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	<title>Antonio Moresco &#8211; NAZIONE INDIANA</title>
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		<title>ANTONIO MORESCO Come si diventa nazisti oggi</title>
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		<dc:creator><![CDATA[redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 28 Jul 2018 16:00:01 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[L’Italia di Salvini raccontata tre anni prima. (da qui) (Pubblichiamo volentieri questo video, dove tre anni fa Antonio Moresco già intuiva la svolta autoritaria, che ha confermato con il governo Lega/5telle le sue peggiori previsioni. Gli amici de Il primo amore hanno condiviso qui la risposta di Helena Janeczek a Roberto Saviano.)]]></description>
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<div style="border: 0px solid #c0c0c0; margin: 15px; width: 560px; color: #000000; font-size: 15px; background-color: #ffffff; text-align: center;"><iframe src="https://www.youtube.com/embed/Ukfi5Hxo7uw" width="560" height="315" frameborder="0" allowfullscreen="allowfullscreen"></iframe></div>
<p></center><br />
<center><strong>L’Italia di Salvini raccontata tre anni prima.</strong> (da <a href="http://www.ilprimoamore.com/blogNEW/blogDATA/spip.php?article4000" target="_blank" rel="noopener">qui</a>)</center><br />
(<em>Pubblichiamo volentieri questo video, dove tre anni fa <strong>Antonio Moresco</strong> già intuiva la svolta autoritaria, che ha confermato con il governo Lega/5telle le sue peggiori previsioni. Gli amici de <strong>Il primo amore</strong> hanno  condiviso <a href="http://www.ilprimoamore.com/blogNEW/blogDATA/spip.php?article4001" rel="noopener" target="_blank">qui</a> la risposta di <strong>Helena Janeczek</strong> a <strong>Roberto Saviano</strong>.</em>)<span id="more-75172"></span></p>
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		<title>Scrivere sul fronte occidentale</title>
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		<dc:creator><![CDATA[redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 20 May 2018 05:00:14 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[archivio]]></category>
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					<description><![CDATA[(Nazione Indiana ha compiuto quindici anni a marzo, da allora molte persone e molte cose sono cambiate; testimonianza molto importante, e talvolta emozionante, di questa lunga storia è il suo archivio, del quale abbiamo deciso di ripubblicare alcuni post, che riteniamo significativi. Oggi cominciamo con l’articolo iniziale di uno dei principali fondatori, Antonio Moresco, che [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/05/scrivere-sul-fronte-occidentale.jpg"><img fetchpriority="high" decoding="async" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/05/scrivere-sul-fronte-occidentale.jpg" alt="" width="201" height="313" class="alignleft size-full wp-image-74224" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/05/scrivere-sul-fronte-occidentale.jpg 201w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/05/scrivere-sul-fronte-occidentale-96x150.jpg 96w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/05/scrivere-sul-fronte-occidentale-193x300.jpg 193w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/05/scrivere-sul-fronte-occidentale-200x311.jpg 200w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/05/scrivere-sul-fronte-occidentale-160x249.jpg 160w" sizes="(max-width: 201px) 100vw, 201px" /></a> (<em>Nazione Indiana ha compiuto quindici anni a marzo, da allora molte persone e molte cose sono cambiate; testimonianza molto importante, e talvolta emozionante, di questa lunga storia è il suo archivio, del quale abbiamo deciso di ripubblicare alcuni post, che riteniamo significativi. Oggi cominciamo con l’articolo iniziale di uno dei principali fondatori, Antonio Moresco, che da tempo non fa più parte del blog, avendone fondato un altro, <a href="http://www.ilprimoamore.com/blogNEW/blogDATA/spip.php?page=indexBLOG">Il Primo Amore</a>. La redazione</em>) </p>
<p>Dopo l&#8217;attentato dell&#8217;11 settembre che ha colpito le &#8220;Torri Gemelle&#8221; a New York e il Pentagono a Washington, scrittori e uomini di cultura italiani si sono confrontati in un convegno a Milano, il 24 novembre 2001, discutendo su che cosa significa scrivere e operare &#8220;in tempo di guerra&#8221;.Da quel convegno deriva questo libro, curato da Antonio Moresco e Dario Voltolini, che raccoglie riflessioni, interrogativi, testimonianze presentate a Milano, ma anche scritte dopo quell&#8217;incontro (nei sette mesi successivi all&#8217;11 settembre).<span id="more-74217"></span></p>
<p><strong>sommario</strong></p>
<p>Antonio Moresco: Lettera &#8211; Dario Voltolini: Inizio dei lavori &#8211; Carla Benedetti: Il pieno &#8211; Tiziano Scarpa: Circolare segretissima da diffondere di nascosto fra gli autori italiani di finzione &#8211; Antonio Moresco: L&#8217;occhio del ciclone &#8211; Piersandro Pallavicini: Romanzi polimaterici, anzi: eterocellulari &#8211; Marco Drago: Disturbare l&#8217;universo &#8211; Christian Raimo: Poco acuto, così poco acuto &#8211; Mauro Covacic: L&#8217;orecchio immerso &#8211; Raul Montanari: Due cose per dire che non cambierà  niente (anzi è già  tutto di nuovo come prima) &#8211; Marosia Castaldi: L&#8217;insaziabilità  &#8211; Ivano Ferrari: I dieci giorni che non sconvolsero un cazzo &#8211; Antonio Piotti: Nostalgia del simbolico &#8211; Marco Senaldi: Il Ground Zero del godimento &#8211; Giuliano Mesa: &#8220;Dire il vero&#8221;. Appunti &#8211; Paolo Nori: Il quadro &#8211; Andrea Bajani: Il grande spot &#8211; Giuseppe Genna: Scrivere sul fronte occidentale: scrivere sulla fronte occidentale &#8211; Giorgio Mascitelli: Ma le nostre parole saranno scritte invano? &#8211; Marina Mander: Undici pensieri dopo l&#8217;11 settembre &#8211; Andrea Inglese: L&#8217;estraneità  e la festa &#8211; Mostrare le sbarre (Teatro Aperto: Federica Fracassi e Renzo Martinelli) &#8211; Giulio Mozzi: Parlare della verità  &#8211; Donata Feroldi: Per interposte persone. I tessitori &#8211; Gian Mario Villalta: Dalla mia postazione alla periferia dell&#8217;impero &#8211; Federico Nobili: Esplodersi. Lettera ad Antonio Moresco &#8211; Helena Janeczek: Una gonna per l&#8217;11 settembre.</p>
<p>Stiamo organizzando un incontro che si terrà  nel mese di novembre a Milano, in data e luogo da destinarsi, perché sentiamo la necessità  e l&#8217;urgenza di confrontarci dopo quanto è successo nelle ultime settimane.</p>
<p>Non ci interessa un incontro rituale, una sfilata di anime belle, lanciare proclami. Non ci interessa darci conferma l&#8217;un l&#8217;altro delle nostre buone intenzioni e della bontà  e necessità  della nostra attività  di scrittori. Non ci interessa ragionare per simboli e schemi, né una vuota unanimità  di posizioni. Ci interessa un incontro, reale e senza cerimonie, di posizioni e di riflessioni, in cui ciascuno porti la sua umanità , diversità , sensibilità  e libertà , perché mi sembra che molte consuetudini mentali che hanno dominato la vita culturale degli ultimi decenni si rivelino sempre più insostenibili se non grottesche:</p>
<p>che viviamo nell&#8217;epoca della virtualità  e dell&#8217;irrealtà<br />
che l&#8217;unica dimensione possibile è ormai quella della ripetizione del déjà  vu<br />
che la storia è finita<br />
che l&#8217;attività   umana in generale e quella culturale, artistica e spirituale in particolare possono svolgersi ormai solo all&#8217;interno di giochi chiusi, terminali, dentro universi culturali chiusi che non contemplano più la possibilità  dell&#8217;imprevisto<br />
che si può solo riciclare, combinare e rivisitare materiali culturali ormai inerti e codificati in un malinconico gioco di specchi senza fine<br />
che tutto è interscambiabile e depotenziato nell&#8217;universo orizzontale della &#8220;comunicazione&#8221; totale e della rete<br />
che la vita non si richiude e si riapre continuamente attraverso lacerazioni<br />
che non possono esistere più &#8211; nel bene come nel male &#8211; il conflitto, l&#8217;alterità<br />
che abbiamo dominato completamente la natura, il caso, l&#8217;ignoto<br />
che non esiste più la tragedia, ma solo la parodia<br />
ecc&#8230;<br />
E&#8217; terribilmente triste dover riflettere su queste cose dopo un simile orrore. Ma non si può far finta che non sia successo niente e mi sembra che tutto questo non possa che avere ripercussioni profonde nell&#8217;attività  umana e in quella culturale di decifrazione, interpretazione, invenzione e riapertura di spazi.<br />
In questo terribile inizio di secolo e di millennio è forse venuto il momento di confrontarci su queste cose, con sincerità , profondità  e radicalità .</p>
<p>Milano, settembre 2001</p>
<p>Antonio Moresco</p>
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		<title>una rete di storie festa di Nazione Indiana 2017</title>
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		<dc:creator><![CDATA[redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 07 Oct 2017 05:00:42 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[Nella sua storia lunga ormai ben 14 anni Nazione Indiana ha pubblicato più di 10.000 articoli di critica, racconti, poesia, traduzione di inediti e saggistica con quasi 150.000 commenti dei lettori, spesso in appassionate e agguerrite discussioni. La Redazione, composta attualmente da 25 membri, vivendo in uno spazio virtuale fra Italia, Francia, Inghilterra e America, [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/10/una-rete-di-storie.png"><img decoding="async" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/10/una-rete-di-storie.png" alt="" width="351" height="501" class="alignleft size-full wp-image-70247" style="float: left; margin: 10px;" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/10/una-rete-di-storie.png 351w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/10/una-rete-di-storie-210x300.png 210w" sizes="(max-width: 351px) 100vw, 351px" /></a> Nella sua storia lunga ormai ben 14 anni <strong>Nazione Indiana</strong> ha pubblicato più di 10.000 articoli di critica, racconti, poesia, traduzione di inediti e saggistica con quasi 150.000 commenti dei lettori, spesso in appassionate e agguerrite discussioni. La <strong>Redazione</strong>, composta attualmente da 25 membri, vivendo in uno spazio virtuale fra Italia, Francia, Inghilterra e America, dal 2010 ogni anno sente il bisogno di organizzare un evento festa-convegno, per calarsi nella realtà, guardarsi in faccia, sentire le voci, suscitare dibattiti dal vivo. Quest&#8217;anno ha scelto la moderna cornice della ⇨ <a href="http://www.sistemabibliotecariofano.it/" rel="noopener" target="_blank"><strong>Mediateca Montanari di Fano</strong></a>, che <strong>sabato 28</strong> e <strong>domenica 29 ottobre 2017</strong> le ha aperto i suoi spazi con grande disponibilità. L&#8217;evento <strong>UNA RETE DI STORIE</strong>, realizzato grazie alla collaborazione dell&#8217;<strong>Assessorato alla Biblioteche del Comune di Fano</strong> e della <strong>Mediateca Montanari-Memo</strong>, storie raccontate in rete, che “fanno rete” tra di loro e con il mondo, si articotla fra appuntamenti più specificamente letterari e temi di attualità. Dei numerosi redattori parteciperanno <strong>Gianni Biondillo, Francesco Forlani, Andrea Inglese, Helena Janeczek, Renata Morresi, Orsola Puecher, Jan Reister, Giacomo Sartori, Antonio Sparzani, Maria Luisa Venuta.</strong><span id="more-70180"></span><br />
&nbsp;<br />
<strong>Sabato 28 ottobre</strong> alle <strong>ore 16</strong> in<strong> RACCONTARE LA STORIA</strong> si discuterà dei rapporti fra letteratura e Storia con letture, performance e interventi multimediali e, dopo un <strong>Buffet</strong> per gli intervenuti, alle <strong>ore 21</strong> in <strong>CALUMET VOLTAIRE cabaret letterario</strong> si avvicenderanno letture e performance, con accompagnamento e improvvisazioni musicali di <strong>Ettore Mazzoli </strong>e <strong>Fabio Strinati</strong>.<br />
&nbsp;<br />
<strong>Domenica 29 ottobre</strong> alle <strong>ore 10.30</strong> si parlerà de <strong>IL TRAUMA DEL TERREMOTO</strong>, un tema anche geograficamente molto vicino, dal punto di vista della storie e delle esperienze individuali, con <strong>Emanuela Baldi, Lidia Massari, Adelelmo Ruggieri e Anna Tellini</strong>.<br />
&nbsp;<br />
Al pomeriggio alle <strong>ore 15</strong> in <strong>STORIE DI EMIGRAZIONE</strong>, sul tema dei <strong>minori migranti non accompagnati</strong>, l&#8217;anello piu&#8217; debole e indifeso della attuale crisi, dopo la proiezione del Documentario UNICEF, <strong>“Invisibili. Non è un viaggio, è una fuga”</strong>, ci sarà un dibattito. Il giornalista <strong>Giuseppe Acconcia</strong>, esperto di Islam e Medio oriente e il giornalista francese <strong>Olivier Favier</strong>, che racconterà della sua pluriennale esperienza accanto ai migranti e della situazione in Francia riguardo all’affido di questi bambini e ragazzi, si confronteranno  con <strong>Andrea Nobili</strong>, <strong>Garante per i diritti dei minori delle Marche</strong>, regione che ha avviato da poco un progetto sull’affido.<br />
&nbsp;<br />
In contemporanea. sempre alle <strong>ore 15</strong>, ci sarà <strong>STORIA DI UN SOGNO</strong> un evento gioioso e divertente con l’attore clown giocoliere <strong>Filippo Brunetti</strong>, dedicato ai bambini dai 3 anni in su.<br />
&nbsp;<br />
<figure id="attachment_70316" aria-describedby="caption-attachment-70316" style="width: 688px" class="wp-caption aligncenter"><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/10/medio-manifesto-rete-laterale.jpg"><img loading="lazy" decoding="async" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/10/medio-manifesto-rete-laterale.jpg" alt="" width="688" height="983" class="size-full wp-image-70316" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/10/medio-manifesto-rete-laterale.jpg 688w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/10/medio-manifesto-rete-laterale-210x300.jpg 210w" sizes="auto, (max-width: 688px) 100vw, 688px" /></a><figcaption id="caption-attachment-70316" class="wp-caption-text">Progetto grafico di Orsola Puecher</figcaption></figure><br />
&nbsp;<br />
<figure id="attachment_70189" aria-describedby="caption-attachment-70189" style="width: 635px" class="wp-caption aligncenter"><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/10/small-programma-Flyer.png"><img loading="lazy" decoding="async" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/10/small-programma-Flyer.png" alt="" width="635" height="907" class="size-full wp-image-70189" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/10/small-programma-Flyer.png 635w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/10/small-programma-Flyer-210x300.png 210w" sizes="auto, (max-width: 635px) 100vw, 635px" /></a><figcaption id="caption-attachment-70189" class="wp-caption-text">Progetto grafico di Orsola Puecher</figcaption></figure><br />
&nbsp;<br />
<center><big><strong>CONFERMATE LA VOSTRA PRESENZA!<br />
RESTATE AGGIORNATI SUL PROGRAMMA!</strong></big><br />
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&nbsp;<br />
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&nbsp;</p>
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&nbsp;<br />
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&nbsp;</p>
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		<title>waybackmachine #02 Antonio Moresco &#8220;Le cavallette&#8221;</title>
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		<pubDate>Sun, 09 Apr 2017 05:00:35 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<b>23 marzo 2003</b><br />
<b>ANTONIO MORESCO “Le cavallette“</b><br /><br />
Capita ogni tanto, nella letteratura come nella vita, di imbattersi in semplici frasi, scritte o orali, riflessioni e immagini di tale radicalità e umanità che ci danno l’immediata sensazione di trovarci di fronte a qualcosa di lungamente meditato e sofferto, che va subito all’osso, che ci dice come stanno veramente le cose, direttamente, senza mediazioni, senza fronzoli.]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><em>A partire da oggi, ogni domenica, noi redattori di Nazione Indiana ripubblicheremo testi apparsi nel passato, scritti o pubblicati da indiani o ex-indiani, e che ci sembra possano dirci ancora qualcosa dell&#8217;attuale : che ancora ci parlano, ancora aprono interstizi tra le maglie del presente, ancora muovono la riflessione. L&#8217;archivio è vasto: cominciamo a sfogliarlo.</em></p>
<p><center><strong>23 marzo 2003</strong></center><br />
⇨ <a href="https://www.nazioneindiana.com/2003/03/23/le-cavallette/" target="_blank"><strong>ANTONIO MORESCO &#8220;<em>Le cavallette</em>&#8220;</strong></a></p>
<p>Capita ogni tanto, nella letteratura come nella vita, di imbattersi in semplici frasi, scritte o orali, riflessioni e immagini di tale radicalità e umanità che ci danno l’immediata sensazione di trovarci di fronte a qualcosa di lungamente meditato e sofferto, che va subito all’osso, che ci dice come stanno veramente le cose, direttamente, senza mediazioni, senza fronzoli.<span id="more-67698"></span></p>
<p>Può succedere per strada, mentre siamo dal panettiere o stiamo seduti con una lattina di birra in mano sul gradino di una chiesa, oppure mentre leggiamo Shakespeare, oppure Cervantes, Melville, oppure, per esempio, Dopo il ballo di Tolstoj, scrittore elementare e profondo del vostro grande paese, attraversato così dolorosamente e da parte a parte, nel secolo appena trascorso, dalle illusioni della modernità, che io amo in modo particolare e che ha significato così tanto per me, di cui fin da ragazzo ho amato sopra ogni altra la grande letteratura come se fosse la mia stessa patria e la mia stessa vita, quando l’ho incontrata per la prima volta nella mia adolescenza, in una piccola città italiana di nome Mantova.<br />
L’immagine da cui voglio partire per questa piccola riflessione l’ho trovata in Leopardi, un grande poeta e pensatore italiano capace di dire cose scomode e vere.<br />
“Ognuno di noi” dice Leopardi “da che viene al mondo, è come uno che si corica in un letto duro e disagiato: dove subito posto, sentendosi stare incomodamene, comincia a rivolgersi sull’uno e sull’altro fianco, e mutar luogo e giacitura a ogni poco; e dura così tutta la notte, sempre sperando di poter prendere alla fine un poco di sonno, e alcune volte credendo essere sul punto di addormentarsi; finché venuta l’ora, senza essersi mai riposato, si leva.”<br />
Poiché mi era capitato di imbattermi in questa riflessione – contenuta nelle Operette morali – dopo la lettura della Divina commedia, mi era parsa immediatamente come la desolata risposta alla disperazione di Dante per le vicende politiche della Firenze del suo tempo, in cui egli stesso si era trovato profondamente coinvolto, con quelle continue guerre e sopraffazioni tra guelfi e ghibellini. Come se lo stesso microcosmo politico della città fosse simile a quell’uomo che si gira continuamente nel letto da un fianco all’altro nel tentativo di trovare un po’ di sollievo. Questi due momenti, nonostante siano divisi tra di essi da cinque secoli, si sono così immediatamente legati dentro di me che ho addirittura creduto per molto che questa immagine dell’uomo che non smette mai di girarsi si trovasse direttamente in Dante, riferita a un uomo coperto di ferite e di piaghe che cerca, girandosi, di alleviare almeno per un po’ la sua sofferenza, e che questa fosse la sua riflessione finale dopo tutto il tormento per le sorti della sua città. Solo adesso, che ho dovuto fare una verifica prima di scrivere questa piccola cosa, ho scoperto che questa immagine in Dante non c’è. Io perlomeno non l’ho trovata. Eppure ancora, nonostante questo, mi sembra che si debba trovare per forza in Dante, che si annidi in qualche punto segreto del suo poema, anche se invisibile agli occhi di tutti.</p>
<p>Cosa c’entra tutto ciò col tema di questo incontro su quella cosa che è stata chiamata modernità? A me pare che c’entri molto. E che c’entri tanto più adesso, in un momento in cui pare di essere arrivati al culmine e all’implosione di tutte le illusioni che hanno caratterizzato la modernità, che si sono rovesciate nella mancanza di illusioni della postodernità. Ma non è vero che nessuno ci aveva detto come stavano veramente le cose. Qualcuno, più d’uno, ce l’aveva detto da tempo. Ma non sono stati ascoltati. Non volevamo ascoltarli, forse non potevamo ascoltarli. Tutta la massa di illusioni e utopie politiche, artistiche, scientifiche e spirituali che si sono generate nella cosiddetta modernità sembrano arrivate al capolinea, sono finite nel vicolo cieco postomoderno della ideologia – camuffata da antideologia terminale – della comunicazione generale nell’universo reticolare imploso e del labirinto, con la sua falsa immobilità generata per rovesciamento dal falso movimento della modernità. Che maschera, dietro la demagogia sull’apertura a 360°, la realtà di una crescente chiusura di ogni spazio, tragica in termini umani, politici, geopolitici e persino di prospettiva di specie. Come l’ideologia di ogni altra struttura di potenza che l’ha preceduta, anche quella attualmente dominante ama autodescrivere il proprio dominio come quadro ultimo, insuperabile, elabora proprie ideologie funzionali (fine della storia, orizzontalità, interscambiabilità, superfici come unica dimensione possibile e altre descrizioni della vita e del mondo che – introiettate – sono funzionali al controllo delle vaste masse umane allevate di questa epoca). Per esorcizzare il fatto che, come ogni altra che l’ha preceduta, anche questa sarà a sua volta macinata nel frantoio della vita e del tempo, quando l’uomo insonne – o ricoperto di piaghe – si girerà dall’altra parte nel suo scomodo letto. Fino a che tutto questo verrà oltrepassato da altre forme e strutture di dominio con i soliti terribili e prolungati schianti attraverso i quali è crollato ogni altro impero, il tutto drammatizzato oggi dall’enorme numero di individui umani che popolano il pianeta e dalla devastante potenza distruttiva di cui sono adesso in possesso.<br />
E’ così fin dall’inizio. Continui rovesciamenti politici, militari. Atene e Sparta che si alleano contro i persiani e che poi, sconfitto Serse, riprendono a farsi la guerra tra di loro fino a distruggersi e ad aprire la strada all’impero macedone. Nel secolo appena trascorso Stati Uniti e Unione Sovietica che si alleano contro il nazifascismo e poi, sconfitto questo, riprendono a farsi la guerra tra di loro. E così mille altre volte, nel corso del tempo. Ora tutto il movimento o l’illusione del movimento che sembrava caratterizzare la modernità appare deflagrato e depotenziato nel falso movimento della dimensione economica, finanziaria, tecnologica e pubblicitaria dispiegata. Mentre chi si presenta come antagonista appare il più delle volte imprigionato dentro la stessa logica e lo stesso schema, in un gioco minoritario e gregario che non può che alimentare sempre più lo stesso tipo di dominio che proclama di voler combattere. L’illusione del “progresso” si è rovesciata in una labirintica interscambiabilità totalizzante e diffusa, nell’immobilità della pozzanghera sovraffollata di miriadi di minuscole larve in movimento inerte e impazzito, con le loro traiettorie abrasive. L’illusione della “democrazia”, con tutta la sua enfasi iniziale sull’ apertura di possibilità in ogni campo, si sta bloccando in una morsa totalitaria di tipo nuovo, economica, tecnologica e militare, si sta rovesciando nel controllo planetario di masse sterminate di uomini che devono e possono soltanto consumare e moltiplicare ricchezze finanziarie altrui, che si spostano come nuvole di cavallette su ciò che resta del tessuto umano e vivente su questo piccolo pianeta abitato. Enormi possessori o collettori di ricchezze ed élite enormemente arricchite dal gioco circolare ed autoreferenziale economico, tecnologico e militare che possono comperare letteralmente – attraverso il meccanismo pubblicitario del condizionamento mediatico e il possesso e il controllo di esso – le strutture di governo di interi paesi, senza neppure più le labili mediazioni politiche del passato. Un gioco sempre più chiuso per il possesso delle risorse energetiche e ora anche genetiche e riproduttive, in una situazione in cui il rapporto della nostra razza con l’unico pianeta di cui disponiamo – portata avanti con impressionante cecità di specie – sta arrivando al punto di non ritorno. Questa macchina composita di dominio planetario, per proprie logiche interne, sta portando al collasso il nostro rapporto e il destino stesso della nostra specie su questo piccolo, sperduto pianeta che ruota nel silenzio e nel buio cosmico. Ci capita quasi ogni giorno di leggere sui giornali articoli di esperti che dibattono tra di loro sui recenti allarmi lanciati sulla situazione del nostro rapporto con il pianeta. Dove la cosa impressionante è che la natura del loro contendere non è se questo quadro allarmante sia realistico o no, ma se ci vorranno cinquant’anni oppure cento perché si arrivi al collasso. Di fronte a notizie e prospettive simili, di tale rilevanza di specie, dovrebbe succedere qualcosa di enorme nella mente dei singoli uomini, dei popoli e di chi li governa. Invece tutto pare continuare come se niente fosse, chi detiene il potere si guarda bene dal mettere in discussione la struttura di dominio di cui è espressione, le grandi masse allevate non escono dalla loro narcosi, in un’assuefazione generale con la catastrofe di specie che pare sempre più un aspetto caratterizzante di questa epoca e che mette i brividi.</p>
<p>Ma non voglio dare un’idea troppo cupa della nostra situazione e del nostro futuro. Come se i giochi fossero ormai fatti e il treno deragliato non potesse che correre ormai verso il precipizio. Può sempre succedere qualcosa di inaspettato, di imprevedibile. A patto che non si chiudano gli occhi su come stanno veramente le cose. Nascono qua e là embrioni di consapevolezza e gruppi umani che paiono avere coscienza della situazione e aspettative nei confronti della vita e del mondo e che sembrano aver capito che non si può giocare più nulla dentro il solito vecchio schema del rovesciamento antagonistico speculare dentro lo stesso gioco, che bisogna inventare qualcosa di completamente diverso per cercare di uscire da questa impasse epocale e che questo sarà il compito del futuro.</p>
<p>Allora proviamo a immaginare che il nostro uomo insonne – o ferito – col quale abbiamo cominciato, nel suo continuo girarsi da un fianco all’altro non stia sempre sveglio, ma che riesca di tanto in tanto ad addormentarsi, e che in questi brevi sonni riesca a fare addirittura dei piccoli sogni. Ma sì, facciamolo sognare un po’! Che cosa potrà sognare? Non uno di quei sogni dove gli uomini sono tutti buoni e vivono in armonia con la natura, gli altri e se stessi ecc… ecc… direi. Perché anche i sogni ne hanno ormai abbastanza dei sogni. Allora, vediamo. Che cosa potrebbe sognare? Ecco, facciamogli sognare che sta vivendo da qualche parte sotto la crosta terrestre, perché tutta la superficie del pianeta è spazzata da ondate immense di cavallette d’acciaio, generate da combinazioni genetiche sfuggite a ogni controllo, che passano divorando ogni cosa e oscurano il cielo. E’ tutto freddo, spurgano da sotto terra miasmi tossici generati da scarichi e odori fisiologici, prodotti da masse umane che sono riuscite a fuggire dalla superficie e ad ammassarsi nelle zone cave che si aprono sotto la linea dell’orizzonte, scantinati, rifugi antiaerei, metropolitane, altri spazi scavati con le unghie e coi denti per sfuggire alle nubi di cavallette che cercano di infiltrarsi anche sotto terra attraverso le griglie, i condotti.<br />
“Ma come fanno a vivere là sotto tutte quelle persone se, sopra, ogni cosa viene divorata e distrutta?” ci chiederà qualcuno “Come fanno ad alimentarsi di cibo, elettricità, per mandare avanti le strutture sotterranee in cui vivono?”<br />
“Non ne ho la più pallida idea! Il sogno non spiega. E’ così.”<br />
Vengono ogni tanto da fuori, amplificati dalle cavità sotterranee, i rumori della devastazione che sta avvenendo sopra la linea dell’orizzonte. Si sentono, in un unico terrificante boato, i rumori metallici di miriadi di organismi viventi e di oggetti che si fracassano sotto l’urto sincronizzato delle masticazioni. Prima le cose tenere che si gonfiano sul filo della terra, frutti aerei, forme vegetali, coltivazioni umane, animali di carne che si spostano sulle strade delle città, uccelli ricoperti di piume. Li aggrediscono in volo, divorano le uova ancora all’interno dei loro corpi, mentre continuano a spostarsi ancora per un po’ nello spazio serrati nella capsula luccicante di mille e mille corpi metallici che li masticano in volo e poi passano ad altro. Le masse nere del fogliame notturno, la polpa fibrosa dei tronchi. Trapanano la corteccia, entrano fin nelle loro zone più segrete e concentriche. Divorano uomini e donne che sono rimasti all’esterno, sul filo delle strade o serrati nelle loro case e nei loro palazzi. Si sentono enormemente amplificati i rumori delle loro teste che esplodono. Le scatole craniche dei governanti e dei padroni del mondo scoppiano sotto l’urto di miriadi di mandibole d’acciaio che si conficcano nelle masse molli della loro materia cerebrale da tempo disattivata. Assalgono i malati distesi nei loro letti, negli ospedali, ancora attaccati alle fleboclisi, spolpano in pochi istanti i cadaveri congelati negli obitori. Si gettano contro le nubi, le divorano, le masticano, le fanno a pezzi. Cominciano ad attaccare le case, i palazzi. Si gettano dentro i contenitori delle immondizie, del vetro, conficcano i loro denti d’acciaio nei rifiuti umidi, fracassano le bottiglie. Aggrediscono le strutture portanti delle case di fango, di cemento, di metallo, di vetro, le antenne paraboliche delle televisioni sui tetti, i centri spaziali. Cominciano ad aggredire le superfici dei grattacieli, che oppongono resistenza per un po’, coi contorni tutti masticati contro la luce. Si avventano all’interno, nel loro midollo: ascensori, uffici, impianti elettrici che crepitano emettendo folgori, nel cozzo spaventoso di miriadi di teste metalliche che si scontrano avventandosi tutte assieme e da ogni parte contro le strutture degli ultimi grattacieli ancora in piedi, nel bagliore accecante sprigionato dai loro gusci sterminati che avanzano a testuggine nello spazio. Aggrediscono le auto abbandonate nelle vie, il manto stradale, i ponti sospesi, intaccando i grandi cavi d’acciaio che li tengono sollevati nell’aria. Li si sentono anche da lontano precipitare nei fiumi, nei mari, pieni di resti di masticazioni di navi che galleggiano semiaffondate. Masticano tutto ciò che resta di emerso delle grandi città costiere, si tuffano sotto il pelo dell’acqua per masticarne là sotto le fondamenta, i grandi pesci gonfiati da immondizie e escrementi, li sollevano fuori dall’acqua continuando a masticarli in volo, smembrati. Vanno a snidare i carnai in putrefazione nei cimiteri, gettandosi con stridori e cozzi elettrici contro le forme molli in disfacimento sotto il velo di terra. Si levano di nuovo in volo con le bocche ancora bagnate, le antenne sporche di liquami, lordate. Le grandi città crollano, i mari e gli oceani ribollono per l’agonia delle miriadi di corpi torturati e smembrati. Tutto il cielo è pieno di clangori e di grida e di corpi alati che volano ancora per un po’ semimasticati.<br />
Cosa sta facendo intanto il nostro sognatore? Si sposta nei cunicoli della metropolitana, dopo essersi rifugiato là sotto assieme alle fiumane di gente terrorizzata che si è asserragliata nelle viscere della terra per sfuggire al flagello. Non sa da quanto tempo si trova lì. Non sa nulla, non ricorda nulla. Neppure il suo nome. Non ha padre, né madre. Devono essere stati divorati anche loro quando erano in superficie. E’ mezzo sdentato, non ricorda perché. Forse perché, prima di riuscire a fuggire infilandosi nel più vicino cunicolo della metropolitana, qualche cavalletta gli avrà sfondato la chiostra dei denti, venendo giù fulmineamente dall’alto come un proiettile, per cercare di entrargli nelle parti molli del corpo. Forse è proprio da quel momento che non ricorda più niente. Si sposta nei cunicoli, dorme per terra, mangia dove capita e quello che capita, durante le distribuzioni di cibo che ancora avvengono qua e là, mentre arriva da sopra il rombo delle teste d’acciaio che cercano di sfondare i condotti armati e di penetrare nell’intestino caldo della metropolitana piena di carne ancora vivente. Ogni tanto, andando qua e là tra le fiumane di folle che si spostano lungo le banchine e i cunicoli, incrocia una ragazza con un orecchio per metà masticato. Si mette a correre forte, quando la vede. Anche lei corre più forte quando lo vede. Si oltrepassano correndo sul tappeto di immondizie accumulate lungo i condotti, rasentando le zone fetide dove sono ammassati gli escrementi umani che ammorbano l’aria. Continuano a correre così per un po’, senza sapere dove andare, perché. Finiscono in zone sotterranee infinitamente lontane prima di rendersi conto della velocità del loro andare. Ritornano sui propri passi. Si incontrano di nuovo da tutt’altra parte, lontano. Salgono e scendono più volte, solo per l’emozione di incrociarsi su due scale mobili parallele mentre uno scende e l’altra sale, e di venirsi incontro mentre stanno fermi e con gli occhi sbarrati nell’aria, nella luce. Lui le sorride con la bocca sdentata. Lei sbarra gli occhi, arrossisce, perché nessuno le ha mai insegnato a sorridere, perché anche lei è orfana. Si perdono di vista per giorni perché, dopo ogni incontro, la loro corsa li porta così lontano che perdono l’orientamento, mentre da sopra le volte continua ad arrivare il rombo di miriadi di denti metallici che staccano a brani gli ultimi lembi d’ asfalto per raggiungere le zone umide annidate sotto di essi, spaccano i grandi tubi dei condotti fognari, si gettano a capofitto nelle nere acque succulente che corrono sotto terra. Si rivedono su un’altra scala mobile, si incrociano fulmineamente, perché il mulinare dei loro piedi in corsa sui gradini in movimento moltiplica la velocità della loro corsa.<br />
“Che cosa ti è successo ai denti?” gli riesce a chiedere lei, all’improvviso.<br />
“Non lo so. E a te che cosa è successo all’orecchio?” riesce a chiederle lui, farfugliando per l’aria che gli esce dalla chiostra dei denti sfondati.<br />
“Non lo so” gli risponde lei.<br />
Non si vedono per giorni e giorni, perché è bastato questo piccolo scambio di frasi per accelerare a tal punto il battito dei loro cuori da far correre all’impazzata i loro corpi fin nei cunicoli più lontani e mai visti prima.<br />
“Come ti chiami?” le farfuglia lui la volta dopo, correndo giù da un’altra scala mobile.<br />
“Non lo so” gli risponde lei “Nessuno mi ha dato un nome.”<br />
“E tu come ti chiami?” gli domanda lei la volta dopo.<br />
“Non lo so. Anch’io non ho un nome” le farfuglia lui.<br />
Dalle volte arrivano intanto fragori sempre più forti, perché miliardi di denti metallici stanno trapanando gli strati di terreno per svellere i cavi elettrici che corrono sotto terra, masticano i loro rivestimenti di gomma provocando cortocircuiti che gettano nell’oscurità intere zone della metropolitana e fanno filtrare anche là sotto bagliori enormi, spaventosi, improvvisi. Si capisce che le cavallette in esplosione demografica abnorme stanno cominciando ad attaccarsi tra di loro per il possesso degli ultimi brandelli commestibili del pianeta. E che, quando non trovano più nulla sulla linea della loro corsa, cominciano a divorarsi persino tra loro. In alcune zone lontane della metroplitana le intercapedini armate sembrano sempre più sul punto di cedere sotto l’urto delle miriadi di proiettili di metallo che vengono giù a strapiombo dall’alto per sfondare le volte e gettarsi tutte assieme all’interno per consumare il loro ultimo pasto.<br />
“Che cosa ti è successo?” le farfuglia lui, la volta dopo, con il cuore in gola, perché le gambe di lei sono tutte rigate di sangue, sgorgato evidentemente da qualche punto segreto del suo corpo, sotto ciò che resta della sua gonna, mentre si trova per la prima volta a salire qualche gradino sotto di lei sulla stessa scala mobile, una delle ultime ancora in funzione.<br />
“Non lo so” risponde lei.<br />
“Sono entrate anche qui dentro le cavallette?” le farfuglia ancora lui “Ti sono entrate nel corpo?”<br />
“Non lo so” gli risponde ancora lei.<br />
E’ girata verso di lui, che continua a guardarla dal basso, col cuore in gola, mentre la scala mobile continua a salire e si sentono venire clangori sempre più tremendi dall’esterno, e non si riesce a capire se le cavallette sono ormai riuscite a sfondare e hanno già cominciato a penetrare all’interno o se è solo il fragore di miriadi di corpi che si stanno fronteggiando e masticando tra loro. Non si capisce che cosa sta succedendo, cosa succederà: se le cavallette sono già penetrate là sotto, se riusciranno infine a penetrare là sotto o se non ne avranno il tempo solo perché si divoreranno prima tra loro.</p>
<p>“Che sogno è questo?” domanderà forse qualcuno, a questo punto “Questo non è un sogno, è un incubo!”<br />
“Ma non vedete cosa sta succedendo? No, no! E’ un sogno! E’ un sogno!”</p>
<p><em>Intervento letto al convegno “Ripensare la Modernità”, Mosca, ottobre 2002.</em></p>
<p>⇨ <a href="https://www.nazioneindiana.com/tag/waybackmachine/" target="_blank"><strong>waybackmachine</strong></a></p>
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		<title>Fiaba d’amore</title>
		<link>https://staging.nazioneindiana.com/2014/12/24/fiaba-damore/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[gianni biondillo]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 24 Dec 2014 06:00:49 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[Antonio Moresco]]></category>
		<category><![CDATA[fiaba]]></category>
		<category><![CDATA[gianni biondillo]]></category>
		<category><![CDATA[letteratura italiana contemporanea]]></category>
		<category><![CDATA[recensione]]></category>
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					<description><![CDATA[di Gianni Biondillo (per la vigilia di Natale direi occorra segnalare una fiaba, no? ;-) G.B.) Antonio Moresco, Fiaba d’amore, Mondadori, 2014, 155 pag. Antonio Moresco con Fiaba d’amore ci racconta una storia che si svolge nel non-tempo della favole. “C’era una volta”, scrive in apertura, “una volta” che potrebbe essere ieri, domani, o mai. Eppure [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/12/a.-moresco.jpg"><img loading="lazy" decoding="async" class="alignnone size-full wp-image-50298" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/12/a.-moresco.jpg" alt="a moresco" width="473" height="272" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/12/a.-moresco.jpg 473w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/12/a.-moresco-300x172.jpg 300w" sizes="auto, (max-width: 473px) 100vw, 473px" /></a></p>
<p>di <strong>Gianni Biondillo</strong></p>
<p>(<em>per la vigilia di Natale direi occorra segnalare una fiaba, no? ;-)</em> G.B.)</p>
<p style="text-align: left;" align="CENTER"><b>Antonio Moresco, </b><i><b>Fiaba d’amore</b></i><b>, Mondadori, 2014, 155 pag.</b></p>
<p align="JUSTIFY">Antonio Moresco con <i>Fiaba d’amore</i> ci racconta una storia che si svolge nel non-tempo della favole. “C’era una volta”, scrive in apertura, “una volta” che potrebbe essere ieri, domani, o mai. Eppure come è simile al nostro mondo, al nostro tempo, la vita disperata del protagonista, un vecchio pazzo, residuo di una società indifferente, che vive coperto di stracci e cartoni nel cuore di una metropoli.</p>
<p align="JUSTIFY">A quest’uomo che non ha più nulla, né beni materiali né speranze, con un corpo acciaccato e un’anima sfibrata, accade, “come nelle favole”, il più incomprensibile dei miracoli: il suo sguardo incrocia il volto di una ragazza bellissima che, quasi lo avesse cercato fra tutti i rifiuti del mondo, lo porterà con sé, a casa sua. I due vivranno di un amore fatto di gesti e di corpi, prima ancora che di parole, sempre inadeguate di fronte ai miracoli.</p>
<p align="JUSTIFY">Ogni scrittore, se è davvero uno scrittore, non scrive mai “opere minori”. In attesa della pubblicazione del monumentale <i>Gli increati</i>, conclusione di un’opera-mondo iniziata decenni addietro, Moresco, con questa sua fiaba che parla di vita, di morte, di tradimento e redenzione, si comporta come un pittore che, in attesa di portare a termine l’affresco della cattedrale, continua a vergare bozzetti, disegni, acquarelli. Non per puro intrattenimento personale, ma come desiderio di fissare immagini, sperimentare forme. E non è un caso che spesso in queste opere, quasi più svincolate dal programma monumentale, si svela una libertà immaginifica che commuove.</p>
<p align="JUSTIFY">È una fiaba crudele e dolce assieme, rivolta ad un pubblico che non ha età, scritta con una lingua che non nasconde nulla, esplicita fino all’ossessione nelle descrizioni tattili, eppure spesso pudica nei sentimenti; scrittura pura come quella di un bambino che non ha problemi ad immaginare una luminosa città dei vivi attraversata da morti inconsapevoli, e una buia città dei morti, così tanto simile alla sua gemella, dove però, quando tutto è perduto, si può tornare a vivere per davvero.</p>
<p align="JUSTIFY">(<em>precedentemente pubblicato su</em> Cooperazione <em>numero 8, del 18 febbraio 2014</em>)</p>
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		<title>Antonio Moresco, 21 preghierine per una nuova vita</title>
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		<dc:creator><![CDATA[francesca fiorletta]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 06 Nov 2014 06:01:14 +0000</pubDate>
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		<category><![CDATA[inediti]]></category>
		<category><![CDATA[21 preghierine per una nuova vita]]></category>
		<category><![CDATA[Antonio Moresco]]></category>
		<category><![CDATA[francesca fiorletta]]></category>
		<category><![CDATA[Giuliano Della Casa]]></category>
		<category><![CDATA[illustrazioni]]></category>
		<category><![CDATA[Nottetempo edizioni]]></category>
		<category><![CDATA[poeti.com]]></category>
		<category><![CDATA[recensioni]]></category>
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					<description><![CDATA[di: Francesca Fiorletta Esce per le edizioni Nottetempo, con una tiratura limitata e numerata di 230 copie, nella collana di poesia digitale poeti.com, questo libro di Antonio Moresco che è davvero un piccolo gioiello: 21 preghierine per una nuova vita, illustrate da Giuliano della Casa. Di lui dice il nostro autore, nella Nota introduttiva: “Giuliano [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><img loading="lazy" decoding="async" class="alignleft size-full wp-image-49543" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/11/21-preghierine-per-una-nuova-vita-ed-speciale-ebook-d435.jpg" alt="21-preghierine-per-una-nuova-vita-ed-speciale-ebook-d435" width="200" height="276" />di: <strong>Francesca Fiorletta</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Esce per le edizioni <em>Nottetempo</em>, con una tiratura limitata e numerata di 230 copie, nella collana di poesia digitale <a href="http://poeti.com">poeti.com</a>, questo libro di <a href="https://www.nazioneindiana.com/author/antonio-moresco/">Antonio Moresco</a> che è davvero un piccolo gioiello: <i>21 preghierine per una nuova vita</i>, illustrate da Giuliano della Casa.<br />
Di lui dice il nostro autore, nella <em>Nota introduttiva</em>:<br />
“Giuliano è un pittore che dipinge con la sapienza di un maestro antico e con lo scatto e l’ingenuità di un bambino. Nelle sue immagini c’è sempre qualcosa che sorprende e che spiazza ed è per me una gioia vedere cosa riesce a combinare ogni volta con un pennello e un po’ d’acqua sporca.”<br />
E poi aggiunge:<br />
“Siamo molto diversi l’uno dall’altro ed è forse proprio per questo che ogni tanto ci viene voglia di incrociare le nostre strade”.<br />
Io non lo so quanto sia effettiva, questa diversità che Moresco sente, perché a leggere i 21 testi che compongono il libro, si ha esattamente l’impressione di trovarsi davanti alla sapienza calma di un maestro antico che, quando vuole, sa far presto a lanciarsi in certi notevoli scatti di pretesa ingenuità bambinesca, tanto commovente quanto affilata.<span id="more-49509"></span><br />
I 21 animali, perciò, oggetto delle così definite “<i>preghierine</i>”, sono scelti e calibrati con un criterio sapido, delicato e tutt’altro che di maniera: queste vivaci bestioline si trovano a fungere da perfetto contraltare dell’autore stesso e, sostanzialmente, del suo rapporto sempre travagliato con la scrittura, così come dell&#8217;intera vita quotidiana che tutti, bene o male, ci troviamo a dover affrontare, più o meno &#8211; appunto &#8211; a muso duro.<br />
E allora, chi non ha mai sognato di assomigliare a una puzzola, per far fuggire a gambe levate quei soggetti indesiderati che troppo si avvicinano, infestando i malevoli avventori con un fetore nauseabondo e urticante, e però egoisticamente salvifico?<br />
Chi non ha desiderato mai di poter vivere serenamente nelle profondità degli abissi, circondato dalla pace e dal silenzio marino, e di poter fluttuare senza limiti di creatività e coraggio, sorretto solo dall’istinto atavico per la sopravvivenza, come fanno i cari pesci?<br />
Insomma, dall’illustre Esopo ai giorni nostri, il regno animale è specchio perfetto per le malinconie degli umani, ma anche per le loro proiezioni più acute, per la pratica vivace della loro più viscerale (auto)ironia.<br />
E Antonio Moresco, particolarmente, in questo libro, si dimostra davvero un eccellente antico maestro bambino, giocando con la metrica, quasi come con l&#8217;esperienza stessa della vita.<br />
Eccone alcuni esempi, e buona lettura.</p>
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<p><img loading="lazy" decoding="async" class="alignleft size-medium wp-image-49552" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/11/farfallesco-193x300.jpg" alt="farfallesco" width="193" height="300" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/11/farfallesco-193x300.jpg 193w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/11/farfallesco.jpg 620w" sizes="auto, (max-width: 193px) 100vw, 193px" /></p>
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<p>Farfalla</p>
<p>Oh, farfallina, farfallina che ti posi sui fiori&#8230;<br />
Ma&#8230; Dove sei finita? Accidenti, non ho fatto<br />
in tempo a cominciare la mia preghierina e sei già<br />
volata via!</p>
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<p><img loading="lazy" decoding="async" class="alignleft size-medium wp-image-49553" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/11/lombrichesco2-300x136.jpg" alt="lombrichesco2" width="300" height="136" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/11/lombrichesco2-300x136.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/11/lombrichesco2-1024x466.jpg 1024w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/11/lombrichesco2-900x410.jpg 900w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/11/lombrichesco2.jpg 2048w" sizes="auto, (max-width: 300px) 100vw, 300px" /></p>
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<p>Lombrico</p>
<div class="page" title="Page 39">
<div class="layoutArea">
<div class="column">
<p>Oh, lombrico, meglio conosciuto come verme,<br />
vermiciattolo, corpicino cieco, senza mani, senza<br />
piedi, senza orecchie, senza pisello, senza mutan-<br />
de, senza orologio, che ti allunghi sempre di piú<br />
quando piove, che ti sposti al buio inghiottendo<br />
ed espellendo la terra, che non si capisce se sei tu<br />
che ti muovi dentro la terra o se è la terra che si<br />
muove dentro di te. Ma cosa fai lí, allo scoperto?<br />
Cosa ti è saltato in mente di formare con il tuo<br />
corpo la parola che ti nomina e ti condanna? Sta’<br />
attento perché, anche se tu non lo vedi, vicino a<br />
te c’è un picchio che ti sta osservando e che vor-<br />
rebbe catturarti con il becco e mangiarti! E poi<br />
c’è anche una mosca che ti ronza intorno con la<br />
scusa di fare il puntino sulla i. Io non lo so se tu<br />
con il tuo corpo puoi scrivere solo quella parola<br />
che ti definisce o se ne puoi anche scrivere altre.<br />
Ma, se ne puoi anche scrivere altre, allora scri-<br />
vi che sei un’altra cosa, una cintura, un filo del-<br />
la luce, un laccio da scarpe, cosí il picchio pensa<br />
che sei una roba che non si può mangiare e vola<br />
via. E poi insegna anche a me a scrivere che sono<br />
un’altra cosa, cosí la smetteranno di beccarmi, di<br />
ferirmi, di farmi a pezzi.</p>
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</div>
<div class="page" title="Page 41">
<div class="layoutArea">
<div class="column">
<p><img loading="lazy" decoding="async" class="alignleft size-medium wp-image-49554" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/11/moschesco-193x300.jpg" alt="moschesco" width="193" height="300" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/11/moschesco-193x300.jpg 193w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/11/moschesco.jpg 620w" sizes="auto, (max-width: 193px) 100vw, 193px" /></p>
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<p>Mosche</p>
<p>Oh, mosche, moschine, mosche fastidiose, schi-<br />
fose, coi vostri occhi composti tutti pieni di spec-<br />
chietti e di prismi, con le vostre antenne, la vostra<br />
boccuccia che succhia e che punge e le alucce<br />
trasparenti e piene di nervi, che vi posate su tut-<br />
to, che mangiate tutto, anche la cacca, che ficcate<br />
le vostre larve nei frutti, dentro il formaggio, che<br />
diffondete nel mondo quelle altre bestioline piú<br />
piccole ancora, amebe, germi, batteri, che cavolo<br />
di preghierina posso rivolgere a degli animaletti<br />
schifosi come voi? Mi viene in mente solo questa:<br />
Forza, venite qui che vi schiaccio con la paletta!<br />
No, invece, la preghierina giusta è quest’altra:<br />
Oh, mosche, moschine, ma come fate a scom-<br />
parire cosí durante l’inverno, quando sulla terra è<br />
tutto freddo, gelato, e anche le pozzanghere sono<br />
gelate, e anche le vostre larve sono gelate, e poi<br />
di colpo, in piena estate, ad apparire di nuovo<br />
come sbucate dal nulla? Insegnate anche a me a<br />
scomparire e apparire, a non esserci e a esserci, a<br />
morire e a risorgere.</p>
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</div>
]]></content:encoded>
					
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		<title>La nostra misteriosa follia</title>
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		<dc:creator><![CDATA[antonio sparzani]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 15 Jul 2013 13:00:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[diari]]></category>
		<category><![CDATA[Antonio Moresco]]></category>
		<category><![CDATA[Antonio Sparzani]]></category>
		<category><![CDATA[Freccia d'Europa]]></category>
		<category><![CDATA[Martin Schulz]]></category>
		<category><![CDATA[Matthias Grünewald]]></category>
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					<description><![CDATA[di Antonio Moresco (Molto volentieri ripubblico qui il pezzo conclusivo di Antonio Moresco sulla freccia Freccia d&#8217;Europa, as) La freccia è arrivata. Non so bene come sia stato possibile. Un mese e otto giorni di cammino, un centinaio di camminatori, quattro Paesi attraversati, più di 1150 chilometri per strade, sentieri, boschi, persino ghiacciai, al caldo, [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Antonio Moresco</strong><br />
<a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/07/freccia-strasburgo-2013.jpg"><img loading="lazy" decoding="async" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/07/freccia-strasburgo-2013-224x300.jpg" alt="freccia-strasburgo 2013" width="224" height="300" class="alignleft size-medium wp-image-46036" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/07/freccia-strasburgo-2013-224x300.jpg 224w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/07/freccia-strasburgo-2013.jpg 500w" sizes="auto, (max-width: 224px) 100vw, 224px" /></a></p>
<p>(Molto volentieri ripubblico qui il pezzo conclusivo di Antonio Moresco sulla freccia <a href="http://www.ilprimoamore.com/blogNEW/blogDATA/spip.php?rubrique36">Freccia</a> d&#8217;Europa, <em>as</em>)   </p>
<p>La freccia è arrivata. Non so bene come sia stato possibile. Un mese e otto giorni di cammino, un centinaio di camminatori, quattro Paesi attraversati, più di 1150 chilometri per strade, sentieri, boschi, persino ghiacciai, al caldo, al freddo, nel forte vento, sotto il sole, la pioggia. Credo che sia stato il più lungo cammino compiuto in questi anni in Europa da camminatori non professionisti, di ogni età e condizione fisica, più lungo ancora del più lungo tratto del cammino di Santiago di Compostela.<br />
   Non so bene come sia stato possibile per un così gran numero di persone vivere insieme in condizioni spesso difficili e disagevoli per tanti giorni e per tante notti.<br />
   Aleggiava su questa impresa una sorta di misteriosa follia. <span id="more-46035"></span>Ma il bello è che -se eravamo tutti parte di questa pazzia- ciascuno era pazzo in modo diverso e tutto suo. Per questo la nostra piccola repubblica nomade ce l’ha fatta a stare insieme e a portare a termine questo lungo cammino, nonostante le grandi  differenze caratteriali e di altro tipo. Solo qualche piccolo scazzo ogni tanto, cose da nulla rispetto a ciò che abbiamo chiesto agli altri e a noi stessi.</p>
<p>   Molti dei camminatori facevano parte della vecchia-giovane guardia con cui abbiamo camminato anche durante i due anni scorsi attraverso l’Italia e ognuno dei camminatori è diventato parte di un mito per gli altri ed è stato protagonista di racconti mitici che sono nati e che hanno proliferato durante il cammino, perché è così che sono nati i miti ed è così che possono ancora nascere, da persone che compiono un’impresa insieme e si conoscono e si trascendono nell’immaginazione che da vita al racconto. Perché, se non si dissotterra questa potenza metamorfica, niente ha forza e grandezza, tutto è  prevedibile e piccolo, tutto è perduto.<br />
   Alcuni camminatori che si sono uniti per brevi tratti possono avere rilevato in noi tanti piccoli difetti e miserie (che ci sono sicuramente stati), non avere colto il senso di questo originale cammino. Chi ha compiuto lunghi tratti o l’intero percorso ha visto altro e ha vissuto un’esperienza completamente diversa.</p>
<p>   Notti su nudi pavimenti, bunker antiatomici, spossatezza, bivacchi, piedi martoriati che però continuavano a camminare, tendini infiammati, ma anche momenti di allegria, esplosioni alimentari e grandi libagioni. Tutto questo poteva bastare a se stesso, poteva avere dentro di sé la propria forza di irradiazione. Invece c’è stato anche altro. L’oltranza di un così lungo cammino ha prodotto anche altri risultati, come quello di venire ricevuti a Strasburgo da Martin Schulz, Presidente del Parlamento Europeo, nella Sala Protocollare (“La stessa dove ricevo i capi di stato” è stata la prima cosa che ha tenuto a dirci) e di consegnare direttamente nelle sue mani la lettera aperta al Parlamento Europeo scritta giorno dopo giorno durante il cammino e dibattuta in diverse riunioni dell’intero gruppo di camminatori a fine tappa.<br />
   Per quanto mi riguarda, ho fatto parte anch’io della “sporca dozzina” e ho percorso l’intero cammino con i miei piedi, dall’inizio alla fine, senza saltare un solo metro. Ho appena passato -dopo un mese e otto giorni di letti, brande e pavimenti sempre diversi- la prima notte nel mio letto, tra le lenzuola pulite.<br />
   Prima di lasciare Strasburgo sono andato con alcuni amici a Colmar a vedere la pala di Grünewald, che non avevo mai visto direttamente con i miei occhi. La portentosa crocefissione, il legno storto della croce contenuto appena nella cornice, la grande bestia divina macellata, le donne tese e incurvate come archi, le mani deformate, gli artigli, l’allucinante splendore alieno della Resurrezione, la Madonna con la testa cinta da una corona di fuoco e il coro di angeli al quale si è unito il demonio, l’angelo tenebroso dell’Annunciazione e una Madonna con le labbra intensamente rosse e la faccia greve da donna tedesca vissuta e forse sazia di cibo e ubriaca, l’altra Madonna con il bambino e il suo pitale di fronte a un paesaggio cosmico, le tentazioni di sant’Antonio trascinato a terra per i capelli e col volto attraversato da un sorriso ebete… Antiumanistico, antirinascimentale, ancora medievale in pieno Rinascimento e nello stesso tempo artisticamente e spiritualmente più avanti, molto più avanti.<br />
   Questa cosa, che sembrava impossibile per le nostre piccole e volontarie forze -non so bene come- è stata fatta, è avvenuta.<br />
   Quanto al resto, non si può mai sapere cosa ci sarà dopo.<br />
   Neppure io so che cosa farò e che cosa sarò. </p>
]]></content:encoded>
					
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		<title>Finalisti Premio Stephen Dedalus</title>
		<link>https://staging.nazioneindiana.com/2013/06/25/finalisti-premio-stephen-dedalus/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[silvia contarini]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 25 Jun 2013 08:47:31 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[indiani]]></category>
		<category><![CDATA[Alessandra Sarchi]]></category>
		<category><![CDATA[Antonio Moresco]]></category>
		<category><![CDATA[premi letterari]]></category>
		<category><![CDATA[Silvia Contarini]]></category>
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					<description><![CDATA[[i titoli delle terne finaliste sono convincenti, pubblico volentieri il comunicato stampa del Premio Dedalus] PREMIO “STEPHEN DEDALUS” Con il sostegno di pordenonelegge VI Edizione (2013) COMUNICATO STAMPA &#8211; 24 giugno 2013 Il Premio letterario “Stephen Dedalus”, che opera con il sostegno di pordenonelegge, ha individuato le opere finaliste della sua sesta edizione, che sono: [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>[i titoli delle terne finaliste sono convincenti, pubblico volentieri il comunicato stampa del Premio Dedalus]<a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/06/logo100.jpg"><img loading="lazy" decoding="async" class="alignright size-full wp-image-45894" alt="logo100" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/06/logo100.jpg" width="100" height="97" /></a></p>
<p>PREMIO “STEPHEN DEDALUS” Con il sostegno di <i>pordenonelegge</i></p>
<p>VI Edizione (2013)</p>
<p>COMUNICATO STAMPA &#8211; 24 giugno 2013</p>
<p>Il Premio letterario “Stephen Dedalus”, che opera con il sostegno di <i>pordenonelegge</i>, ha individuato le opere finaliste della sua sesta edizione, che sono:</p>
<p>Per la sezione “Narrativa-Altre scritture”:</p>
<p>Valerio Magrelli, <i>Geologia di un padre</i>, Einaudi</p>
<p>Antonio Moresco, <i>La lucina</i>, Mondadori</p>
<p>Alessandra Sarchi, <i>Violazione</i>, Einaudi</p>
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<p>Per la sezione “Poesia”:</p>
<p>Cristina Alziati, <em>Come non piangenti</em>, Marcos y Marcos</p>
<p>Stefano Dal bianco, <i>Prove di libertà</i>, Mondadori</p>
<p>Eugenio De Signoribus, <i>Trinità dell’esodo</i>, Garzanti</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Per la sezione “Saggi”:</p>
<p>Daniele Giglioli, <em>Senza trauma</em>, Quodlibet</p>
<p>Matteo Marchesini, <i>Soli e civili. Savinio, Noventa, Fortini, Bianciardi e Bellocchio</i>, Edizioni dell’asino</p>
<p>Gian Piero Piretto, <i>La vita privata degli oggetti sovietici. 25 storie da un altro mondo</i>, Sironi</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Le opere finaliste sono state scelte dai circa 200 Lettori delle “Classifiche di qualità” pordenonelegge-Dedalus, che torneranno a votare per scegliere le vincitrici entro il prossimo 10 luglio.</p>
<p>La premiazione si svolgerà a settembre nell’ambito della manifestazione di <i>pordenonelegge</i>.</p>
<p><b>Sito del Premio: www.premioletterariodedalus.it</b></p>
]]></content:encoded>
					
		
		
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		<item>
		<title>Mi riconosci? Ultime notizie sui fantasmi avvistati nella letteratura italiana</title>
		<link>https://staging.nazioneindiana.com/2013/04/01/mi-riconosci/</link>
					<comments>https://staging.nazioneindiana.com/2013/04/01/mi-riconosci/#comments</comments>
		
		<dc:creator><![CDATA[helena janeczek]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 01 Apr 2013 14:03:10 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[andrea bajani]]></category>
		<category><![CDATA[Antonio Moresco]]></category>
		<category><![CDATA[antonio tabucchi]]></category>
		<category><![CDATA[fantasmi]]></category>
		<category><![CDATA[Ferruccio Parazzoli]]></category>
		<category><![CDATA[helena janeczek]]></category>
		<category><![CDATA[letteratura italiana]]></category>
		<category><![CDATA[walter siti]]></category>
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					<description><![CDATA[di Helena Janeczek I fantasmi, si sa, sono morti che continuano a abitare il mondo dei vivi. Li opprimono, li tormentano: non perché debba essere così per forza né per colpa loro. Siamo noi, i vivi, a percepire della nostra vita interiore soprattutto ciò che causa sofferenza. La psicoanalisi muove dall’esorcismo elementare di conferire un [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Helena Janeczek</strong></p>
<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/04/24940178.jpg"><img loading="lazy" decoding="async" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/04/24940178.jpg" alt="24940178" width="163" height="140" class="alignleft size-full wp-image-45301" /></a></p>
<p>I fantasmi, si sa, sono morti che continuano a abitare il mondo dei vivi. Li opprimono, li tormentano: non perché debba essere così per forza né per colpa loro. Siamo noi, i vivi, a percepire della nostra vita interiore soprattutto ciò che causa sofferenza. La psicoanalisi muove dall’esorcismo elementare di conferire un nome a ogni presenza incontrollabile che affolla l’anima di un paziente. Non c’è bisogno di essere morti per essere fantasmi; l’importante è non trovare requie, spazio ospitale, forma.<span id="more-45298"></span> </p>
<p>Anche la letteratura affronta i fantasmi. Gli scrittori inseguono ogni sorta di Balena Bianca, talvolta nella convinzione che la si possa arpionare e catturare dentro la rete del racconto, talvolta consapevoli che il loro esercizio consiste semplicemente nell’andarle dietro, facendosi trascinare dove vuole lei: non solo nel romanzo di Melville, nelle ghost-stories, o in genere nella letteratura che sceglie di rasentare il fantastico.<br />
<em>Il realismo è impossibile</em>, avverte <strong>Walter Siti</strong> nel breve saggio che esamina e interpreta gli strumenti e le tecniche dell’arte cosiddetta realistica.</p>
<p>“La precisione gergale dei termini marinari non fa di <em>Moby Dick </em>una storia di pesca. Il romanzo realista secolarizza il mondo ma solo per re-incantarlo; è un progetto scientifico-sperimentale ma insieme <strong>una reazione infantile, selvaggia, di illusionismo ottico</strong>. È un omaggio che la realtà rende all’Assoluto e viceversa, una tana dove l’Assoluto si può nascondere balbettando le proprie umili origini (…) Il realismo oppone la realtà alla Realtà; lo scrittore realista è una scimmia della natura ma anche uno stolto demiurgo che cerca di mimare una Creazione che non conosce; se non temessi di apparire ridicolo, parlerei di realismo gnostico.”</p>
<p>Prestigiatore, illusionista, trickster;  persino “cazzarellone” quando ricorre al trucco di praticare la “cosiddetta autofiction”, il ricorso a una prima persona che porta il proprio nome e cognome ma sulla pagina si prende le libertà delle invenzioni non casuali. “Mi chiamo Walter Siti, come tutti.” Come i fantasmi che parlano di sé aggrappandosi all’illusione di un io che sia mio e basta, mi viene da parafrasare.<br />
Un mago simile a quelli delle tv private allestite per le televendite, un mago che intrattiene rapporti quasi parodistici con i lontani antenati: i sacerdoti, gli sciamani, i maghi “veri”. Legami secolarizzati sino al ridicolo ma altrettanto impossibili da rescindere: perché la reazione infantile, selvaggia, la risposta magica che non è mai solo passivamente difensiva, non conosce tempo in cui possa essere superata.</p>
<p>Il tempo, anzi, il tempo della vita che procede verso la fine, usura i cilindri e le bacchette magiche con cui l’illusionista letterario si illudeva di controllare i propri numeri. La finzione si fa più trasparente, come un maglione molto caro che comincia a essere liso sui gomiti. Il baluardo del mondo-creato-da-me-demiurgo-stolto comincia a scricchiolare, a far entrare gli spifferi. Spifferi di irrealtà priva di maschere che non rendono solo impossibile il “realismo” ma mostrano come, paradossalmente, in letteratura si finga sempre e al tempo stesso sia impossibile mentire. Perché i fantasmi non sono trucchi del mestiere o non soltanto.</p>
<p>L’ultimo lungo racconto di <strong>Ferruccio Parazzoli</strong>, <em>Il vecchio che guardava tramontare i tramonti</em>, si presenta sin dal titolo come un omaggio-parodia a <em>Il vecchio e il mare</em>.<br />
C’è un vecchio che dopo anni torna in una casetta sopra il Golfo del Tigullio. Spesso si rivolge a sua moglie che non ci sente più bene, ma un lettore un po’ accorto impiega poco a intuire che i problemi di udito della signora Rita derivano dal suo essere un fantasma. Poi il vecchio comincia a riempire le sue giornate solitarie con un balzo velleitario verso un avanzo di futuro. Si è messo in testa che deve risistemare un vecchio roccolo con le sue mani buone a nulla, per poterci salire su e guardare un’ultima volta il tramonto sull’intero golfo. Quel progetto con il suo proiettarsi in avanti e in alto, in cima al roccolo, dopo poco fa cessare i monologhi con Rita. Diventa invece viepiù importante una bambina che porta al vecchio da mangiare quel che si cucina nella trattoria giù in paese. Quella bambina quasi adolescente ne richiama un’altra, conosciuta in tempi in cui il vecchio non era ancora vecchio ma un uomo suscettibile al fascino delle ragazze. La bambina del presente rispecchia la bambina del passato e tutte e due insieme evocano una creatura leggendaria: la strega Maciucia che seduce gli uomini soli, un fantasma che in quei luoghi ha tradizione. È la correlazione con Macuicia a metterci sull’avviso circa la natura fantasmatica delle due visitatrici, anche se al contempo si presentano come bambine in carne e ossa e assolvono la funzione di portare al vecchio il cibo necessario, cibo che –non a caso – consiste principalmente di piatti di carne: pollo o coniglio in umido.<br />
Il protagonista de <em>Il vecchio che guardava tramontare i tramonti</em> si è stabilito sulla soglia della sua casetta ligure; soglia tra la vita e la morte che rende indistinguibili le persone dai fantasmi, che corrode ogni distinzione tra vero e falso, reale e irreale. Il finale imprevedibile ce lo conferma.</p>
<p><strong>Antonio Moresco</strong> è più giovane di circa dieci anni ma la sua ultima opera, <em>La Lucina</em>, ha una consonanza fortissima con quella di Parazzoli. Un racconto lungo a cavallo tra novella e favola, un protagonista non più giovane che si stabilisce in una casetta in una zona montuosa e boschiva da tempo quasi abbandonata dalla presenza umana. Il luogo è ancora più selvaggio e disabitato; quindi non stupisce che si manifesti come ancora più centrale, più radicalizzato, un aspetto presente anche nel libro di Parazzoli: l’osservazione, il confronto, l’interrogarsi e rispecchiarsi del uomo solitario nella natura vegetale e animale che ha intorno (“intorno” è quasi eufemistico), la ferocia leopardiana del suo lottare cieco per la vita e essere consegnata alla morte. </p>
<p>Però tutte le sere una lucina si accende sul promontorio di fronte alla casetta di pietra fatiscente e quella lucina conferisce direzione al racconto. L’uomo che si mette in moto per scoprirne il segreto sembra aver ritrovato il bandolo del tempo progressivo che lo riscuota da quello circolare a cui si è consegnato. Ma è un inganno, un inganno inevitabile dell’arte narrativa. Il racconto non può che procedere dalla prima all’ultima parola, proprietà che lo ha qualificato come surrogato di un senso finale ancora attingibile, in buona o malafede, per gli adepti del “tutto-è-narrazione”.<br />
La lucina si accende quindi <em>davanti</em> alla casa del protagonista che con difficoltà riesce a trovare e percorrere una strada per arrivare alla sua fonte: una casetta ancora più piccola, una ex stalla abitata da un bambino. L’uomo solo e il bambino solo entrano in confidenza. Il bambino è un fantasma: indossa braghe corte e frequenta una scuola serale, la scuola dei bambini morti. Deriso dai compagni, umiliato dal maestro, solo nel modo abissale in cui lo sono certi bambini. Non stupisce venire a sapere che si è ucciso. Si è ucciso perché potesse proseguire il tracciato della propria vita qualcuno che porta il suo nome, nome che non ricorda. Ma questo qualcuno ora si lascia riaccogliere in quella casetta rischiarata dalla lucina. Il tempo si incurva sino a divenire un altro: accogliente e inesorabile come quello del mito. Mangiano insieme anche l’uomo senza nome e il bambino, in una condivisione di sostanze assai più vincolante di quella delle storie e dei ricordi.</p>
<p>I fantasmi non chiedono “mi ricordi?” ma “mi riconosci?” Riconoscerli significa sbarazzarsi di molti simulacri difensivi, simulacri della narrazione a partire dal semplice nome al quale erano associati. Così ha fatto <strong>Andrea Bajani</strong> andando dietro al fantasma dell’amico che sin dal titolo gli chiede <em>Mi riconosci</em>? Quindi non può più essere chiamato Antonio, <strong>Antonio Tabucchi</strong>. Riconoscere è un atto reciproco che consegna l’ordito del racconto a un gioco di riflessi tra un tu e un io, dove il secondo assume, volente o meno, la postura del trickster-cazzarellone della “cosiddetta autofiction”. Bajani racconta una malattia, una morte, un funerale. Si tuffa nell’oscurità del lutto affidandosi non tanto alla memoria quanto al fantasma che ha preso corpo dentro al suo. Si affida alla reazione infantile, selvaggia, di cui parla Walter Siti; si abbandona alla predisposizione magica con cui ci si inoltra in territori ignoti. Si lascia andare ai ricordi dei momenti condivisi che si concretano nella luminosa autosufficienza di ciò che non può attenersi allo statuto di un passato conservato nello scrigno custodito come proprietà tanto preziosa quanto sottratta al dialogo reciproco. </p>
<p>Il fantasma è molto più autonomo e esigente nei confronti del narratore di un personaggio qualsiasi, fosse anche veramente vissuto e conosciuto in prima persona. Lo è a maggior ragione trattandosi del fantasma di uno scrittore che esige riconoscimento da un altro scrittore. Il fantasma gli dice che lui non è il demiurgo stolto che lo crea, gli insegna che l’invenzione e lo stile non sono strumenti di dominio, nemmeno cari oggetti d’eredità come le posate d’argento della nonna. Quel che spinge a andare dietro a un fantasma non è oggettivabile: paura, dolore, affetto (o amore) vogliono essere condivisi oltre ogni limite, dentro un’oltranza che viene prima della letteratura, ma che in essa ritrova una grammatica comune che rende più agilmente transitabile il confine. La letteratura è la rete sotto i passi del funambolo che attraversa la corda tesa tra mondi separati.</p>
<p>Lo scrittore giovane inchiodato dal tu che lo canzona chiamandolo “timidino” perde la sua timidezza. Il bisogno di riconoscere lo scrittore-fantasma vince sul bisogno di essere riconosciuto come scrittore. C’è più forza e più vita in quella presenza immaginaria che nei contorni di un sé impegnato a interpretare il proprio ruolo secondo regole e figure introiettate. La scrittura di Andrea Bajani acquista un’energia sprigionata, con asperità più pungenti e affondi di commozione meno trattenuti che in passato:  la sicurezza di chi, inseguendo ciò che “ditta dentro”, si è fatto medium. Forse l’illusionismo al quale si concede pone fine anche a altre illusioni: che vi sia un confine certo tra qualsiasi tu e io, tra l’artificio del racconto e il vissuto autentico.<br />
Chi libera un fantasma libera se stesso. Riuscirci nella vita è assai difficile. Ma la letteratura ne prefigura la possibilità e talvolta, in un centinaio di pagine, compie un prestigio che si distingue a malapena dal miracolo.</p>
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		<title>Note-book: La lucina di Antonio Moresco</title>
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		<dc:creator><![CDATA[francesco forlani]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 28 Mar 2013 07:00:24 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[Antonio Moresco]]></category>
		<category><![CDATA[Carmelo Bene]]></category>
		<category><![CDATA[Giacomo Leopardi]]></category>
		<category><![CDATA[La Lucina]]></category>
		<category><![CDATA[Silvana Farina]]></category>
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					<description><![CDATA[Nota di lettura di Silvana Farina È come se a Moresco non interessasse la letteratura in sé ma riflettesse sul perché fare letteratura, sul perché scrivere e su che cosa questo significhi per lui. Spesso, anche se gli scrittori amano molto la letteratura, la scrittura stessa, non riflettono su di essa, né sul rapporto tra [&#8230;]]]></description>
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<p><strong>Nota di lettura</strong><br />
di<br />
<strong>Silvana Farina</strong></p>
<p>È come se a Moresco non interessasse la letteratura in sé ma riflettesse sul perché fare letteratura, sul perché scrivere e su che cosa questo significhi per lui. Spesso, anche se gli scrittori amano molto la letteratura, la scrittura stessa, non riflettono su di essa, né sul rapporto tra la letteratura e se stessi. Al contrario, Moresco ha pensato molto alla relazione tra la sua persona e la scrittura,  intridendola  della sua fatica, della sua vita, delle sue visioni. Così, <em>La lucina</em>, breve romanzo pubblicato da Mondadori nella collana Libellule, è il piccolo embrione che  ha scavato e lavorato in segreto dentro l&#8217;autore, pretendendo alla fine una sua vita autonoma. Nella <em>Lettera all&#8217;editore</em>, Moresco spiega che questo piccolo romanzo nasce proprio come <em>«una piccola luna che si è staccata dalla massa ancora in fusione»</em> del suo nuovo romanzo<em> Gli increati</em>, a saldare quel percorso iniziato con <em>Gli esordi</em> e i <em>Canti del caos</em>.</p>
<p>La lucina <em>«è una storia scaturita da una zona molto profonda della mia vita, è come una piccola scatola nera.</em>» Una storia che come <em>Gli Incendiati</em> è «<em>un&#8217;irruzione incalcolata e improvvisa» </em>che urgeva dentro di lui e che Moresco stesso dichiara essere testamentaria proprio per la sua particolare natura intima e segreta. Così, per il valore che ha per l&#8217;autore e per la lettura intensa che se ne fa, risulta davvero difficile eppure fondamentale parlarne.<br />
Moresco ci fa un dono, scopre quella zona profonda della sua vita, apre quella scatola nera, offrendoci una vera e propria operetta filosofica. Della filosofia c&#8217;è, infatti, una riflessione, un rovello che pone al centro gli interrogativi disincantati di un uomo attraverso una fenomenologia della natura. Una natura che si fa organismo vivente e pulsante, pronta a prorompere e inglobare il segmento umano, sconvolgendolo. L&#8217;uomo è immerso nel silenzioso e sismatico cosmo naturale popolato da libellule e lucine (che abitano da sempre il suo mondo, fin da <em>Gli esordi</em>: <em>«Altri stavano conversando vicino alla pila dei mattoni forati, che erano attraversati da parte a parte dalle lucciole»</em>). </p>
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<p>La sua contemplazione di fronte alla natura <em>«Chissà se la luce non è anche lei dentro un’altra luce? E che luce sarà, se è una luce che non si può vedere? Se neanche la luce si può vedere, che cos’altro si può vedere?»</em> può richiamare gli interrogativi di un pastore alla luna. <em>Il Canto Notturno di un pastore errante dell&#8217;Asia</em> si apre proprio con una domanda alla luna: «<em>Che fai, luna, in ciel? Dimmi, che fai, /silenziosa luna?»</em> Tuttavia, se Leopardi non riceveva risposta, il protagonista de La lucina riceve delle risposte dalla vegetazione, dalle rondini, dagli insetti che lo circondano, indice forse del fatto che l&#8217;uomo forza la sfera dell&#8217;universo per poter accedere ai suoi più profondi significati.</p>
<p>Cosa sarà quella lucina? Il narratore se lo chiederà spesso, e ci descriverà meticolosamente tutte le sue azioni nella sequenza ciclica delle stagioni, in quel brulicare di vita e morte. Fino a quando quest&#8217;uomo solo incontra un bambino evanescente (quasi un alter ego del piccolo Moresco) che lo accompagnerà nel suo percorso finalizzato alla scomparsa di sé, allo svanire di un&#8217;essenza fuori dal tempo. Allora la solitudine («sono venuto qui per sparire, in questo borgo antico abbandonato e deserto di cui sono l&#8217;unico abitante») diventa la necessaria condizione per un percorso catartico che si fa esperienza etica nella consapevolezza che quella dolorosa fisicità è vita e morte in un flusso vitalistico continuo. In questa sorta di diario del pensiero, di Zibaldone, morte e (ri)nascita, infanzia e maturità non sono mai stati così vicini, poli necessari di un cerchio eterno del divenire, di un  imprescindibile ritorno alle origini.</p>
<p>Antonio Moresco si conferma un autore insurrezionale, nel senso lato della parola, perché capace di incendiare le camere d&#8217;aria interiori di ogni singolo lettore, capace di sconfinare, di rovesciare piani precostituiti. Attraverso questo testo necessario, Moresco spalanca le percezioni di un uomo che vive il disagio di stare dentro un microcosmo a sua volta accartocciato in un macrocosmo e con un disincantato lirismo leopardiano spacca la vita in mezzo, mette in crisi la percezione dell&#8217;universo. La lucina è quindi un&#8217;altra fessura, accanto ai Canti del Caos, che squarcia la zona ignota, come se la letteratura fosse una cruna, come lui la definisce, che ci conduce verso di essa.</p>
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