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	<title>antirazzismo &#8211; NAZIONE INDIANA</title>
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		<title>In lotta, ancora</title>
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		<dc:creator><![CDATA[marco rovelli]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 05 May 2011 14:02:25 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[di Marco Rovelli [In questi giorni sto partecipando al presidio antirazzista permanente a Massa a sostegno degli immigrati in lotta. E&#8217; un&#8217;esperienza forte e bella, e vorremmo la solidarietà di tutti. A partire dalla diffusione della notizia. Pubblico intanto l&#8217;articolo che ho scritto per il manifesto] E&#8217; un&#8217;altra battaglia, dopo la gru di Brescia e [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Marco Rovelli</strong></p>
<p><em>[In questi giorni sto partecipando al presidio antirazzista permanente a Massa a sostegno degli immigrati in lotta. E&#8217; un&#8217;esperienza forte e bella, e vorremmo la solidarietà di tutti. A partire dalla diffusione della notizia. Pubblico intanto l&#8217;articolo che ho scritto per il manifesto]</em></p>
<p>E&#8217; un&#8217;altra battaglia, dopo la gru di Brescia e la torre di Milano. Adesso è nel centro di Massa il luogo della lotta. Sette ragazzi africani – quattro senegalesi e tre marocchini – domenica scorsa sono entrati nel Duomo di Massa e hanno detto che non se ne sarebbero andati prima di avere un risultato. Tutti loro, tranne il portavoce Lamine, sono stati truffati in occasione del decreto flussi colf-badanti del 2009. Anche loro, come molte migliaia di immigrati, hanno versato migliaia di euro a qualcuno che aveva promesso di regolarizzarli con un posto di lavoro, ma questo qualcuno era un truffatore, si è volatilizzato lasciandoli nello stato di clandestinità da cui avevano sperato, finalmente, di potersi emancipare. E “quando non c&#8217;è nulla da perdere, in una lotta c&#8217;è tutto da guadagnare”, come ha detto Lamine durante la prima assemblea, sulla scalinata di marmo della cattedrale, di fronte alla facciata moderna ma pur sempre di marmo, agli italiani che con un passaparola erano accorsi (e va reso merito all&#8217;Assemblea antirazzista antifascista di Massa di aver innescato da tempo un percorso al fianco e a sostegno degli immigrati in lotta), e agli altri immigrati solidali con i loro fratelli.<span id="more-38952"></span> Non è stato un caso, ovviamente, che sia stato il primo maggio il giorno d&#8217;inizio di questa lotta, il giorno della festa dei lavoratori &#8211; perché di questo si tratta: di lavoratori senza diritti. Lamine dei diritti li ha (per quanto precari, come sempre sono precari i diritti di un immigrato anche regolare, essendo sempre possibile per lui  essere cacciato nella clandestinità perdendo il lavoro): ma lotta perché ha una coscienza politica forte, un senso di solidarietà che latita sempre di più, di questi tempi. Quelli come Lamine hanno molto da insegnarci. Per me, che partecipo al presidio davanti al Duomo, è importante essere al fianco suo e dei suoi compagni: è, direbbe Badiou, un evento di verità. Al fianco di Madiaw, per esempio, che è ancora clandestino, anche se all&#8217;Italia ha quasi sacrificato una mano. E&#8217; successo due anni fa, quando lavorava in una fabbrica di insaccati a Melegnano. Una piccola ditta a conduzione quasi familiare, dov&#8217;erano in dodici a lavorare, e tre di loro clandestini. Con contratto regolare, però, erano solo in due. Un giorno la macchina alla quale lavorava Madiaw, una macchina che mescolava le carni del maiale, gli ha preso il braccio e stava per portarselo via. E&#8217; stato un mezzo miracolo, e a Madiaw è rimasto solo uno sfregio ben visibile sull&#8217;avambraccio. Lo portarono in auto all&#8217;ospedale, “Dì che sei caduto in bicicletta, poi quando guarisci ti mettiamo in regola, stanno facendo la sanatoria”. Madiaw è rimasto con i chiodi nel braccio per sei mesi. Poi, quando è tornato dai padroni, questi gli hanno detto “No, guarda, non è possibile per noi, ci dispiace”. Madiaw ci ha provato ad andare per vie legali, ma nessuno testimoniava che effettivamente lavorasse là: non quelli che erano in regola per non perdere il lavoro, non i clandestini perché i clandestini in tribunale è meglio che non ci vadano&#8230; Così è caduto in mano a una signora che si era presentata come in cerca di un badante per sua madre ottantenne. Truffa facile facile, basta una scheda telefonica da disattivare qualche giorno dopo aver ricevuto i soldi dalla vittima in cambio di una ricevuta che non ha alcun valore legale.</p>
<p>Vicende come quelle di Madiaw sono migliaia e migliaia in Italia. Soldi versati a cooperative come a privati, spariti nel nulla. Un immigrato spesso non conosce la lingua, né la legge, sente che c&#8217;è la possibilità di essere messo in regola, si fida, e si affida. E&#8217; questione di vita, per lui. Una legislazione asimmetrica come quella italiana, che pone l&#8217;immigrato in una costante condizione di minorità, e in una posizione di totale dipendenza dal datore di lavoro, produce quasi naturalmente questi casi. Dicono che sono clandestini, e in quanto clandestini li criminalizzano: ma poi, loro dimostrano che desiderano con tutte le proprie forze non esserlo, clandestini, e glielo si impedisce. La sanatoria per colf  e badanti ha portato nelle casse dello Stato 154 milioni di euro, ma per gli immigrati non c&#8217;è stata alcuna tutela.</p>
<p>Ai sette in lotta è arrivata la solidarietà di quelli che lottavano a Brescia e a Milano – tranne quelli di loro che sono stati deportati quando sono scesi dalle loro postazioni su in alto, a mostrare che solo in un&#8217;esposizione assoluta al rischio si può tentare di uscire dall&#8217;invisibilità. Questo rischio, Lamine, Madiaw e gli altri sono disposti a correrlo.</p>
<p>Hanno occupato il Duomo perché è la casa di Dio, e “la casa di Dio è l&#8217;unico posto in cui non siamo irregolari”. Una rivendicazione dei fondamenti dell&#8217;universalismo, ovvero di un umanismo integrale che davvero potrebbe essere il fondamento di tutti, atei e credenti, e al di là di ateismo e fede. Purtroppo poi questo universalismo si scontra con le umane, troppo umane resistenze dei vari poteri. Così, dopo le prime due notti passate nel chiostro del Duomo, la curia ha fatto capire che se ne dovevano andare, altrimenti avrebbe chiamato la polizia. Richiesta che ci ha colto tutti alla sprovvista. Del resto i preti di strada, quelli alla don Gallo, vescovi non ci diventano mai. Anche se era difficile immaginare una scena del genere, i ragazzi hanno accettato. Adesso dormono in strada, anche di fronte alle tiepide solidarietà tanto ecclesiali quanto istituzionali. L&#8217;incontro col questore è stato abbastanza positivo, ma adesso ci vuole una risposta chiara da parte della magistratura, un via libera alla concessione del permesso di soggiorno per motivi di giustizia. I ragazzi dormono in strada, per andare fino in fondo, per non tradirsi. E&#8217; una questione di fedeltà, e non solo a se stessi. Come ha scritto, ancora, Badiou nel suo saggio su San Paolo, “ciò che dà potenza a una verità determinando la fedeltà soggettiva non è il rapporto a  sé che l&#8217; evento induce, ma il suo rivolgersi a tutti. Possiamo chiamarlo il teorema del militante. Nessuna verità è solitaria o particolare”.</p>
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		<title>Una (possibile) ragione della tristezza del pensiero</title>
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		<dc:creator><![CDATA[domenico pinto]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 04 Sep 2008 15:11:05 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[allarmi]]></category>
		<category><![CDATA[antirazzismo]]></category>
		<category><![CDATA[ferdinando camon]]></category>
		<category><![CDATA[george steiner]]></category>
		<category><![CDATA[leonardo palmisano]]></category>
		<category><![CDATA[razzismo]]></category>
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					<description><![CDATA[[Pubblichiamo una risposta di Leonardo Palmisano all&#8217;articolo di Camon uscito oggi su La Stampa.] di Leonardo Palmisano Un coro di condanne accoglie la frase di George Steiner sui giamaicani: «Sono profondamente anti-razzista &#8211; dice in sostanza -, ma non mi piace che dei giamaicani vengano ad abitare vicino a me». Dunque: rispetto per gli altri, [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><span style="color: #0000ff;">[Pubblichiamo una risposta di Leonardo Palmisano all&#8217;articolo di Camon uscito oggi su <em>La</em> <em>Stampa</em>.]</span></p>
<p>di <strong>Leonardo Palmisano</strong></p>
<blockquote><p><em>Un coro di condanne accoglie la frase di George Steiner sui giamaicani: «Sono profondamente anti-razzista &#8211; dice in sostanza -, ma non mi piace che dei giamaicani vengano ad abitare vicino a me». Dunque: rispetto per gli altri, apprezzamento per i loro usi e costumi, ma finché non vengono a contatto con me: se mi toccano, mi riservo di far scattare la mia reazione di rigetto. Perché loro, vivendo la loro vita, m’impediscono di vivere la mia.<br />
Temo, purtroppo, che Steiner abbia ragione.</em></p></blockquote>
<blockquote><p>Ferdinando Camon, La Stampa, 04.09.2008 [leggi l&#8217;<a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/09/articolo.pdf">articolo</a>].</p></blockquote>
<p>Gentile Camon,<br />
mi permetta di dirle che le parole razzismo e anti-razzismo sono state usate in maniera impropria tanto da lei quanto, eventualmente, da Steiner.<br />
Sarebbe bastato che Steiner dicesse che non può sopportare la musica ad alto volume dei suoi vicini, senza sottolineare che si tratta di giamaicani, e tutto sarebbe stato più chiaro e onesto.<span id="more-8015"></span></p>
<p>Fino a due anni fa ho vissuto in via Villari, a Napoli, e in quella strada, dalle prime ore del mattino fino a notte fonda, c&#8217;era sempre qualcuno che ascoltava canzoni neomelodiche e vecchi successi degli anni &#8217;80 ad altissimo volume. Era l&#8217;usanza del luogo, la normalità. Era, come direbbe lei, &#8220;casa loro&#8221;. Ero io, lì, l&#8217;anomalia.<br />
Secondo la sua tesi &#8211; e quella, mi pare, di Steiner (che apprendo &#8220;di seconda mano&#8221; dal suo articolo) &#8211; in quel contesto io avrei dovuto 1) diventare &#8220;razzista&#8221; nei confronti dei napoletani, a causa dei loro modi che, nel nostro paese e nell&#8217;Occidente tutto, sono comunemente giudicati incivili, e, allo stesso tempo, 2) accettare la situazione in quanto intruso in una sorta di riserva selvaggia, in un luogo le cui tradizioni consolidate erano diverse dalle mie.<br />
Non le pare assurdo?</p>
<p>Si tratta semplicemente di affermare che esistono delle regole di convivenza e di rispetto reciproco &#8211; senza tirare in ballo razzismo e antirazzismo. Se a Steiner dà fastidio la musica ad alto volume, è di quello che, a ragione, deve parlare, non del fatto che chi la ascolta sia un giamaicano. E se la sua casa perde di valore a causa del vicinato, dovrebbe appurare se il problema è il volume della musica o il colore della pelle dei vicini, e regolarsi di conseguenza &#8211; prima come individuo e poi come intellettuale.<br />
A me pare che tanto lei quanto Steiner adoperiate, con dei modi quanto meno discutibili, gli stessi argomenti che i miei vicini napoletani usavano per parlare degli immigrati singalesi: &#8220;io non sono razzista, però quelli puzzano&#8221;.<br />
Da parte mia auguro a Steiner di trascorrere qualche giorno in via Villari, a Napoli (o in qualunque vicolo del centro storico partenopeo), e di guardare attentamente il colore della pelle e la cittadinanza degli impianti stereo che lo infastidiranno, così come auguravo ai miei vicini di trovarsi in prossimità di qualche maleolente napoletano, per accorgersi che anche i bianchi puzzano.<br />
È imbarazzante, e forse triste, che uomini come lei e Steiner diano modo ai loro lettori di credere che ascoltare la musica ad alto volume sia una intollerabile usanza dell&#8217;intero popolo giamaicano, e che dei non meglio specificati &#8220;extracomunitari&#8221; abbiano importato sul nostro suolo l&#8217;insana abitudine di fare &#8220;pipì e popò&#8221; lì dove si trovano. A questo siamo arrivati, a usare la propria firma e la propria indiscussa fama di uomini di cultura e di benefattori dell&#8217;umanità per giustificare una strana forma di egoismo xenofobo, in nome della tranquillità domestica, quasi a dire &#8220;I discorsi sono una cosa, la vita vera è un&#8217;altra&#8221;, mettendo addirittura insieme pena di morte e razzismo, come se il fastidio patito dal sommo Steiner per il rock-reggae potesse essere assimilato soltanto al dolore di un padre la cui unica figlia è stata stuprata e assassinata.<br />
Mi viene in mente un breve saggio di Immanuel Kant, «Sul detto comune: &#8220;questo può essere giusto in teoria, ma non vale per la pratica&#8221;».<br />
Magari potrà ri-dargli un&#8217;occhiata, e suggerirne la ri-lettura al suo illustre maestro &#8211; se avrete tempo, è chiaro, e se i vostri vicini chiassosi e concimanti vi concederanno un attimo di tregua.</p>
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