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	<title>aprile 2012 &#8211; NAZIONE INDIANA</title>
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		<title>Lo scienziato buono e lo scienziato cattivo</title>
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		<dc:creator><![CDATA[andrea inglese]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 18 Apr 2012 05:22:45 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
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					<description><![CDATA[di Andrea Inglese [Questo pezzo fa parte di un nodo su scienza e democrazia apparso sul n° 18 di &#8220;Alfabeta2&#8221;, che include anche un inedito di Feyerabend curato e tradotto da Antonello Sparzani.] Realtà dell’uranio impoverito Da una decina di anni, in diversi paesi del mondo, associazioni e famiglie di veterani, organi dell’esercito, istituzioni internazionali [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Andrea Inglese</strong></p>
<p>[Questo pezzo fa parte di un nodo su <strong>scienza e democrazia</strong> apparso sul <a href="http://www.alfabeta2.it/2012/04/04/sommario-del-n-18-aprile-2012/">n° 18</a> di <a href="http://www.alfabeta2.it/">&#8220;Alfabeta2&#8221;</a>, che include anche un <a href="http://www.alfabeta2.it/2012/04/13/atomi-e-coscienza/">inedito di Feyerabend</a> curato e tradotto da Antonello Sparzani.]</p>
<p><em>Realtà dell’uranio impoverito</em></p>
<p>Da una decina di anni, in diversi paesi del mondo, associazioni e famiglie di veterani, organi dell’esercito, istituzioni internazionali della sanità e dell’ambiente, ONG pacifiste e ambientaliste, giornalisti, ricercatori di diverse discipline, commissioni parlamentari, avvocati e magistrati stanno cercando di stabilire un <em>fatto</em>, l’esistenza o meno di un pezzo di realtà, ossia l’eventualità che esista un legame di causa-effetto tra l’uso di proiettili contenenti uranio impoverito e la malattia di chi, soldato o civile, è entrato in contatto con frammenti o polveri da essi prodotti. <span id="more-42231"></span>Nessuno pare oggi negare l’eventualità che un tale nesso possa esistere, ma nessuna perizia unanimemente riconosciuta permette di affermare che un tale legame sia indiscutibile. La guerra delle perizie è in atto, così come il tortuoso e lungo processo di determinazione dell’esistenza o meno di tale fatto; un processo che, in realtà, pur essendo di competenza della comunità scientifica, risponde costantemente a stimoli e pressioni di tutt’altra natura, sociale, giuridica, politica, mediatica.</p>
<p>Tra i diversi attori nazionali che intervengono in questa multiforme operazione di <em>collaudo</em> di un fatto, vi è anche l’Italia che, avendo inviato contingenti militari in teatri di guerra dove si sono utilizzate armi all’uranio impoverito, è da tempo confrontata a un quesito specifico e interessato: i soldati italiani si ammalano e muoiono a causa dell’uranio impoverito? Varrà la pena ricordare alcune tappe che, nel nostro paese, hanno contribuito a far evolvere la contesa in questione: le Commissioni parlamentari d’inchiesta, con relative relazioni (quattro, dal dicembre 2000 ad oggi), un convegno internazionale organizzato dall’Istituto Superiore di Sanità (“Uranio impoverito: aggiornamenti sullo stato della ricerca”, 17 dicembre 2008), e una sentenza del Tribunale civile di Cagliari contro lo Sato italiano (agosto 2011).</p>
<p>La posta in gioco nello stabilire il nesso di causa-effetto tra esposizione all’uranio impoverito e vari tipi di tumore è chiaramente politica, come dimostra la sentenza del Tribunale di Cagliari, che ha condannato il Ministero della Difesa a risarcire con 584 mila euro i familiari di Valery Melis, un militare morto nel febbraio 2004 dopo una malattia contratta al ritorno da una missione in Kosovo. In un caso come questo, gli scienziati sono del tutto immuni da considerazioni extra-scientifiche, pur lavorando all’interno delle istituzioni?</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><em>Lavoro di depurazione</em></p>
<p>Si può tentare di rispondere alla domanda, riproponendo nel campo intellettuale la storia del poliziotto buono e del poliziotto cattivo. Da un lato, ci sarebbe lo scienziato buono che lavora, nell’ottica marxiana, al di fuori e contro l’ideologia, con spirito disinteressato, liberandosi dai pregiudizi culturali e da ogni interferenza politica, economica, morale; dall’altro, ci sarebbe lo scienziato cattivo, che soccombe agli interessi materiali, compromettendosi con i poteri economici e politici, o con le proprie opinioni religiose o morali. Per mantenere in vita l’idea della Scienza, che soprattutto una certa categoria di filosofi ha contribuito a diffondere (i “gnoseo-epistemologi”, come li chiamava Feyerabend), è necessario fare, dunque, un continuo lavoro di <em>depurazione</em>, per liberare il paniere dalle solite, inevitabili, mele marce. Una volta svuotato il campo scientifico da ogni pressione sociale, da ogni interferenza culturale, da ogni ombra di valori, si ottengono finalmente quei tersi enunciati veritativi, che dicono il mondo “così com’è”, e impongono alla contesa di pacificarsi di fronte al peso ineluttabile dei fatti. Poco importa che, nella prassi, questo lavoro di depurazione sia un compito infinito, dal momento che ambiti già corrotti e compromessi appaiono ad ogni piè sospinto, e che lo scienziato buono di oggi diventerà quello cattivo di domani, e viceversa. L’importante è la difesa di quello che è un principio più generale: <em>noi</em>, la civiltà occidentale, noi, gli inventori della modernità, noi, i portavoce della ragione umana universale, grazie a una delle nostre specialità, la Scienza, siamo gli unici a poter praticare la distinzione tra fatti e valori, tra la verità universale e il pregiudizio localistico, tra il mondo nella sua nuda oggettività e quello baroccamente addobbato dalle proiezioni immaginarie delle differenti culture non occidentali.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><em>Ridescrivere la scienza, criticare l’universalismo occidentale</em></p>
<p>Le polemiche che un autore come Feyerabend scatenò nel corso di tutta la sua vicenda intellettuale adombrarono spesso le questioni fondamentali che motivarono la sua ricerca e che ancora oggi si rivelano decisive. Partendo dall’esigenza di una <em>ridescrizione </em>realistica di quanto la scienza fa, e opponendosi all’immagine tendenziosa e idealizzata che ne forniscono gli epistemologi, Feyerabend si è trovato, in compagnia di alcune delle menti più lucide del Novecento, a elaborare una genealogia critica dell’idea di modernità occidentale e della filosofia della storia che le è connaturata. Ai giorni nostri, l’universalismo occidentale, basato sull’equivalenza modernità-razionalità-scienza e sulla visione teleologica della cultura europea, è criticato da più fronti disciplinari e da più autori (da filosofi come Vincent Descombes e Charles Taylor a sociologi marxisti come Immanuel Wallerstein e antropologi sociali come Jack Goody).</p>
<p>Il Feyerabend più attuale è quello che vide un nesso forte tra, da un lato, l’interazione di tradizioni culturali diverse e, dall’altro, la possibilità di critica interna ad ogni tradizione. Ma perché interazione ci sia veramente, bisogna ricondurre anche l’universalismo della Scienza alla sua matrice provinciale e avviare l’itinerario accidentato e difficile della <em>traduzione</em> tra culture. Se questo non avviene, una sola cultura – quella occidentale – ha il potere di criticare tutte le altre, ma così facendo si priva anche degli strumenti utili per criticare se stessa, dal momento che assume la posizione inattaccabile di modello normativo dell’umanità.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><em>Affollare i laboratori</em></p>
<p>Se in Europa, attualmente, sembra impossibile, sul piano politico, individuare un’alternativa alla tecnocrazia – a meno di abbracciare populismi di matrice autoritaria – ciò dipende anche dalla difficoltà che si ha, sul piano culturale, a liberarsi dal mito dello scienziato buono. Rinunciare a un tale mito non implica, ovviamente, rinunciare ai contributi degli scienziati, ma impone di ridefinire il loro ruolo nei confronti dei cittadini. Feyerabend, in <em>La scienza in una società libera</em> del 1978, scriveva: “Gli specialisti, compresi i filosofi, possono naturalmente essere interpellati, si possono studiare le loro proposte, ma si deve riflettere con precisione per stabilire se tali proposte e le regole e i criteri che le hanno ispirate siano desiderabili e utilizzabili”<a title="" href="#_ftn1">[1]</a>. Si tratta, in realtà, di generalizzare il principio della giuria popolare che già vige nel diritto: “La legge richiede l’interrogazione in contraddittorio di esperti e la valutazione di tale interrogatorio da parte dei giurati”<a title="" href="#_ftn2">[2]</a>.</p>
<p>In anni recenti Bruno Latour<a title="" href="#_ftn3">[3]</a>, sociologo della scienza, ha mostrato come la partecipazione dei profani all’impresa scientifica non sia tanto un obiettivo da realizzare, quanto una condizione inevitabile. Manca semmai una più ampia consapevolezza di questa collaborazione, che implica già da sempre la presenza di diversi ed eterogenei attori all’interno del laboratorio dello scienziato. Nel caso delle ricerche che riguardano l’impatto dell’uranio impoverito sugli esseri umani è ovvio che progressi significativi non verranno da scienziati buoni, isolati nei loro laboratori e del tutto impermeabili a qualsiasi contesa politica. Non verranno nemmeno, d’altra parte, da scienziati cattivi, che si lasceranno tacitamente condizionare dagli attori più “grandi” e influenti. Solo il riconoscimento di una contesa interessata, che coinvolga democraticamente i vari attori in gioco, dai più grandi ai più piccoli, dal Ministero della Difesa alle famiglie dei reduci, può garantire qualche forma di ampliamento delle nostre conoscenze della realtà. È quanto dice per altro, seppure indirettamente, uno dei relatori del Convegno internazionale sull’Uranio impoverito organizzato dall’Istituto Superiore di Sanità. In un resoconto dei diversi interventi, si cita quello di Diego Telleria dell’IAEA (International Atomic Energy Agency). Quest’ultimo chiarisce che “attualmente, non sono in agenda nuove attività dell’Agenzia nel settore, e che comunque queste seguono sempre esplicite richieste ufficiali da parte di Paesi o dell’Assemblea Generale dell’ONU”.</p>
<p>La questione delle scienze in democrazia è dunque la questione di <em>chi</em> decide l’agenda delle ricerche di laboratorio, di <em>chi</em> insomma ha accesso al laboratorio e può ottenere udienza dagli scienziati. È chiaro che non si può dare una risposta di principio. Nel caso che abbiamo considerato, bisognerà chiedersi se è sufficiente che in laboratorio ci entrino i generali, il ministro della difesa, qualche parlamentare dell’opposizione, il rappresentante di una ONG ben selezionata, o se ci debbano entrare anche le madri dei reduci morti precocemente, i militari ammalati, i giornalisti indipendenti che hanno raccolto testimonianze nei Balcani e negli Stati Uniti, i civili kosovari, la cui sorte sembra non interessare alcuno Stato e alcuna comunità scientifica.</p>
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<div><br clear="all" /></p>
<hr align="left" size="1" width="33%" />
<div>
<p><a title="" href="#_ftnref1">[1]</a> Paul K. Feyerabend, <em>La scienza in una società libera</em>, Feltrinelli, Milano, 1981, p. 32.</p>
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<div>
<p><a title="" href="#_ftnref2">[2]</a> Ivi, p. 149.</p>
</div>
<div>
<p><a title="" href="#_ftnref3">[3]</a> Bruno Latour, <em>Politiche della natura. Per una democrazia delle scienze</em>, Cortina, Milano, 2000.</p>
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