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	<title>antonio franchini &#8211; NAZIONE INDIANA</title>
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		<title>Spazi, suoni e lingue nel romanzo “di Napoli”</title>
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		<dc:creator><![CDATA[ornella tajani]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 16 Dec 2017 06:00:32 +0000</pubDate>
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										<content:encoded><![CDATA[<figure id="attachment_71264" aria-describedby="caption-attachment-71264" style="width: 785px" class="wp-caption aligncenter"><img fetchpriority="high" decoding="async" class="wp-image-71264 size-full" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/12/15200_orig.jpeg" alt="" width="785" height="588" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/12/15200_orig.jpeg 785w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/12/15200_orig-300x225.jpeg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/12/15200_orig-768x575.jpeg 768w" sizes="(max-width: 785px) 100vw, 785px" /><figcaption id="caption-attachment-71264" class="wp-caption-text">da &#8220;Il segreto&#8221; di Cyop &amp; Kaf</figcaption></figure>
<p><em>[Con minime modifiche e aggiornamenti, il pezzo che segue è tratto da <a href="http://napolimonitor.it/lo-della-citta/">La stato della città</a> (a cura di Luca Rossomando, Monitor edizioni, 2016), un volume che traccia un profilo dell’area metropolitana di Napoli abbracciandone tutti gli ambiti, dall’urbanistica all’ambiente, dall’economia al lavoro, dalle politiche sociali e sanitarie fino alla produzione culturale. Un libro collettivo – firmato da 68 autori – che si propone come supporto per una discussione sulla città di Napoli].</em></p>
<p>di<strong> Chiara De Caprio</strong></p>
<p>A mo’ di premessa. Estate del 2015. Giurie e lettori discutono se si possa premiare una scrittrice senza volto: il suo nome è Elena Ferrante, e sta vendendo un sacco di copie negli Stati Uniti con una quadrilogia di <em>Neapolitan novels</em>. A sponsorizzarla allo Strega è, tra gli altri, Roberto Saviano, che con <em>Gomorra</em> (Mondadori, 2006) ha venduto milioni di copie, vinto premi, fatto balzare sulle copertine dei giornali le periferie napoletane e il sistema della camorra.<br />
Al di là delle differenze, con Ferrante e Saviano la letteratura, incrociando le sue strade con quelle del cinema e della televisione, diviene fenomeno di massa e occupa uno spazio assai più ampio di quello che le ritagliano l’industria del libro e il mercato editoriale. E tuttavia, se anche non considerassimo Ferrante e Saviano, la produzione di romanzi e narrazioni “di” e “su” Napoli non rimarrebbe affatto sguarnita. Anzi, ce n’è per tutti i gusti, come rivela anche solo un mero ordinamento cronologico di alcuni romanzi, narrazioni e raccolte di racconti editi tra il 2000 e il 2015.<br />
Tra il 2000 e il 2001 Antonio Franchini fa i conti con la memoria personale e collettiva nel suo <em>L’abusivo</em> (Marsilio), Domenico Starnone racconta la fiumana di oscenità, intemperanze, bugie che il ferroviere Federì riversa su moglie e figli nel romanzo con cui si aggiudica il Premio Strega (<em>Via Gemito</em>, Feltrinelli). Nel 2002, dopo <em>Mistero Napoletano</em>, Ermanno Rea narra in <em>La dismissione</em> la storia amara dell’Ilva di Bagnoli, cui seguirà l’ultima parte della trilogia sulla città, <em>Napoli Ferrovia</em> (Mondadori, 2007). Tra il 2002 e il 2006, edizioni e/o pubblica <em>I giorni dell’abbandono</em> e <em>La figlia oscura</em> con cui, dopo <em>L’amore molesto</em> (1992), Elena Ferrante chiude una trilogia di romanzi dedicati al rapporto con la maternità di figure femminili chiamate anche a interrogarsi sul loro allontanamento da Napoli.<br />
Negli stessi anni <em>Nel corpo di Napoli</em> (Mondadori, 1999), <em>A capofitto</em> (seconda edizione rivista, Mondadori, 2001), <em>Di questa vita menzognera</em> (Feltrinelli, 2003) e la raccolta di racconti <em>Magic People</em> (Feltrinelli, 2005) danno corpo alla vocazione di romanziere e narratore di Giuseppe Montesano. Nel 2015, mentre il grande pubblico si appassiona alla quadrilogia “napoletana” che Elena Ferrante dedica all’<em>Amica geniale</em> (2011-2014), esce per Neri Pozza <em>Il genio dell’abbandono</em>, romanzo in cui Wanda Marasco narra la parabola esistenziale e artistica di Vincenzo Gemito servendosi di una lingua che sembra essa stessa voler incarnare la guizzante potenza visiva delle sculture di Gemito.<br />
Questa la superficie, fatta di titoli, autori, case editrici, date. Restano, sul fondo, le domande più importanti: in quale Napoli sono ambientate queste storie? Che cosa accade ai personaggi una volta immessi in uno specifico spazio urbano, quello napoletano, saturo di storie e narrazioni?</p>
<p><strong>Lo spazio e la lingua</strong><br />
Senza alcuna pretesa di completezza, alcune immagini si dispongono in sequenza, quasi a suggerire la possibilità di un percorso: una bruma rossastra e ostinata che s’insinua negli angoli più remoti delle case di Bagnoli; la pioggia scrosciante che riporta a galla quanto fogne e sottosuolo avevano inghiottito; l’opacità violacea del mare; lo spazio urbano, saturo di suoni: il tonfo sordo di sprofondamenti e voragini, i clacson nervosi delle auto e dei motorini, il «precipizio di voci» e urla che col loro timbro sembrano rendere diversa la qualità e la consistenza dell’aria: più opaca, più pesante, più aggressiva.<br />
Tratte dal romanzo-inchiesta di Rea e dai romanzi di Montesano e Ferrante, le immagini appena proposte nulla concedono al canone della città “da cartolina”: inondata dal sole, pigramente adagiata su colline da cui, complice l’aria tersa, si scorge la sagoma del Vesuvio o il profilo sinuoso di Capri. Nulla, dunque, di quell’insieme di <em>topoi</em> che hanno contribuito prima a definire e poi rendere riconoscibile una certa “napoletanità” di maniera; semmai, un diverso sistema di immagini che, con la sua compattezza, costituisce una precisa indicazione sui modi in cui i narratori hanno ripensato la relazione tra città reale e raffigurazioni della città, ridefinendo – per continuità o differenza – il loro rapporto con quel ricco patrimonio di rappresentazioni letterarie che di Napoli sono state proposte tra Otto e Novecento.<br />
Non è superfluo richiamare il fatto che l’aggettivo “napoletano” si riferisce in queste pagine a due caratteristiche: ambientazione e veste linguistica. Innanzitutto, per narrativa napoletana s’intendono quelle narrazioni che ambientano le loro storie a Napoli e nel suo hinterland; in seconda battuta, si vuole sottolineare il fatto che, tra queste, alcune esibiscono un impasto linguistico tra i cui ingredienti figurano l’italiano locale e il dialetto: viene così delineato uno spazio che ricrea e rielabora la situazione socio-linguistica della Napoli di oggi o del passato.<br />
Richiamiamo, per ora, alcune modalità di rappresentazione della città. Che di Napoli ce ne siano due, anche nei romanzi, è stato osservato molte volte. E, come per la città reale, anche per le Napoli dei romanzi è stato discusso se queste due metà siano conseguenza della Storia o della Natura; in quest’ultimo caso, la frattura tra due poli viene assunta come un dato, a un tempo, morale e biologico della città: la Napoli bassa, agitata da istinti e sfrenatezza, senza soluzione di continuità e fratture storiche, diviene così il luogo in cui si consuma l’eterna battaglia della fame e del sesso, e dei poveri contro i poveri.<br />
Data la forza interpretativa che questo modello ha avuto (in Domenico Rea e Anna Maria Ortese, per esempio), è utile capire come i romanzi di Napoli degli ultimi anni ci abbiano fatto i conti. Scopriamo così alcune cose. Anche in virtù di una collocazione temporale che parte dagli anni Cinquanta e Sessanta, i romanzi della quadrilogia di Elena Ferrante sono quelli in cui Napoli è rappresentata attraverso un modello nel quale due poli contrapposti nello spazio rimandano a una diversa organizzazione culturale, sociale e linguistica: la risalita di Elena dallo squallore del Rione alla casa inondata di luce di Posillipo trova un correlativo nella sua aspirazione all’italiano e nel suo atteggiamento di rifiuto e rimozione delle voci dialettali; la scelta dell’italiano, quindi, sa sì di emancipazione, ma reca memoria del doloroso e necessario allontanamento, fisico ed emotivo, dalle tane e dai ripostigli bui del dialetto. Questo perché nelle storie della Ferrante le voci dialettali rimandano a un universo dominato dalla violenza e dall’oppressione patriarcale. Nei romanzi <em>L’amore molesto </em>e<em> La figlia oscura</em> il dialetto agisce su madri e figlie come «un frullato di seme, saliva, feci, orina» che, paralizzandone gli organi fonatori, le riduce al silenzio. Narrare la propria storia significa, però, per le protagoniste-narratrici, ascoltare il suono delle parole dialettali, comprendere il modo in cui esse hanno condizionato scelte e movimenti, e fare, infine, i conti col proprio disgusto verso «la cavità cupa del ventre» femminile. Quando, alla fine della <em>Figlia oscura</em>, nel ricevere una telefonata, Leda risponde «commossa» alle figlie che accentuano in modo esagerato la sua cadenza napoletana, capiamo che qualcosa, infine, si è mosso nel suo spazio interiore: il rapporto più flessibile tra dialetto e italiano è spia di una diversa relazione con il suo ruolo di madre e col passato.<br />
Già nell’<em>Amore molesto</em>, del resto, Elena Ferrante faceva di Napoli un luogo in cui si dipana una trama che svela una verità a un tempo personale e universale. E, tuttavia, anche nel primo romanzo la griglia urbana non scolorisce in una rappresentazione convenzionale; anzi, il movimento dei personaggi attraverso uno spazio mai generico contribuisce a produrre l’accerchiamento della protagonista Delia: è la città stessa che la incalza e le toglie l’aria.<br />
Pur partendo talvolta dal modello delle “due Napoli”, le storie situate dopo gli anni Ottanta assumono, invece, come operatori di narratività gli sconvolgimenti nel tessuto urbano verificatisi a partire dagli anni Cinquanta (cioè, gli anni del laurismo, delle speculazioni edilizie, dell’espansione delle periferie). Anche nei romanzi, Napoli diviene centrifuga, si ramifica e si collega alla costellazione di paesi dell’Area Nord che s’incuneano verso la provincia di Caserta. Non solo in Gomorra, quindi, la visione dualistica è problematizzata e soggetta a verifiche. Per esempio, nei romanzi di Montesano le due Napoli, alta e bassa, borghese e plebea, italiana e dialettale, si sgretolano e confondono l’una con l’altra: perché ora al Vomero e Posillipo piove, il mare appare come una lastra grigia e l’aria è irrespirabile; ma anche perché nei due quartieri residenziali e italofoni vivono anche e soprattutto camorristi e nuovi ricchi.<br />
A determinare la messa in crisi del modello delle due Napoli sono, in effetti, alcuni fenomeni che a partire dagli anni Ottanta e Novanta caratterizzano Napoli e il suo hinterland: la moltiplicazione delle periferie; il proliferare di cinture viarie esterne, bretelle e raccordi autostradali; la sostanziale contiguità politica e consumistica tra quartieri “borghesi” e “popolari”; la diffusione dei centri commerciali, che di questa contiguità diventano l’emblema per eccellenza.<br />
Questo allargamento degli spazi non comporta per forza l’oblio di quelli tradizionalmente rappresentati: al contrario, non mancano casi in cui il confronto con la produzione narrativa otto-novecentesca porta a una rilettura attualizzante dell’immaginario topografico tradizionale. Può così accadere che in <em>Magic people</em> di Montesano il “palazzo-microcosmo”, nel suo doppio statuto di luogo della città reale e della città narrata, assuma, di volta in volta, i tratti di uno studio televisivo di un reality show, di un manicomio, di un lager: se nella narrativa napoletana l’interno poteva essere tana, rifugio, cavità materna, esso ora diviene gabbia, prigione.</p>
<p><strong>Tra italiano e dialetto</strong><br />
Che sia rappresentata secondo un modello spaziale duale e centripeto o, al contrario, multifocale e centrifugo, negli ultimi quindici anni l’ambientazione napoletana comporta spesso una caratterizzazione linguistica che si fonda sulla presenza del dialetto e delle varietà d’italiano locale (la diversità dei romanzi di Ferrante è doppiamente significativa, perché proprio quel dialetto rimosso dalla superficie linguistica agisce nella trama e sui personaggi). Certo, le soluzioni sono diverse: c’è posto per gli usi iperrealistici e grotteschi di <em>Magic People</em>, così come per le potenti escursioni stilistiche che, a partire dal dialetto e dall’italiano locale, si registrano in <em>Di questa vita menzognera</em> e <em>Il genio dell’abbandono</em>. Proprio i due romanzi di Montesano e Marasco permettono di mettere a fuoco un ulteriore aspetto. Ciò che è notevole in alcuni romanzi di Napoli non è solo il lavoro sul serbatoio locale e la resa dei fenomeni d’interferenza tra dialetto e italiano, ma anche la qualità stilistica con cui sono restituiti i rapporti tra le altre varietà del repertorio nazionale: la pressione “orizzontale” dei codici della vita quotidiana, l’ampia gamma dei sottocodici delle professioni e dei gerghi, le retoriche dei linguaggi politici e dei nuovi media. Sebbene le soluzioni di Montesano e Marasco, ma anche di Starnone, siano diverse, è però vero che la lingua dei loro romanzi è a un tempo doppia, plurivoca, aperta a spinte centrifughe verso l’alto e il basso. Se si può parlare di ricreazione mimetica di usi linguistici della città reale, è solo a patto di riconoscere che, nel suo complesso, l’efficacia della soluzione proposta da questi narratori trova il suo fondamento nella consapevolezza della inquieta relazione che linguaggio e narrazioni intrattengono con la realtà. Attraverso la postura della voce narrante, i romanzi sono sorretti da una tensione conoscitiva che spinge a sfidare l’opacità che s’interpone tra la pagina scritta e tutto ciò che la circonda; il gusto per elenchi di parole, i fenomeni di <em>correctio</em> e le soluzioni parafrastiche in italiano e dialetto mirano a restituire alla trama la capacità di significare, con la sua alterità, nello scarto e tra le faglie di formulazioni concorrenti.<br />
Un secondo aspetto va evidenziato. La compresenza di registri diversi, l’urto e l’incontro tra italiano e dialetto, i movimenti tra scritto e parlato – in una parola, la polifonia della lingua – rimandano a prospettive esistenziali e sistemi assiologici tra loro in competizione e in contrasto. In <em>Via Gemito</em> di Starnone, il confronto con l’ingombrante figura del padre, persino quando avviene nella forma di un ricordo provocato dal «soffio di vecchissime rabbie», si traduce in una perdita della capacità di «misurare le parole», in uno scivolamento verso le esagerazioni «rozze» e «imprudenti» che Federì era solito affidare al dialetto. Nella produzione di Montesano, sono invece l’italiano locale basso dei cafoni arricchiti e la lingua di plastica dei reality a rubarsi a vicenda la scena e a dispiegare – dagli schermi televisivi, lungo le strade della città, nelle residenze in collina dei nuovi ricchi – il loro potenziale entropico sul narratore: sulla testura linguistica della sua voce, sulle sue capacità di conoscenza e interpretazione del mondo.<br />
Allo stesso modo, il confronto e la tensione tra i personaggi che affollano <em>Il genio dell’abbandono</em> di Marasco assumono consistenza sonora non solo attraverso la mescolanza di italiano e dialetto, ma anche con la ricreazione di un’ampia gamma di registri dell’italiano: sul versante dello scritto, sono abilmente resi gli appunti del dottor Virnicchi sull’internato Gemito; l’asciutta (e, per Gemito, reticente) notazione del registro degli orfani dell’Annunziata con la sua pretesa «di svuotare burocraticamente il mistero di una creatura»; le lettere e le memorie di Gemito, con tutto il campionario di errori tipici delle scritture semicolte, sempre in bilico tra oralità e scrittura, dialetto e italiano. Sul fronte dell’oralità, nel romanzo della Marasco, tra botteghe e bassi, cliniche e “salotti buoni”, le parole e le frasi in italiano, francese e napoletano rincorrono e accerchiano Vincenzo, si mescolano ai suoi discorsi per poi spegnersi nel momento in cui la notizia della sua morte si diffonde in una città che si riscopre smarrita e senza voce per «lacuna» o «pentimento».<br />
Sebbene sia diversa la soluzione proposta, anche nell&#8217;<em>Abusivo</em> e in <em>Gomorra</em> (e, in modo tutto sommato non diverso, nella <em>Dismissione</em>) hanno una precisa funzione – stilistica e narrativa – le tecniche di riuso, prelievo e inserzione di un’ampia gamma di testi e parole dei linguaggi specialistici: inserti provenienti da altre sfere mediatiche, brani di articoli di cronaca locale, intercettazioni, verbali d’interrogatori, parole del gergo malavitoso e stilemi della cronaca giornalistica. Separando ciascuno di questi elementi dal suo contesto originario e riposizionandolo nell’architettura del romanzo, Franchini prima e Saviano poi mettono in luce formazioni discorsive e strategie retoriche degli universi di discorso di cui parlano: è anche attraverso questa opzione per un linguaggio capace di ricontestualizzare tessere testuali diverse che prende forma il peculiare timbro della voce che nell&#8217;<em>Abusivo </em>e in<em> Gomorra</em> dice “io”. Se questi materiali sono inseriti in una narrazione in cui la dimensione autobiografica è un modo di dizione e una postura etica, è appunto per far sì che il lettore sappia che questa voce si assume la responsabilità di interpretare, valutare, e dire.<br />
Le osservazioni relative alla voce che nei romanzi dice io, ci fanno più decisamente entrare dentro gli ingranaggi dei testi. A questo livello, c’è dunque un altro, decisivo, aspetto della relazione tra spazio e lingue: la funzione che le voci di Napoli hanno sulla storia narrata. In questa prospettiva, un dato va messo in rilievo per i romanzi di Ferrante, Marasco, Montesano, Starnone: le voci della città giocano un ruolo significativo tanto nel costruire l’immaginario spaziale quanto nel definire la relazione tra spazio e personaggi. Infatti, avvolgendoli, quasi sempre minacciosamente, il dialetto e l’italiano di Napoli costringono i personaggi a riposizionarsi all’interno del sistema spaziale della città. In particolare, poiché in <em>Via Gemito, </em>in<em> Di questa vita menzognera</em> e nei romanzi di Ferrante la narrazione è autodiegetica, l’assedio di voci che si è appena descritto minaccia in primo luogo quella del protagonista: è la stessa voce narrante a doversi modulare in relazione a questo assedio, a dover rifiutare “le voci degli altri” o assumerle come parte integrante del proprio timbro attraverso mosse e contromosse di riposizionamento: discendere, risalire, riattraversare, fuggire, sono allora tutti movimenti possibili nello spazio urbano. Se muoversi nella propria città significa anche muoversi nel tempo, attraversare Napoli ha per il narratore-protagonista una precisa funzione: quella di ripercorrere la storia, personale o collettiva, dei luoghi, al fine di verificare attraverso quali parole e in quali forme esperienza e memoria possano essere nuovamente dicibili. Non sarà, quindi, sorprendente il fatto che il narratore-protagonista di <em>Via Gemito</em> possa trascorrere «tutto il pomeriggio a cercare date, identificare spazi, trovare proposizioni per immagini fluide». È infatti il nesso tra la forma dei luoghi e la quantità di passato, personale e collettivo, che ciascuno di essi custodisce a spiegare perché nei romanzi di Napoli siano privilegiati alcuni movimenti; sono infatti proprio gli attributi che definiscono la densità spaziale della città — stratificazione storica del tessuto urbano, verticalità dello sviluppo, presenza di cavità sotterranee — a favorire l’investimento narrativo e simbolico nei movimenti di discesa, nelle posture e nei gesti effrattivi.</p>
<p><strong>I movimenti che parlano</strong><br />
Con un movimento di discesa e una rocambolesca fuga notturna prende avvio <em>Il genio dell’abbandono</em>. Scappato dalla casa di cura, Vincenzo Gemito si sottrae ai possibili inseguitori percorrendo «la via più lunga e disturbata dai ricordi»: la buia e ripida strada del Moiariello, che congiunge la collina di Capodimonte alle vie del centro greco-romano. Minacciato da latrati di cani e voci del passato egualmente terribili, Vincenzo si muove tanto più avanti nello spazio quanto più indietro nei ricordi e nel tempo, fino all’attimo-zero in cui tutto ebbe inizio, con un rumore che parla di abbandono e rifiuto: il tonfo del neonato nella ruota dell’Annunziata.<br />
Non sembrano estranei alla spazialità verticale tipica di Napoli anche i tentativi di discesa negli scantinati e nei sottoscala di un rione di periferia presenti nei romanzi di Ferrante, così come è certamente connesso alla topografia cittadina il movimento ascensionale delle protagoniste dal Rione alle colline di Posillipo e, poi, da Napoli a Roma, Firenze, Torino. A loro volta, nei romanzi di Montesano l’immagine di Napoli come città verticale viene sottoposta a riletture e aggiornamenti. Il tradizionale modello verticale e centripeto s’interseca con un altro, centrifugo, verso la periferia diffusa che si distende tra Caserta e Napoli; inoltre, la discesa e l’immersione nel ventre non riattiva energie ma sconvolge, destabilizza e riporta a galla detriti, rifiuti, cadaveri: «il residuo non ulteriormente consumabile» (come lo ha definito Giancarlo Alfano) che Napoli deposita dentro di sé.<br />
A ben vedere, anche in due narrazioni come <em>La dismissione </em>e<em> Gomorra</em>, certo diverse dai romanzi appena analizzati, è possibile riconoscere zone testuali in cui la postura “effrattiva” del narratore e il suo sguardo attento alle manipolazioni inflitte al territorio concorrono a descrivere Napoli e il suo hinterland come spazi cavi, sagomati prima dalla natura e poi divorati dagli interessi economici: ridotti, alternativamente, a nudi scheletri o corpi rigonfi. Gesti e immagini che parlano di violazioni ed effrazioni costellano il libro di Saviano. Basterà un esempio: alle violazioni che la camorra infligge allo spazio-corpo di Napoli e del suo hinterland (il porto «ano di mare che si allarga con grande dolore degli sfinteri», il «cranio nudo della provincia napoletana», il «ventre molle di Forcella» violentato dalle sparatorie), corrisponde, uguale ma di segno contrario, il movimento con cui Roberto entra nella grande villa, vuota ma ancora controllata dal clan, del boss Walter Schiavone: qui il protagonista compie il gesto «idiota» e liberatorio di svuotarsi la vescica in una sontuosa vasca che, come tutto il resto dell’arredamento, è ispirata a quella di Tony Montano, il gangster cubano di <em>Scarface.</em><br />
Non è un caso, dunque, se, il lettore della <em>Dismissione</em> è tentato di dare particolare valore simbolico all’esplorazione notturna che Vincenzo Buonocore, il protagonista, conduce attraverso l’Italsider: «senza più fumi né fiamme; senza più voci, richiami, sibili, sfrigolii; senza l’inconfondibile miscela sonora propria dello stabilimento che non si ferma». Infatti, nella decisione di introdursi di notte all’interno della fabbrica si manifesta con chiarezza l’atteggiamento del tecnico specializzato, che al silenzio e alla liquidazione dei reparti, risponde con la precisione e il rigore «assoluti» con cui esegue il suo ultimo compito: smontare le colate continue. Nella narrazione di Rea-Buonocore, muoversi con movimenti esatti, nominare secondo tassonomie precise, disegnare mappe, stendere inventari sono tutti gesti e operazioni attraverso i quali riprendere possesso, almeno sul piano emotivo e memoriale, di quegli spazi ormai vuoti che vengono sottratti alla classe operaia, così come prim’ancora, proprio collocando la grande fabbrica in un «sito di vulcaniche bellezze e acque benedette», le erano stati sottratti aria e mare. Insomma, anche per Rea, entrare nelle cavità significa opporre alle verità opache delle cronache e delle versioni ufficiali, una “storia” che riverberi sulla pagina scritta il senso della relazione tra spazi e uomini, e del dialogo tra le loro voci.<br />
Proviamo a concludere: oltre alla loro intima solidarietà, scelte stilistiche, postura narrativa, statuto gnoseologico ed etico della voce narrante ci hanno consentito di mettere a fuoco l’importanza che nella costruzione delle trame e dei personaggi hanno i movimenti nella rete spaziale e sonora di Napoli. L’attraversamento degli spazi è anche un attraversamento delle voci e delle lingue: gli uni e le altre non funzionano come fondali «docili» e remissivi; piuttosto, distorcono i percorsi dei personaggi, li costringono a traiettorie di allontanamento e ritorno, a effrazioni e discese. Chiedono di ascoltare e ricordare, di narrare, e comprendere.</p>
<p>&#8211;</p>
<p>Bibliografia minima<br />
Un quadro sull’imagery di Napoli nel romanzo del secondo Novecento è offerto da G. Alfano <em>Un ‘vivere pieno di radici’. Il modello spaziale di Napoli nel secondo Novecento</em>, in Id., <em>Paesaggi mappe tracciati. Cinque studi su letteratura e geografia</em>, Napoli, Liguori, 2010, pp. 91-150; sull’alterità geografica e culturale della Napoli dell’Amore molesto, v. anche Tiziana de Rogatis, <em>Elena Ferrante e il Made in Italy. La costruzione di un immaginario femminile e napoletano</em>, in <em>Made in Italy e Cultura. Indagine sull’identità italiana contemporanea</em>, Palermo, Palumbo, 2015, pp. 288-317.<br />
Modellizzazioni del repertorio linguistico di Napoli sono illustrate in N. De Blasi, <em>Per la storia contemporanea del dialetto nella città di Napoli</em>, in «Lingua e Stile», 37, 2002, pp. 123-157; su dialetto e italiano di Napoli si può leggere ora N. De Blasi, <em>Storia linguistica di Napoli</em>, Roma, Carocci.<br />
Analisi degli impieghi di italiano e dialetto nei romanzi e nelle narrazioni di Ferrante, Montesano, Rea, Saviano, Starnone sono in P. Bianchi, <em>La funzione del dialetto nella narrativa di autori campani contemporanei</em>, in <em>La città e le sue lingue</em>, Napoli, Liguori, 2006, pp. 267-280; C. De Caprio, <em>La città lebbrosa, la smorta terra e il mare. Dimensioni linguistiche dello spazio urbano tra fictio e realtà. “Di questa vita menzognera” e “Magic People” di Giuseppe Montesano,</em> Dante &amp; Descartes, Napoli, 2006. Di molti dei testi qui esaminati, in relazione agli assetti della narrativa italiana, scrive G. Simonetti, <em>I nuovi assetti della narrativa italiana (1996-2006)</em>, in «Allegoria», 57, 2008, pp. 95-136.<br />
Per la rappresentazione del femminile e del materno in Ferrante ho tenuto presente S. Milkova, <em>Mothers, Daugheters, Dolls. On Disgust in Elena Ferrante’s “La figlia oscura”</em>, in «Italian Culture», 31/2, 2013, pp. 91-109; Tiziana de Rogatis, <em>L’amore molesto di Elena Ferrante. Mito classico, riti di iniziazione e identità femminile</em>, in «Allegoria», 69-70, 2014, pp. 273-308 e i saggi raccolti in <em>The Works of Elena Ferrante: Reconfiguring the Margins. History, Poetics and Theory</em>, New York, Palgrave Macmillan, 2016 (si veda, per l’attenzione alla categoria del post-umano, il contributo di Enrica Maria Ferrara).<br />
Un accesso alle questioni relative all’autofiction, alla dicotomia fiction/non-fiction e allo statuto della voce narrante nella produzione di Saviano è offerto da C. De Benedetti, F. Petroni, G. Policastro, A. Tricomi, Roberto Saviano, “Gomorra”, in «Allegoria», 57, 2008, pp. 273-308; A. Casadei, <em>Realismo e allegoria nella narrativa italiana contemporanea</em>, in <em>Finzione cronaca realtà. Scambi, intrecci e prospettive nella narrativa italiana contemporanea</em>, a c. di H. Serkowska, Massa, Transeuropa, 2011, pp. 3-21 e R. Donnarumma, <em>Ipermodernità. Dove va la narrativa contemporanea</em>, Bologna, il Mulino, 2014, in particolare pp. 190-195; con attenzione al passaggio di medium, v. M. Moccia, <em>Raccontare Gomorra</em>, in «Between», 5/10, 2015; per aspetti della relazione con lo spazio e l’ambiente, v. N. Scaffai, <em>Letteratura e ecologia. Forme e temi di una relazione narrativa</em>, Roma, Carocci, 2017, pp. 157-162.</p>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>&#8220;Sali e tabacchi. Libri e detersivi.&#8221; Su Antonio Franchini</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Andrea Raos]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 30 Sep 2013 04:00:32 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[di Ornella Tajani Un dilettante. Se alla figura di editor impietoso, cristallizzata nel lapidario commento che Walter Siti gli attribuisce in Resistere non serve a niente , Antonio Franchini affianca quelle di docente di scrittura creativa, giornalista mancato e partenopeo in esilio, nella creazione letteraria preferisce considerarsi uno scrittore ai margini del mercato, una sorta [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Ornella Tajani</strong></p>
<p>Un dilettante. Se alla figura di editor impietoso, cristallizzata nel lapidario commento che Walter Siti gli attribuisce in <em>Resistere non serve a niente</em> , Antonio Franchini affianca quelle di docente di scrittura creativa, giornalista mancato e partenopeo in esilio, nella creazione letteraria preferisce considerarsi uno scrittore ai margini del mercato, una sorta di amateur compétent.<span id="more-46420"></span><br />
La sua ultima opera <em>Signore delle lacrime</em>  (2010) racconta di un viaggio in India: un reportage narrativo pretestuoso, che poco ha a che vedere con le smanie manganelliane di varcare le soglie di quella « malattia continentale »  che è la nazione indiana; ma che, piuttosto, si fa occasione di bilancio sul vissuto e l’incompiuto, momento di riflessione sull’io e su quel che ne emerge in letteratura.<br />
A distanza di nove anni da <em>L’abusivo</em>, Franchini sembra essere sceso a patti col « fastidioso ma assai identificabile complesso di superiorità generato dall’aver fatto qualche viaggio in più (…) rispetto alla media degli uomini »  : lì si riferiva all’abbandono di Napoli, e alla inevitabile tentazione dell’emigrato di pontificare a distanza, laddove in questo suo viaggio ha ormai raggiunto un placido accordo col non sapere, sa che bisogna « lasciarsi impressionare dalla vita, non tirarsi sempre indietro, guardare in faccia le cose fino in fondo, anche se quasi mai ne vale la pena »  . Il disincanto, quel carattere blasé che tuttavia non invita al ritrarsi ma al provare e allo sperimentare, è trasfigurato all’inizio del testo nello scarto fra la sofisticata attrezzatura fotografica dei suoi compagni di viaggio francesi, Luc e Nathalie, e la sua poco affidabile macchina usa e getta, « incarnazione di due sensi di colpa (…), quello di voler testimoniare la vita e quello di voler soltanto vivere »  .<br />
È su queste note che inizia <em>Signore delle lacrime</em>, quasi un adagio che intreccia vita, arte e spiritualità, aprendo all’introspezione davanti ai ghat di Benares o tra i flutti del Gange, dialogando con gli incisi in corsivo -citazioni o rimaneggiamenti di testi sacri induisti-, per emergere con una soggettività più marcata verso la fine del testo e del viaggio.<br />
Franchini è un turista coscienzioso: se una parte di lui continua a restare ancorata alla quotidianità della quale il viaggio è soltanto una parentesi, se dunque viaggia senza mai dimenticare il pensiero del ritorno, l’altra parte riesce a tratti a bucare quella « membrana », o « bolla », che protegge il turista « dalla forza di aspirazione e dalla vischiosità dell’ambiente », come scriveva Bauman  . Turista sì, ma non Kitsch come il lamentoso (eppur folgorante) Siti di <em>Il canto del diavolo</em>, quando a Dubai si lascia andare in tutta la sua apatia: « Io questo viaggio non lo voglio fare, i viaggi si fanno da giovani. (…) Nessun desiderio di uscire, di capire »  . Né c’è alcuna meravigliosa e sostenibile leggerezza nel turismo di Franchini: la realtà non diventa « televisione in natura »  , ma si rivela in tutte le sue sintomatiche fêlures – si vedrà avanti il riferimento baudelairiano.<br />
Fêlures, crepe: così il terrore di aver bevuto da una bottiglietta d’acqua contraffatta, l’ossessione della scomoda e antiestetica zanzariera da montare su ogni letto d’albergo, le contrattazioni estenuanti con gli albergatori, l’odore dei cadaveri che bruciano nei roghi, che « può fare impressione per un solo motivo, perché non è disgustoso. È l’odore della carne arrostita »  . Ma è una crepa anche la scoperta che, a pagamento, i proibitissimi roghi possono essere fotografati: la spiritualità che emerge dai racconti su Shiva e sull’« inquieto pantheon »  induista, dai frammenti estrapolati dal <em>Libro tibetano dei morti</em> o da <em>Mythes et dieux de l’Inde</em> di Alain Daniélou, è destinata a essere relativizzata, perché ha anch’essa un prezzo.<br />
Di fêlure in fêlure &#8211; dall’India all’Occidente, dalla vita alla letteratura, dal suo ruolo di genitore al suo essere nel mondo &#8211; Franchini si avvia al termine del viaggio, e il momento in cui si distacca definitivamente dal cliché del turista, ossia di colui che si accontenta dell’involucro e punta soltanto a riconoscere ciò che già crede di sapere, arriva proprio alla fine: « Je m’en fous du Taj Mahal », commenta il suo amico Luc a proposito dell’ipotesi di visitare Agra, una delle mète indiane più celebri. Al narratore tale rifiuto suona rivelatore:</p>
<p><small>[…] finalmente, a cinquant’anni, posso dire anch’io con serenità: Je m’en fous du Taj Mahal e di tutte le altre cose che si dovrebbero fare e vedere, ma non è detto che si debbano fare e vedere per forza, se non c’è voglia, se non c’è tempo, se si è finalmente smesso di rendere conto a qualcuno, fosse anche soltanto il nostro senso del dovere, di quel che facciamo e, soprattutto, di quello che non facciamo.</small>  </p>
<p>L’eco montaliana sigilla la conquista di una legittima, deliberata rinuncia. È un’ulteriore fêlure, nel viaggio come nella vita. I rimandi che nascono da queste “crepe” sono molteplici e scaturiscono dalla citazione della poesia La cloche fêlée di Baudelaire: a proposito del riferimento al soldato, l’autore riporta il parere della critica sull’ossessione dei morti da parte del poeta, e commenta: « Uno scrittore mette dentro quello che scrive ciò che ha visto una volta e lo ha marchiato per sempre »  . È così che, anche in Signore delle lacrime, alla narrazione principale si intrecciano ricordi e singoli episodi appartenenti al passato, come il racconto della pazza del treno, o la nottata trascorsa col pittore Arcangelo, o ancora la cena in cui l’autore ebbe l’annuncio della morte di un suo amico studioso di storia, verosimilmente lo stesso al quale il libro è dedicato – scena notevole in cui, al cellulare con chi gli comunica la notizia, non riesce a far altro che continuare a ingozzarsi di cibo, ingannevole antidoto alla morte dai tempi di Trimalcione. È così, e forse anche grazie a un implicito richiamo a <em>Les passantes</em> suggerito ancora da Baudelaire, che l’autore si abbandona a quel genere di riflessioni che attraversano la mente di ogni viaggiatore:</p>
<p><small>A cominciare dalla bella ragazza il cui urlo ci resta nella memoria, penso a quante persone ognuno di noi incontra solo per un attimo lungo il suo andare. Servirebbe a qualcosa sapere quante? E quanti treni, auto, aerei presi? E quante coincidenze perse? Una contabilità dell’esistenza che ratifichi l’accumulo può tenere a bada l’oblio che certifica lo sperpero? Servirebbe a qualcosa sapere quante persone abbiamo sfiorato, quanti libri abbiamo letto, quanti liquidi bevuto, quanti cibi inghiottito, quanti chilometri percorso?</small>  </p>
<p>Questo tipo di domande prepara il terreno a un’interrogazione intima sulla vita come lento incedere verso la morte, con quegli stessi squarci autobiografici che in <em>L’abusivo</em> facevano da contrappunto alla storia principale, l’inchiesta in parte narrativizzata sulla morte del giornalista Giancarlo Siani. Anche in Franchini, come in Siti, l’io diventa, almeno in parte, un’ipotesi sperimentale, e apre a un’autobiografia di fatti –anche- non accaduti, perché è certo che nella vita « sono le storie a tornare alla mente e non il loro significato, sono le storie ad avvolgerci nelle loro spire e sempre con l’interpretazione che ci gratifica di più, che ci assolve, mai con quella che ci condanna »  , da cui l’interesse e l’intreccio con le vicende sull’infinita genesi delle divinità induiste. Le storie sono ciò che libera la letteratura dalla pretesa di rappresentare un io inafferrabile, un io che è solo « il raccattare volenteroso e lo stringere orgoglioso un fascio funesto di volizioni, sensazioni, ricordi »  : </p>
<p><small>In letteratura, la solidità della storia e dei personaggi, per quanto uno li possa mettere in discussione, è più appagante dei testi aperti come questo che non si capisce dove vadano e che, volendo superare alcuni limiti dell’io, ci ricascano in pieno presentando come una scoperta un percorso del tutto soggettivo.</small>  </p>
<p>Vero. Ma, se la soggettività aiuta a introdurre nella storia, o nelle storie (in questo caso, il viaggio in India e i racconti sulle divinità) una componente autobiografica, vera o falsa che sia, allora il testo non perde, ma guadagna in capacità di fascinazione. È ciò di cui parla Walter Siti in un saggio-autocommento sulla già citata forma della « autobiografia di fatti non accaduti »  , e mi riallaccio ancora una volta a lui perché trovo che i due autori abbiano in comune alcune modalità di “bucare con l’io la narrazione”. Se, come scrive de Certeau, « Tout récit est un récit de voyage » , è anche vero che tout récit de voyage est d’abord un voyage  . Quello narrato in <em>Signore delle lacrime</em> è il vero viaggio di Franchini, come risulta chiaro dalla minuziosità delle descrizioni e come è comprovato dalla nota finale: il volume di Daniélou è « il libro che leggevo durante il viaggio ». La stessa intrusione “di un vero io” c’è anche in <em>L’abusivo</em>: accanto alle interviste, agli atti processuali, alle interviste scorre parallela la vita, perlopiù familiare, del narratore, di quello che era il suo rapporto con Siani, tanto è vero che l’autore, nelle ultime pagine, tiene a precisare come il giornalista fosse soltanto un suo conoscente e non un amico, perché non si dica che la sua è l’« appropriazione indebita »  di un fatto di cronaca, legittimata dalla nobiltà letteraria. Ancora, l’epilogo a Memorie di un venditore di libri serve a chiarire che Procolo Falanga, protagonista del racconto, è il finto nome di un personaggio realmente esistito e conosciuto, e forse vero possessore degli aneddoti narrati nel testo, mentre tutta la scena iniziale della convention libresca in una Vienna triste e disgraziatamente futurista sa di finzione.</p>
<p><small>Ti identifichi diversamente, a seconda che tu sappia di avere a che fare con una persona vera o con un personaggio romanzesco. Io credo che il particolare tipo di conoscenza che è proprio del romanzo non possa fare a meno della magia dell’identificazione, nonostante tutti gli straniamenti e le diffidenze</small> </p>
<p>scrive Walter Siti nella riflessione citata in precedenza sul romanzo; e prosegue:</p>
<p><small>mentre l’autobiografia racconta i fatti ‘perché sono accaduti’, il romanzo racconta i fatti ‘perché hanno senso’; la sfida col lettore è di invitarlo a cogliere il senso sottostante: un invito alla seconda lettura che è terribilmente inattuale, perché presuppone un rischio e una fatica.</small> </p>
<p>Ora, <em>Signore delle lacrime</em> è a metà strada tra un racconto di viaggio, per sua natura di genere consistentemente autobiografico, e una narrazione romanzesca che invita a trarre un senso da quel che è raccontato. È ciò che lascia intendere Franchini, scivolando a tratti in una retorica che suona antifrastica, perché proprio nel momento in cui afferma la sua incapacità di « astrarre, di tramandare quel che ho capito della vita »  , quando sembra impotente davanti alla « riottosità istintiva della materia a farsi plasmare »  , sta in realtà creando una forma: ibrida senz’altro, ma credibile per l’autore in primis, il che, come egli stesso spiega, è l’esito cui approda chiunque sia « abbastanza scrittore ».<br />
E allora l’apparente negatività che avvolge le ultime pagine, lo scetticismo verso quell’oggetto letterario che il lettore sta terminando non è che una conferma dell’autorevolezza della sua forma, risultante contaminata di autobiografia, in cui « conta la precisione di ciò che si ricorda », e romanzo, che nasce « dalla delusione della vitalità (e forse della vita) » e in cui « conta soprattutto ciò che si tralascia »  .<br />
Alla fine, « l’uomo è il piccolo creatore del mondo, dio il grande, e creare è faticoso per tutti, anche per gli dèi »  . Nella fatica della creazione letteraria di Franchini traspare nitidamente l’intelligenza e la sensibilità dell’io autoriale: un autore amateur per il quale la produzione narrativa non è l’attività principale, ma che è senza dubbio « abbastanza scrittore » da scrivere, oltre che per il proprio diletto, anche per quello degli altri.</p>
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		<title>Reale, troppo reale</title>
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		<pubDate>Wed, 29 Oct 2008 14:45:37 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[[ Riprendiamo editoriale e apertura del dossier che A. Cortellessa ha curato per lo «Specchio» (novembre 2008). Di G. Pedullà e D. Giglioli gli interventi critici; Antonio Scurati, Laura Pugno, Tommaso Ottonieri, Andrea Bajani gli scrittori invitati a esprimersi sul campo di forze del Reale e sulla possibilità di una sua rappresentazione. È possibile leggere [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><span style="color: #808080;">[ Riprendiamo editoriale e apertura del dossier che A. Cortellessa ha curato per lo «Specchio» (novembre 2008). Di G. Pedullà e D. Giglioli gli interventi critici; Antonio Scurati, Laura Pugno, Tommaso Ottonieri, Andrea Bajani gli scrittori invitati a esprimersi sul campo di forze del <em>Reale</em> e sulla possibilità di una sua rappresentazione. È possibile leggere tutto l&#8217;inserto <a href="http://issuu.com/passi.falsi/docs/cortellessa" target="_blank">qui</a> DP]</span></p>
<p>di <strong>Andrea Cortellessa</strong></p>
<p>«Il genere umano non può sopportare troppa realtà». Non lo ha detto qualche oscuro sofista della derealizzazione postmoderna. Lo ha detto, e più d’una volta, un grande della modernità più «eroica», quella più esposta al vento della storia, <strong>Thomas Eliot</strong> (si veda <em>Burnt Norton</em>, primo dei <em>Quattro quartetti</em>). Ciò malgrado – e anzi proprio per questo, data la coazione al citazionismo di noi postmoderni – sembrano queste le parole perfette per dar corpo all’evasività superstiziosa, all’esorcismo terrorizzato che ci ha iscritto d’ufficio, come scrive <strong>Antonio Scurati</strong>, a un <em>apprendistato all’irrealtà</em>. L’oroscopo funesto di quel suo libro intelligente, <em>La letteratura dell’inesperienza</em>, non era troppo diverso da quello formulato da <strong>Walter</strong> <strong>Benjamin </strong>nel celebre saggio sul <em>Narratore</em> di <em>Angelus Novus</em>. Se il racconto per antonomasia, in tutta la storia umana, era quello del guerriero che una volta tornato cantava le gesta e le ambagi, il peregrinare e la nostalgia di casa, si accorgeva Benjamin che ora «la gente tornava dal fronte ammutolita, non più ricca, ma più povera di esperienza comunicabile».<span id="more-10225"></span> Solo che l’<em>ora </em>di Benjamin era il 1936; e la guerra restata muta, sigillata in gola a quegli uomini tornati cogli occhi sbarrati, era la Prima guerra mondiale. La grande narrativa della modernità è stata il tentativo strenuo, eroico, di combattere quell’ammutolimento: di premere sulle mascelle, sulla glottide. Per forzare quel blocco. Cosa sono stati Musil e Kafka, Gadda e Céline, se non lo sforzo di alzare la voce (in tutti i sensi) per risvegliarsi e risvegliarci – come diceva un altro di loro, Joyce – dall’incubo della storia? La forza di <em>quella</em> narrativa si scatenava di fronte a interdetti tragici. Più si alzava il livello dello scontro, più quegli scrittori innalzavano se stessi. A fronte di <em>quei </em>veti, i nostri sono barzellette. <em>Quel </em>silenzio era tragico: spezzarlo faceva sanguinare lingua e orecchie. Il nostro è annoiato: interromperlo produce solo rumore di fondo.<br />
E allora l’<em>inesperienza</em> di cui parla Scurati è molto simile, ma è anche molto diversa, da quella diagnosticata da Benjamin. Le assomiglia, certo: come assomiglia, a un padre guerriero, il figlio che (per sua fortuna) non ha dovuto mai sparare un colpo. È vero, siamo una generazione di <em>traumatizzati senza evento traumatico</em>: l’unica esperienza che conosciamo a menadito, l’unico evento che ci ha penetrati in modo capillare, che sappiamo riconoscere – e, ammettiamolo, apprezzare – in tutte le sue sfumature, è proprio l’inesperienza. Per usare la metafora di <strong>Andrea Bajani</strong>, il dente che ci duole davvero è quello che <em>ci hanno già tolto</em>: l’arto fantasma.<br />
È per questo che sempre più di frequente, nei decenni seguiti a quel versante immenso e crudele, gli scrittori si sono trasformati in reporter. Apro <em>Il poeta postumo</em> di <strong>Franco Cordelli</strong> appena riedito, prima pagina: «Il reportage rappresenta l’irruzione del dogmatismo nel processo di organizzazione della realtà e del lessico della realtà». Pare oggi, e invece sono passati esattamente trent’anni: già allora a discutere di «dogmatica dell’iper-realismo». Se «qui» non succede più niente, allo scrittore un mandato sociale resta, in effetti: quello di trasformarsi in bracconiere di atrocità, collezionista di disagi, sommelier di efferatezze. Proprio come dice <strong>Daniele Giglioli</strong>: lo scrittore come qualcuno che va dove noi non andiamo, che ci va <em>al posto nostro</em>. In questo senso non cambia (non cambia qualitativamente) se <em>va</em>, questo scrittore, sulle montagne dell’Afghanistan durante l’invasione sovietica, tra i camorristi che gestiscono i traffici del porto di Napoli, o a seguire Joyce (Michael Joyce) nel tour tennistico ATP. A spartiacque si possono indicare due libri degli anni Sessanta, <em>A sangue freddo</em> di <strong>Truman Capote</strong> e <em>Guerre politiche</em> di <strong>Goffredo Parise</strong> (uscito nel ’76 ma in gran parte scritto e pubblicato in precedenza). Ma erano più o meno gli stessi anni anche quando uscì quel film, <em>Mondo cane</em>, di <strong>Gualtiero Jacopetti</strong>: lì dentro, in fondo, c’erano già (al di là del valore specifico di ciascuno di loro) <strong>William Vollmann</strong> o <strong>Michel Houellebecq</strong>. Per non parlare di <strong>Jonathan Littell</strong>.<br />
Il punto è che tutto questo, in sé, non né un bene né un male. Il punto è <em>cosa succede</em> quando quello scrittore torna, e ci proietta l’horror movie del suo safari nel Reale. Ci lascia indifferenti, ci trasforma in voyeurs, ci fa invidia? È moralistico? È pornografico? È le due cose insieme? Oppure è <em>davvero </em>conoscitivo? <em>Incide </em>sulla nostra mente, come dice Laura Pugno? Ci scoperchia la testa, ci opera a cranio aperto? Sono risposte che può dare solo il singolo lettore, ogni volta che apre un libro. È per questo che mi sento di dar ragione soprattutto a <strong>Gabriele Pedullà</strong>, che una volta avrebbe rischiato di apparire tautologico nel richiamare gli scrittori all’agone con lo <em>stile</em>, a confrontarsi con quell’Altro, quell’oggetto alieno e minaccioso che è vicino, vicinissimo a loro e che, se non stanno attenti, è capace di strozzarli (come capitò a Mallarmé): la loro stessa lingua. Mentre oggi tale richiamo, ai più, appare un vezzo <em>rétro</em>.<br />
Dice bene <strong>Tommaso Ottonieri</strong>: la letteratura sconta un handicap, rispetto ad altre arti. Meno immediata, difficilmente ci metterà di fronte all’<em>astanza </em>del Reale. Provate a dire, di fronte a un <em>Sacco </em>di <strong>Burri</strong>, che «non è realistico»: <em>è lì</em>. La letteratura quel Reale lo può bensì rappresentare, cioè stare in suo luogo. Simboleggiarlo, allegorizzarlo, emblematizzarlo. La storia della letteratura è la storia dei progressivi allontanamenti e dei repentini avvicinamenti, a quel Tremendo: senza mai toccarlo <em>davvero</em>. Il che non toglie, però, che le foto di alcuni di quei safari effettivamente ci <em>tocchino</em>. Ma se lo fanno, spiace dover ribadire simili ovvietà, è per la loro qualità. Sono assolutamente certo che fra trent’anni, quando ripenserò a <em>Gomorra </em>di <strong>Matteo Garrone</strong>, non mi indignerò – come non manco di fare ora, insieme a tutti – per le malefatte dei Casalesi, non solidarizzerò con le disgrazie di <strong>Saviano</strong>. Quello che ricorderò sarà la luce della scena in cui i ragazzi, seminudi nell’acqua, giocano coi mitra. È la scommessa di ogni arte, stavolta senza distinzione: essere presente <em>ora</em>, nell’urgenza e nella rappresentatività dei suoi contenuti. Ma insieme, e soprattutto, esserci domani, cioè idealmente <em>sempre</em>: nella potenza con cui esprime contenuti che, un giorno, ci lasceranno di per sé indifferenti.<br />
Piuttosto che l’11 settembre 2001 – massimo inganno dell’iper-realtà, il suo convincerci di non essere tale – forse un giorno, e più modestamente, vedremo una data epocale, per la letteratura, nel 12 settembre 2008. Se ha dimostrato qualcosa la morte di <strong>David Foster Wallace</strong> è che, moderni o postmoderni che si sia, scrivere e leggere può lasciarci perfettamente indifferenti o, al contrario, fare <em>un’enorme differenza</em>. Mi sono riletto quel che DWF scrisse di <strong>David Lynch</strong>, il cui «vero e unico obiettivo», secondo lui, era «entrarti nella testa». DWF era uno che sapeva spiegare le cose, e spiega benissimo <em>come </em>Lynch in effetti ci entri in testa. Naturalmente, così facendo c’è entrato anche lui, DWF. Con le sue euforie e i suoi ripiegamenti, con la malinconia impaurita di chi è sempre in fuga dal silenzio, col bruciore degli occhi ipercinetici quando sono stanchi, la sera. Con la tentazione di chiuderli, una buona volta, e mandare tutto al diavolo. Scrittore postmoderno? Facciamo scrittore, e basta.</p>
<p style="text-align: center;"><strong>La rivincita dell’inatteso</strong></p>
<p>È come con la crisi finanziaria. Non si può dire non ce ne fossero indizi, eppure ha preso tutti di sorpresa. Anche in letteratura è successo un po’ lo stesso. Era un po’ che se ne stava lì in latenza, inibito, ogni tanto qualche timido tentativo di sortita. E poi, un giorno, eccolo improvvisamente tornato parola d’ordine. Quale? Il caro vecchio <em>realismo</em>, certo. L’industria culturale ha sempre bisogno di formule semplici da ridurre a slogan. È già pronta la saga: <em>Il ritorno del realismo</em>, Il realismo colpisce ancora, Il realismo contro tutti. Invocare il realismo – mai specificando di <em>quale realismo si tratti</em>, cioè di quale livello di realtà sia chiamato a dar conto – ha fatto sempre gioco alle rivincite del buon senso.<br />
Prima è venuto il cinema, rispolverando l’album di famiglia del neorealismo delle annate buone. Poi l’invasione degli scrittori, all’ammasso dell’eterna fame di <em>storie</em>, fame di identificazione, fame di <em>fatti</em>. Basta con l’autoreferenzialità, l’intellettualismo, il bellettrismo di modernità e posmodernità per una volta unite nell’esecrazione. La pressione sociale sugli autori è massima. Qualche indizio, a un livello un po’ più sofisticato? Qualche settimana fa a Sarzana <strong>Walter Siti</strong> legge un suo testo sul realismo, lo riprende «Il Foglio», gli rispondono <strong>Alfonso Berardinelli</strong> e altri. Poi la rivista «Allegoria» esce con un questionario sul tema <em>Ritorno alla realtà? Narrativa e cinema alla fine del postmoderno</em>. Il postulato è che alla fine degli anni Novanta sia emersa una generazione di scrittori che «hanno sciolto il nodo delle ossessioni teoriche e autoreferenziali postmoderne come Alessandro il nodo di Gordio: tagliandolo». Il curatore dell’inchiesta, <strong>Raffaele Donnarumma</strong>, sa di usare a sua volta l’accetta ma non rinuncia a infarcire il suo intervento di slogan come i seguenti: questi scrittori riscoprono «personaggi credibili […]. Le loro storie vanno prese per buone, cioè per vere – anche se sappiamo bene che si tratta di finzioni»; bisogna «scavalcare la prigione del linguaggio». Punti di riferimento sono individuati nello stesso Siti, in <strong>Antonio Franchini</strong>, in <strong>Mauro Covacich</strong>, ovviamente in <strong>Roberto Saviano</strong>: il quale, brandendo lo stemma di Pasolini, «rivendica una parola diretta».<br />
Conosco Donnarumma, so che non è tipo da falò di Borges in piazza del Campo; però quando leggo che «il realismo è serietà del quotidiano» cioè una «misura di igiene», un certo sentore di <em>arte degenerata</em> non riesco a non avvertirlo. Più che altro mi pare strano questo discorso su una rivista che si chiama <em>Allegoria</em>. Se la pensano così, mi dico, dovrebbero cambiare nome in <em>Tautologia</em>. Poi però vedo che gli scrittori, a questo discorso, non ci stanno proprio. C’è chi è simpatico e chi decisamente meno, ma insomma «la fine del postmoderno è, in realtà, una ripresa lisergica del moderno e della storia, in un’assenza di dimensioni e appiattita sul presente» (<strong>Aldo Nove</strong>); «la vera resistenza oggi è nello stile» (<strong>Antonio Pascale</strong>)… <strong>Vitaliano Trevisan</strong> rivendica addirittura, impavido, la «fuga dalla realtà» (dato il contesto, lo abbraccerei). Certo, c’è <strong>Giuseppe Genna</strong> a spiegarci che «la letteratura è sempre fantastica», mentre per <strong>Nicola Lagioia</strong> «ogni romanzo che ha qualcosa da dire si occupa della realtà» (si vede che qualche tautologo c’è pure da queste parti).<br />
Non starò a ripetere il mantra di Barthes, Baudrillard, Gentile, Cabrini ecc. (Donnarumma – che come s’è visto propone categorie di radicale innovazione – avrebbe buon gioco a definirli «motivi francamente datati»), piuttosto prendo il numero di «Riga» che <strong>Marco Belpoliti</strong> e <strong>Marco Sironi</strong> hanno dedicato a <strong>Gianni Celati</strong>. Uno che non so quanto sia considerato serio e credibile, igienico poi… (però posso testimoniare che a 72 anni ha un aspetto invidiabilmente sano). Fra l’altro c’è un’intervista a Sarah Hill sul documentario (Celati da qualche anno sembra preferire la macchina da presa a quella da scrivere, i precedenti illustri com’è noto non mancano); mi spavento, mi dico, certo che se pure Celati si butta da questa parte siamo al regime, è di nuovo tempo di Ždanov… invece lo sguardo «documentaristico» dei grandi neorealisti, per lui, è la capacità di «guardare tutto, dove tutto diventa singolare, come quando si visita una città in stato di innamoramento». In otto pagine d’intervista la parola <em>realtà </em>viene pronunciata cinque volte, e sempre in accezione negativa. All’inizio la «realtà» è quella guardata alla televisione negli Stati Uniti durante l’invasione dell’Iraq («una realtà tutta fatta di parole e decisa in partenza, che non doveva essere perturbata da niente»). Poi: «non credo che filmando il mondo esterno qualcuno mi documenti  la cosiddetta realtà. Mi mostra delle cose che esistono, ma non per questo evade dalla finzione. Una macchina da presa porta con sé tutto un modo di immaginare il mondo, e trasforma ogni cosa osservata» (ecco, è precisamente questo che mi succede quando leggo uno scrittore vero – più o meno celebre, sia egli Walter Siti o <strong>Paolo Nori</strong>, <strong>Franco Arminio</strong> o <strong>Leonardo Pica Ciamarra</strong> o, si vedrà fra poco, <strong>Francesco Pecoraro</strong> – che mi racconta <em>la sua realtà</em>). Al posto di realtà, parola equivoca fra tutte anche senza le virgolette di Nabokov, Celati preferisce usare una ben differente categoria, <em>contingenza</em>: «questa mi pare l’essenza stessa del documentario: l’esposizione all’inatteso, al fuori, a una situazione contingente che diventa come una dimensione esterna dell’inconscio», insomma «qualcosa che allarghi il pensiero». <em>Contingente</em>, <em>inatteso</em>, altre volte Celati ha predicato l’<em>impensato</em>. Sono tutte forme di contatto, nel suo stile certo, con quella cosa che <strong>Lacan </strong>chiamava <em>Reale</em>, di cui <strong>Hal Foster</strong> già a metà anni Novanta constatava il <em>ritorno </em>(sottotitolo: <em>L’avanguardia alla fine del Novecento</em>). Si capisce che non è ciò che già sappiamo; non è quello che ci hanno raccontato secoli di realismo. Senz’altro non ha niente a che fare con ciò che ci ammanniscono industrie culturali e uffici di propaganda. Al contrario è proprio quello che <em>ancora non sappiamo</em>. Che magari non avremmo alcuna intenzione di sapere. Ma che sta lì, sulla pagina. Se apri il libro, <em>quel </em>libro, lo sai che sei perduto. D’altra parte è proprio per questo che lo hai scelto.</p>
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		<title>Tiziano Scarpa si (e mi) chiede se&#8230;</title>
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		<dc:creator><![CDATA[dario voltolini]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 22 May 2003 00:01:25 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[allarmi]]></category>
		<category><![CDATA[antonio franchini]]></category>
		<category><![CDATA[giulio mozzi]]></category>
		<category><![CDATA[Mauro Covacich]]></category>
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					<description><![CDATA[di Mauro Covacich Tiziano Scarpa si chiede e mi chiede, rivolgendosi direttamente a me nel suo intervento del 13/5, se valga la pena scrivere un romanzo e farselo pubblicare da un grande (diciamo grosso) editore, per poi non trovarlo nemmeno in libreria. Scarpa si riferisce a una catena che io intuisco essere Demetra o qualcosa [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Mauro Covacich</strong></p>
<p>Tiziano Scarpa si chiede e mi chiede, rivolgendosi direttamente a me nel suo intervento del 13/5, se valga la pena scrivere un romanzo e farselo pubblicare da un grande (diciamo grosso) editore, per poi non trovarlo nemmeno in libreria.<br />
<span id="more-42"></span><br />
Scarpa si riferisce a una catena che io intuisco essere Demetra o qualcosa del genere – nelle librerie <em>librerie</em> il libro c’è – ma la questione rimane. Uno scrive per essere letto, ed è abbastanza difficile che qualcuno ti legga se manco ci sei nel posto dove dovrebbe accorgersi di te. Questo è il terzo libro che pubblico con Mondadori, prima ero stato con editori più piccoli. Quando ho cambiato ho pensato che fosse una bella cosa: mi davano più soldi, mi garantivano una maggior visibilità. Nei discorsi del dirigente con cui ho firmato il contratto (Andrea Cane), gente come me, Giulio Mozzi, eccetera, avrebbe dovuto rinnovare l’offerta narrativa della casa editrice in risposta al rinnovarsi del pubblico, una specie di cambio generazionale insomma. I lettori di Tomizza e Sgorlon invecchiano con i loro autori – e muoiono anche (all’epoca però Tomizza era ancora abbastanza in forma) – ergo, servono nuovi autori per i lettori under sessanta. Questi erano i discorsi “editoriali”. Poi c’erano anche i discorsi “letterari”. Scegliere me e gli altri come me (scelta di Antonio Franchini) rispondeva a una filosofia di continuità rispetto al catalogo, rispetto a collane di alto prestigio come la vecchia Medusa, per esempio.</p>
<p>Ora, sul piano editoriale siamo andati male (ma perché mai i figli dei lettori di Sgorlon avrebbero dovuto leggere noi?): Giulio ha cambiato editore, io ho venduto seimila copie tra prima edizione e tascabile e sono rimasto. Sul piano letterario invece, siamo andati bene (riconoscimenti, critiche, eccetera). Il risultato è che la Mondadori continua a pubblicare i miei e i libri di molti altri con tirature a dir poco prudenti, che al 99% segnano in partenza il destino di quei titoli. Invece di fare dieci titoli tirati a dodicimila copie, preferisce fare venti titoli tirati a seimila. Beninteso, si tratta di un metodo condiviso da tutti i grossi editori: più numeri copro sulla ruota, più possibilità ho di vincere. Ovviamente le <em>tue</em> probabilità di essere il <em>loro</em> numero vincente, date le seimila copie distribuite su tutto il territorio nazionale, sono appunto dell’1% (mentre scrivo mi accorgo che è una stima molto, molto ottimistica). Anch’io sono convinto che <em>A perdifiato</em> non sia un libro per pochi (e non siamo solo io e Scarpa a pensarla così), ma l’editore ormai mi ha preso le misure: in partenza, non rischia più delle solite seimila copie e, naturalmente, su questo cabotaggio calibra poi il volume di energie da investire anche in ambito promozionale, mediatico, eccetera.</p>
<p>Come possono spingere il mio romanzo, i venditori Mondadori, se devono sbattersi come dannati per piazzare quelli da venti trentamila copie? E avanti così. Con il romanzo precedente, dopo un mese appena dall’uscita, mi è capitato di chiedere in una libreria di Bologna, a metà di via dell’Indipendenza, come mai non ci fosse. Il commesso è andato al terminale, ha digitato e poi mi ha detto: “l’abbiamo esaurito, comunque è andato bene, guardi anche lei, ha venduto tutte e venti le copie che abbiamo ordinato”. Dopo un mese, in quella libreria si parlava già al passato, era andato bene, per loro ormai il mio romanzo era un discorso chiuso. Rifornirsi? E perché mai? Erano già arrivati altri splendidi titoli, la roulette continuava a girare. Poi magari capita, contro ogni genere di avversità, che il libro metta fuori la testa (adesso <em>A perdifiato</em> è in ristampa: altre duemila copie, wow) e allora le cose cambiano un poco.</p>
<p>Lo so, lo so, non sto rispondendo alla domanda di Scarpa. Io sto spiegando perché il libro di un grosso editore può anche, <em>paradossalmente</em>, non essere distribuito in alcune grosse librerie. E lui mi ha chiesto se vale la pena consacrare tre anni della propria vita per scrivere un romanzo che poi la gente non ha neanche la possibilità di vedere, figurarsi di leggere. Sono due cose ben diverse, lo ammetto. Il fatto è che, per me – e credo anche per Tiziano e per tutti coloro che scrivono non perché vogliono scrivere ma perché non sanno farne a meno – questa è una falsa domanda, nel senso di una non domanda, di un falso problema. Io vorrei che il mio libro venisse letto dal maggior numero di persone possibile, come tutti. E come tutti, provo un dolore sotterraneo, incessante, muto, perché questo non accade. Però la pena di questa delusione non ha valore, non posso metterla su nessuna bilancia. Io <em>dovevo</em> scrivere <em>A perdifiato</em> a qualsiasi costo. Io ho bisogno di scrivere, come di respirare. Potessi smettere, smetterei. Le vicende del mio protagonista non c’entrano niente con le vicende della mia vita, eppure la sua storia è la mia esperienza. Ogni volta che racconto qualcosa, questo qualcosa passa prima dentro il mio corpo, attraversa in lungo e in largo ciò che sono, e ne esce come l’anidride carbonica nella nostra espirazione: forse non proprio necessario, ma inevitabile sì. La convenienza di un simile gesto, il suo valerne la pena, è un aspetto che non credo di poter considerare.</p>
<p>Mauro Covacich</p>
<p>www.maurocovacich.it</p>
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