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	<title>Antonio Sparzani &#8211; NAZIONE INDIANA</title>
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		<title>Il silenzio è cosa viva</title>
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		<dc:creator><![CDATA[antonio sparzani]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 20 Oct 2018 05:00:21 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[di Giorgio Morale La prosa dei poeti: Il libro Il silenzio è cosa viva di Chandra Livia Candiani (Einaudi 2018, € 12) ha come sottotitolo L’arte della meditazione, con un chiaro riferimento alla pratica del Buddhismo da parte dell’autrice. Esso però si può definire con un’espressione nietzschiana “un libro per tutti e per nessuno”. I [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Giorgio Morale</strong><br />
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<p><em>La prosa dei poeti</em>: Il libro <em>Il silenzio è cosa viva</em> di <strong>Chandra Livia Candiani</strong> (Einaudi 2018, € 12) ha come sottotitolo <em>L’arte della meditazione</em>, con un chiaro riferimento alla pratica del Buddhismo da parte dell’autrice. Esso però si può definire con un’espressione nietzschiana “un libro per tutti e per nessuno”. I libri per tutti e per nessuno sono libri che sfuggono alle etichette e che proprio per questo spingono un po’ più in là la nostra percezione della realtà, e perciò la coscienza individuale e il livello di libertà e di scelta. Per spiegarlo farò due premesse. Per la prima ci soccorrono alcune frasi di Roman Jakobson. “Le suddivisioni operate dai libri scolastici sono di una semplicità rassicurante” scrive Roman Jakobson (Poetica e poesia), “da una parte la prosa, dall’altra la poesia. C’è invece una differenza sorprendente fra la prosa di un poeta e la prosa di un prosatore”. Leggendo la prosa dei poeti, continua Jakobson, “proviamo un senso di involontario stupore per la loro padronanza dei mezzi dell’altro linguaggio, mentre avvertiamo al tempo stesso, inevitabilmente, come un’intonazione straniera nell’accento e nella forma interna della lingua: sono splendide irruzioni dalle vette della poesia alla prosa della pianura”. </p>
<p><em>La lingua delle schegge e dei frammenti</em>: Il libro di Chandra Candiani è un magnifico esempio della prosa di un poeta. Lo fanno essere tale la cura della parola, la struttura della sintassi, il ritmo del discorso, il ricorso a procedimenti poetici come la similitudine, la ripetizione, gli elenchi, l’aneddoto e la citazione, l’inserimento di testi poetici prodotti dai bambini nei corsi di poesia tenuti da Chandra Candiani nelle scuole. E ancora: il tono entusiasta con cui si realizza la mescolanza di andamento narrativo e immediatezza di intuizione, gli inserti autobiografici – memorie e percezioni, gioie e paure, ferite e mancanze – che sono la materia viva di cui è fatto il discorso e costruiscono lo sguardo sul mondo che abbiamo amato nelle raccolte poetiche La bambina pugile (Einaudi 2015) e Fatti vivo (Einaudi 2017). A compiere un’analisi intertestuale, troveremmo molte ricorrenze tra Il silenzio è cosa viva e i volumi di poesia di Chandra Candiani. Ci sono brani, ne Il silenzio è cosa viva, ad esempio quello intitolato Imparare a tremare, come quello intitolato Frantumi, che per intensità e modalità di scrittura sono vera prosa e vera poesia. Anche per dire la pratica della meditazione viene infatti usata la lingua della poesia, “la lingua delle schegge, dei frammenti”, così come nei volumi di poesia ci sono brani “didattici”: ricordiamo fra tutti la serie delle Mappe ne La bambina pugile. </p>
<p><em>Buddhismo anonimo</em>: Per quanto riguarda il contenuto, una premessa doverosa parte dal concetto di “cristianesimo anonimo” coniato da Karl Rahner. Con questa espressione il teologo tedesco intende dire che anche gli appartenenti a fedi diverse dalla cristiana – come i non appartenenti a nessuna fede – possono essere portatori di Verità non meno dei cristiani. “Cristianesimo anonimo”, spiega Rahner, significa che “chiunque segue la propria coscienza, sia che ritenga di dover essere cristiano oppure non-cristiano, sia che ritenga di dover essere ateo oppure credente, è accetto e accettato da Dio e può conseguire quella vita eterna che nella nostra fede cristiana noi confessiamo come fine di tutti gli uomini” (La fatica di credere). Negli anni attorno al Concilio Vaticano II questo concetto contribuì a rinnovare la Chiesa e a favorire un dialogo tra Chiesa cattolica e movimenti di liberazione. Ho preso le mosse da Rahner perché leggendo Il silenzio è cosa viva, per associazione, è nata in me la formula “Buddhismo anonimo”. Chandra Livia Candiani, per esperienze e scelta, ha maturato una vera e propria adesione al Buddhismo, ed è di Buddhismo che lei parla in questo libro, ma a me che leggo e non sono buddista il libro comunica una dimensione che fa parte della condizione umana in quanto tale, a prescindere dalla fede.<br />
Quando si comincia a meditare? Contribuisce a ciò una prefazione assolutamente personale, in cui appare la domanda: “Quando si inizia ad avvertire qualcosa di più grande di noi? Quando ho iniziato io a ‘meditare’? Forse intorno ai nove anni, chiusa in bagno in ginocchio, mentre fuori gli adulti si stanno massacrando?”. Anche nell’esperienza di chi scrive, quindi, il Buddhismo viene prima dell’adesione adulta al Buddhismo, la pratica della meditazione prima della consapevolezza della sua pratica, tanto che si perde nei ricordi dell’infanzia. Si riconosce la pratica della meditazione, dice Chandra Candiani, per il suo essere “un movimento di ritorno a un luogo dimenticato” dove si sta bene, “così vuotamente bene”. E tra i guadagni della pratica troviamo scoperte umane che ognuno di noi vorrebbe fare: “a me ha dato il corpo. Ho scoperto di respirare. Mi ha insegnato a sentire. Mi ha fatto percepire il momento e il luogo. Mi ha insegnato ad assaporare qualsiasi cosa stessi vivendo, senza esclusione. Mi ha messo al mondo”. Una nuova nascita, insomma, la nascita consapevole, che prosegue giorno dopo giorno anche quando diventa insegnamento: “L’insegnamento non è una cosa esterna, è il mio stesso vivere”.</p>
<p><em>Qui e ora</em>: Anche l’incipit del libro, il primo capitolo, non solo ha un carattere personale, ma anzi, come la poesia lirica, parte nel qui e ora e non nell’atemporalità dei trattati. Il tempo è quello della biografia di Chandra Candiani, con le sue occorrenze imprevedibili e inevitabili: “Tre giorni fa è morta mia sorella. L’ultima rimasta. Non ho ancora cancellato il suo numero dal cellulare”. Come nella lirica moderna, il testo sembra farsi in tempo presente, nel mentre chi scrive vive ciò di cui parla, tanto da essere persino in dubbio di riuscire a completare la sua opera: “Forse non scriverò questo libro”. Il luogo è precisato nel primo capitolo del libro, è la stanza della meditazione. Con un andamento leggermente narrativo, Chandra Candiani ci accoglie alla soglia del libro come un’ospite sulla soglia di casa e ci introduce nella stanza della meditazione. Con un’avvertenza: “non si tratta di chiudere fuori il mondo”, ma di “Essere tutti lì dove siamo”. Ci descrive la stanza e dai dettagli concreti ha inizio inavvertitamente quel viaggio che lei compie da trent’anni per “imparare a essere qui”. Soltanto “Ci vuole del tempo e qualche indicazione perché ci si risvegli a dove è il corpo”. E “man mano che ci apriamo a essere dove è il corpo e a sentire come stiamo in quel momento, il qui si dilata, diventa immenso,… fino a farci assaporare la spaziosità fondamentale in cui abitiamo, non solo la spaziosità della coscienza ma quella dell’universo stesso”. Chi scrive svolge davanti a noi questo suo viaggio, ci porta dentro la sua interiorità, e così facendo induce un percorso simile anche in noi.</p>
<p><em>Tutto è meditazione</em>: “Una stanza vuota insegna a essere contenitore vuoto, ma pronto, capace, accogliente”. È il punto di partenza per un’apertura all’universo che da poeta Chandra Livia Candiani ha cantato ne La bambina pugile e in Fatti vivo. Gesti che ci liberano sono “inchinarsi” e “chiedere rifugio”, accogliere l’irrequietezza, assumere una postura che radichi e apra, partire dal respiro e dal corpo, “senza identificazione e insieme senza scissione”, evitando le narrazioni e le autonarrazioni della mente. Chandra Candiani descrive le sensazioni fisiche, ne narra l’evoluzione, insieme a lei avvertiamo via via l’aderire alla terra e il fluire del respiro, il contatto con il corpo e l’attenzione a ciò che ci circonda, l’ascolto e l’attesa, fino al sorgere del sentimento di essere e di una conoscenza altra rispetto a quella concettuale, che, con un’espressione presa da Emmanuel Levinas, possiamo dire che assomiglia piuttosto a una carezza, “qualcosa che viene afferrato,… che sfiora senza prendere, qualcosa che scorre. La carezza è ‘marcia verso l’invisibile’, perché la carezza ‘non sa cosa cerca’.”. Scopriamo che l’approdo non è una pace priva di scosse ma la consapevolezza che la sofferenza c’è, che la ricerca non è rivolta a uscire dalla vita quotidiana, ma a entrarci consapevolmente, cosicché la meditazione è non un anestetico, ma una Via per entrare più in intimità con quello che ci accade. Da questo punto di vista “tutto è meditazione” e come nell’insegnamento buddista il libro ci chiede “di allargare il nostro orizzonte di pratica, la nostra visuale spirituale a tutta la nostra vita”.</p>
<p><em>Meditazione e poesia</em>: Il silenzio è cosa viva si può leggere anche come un libro di poetica. Lo fanno essere tale innanzitutto affermazioni esplicite che accomunano meditazione e poesia nella biografia di Chandra Candiani. “Le misteriose vie della vita mi hanno regalato due metodi, due alleati per avvicinare e arrivare ad accogliere la paura: la poesia e la pratica del Buddhismo”. Le due pratiche sono accomunate anche dall’essere un’arte: “Meditare non è nemmeno una tecnica, ma un’arte. Dell’arte quindi ha il rischio, l’improvvisazione, lo studio e la dimenticanza dello studio, la dedizione, la leggera e misurata follia, la precarietà, la vocazione, l’invasione nella vita quotidiana, la spellatura”. Parole che possono riferirsi anche alla poesia. E c’è molto altro disseminato nel libro. La stanza della meditazione ricorda da vicino Una stanza tutta per sé di Virginia Woolf.  Come quella rivendicava non solo “una stanza tutta per sé per poter scrivere” ma al contempo decostruiva secoli di cultura patriarcale in cui il femminile non trovava posto, così questa stanza della meditazione non solo “è molto simile allo spazio del cuore”, ma si spinge oltre i limiti della cultura occidentale per trovare in altre culture le parole per dire la possibilità di un superamento delle nostre separatezze: “Si tratta di coltivare la mente-cuore. In pali, sono una parola sola: citta. E già questo fa avvertire la portata della differenza tra la nostra cultura occidentale di pensiero dissezionante e separativo e una cultura della non separatezza, del nesso”.</p>
<p><em>La vita è viva</em>: I lettori di Chandra Livia Candiani potranno trovare in questo libro l’atteggiamento di ascolto e apertura al mondo che abbiamo incontrato ne La bambina pugile, reso possibile da un io leggero che si discosta da quello della cultura occidentale: “Il rischio della solidificazione è ovunque, anche sul sentiero interiore, ed è quello di creare un io ideale, un io meditante, saggio, imperturbabile, che snocciola insegnamenti a piè sospinto”. Vi può trovare, come risultato di questa apertura, l’approdo alla realtà, alla sua bellezza e alla sua terribilità, che costituisce la trama di Fatti vivo: “Sono cosa della realtà. Briciola di misteriosi legami, ogni nodo di realtà rispecchia tutti gli altri e la rete non ha fine”. Come Fatti vivo reclamava che “Di guerrieri indifesi / ha bisogno il mondo, / di sacra ira / di occhi spalancati”, così Il silenzio è cosa viva insiste che “la vita è viva e… ci si può abbandonare a essa, senza diventare passivi, ma anzi collaborando al suo svolgimento”. La meditazione, come la poesia, è un gesto etico e politico, che sostituisce un’esperienza a una convenzione, che rifiuta una consapevolezza intesa come pacificazione in favore di una piena assunzione di responsabilità che si esplichi in risposte che vadano dalla compassione alla gioia per la gioia dell’altro e all’azione responsabile.</p>
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		<title>Cosa ne dirà la gente? Festa di Nazione Indiana 2018</title>
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		<dc:creator><![CDATA[redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 17 Oct 2018 21:56:19 +0000</pubDate>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/10/2-banner-2018.jpeg"><img decoding="async" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/10/794-2-banner-2018.jpeg" alt="" width="794" height="446" class="aligncenter size-full wp-image-76296" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/10/794-2-banner-2018.jpeg 794w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/10/794-2-banner-2018-300x169.jpeg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/10/794-2-banner-2018-768x431.jpeg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/10/794-2-banner-2018-250x140.jpeg 250w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/10/794-2-banner-2018-200x112.jpeg 200w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/10/794-2-banner-2018-160x90.jpeg 160w" sizes="(max-width: 794px) 100vw, 794px" /></a></p>
<p>Vi aspettiamo alla Festa di NazioneIndiana 2018! Quest&#8217;anno si terrà a BRESCIA sabato 27 ottobre dalle 16.30 e domenica 28 ottobre dalle 10 alle 12 ed è stata organizzata in collaborazione con l&#8217;Associazione Culturale <a href="http://www.carmebrescia.it/">C.A.R.M.E.  </a></p>
<p>Alcuni componenti del folto gruppo di redazione di Nazione Indiana saranno presenti per interagire con gli ospiti e con il pubblico secondo quella formula di scambio e circolarità di confronto aperto e curioso che ha caratterizzato tutte le feste di Nazione indiana.<span id="more-76264"></span></p>
<p>Saranno presenti a Brescia Silvia Contarini, Giacomo Sartori, Jan Reister, Mariasole Ariot, Gianni Biondillo, Gherardo Bortolotti, Antonello Sparzani, Maria Luisa Venuta e la scrittrice Helena Janeczek che ha vinto il Premio Strega 2018 con il romanzo &#8220;La ragazza con la Leica&#8221; edizioni Guanda.</p>
<p>Il titolo della festa 2018 è &#8220;Cosa ne dirà la gente?&#8221; e sono previsti due seminari durante i quali ospiti e pubblico intervengono in modo circolare sullo scontro tra modernità e tradizioni, tra radici culturali e cambiamenti e su come questi elementi siano vissuti negli ambiti individuali e familiari nelle famiglie con migranti di seconda generazione (Sabato 27 ottobre dalle 16.30 alle 18.30) e su come le relazioni tra culture divengano forme urbane in una trasformazione radicale di parti della città, come sta accadendo nel progetto &#8220;Oltre la strada&#8221; in via Milano a Brescia (Domenica 28 ottobre dalle 10 alle 12.00).</p>
<p>La sera di sabato 27 ottobre dalle 21 fino alle 22.30 si lascerà spazio alle espressioni artistiche che accomunano NazioneIndiana con l&#8217;Associazione Culturale C.A.R.M.E. attraverso la proiezione di brevi opere di videoarte che potranno essere commentate anche con gli stessi autori presenti in sala.</p>
<p>Perchè il titolo &#8220;Cosa ne dirà la gente?&#8221;</p>
<p>L&#8217;idea è nata dalla visione del film omonimo della regista pakistana Hiram Haq e da idee e spunti di riflessione condivisi in redazione sul periodo che stiamo vivendo in cui le spinte verso l&#8217;innovazione e un futuro di idee libere e senza confini fanno a botte con nazionalismi, gabbie e un populismo che, a memoria, non ricordiamo di aver mai sperimentato. Spostando il focus sui nuovi abitanti europei, che provengono da altri continenti, la sensazione si amplifica. Le dinamiche di spinta  verso nuovi contesti in cui poter vivere e far crescere i propri figli si scontrano con il desiderio intrinseco di mantenere abitudini, riti e tradizioni che mantengano il cordone ombelicale con le terre di origine, con il tessuto sociale e familiare che è rimasto là, al di là della frontiera.</p>
<p>Un sentire che non ci è estraneo completamente, perchè tra migrazioni interne all&#8217;Italia nel dopoguerra, quelle vissute in prima persona oltre i confini e i percorsi individuali anche sperimentati in prima persona, spesso il &#8220;Che cosa ne dirà la gente&#8221; è risuonato nei dialoghi e nei confronti con genitori e familiari.</p>
<p>Oggi in pochi mesi il contesto italiano si è inasprito, i luoghi di confronto libero e di accoglienza paiono faticosi, a volte sono stati negati spazi pubblici come è accaduto qualche giorno fa a Sesto San Giovanni vicino a Milano. Che cosa ne dice la gente?</p>
<p>Vi aspettiamo alla sede dell&#8217;<a href="http://www.carmebrescia.it/">Associazione Culturale C.A.R.M.E</a>. in via Battaglie 61 a Brescia sabato 27 ottobre e domenica 28 ottobre. (<a href="https://goo.gl/maps/gqXEFKeKrUu">mappe Google</a>)</p>
<p><em>Ringraziamo l&#8217;artista Davide Bignami per averci prestato l&#8217;immagine per la locandina della Festa e Mattia Paganelli per la composizione grafica.</em></p>
<p>&nbsp;</p>
<p style="text-align: center;"><span style="color: #ff0000;"><strong>Programma</strong></span></p>
<table width="389">
<tbody>
<tr>
<td width="386"><strong> <span style="color: #ff0000;">Sabato 27 ottobre</span></strong></td>
</tr>
<tr>
<td width="386"><span style="color: #ff0000;"><strong>16.30-18.30</strong></span></p>
<p><span style="color: #ff0000;"><strong>Che cosa ne dirà la gente? A cura di Maria Luisa Venuta</strong></span></p>
<p>Il contesto italiano e le migrazioni di seconda generazione. Ci confrontiamo con coloro che hanno deciso di rimanere a vivere in Italia</p>
<p>Ne parliamo con</p>
<p>·       ·      <span style="color: #ff0000;">Helena Janeczek,</span> Nazione Indiana scrittrice e Premio Strega 2018</p>
<p>·       ·      <span style="color: #ff0000;">Elia Moutamid</span>, regista</p>
<p>·       Interventi di alcune mediatrici culturali e migranti che vivono a Brescia</p>
<p>&nbsp;</td>
</tr>
<tr>
<td width="386"><span style="color: #ff0000;"><strong>21:00-22:30</strong></span></p>
<p><span style="color: #ff0000;"><strong>I linguaggi nella videoarte </strong> <strong>A cura di Giacomo Sartori</strong></span></p>
<p>La vera età, di Sergio Trapani e Giacomo Sartori, 7 minuti</p>
<p>Il lungo briefing di Sergio Trapani e Andrea Inglese, durata: 5 minuti</p>
<p>Cucù di Robert Desnos, animazione poetica e traduzione di Orsola Puecher Durata 8 minuti e 30 secondi</p>
<p>I&#8217;m a swan di Mariasole Ariot, 5 min e 30 secondi</p>
<p>Ode ai penultimi di Francesco Forlani, 5 minuti</p>
<p>If I die first, di Sergio Trapani, testo di Giacomo Sartori, durata 8 minuti tradotto da Frederika Randall, (in inglese, lettura del testo in italiano)</p>
<p>Separazione, di Sergio Trapani e Giacomo Sartori, durata 13 minuti</p>
<p>&nbsp;</td>
</tr>
<tr>
<td width="386"><strong> </strong><span style="color: #ff0000;"><strong>Domenica 28 ottobre</strong></span></p>
<p><span style="color: #ff0000;"><strong>10.00- 12.00</strong></span></td>
</tr>
<tr>
<td width="386"><span style="color: #ff0000;"><strong>Che cosa ne dirà la gente?</strong></span></p>
<p><span style="color: #ff0000;"><strong>Oltre la Strada: un progetto tra passato e futuro </strong></span><span style="color: #ff0000;"><strong>A cura di Gherardo Bortolotti</strong></span></p>
<p>Il paesaggio e le funzioni di una periferia multietnica e come si progetta il futuro</p>
<p>Interagiscono e ne parlano in un dibattito circolare:</p>
<p>·       Gianni Biondillo, NazioneIndiana scrittore N<em>arrazione delle periferie</em></p>
<p>·       Silvia Contarini, Nazione Indiana e professore universitario U<em>rbanismo e genere</em></p>
<p>·       Barbara Badiani, urbanista L&#8217;<em>area e l&#8217;evoluzione storico urbanistica di Via Milano</em></p>
<p>·       Domenico Bizzarro, Cooperativa La Rete I<em>nterventi di lotta alla povertà e housing sociale su via Milano</em></p>
<p>·       Nadia Busato, scrittrice <em>La realtà e le prospettive del progetto Oltre la strada</em></td>
</tr>
<tr>
<td width="386"><strong> </strong></td>
</tr>
</tbody>
</table>
<p>&nbsp;</p>
]]></content:encoded>
					
		
		
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		<title>Sistema #1</title>
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		<dc:creator><![CDATA[antonio sparzani]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 28 Aug 2018 05:00:25 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[indiani]]></category>
		<category><![CDATA[Antonio Sparzani]]></category>
		<category><![CDATA[sistema]]></category>
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					<description><![CDATA[di Antonio Sparzani Sistema, che straordinaria parola nella lingua italiana e nelle altre lingue vicine alla nostra: la sua etimologia è certamente semplice, viene dal greco, e significa un insieme di cose che stanno assieme, sì, ma come stanno assieme? La parola sembra suggerire che stiano assieme con qualche criterio e anche sembra suggerire qualche [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/08/nebulosa-del-águila.jpg"><img decoding="async" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/08/nebulosa-del-águila-1024x575.jpg" alt="" width="860" height="483" class="aligncenter size-large wp-image-75626" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/08/nebulosa-del-águila-1024x575.jpg 1024w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/08/nebulosa-del-águila-300x169.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/08/nebulosa-del-águila-768x432.jpg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/08/nebulosa-del-águila-250x140.jpg 250w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/08/nebulosa-del-águila-200x112.jpg 200w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/08/nebulosa-del-águila-160x90.jpg 160w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/08/nebulosa-del-águila.jpg 1050w" sizes="(max-width: 860px) 100vw, 860px" /></a></p>
<p>di <strong>Antonio Sparzani</strong></p>
<p><em>Sistema</em>, che straordinaria parola nella lingua italiana e nelle altre lingue vicine alla nostra: la sua etimologia è certamente semplice, viene dal greco, e significa un insieme di cose che stanno assieme, sì, ma come stanno assieme? La parola sembra suggerire che stiano assieme con qualche criterio e anche sembra suggerire qualche analogia tra queste cose che stanno assieme; si dice sistema nervoso ma si dice invece apparato digerente, dato che quest’ultimo è formato da tanti oggetti differenti l’uno dall’altro. Si dice poi anche sistema solare, che è costituito da tanti oggetti che hanno in comune il muoversi in una certa regione di spazio; tra tutti questi oggetti esiste una qualche relazione, un qualche modo di stare assieme, che la nostra mente ha costruito in secoli di analisi, sempre un po’ meglio approssimata, e alla quale abbiamo dato il nome di interazione gravitazionale, e anche interazione elettromagnetica, parole inventate dagli uomini che di ciò si sono in vari modi occupati e che più comunemente vanno sotto il nome di attrazione e di scambio di luce e calore.<br />
Esaminando questi e i moltissimi altri esempi che si possono facilmente trovare nella lingua, comincia a farsi strada un’idea che sembra comune a tutti, e cioè quella che un sistema è qualcosa a sé stante, in qualche misura isolato da tutto il resto, o per lo meno che può venir considerato indipendente da tutto quanto lo circonda, vicino o lontano.<br />
E qui entra allora un tipo di scelta che dipende fortemente da quello che noi riteniamo importante per le nostre esigenze di descrizione del mondo, esigenze ben s’intende spesso squisitamente materiali e non tanto astratte quanto si potrebbe pensare. Più le esigenze dell’analisi sono fini e più è difficile considerare sistemi isolati. Prendiamo ad esempio il cosiddetto sistema solare, anzi, cominciamo a prendere la Terra da sola: è forse un sistema isolato? La risposta dipende dalle esigenze di descrizione che si hanno: la Terra è molto distante da tutti quanti gli altri corpi che le stanno intorno, rispetto alle distanze che siamo abituati a considerare su di essa, ma, come tutti sappiamo, è difficile dal nostro punto di vista di uomini che vivono respirando ed esigendo una certa temperatura, negare che la presenza del Sole risulta indispensabile. Sembrerebbe allora di poter considerare il sistema Terra-Sole; tuttavia un’analisi appena più fine mostra che ad esempio le maree, fenomeno certamente non trascurabile in molte regioni della Terra, dipendono in qualche modo dalla Luna, che ci gira intorno lontana (382000 km circa) e che tuttavia sembra proprio essere la causa di esse.<br />
Allora, per dire, prendiamo il sistema Terra-Luna-Sole, è un sistema che possiamo considerare in qualche misura isolato? Certo lo è più del precedente, ma ecco che di nuovo un’analisi sempre più fine mostra che la presenza di altri corpi vaganti grosso modo in zona provoca piccoli, ma avvertibili cambiamenti anche in questo sistema fatto di tre corpi. Ci sono tanti altri corpi, piccoli e grandi che si muovono in qualche modo “in zona”, cui abbiamo imparato a dare il nome di pianeti, satelliti, asteroidi, comete e via dicendo. Visto ciò che sappiamo dell’attrazione gravitazionale è difficile pensare che essi non abbiano alcuna influenza sul nostro limitato sistema Terra-Sole-Luna e infatti, se si fanno misure abbastanza raffinate, si scopre che ce l’hanno e come. Allora tocca proprio considerare tutto il “sistema solare”, con dei confini su cui tra l’altro ancora si sta lavorando: Plutone non è più l’ultimo pianeta (anzi, siccome non è abbastanza grande è stato declassato e non è più un pianeta) c’è dell’altro un po più “fuori”. Però se si considera tutto il <em>sistema solare</em>, contando tutti gli oggetti che appunto occupano la zona, si arriva a un insieme di corpi dai quali tutti gli altri del cielo sono lontanissimi: la stella più vicina, Proxima Centauri, costellazione del Centauro, dista da noi poco più di 4 anni-luce, una distanza enorme se paragonata alle distanze usuali all’interno del nostro sistema: la luce, per andare da qui a Plutone ci mette qualche ora; ma in un anno ci sono circa 24&#215;365 ore, ovvero 8760 ore, dunque, come ordini di grandezza, la distanza da Proxima Centauri è dell’ordine di 10000 volte il diametro del sistema solare. Possibile che ancora sia necessario tenere conto di tutto il resto dell’universo per quanto ci riguarda? Ebbene, come sempre tutto dipende da quello che si vuole sapere e con quale approssimazione lo si vuole sapere.<br />
Il sistema solare, a quanto a tutt’oggi ne sappiamo è parte di una “sistema” molto più grande, noto dall’antichità come Via Lattea, e tutta questa enorme quantità di stelle, ognuna eventualmente con il suo corredo di pianeti, asteroidi e altro, ruota intorno a un centro, mettendoci 200000 anni terrestri a compiere l’intero giro, dunque il nostro sistema solare gira in tondo anche lui, non è al centro della Via Lattea, anzi è piuttosto sul bordo, e dunque ben si guarda dal filare dritto come farebbe un corpo non soggetto all’influenza di altri corpi.<br />
E di sistemi come questo, detti galassie (l’etimologia risale sempre al latte, in greco <em>gala</em>) ce ne sono una quantità sterminata in giro per l’universo che riusciamo ormai a osservare con gli strumenti sempre più potenti che la tecnologia ci fornisce. E allora? Non si finisce più, anche le galassie si “ammassano”, ci sono gli “ammassi di galassie” e la luce di tutti questi oggetti sparsi in giro per il mondo arriva prima o poi dovunque, e dove arriva, cioè se arriva ad urtare qualche altra cosa, con essa interagisce. E allora, dove sta il vero sistema? Verrebbe da concludere naturalmente che l’unico vero “sistema isolato” è l’intero universo.<br />
Ma a questo punto la nozione diventa inutile, non serve più a niente per la nostra indagine del mondo. Come si esce da questo lo vedremo la prossima volta.</p>
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		<title>[1938-1940] ILIO BARONTINI &#8220;vice-imperatore&#8221; dell&#8217;Abissinia</title>
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		<dc:creator><![CDATA[orsola puecher]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 25 Apr 2018 06:25:07 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[di <b>Orsola Pueche</b>r<br /><br />

In questo <b>25 aprile 2018</b>, che ancora pervicacemente mi sento in dovere di “commemorare” contro il rigurgito di tutti i fascismi e razzismi, manifesti o striscianti che siano, nel raccontare l’avventurosa e straordinaria missione di sostegno alla resistenza etiope compiuta dal 1938 al 1940 da <b>Ilio Barontini</b>...]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<figure id="attachment_73443" aria-describedby="caption-attachment-73443" style="width: 766px" class="wp-caption aligncenter"><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/04/armamenti.jpg"><img loading="lazy" decoding="async" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/04/armamenti.jpg" alt="" width="766" height="547" class="size-full wp-image-73443" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/04/armamenti.jpg 766w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/04/armamenti-300x214.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/04/armamenti-250x180.jpg 250w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/04/armamenti-100x70.jpg 100w" sizes="auto, (max-width: 766px) 100vw, 766px" /></a><figcaption id="caption-attachment-73443" class="wp-caption-text">Cartolina &#8220;ricordo&#8221; dell&#8217;Impero Coloniale</figcaption></figure>
<p><center>di <strong>Orsola Puecher</strong></center></p>
<p><center></p>
<div style="border:0px solid #c0c0c0; margin:15px; width:750px; float:center; text-align:justify; color:#000000; font-size:17px; background-color: #FFFFFF;">In questo <strong>25 aprile 2018</strong>, che ancora pervicacemente mi sento in dovere di &#8220;commemorare&#8221; contro il rigurgito di tutti i fascismi e razzismi, manifesti o striscianti che siano, nel raccontare l&#8217;avventurosa e straordinaria missione di sostegno alla resistenza etiope compiuta dal 1938 al 1940 da <strong>Ilio Barontini </strong> [Cecina, 28 settembre 1890 – Scandicci, 22 gennaio 1951] forse sta la sola speranza di rimediare, almeno in minima parte, alla vergogna dell&#8217;avventura coloniale in <strong>Abissinia</strong> del 1935, una delle macchie più infamanti e meno conosciute del regime mussoliniano, fra armi chimiche e stragi di civili degli <em>italiani brava gente</em>. <strong>Barontini </strong>antifascista della prima ora di matrice anarchica, poi socialista e in seguito comunista, combatté nella <strong>Guerra di Spagna</strong>, in <strong>Etiopia</strong>, in <strong>Francia</strong> e in <strong>Italia</strong>, con quello spirito internazionalista di <em>aiuto ai popoli oppressi</em>, oggi di difficile comprensione, considerato un po&#8217; romantico e obsoleto, ma che fu una componente decisiva per la sconfitta del nazifascismo in Europa.<br />
Parlare di antifascismo essendo <em>dalla parte giusta</em>, pur scavando in dolorose memorie, in un dolore che si trasmette di generazione in generazione, porta prima o poi sempre a una sorta di pacificazione, a un senso compiuto del sacrificio delle vittime, in cui l&#8217;anello si chiude nel giudizio del tempo e della storia. Avere invece nella propria famiglia chi combattè <em>dalla parte sbagliata</em>, trova più difficilmente una cura alla vergogna, alla colpa, spesso al desiderio di nasconderla, di seppellirla. Cosa che successe fino agli &#8217;90 anche alla stessa nazione italiana, quando si scopersero interi dossier taciuti e sepolti nell&#8217;archivio del  <strong>Foreign and Commonwealth Office</strong> inglese sulle atrocità commesse in Abissinia e nei Balcani. I criminali di guerra italiani riconosciuti colpevoli, circa 750, dal ⇨ <a href="https://en.wikipedia.org/wiki/Central_Registry_of_War_Criminals_and_Security_Suspects" rel="noopener" target="_blank"><strong>&#8220;Registro Centrale per i Criminali di Guerra e i Sospettati per la Sicurezza&#8221;</strong></a>  dell&#8217; ONU, in Jugoslavia, in Etiopia, non furono mai estradati e processati nei paesi dove li avevano commessi, non furono mai puniti, bensì dimenticati, <em>nascosti sotto il tappeto</em>. Il <em>paese dei misteri</em> non si smentisce mai.<br />
Qualche anno fa nei commenti di un post per il <strong>Giorno della Memoria</strong> pubblicai il link a un documentario della <strong>BBC</strong> del 1985, acquistato dalla <strong>RAI</strong> ma poi mai trasmesso, ⇨ <a href="https://www.youtube.com/watch?v=Xh4aBR-YTOg" rel="noopener" target="_blank"><strong><em>Fascist  Legacy, l&#8217;eredità del fascismo</em></strong></a>, che parla di questo crimini e del loro insabbiamento. Mi colpì molto il commento di ⇨ <a href="https://www.nazioneindiana.com/tag/antonio-sparzani/" rel="noopener" target="_blank"><strong>Antonio Sparzani</strong></a>:</div>
<p></center><br />
<center></p>
<div style="border:0px solid #c0c0c0; margin:15px; width:750px; float:center; text-align:justify; color:#000000; font-size:17px; background-color: #FFFFFF;">
<blockquote style="color:#000000; border-left:4px solid #808080; background-color:#FFFFC2;"><p><strong>sparz</strong> il 29 gennaio 2011 alle 12:37<br />
<em>ho guardato con crescente dolore e rabbia i documentari linkati da Orsola, che ancora ringrazio, memore, con crescente raccapriccio, dei racconti gloriosamente guerreschi che mi faceva mio padre, mitragliere reduce appunto dalla guerra di Libia, e in particolare in Cirenaica. Non c’è limite alla vergogna che ogni tanto dovrebbe sommergerci. Lo ripeto con un dolore smisurato.</em></p></blockquote>
<p>&nbsp;<br />
Alla festa di <strong>Nazione Indiana</strong> dello scorso settembre durante il dibattito ⇨ <a href="https://www.nazioneindiana.com/2017/10/16/rete-storie-scrivere-la-storia/" rel="noopener" target="_blank"><strong>Scrivere la Storia</strong></a>, ⇨ <a href="https://www.nazioneindiana.com/tag/anna-tellini/" rel="noopener" target="_blank"><strong>Anna Tellini</strong></a> ha fatto un intervento su questo tema, che egualmente mi ha molto colpito:</div>
<p></center></p>
<p><center></p>
<div style="width:300px;">
    <audio class="wp-audio-shortcode" id="audio-73346-1" preload="none" style="width: 100%;" controls="controls"><source type="audio/mpeg" src="http://www.suave-est-nus.org/anna-orecchini-africani-1.mp3?_=1" /><a href="http://www.suave-est-nus.org/anna-orecchini-africani-1.mp3">http://www.suave-est-nus.org/anna-orecchini-africani-1.mp3</a></audio></div>
<p></center></p>
<p><center></p>
<div style="border:0px solid #c0c0c0; margin:17px; width:750px; float:center; text-align:justify; color:#000000; font-size:17px; background-color: #FFFFFF;"><figure id="attachment_73468" aria-describedby="caption-attachment-73468" style="width: 350px" class="wp-caption alignleft"><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/04/orecchini.jpg"><img loading="lazy" decoding="async" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/04/orecchini-coloniali.jpg" alt="" width="350" height="764" class="size-full wp-image-73468" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/04/orecchini-coloniali.jpg 350w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/04/orecchini-coloniali-137x300.jpg 137w" sizes="auto, (max-width: 350px) 100vw, 350px" /></a><figcaption id="caption-attachment-73468" class="wp-caption-text">Orecchini &#8220;souvenir&#8221; coloniale</figcaption></figure> <em>Sono venuta sfoggiando, si fa per dire, questi orecchini, che vengono dall’Africa, dalle colonie africane, perché mio nonno, mio nonno materno, di indefessa fede sabauda, si era ben turato il naso rispetto a Mussolini e al fascismo e, militare di carriera era andato a fare il governatore nelle colonie africane. Allora il fatto è che io e mia sorella morta non abbiamo mai parlato di questo nonno, a nessuno e non credo che sia un caso. Per noi era una specie di macchia, questo nonno che era andato a governare e chissà cosa aveva fatto e di cosa s’era reso complice, già con la sua stessa formazione militare. Adesso che praticamente sono rimasta solo io della mia famiglia, mi è scattato un qualcosa per cui o mi libero da sola, o non ho più nessuna speranza. Quindi ecco vi dico che questo è un prodotto del colonialismo. E due anni fa ho avuto un raptus incontenibile e ho dovuto fare un viaggio in Etiopia. Dove mio nonno, appunto, faceva… e sono andata quasi quasi all’inizio in Etiopia sperando che qualche etiope di passaggio mi sputasse in un occhio: “Tu sei la nipote di&#8230; il mio prozio ha sofferto per&#8230;”  Invece, forse sono stata molto molto fortunata, ma mi sono imbattuta in persone sorridenti molto pacificate, loro, beate loro rispetto agli italiani, perché io avevo delle remore, una coda di paglia. Non gliene poteva importare di meno e non solo, durante un viaggio scomodissimo, lunghissimo, per strade dissestate a un certo punto abbiamo fatto una sosta nel nulla, perché in quel nulla c’era un piccolo cimitero di soldati italiani, appunto,  quindi immaginate di vedere un piccolo cimitero circondato dal nulla per chilometri e chilometri e chilometri, che nessuno aveva mai desiderato devastare, anzi tenuto alla perfezione proprio, come in Italia non potremmo mai vederne. Ed era un cimitero di soldati italiani di quell’epoca e quindi adesso io nell’ingresso di casa mia, ho appeso incorniciati i due diplomi militari di mio nonno, ma questa è un’altra storia&#8230; voglio dire che io non credo che potrei mai scrivere, anche se fossi una scrittrice, cosa che non sono, non potrei mai scrivere un romanzo storico, su una storia del colonialismo italiano, avendo avuto questo nonno.</em><br />
&nbsp;<br />
<figure id="attachment_73475" aria-describedby="caption-attachment-73475" style="width: 720px" class="wp-caption aligncenter"><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/04/cimitero-di-adigrat.jpg"><img loading="lazy" decoding="async" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/04/cimitero-di-adigrat-768x1024.jpg" alt="" width="720" height="960" class="size-large wp-image-73475" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/04/cimitero-di-adigrat-768x1024.jpg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/04/cimitero-di-adigrat-225x300.jpg 225w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/04/cimitero-di-adigrat.jpg 1200w" sizes="auto, (max-width: 720px) 100vw, 720px" /></a><figcaption id="caption-attachment-73475" class="wp-caption-text">Cimitero militare italiano di Adigrat</figcaption></figure><br />
&nbsp;<br />
Perché non restino solo un senso di dolore profondo, irrimediabile, un paio di pregevoli orecchini di avorio con due aspidi impressi e un faticoso percorso di pacificazione individuale, bisogna di nuovo interrogare questa storia lontana, quasi dimenticata e i suoi protagonisti.<br />
&nbsp;<br />
Mezzo milioni di uomini, l&#8217;intera flotta aerea, carri armati, artiglieria pesante fino a sguarnire le riserve della madrepatria furono mandate in <strong>Etiopia</strong> da <strong>Mussolini</strong> nel &#8217;35 alla conquista dell&#8217;<strong>Impero Coloniale Italiano</strong>. Una via di mezzo fra il voler rinverdire i fasti dell&#8217;<strong>Impero Romano</strong> e una &#8220;<em>campagna di civilizzazione</em>&#8221; che avrebbe dovuto portare benessere, trasferendo milioni di italiani nei nuovi territori, servì solo a nascondere le difficoltà, la disoccupazione e la pesante situazione economica interna. </div>
<p></center></p>
<p><center><img decoding="async" src="http://www.suave-est-nus.org/11.gif"/>&nbsp;&nbsp;&nbsp;<img decoding="async" src="http://www.suave-est-nus.org/22.gif"/><br />
<img decoding="async" src="http://www.suave-est-nus.org/33.gif"/>&nbsp;&nbsp;&nbsp;<img decoding="async" src="http://www.suave-est-nus.org/44.gif"/></center></p>
<p><center></p>
<div style="border:0px solid #c0c0c0; margin:17px; width:750px; float:center; text-align:justify; color:#000000; font-size:17px; background-color: #FFFFFF;">Una campagna che si pensava di risolvere in poche settimane, dovette fare i conti la strenua resistenza etiope, con ingenti perdite di uomini da entrambe le parti, fino ad arrivare, con l&#8217;illusione di velocizzare la conquista, all&#8217;uso di armi chimiche, fosgene e iprite, vietate dal <strong>Protocollo di Ginevra</strong> del 1926, che anche l&#8217;Italia aveva sottoscritto.<br />
Le usò dapprima il Comandante Supremo <strong>Generale Badoglio</strong>,  poi sostituito, perché non abbastanza efficiente, dal <strong>Maresciallo Graziani</strong>, che compì l&#8217;opera, il tutto con ordini diretti del <strong>Duce</strong>, come si evidenzia dal fitto scambio di dispacci :</div>
<p></center><br />
&nbsp;<br />
<center></p>
<div style="width:600px;border:2px solid black;"><strong></p>
<p align="center">MINISTERO DELLE COLONIE<br />
TELEGRAMMA IN  PARTENZA</p>
<p>&nbsp;</p>
<p align="right">Roma, li 27 ottobre 1935&nbsp;&nbsp;&nbsp;</p>
<p>&nbsp;<br />
Segreto<br />
&nbsp;<br />
S.E. GRAZIANI<br />
MOGADISCIO<br />
&nbsp;<br />
12409 –  Sta bene per azione giorno 29 stop Autorizzato impiego gas come ultima ratio per sopraffare resistenza nemico et in caso di contrattacco.<br />
&nbsp;<br />
Mussolini</strong></div>
<p></center></p>
<p><center></p>
<div style="width:600px;border:2px solid black;"><strong></p>
<p align="center">MINISTERO DELLE COLONIE<br />
TELEGRAMMA IN PARTENZA</p>
<p>&nbsp;</p>
<p align="right">Roma, li 28 dicembre 1935-XIV&nbsp;&nbsp;&nbsp;</p>
<p>&nbsp;<br />
Segreto M.P.A.<br />
&nbsp;<br />
S. E. Maresciallo BADOGLIO<br />
MACALLE’<br />
&nbsp;<br />
15081 –  Dati sistemi nemico di cui a suo dispaccio n. 630 autorizzo V. E. all’impiego anche su vasta scala di qualunque gas et dei lanciafiamme (.)<br />
&nbsp;<br />
Mussolini</strong></div>
<p></center></p>
<p><center></p>
<div style="width:600px;border:2px solid black;"><strong></p>
<p align="center">MINISTERO DELLE COLONIE<br />
TELEGRAMMA IN PARTENZA</p>
<p>&nbsp;</p>
<p align="right">Roma, li 19 gennaio 1936-XIV&nbsp;&nbsp;&nbsp;</p>
<p>&nbsp;<br />
M.P.A. su tutte le MM. PP. AA.<br />
&nbsp;<br />
Maresciallo BADOGLIO<br />
MACALLE’<br />
&nbsp;<br />
790 – Manovra est ben ideata et riuscirà sicuramente stop Autorizzo V. E. a impiegare tutti i mezzi di guerra – dico tutti – sia dall’alto come da terra stop. Massima decisione (.)<br />
&nbsp;<br />
Mussolini</strong></div>
<p></center></p>
<p><center></p>
<div style="width:600px;border:2px solid black;"><strong></p>
<p align="center">MINISTERO DELLE COLONIE<br />
TELEGRAMMA IN PARTENZA</p>
<p>&nbsp;</p>
<p align="right">Roma, li 29 marzo 1936-XIV&nbsp;&nbsp;&nbsp;</p>
<p>&nbsp;<br />
Segreto<br />
&nbsp;<br />
M.P.A. su tutte le MM. PP. AA.<br />
&nbsp;<br />
S. E. BADOGLIO<br />
MACALLE’<br />
&nbsp;<br />
3652 Segreto. Dati metodi guerra nemico le rinnovo autorizzazione impiego gas qualunque specie et su qualunque scala.<br />
&nbsp;<br />
Mussolini</strong></div>
<p></center></p>
<p><center></p>
<div style="border:0px solid #c0c0c0; margin:15px; width:750px; float:center; text-align:justify; color:#000000; font-size:17px; background-color: #FFFFFF;">L&#8217;<strong>iprite</strong> contenuta in <strong>bombe C.500T</strong>, che esplodevano ad un’altezza di 250 metri, si spargeva in minute goccioline in un&#8217;ellisse di 500 metri per 100, depositandosi sulla pelle di uomini e animali, provocando profonde ed estese ustioni, che gli Etiopi, non sapendo bene da cosa fossero provocate, non capivano nemmeno come poter curare adeguatamente.</div>
<p></center></p>
<p><center><img decoding="async" src="http://www.suave-est-nus.org/66.gif"/>&nbsp;&nbsp;&nbsp;<img decoding="async" src="http://www.suave-est-nus.org/77.gif"/><br />
<img decoding="async" src="http://www.suave-est-nus.org/88.gif"/>&nbsp;&nbsp;&nbsp;<img decoding="async" src="http://www.suave-est-nus.org/999.gif"/></center></p>
<p><center></p>
<div style="border:0px solid #c0c0c0; margin:17px; width:750px; float:center; text-align:justify; color:#000000; font-size:17px; background-color: #FFFFFF;">Ignobilmente anche gli ospedali da campo della <strong>Croce Rossa</strong> internazionale venivano attaccati e bombardati, per tema che fossero covi di spie inglesi.</div>
<p></center></p>
<p><center><img decoding="async" src="http://www.suave-est-nus.org/1010.gif"/>&nbsp;&nbsp;&nbsp;<img decoding="async" src="http://www.suave-est-nus.org/1111.gif"/></center></p>
<p><center></p>
<div style="border:0px solid #c0c0c0; margin:17px; width:750px; float:center; text-align:justify; color:#000000; font-size:17px; background-color: #FFFFFF;">La campagna di propaganda raggiunge vertici inauditi di sessismo, con la malsana idea di una donna indigena <em>faccetta nera</em> disponibile a qualsiasi sopruso. Viene attuata una capillare distribuzione di confezioni di preservativi alle truppe, vietati e riprovati in patria per altro, perché potessero fare tranquillamente i loro comodi di <em>virili conquistatori</em>.<br />
&nbsp;<br />
<figure id="attachment_73535" aria-describedby="caption-attachment-73535" style="width: 984px" class="wp-caption aligncenter"><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/04/al-mercato.jpg"><img loading="lazy" decoding="async" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/04/al-mercato.jpg" alt="" width="984" height="653" class="size-full wp-image-73535" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/04/al-mercato.jpg 984w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/04/al-mercato-300x199.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/04/al-mercato-768x510.jpg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/04/al-mercato-120x80.jpg 120w" sizes="auto, (max-width: 984px) 100vw, 984px" /></a><figcaption id="caption-attachment-73535" class="wp-caption-text">Colonialismo razzista e sessista</figcaption></figure><br />
&nbsp;<br />
Con il radicarsi di un razzismo profondo, di cui ancora patiamo le conseguenze, ma <em>allegro</em> e condito da canzoncine goliardiche, tali da far passare la missione per una divertente scampagnata erotico/esotica, una fra le campagne coloniali più feroci della storia procedette nell&#8217;entusiasmo generale.<br />
Persino <strong>Topolino</strong> di <strong>Walt Disney</strong> viene <em>arruolato</em> in <strong>Topolino va in Abissinia</strong> [1935], che diventa uno dei maggiori successi del momento, atroce scenetta musicale comica di tal <strong>Fernando Crivelli</strong>, in arte <strong><em>Crivel</em></strong>, cantante e autore di hit molto in voga come <em>Maramao perché sei morto</em>.</div>
<p></center></p>
<p><center></p>
<div style="width:300px;">
    <audio class="wp-audio-shortcode" id="audio-73346-2" preload="none" style="width: 100%;" controls="controls"><source type="audio/mpeg" src="http://www.suave-est-nus.org/Topolino-in-abissina.mp3?_=2" /><a href="http://www.suave-est-nus.org/Topolino-in-abissina.mp3">http://www.suave-est-nus.org/Topolino-in-abissina.mp3</a></audio></div>
<p></center></p>
<p><center></p>
<div style="border:0px solid #c0c0c0; margin:17px; width:750px; float:center; text-align:justify; color:#000000; font-size:17px; background-color: #FFFFFF;">Tra le tante nefandezze del testo, con la sua tipica vocetta stridula da cartoon, fra le oscene risate dei commilitoni <strong>Topolino</strong>, valente soldato volontario coloniale, impaziente di combattere, sciorina il vero spirito della missione:<br />
&nbsp;</p>
<blockquote style="color:#000000; border-left:4px solid #808080; background-color:#FFE1B0;"><p><em>Mi sono armato da solo. Ho la spada, il fucile, una mitragliatrice sulle spalle e mezzo litro di gas asfissiante nella borraccia.<br />
Appena vedo il Negus lo servo a dovere. Se è nero lo faccio diventare bianco dallo spavento.<br />
Ho molto premura. Ho promesso alla mia mamma di mandarle una pelle di un moro per farci un paio di scarpe.<br />
A mio padre manderò tre o quattro pelli per fare i cuscini della sua Balilla.<br />
A mio zio un vagone di pelli, perché fa il guantaio.</em></p></blockquote>
<p>&nbsp;<br />
<strong>Ilio Barontini</strong> in esilio in Francia dal ’31, per sfuggire alla polizia fascista, dopo aver valorosamente combattuto nella <strong>Guerra di Spagna</strong>, assumendo il comando delle brigate internazionali durante la vittoriosa battaglia di <strong>Guadalajara</strong>, è tornato in Francia dal  21 giugno del &#8217;37.<br />
&nbsp;<br />
<figure id="attachment_73517" aria-describedby="caption-attachment-73517" style="width: 1000px" class="wp-caption aligncenter"><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/04/ilio.jpg"><img loading="lazy" decoding="async" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/04/ilio.jpg" alt="" width="1000" height="664" class="size-full wp-image-73517" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/04/ilio.jpg 1000w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/04/ilio-300x199.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/04/ilio-768x510.jpg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/04/ilio-120x80.jpg 120w" sizes="auto, (max-width: 1000px) 100vw, 1000px" /></a><figcaption id="caption-attachment-73517" class="wp-caption-text">Ilio Barontini, foto segnaletica del Casellario Politico Fascista</figcaption></figure><br />
&nbsp;<br />
Nel libro di memorie <em>Dario Ilio Barontini</em> scritto insieme a <strong>Vittorio Marchi</strong> [Editrice Nuova Fortezza Livorno, 1988], la figlia <strong>Era</strong> delinea la complessa figura di un uomo contemporaneamente portato verso ogni esperienza di resistenza, di lotta politica e partigiana, ma anche modesto, schivo e obbediente alle direttive del Partito. Un piccolo imprenditore borghese che avrebbe potuto starsene tranquillo a <strong>Livorno</strong> a occuparsi della fabbrica di pipe di radica di famiglia, ma che invece per 16 anni della sua vita abbandona affetti e famiglia per la <em>causa</em>:<br />
&nbsp;</p>
<blockquote style="color:#000000; border-left:4px solid #808080; background-color:#FFFFC2;"><p><em>Anche in Africa Barontini va perché ce lo comandano, quindi niente arditismo o avventurismo.</em> [Pag, 197]</p></blockquote>
<p>&nbsp;<br />
Con la valutazione che una sconfitta di <strong>Mussolini</strong> in <strong>Etiopia</strong> avrebbe potuto essere l’inizio della fine della dittatura, dopo l’iniziale intenzione di aprire un nuovo fronte con l’invio di brigate internazionali come in Spagna, si decise invece di aiutare la resistenza etiope insieme a inglesi e francesi.<br />
<strong>Barontini </strong> è tornato a Parigi dove organizza i volontari spagnoli, quando gli viene affidato il compito di occuparsi della missione in <strong>Abissinia</strong>. Francia e Inghilterra decidono di aiutare i patrioti etiopi. Armi e aiuti passano attraverso il Sudan sotto controllo britannico.<br />
&nbsp;<br />
<a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/04/Barontini-in-Etiopia.gif"><img loading="lazy" decoding="async" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/04/Barontini-in-Etiopia.gif" alt="" width="700" height="498" class="aligncenter size-full wp-image-73518" /></a><br />
&nbsp;<br />
<strong>Ilio Barontini</strong> parte per l’Africa Orientale nel dicembre del &#8217;38. La missione era stata preceduta da contatti con <strong>Di Vittorio</strong>, <strong>Grieco</strong>, <strong>Berti</strong>, la segreteria del <strong>Negus</strong> e le autorità francesi. Ha il compito di organizzare la guerriglia contro gli invasori e la propaganda antifascista fra militari e coloni italiani.<br />
<strong>Mussolini</strong> ha conquistato tutti i villaggi e le città più importanti, la ferrovia Addis Abeba-Gibuti e controlla le principali vie di comunicazione, ma i ¾ del territorio etiope sono ancora governati dagli indigeni in nome di <strong>Hailé Selassié</strong>. In molti fortini italiani i rifornimenti devono essere paracadutai, perché certe zone non possono essere attraversate.<br />
&nbsp;<br />
<figure id="attachment_73522" aria-describedby="caption-attachment-73522" style="width: 480px" class="wp-caption aligncenter"><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/04/Arbegnuoc.jpg"><img loading="lazy" decoding="async" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/04/Arbegnuoc.jpg" alt="" width="480" height="636" class="size-full wp-image-73522" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/04/Arbegnuoc.jpg 480w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/04/Arbegnuoc-226x300.jpg 226w" sizes="auto, (max-width: 480px) 100vw, 480px" /></a><figcaption id="caption-attachment-73522" class="wp-caption-text">Gli Arbegnuoc, patrioti etiopi</figcaption></figure><br />
&nbsp;<br />
La rivolta non è localizzata in un punto, ma su tutto il territorio. Gli <strong>Arbegnuoc</strong>, i patrioti etiopi, si procurano armi togliendole agli italiani, spesso arrivano fino alle porte della capitale e alle loro azioni corrispondono ritorsioni e rappresaglie violentissime da parte di militari e polizia fascista.<br />
La missione di <strong>Barontini</strong> è molto difficile,<br />
&nbsp;</p>
<blockquote style="color:#000000; border-left:4px solid #808080; background-color:#FFFFC2;"><p><em>&#8230; per decisione del nostro partito, in accordo con il governo repubblicano spagnolo, mi fu proposto di recarmi in Abissinia per condurvi e meglio organizzare il movimento partigiano, ciò come diversivo militare contro il fascismo e come politica nazionale rispetto ai popoli coloniali.<br />
Accettai e partii alla fine del 38; organizzai in Abissinia un vasto movimento partigiano, organizzai un governo provvisorio di patrioti, diffusi in due lingue un giornale ebdomadario &#8211; La voce degli Abissini- Feci ritorno dall’Abissinia ai primi del 1940&#8230;</em> </p></blockquote>
<p>&nbsp;<br />
Nell’estate del &#8217;39 viene raggiunto da <strong>Anton Ukmar</strong> ex ferroviere sloveno di Gorizia conosciuto in Spagna, da <strong>Bruno Rolla</strong>, comunista di La Spezia, dal colonnello francese <strong>Paul Rober Mounier</strong> e dal segretario del <strong>Negus</strong> <strong>Lorenzo Talzar</strong>.<br />
<strong>Barontini</strong> arriva attraverso <strong>Egitto </strong>e <strong>Sudan</strong> con le credenziali di <strong>Hailé Selassié</strong> trascritte su fazzoletti di seta per sfuggire al controllo nemico.<br />
La prima tappa della missione è <strong>Kartum</strong> in <strong>Sudan</strong>, dove contatta le autorità abissine in esilio. La seconda tappa <strong>Gadareff</strong>, città distante dal confine etiope 80 chilometri. Da lì a piedi entra in territorio etiope.<br />
<strong>Barontini</strong> si fa chiamare <strong>Paolus</strong>, <strong>Ukmar</strong> è <strong>Iohannes</strong>, <strong>Rolla</strong> è <strong>Petrus</strong>, nomi presi dagli apostoli per avvicinarsi meglio al religiosissimo popolo etiope, sul quale i preti copti avevano un ascendente fortissimo.<br />
<strong>Barontini</strong> addestra e organizza battaglioni e formazioni mobili di oltre mille uomini. Fa propaganda fra la popolazione e mobilita in poco tempo un esercito di 250.000 combattenti e un governo provvisorio di 9 ministri.<br />
Esercito, polizia e bande fasciste gli danno la caccia,  hanno messo una taglia sulla sua testa, ormai la sua fama si è sparsa ovunque, abituato alla lotta clandestina non si ferma mai nello stesso posto e fa continue riunioni con i capi della guerriglia.<br />
&nbsp;<br />
<figure id="attachment_73520" aria-describedby="caption-attachment-73520" style="width: 720px" class="wp-caption aligncenter"><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/04/Hailè_Selassiè_nel_1941_con_il_capo_della_chiesa_copta_Gabre_Guirguis.jpg"><img loading="lazy" decoding="async" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/04/Hailè_Selassiè_nel_1941_con_il_capo_della_chiesa_copta_Gabre_Guirguis-1024x782.jpg" alt="" width="720" height="550" class="size-large wp-image-73520" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/04/Hailè_Selassiè_nel_1941_con_il_capo_della_chiesa_copta_Gabre_Guirguis-1024x782.jpg 1024w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/04/Hailè_Selassiè_nel_1941_con_il_capo_della_chiesa_copta_Gabre_Guirguis-300x229.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/04/Hailè_Selassiè_nel_1941_con_il_capo_della_chiesa_copta_Gabre_Guirguis-768x586.jpg 768w" sizes="auto, (max-width: 720px) 100vw, 720px" /></a><figcaption id="caption-attachment-73520" class="wp-caption-text"><br />Hailè Selassiè nel 1941 con il capo della chiesa copta Gabre Guirguis</figcaption></figure><br />
&nbsp;<br />
I Ras delle varie tribù sono in lotta per la successione al trono del <strong>Negus</strong> e dicono che l’imperatore, che è Londra in esilio, mentre loro rischiano la vita ogni giorno e il popolo muore di fame, ha rubato le riserve auree del paese.<br />
<strong>Barontini</strong> intuisce che deve informare il <strong>Negus</strong> e così <strong>Hailé Selassié</strong> lo nomina <strong>vice-imperatore di Abissinia</strong> e gli affida il compito di dirimere le lotte interne alla resistenza. Quando si diffonde la notizia, la gioia è generale, il prestigio che <strong>Barontini</strong> si era conquistato sul campo era enorme, quasi mitico, i Ras cessano le lotte interne. <strong>Barontini</strong> riesce perfino a pubblicare un giornale in due lingue “<strong><em>La voce degli Abissini</em></strong>” che gli etiopi spargono clandestinamente ovunque si trovino gli italiani, in accampamenti e caserme, fra i coloni, e fra la popolazione.<br />
Il ricordo di <strong>Paulus</strong>, della sua capacità organizzativa miltare e politica, ma anche della sua ironia e sagacia toscana, è ancora oggi molto vivo fra i veterani etiopi:<br />
&nbsp;</p>
<blockquote style="color:#000000; border-left:4px solid #808080; background-color:#FFFFC2;"><p>ADDIS ABEBA &#8211; «Sì&#8230; c&#8217;era un italiano che ci insegnava a sfottere i fascisti&#8230; in italiano». A riparlarne gli vien da ridere, al veterano etiope in divisa kaki. «Lui stava col nostro esercito, Paolo si chiamava. Me lo ricordo perché c&#8217;era la taglia col suo nome». Che faceva? «Ci mandava di notte sotto le mura dei fortini, a gridare a squarciagola». Cosa urlavate? «Le vostre mogli se la spassano con i gerarchiiii!». E poi? «Gridavamo in eritreo, agli ascari collaborazionisti: le vostre se le fanno gli italianiiii!». Abboccavano? «In cinque minuti scoppiava il pandemonio. I fascisti aprivano le porte e uscivano per farci la pelle. Noi scappavamo come lepri in una gola tra i monti. E lì c&#8217; era l&#8217; imboscata».<br />
da ⇨ <a href="http://ricerca.repubblica.it/repubblica/archivio/repubblica/2006/04/30/guerrieri-rasta-impero-di-latta.html" rel="noopener" target="_blank">La Repubblica, Paolo Rumiz &#8220;I guerrieri rasta e l&#8217;impero di latta&#8221; 4/30/2006</a></p></blockquote>
<p>&nbsp;<br />
La missione dura fino al giugno 1940 nel <strong>Gondar</strong> e nel <strong>Goggian</strong>, dove <strong>Barontini</strong> ha costituito il nucleo principale dell’esercito di liberazione, riuscendo pienamente nell&#8217;intento di mantenere un altro fronte aperto, che impegnasse e sfiancasse truppe e milizie fasciste. Termina poco dopo lo scoppio della <strong>Seconda Guerra Mondiale</strong>. Aiutati dagli inglesi gli etiopi riprenderanno tutto il loro territorio. Gli italiani saranno costretti a ritirarsi e a rimpatriare. Nel &#8217;41 il <strong>Negus </strong>ritorna in patria.<br />
&nbsp;<br />
<center><iframe loading="lazy" width="560" height="315" src="https://www.youtube.com/embed/akChOvfHADs?rel=0" frameborder="0" allow="autoplay; encrypted-media" allowfullscreen></iframe></center><br />
&nbsp;<br />
Il ritorno di <strong>Barontini</strong> e dei compagni è drammatico, gli altri due sono gravemente malati. Raggiungono il <strong>Sudan</strong> fra mille difficoltà, si perdono per 10 giorni nella giungla senza viveri, sono attaccati da bande che ritengono trasporti un tesoro. Raggiungono il confine dove a riceverli c&#8217;è il <strong>comandante Alexander</strong>. Dal <strong>Cairo</strong>, si imbarcano su di una nave della Croce Rossa per <strong>Marsiglia</strong>. <strong>Barontini</strong> torna in contatto con il partito, gli altri invece vengono arrestati e internati nel campo di <strong>Vernet</strong>, dove si confondono con gli altri fuoriusciti italiani. Solo pochi giorni dopo Parigi sarà in mano ai tedeschi.<br />
&nbsp;<br />
<figure id="attachment_73531" aria-describedby="caption-attachment-73531" style="width: 620px" class="wp-caption aligncenter"><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/04/barontini-audisio.jpg"><img loading="lazy" decoding="async" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/04/barontini-audisio.jpg" alt="" width="620" height="806" class="size-full wp-image-73531" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/04/barontini-audisio.jpg 620w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/04/barontini-audisio-231x300.jpg 231w" sizes="auto, (max-width: 620px) 100vw, 620px" /></a><figcaption id="caption-attachment-73531" class="wp-caption-text">Barontini con Walter Audisio</figcaption></figure><br />
&nbsp;<br />
Dalla Francia <strong>Barontini</strong> riuscirà a tornare in Italia clandestinamente dopo l&#8217;8 settembre, dove, assumendo il nome di battaglia di <strong>Dario</strong>, organizzerà e dirigerà la <strong>resistenza</strong> in Emilia Romagna fino alla <strong>Liberazione</strong>, portando avanti l&#8217;intuizione che la lotta partigiana dovesse diventare una lotta di popolo, dalle isolate azioni gappiste nelle città, alla guerriglia in montagna, unendo soldati sbandati, reduci dalla Spagna in una larga compagine ideologica.<br />
Insegna a gappisti e sappisti le tecniche militari perfezionate sui numerosi fronti di guerra, dalla costruzione di bombe a mano, bombe a scoppio ritardato, a come far deragliare un treno. Con il lungo impermebile sgualcito porta  sempre con sé una vecchia borsa, dove fra i pochi oggetti personali della sua vita vagabonda non mancano dei candelotti di dinamite. Decorato con la <strong>Bronze Star </strong> dal <strong>generale Alexander</strong>,  gli fu conferita la cittadinaza onoraria della città di Bologna. L&#8217;<strong>Unione Sovietica</strong> gli attribuisce il prestigioso<strong> Ordine della Stella Rossa</strong>. Nel dopo guerra continuerà la sua carriera politica nel Partito Comunista, con modestia e dedizione. Non ebbe e non cercò troppi riconoscimenti alle sue straordinarie imprese. Ma è motivo d&#8217;orgoglio e di consolazione sapere dell&#8217;esistenza di uomini come lui, che si contrapposero alla vergogna estrema del fascismo italiano in ogni luogo e con ogni mezzo. Nel &#8217;51, quando è senatore, <strong>Barontini</strong> disgraziatamente muore a soli 61 anni in un incidente stradale causato dalla nebbia con altri due compagni di partito. Il suo funerale sarà seguito da una folla enorme.<br />
&nbsp;<br />
<a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/04/funerali.gif"><img loading="lazy" decoding="async" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/04/funerali.gif" alt="" width="621" height="513" class="aligncenter size-full wp-image-73516" /></a></div>
<p></center><br />
&nbsp;<br />
&nbsp;</p>
]]></content:encoded>
					
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		<pubDate>Mon, 23 Oct 2017 05:00:28 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<br /><b>Cose mai viste (le riviste)</b><br />
di <b>Francesco Forlani</b><br />
Ci saranno performance, musica improvvisata, reading, convivialità, <i>conversations</i>, preferendo questo termine, civile, a quello di dibattito generalmente stantio come l’acqua nelle caraffe posate sul tavolo dei relatori. Le feste di Nazione Indiana sono state e saranno questo. A Fano faremo come a Milano, Mesagne, Pistoia, Torino, Parigi, Fos’di Novo, Bolzano, dunque non mancate.]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/10/fano-widget-156px.png"><img loading="lazy" decoding="async" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/10/fano-widget-156px.png" alt="" width="156" height="156" class="alignleft size-full wp-image-70478" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/10/fano-widget-156px.png 156w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/10/fano-widget-156px-150x150.png 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/10/fano-widget-156px-60x60.png 60w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/10/fano-widget-156px-144x144.png 144w" sizes="auto, (max-width: 156px) 100vw, 156px" /></a><br />
⇨ <a href="https://www.nazioneindiana.com/2017/10/07/rete-storie-festa-nazione-indiana-2017/" target="_blank" rel="noopener noreferrer"><strong>una rete di storie</strong></a><br />
CALUMET VOLTAIRE<br />
<em>cabaret letterario</em><br />
<strong>Sabato 28 ottobre</strong> alle <strong>ore 21.00</strong> <small>après le buffet!</small><br />
⇨ <a href="http://www.sistemabibliotecariofano.it/" target="_blank" rel="noopener noreferrer"><strong>Mediateca Montanari di Fano [PU]</strong></a><br />
<em>Sala Ipogea</em><br />
&nbsp;<br />
<strong>Cose mai viste (le riviste)</strong><br />
di <strong>Francesco Forlani</strong><br />
<iframe loading="lazy" width="350" height="300" src="https://www.youtube.com/embed/vppgBJdym7g?rel=0" frameborder="0" allowfullscreen class="alignright"></iframe> Anni fa &#8211; molti anni fa &#8211; un noto intellettuale napoletano mi raccontò di come gli impresari che gestivano le serate di avanspettacolo al Salone Margherita avessero trovato un espediente pubblicitario per fare gola al pubblico- presumibilmente in gran parte di maschi- e attirare quanti più spettatori. Invece di mettere sulla locandina sei ballerine scrivevano dodici bellissime gambe. Dodici è più di sei, come confermeranno i fisici matematici tali il nostro indiano Antonello Sparzani, eppure, almeno in questo caso, può essere uguale a sei visto che per fare dodici gambe ci vogliono sei ballerine. Il piccolo aneddoto mi serve per condividere con voi una riflessione che mi faccio da anni &#8211; da molti anni- ovvero da quando ben quasi trent&#8217;anni fa sono caduto nell&#8217;incantesimo delle riviste. Poteva andarmi peggio in quella fine degli anni ottanta, tipo inciampare nell&#8217;eroina o peggio ancora nell&#8217;ultraliberalismo dei goldenboys, ma a occupare in modo ossessivo lo spazio mentale e del cuore dei miei desideri, ci sarebbero state solo riviste. <img loading="lazy" decoding="async" class="alignleft size-medium wp-image-70666" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/10/Schermata-2017-10-22-alle-11.14.52-206x300.png" alt="" width="206" height="300" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/10/Schermata-2017-10-22-alle-11.14.52-206x300.png 206w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/10/Schermata-2017-10-22-alle-11.14.52.png 363w" sizes="auto, (max-width: 206px) 100vw, 206px" /> A proposito di Nazione Indiana  tra noi redattori si è sempre detto che quella che a molti appariva come una debolezza- la mancanza di una gerarchia redazionale, di una parola d&#8217;ordine diktat condivisa da tutti, un&#8217;estetica e un pensiero unici e trionfanti &#8211; e perché no anche un po&#8217; tronfi-  costituiva il punto più saldo e solido, insieme alla stima e all&#8217;amicizia che hanno reso il nostro sito longevo e vivace. Eppure uno degli elementi che ci accomuna va a mio avviso identificato in quella parola di cui si diceva all&#8217;inizio: le riviste. La maggior parte di noi si è formato sulle riviste e per alcuni addirittura nelle stesse, come è stato prima il caso di Baldus, poi  Paso Doble, Sud, Alfabeta e l&#8217;Atelier du Roman. L&#8217;elenco va chiaramente completato ed è proprio questo che chiederò agli altri collaboratori o lettori di Nazione Indiana: segnalate nei commenti la rivista in cui vi siete formati. Ma formati a cosa? ci si potrebbe chiedere. A stare con gli altri? A crescere insieme? A farsi le ossa? A scoprire da subito che la qualità letteraria non va affatto a braccetto con &#8220;l&#8217;argent&#8221;? Che non si è pagati per fare cultura ma appagati dal desiderio di farne parte? Che il conflitto può essere foriero di scoperte e non solo di spaccature? O più semplicemente si impara con le riviste che le cose possono finire e ricominciare, che nulla è più duraturo dell&#8217;effimero.<img loading="lazy" decoding="async" class="size-medium wp-image-70667 alignright" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/10/Schermata-2017-10-22-alle-11.16.02-217x300.png" alt="" width="217" height="300" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/10/Schermata-2017-10-22-alle-11.16.02-217x300.png 217w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/10/Schermata-2017-10-22-alle-11.16.02.png 278w" sizes="auto, (max-width: 217px) 100vw, 217px" /> Ma tornando da dove eravamo partiti, ovvero dalle dodici bellissime gambe, una cosa mi ha sempre incuriosito, come strani misteri che ci si porta dietro dall&#8217;adolescenza ed è il fatto che un numero di avanspettacolo e quello di un dossier monografico portassero lo stesso nome: rivista!! La risposta è semplice. Entrambe portano lo stesso nome perché le caratterizza la periodicità, il suo ripetersi almeno nella cornice che ospita contenuti diversi. In realtà anche altro, ancora più essenziale, unisce queste due rappresentazioni, ed è il loro mettere insieme generi  diversi, gusti differenti, proponendo una <em>mescla </em>di alto e basso, elitario e popolare. Avanspettacolo e avanguardia hanno calcato per decenni  lo stesso palco a cominciare dalla grande lezione di Tzara e Compagni, inventori di quel Cabaret Voltaire a cui è ispirato il titolo delle nostra serata. Ci saranno performance, musica improvvisata, reading, convivialità, <em>conversations</em>, preferendo questo termine, civile, a quello di dibattito generalmente stantio come l&#8217;acqua nelle caraffe posate sul tavolo dei relatori. Le feste di Nazione Indiana sono state e saranno questo. A Fano faremo come a Milano, Mesagne, Pistoia, Torino, Parigi, Fos&#8217;di Novo, Bolzano, dunque non mancate.<br />
&nbsp;<br />
<img loading="lazy" decoding="async" class="aligncenter size-full wp-image-70668" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/10/Schermata-2017-10-22-alle-11.19.14.png" alt="" width="796" height="488" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/10/Schermata-2017-10-22-alle-11.19.14.png 796w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/10/Schermata-2017-10-22-alle-11.19.14-300x184.png 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/10/Schermata-2017-10-22-alle-11.19.14-768x471.png 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/10/Schermata-2017-10-22-alle-11.19.14-80x50.png 80w" sizes="auto, (max-width: 796px) 100vw, 796px" /><br />
&nbsp;</p>
<p style="text-align: center;"><big><strong>Enfin! Ventiquattro bellissime mani<br />
[ dieci magnifiche penne ]<br />
il 28 e 29 ottobre a Fano!</strong></big></p>
<p>&nbsp;<br />
<strong>P.S.</strong> Rivista è anche termine militare, nel senso di passare in rivista le truppe  e infatti non è un caso che le stesse si definiscano in molti casi proprio in questa accezione: riviste militanti. Ma questa è un&#8217;altra storia.<br />
&nbsp;<br />
Con<strong> ⇨ <a href="https://www.nazioneindiana.com/author/mariasole-ariot" rel="noopener" target="_blank">Mariasole Ariot</a>, ⇨ <a href="https://www.nazioneindiana.com/author/gianni-biondillo" rel="noopener" target="_blank">Gianni Biondillo</a>, ⇨ <a href="https://www.nazioneindiana.com/author/francesco-forlani" rel="noopener" target="_blank">Francesco Forlani</a>, ⇨ <a href="https://www.nazioneindiana.com/author/helena-janeczek" rel="noopener" target="_blank">Helena Janeczek</a>, ⇨ <a href="https://www.nazioneindiana.com/author/renata-morresi" rel="noopener" target="_blank">Renata Morresi</a>, ⇨ <a href="https://www.nazioneindiana.com/author/orsola-puecher/" rel="noopener" target="_blank">Orsola Puecher</a>, ⇨ <a href="https://www.nazioneindiana.com/author/jan-reister" rel="noopener" target="_blank">Jan Reister</a>, ⇨ <a href="https://www.nazioneindiana.com/author/giacomo-sartori" rel="noopener" target="_blank">Giacomo Sartori</a>, ⇨ <a href="https://www.nazioneindiana.com/author/antonio-sparzani" rel="noopener" target="_blank">Antonio Sparzani</a>, ⇨ <a href="https://www.nazioneindiana.com/author/maria-luisa-venuta" rel="noopener" target="_blank">Maria Luisa Venuta</a></strong> [improvvisazioni musicali di <strong>Ettore Mazzoli</strong> e <strong>Fabio Strinati</strong>]<br />
&nbsp;<br />
<strong>ETTORE MAZZOLI</strong> E’ nato ad Urbino nel 1994. Il suo percorso musicale è iniziato a con l’approccio da autodidatta prima alla chitarra e poi al basso elettrico. Nel 2009 si è iscritto al Conservatorio Rossini di Pesaro in strumenti a percussione per poi passare nel 2012 al corso preaccademico di basso elettrico jazz. Dopo la maturità classica, conseguita presso il liceo Nolfi di Fano, ha intrapreso il corso di laurea triennale di basso elettrico che ha portato a termine nel 2016 sempre presso il Conservatorio di Pesaro. Attualmente è iscritto al secondo anno del biennio di arrangiamento e direzione d’orchestra jazz. In contemporanea frequenta il corso di laura magistrale in filosofia dell’informazione all’Università di Urbino.<br />
&nbsp;<br />
<strong>FABIO STRINATI</strong> (poeta, scrittore, aforista, compositore) nasce a San Severino Marche il 19/01/1983 e vive ad Esanatoglia, un paesino della provincia di Macerata nelle Marche.Molto importante per la sua formazione, l&#8217;incontro con il pianista Fabrizio Ottaviucci. Ottaviucci è conosciuto soprattutto per la sua attività di interprete della musica contemporanea, per le sue prestigiose e durature collaborazioni con maestri del calibro di Markus Stockhausen e Stefano Scodanibbio, per le sue interpretazioni di Scelsi, Stockhausen, Cage, Riley e molti altri ancora. Partecipa a diverse edizioni di &#8220;Itinerari D&#8217;Ascolto&#8221;, manifestazione di musica contemporanea organizzata da Fabrizio Ottaviucci, come interprete e compositore. Strinati è presente in diverse riviste, antologie letterarie e pubblicazioni.<br />
&nbsp;</p>
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		<title>una rete di storie festa di Nazione Indiana 2017</title>
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		<dc:creator><![CDATA[redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 07 Oct 2017 05:00:42 +0000</pubDate>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/10/una-rete-di-storie.png"><img loading="lazy" decoding="async" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/10/una-rete-di-storie.png" alt="" width="351" height="501" class="alignleft size-full wp-image-70247" style="float: left; margin: 10px;" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/10/una-rete-di-storie.png 351w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/10/una-rete-di-storie-210x300.png 210w" sizes="auto, (max-width: 351px) 100vw, 351px" /></a> Nella sua storia lunga ormai ben 14 anni <strong>Nazione Indiana</strong> ha pubblicato più di 10.000 articoli di critica, racconti, poesia, traduzione di inediti e saggistica con quasi 150.000 commenti dei lettori, spesso in appassionate e agguerrite discussioni. La <strong>Redazione</strong>, composta attualmente da 25 membri, vivendo in uno spazio virtuale fra Italia, Francia, Inghilterra e America, dal 2010 ogni anno sente il bisogno di organizzare un evento festa-convegno, per calarsi nella realtà, guardarsi in faccia, sentire le voci, suscitare dibattiti dal vivo. Quest&#8217;anno ha scelto la moderna cornice della ⇨ <a href="http://www.sistemabibliotecariofano.it/" rel="noopener" target="_blank"><strong>Mediateca Montanari di Fano</strong></a>, che <strong>sabato 28</strong> e <strong>domenica 29 ottobre 2017</strong> le ha aperto i suoi spazi con grande disponibilità. L&#8217;evento <strong>UNA RETE DI STORIE</strong>, realizzato grazie alla collaborazione dell&#8217;<strong>Assessorato alla Biblioteche del Comune di Fano</strong> e della <strong>Mediateca Montanari-Memo</strong>, storie raccontate in rete, che “fanno rete” tra di loro e con il mondo, si articotla fra appuntamenti più specificamente letterari e temi di attualità. Dei numerosi redattori parteciperanno <strong>Gianni Biondillo, Francesco Forlani, Andrea Inglese, Helena Janeczek, Renata Morresi, Orsola Puecher, Jan Reister, Giacomo Sartori, Antonio Sparzani, Maria Luisa Venuta.</strong><span id="more-70180"></span><br />
&nbsp;<br />
<strong>Sabato 28 ottobre</strong> alle <strong>ore 16</strong> in<strong> RACCONTARE LA STORIA</strong> si discuterà dei rapporti fra letteratura e Storia con letture, performance e interventi multimediali e, dopo un <strong>Buffet</strong> per gli intervenuti, alle <strong>ore 21</strong> in <strong>CALUMET VOLTAIRE cabaret letterario</strong> si avvicenderanno letture e performance, con accompagnamento e improvvisazioni musicali di <strong>Ettore Mazzoli </strong>e <strong>Fabio Strinati</strong>.<br />
&nbsp;<br />
<strong>Domenica 29 ottobre</strong> alle <strong>ore 10.30</strong> si parlerà de <strong>IL TRAUMA DEL TERREMOTO</strong>, un tema anche geograficamente molto vicino, dal punto di vista della storie e delle esperienze individuali, con <strong>Emanuela Baldi, Lidia Massari, Adelelmo Ruggieri e Anna Tellini</strong>.<br />
&nbsp;<br />
Al pomeriggio alle <strong>ore 15</strong> in <strong>STORIE DI EMIGRAZIONE</strong>, sul tema dei <strong>minori migranti non accompagnati</strong>, l&#8217;anello piu&#8217; debole e indifeso della attuale crisi, dopo la proiezione del Documentario UNICEF, <strong>“Invisibili. Non è un viaggio, è una fuga”</strong>, ci sarà un dibattito. Il giornalista <strong>Giuseppe Acconcia</strong>, esperto di Islam e Medio oriente e il giornalista francese <strong>Olivier Favier</strong>, che racconterà della sua pluriennale esperienza accanto ai migranti e della situazione in Francia riguardo all’affido di questi bambini e ragazzi, si confronteranno  con <strong>Andrea Nobili</strong>, <strong>Garante per i diritti dei minori delle Marche</strong>, regione che ha avviato da poco un progetto sull’affido.<br />
&nbsp;<br />
In contemporanea. sempre alle <strong>ore 15</strong>, ci sarà <strong>STORIA DI UN SOGNO</strong> un evento gioioso e divertente con l’attore clown giocoliere <strong>Filippo Brunetti</strong>, dedicato ai bambini dai 3 anni in su.<br />
&nbsp;<br />
<figure id="attachment_70316" aria-describedby="caption-attachment-70316" style="width: 688px" class="wp-caption aligncenter"><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/10/medio-manifesto-rete-laterale.jpg"><img loading="lazy" decoding="async" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/10/medio-manifesto-rete-laterale.jpg" alt="" width="688" height="983" class="size-full wp-image-70316" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/10/medio-manifesto-rete-laterale.jpg 688w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/10/medio-manifesto-rete-laterale-210x300.jpg 210w" sizes="auto, (max-width: 688px) 100vw, 688px" /></a><figcaption id="caption-attachment-70316" class="wp-caption-text">Progetto grafico di Orsola Puecher</figcaption></figure><br />
&nbsp;<br />
<figure id="attachment_70189" aria-describedby="caption-attachment-70189" style="width: 635px" class="wp-caption aligncenter"><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/10/small-programma-Flyer.png"><img loading="lazy" decoding="async" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/10/small-programma-Flyer.png" alt="" width="635" height="907" class="size-full wp-image-70189" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/10/small-programma-Flyer.png 635w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/10/small-programma-Flyer-210x300.png 210w" sizes="auto, (max-width: 635px) 100vw, 635px" /></a><figcaption id="caption-attachment-70189" class="wp-caption-text">Progetto grafico di Orsola Puecher</figcaption></figure><br />
&nbsp;<br />
<center><big><strong>CONFERMATE LA VOSTRA PRESENZA!<br />
RESTATE AGGIORNATI SUL PROGRAMMA!</strong></big><br />
⇨ <a href="https://www.facebook.com/events/295934520909228/?acontext=%7B%22source%22%3A3%2C%22source_newsfeed_story_type%22%3A%22regular%22%2C%22action_history%22%3A%22[%7B%5C%22surface%5C%22%3A%5C%22newsfeed%5C%22%2C%5C%22mechanism%5C%22%3A%5C%22feed_story%5C%22%2C%5C%22extra_data%5C%22%3A[]%7D]%22%2C%22has_source%22%3Atrue%7D&#038;source=3&#038;source_newsfeed_story_type=regular&#038;action_history=[%7B%22surface%22%3A%22newsfeed%22%2C%22mechanism%22%3A%22feed_story%22%2C%22extra_data%22%3A[]%7D]&#038;has_source=1&#038;hc_ref=ARTfSrip1UnqgloYMMrfqZLhjLGeLcrLvLxkdM1iVa-BmFu8vx73eGnK0fpSOshQZws" rel="noopener" target="_blank"><big><strong>Evento Facebook</strong></big></a></center><br />
&nbsp;<br />
<center><iframe loading="lazy" src="https://www.google.com/maps/embed?pb=!1m18!1m12!1m3!1d2877.5389181348914!2d13.013851415503908!3d43.8446574791151!2m3!1f0!2f0!3f0!3m2!1i1024!2i768!4f13.1!3m3!1m2!1s0x132d10f5ab99af5b%3A0xd5c54a185986e837!2sMeMo+-+Mediateca+Montanari!5e0!3m2!1sit!2sit!4v1507199298327" width="600" height="450" frameborder="0" style="border:0" allowfullscreen></iframe></center><br />
&nbsp;</p>
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&nbsp;<br />
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&nbsp;</p>
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		<title>Echi ed echi ed echi . . .</title>
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		<dc:creator><![CDATA[antonio sparzani]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 22 Jul 2017 05:00:08 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[Antonio Sparzani]]></category>
		<category><![CDATA[Echi]]></category>
		<category><![CDATA[Fabrizio Centofanti]]></category>
		<category><![CDATA[poesia]]></category>
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					<description><![CDATA[di Fabrizio Centofanti Echi Estrema terra appare in questa sera il pensiero di te, la lontananza infida, l’attimo della finitudine, del sacro vuoto d’amore, dell’ignoranza indomita di qualsivoglia umore, attonita baldanza, attratta, astrattamente indotta dal nulla che ti affoga, ti ride sulla faccia. Apprendimi, sollevami, scarta la tovaglia che si arriccia, stropiccia il cuore, con [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Fabrizio Centofanti</strong></p>
<p>Echi</p>
<p><em>Estrema terra appare in questa sera<br />
il pensiero di te, la lontananza<br />
infida, l’attimo della finitudine,<br />
del sacro vuoto d’amore,<br />
dell’ignoranza indomita di qualsivoglia<br />
umore, attonita baldanza,<br />
attratta, astrattamente indotta<br />
dal nulla che ti affoga, ti ride<br />
sulla faccia. Apprendimi, sollevami,<br />
scarta la tovaglia che si arriccia,<br />
stropiccia il cuore, con l’unica<br />
voce che mi strappa al dolore,<br />
all’umido biancore del ritorno.</em></p>
<p>Diabolos</p>
<p><em>Chi l’avrebbe mai detto che i sorrisi<br />
sarebbero rimasti a mezza bocca,<br />
che una prosa barocca<br />
non avrebbe arginato la disfatta.<br />
Quanto duro è il cammino<br />
che ti sfratta il demonio dal salotto,<br />
che smantella l’accrocco<br />
che imbastisce di notte, sotto sotto.<br />
Sfìlati dal tempo,<br />
guàrdati dall’alto, come l’uomo<br />
in coma, sul letto d’ospedale.<br />
Appena giunge l’eco della Voce,<br />
attàrdati un momento, non è il canto<br />
del gallo, è la colomba<br />
che allieta le fessure delle rocce,<br />
la gazzella che salta, all’ombra<br />
della croce.</em></p>
<p>Ritenta, sarai più fortunato</p>
<p><em>Mi chiedi perché questo, perché quello,<br />
ti angosci, ti contorci, logori<br />
il cervello per spremerne risposte<br />
più improbabili. Tu stesso<br />
sei convinto di perderti nell’onda<br />
dei pensieri, nel rumore assordante<br />
dell’assenza di luce. Non hai provato<br />
a fermarti un istante,<br />
a decidere di prendere e gettare<br />
le abitudini malate,<br />
a compiere l’atto che dà senso, a gustare<br />
l’approdo, dopo tanto<br />
navigare. Una sola cosa<br />
ti manca: amare. Comincia<br />
adesso, cambia<br />
una volta per sempre<br />
le note del tuo canto, attracca al porto<br />
dove l’io riposa.</em></p>
<p>Volo velo</p>
<p><em>Di attendere, di credere, di apprendere,<br />
tutto è precluso dal negare,<br />
irridere ogni volta, declassare.<br />
Tappeti volanti della gioia,<br />
rapitela, intanto che si fonde<br />
con l’entourage del diavolo<br />
in cravatta, sottratta all’orbita sacrale<br />
delle cose! Ruttate, vomitate<br />
il vostro odio, da scaffale<br />
ammuffito di mercato.<br />
Alzatela più in alto, che si veda<br />
la stolida vittoria, l’apparente<br />
sconfitta della storia.</em></p>
<p>Fabrizio è uomo. sacerdote, laureato in lettere moderne e ha scritto su Calvino. E&#8217; l&#8217;animatore del blog letterario <a href="https://lapoesiaelospirito.wordpress.com/">La Poesia e lo Spirito</a>. Ha pubblicato numerosi libri, alcuni più letterari, altri più vicini alla fede, tutti reperibili <a href="https://www.ibs.it/search/?ts=xs&#038;product_type=ITBOOK&#038;Contributors=Centofanti%20Fabrizio&#038;Products_per_page=25&#038;Default=asc">qui</a>. Malgrado la mia molto scarsa propensione per la chiesa cattolica romana, personalmente lo stimo molto, come uomo, come amico e come scrittore, a.s.</p>
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		<title>Inerzia, quale delizia!</title>
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		<dc:creator><![CDATA[antonio sparzani]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 02 Apr 2017 05:00:05 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[indiani]]></category>
		<category><![CDATA[Antonio Sparzani]]></category>
		<category><![CDATA[Caio Giulio Cesare]]></category>
		<category><![CDATA[Cicerone]]></category>
		<category><![CDATA[Demostene]]></category>
		<category><![CDATA[Euripide]]></category>
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					<description><![CDATA[di Antonio Sparzani Dopo aver conosciuto la singolare inerzia del pigro Sole, conviene forse, per meglio comprendere l’idea d’inerzia e quanto le sta intorno, rifarsi alle origini almeno (perché altre parole appariranno lungo la strada) delle parole inerzia e accidia nelle letterature classiche. L’antecedente etimologico immediato per la prima è naturalmente il latino classico inertia, [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Antonio Sparzani</strong><br />
<img loading="lazy" decoding="async" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/03/accidia-236x300.jpg" alt="accidia" width="236" height="300" class="alignleft size-medium wp-image-67625" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/03/accidia-236x300.jpg 236w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/03/accidia.jpg 420w" sizes="auto, (max-width: 236px) 100vw, 236px" /></p>
<p>Dopo aver conosciuto la singolare <a href="https://www.nazioneindiana.com/2005/08/29/cara-inerzia/">inerzia</a> del pigro Sole, conviene forse, per meglio comprendere l’idea d’inerzia e quanto le sta intorno, rifarsi alle origini almeno (perché altre parole appariranno lungo la strada) delle parole inerzia e accidia nelle letterature classiche. L’antecedente etimologico immediato per la prima è naturalmente il latino classico <em>inertia</em>, formato da <em>in – ars</em>, cioè assenza di arte, di attività, con lo slittamento di significato verso l’idea di non-fare in generale, e quindi inattività, pigrizia, inettitudine. L’antecedente etimologico del secondo è invece greco (esiste in latino un verbo <em>acedior</em>, d’uso assai raro e che significa mi intristisco, divento scontroso) ed è il sostantivo, anche qui piuttosto raro, <em>akēdìa</em> (ἀκηδία), talvolta akēdeia (ἀκήδεια), non usato dagli scrittori attici, ma solo in testi più tardi, tipicamente medici, per indicare spossatezza, esaurimento, abbattimento dello spirito.</p>
<p>Certo che se però si desse un’occhiata ad esempio al recente libro del monaco eremita Gabriel Bunge, intitolato <em>Akedia, il male oscuro</em> (Qiqajon, 1999) e riguardante la ricchissima dottrina di Evagrio Pontico, uno dei “padri del deserto” (IV secolo), potrebbe farsi un’idea dell’importanza della parola, e del suo contenuto, nella problematica etica del monachesimo delle origini.</p>
<p>L’antecedente greco più interessante invece è senz’altro <em>arghìa </em>(ἀργία), che proviene da <em>aerghia</em> (ἀεργία), astensione dall’azione, dall’opera, indolenza, pigrizia.<br />
Arghìa è abbastanza frequente anche negli scrittori di epoca classica, e senz’altro poi in Platone e Aristotele. Per farci qualche idea concreta conviene citare un passo dell’aristotelica <em>Etica a Nicomaco</em>, nel quale Aristotele parla del sonno; discute in verità della facoltà della nutrizione, che compete alla parte non razionale dell’anima ed è comune a tutti gli esseri e non è quindi specificamente umana: tale facoltà, egli sostiene, si esercita soprattutto nel sonno, dove il bene e il male differiscono molto poco, ed è naturale che sia così perché il sonno è arghìa dell’anima, almeno quanto a quello per cui essa è buona o cattiva (Arist., Eth. Nic., 1102b2-11). E Demostene menziona, in un passo dell’orazione contro Eubulide (Dem., 57, 32), una legge sull’arghia: questa legge risaliva, sembra, a Dracone, e prevedeva la pena di morte per il reo, mentre Solone, nella sua riforma, aveva alleviato la pena, trasformandola, per chi fosse stato riconosciuto colpevole per tre volte, in <em>atimia</em>, ovvero nella perdita dei diritti civili. Una motivazione per la durezza della pena era l’incapacità del colpevole di arghia di conservare il patrimonio paterno e quindi il danno che ne derivava all’intera famiglia.</p>
<p>Nella letteratura latina il corrispondente <em>inertia</em> è pure usato in senso per lo più negativo; una citazione che menziona a questo proposito un’opposizione molto interessante si trova in Cicerone, nel <em>Brutus</em> (il protagonista è proprio quel Bruto che due anni dopo assassinerà Caio Giulio Cesare, suo padre adottivo,<em> tu quoque Brute</em>, ecc., – con ogni probabilità Cicerone era complice della congiura). L’opera comincia con il dolore per la morte dell’amico e avversario nell’arte oratoria Quinto Ortensio Ortalo, che Cicerone comunque grandemente stimava come uomo e come oratore, e prosegue lamentandosi dei calamitosi tempi presenti nei quali – Cicerone, repubblicano senza mezzi termini, era un convinto avversario di Cesare – le sorti della repubblica erano minacciate dalla tirannide. Così si lamenta Cicerone:</p>
<blockquote><p>“Se c’è mai stato nel nostro paese un momento in cui il prestigio e la parola di un uomo dabbene avrebbero potuto strappare le armi dalle mani degli adirati cittadini, ciò si è avuto indubbiamente quando il baluardo della pace è crollato per gli errori o i timori degli uomini. Così ci è capitato che, quantunque vi fossero altre sventure maggiormente degne di compianto, noi dovessimo soprattutto affliggerci per la seguente considerazione: quando, dopo aver esercitato altissimi uffici, noi avremmo dovuto rifugiarci nel porto non dico dell’ozio e dell’infingardaggine, ma di una libera attività moderata e decorosa [portum confugere …. non inertiae neque desidiae, sed oti moderati atque honesti], e la nostra eloquenza cominciava a incanutire […], proprio allora sono state impugnate le armi…” (Brutus, II, 7-8).</p></blockquote>
<p>Questa traduzione ci aiuta in un punto importante: il latino <em>otium</em>, qui contrapposto a <em>inertia</em>, non ha la connotazione negativa che il nostro ozio possiede. Otium era il tempo libero onestamente dedicato agli studi preferiti, alle lettere, a ciò che non è utile, ma è bello in sé. Giustamente il traduttore (G. Norcio, UTET, Torino 1976) rende anzi inertia con l’italiano ozio e otium con libera attività. E in questo senso la parola ha un equivalente quasi sovrapponibile in greco: è la <em>skholḗ</em>, (σχολή), tutta diversa dall’arghìa; è il tempo che si ha la libertà di dedicare a quel che più ci piace, non alle pressanti necessità della vita.<br />
Si può istituire un parallelo perfetto, (come illustra Benveniste nel suo bellissimo <em>Il vocabolario delle istituzioni indoeuropee</em>, Einaudi 1976) tra il latino <em>negotium </em>(da nec-otium) e la greca <em>askholía </em>(ἀσχολία); entrambi indicano occupazione, affari, assenza di tempo libero. Naturalmente gli usi che di una parola si fanno in una letteratura ricca e complessa come quella latina, o greca, non sono inscatolabili in formule rigorose e presentano casi estremi e anguillesche ambiguità.</p>
<p>Vorrei citarvi un ultimo passo dell’Ippolito di Euripide, nel quale la protagonista femminile, l’infelice Fedra, costretta da Afrodite, che arde di vendetta, a ardere d’amore per il figliastro Ippolito, dialogando con la fedele nutrice, e con il coro di donne di Trezene, riflette su “come si corrompa la vita degli uomini”; ecco le sue parole:</p>
<blockquote><p>“E mi sembra che la gente volga al peggio non per predisposizione mentale: sono tante le persone sane di intelletto! Per me, la faccenda si prospetta così. Noi abbiamo una reale conoscenza del bene ma non ci impegniamo a praticarlo o per pigrizia o perché si antepongono al bene altri piaceri. Sono tanti i piaceri nella vita: le lunghe chiacchierate, il tempo libero – un delizioso male, il senso di vergogna.” (vv. 377-385).</p></blockquote>
<p>Quello che qui traduciamo ‘tempo libero’ è per l’appunto la skholḗ, e il ‘delizioso male’ è <em>terpnòn kakón</em>, un ossimoro che esprime la contraddizione tra la dolcezza di abbandonarsi al piacere di un uso libero del tempo e il rischio sempre presente della peccaminosa pigrizia.<br />
Ma, a parte pochi maliziosi esempi come questo, l’uso di <em>skholé </em>nella letteratura di epoca classica è pressoché costantemente senza connotazioni negative.<br />
Dunque un campo semantico, quello che stiamo delineando, ancora esteso tra il non fare tout-court e il non fare le cose quotidiane e necessarie per la vita materiale, per dedicarsi però, con tutto l’agio richiesto, ad attività piacevoli per lo spirito. La storia delle parole naturalmente è strana e spesso imprevedibile e gli esiti italiani inerzia e ozio non rispecchiano affatto i significati degli antecedenti latini di cui s’è detto. Però è in questo campo semantico che si gioca quella minima analisi che vorrei un po’ alla volta portare avanti.</p>
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		<title>Salon de coiffure</title>
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		<dc:creator><![CDATA[antonio sparzani]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 11 Feb 2017 06:00:21 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[diari]]></category>
		<category><![CDATA[Antonio Sparzani]]></category>
		<category><![CDATA[Kika Bohr]]></category>
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					<description><![CDATA[di Kika Bohr A volte di sabato mattina mia zia Monique andava al “Salon de coiffure” e mi piaceva accompagnarla. C’erano due negozi, negli anni 60, a Ginevra, che formavano un angolo arrotondato in una piazza alberata chiamata “Plateau de Champel”, a circa 400 m da dove abitava il nonno, Grand-Papa Paul.  Il più frequentato [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Kika Bohr</strong><br />
<img loading="lazy" decoding="async" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/02/salon-de-coiffure_0001-202x300.jpg" alt="salon de coiffure_0001" width="202" height="300" class="alignleft size-medium wp-image-67175" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/02/salon-de-coiffure_0001-202x300.jpg 202w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/02/salon-de-coiffure_0001-768x1140.jpg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/02/salon-de-coiffure_0001-690x1024.jpg 690w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/02/salon-de-coiffure_0001.jpg 1000w" sizes="auto, (max-width: 202px) 100vw, 202px" /><br />
A volte di sabato mattina mia zia Monique andava al “Salon de coiffure” e mi piaceva accompagnarla.</p>
<p>C’erano due negozi, negli anni 60, a Ginevra, che formavano un angolo arrotondato in una piazza alberata chiamata “Plateau de Champel”, a circa 400 m da dove abitava il nonno, Grand-Papa Paul.  Il più frequentato era la <em>Boulangerie</em>, ci si andava quasi tutti i giorni. La domenica, uscendo dalla messa, se il nonno era di buon umore, oltre al pane dalla crosta dorata e croccante si comprava anche o una “treccia” o qualche <em>tarte</em>. (Queste erano talmente buone che Grand-Papa Paul affermava a voce alta che per un’altra di quelle “sarebbe andato fino là in ginocchio!”) La <em>boulangerie</em> aveva un campanello sulla porta e si scendevano un paio di gradini per entrarvi.</p>
<p>Per entrare nel  Salon de coiffure invece, si salivano tre gradini.<span id="more-67174"></span></p>
<p> Non c’era un campanello per entrare ma un forte profumo di lacca e di colonia. Mia zia Monique (lei  era la mia madrina di battesimo e per questo veniva chiamata da noi bambini “Manine”, un incrocio tra “marraine” e per l’appunto Monique) Manine dunque ci andava sempre di sabato mattina perché durante la settimana lavorava o andava a scuola (scuola di fisioterapia). Non al sabato pomeriggio perché ci sarebbe stato troppo affollamento e lei detestava la calca. Quindi si aspettava poco e il parrucchiere si metteva all’opera. Shampoo, taglio e grande casco per asciugare. Io piccola ero libera di girarle attorno e ammirare questa cerimonia alla bellezza. Quando usciva i suoi capelli neri corvini e riccioli naturali erano proprio corti ma lei sprizzava energia e allegria. La sua testa mi faceva automaticamente pensare al Bogà lo splendido barbone gigante dell’altro nonno ginevrino, il Cache. Mi è difficile ora ritrovare un’analogia, ma forse allora era lei stessa che mi aveva detto un giorno “je suis frisée comme un caniche!”. E poi ricordo come appunto i “caniches” del Cache uscivano eccitatissimi e vanitosi dal toilettatore</p>
<p>Mia madre Christiane non aveva bisogno di andare da un parrucchiere per essere bella. Portava sempre i suoi ricchi e lunghi capelli castani raccolti in un elegante chignon. Unico vezzo una frangetta, a volte più lunga a volte più corta, secondo la moda (o la sua moda personale? O il suo umore?).</p>
<p>Io avevo i capelli fini e biondo chiaro di mio padre, non assomigliavo in questo né a mia madre né a Manine.</p>
<p>Un sabato però (avrò avuto quasi tre anni), pur non avendo i capelli ricci, ho rischiato di assomigliare di più a un barboncino anch&#8217;io. Manine mi ha portato dal coiffeur e mi ha fatto tagliare i capelli: corti. <img loading="lazy" decoding="async" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/02/salon-de-coiffure_0002-202x300.jpg" alt="salon de coiffure_0002" width="202" height="300" class="alignright size-medium wp-image-67176" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/02/salon-de-coiffure_0002-202x300.jpg 202w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/02/salon-de-coiffure_0002-768x1140.jpg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/02/salon-de-coiffure_0002-690x1024.jpg 690w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/02/salon-de-coiffure_0002.jpg 1000w" sizes="auto, (max-width: 202px) 100vw, 202px" /> Mi hanno issato su un seggiolino speciale. Tutti molto sorridenti. Una sorpresa per Christiane. Ella invece era furibonda. Non gliene importava nulla che fosse “moderno”. Mi sono vergognata di essermi lasciata convincere così facilmente.</p>
<p><u>Il secondo taglio all&#8217;età di 8 anni</u>. Ogni volta che ero a Ginevra continuavo ad accompagnare Manine dal parrucchiere. Nel frattempo non andavamo più fino al <em>Plateau de Champel</em> perché ne era venuto uno nel palazzo che avevano appena finito di costruire di fronte al nostro. Tutti deprecavano questa enorme costruzione di otto piani, bianchissima che ci aveva privato della vista sul parco di un villino fine secolo:  alberi secolari, cedri del libano, scoiattoli e uccellini di ogni genere.</p>
<p>Però sotto avevano messo una Coop e un coiffeur. Noi bambini attraversavamo con un po’ di timore la strada (la mamma ci guardava dal balcone del quarto piano) e andavamo a prendere il pane o il latte alla Coop. Mia zia andava dal nuovo parrucchiere, molto più chic. Il coiffeur, italiano, era caricaturale: basso, olivastro, capelli nerissimi tirati all&#8217;indietro e brillantinati, strette basette e il bianco dei suoi grandi occhi scuri completamente giallo. Col camice a doppiopetto impeccabile a volte azzurro-turchese, a volte bruno-bordò era seducente e ripugnante allo stesso tempo. Mia zia lo adorava e lo riempiva di lusinghe sulla sua bravura. Voleva sempre che parlassi con lui in italiano. Io naturalmente mi vergognavo di essere esibita come bambina prodigio ma allo stesso tempo ero stupita che anche lui non ne provasse alcun piacere. “Facciamo un&#8217;altra sorpresa a Christiane?” <img loading="lazy" decoding="async" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/02/salon-de-coiffure_0003-204x300.jpg" alt="salon de coiffure_0003" width="204" height="300" class="alignright size-medium wp-image-67177" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/02/salon-de-coiffure_0003-204x300.jpg 204w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/02/salon-de-coiffure_0003-768x1131.jpg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/02/salon-de-coiffure_0003-696x1024.jpg 696w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/02/salon-de-coiffure_0003.jpg 1008w" sizes="auto, (max-width: 204px) 100vw, 204px" /> Mi rifaccio tagliare i capelli. Mi fanno una treccia molto alta e ben legata poi me la tagliano e ricordo benissimo come subito la portano nel retrobottega. (Mi rubano la treccia!) Finito il taglio alla Giovanna d’Arco mi spruzzano un po’ di profumo e già comincio a pentirmi di essermi prestata. Arrivate a casa, ricordo solo che mia madre si è precipitata dal coiffeur. Voleva  recuperare la mia treccia ma non c’è stato niente da fare, lui ha stragiurato che non l’aveva più, che l’aveva buttata via. Non ci potevamo credere. Manine non capiva perché eravamo così tristi e furibonde allo stesso tempo. In fondo non stavo male con quel nuovo taglio!</p>
<p><u>Il cerchietto</u> . A scuola invidiavo le bambine col cerchietto, le prime della classe. Cerchietto e capelli non molto lunghi, non corti però, ondulati, a volte boccolosi e comunque di un bel castano. Queste ragazze avevano anche nomi italiani che suonavano bene in bocca, Paola, Elda, Lucia. Non che non tenessi alle mie treccine tanto che avevo pianto e strillato quando un giorno, in seconda elementare, un compagno scherzoso me ne aveva intinta una in un calamaio. Però quei cerchietti! Un giorno un’amica di famiglia, la Elia Morandotti, me ne regalò uno suo. Era di un bel velluto marrone. Ma non si adattava bene alla forma della mia testa, stringeva da un lato ed era largo dall’altro. Come mi sarebbe piaciuto avere una testa più tonda come le altre ragazze della mia classe! A furia di tentare di adattarlo l’ho rotto: dentro era di plastica e non si poteva riparare.</p>
<p><u>La parrucca</u>  Ero già alla scuola media quando pensai di comprarmi una parrucca da bagno. Era la fine degli anni ’60, le parrucche erano molto di moda: la nostra vicina Elide ne aveva una più vari toupet, e noi avevamo indossato parrucche di carnevale travestendoci ora da giapponese (parrucca di carta velina) ora da selvaggia africana (parrucca di lana) riscuotendo un gran successo nel vicinato . Giugno, la scuola appena finita, e il  salvadanaio  non del tutto vuoto. Facendo una commissione alla Standa vedo tra gli articoli da spiaggia, una cuffia da bagno che è come una parrucca, ricci di un bel color castano impiantati nello strato superiore della gomma, come i capelli di una bambola. Non esito ad investire tutti i miei risparmi per questa ingegnosa trovata. Appena fuori dal grande magazzino calzo la parrucca e mi godo l’incognito. La portinaia mi riconosce e distrattamente, (credendo che mi fossi tagliata i capelli) mi dice “come stai bene!” Me ne vado gongolante al parco alla ricerca di mia madre che doveva essere lì con il fratellino Olaf ancora bebè. Vedo Christiane  che mi viene incontro con passo veloce: “che cosa ti succede? Ti ho visto da lontano e ho pensato chi è quell’idrocefala? Andiamo subito a restituire quell’orrore!” Così abbiamo dovuto comprare un costume da bagno perché eravamo obbligati a prendere una cosa nello stesso reparto. Il mio primo due pezzi: rosso. Mia madre ha dovuto fare una cucitura per ridurre il seno. La stoffa era un jersey che pizzicava, e ancor più sulla cucitura. Non pensavo più alla parrucca – la decisione di mia madre mi aveva convinta subito, non volevo certo essere un’idrocefala!- ma ero furibonda che il mio salvadanaio si fosse svuotato per un affare così poco pratico. Beati i maschi che non dovevano mettere il bikini.</p>
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		<title>La piccola Perla</title>
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		<dc:creator><![CDATA[antonio sparzani]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 27 Dec 2016 06:00:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[diari]]></category>
		<category><![CDATA[Antonio Sparzani]]></category>
		<category><![CDATA[Perla]]></category>
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					<description><![CDATA[di Antonio Sparzani È domenica e non abbiamo appuntamento. Il suo quartiere è piuttosto lontano dal mio. Ma io prendo la mia Fiesta color perla e mi dirigo verso quel quartiere. Non so cosa farò. La ragione non comanda sempre, anzi non comanda mai, ci sta sempre sotto tutto il mio corpo che è grosso [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Antonio Sparzani</strong></p>
<p>È domenica e non abbiamo appuntamento. Il suo quartiere è piuttosto lontano dal mio. Ma io prendo la mia Fiesta color perla e mi dirigo verso quel quartiere. Non so cosa farò. La ragione non comanda sempre, anzi non comanda mai, ci sta sempre sotto tutto il mio corpo che è grosso e complesso ed è inesorabilmente un tutt&#8217;uno. Dunque questo corpo, persona, uomo, si sente girare dentro la testa, ma forse anche dentro altre parti, forse tutte le altre parti, una spinta, un desiderio di stare un po’ in quella zona, dove vive lei. E la macchina, che lei sì è veramente una macchina, si lascia condurre, lentamente, quasi per sviare l’attenzione, sul posto.<br />
Il posto è poi un quartiere, con le sue vie rettangolari e qualche piazzetta che sembra proprio una piazza di paese. Io so il giro che bisogna fare per arrivare da lei, cioè davanti alla sua casa, che magari non esca proprio in quel momento, a portare a spasso il cane, uno shetland dal pelo lungo e simpatico, chissà, si potrebbe dire oh guarda che caso, aspetta che parcheggio. Ma poi parcheggio davvero e percorro pigramente a piedi le strade del quartiere, ristorantini, pizzerie, negozietti, perfino un falegname vero, con la bottega piena di strumenti e di legno, e poi mostre d’arte e tanti passanti svelti che tutti girano per le poche strade di un’isola nella grande e industriosa città.<br />
Cerco di conoscere il posto, di imparare i nomi delle vie, di orizzontarmi senza fatica, vedo una sagoma lontana con un cane, affretto il passo, no, non è lei, son proprio cieco, ma nell&#8217;ombra di questi brevi crepuscoli invernali non si sa mai. Penso ma sono venuto fino qui per non suonarle neppure il campanello con una scusa qualsiasi, è questo che voglio? È mancanza di coraggio, di spavalderia? No, non credo, mi interrogo a lungo, guardo i fili dei miei pensieri che percorrono tutti i teatri possibili, sto attento a non cedere al primo impulso, ma forse è che l’impulso non è abbastanza forte; girellare nel suo quartiere è comunque starle vicino, magari sbuca da dietro un angolo, certo sarebbe bello, o forse un tantino imbarazzante? Cosa fai da queste parti, ma, sai, andavo dal falegname per una certa sedia rotta, ma no, ma no, la verità è sempre il meglio, sono venuto a girare qui sperando di incontrarti, e allora sì che ci si capisce e si capisce se ci teniamo in qualche modo, con i nostri modi diversi, tutti e due.<br />
Ma naturalmente nulla di ciò accade, io mi perdo via a pensare come sono fatto strano, che poi figuriamoci che stranezza, chissà quanti altri se la raccontano di qui e di là, e ritrovo la mia piccola Perla che mi aspetta, lei, stupida prevedibile macchina, mi attende fedele.</p>
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