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	<title>antonella agnoli &#8211; NAZIONE INDIANA</title>
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		<title>caro sindaco, parliamo di biblioteche</title>
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		<dc:creator><![CDATA[chiara valerio]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 16 Jan 2012 13:30:00 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[(Di seguito due pezzi usciti rispettivamente a mia firma su l&#8217;Unità e a firma di Christian Raimo su Il Manifesto riguardo la questione biblioteche, diffusione della cultura ed enti locali. Lo spunto è stato il libro pubblicato nel dicembre scorso da Antonella Agnoli per Editrice Bibliografica) di Chiara Valerio e Christian Raimo #1 (Chiara Valerio) [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/2012/01/16/caro-sindaco-parliamo-di-biblioteche/idea-store-2/" rel="attachment wp-att-41339"><img fetchpriority="high" decoding="async" class="aligncenter size-full wp-image-41339" title="idea store 2" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2012/01/idea-store-2.jpg" alt="" width="363" height="314" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2012/01/idea-store-2.jpg 363w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2012/01/idea-store-2-300x259.jpg 300w" sizes="(max-width: 363px) 100vw, 363px" /></a></p>
<p><span style="color: #800000;">(Di seguito due pezzi usciti rispettivamente a mia firma su <em>l&#8217;Unità</em> e a firma di Christian Raimo su <em>Il Manifesto</em> riguardo la questione biblioteche, diffusione della cultura ed enti locali. Lo spunto è stato il libro pubblicato nel dicembre scorso da Antonella Agnoli per Editrice Bibliografica)</span></p>
<p>di Chiara Valerio e Christian Raimo</p>
<p>#1 (Chiara Valerio)</p>
<p>“La biblioteca è un servizio di base, trasversale, che offre qualcosa a tutte le categorie di cittadini: vecchi e giovani, professionisti e disoccupati, casalinghe e immigrati. Copre un arco di interessi vastissimo e quindi è un sostegno vitale anche per altre strutture culturali come i musei, i teatri, i cinema. Occorre promuovere il coordinamento e l’integrazione fra tutti questi servizi.” <strong><em>Caro sindaco, parliamo di biblioteche</em></strong> (Editrice Bibliografica, 2011) è un altro tassello che Antonella Agnoli, bibliotecaria et alia in un paese in cui (quasi) nessuno legge, sottrae al muraglione ideologico che sta intorno all’idea di cultura, di intellettuale e di privilegio culturale e che è il principale fortilizio che soffoca la mobilità tra le classi sociali nel nostro paese. Ed è quindi un altro tassello aggiunto al concetto di democrazia. Se ne <strong><em>Le piazze del sapere. <span id="more-41336"></span> Biblioteche e libertà</em></strong> (Laterza, 2009), Agnoli ha scritto che prima di fare cultura è necessario fare alfabetizzazione – e che entrare in una biblioteca in Italia significa, invece e troppo spesso, essere costretti a valutare la situazione sociale nella quale ci si trova, in base all’esperienza in altri ambienti pubblici e all’arredamento e che dunque “occorre pochissimo tempo a un potenziale lettore per capire, grazie a una quantità di indizi, quale sarà il suo posto all’interno dell’istituzione e valutare se rischia di rendersi ridicolo o di perdere la faccia” –, in questo pamphlet si rivolge direttamente alle amministrazioni locali per spiegare e dimostrare come, anche in tempo di crisi, sia possibile e pure necessario investire nelle biblioteche di pubblica lettura. Perché dire alle persone i libri che devono leggere è ideologia, lasciare che leggano e basta è democrazia. E quindi possibilità di evoluzione ancora prima che di rivoluzione. Le biblioteche di pubblica lettura, al contrario delle biblioteche di conservazione – che pure “sono state sempre un oggetto di valore collocato nelle nostra città come un vaso cinese in salotto, che potrebbe esserci oppure non esserci” – dal 1972 sono una responsabilità degli enti locali e spesso sono vissute come un “optional affidato alla buona volontà e alla lungimiranza della singola amministrazione” e non come la risorsa energetica che sono. “Nella crisi, la biblioteca è un’ancora di salvezza per i ceti più deboli, i giovani che non riescono a trovare un lavoro, i bambini che hanno bisogno di crescere in un ambiente stimolante e di fare esperienze culturali che in famiglia non potrebbero avere”. Tuttavia per essere davvero una risorsa energetica la cultura – continua Agnoli – ha bisogno di una società che pensa e che ama pensare. Tutto il lavoro saggistico, e tutto il lavoro che Antonella Agnoli ha fatto e fa sul territorio – la direzione della biblioteca di Spinea (Venezia), l’ideazione della Biblioteca San Giovanni di Pesaro, il capillare giro di presentazioni de <em>Le piazze del sapere </em>in ogni minimo comune, biblioteca, circolo di lettura, presidio del libro italiano, scuole – gira intorno al concetto che il libero accesso ai libri è condizione necessaria e sufficiente alla salute, al mantenimento e all’adattamento, in epoca di accelerazione e manipolazione dell’informazione, del concetto di democrazia e della democrazia in sé. “Non si riflette abbastanza sul paradosso di un pianeta dove l’informazione è (relativamente) alla portata di tutti mentre l’impoverimento culturale della vita collettiva è palese”. Antonella Agnoli, come tutti coloro che sono padroni di un’ortodossia, è una vera eretica, le sue proposte per le biblioteche di pubblica lettura in tempo di crisi spaziano dalla possibilità di usare i locali delle biblioteche – di conservazione e di pubblica lettura – per matrimoni, feste di compleanno, mercatini di libri usati, come location per pubblicità, tutte proposte che rappresentano la reale possibilità di aprire un luogo considerato storicamente per studiosi, studenti, curiosi e intellettuali, a tutti. La sopravvivenza di una biblioteca garantisce – e leggendo Agnoli si esclama “è vero!” – la possibilità, a chi non può consentirselo per ragioni economiche o di lingua, di accedere alla rete, alla modulistica per bollette, pensione, alla possibilità di compilare un curriculum vitae. “Come i sindaci di un secolo fa non avevano dubbi sulla necessità di realizzare le foglie e di portare l’acquedotto nei loro comuni, così oggi si deve guardare alle connessioni a banda larga come a un diritto basilare dei cittadini, un <em>bene comune</em> importante quanto l’acqua”. La biblioteca, è insomma un luogo di confronto, discussione, alfabetizzazione e cultura. “La perdita dell’abitudine a ritrovarsi e confrontarsi in piazza, al bar, dal parrucchiere è uno dei molti motivi che rendono la nostra democrazia un guscio vuoto”.</p>
<p><strong>Odio la parola vocazione, tuttavia mi pare che per lei la diffusione della cultura somigli abbastanza a una vocazione… sono stati la scuola, l’università, i libri, le persone?</strong></p>
<p>Se sono quello che sono lo devo alla politica, non certo alla scuola. Non so bene chi mi abbia insegnato a leggere e scrivere, ma sono sicura che dai 14 ai 18 anni l’unica cosa che mi interessava era andare a ballare. Se dicessi che la cultura è stata per me una vocazione fin dall’infanzia penso che finirei nell’ultimo girone dell’inferno dantesco: dopo la maturità sono andata a Roma e invece che fare l’università frequentavo giovani artisti e la cellula di Potere Operaio (prima che fosse messo fuori legge). L’università, ripresa più volte, non l’ho mai finita, c’era sempre qualche cosa di più importante da fare. Penso che negli anni Settanta  il PCI sia stato l’università di un’intera generazione.</p>
<div>
<p><strong>Perché ha deciso di lavorare su, con e per le biblioteche?</strong></p>
<p>La biblioteca l’ho scoperta quando me ne hanno data una da fondare: prima non ci ero mai entrata. Avevo fatto la campagna per il referendum sul divorzio, e poi quello sull’aborto e così avevo conosciuto il sindaco di Spinea, una città-dormitorio alla periferia di Venezia. Non sapevo nulla, ma a me piace fare cose nuove, organizzare luoghi e attività dove le persone possano stare insieme quindi ho iniziato dalla biblioteca per bambini, scommettendo che i genitori che accompagnavano i figli si sarebbero prima o poi accorti che era un posto piacevole anche per loro. Ho cercato di raggiungere le giovani coppie con figli, comprato i libri di Munari e sperato che funzionasse. Ha funzionato. Quando me ne sono andata, nel 2000, era passato in biblioteca il 50% di cittadini.</p>
</div>
<p><strong>#2</strong> (Christian Raimo)</p>
<p>Antonella Agnoli ha scritto un libretto semplice e bellissimo. S&#8217;intitola <em>Caro sindaco, parliamo di biblioteche</em>, l&#8217;ha pubblicato l&#8217;Editrice Bibliografica (in una collana d&#8217;introduzione alle biblioteche che comprende altri titoli utilissimi), costa dodici euro, è lungo un centinaio di cartelle non di più. È un libro-manifesto: puntuale nelle sue rivendicazioni come una <em>Lettera a una professoressa</em>, documentato e efficace contro l&#8217;ideologia dei social network come <em> Tu non sei un gadget </em>di Jaron Lanier, difensore di una prospettiva umanistica come <em>Non per profitto</em> di Martha Nussbaum. Leggendolo &#8211; ci si impiegano un paio d&#8217;ore &#8211; si imparano (o si fa mente locale su) diverse cose: che esistono due tipi di biblioteche pubbliche (quelle di conservazione tipo quelle della tradizione umanistica italiana; le <em> public libraries</em> tipiche di una tradizione protestante), che solo il 2% di italiani legge più di due libri al mese, che all&#8217;estero gli intellettuali non hanno il feticcio di costruirsi biblioteche domestiche e utilizzano quelle pubbliche, che a pensarci una biblioteca è un luogo di socializzazione e googlebooks no, che i volumi cartacei garantiscono meglio l&#8217;integrità e la permanenza di un testo rispetto ai loro corrispettivi digitali, che i supporti informatici cambiano nel tempo e diventano spesso non utilizzabili (leggere una cinquecentina oggi sarebbe possibile, provate a fare lo stesso con un floppy), che per trovare un testo che ci serve non abbiamo bisogno di un&#8217;infinità di possibilità ma di una selezione ragionevole, che  spesso un bibliotecario riesce a trovare quello che ci occorre meglio di un motore di ricerca, che i computer non possono essere un sostituto della scuola né di una biblioteca perché se accedo a più contenuti non è per niente detto che ne comprenda di più, che affinché arrivi la democrazia anche in Egitto o in Tunisia non bastano twitter o facebook ma serve scendere in piazza coi propri corpi e qualche volta morire, che Wikipedia non ce la fa già più a reggersi solo sul volontariato o sull&#8217;entusiasmo e che quindi tocca alle istituzioni mantenere nel tempo le grandi spinte collettive, che in Italia c&#8217;è un arretratezza culturale che sta diventando immobilismo (percentuali di lettori in diminuzione, tassi di laureati metà di quelli europei, grandi sperequazioni tra scuole rurali e scuole cittadine), che la cultura ha un bisogno vitale di infrastrutture intangibili tipo la capacità di dare valore a contesti di esperienze ricchi e complessi (e va letto o riletto il molto citato <em>Italia reloaded </em> di Coliandro e Sacco), che le biblioteche possono funzionare come luoghi sociali deputati all&#8217;incontro con l&#8217;Altro (questo capita per esempio alle donne musulmane a Whitechapel che utilizzano gli Idea Store per uscire di casa e emanciparsi frequentando un corso d&#8217;informatica all&#8217;insaputa dei mariti), che dalla crisi del 2007 le biblioteche pubbliche fanno da ammortizzatore sociale indispensabile per molti di questi nuovi poveri, che le public libraries sempre di più svolgono un ruolo di accesso alla cittadinanza (ci si va per avere una connessione gratuita a internet, o capire come presentare un documento on-line), che trovare i soldi per le biblioteche in tempi di crisi anche per un piccolo comune non è per nulla impossibile &#8211; qualche concorso Miss Bikini in meno o l&#8217;affitto delle sale magari per un matrimonio o una festa di compleanno sono solo alcune delle idee possibili, che se le biblioteche diventassero  capaci di fornire molti, moltissimi servizi (da uno sportello giuridico alla possibilità di pagare le bollette a una sede per corsi di yoga al bar per l&#8217;aperitivo) si trasformerebbero nei luoghi di riferimento per i cittadini e quindi dei presìdi democratici (<em>piazze del sapere</em>, per usare il titolo del precedente libro di Agnoli), che è basilare coinvolgere dei volontari che amplino lo spettro delle attività socioculturali da offrire, che le biblioteche &#8211; a saperle progettare &#8211; possono diventare come è accaduto in molti casi in Italia i centri propulsori di una strategia di riqualificazione urbana&#8230;</p>
<p>Insomma se io fossi un amministratore pubblico eleggerei questo <em>Caro sindaco </em> a mio libretto rosso per le prossime elezioni e scriverei il mio programma politico a partire da qui, ricavandone uno slogan semplicissimo: una biblioteca pubblica all&#8217;avanguardia in ogni quartiere e tra cinque anni l&#8217;Italia sarà diversa. Se, come racconta Agnoli, ha funzionato a Maiolati Spontini, un comune di 6132 abitanti in provincia di Ancona, perché non dovrebbe funzionare dappertutto?</p>
<p style="text-align: center;"><a href="https://www.nazioneindiana.com/2012/01/16/caro-sindaco-parliamo-di-biblioteche/copj170/" rel="attachment wp-att-41337"><img decoding="async" class="aligncenter size-full wp-image-41337" title="copj170" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2012/01/copj170.jpg" alt="" width="170" height="284" /></a><br />
<strong><br />
A. Agnoli, <em>Caro sindaco, parliamo di biblioteche</em>, Editrice Bibliografica (2011), pp. 138, 11 euro.</strong></p>
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		<title>fronte del libro</title>
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		<dc:creator><![CDATA[chiara valerio]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 25 May 2011 07:00:14 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[di Antonella Agnoli Per parlare del futuro delle biblioteche dobbiamo partire da domande apparentemente lontane dal nostro tema, come per esempio: “Perché esistono i pub a Londra, le osterie a Venezia e i caffè sul porto di Marsiglia?” “Perché andiamo ad ascoltare un gruppetto di strimpellatori nella sala comunale quando potremmo ascoltare Bach sul divano [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/05/Linus-biblioteca_bordo.jpg"><img decoding="async" class="aligncenter size-full wp-image-39091" title="Linus-biblioteca_bordo" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/05/Linus-biblioteca_bordo.jpg" alt="" width="400" height="340" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/05/Linus-biblioteca_bordo.jpg 400w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/05/Linus-biblioteca_bordo-300x255.jpg 300w" sizes="(max-width: 400px) 100vw, 400px" /></a></p>
<p>di <strong>Antonella Agnoli</strong></p>
<p>Per parlare del futuro delle biblioteche dobbiamo partire da domande apparentemente lontane dal nostro tema, come per esempio: “Perché esistono i pub a Londra, le osterie a Venezia e i caffè sul porto di Marsiglia?” “Perché andiamo ad ascoltare un gruppetto di strimpellatori nella sala comunale quando potremmo ascoltare Bach sul divano di casa nostra?” E ancora: “Perché Netflix oggi negli USA è più conosciuto della Library of Congress ma non sufficiente?”<br />
<span id="more-39089"></span><br />
Tutte queste domande sono legate tra loro e riconducono a una riflessione sul motivo per cui esistono dei luoghi che non sono né casa né lavoro eppure sono popolarissimi? Perché “perdiamo tempo” a chiacchierare al mercato, in osteria, al pub, nel caffè greco dove si gioca a Backgammon? Se lo era chiesto negli anni Ottanta Ray Oldeburg scrivendo il suo libro sui <em>Third Places</em>, che dovrebbe essere oggi considerato un classico della sociologia. I “terzi luoghi” (né casa né lavoro) sono importanti perché fanno di noi degli esseri umani, cioè parte di una tribù.<br />
<!--more--><br />
Il lavoro è una corvée, la casa è il regno della famiglia nucleare mentre il bar, il pub, il caffè sono i luoghi dove troviamo gli amici, i vicini di casa, tutti coloro che non sono parenti ma a cui siamo legati da vincoli ben più profondi di quelli che ci uniscono ai cugini che incontriamo due volte l’anno. La nostra tribù.</p>
<p>Scimpanzè e <em>homo sapiens</em> condividono la caratteristica di aggregarsi in unità più grandi della famiglia ma molto più piccole della città o della nazione: tribù di alcune decine o centinaia di persone che condividono residenza, modi di comportamento, rituali, solidarietà. Le tribù sono indistruttibili (anche se capitalismo e burocrazia fanno del loro meglio per sopprimerle) perché non possiamo vivere isolati, nemmeno con mariti e figli al fianco: abbiamo bisogno della vicina del piano di sopra, della compagna di scuola che non ha cambiato città, del compagno di lavoro che ha sempre una battuta pronta, della signora che fa le tagliatelle come nessun’altra. Non siamo fatti per stare da soli (o con i rispettivi partner),  per questo i matrimoni sono delle feste e i bambini fanno allegria.</p>
<p>Le tribù sono entità territoriali, anche nell’era di Facebook. Non siamo “veramente” membri di una tribù che condivide attraverso internet la passione per Audrey Hepburn, per i vini argentini o per i modellini di aerei della seconda guerra mondiale: questi hobby possono essere divertenti ma non creano solidarietà forti, impegni reciproci. I vincoli che ci fanno sentire più sicuri di noi stessi, più rilassati, più forti, si creano in piazza, in strada, al caffè. Possiamo sentirci “veramente” vicini solo a chi c’era ieri e ci sarà domani, alle persone di cui notiamo l’assenza quando non compaiono alla solita ora. Non ci sono tribù cosmopolite e il <em>networking</em> di cui si vantano i manager di successo è un patetico tentativo di sostituire il gruppo da parte chi viaggia troppo per trovare veri amici.</p>
<p>Le tribù hanno i loro rituali e tra questi rientrano attività come guardare collettivamente un film o una partita di calcio, cantare insieme, fare una gita a Brisighella, scambiarsi ricette di cucina, andare ad ascoltare gli amici che cantano nel coro della chiesa, partecipare a un gruppo di lettura.  La settimana scorsa, a Flagstaff in Arizona, mi sono ritrovata in un pub affollato ad ascoltare una band che improvvisava una jam session con più entusiasmo che talento. Perché stare lì, quando tutti i presenti avrebbero potuto ascoltare Miles Davis o Wynton Marsalis a casa loro (o sul loro iPod) con una qualità ben migliore di quella delle gracchianti casse che il gruppetto aveva a disposizione?<br />
La risposta è che ciò che contava non era la qualità della musica ma <em>la qualità dello stare insieme</em>, il piacere di ritrovarsi attorno a una passione comune, con gli amici che salgono sul palco per una canzone, o per un assolo di chitarra, poi scendono perché è il turno di qualcun altro, poi bevono una birra discutendo di un concerto che hanno sentito vent’anni fa, o di  un nuovo musicista che si esibirà la settimana prossima. Era questa la ricchezza della serata, il collante che teneva insieme persone diversissime tra loro.</p>
<p>Quello di Flagstaff era un pub, ma avrebbe potuto benissimo essere una biblioteca: il successo delle public libraries americane non nasce dalla qualità delle collezioni o dall’opulenza degli edifici, ma dalla loro capacità di presentarsi come luoghi neutrali ed accoglienti dove microtribù si possono aggregare.</p>
<p>Si possono, naturalmente: le tribù non si formano a comando e nessuno può prevedere se e come i pensionati di Phoenix o i teenager di Seattle approfitteranno delle ricche (e costose) biblioteche che le città hanno messo a loro disposizione. Forse una modesta biblioteca di quartiere a Pittsburgh, o nel Bronx, avrà più successo perché un bibliotecario più intraprendente e tenace è riuscito a tessere legami con le casalinghe, gli scacchisti o gli alcoolisti anonimi della zona.</p>
<p>A questo punto, una buona domanda sarebbe: “Scusate, ma perché dovremmo creare delle biblioteche quando la gente è contentissima di ritrovarsi in piazza, al bar, dal barbiere? Se è la spontaneità a decidere delle aggregazioni, la biblioteca che c’entra?”</p>
<p>La prima risposta è che negli ultimi 25 anni la pressione del lavoro sul tempo libero è fortemente aumentata: abbiamo sempre meno tempo per fare qualsiasi cosa e, a questo, si sono aggiunte le riduzioni nei servizi sociali: se l’autobus passa ogni mezz’ora, quella è una mezz’ora che non posso usare per la mia vita personale o per stare con gli amici. Se devo occuparmi dei genitori anziani, o dei figli piccoli che non trovano posto in asilo, questi impegni comprimono la mia giornata. Una biblioteca a portata di mano (come gli Idea Store di Londra, collocati dentro o a prossimità dei centri commerciali) facilita la vita, soprattutto se ha lunghi orari di apertura.</p>
<p>La seconda risposta è che la biblioteca (o, almeno, la biblioteca che ho in mente io) è più attrezzata per svolgere vari ruoli socialmente utili di quanto non lo sia il caffè. La biblioteca è gratuita, e accetta chi non può, o non vuole, consumare. La biblioteca è della collettività e non respinge nessuno. La biblioteca garantisce la possibilità di entrare in contatto con il mondo esterno anche a chi non possiede un computer portatile per usufruire della rete wireless di Starbucks. Reti che in Italia sono in ogni caso rarissime, mentre negli USA, paese del <em>Patriot Act</em> e ossessionato dai controlli, si trovano connessioni wi-fi ovunque e non è richiesta nessuna password per accedervi.  La biblioteca offre un accesso gratuito a consumi culturali (“alti” o “bassi” che siano) anche a chi non ha i mezzi per andare in libreria, o per scaricare un nuovo album di Vasco Rossi da iTunes o semplicemente per comprarsi un computer e collegarsi a Internet. Chi abita in casette mobili (usatissime dai vecchietti nel caldo Sud) spesso non si può permettere un collegamento alla rete e, nella nuova bella biblioteca di Prescott Valley, era appunto pieno di vecchietti che usavano Internet.</p>
<p>Soprattutto la biblioteca è un luogo dove, con <em>un po’ di aiuto</em>, si può capire meglio cosa sta facendo il governo, perché la benzina è aumentata, cosa sta succedendo in Afghanistan o come affrontare la crisi economica. Un tempo, la domenica mattina, le belle piazze italiane avrebbero parzialmente svolto questo ruolo, oggi ci incontriamo solo i turisti, e qualche badante che non sa dove andare. Questo compito è vitale per la democrazia, anche se i cittadini fossero indifferenti e disgustati dalla politica, come spesso sono.<br />
In altre parole, le biblioteche del XXI secolo hanno come missione quella di creare delle tribù attive, dei gruppi di cittadini che godono della compagnia reciproca, che magari non vanno più in là dello scambiarsi ricette di cucina, ma che nello stesso tempo diventano più curiosi, più consapevoli, più informati. E anche più umani. Che i nostri iPad ci mettano a disposizione tutto ciò che il genio umano ha prodotto da Leonardo in poi non è sufficiente: Italia-Germania 4 a 3 si guarda solo in compagnia.</p>
<p>In compagnia, anche se ci sono da tempo gli iPod e ora anche Netflix, che sta per sbarcare in Italia. Netflix non è un’invenzione come la bomba atomica o la penicillina, è piuttosto un modo intelligente per fare un lavoro assai banale come quello di affittare film. L’azienda statunitense che ha base a Los Gatos, in California, ha oltre 20 milioni di abbonati, si fa pagare 8,99 dollari al mese (6 euro al cambio attuale) per mettere a disposizione un numero indefinito di film. Un nipote tecnologicamente avanzato di Blockbuster, dove sia andava fino a qualche tempo fa per affittare un dvd. Niente di rivoluzionario.</p>
<p>Ciò che ci interessa di Netflix è il fatto che offre una scelta di film così vasta da far impallidire qualunque cineteca e qualunque museo del cinema, a un costo che chiunque può permettersi. Non solo: grazie alle efficienti poste americane il dvd ordinato arriva entro 48 ore (la spedizione non costa nulla), mentre gli impazienti possono guardare il film in streaming sul proprio televisore o sul proprio smart-phone, senza particolari difficoltà. Netflix è talmente efficiente da aver fatto dimenticare nel giro di due anni i celebri siti peer-to-peer dove faticosamente ci si poteva scaricare Via col vento stando collegati una settimana.</p>
<p>Di nuovo, la domanda è: “Se esiste Netflix, perché abbiamo bisogno di una biblioteca, dove occorre avere la tessera, andare a cercare il film (magari ancora su una cassetta VHS…), fare la fila al bancone del prestito, e restituire il dvd entro una settimana?” La domanda è più che legittima e la mia risposta è che le biblioteche pubbliche (ovviamente non quelle di conservazione) dovrebbero effettivamente sparire se non sono in grado di competere con Netflix. Ma se avessimo una biblioteca più utile di Netflix?</p>
<p>Una biblioteca è un luogo dove i film possono essere contestualizzati e studiati, perché per esempio esiste una sezione di libri sul cinema, o perché il bibliotecario sa come aiutarvi a cercare. Netflix può rendere più amichevole la selezione dei propri titoli ma non può spiegare a nessuno come sono nati gli “Spaghetti-Western” di Sergio Leone, né come recitare in quei film sia stato un’esperienza fondamentale nella carriera di Clint Eastwood come attore e come regista. La biblioteca (o almeno, un certo tipo di biblioteca) può far scoprire al più indifferente dei teenager che non esistono solo <em>Harry Potter </em>e <em>Guerre stellari</em> ma anche <em>Blade Runner</em>, <em>Fronte del porto</em> e <em>La corazzata Potemkin</em>.</p>
<p>In realtà, Netflix, il caffè sul porto e la biblioteca non sono in concorrenza fra loro: sono piuttosto luoghi tutti necessari per garantire una certa qualità della vita. Luoghi dove lo stare insieme diventa occasione di scambio, di arricchimento, di riflessione. Situazioni dove si può discutere dei bei ragazzi e del matrimonio di Harry e Kate ma anche della morte di Osama bin Laden e dell’elezione del sindaco. In fondo, se a Milano qualcuno organizzasse una serie di proiezioni di <em>Mani sulla città</em> di Francesco Rosi prima di andare a votare sarebbe un vantaggio, no?</p>
<p><span style="color: #800000;">Questo articolo è stato pubblicato su Il Manifesto Venerdì 13 Maggio 2011</span></p>
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		<title>L&#8217;Italia è un paese senza futuro</title>
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		<dc:creator><![CDATA[marco rovelli]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 14 Sep 2010 05:30:25 +0000</pubDate>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/09/Pier-Silvio-e-Lucrezia.jpg"><img loading="lazy" decoding="async" class="aligncenter size-thumbnail wp-image-36605" title="Pier-Silvio-e-Lucrezia" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/09/Pier-Silvio-e-Lucrezia-150x150.jpg" alt="" width="150" height="150" /></a></p>
<p>di <strong>Christian Raimo</strong></p>
<p>Alle volte, di questi tempi, in fila alle poste incantati dallo scorrere indolente dei numeri di led luminosi rossi sul display in alto sopra gli sportelli, o nella bolla condizionata di una macchina, nelle città che si rianimano a inizio settembre, si può provare una leggera euforia punk, da repubblica di Weimar, da quiete prima della tempesta. Con i rapporti dell’Ocse o degli altri paternalistici organismi internazionali che continuano a declassarci in classifiche dietro stati di cui conosciamo a malapena la collocazione geografica, con le pubblicità di finanziarie dai nomi bambineschi che sulle pagine delle free-press fanno a gara con quelle dei siti di scommesse on line, con i negozi di alimentari che chiudono e lasciano il campo alle sale giochi con le slot machine o ai rivenditori di oro a diciassette euro il grammo, si ha la sensazione di stare in un punto finale: prima o poi le famiglie non ce la faranno più a fare da paracadute sociale, prima o poi i sindacati non riusciranno più a opporre resistenza di fronte a una deregulation darwiniana del mercato del lavoro, prima o poi la scuola pubblica e l’università non avranno più il fiato per reggersi su delle forze sempre più volontaristiche.<span id="more-36604"></span><br />
Certo, non a tutti il futuro italiano appare così catastrofico. Si respira, per esempio, a leggere le riviste popolari in attesa dal parrucchiere, un altro clima. Su <em>Chi</em> di questa settimana un Piersilvio Berlusconi (chissà che, così per dire, non sia lui o la sorella il prossimo leader del centrodestra) abbronzato e tonico riempie la copertina e ci elargisce consigli quasi-buddisti su come stare bene con se stessi. Sul numero della settimana scorsa invece – negli stessi giorni in cui migliaia di precari con decenni di supplenze alle spalle non ricevevano nemmeno la carità di una chiamata annuale – Maria Stella Gelmini anche lei non si lasciava avvelenare dal pessimismo. E ribatteva in una distesa intervista dalla sua casa di Ischia di non sentirsi schiacciata dalle incombenze del presente, e di avere anzi un progetto ben definito per il futuro: dopo Emma (una bella bimba paffutella, che ha ormai quattro mesi), adesso pensa a un maschietto. È questa, lo ribadiva a chiare lettere, la sua priorità, il centro di tutto – e quest’estate, mentre lavorava certo, si è dovuta occupare di come arredare la sua nuova casa al centro di Roma. Non c’è mica da vergognarsi a pensare un po’ ai cazzi propri; soprattutto non c’è mica da vergognarsi a volerli raccontare anche a chi magari alla stessa età del ministro non si può permettere altra stanza dove dormire che quella della propria adolescenza, con i poster dei Queen ingialliti alle pareti.</p>
<p>[continua <a href="http://www.minimaetmoralia.it/?p=2851">qui</a>]</p>
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		<title>La rivoluzione non è una festa letteraria</title>
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		<dc:creator><![CDATA[chiara valerio]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 07 Sep 2009 07:30:57 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[indiani]]></category>
		<category><![CDATA[antonella agnoli]]></category>
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					<description><![CDATA[di Chiara Valerio La perdita dell’abitudine a ritrovarsi e confrontarsi in piazza, al bar, dal parrucchiere è uno dei molti motivi che rendono la nostra democrazia un guscio vuoto. La rivoluzione non è una festa letteraria e questa non è una recensione. Le piazze del sapere di Antonella Agnoli (Laterza 2009) è un libro che [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><img loading="lazy" decoding="async" class="aligncenter size-full wp-image-21140" title="le20piazze20del20sapere" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/09/le20piazze20del20sapere.jpg" alt="le20piazze20del20sapere" width="200" height="299" /></p>
<p>di <strong>Chiara Valerio</strong></p>
<p style="text-align: right;"><em>La perdita dell’abitudine a ritrovarsi e confrontarsi in piazza, al bar,<br />
dal parrucchiere<br />
è uno dei molti motivi che rendono la nostra democrazia<br />
un guscio vuoto.</em></p>
<p>La rivoluzione non è una festa letteraria e questa non è una recensione. <em><strong>Le piazze del sapere </strong></em>di <strong>Antonella Agnoli </strong>(Laterza 2009) è un libro che una parte di me vorrebbe mettere all’Indice se ancora esistesse, o comunque vorrebbe bruciare. Perché una parte di me, che vive nell’immaginario bellepoque dell’intellettuale settario di sinistra, appena conformista, utopista, elitista, e tanti altri <em>–ista </em>che nemmeno voglio elencare, oltre che snob e la-miseria-del mondo-mi straccia-il-cuore quindi me ne sto fuori a bere finché non piove, suppone, anzi sa, che <em>Le piazze del sapere</em> possono mutarsi in roghi del sapere e soprattutto sono posti dove facilmente, per parafrasare Saramago, il rametto d’ulivo di Pasqua (leggere tutti) diventa la prima frasca per la pira del supplizio (leggere cosa?). Quando ho letto <em>Le piazze del sapere </em>ho sentito molto odore di bruciato.<br />
<span id="more-21133"></span><br />
Già perché mentre il mio problema (nel caso io avessi mai guardato il mondo) è sempre stato cosa leggono le persone, il problema (risolto) della Agnoli è invece come far arrivar loro i libri in mano. Come avvicinare le persone alle biblioteche pubbliche, come farle rimanere, come eliminare le difettività nel gesti di un individuo che non ha mai allungato le mani su un libro. E incredibilmente, Agnoli non vuole cambiare le persone, non ci pensa nemmeno, non vuole parlare di generali astratti in un salotto con i divani a righe e braccioli, vuole (e lo ha fatto) cambiare i luoghi affinché risultino accoglienti. Agnoli che il mondo lo guarda e lo studia da più di trenta anni, attraverso lo specchio convesso del lavoro in biblioteca, non ha paura di usare statistiche e di procedere per approssimazioni successive. Di aggiustare il tiro, di costruire scaffali di romanzi rosa e di lasciare i libri per bambini nelle ceste sul pavimento. Antonella Agnoli è una empirista, una umanista e tanti altri <em>-ista</em> che non voglio nemmeno elencare ma che fanno di lei una maledetta, pericolosissima, rivoluzionaria. Rivoluzionaria pure perché contraddicendo Mao Tze Tung, la rivoluzione di Agnoli è proprio <em>un disegno o un ricamo</em>. È provare a sedurre i passanti, siano professori, casalinghe, bambini o pensionati, siano di destra o di sinistra, e trasformarli in lettori, aggregarli in forma di insieme. Potete capire che per me che vivo ancora come un adolescente nel mito di Ulisse, imbattersi in Circe che trasforma i libri in mezzane, e che potrebbe trasformarci me, è un incubo. <em>L’impoverimento della lingua usata anche dai giovani inseriti nel sistema scolastico è tale che la comprensione dei testi è difficile per molti di loro, il che significa essere persone che non possono leggere un libro o un giornale, e soprattutto, cittadini a rischio nei loro diritti elementari perché in difficoltà a capire una bolletta della luce o un estratto conto. La drammaticità del problema nasce dal fatto che Nella società dell’informazione l’alfabetizzazione è una necessità fondamentale in quanto funzionale ai fin del consumo dell’informazione stessa, e dunque dell’intero volano economico sul quale si regge l’Occidente contemporaneo</em>. Pensare che le biblioteche pubbliche possano servire, anche e in un paese come il nostro soprattutto, alle persone per leggere le bollette del gas o dell’acqua. O per interpretare le offerte delle televisioni via cavo mi fa venire la pelle d’oca. Siamo forse un paese di analfabeti? <em>Le biblioteche devono qualificarsi come luoghi dove si fanno esperienze comuni: questa deve essere la dimensione nuova delle loro azioni sul territorio.</em> Perché?</p>
<p>Perché finalmente qualcuno ha avuto il coraggio di scrivere, partendo dai libri, che prima di fare cultura, bisogna fare alfabetizzazione. Ho scritto alfabetizzare. La biblioteca per tutti di Antonella Agnoli, come <em>La fisica per tutti </em>di Lev Landau. Siamo forse un paese di analfabeti (di ritorno?).</p>
<p>Ma come è possibile che una casa editrice solida, accademicamente di riferimento come Laterza (e il motto dell’accademia è <em>Fa che nulla cambi</em>), abbia deciso di pubblicare un libro sovversivo, irriverente, che schiaffeggia tutta la sinistra italiana (dovunque si nasconda) e parli con consapevole e arguta veemenza, di classi sociali, di scuola pubblica, analizzi e progetti una urbanistica culturale e dica che se le biblioteche devono somigliare a centri commerciali purché la gente ci vada, allora che si faccia, che si pensi, che si cambi. <em>Ciascuno di noi viene addestrato fin dalla più tenera età a valutare con esattezza la situazione sociale in cui si trova: anche chi non è mai entrato in biblioteca, sulla base della sua esperienza in altri ambienti pubblici, capirà ugualmente il messaggio implicito nell’arredamento dei locali. Occorre pochissimo tempo a un potenziale lettore per capire, grazie a una quantità di indizi, quale sarà il suo posto all’interno dell’istituzione e valutare se rischia di rendersi ridicolo o di perdere la faccia. Il nostro compito, all’ingresso, è convincerlo che la biblioteca è anche per lui</em>. Io parlo di sinistra italiana perché la cultura è un sistema che è stato gestito dal dopoguerra a oggi (con le eccezioni ministeriali della democrazia cristiana) dai partiti di sinistra. Perché la cultura è sempre stato un punto di forza dei loro programmi elettorali. Io che sono nata nel millenovecentosettantotto (da genitori comunisti e in una casa piena di libri, anche nel vano ferro da stiro) posso solo dire che da quando sono entrata all’università mi è sempre sembrato che le cattedre fossero utilizzate dalla sinistra come l’impiego alle poste dalla destra. Collocamento puro. Per questo mi accanisco, per questo una parte di me è innamorata di questo libro e un’altra vorrebbe che non esistesse, che non mi sbattesse in faccia la mia idea (anacronistica) di cultura, che non mi dicesse che io posso dire che la bellezza, e i bei libri salvano il mondo perché io so che i libri esistono e so che esistono le biblioteche pubbliche, che mi facesse sentire una privilegiata che ha scelto sì di leggere, ma leggere apparteneva comunque allo skyline culturale che ha sempre avuto di fronte. Ed è per questo che in barba a tutti i collocamenti accademici, alle pagine culturali dei quotidiani appannaggio di una certa sinistra, reazionaria e non sempre meritocratica, <em>Le piazze del sapere</em> mi pare veramente, finalmente, definitivamente un libro di sinistra, di quella sinistra che ben lungi dallo starsene seduta in qualche luogo ben ventilato si preoccupa di far studiare tutti.</p>
<p>Perché dire alle persone i libri che devono leggere è ideologia, lasciare che leggano e basta è democrazia. E quindi possibilità di evoluzione ancora prima che di rivoluzione.</p>
<p>Io non so cosa voti Antonella Agnoli e non mi interessa, perché ho letto che cosa ha fatto. E anche se io non farei che immaginarmi felice a fumare discettando di Huysmans, Satyajit Ray, le sfumature degli aggettivi, Blob, e a pensare che un mondo nuovo è possibile ma che lo facciano altri, e a convincermi che prima o poi tutti leggeranno tutto perché i libri sono la salvezza del mondo, devo ringraziare con sdegno Antonella Agnoli per avermi sbattuto in faccia le mie pochezze, la mia natura meticcia e apostata. <em>Il pubblico fischiava, applaudiva, partecipava: solo a fine Ottocento la strategia di imporre una contemplazione totalmente passiva si impose, segmentando i pubblici e trasformando un divertimento comune a tutte le classi sociali in una pratica culturale delle sole persone colte. Nel novecento, Shakespeare fu “trasformato da un autore per l’intero pubblico in uno per una audience specifica. La metamorfosi fu da cultura popolare a cultura educata, da intrattenimento a erudizione, dalla proprietà dell’uomo della strada al possesso di circoli elitari.</em></p>
<p><em>Si può diventare eretici solo se si è padroni dell’ortodossia</em> (Carla Ida Salviati, <em>Poesie e antologia contemporanee per la scuola media</em>). Non che mi piaccia essere un eretico, avrei preferito essere donna di una sinistra colta e intellettuale, di una sinistra da biblioteche di marocchino e <em>blasoni che comportano terre e residenze di campagna; che generano semplicità, eccentricità, agio; e una tale sicurezza del proprio stato che ci si può circondare il piatto di orologi di Waterbury e dare con le mani ossi sanguinolenti al cane</em> (V. Woolf, Sono una Snob?).</p>
<p>Ma mio nonno faceva il muratore.
</p>
<p style="text-align: center;"><img loading="lazy" decoding="async" class="size-medium wp-image-21142  aligncenter" title="DE HE BUCHMESSE" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/09/frankfurter_buchmesse_buchmesse20081008144420-300x180.jpg" alt="DE HE BUCHMESSE" width="300" height="180" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/09/frankfurter_buchmesse_buchmesse20081008144420-300x180.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/09/frankfurter_buchmesse_buchmesse20081008144420.jpg 500w" sizes="auto, (max-width: 300px) 100vw, 300px" /></p>
<p style="text-align: center;"><strong>A. Agnoli, Le piazze del sapere. Biblioteche e libertà, Laterza (2009), € 18,00.</strong></p>
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