate, ma fermatevi un attimo: perché “<i>Goats Head Soup</i>”<i> </i>è un album straordinariamente sottovalutato, che merita attenzione a quarant’anni esatti dalla sua uscita. È stato considerato il classico vaso di coccio in mezzo a un vaso di ferro (“<i>Exile On Main Street”</i>, 1972) e a un altro, se non di ferro comunque di qualche metallo (“<i>It’s Only Rock’n’Roll”</i>, 1974). Ma a essi “<i>Goats Head Soup”</i>, la “zuppa di testa di capra”,<i> </i>non ha nulla da invidiare. Anzi, ci offre una versione per molti versi inedita degli Stones, interessante, che non va trascurata. Un unicum.</p>
<p>Ed eccoci a “<i>Angie</i>”, una canzone che gioca sull’ambiguità. È dedicata a una donna (e se sì a quale? Alla fatale Anita Pallenberg o ad Angela, la signora Bowie?), o forse alla droga, l’eroina che stava dilaniando Keith Richards? Proprio attorno a lui ruotano diversi aspetti che riguardano questo disco dalla copertina gialla del 1973. “<i>Angie”</i> è soprattutto sua, anche se Richards partecipò poco alle session: stava tentando di riabilitarsi dalla tossicodipendenza. Non prese parte neanche alle session fotografiche, infatti si nota facilmente che la sua foto, sul retrocopertina, è diversa dalle altre ed è stata rabberciata alla meno peggio. È dovuto essenzialmente alla sua presenza a mezzo servizio, il volto inedito che la band assume: più spazio all’altro chitarrista Mick Taylor, Mick Jagger in forma strepitosa, la solita formidabile sezione ritmica della premiata ditta W/W (Wyman/Watts) e largo ai tre storici tastieristi stonesiani: Bill Preston, Ian Stewart, Nick Hopkins. Richards suona poco, ma c’è: il suo modo di comporre era cambiato, in quello scorcio di anni. Richards stravedeva per Mick Taylor come chitarrista, tanto da scrivere i pezzi prevedendo gli spazi che Taylor avrebbe riempito. Salvo rimanerne molto deluso sul piano umano, a causa della scarsa comunicativa dell’allievo di John Mayall. Ma questa è un’altra faccenda.</p>
<p>Qual è la sostanza di cui è fatto “<i>Goat’s Head Soup</i>”? È un disco decadente. Un miscuglio in cui si rileva una forte matrice blues, spruzzate di rock’n’roll – e fin qui… − ma anche ingredienti decisamente più sorprendenti. Il mantra chitarristico di “<i>Dancing With Mister D</i>”, la traccia iniziale del disco, è qualcosa più di un riff: incessante per tutta la durata del brano, diventa un <i>ostinato</i> che nella strofa danza sull’armonia di un solo accordo (La). Quasi un sabba modale. Quel modulo sembra parente di certe formule minimaliste alla Terry Riley, già entrate nel rock in quegli anni (tra gli altri, si pensi agli Who di Pete Townshend). “<i>Dancing With Mister D”</i>, laddove D dovrebbe essere d’iniziale di Devil, il diavolo, rimanda ovviamente al brano di qualche anno prima “<i>Sympathy For The Devil”</i>, del quale riprende, seppur con approcci differenti, un senso di possessione incalzante, dentro un crescendo dal vago sapore voodoo. I brani più sostenuti sono di ottima fattura: “<i>Star Star</i>”, il cui titolo originario “<i>Starfucker</i>” fu censurato; l’ovattato e ossessivo blues ferroviario “<i>Silver Train</i>”; il rhythm and blues di “<i>Heartbreaker</i>”. Il tono fondamentale dell’album, il colore prevalente, è dato però dalle <i>ballad</i> lente, pervase da un senso di malinconia invernale, di spoglio disfacimento. “<i>Coming Down Again</i>” è un pezzo ispirato (d)al vortice tossico di Keith Richards: ballata pianistica, di caduta e sperdimento, cantata dallo stesso Richards, il quale non si è mai ritagliato il ruolo di vocalist per brani men che rimarchevoli. Lenta e struggente, “<i>Coming Down Again</i>” inaugura un’ideale spina dorsale del disco, che prosegue con una romantic song un poco più convenzionale come la citata “<i>Angie</i>”, e soprattutto, sulla seconda facciata, da “<i>Winter</i>” e “<i>Can You Hear The Music</i>”. È un gioiello assoluto,<i> “Winter</i>”: una perla atmosferica, impressionista, con una chitarra ritmica sotto, utilizzata come bordone, un tappeto riverberato costante, e la chitarra solista usata in funzione fortemente vocalizzante (come già in “<i>Coming Down Again”</i> e in diversi altri episodi del disco). Introdotta da un flauto orientaleggiante, “<i>Can You Hear The Music”</i> è un’altra ballad ambientale, insistente, ipnotica. Le melodie ondeggiano su una base armonica che si mantiene mono-accordo (Do) per tutta la strofa, prima di intraprendere un ritornello a scala discendente fortemente melodico.</p>
<p>L’ascolto di questo disco, registrato in Giamaica e uscito giusto quarant’anni fa, ci mostra un volto meno noto dei Rolling Stones. Osservarlo con la lente del tempo attribuisce un fascino onirico ancora maggiore a questi solchi.</p>
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		<title>Un convegno su Caproni, a cento anni dalla nascita</title>
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		<dc:creator><![CDATA[alessandro broggi]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 06 Nov 2012 09:49:39 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[Tema con variazioni Lingua, stile, figure di Giorgio Caproni (1912-1990) Convegno di Studi 13-14 novembre 2012 Università di Milano-Bicocca Sala Auditorium – Edificio U12 via Vizzola 5, Milano &#160; Programma: Martedì 13 novembre, ore 14 Saluto del Rettore Saluto del Direttore del Dipartimento Introduzione di PAOLO ZUBLENA (Università di Milano-Bicocca) PIER VINCENZO MENGALDO (Università di Padova) [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/2012/11/06/un-convegno-su-caproni-a-cento-anni-dalla-nascita/giorgio-caproni/" rel="attachment wp-att-44039"><img decoding="async" class="alignnone  wp-image-44039" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2012/11/giorgio-caproni-150x150.jpg" alt="" width="240" height="240" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2012/11/giorgio-caproni-150x150.jpg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2012/11/giorgio-caproni-60x60.jpg 60w" sizes="(max-width: 240px) 100vw, 240px" /></a></p>
<p><strong>Tema con variazioni</strong></p>
<p>Lingua, stile, figure di Giorgio Caproni (1912-1990)</p>
<p>Convegno di Studi</p>
<p>13-14 novembre 2012</p>
<p>Università di Milano-Bicocca<br />
Sala Auditorium – Edificio U12<br />
via Vizzola 5, Milano</p>
<p><span id="more-44038"></span></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Programma:</p>
<p><em>Martedì 13 novembre, ore 14</em></p>
<p>Saluto del Rettore</p>
<p>Saluto del Direttore del Dipartimento</p>
<p>Introduzione di PAOLO ZUBLENA<br />
(Università di Milano-Bicocca)</p>
<p>PIER VINCENZO MENGALDO<br />
(Università di Padova)<br />
Lettura de «Il mare come materiale»</p>
<p>VITTORIO COLETTI<br />
(Università di Genova)<br />
L’avventura triste della conoscenza</p>
<p>ENRICO TESTA<br />
(Università di Genova)<br />
Con gli occhi di Annina. La morte della<br />
distinzione</p>
<p>BRUNO FALCETTO<br />
(Università di Milano)<br />
Il lavoro della mente e delle emozioni. Effetti<br />
di lettura nel «Muro della terra»</p>
<p>STEFANO VERDINO<br />
(Università di Genova)<br />
Caproni e la linea ligure</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><em>Mercoledì 14 novembre, ore 9.30</em></p>
<p>RODOLFO ZUCCO<br />
(Università di Udine)<br />
Inganni e adempimenti. Su alcune tecniche<br />
della rima</p>
<p>DAVIDE COLUSSI<br />
(Università di Milano-Bicocca)<br />
Complessità sintattica del medio Caproni</p>
<p>NICCOLÒ SCAFFAI<br />
(Université de Lausanne)<br />
Per una tipologia della parentesi nella poesia<br />
di Caproni</p>
<p>RAFFAELLA SCARPA<br />
(Università di Torino)<br />
Forme sintattiche della scrittura critica di<br />
Caproni</p>
<p>FABIO MAGRO<br />
(Università di Milano-Bicocca)<br />
Modi della scrittura epistolare di Caproni<br />
<em>mercoledì 14 novembre, ore 14</em></p>
<p>LUCA ZULIANI<br />
(Università di Padova)<br />
Alba</p>
<p>ANTONIO GIRARDI<br />
(Università di Verona)<br />
Il «Congedo» di Caproni</p>
<p>STEFANO GHIDINELLI<br />
(Università di Milano)<br />
Dove non si può (non) tornare. Architettura<br />
della galleria del «Congedo»</p>
<p>ITALO TESTA<br />
(Università di Parma)<br />
«Ragione eversa». L’afilosofia dell’ultimo<br />
Caproni</p>
<p>Discussione e conclusioni</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Comitato scientifico</p>
<p>Mario Barenghi, Angela Borghesi,<br />
Davide Colussi, Paolo Zublena</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Informazioni<br />
davide.colussi@unimib.it<br />
tel. 02 64484960; cell. 340 2976238</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>DIPARTIMENTO<br />
DI SCIENZE UMANE PER LA FORMAZIONE<br />
“RICCARDO MASSA”</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Il manifesto e il volantino del convegno sono scaricabili qui</p>
<div><a href="http://db.tt/J79VQbUU" target="_blank">http://db.tt/J79VQbUU</a></div>
<div><a href="http://db.tt/N4QP3Uv8" target="_blank">http://db.tt/N4QP3Uv8</a></div>
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		<title>i vecchi invisibili</title>
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		<dc:creator><![CDATA[chiara valerio]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 23 Feb 2012 09:40:50 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[indiani]]></category>
		<category><![CDATA[andre gide]]></category>
		<category><![CDATA[anniversario]]></category>
		<category><![CDATA[Cesare Zavattini]]></category>
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		<category><![CDATA[i vecchi invisibili]]></category>
		<category><![CDATA[valentino bompiani]]></category>
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					<description><![CDATA[[Oggi sono venti anni dalla morte di Valentino Bompiani (Ascoli Piceno, 27 settembre 1898 – Milano, 23 febbraio 1992), editore, drammaturgo e scrittore italiano che nel 1929 ha fondato la casa editrice che porta il suo nome. Le righe che seguono sono state pubblicate sul quotidiano La stampa il 5 Marzo 1982] di Valentino Bompiani [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: center;"><a href="https://www.nazioneindiana.com/2012/02/23/i-vecchi-invisibili/bompiani01g/" rel="attachment wp-att-41737"><img loading="lazy" decoding="async" class="size-full wp-image-41737 aligncenter" style="margin-top: 8px; margin-bottom: 8px;" title="bompiani01g" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2012/02/bompiani01g.jpg" alt="" width="300" height="230" /></a><br />
<strong></strong></p>
<p><span style="color: #333399;">[Oggi sono venti anni dalla morte di Valentino Bompiani (Ascoli Piceno, 27 settembre 1898 – Milano, 23 febbraio 1992), editore, drammaturgo e scrittore italiano che nel 1929 ha fondato la casa editrice che porta il suo nome. Le righe che seguono sono state pubblicate sul quotidiano <em>La</em> <em>stampa</em> il 5 Marzo 1982]</span></p>
<p>di <strong>Valentino Bompiani</strong></p>
<p align="right"><em>Oh, se tu sapessi, se tu sapessi, la terra eccessiva- mente vecchia e cosí giovane,<br />
il gusto amaro e dolce, il gusto delizioso che ha la vita cosí breve dell’uomo.</em><br />
A. Gide, <em>I nutrimenti terrestri</em></p>
<p>Passati gli ottant’anni, ti dicono: “Come li porti bene, sembri un giovanotto”. Parole dolci per chi le dice ma a chi le ascolta aprono la voragine del tempo in cui si affonda come nelle sabbie mobili. La vecchiaia avanza al buio col passo felpato dei sintomi, squadre di guastatori addestrati che aprono l’inattesa, inaccettabile e crescente somiglianza con gli estranei. Su una fitta ai reni o per l’udito ridotto, anche il nemico diventa parente. Lo spazio e le cose si riducono: la vecchiaia è zingaresca, vive di elemosine.<br />
<span id="more-41736"></span><br />
Poeti, scrittori e filosofi che hanno parlato della aborrita vecchiaia, i piú non l’hanno mai raggiunta; parlavano dunque della vecchiaia altrui, che è tutt’altra cosa. Niente offende piú dei coetanei tossicolosi, che perdono tempo sulle panchine. Impazienti, vogliono essere serviti per primi, mangiano guardando di sot- tecchi il piatto degli altri, tirano fuori continuamente l’orologio, un conto alla rovescia. Per la strada, a un incrocio, alzano il braccio col bastone anche quando non lo hanno, stolida affermazione di una capacità perduta. Scambiano per conquistata saggezza la paura e tendono all’ovvio, che li uccide.</p>
<p>Nelle ore vuote telefonano. A chi? A chi li precede di un anno o due, che è la dimensione del possibile. Rifiutano i segni della decadenza ma non della peggiore di tutte che è la speranza delle circostanze, le quali nelle mani dei vecchi diventano gocce di mercurio nel piatto, si uniscono, si dividono o si ingrossano, ignorandoli. Neppure i giovani possono dominarle, ma credono di poterlo fare.</p>
<p>Capita di sentirsi domandare: “Se potessi tornare indietro, che cosa faresti di piú o di meno?” Non vorrei tornare indietro: mi mancherebbe la sorpresa delle circostanze e sarei saggio senza recuperi. La vecchiaia è la scoperta del provvisorio quale Provvidenza. L’unità di misura è cambiata: una malattia non <em>è quello che è, </em>ma<em> quello che non è</em> e la speranza ha sempre il segno del meno. La provvisorietà della vita esce dal catechismo per entrare in casa, accanto al letto. Quando il medico amico batte sulla spalla brontolando: “Dài ogni tanto un’occhiata all’anagrafe”, gli rispondo che no, a invecchiare si invecchia e dài e dài, va a finire male. Bisogna resistere alla tentazione delle premure e dei privilegi. Ricordo Montale, a Firenze, durante la guerra; non aveva cinquant’anni e faceva il vecchio col plaid sulle ginocchia e i passettini. Si proteggeva con “l’antichità” dalle bombe.</p>
<p>Ero giovane quando ho pubblicato quarant’anni fa <em>Monsieur Teste</em> di Paul Valéry, ma soltanto adesso mi pare di capire alcune parole che allora trascrissi in un quadernetto: “Quando si è giovani ci si scopre, si scopre lentamente lo spazio del proprio corpo, si tocca il proprio tallone, si prende il proprio piede destro con la mano sinistra e si tiene il piede freddo nella mano calda. Ora mi conosco a memoria, anche il cuore”. Il corpo, la materia si fanno fatiscenti e dietro quelle ombre c’è il vuoto, un buco nella terra per qualcosa che domani germinerà, nascosta ai nostri occhi pieni di ieri.</p>
<p>Mia sorella di un paio d’anni piú anziana di me, un giorno diceva: “La vita è strana”. Subito qualcuno ha parlato d’altro, secondo l’idea che la vecchiaia, di memoria corta, va distratta, come se fosse un cedimento sconveniente da coprire col falso stupore di un’infanzia ritrovata: “È come una bambina”. Senza sorridere lei ha ripreso: “Nella vecchiaia bisogna scegliere: o ci si difende con l’egoismo o ci si affida fino in fondo all’altruismo, che tutti hanno avuto almeno in qualche momento”. Su queste parole mormorate in confessione, l’aria si è aggrumata nel silenzio. Poi è capitato di trovare sul suo scrittoio un elenco, come l’appunto per un ricevimento ma con nomi disparati: c’erano le amiche ma anche il droghiere, il fioraio all’angolo, l’ortolano. “Che cos’è?”, le abbiamo domandato. “Ah,” dice, “facevo la lista di quelli che verrebbero al mio funerale”. Ha scosso il capo: “Pochi, però&#8230;”.</p>
<p>Da vecchi si diventa <em>invisibili</em>: in una sala d’aspetto, tutti in fila, entra una ragazza che cerca qualcuno. Fa il giro con gli occhi e quando arriva a te, ti salta come un paracarro. La vecchiaia comincia allora. Si entra, già da allora, in quella azienda a orario continuato, qual è il calendario; il risveglio al mattino diventa uno scarto metafisico; il movimento nella strada si aggiunge come l’avvertimento che per gli <em>altri </em>il tempo è scandito dagli orari.</p>
<p>Bisogna, per prima cosa, mettere in sospetto le proprie opinioni, comprese quelle piú radicate, per rendere disponibile qualche casella del cervello. È faticoso perché i punti di realtà si vanno rarefacendo e le opinioni rap- presentano l’ultima parvenza della verità. Come a guardare controluce il negativo di una vecchia fotografia: quel giorno in cui facevo, dicevo, guardavo&#8230; Il bianco e nero invertiti stravolgono la realtà, che si allontana. La vecchiaia è la scoperta del piccolo quale dimensione sovrumana. Chi pensi alla fortuna o alla Provvidenza, sempre s’inchina alla vita che domani farà a meno di lui. Non è un pensiero sconsolato, ma di conforto: la memoria, estrema forma di sopravvivenza.</p>
<p>Un uomo di ottant’anni, malato di cancro, senza forze per stare in piedi, dice: “Non è che io chieda molto: stare su un terrazzino anche cosí a guardare il mare”. Moriva il giorno dopo. Perché non gli è stato dato un giorno in piú? Possibile che non ci sia una parola per ottenerlo? Il meccanismo inesorabile della natura sgomenta piú dei fatti che determina.</p>
<p>Qualche tempo fa Cesare Zavattini mi scriveva: “&#8230; si muore, come tu dici per il cane, sulla tomba di qualche cosa di inspiegabile. In effetti non siamo in grado di spiegare niente. Ma solo di rappresentare il nostro limite. Non basta piú. E allora si cerca, si cerca, e me ne sarei già andato se non fossi sicuro che bisogna portare a compimento l’incompiuto, a costo di voltarsi indietro (come doveva essere bella Euridice), mi hai fatto sentire inesorabilmente l’attuale situazione del pensiero – perché non cambiare il pensiero, essergli meno fedeli? L’aria è piena di guaiti, di silenzi, le parole sole non contano piú niente, derivanti tutte da un pensiero che continuo a dire che non c’è&#8230;”.</p>
<p>Il deserto della vecchiaia va attraversato con gli occhi riarsi d’amore. Bastano, perché vedono per <em>l’ultima volta</em> e tutto diventa sacro. Che la fine cominci dal cervello. Tre secoli fa il mistico svedese Swedenborg scriveva, anzi <em>informava “ex auditis et visis</em>” che nell’al di là prima si perde la memoria, poi i desideri fino a che l’occhio fisso non vede che la luce di Dio.</p>
<p>Che sia questo il sorriso dei morti?</p>
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		<title>Emily Dickinson «Ho sentito la vita con entrambe le mani». Firenze 10-18 dicembre</title>
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		<dc:creator><![CDATA[francesca matteoni]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 10 Dec 2010 10:08:19 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[indiani]]></category>
		<category><![CDATA[anniversario]]></category>
		<category><![CDATA[arte]]></category>
		<category><![CDATA[concerti]]></category>
		<category><![CDATA[Emily Dickinson]]></category>
		<category><![CDATA[installazioni]]></category>
		<category><![CDATA[poesia]]></category>
		<category><![CDATA[rassegna]]></category>
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					<description><![CDATA[180° anniversario dalla nascita Venerdì 10 dicembre • 15,30-19,30 Palazzo Medici Riccardi, Sala Luca Giordano Via Cavour 1 IL CERVELLO È PIÙ VASTO DEL CIELO l’eredità poetica di Emily Dickinson con Martha Nell Smith e Elisa Biagini, Franco Buffoni, Bianca Maria Frabotta, Vivian Lamarque, Valerio Magrelli * sabato 11 dicembre • 16,00 Libreria Libri Liberi [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><strong>180° anniversario dalla nascita</strong> </p>
<p><strong>Venerdì 10 dicembre • 15,30-19,30</strong><br />
Palazzo Medici Riccardi, Sala Luca Giordano<br />
Via Cavour 1<br />
<strong>IL CERVELLO È PIÙ VASTO DEL CIELO</strong><br />
l’eredità poetica di Emily Dickinson<br />
con Martha Nell Smith e Elisa Biagini, Franco Buffoni,<br />
Bianca Maria Frabotta, Vivian Lamarque, Valerio Magrelli</p>
<p>*<span id="more-37455"></span></p>
<p><strong>sabato 11 dicembre • 16,00<br />
</strong>Libreria Libri Liberi Via San Gallo 25r<br />
<strong>due farfalle USCIRONO A MEZZOGIORNO</strong><br />
Emily interpretata dai più piccoli<br />
In collaborazione con la Scuola dell’infanzia<br />
“Gianni Rodari” &#8211; Firenze</p>
<p>*</p>
<p><strong>lunedì 13 dicembre • 17,00-19,30</strong><br />
Casa Guidi Piazza San Felice 8<br />
<strong>C’È UNA CERTA INCLINAZIONE DELLA LUCE</strong><br />
mostra d’arte visiva ispirata a versi<br />
di Emily Dickinson<br />
Dejan Atanackovic, Alessandra Baldoni,<br />
Silvia Camporesi, Marina Gasparini, Liliana Grueff</p>
<p>*</p>
<p><strong>lunedì 13 dicembre • 21,00<br />
</strong>Teatro Cantiere Florida Via Pisana 111r<br />
<strong>EMILY AND I</strong><br />
musiche ispirate a poesie della Dickinson<br />
di Vincenzo Bellini, Piero Borri, Aaron Copland, Edoardo Dinelli,<br />
Art Garfunkel, Michael Nyman, Franco Santarnecchi,<br />
Paul Simon, Paolo Zampini<br />
con Stefania Felicioli (attrice), Pietro Adragna (fisarmonica),<br />
Giovanna Bartolomei (live electronics), Piero Borri<br />
(percussioni), Andrea Celeste (voce), Roberta D’Alò<br />
(voce), Edoardo Dinelli (live electronics), Yun Hwan Jung<br />
(pianoforte), Simonida Miletic (soprano), Franco Santarnecchi<br />
(pianoforte), Paolo Zampini (flauti)<br />
In collaborazione con il Conservatorio Musicale<br />
“Luigi Cherubini” di Firenze</p>
<p>*</p>
<p><strong>martedì 14 dicembre • 17,00</strong><br />
Casa Guidi Piazza San Felice 8<br />
<strong>Emily incontra Elizabeth Barrett Browning</strong><br />
letture con musica<br />
con Imani Jade Powers e musicisti del Conservatorio<br />
Musicale “Luigi Cherubini” di Firenze</p>
<p>*</p>
<p><strong>martedì 14 dicembre • 18,00<br />
</strong>Galleria La Corte Arte Contemporanea<br />
Via dei Coverelli 27r<br />
<strong>WITH JUST THE DOOR AJAR</strong><br />
installazione poetica<br />
di Elisa Biagini (a cura di Fiorella Nicosia)<br />
14-18 dicembre 16,00-19,00</p>
<p>*</p>
<p><strong>mercoledì 15 dicembre • 17,00</strong><br />
Gabinetto G.P. Vieusseux Palazzo Strozzi, Sala Ferri<br />
<strong>Tracce di Emily al Vieusseux</strong><br />
con Laura Desideri, Franco Zabagli e Paolo Zampini (flauti)<br />
Charles Koechlin, Les chants de nectaire</p>
<p>*</p>
<p><strong>venerdì 17 dicembre • 18,00</strong><br />
Middlebury College Via degli Alfani 48<br />
<strong>Emily oltre lo spazio, il tempo, la lingua</strong><br />
studenti americani leggono<br />
in italiano e in inglese versi della Dickinson<br />
con musicisti del del Conservatorio Musicale<br />
“Luigi Cherubini” di Firenze</p>
<p>*</p>
<p><strong>sabato 18 dicembre • 15,30 e 17,00</strong><br />
Teatrino del Gallo della Libreria Libri Liberi<br />
Via San Gallo 25r<br />
<strong>una volta regina, un ’altra farfalla</strong><br />
vita e poesia di Emily<br />
spettacolo per bambini<br />
a cura del Teatrosfera</p>
<p>***</p>
<p>un progetto di<br />
Domenico De Martino e Elisa Biagini<br />
con la collaborazione di Daniele Gardenti<br />
Informazioni:<br />
dickinson@email.it<br />
333.2501025</p>
<p><strong><a href='https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/12/PieghevoleEmily_Dickinson.pdf'>PieghevoleEmily_Dickinson</a></strong></p>
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		<title>Cinc ghei</title>
		<link>https://staging.nazioneindiana.com/2008/03/21/cinc-ghei/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[gianni biondillo]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 21 Mar 2008 07:00:54 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[diari]]></category>
		<category><![CDATA[indiani]]></category>
		<category><![CDATA[anniversario]]></category>
		<category><![CDATA[compleanno Nazione Indiana]]></category>
		<category><![CDATA[gianni biondillo]]></category>
		<category><![CDATA[nazione indiana]]></category>
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					<description><![CDATA[dal voster Giuanin, teruncel de Milan Sunt püssé vecc&#8217; de cinc ann, e g&#8217;ho ancammo&#8217; cinc ghei in tasca, incoeu Nasiun Indiana (la mé gabia de matt preferida) l&#8217;è püssé veccia anca lè de cinc ann. L&#8217;è minga pocc, fioeu! Foeura l&#8217;è primavera, i mée amis indiani &#8211; i giùin, i vecc&#8217; &#8211; inn tucc&#8217; [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><img src='https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/03/5lire.jpg' alt='5lire.jpg' /><br />
<em>dal voster</em> <strong>Giuanin</strong>, <em>teruncel de Milan </em></p>
<p>Sunt püssé vecc&#8217; de cinc ann,<br />
e g&#8217;ho ancammo&#8217; cinc ghei in tasca,<br />
incoeu <a href="https://www.nazioneindiana.com/2007/03/21/e-primavera/">Nasiun Indiana </a><br />
(la mé gabia de matt preferida)<br />
l&#8217;è püssé veccia anca lè de cinc ann.<br />
L&#8217;è minga pocc, fioeu!<br />
Foeura l&#8217;è primavera,<br />
i mée amis indiani &#8211;<br />
i giùin, i vecc&#8217; &#8211;<br />
inn tucc&#8217; derent&#8217;al coeur<br />
(gh&#8217;è nient de fàa,<br />
mi sunt un sentimental).</p>
]]></content:encoded>
					
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		<title>Una ricerca di assoluto</title>
		<link>https://staging.nazioneindiana.com/2007/10/31/una-ricerca-di-assoluto/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[antonio sparzani]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 31 Oct 2007 06:00:37 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[anniversario]]></category>
		<category><![CDATA[Antonio Sparzani]]></category>
		<category><![CDATA[carlo michelstaedter]]></category>
		<category><![CDATA[filosofia]]></category>
		<category><![CDATA[novecento]]></category>
		<category><![CDATA[persuasione]]></category>
		<category><![CDATA[rettorica]]></category>
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					<description><![CDATA[di Antonio Sparzani «Non chieder più nulla, sappi goder del tuo stesso dolore, non adattarti per fuggir la morte; anzi da te la vita nel deserto fatti – che sia per gli altri nuova vita; non disperare, ma rinuncia ai vani aspetti della vita, e nel deserto sarai tranquillo: dalla tua rinuncia rifulgerà il tuo [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Antonio Sparzani</strong></p>
<p><a rel="attachment wp-att-4705" href="https://www.nazioneindiana.com/2007/10/31/una-ricerca-di-assoluto/carlo-michelstaedter/" title="Carlo Michelstaedter"><img decoding="async" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2007/10/michelstaedter.thumbnail.jpg" alt="Carlo Michelstaedter" /></a></p>
<p>«Non chieder più nulla,</p>
<p>sappi goder del tuo stesso dolore,</p>
<p>non adattarti per fuggir la morte;</p>
<p>anzi da te la vita nel deserto</p>
<p>fatti – che sia per gli altri nuova vita;</p>
<p>non disperare, ma rinuncia ai vani</p>
<p>aspetti della vita, e nel deserto</p>
<p>sarai tranquillo: dalla tua rinuncia</p>
<p>rifulgerà il tuo atto vittorioso,</p>
<p>APГIA sarà il tuo porto ΔI’ENEPГEIAΣ» ([1], pp. 92-93)</p>
<p>Un&#8217;opera sconvolgente apre e illumina il Novecento italiano, <em>La persuasione e la rettorica</em> di Carlo Michelstaedter, nato a Gorizia nel 1887, suddito di sua Maestà Apostolica Francesco Giuseppe I d’Absburgo, re e imperatore – cantato come <em>buono</em> dai suoi molti popoli.</p>
<p><span id="more-4704"></span></p>
<p>Carlo diciottenne si iscrive al primo anno del corso di laurea in matematica dell&#8217;Università di Vienna, dove però non segue regolarmente alcun corso, per optare poco dopo per l&#8217;Istituto di Studi Superiori di Firenze, che aveva all’epoca tre sezioni: Medicina e Chirurgia, Scienze Naturali, Filosofia e Filologia, e che sarebbe poi divenuto l’Università di Firenze. Qui frequenta l&#8217;ambiente della <em>Voce</em>, e, alla conclusione del corso di studi in lettere classiche, si fa assegnare da Girolamo Vitelli, il miglior grecista del tempo, iniziatore della papirologia in Italia, una tesi di laurea su <em>I concetti di persuasione e rettorica in Platone e Aristotele</em>.</p>
<p>Un&#8217;opera ‘sconveniente’, com’egli riconosce e sottolinea nell&#8217;epigrafe al libro con le parole dell&#8217;Elettra sofoclea “so che faccio cose inopportune e a me non convenienti”.</p>
<p>Ben lontano dal tentare un’improbabile parafrasi dell’opera, quel che vorrei ricordare qui, a pochi giorni dal 97° anniversario della morte, è tuttavia il suo punto centrale.</p>
<p>Scrive Michelstaedter: “Le cornacchie nel loro volo pesante, ad ogni levar d&#8217;ala s&#8217;abbassano col corpo e non più il corpo leva le ali che le ali non abbassino il corpo, ma il falco nello slancio del suo volo, stabile il corpo, batte equamente le ali, e si leva sicuro verso l&#8217;alto. Così l&#8217;uomo nella via della persuasione mantiene in ogni punto l&#8217;equilibrio della sua persona: egli non si dibatte, non ha incertezze, stanchezze, se non teme mai il dolore ma ne ha preso onestamente la persona. Egli lo vive in ogni punto. E come questo dolore accomuna tutte le cose, in lui vivono le cose non come correlativo di poche relazioni, ma con vastità e profondità di relazioni.&#8221; ([2], p. 47).</p>
<p>Dell&#8217;uomo persuaso – persuasione tutta intransitiva, non arte di convincere gli altri, ma capacità matura e consapevole di essere presente ad ogni istante della propria vita e di vivere la pienezza di ogni istante per sé – dice Michelstaedter “&#8230; ogni sua parola è luminosa perché, con profondità di nessi l&#8217;una alle altre legandosi, crea la presenza di ciò che è lontano” (p. 48), mentre così conclude la prima parte del libro, quella dedicata alla persuasione (la seconda è quella dedicata alla rettorica):</p>
<p>“Il dolore è gioia</p>
<p>Questo che egli sa, che è il sapore della sua vita più vasta, è il piacere attuale per lui in ogni presente. La sua maturità in ogni punto è tanto più saporita quanto più acerba è la forza del suo dolore. Solo, nel deserto, egli vive una vertiginosa vastità e profondità di vita. Mentre la <em>philopsychia</em> accelera il tempo ansiosa sempre del futuro e muta un presente vuoto col prossimo, la stabilità dell&#8217;individuo preoccupa infinito tempo nell&#8217;attualità e arresta il tempo. Ogni suo attimo è un secolo della vita degli altri – finché <em>egli faccia di sé stesso fiamma</em> e giunga a consistere nell&#8217;ultimo presente. In questo egli sarà persuaso &#8212; ed avrà nella persuasione la pace. <em>Di’energeías es argían</em>.” (p. 49).</p>
<p>La <em>persuasione</em>, che Michelstaedter così precisamente descrive e disperatamente invoca è per l&#8217;appunto una drammaticamente vissuta ma non sufficientemente inverata ricerca di assoluto.</p>
<p>La folgorante intuizione di Michelstaedter è che l&#8217;assoluto, la persona persuasa, questo ideale irraggiungibile ma ineludibilmente presente in ogni istante, è tale in quanto vive “con vastità e profondità di relazioni”.</p>
<p>Di termini greci è costellata <em>La persuasione e la rettorica</em>, data l&#8217;estrema competenza e confidenza che Michelstaedter e i suoi due inseparabili amici Enrico Mreule e Nino Paternolli avevano acquistato con la lingua della Grecia classica: il motto che Michelstaedter pone a conclusione del capitolo vale “attraverso l&#8217;attività verso la pace” o, come Michelstaedter stesso traduce, nella conclusione del <em>Dialogo sulla salute</em>, “attraverso l&#8217;attività all&#8217;inerzia”.</p>
<p>Argìa (Cassini) era anche il nome della donna amata da Michelstaedter, il gioco di parole gli è così caro che lo usa nella sua poesia; dove però altre volte Argìa è chiamata Sénia, tanto che vari componimenti sono a questo nome intitolati. Nel quinto di questi scrive infatti:</p>
<p>“Non Argìa ma Senia io t&#8217;ho chiamata,</p>
<p>per non sostar nel facile riposo,</p>
<p>e la lingua la fiamma consacrata</p>
<p>con le parole non contaminò.”</p>
<p>datata 19 settembre 1910; e la poesia posta qui all’inizio è tratta dal quarto di questa serie.</p>
<p>Dall&#8217;1 al 3 ottobre 1987 si tenne a Gorizia un convegno internazionale sull&#8217;opera e la figura di Michelstaedter e in quell&#8217;occasione un articolo apparso su La Repubblica del 29/9/1987 di Claudio Magris titolava <em>Il poeta – filosofo malato d&#8217;assoluto</em>. Scriveva Magris, ricordando l&#8217;ultima poesia di Michelstaedter, intitolata <em>All&#8217;Isonzo</em>,“Non ci sarebbero state più estati, per Michelstaedter, che il 17 ottobre 1910, forse perché incapace di persuasione e di vivere senza di essa, si uccise con un colpo di pistola.”</p>
<p>Il 16 ottobre aveva terminato la stesura delle appendici critiche a <em>La</em> <em>persuasione</em><em> e la rettorica</em>; avrebbe dovuto sostenere la tesi di laurea il 18.</p>
<p>Un buon link è naturalmente il sito <a href="http://www.michelstaedter.it">www.michelstaedter.it</a><br />
[1] Carlo Michelstaedter, Poesie, Adelphi, Milano 1987, 1992<sup>4­­</sup>.</p>
<p>[2] Carlo Michelstaedter, <em>La persuasione e la rettorica</em> – <em>appendici critiche</em>, a cura di Sergio Campailla, Adelphi, Milano 1995.</p>
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		<title>Auguri? Auguri!</title>
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		<dc:creator><![CDATA[gianni biondillo]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 21 Mar 2006 15:57:44 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[indiani]]></category>
		<category><![CDATA[anniversario]]></category>
		<category><![CDATA[compleanno Nazione Indiana]]></category>
		<category><![CDATA[gianni biondillo]]></category>
		<category><![CDATA[nazione indiana]]></category>
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					<description><![CDATA[3 di Gianni Biondillo Non ostante sia il primo postato, piuttosto che il pezzo sul volume Scrivere sul fronte occidentale ho sempre reputato l’effettiva nascita di Nazione Indiana il secondo post, la lettera al ritorno dall’Argentina di Moresco (In attitudine di combattimento e di sogno). Esattamente tre anni fa. Tre anni sono tanti sul web, [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>       <strong>3</strong></p>
<p>di <strong>Gianni Biondillo<br />
</strong><br />
Non ostante sia il primo postato, piuttosto che il pezzo sul volume <a href="https://www.nazioneindiana.com/2003/03/01/scrivere-sul-fronte-occidentale/" >Scrivere sul fronte occidentale</a> ho sempre reputato l’effettiva nascita di Nazione Indiana il secondo post, la lettera al ritorno dall’Argentina di Moresco (<a href="https://www.nazioneindiana.com/2003/03/21/in-attitudine-di-combattimento-e-di-sogno/" >In attitudine di combattimento e di sogno</a>).<br />
Esattamente tre anni fa.<br />
Tre anni sono tanti sul web, tante cose sono accadute. A fine maggio del 2003 (<a href="https://www.nazioneindiana.com/2003/05/31/questo-e-un-sito-in-costruzione/" >Questo è un sito in costruzione</a>) si faceva l’elenco dei partecipanti al progetto. Molti di quelli che io credevo fossero fra i fondatori (tipo Montanari, o Nove, ad esempio) non c’erano. Dei soci fondatori ne restano 4. Molti si sono aggiunti strada facendo, molti se ne sono andati.<br />
Io, ad esempio, il mio primo commento da lettore credo di averlo fatto attorno a ottobre (o novembre, non ricordo) di quell’anno. Poi i miei pezzi sono stati pubblicati una volta da Scarpa, un’altra volta da Voltolini, o Guerriero, o Saviano. Solo a dicembre del 2004 ho pubblicato il mio primo post con la mia password nuova di zecca.<br />
Tutto scorre, non possiamo sapere dove saremo fra tre anni. So che questo pezzo di strada l’ho fatto volentieri, con tutti voi. Assenti e presenti. Postanti e commentatori.<br />
Sono in studio, al “lavoro”, non ho da brindare. Mi fumerò una sigaretta.<br />
Auguri, insomma.</p>
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