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	<title>Arben Dedja &#8211; NAZIONE INDIANA</title>
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		<title>The Vanishing Twin</title>
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		<dc:creator><![CDATA[renata morresi]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 09 May 2016 12:00:21 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[indiani]]></category>
		<category><![CDATA[Arben Dedja]]></category>
		<category><![CDATA[Carmine Abate]]></category>
		<category><![CDATA[Visar Zhiti]]></category>
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					<description><![CDATA[di Arben Dedja &#160; &#160; Amore e morte Stava appoggiato al muro vicino ai rifiuti il materasso (buttato in così buone condizioni) che noi lentamente trascinammo per il suo lato lungo la scia delle lumache rifletteva il plenilunio ci mostrava la via per il campus per la nostra calda stanza dove lo mettemmo sul pavimento [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: right;">di <strong>Arben Dedja</strong></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><em>Amore e morte</em></p>
<p>Stava appoggiato al muro<br />
vicino ai rifiuti il materasso<br />
(buttato in così buone condizioni)<br />
che noi lentamente trascinammo<br />
per il suo lato lungo<br />
la scia delle lumache rifletteva<br />
il plenilunio ci mostrava la via<br />
per il campus per la nostra calda stanza<br />
dove lo mettemmo sul pavimento<br />
ci serviva per fare all&#8217;amore<br />
anche se ci era morto qualcuno.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><em>Il nonno</em></p>
<p>Quando russava<br />
dalla bocca aperta<br />
sbirciavo<br />
le verità inconfessabili<br />
che a me solo<br />
aveva raccontato.</p>
<p>In fondo al suo baule<br />
ho scovato<br />
una rivoltella<br />
che imparai a<br />
smontare.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><em>Frammento di vita</em></p>
<p>Ah, questo porcaio d&#8217;esistenza, che guscio<br />
per i sogni in questa stanza in affitto<br />
solo letto e bidet. In proporzione<br />
diretta con i seni che vanno giù calano i prezzi.<br />
Ormai tosto il pane<br />
con il phon sull&#8217;antenna<br />
dei vicini appendo mutandine.</p>
<div style="border: 0px dotted #b73923; margin: 15px; padding: 5px; width: 400px; float: center; text-align: justify;">
<p><span style="font-size: 13px;"><em>Fragment jete. </em>Ah thinija e ekzistencës, ç&#8217;zhguall ǀ për ëndrrat te kjo dhomë me qira ǀ vetëm shtrat e bidè. Në përpjestim ǀ të drejtë me rënien e sisëve bien cmimet. ǀ Tani bukën thek ǀ me phon tek antenna ǀ e fqinjëve ndër breçkat.</span></p>
</div>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><em>[La casa era divisa]</em></p>
<p>La casa era divisa<br />
con un muro<br />
dal cimitero di notte<br />
sentivamo fruscii<br />
passi sospetti ululati<br />
strozzati il giorno dopo<br />
qualcuno se ne andò<br />
in albergo ma a me<br />
piaceva questa promiscuità<br />
con i morti anzi proposi<br />
di aprire una finestra<br />
sul muro comune<br />
cosa che non si avverò<br />
per inghippi burocratici.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><em>[La nostra idea del sesso]</em></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>La nostra idea del sesso<br />
era atavica animistica<br />
credevamo per esempio<br />
che certe donne<br />
dopo il dovuto allenamento<br />
potessero schiacciare<br />
noci con la vulva<br />
che altre ancora<br />
riuscissero perfino a fischiare<br />
non ricordo bene<br />
se con o senza dita.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><em>Taglialegna</em></p>
<p>Masi scure<br />
ha spaccato<br />
il nocciolo del legno.</p>
<p>Siamo scomparsi<br />
per questo<br />
malinteso della scure.</p>
<p>Perché come<br />
in amore<br />
servono solo<br />
mazza e cunei.</p>
<p>Tu lo sai, o Picchio&#8230;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><em>Il raccoglitore di ferro</em></p>
<p>Con lo scalpello tu stacchi lo scalpo al Bunker<br />
con il martello tu spacchi il cranio al Bunker.</p>
<p>Quando lo scalpello scotta, si fa incandescente<br />
strizzi gli occhi:<br />
i tuoi sogni &#8211; schegge di metallo nel corpo tenero.</p>
<p>Le tue dita sono pali<br />
per il touch screen delle nostre signorine.</p>
<p>O silicio folle<br />
o nudo ferro!</p>
<p>Che tu non possa mai arrugginire<br />
ragazzo con mani da uomo:<br />
dischiudici il teschio strappa il Bunker dentro noi.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>*</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>Fiera del Libro, Torino</strong></p>
<p><strong>Domenica, 15 maggio, ore 10.30</strong></p>
<p>Spazio Babel &#8211; Libreria Internazionale</p>
<p><em><strong>La Scrittura come passaPorto</strong>: oltrepassare le porte del proprio paese, oltrepassare le porte di se stesso tramite la scrittura.</em></p>
<p>Intervengono:</p>
<p><strong>Carmine Abate</strong>, scrittore italiano</p>
<p><strong>Visar Zhiti</strong>, scrittore albanese</p>
<p><strong>Arben Dedja</strong>, scrittore albanese</p>
]]></content:encoded>
					
		
		
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		<item>
		<title>Amputazioni prolungate</title>
		<link>https://staging.nazioneindiana.com/2014/07/22/amputazioni-prolungate/</link>
					<comments>https://staging.nazioneindiana.com/2014/07/22/amputazioni-prolungate/#comments</comments>
		
		<dc:creator><![CDATA[renata morresi]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 22 Jul 2014 06:01:58 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[Arben Dedja]]></category>
		<category><![CDATA[renata morresi]]></category>
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					<description><![CDATA[di Arben Dedja Aquila bicipite Quando nei Balcani il quinto Stato in soli tre anni, appena dichiarata l&#8217;indipendenza, adottò come bandiera un&#8217;aquila bicipite (nonostante i colori dell&#8217;aquila e lo sfondo), la pazienza dello Stato albanese giunse al limite e, con una lunga e dettagliata nota di protesta indirizzata a tutte le più importanti istituzioni internazionali, [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: right;">di <strong>Arben Dedja</strong></p>
<p style="text-align: left;"><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/07/chicken-ad.jpg"><img fetchpriority="high" decoding="async" class="alignnone size-full wp-image-48482" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/07/chicken-ad.jpg" alt="chicken ad" width="635" height="534" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/07/chicken-ad.jpg 635w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/07/chicken-ad-300x252.jpg 300w" sizes="(max-width: 635px) 100vw, 635px" /></a></p>
<p style="text-align: left;"><strong>Aquila bicipite</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Quando nei Balcani il quinto Stato in soli tre anni, appena dichiarata l&#8217;indipendenza, adottò come bandiera un&#8217;aquila bicipite (nonostante i colori dell&#8217;aquila e lo sfondo), la pazienza dello Stato albanese giunse al limite e, con una lunga e dettagliata nota di protesta indirizzata a tutte le più importanti istituzioni internazionali, chiese d&#8217;urgenza il non riconoscimento delle suddette bandiere giacché plagiavano spudoratamente quella albanese, questa nota fu presa in seria considerazione nelle relative sedi, anche se la loro possibilità di intervenire nella politica interna dei neo-Stati era limitata, cosa che produsse una nuova ondata di delusione verso le istituzioni internazionali in Albania e, parallelamente, una forte ondata di nazionalismo pan-albanese, con la nascita di gruppi e forze politiche dalle proposte più strane, parte delle quali suggerivano, per esempio, un ampio attacco diplomatico, non solo verso gli Stati con un&#8217;aquila bicipite nella loro bandiera, ma anche verso quelli con un&#8217;aquila con due, una sola, o senza nessuna testa nel loro stemma statale (Stati per niente trascurabili come l&#8217;America, la Russia, la Germania, ma anche molti altri fuggiti alla nostra attenzione). Un altro partito, un po&#8217; più realista, propose dal canto suo (e la Galleria nazionale delle Arti lo seguì al volo bandendo un concorso in concomitanza con la Festa Nazionale), per modificare graficamente l&#8217;aquila bicipite della nostra bandiera in coerenza con le nuove sfide del tempo, in modo tale che comunque si mantenesse superiore alle altre, di ritoccare la forma e le dimensioni del becco uncinato e degli artigli, mentre le proposte più estreme in quest&#8217;ambito arrivarono a chiedere la riammissione nella nostra bandiera dei fasci littori insieme con la stella rossa partigiana, che di sicuro avrebbero dato all&#8217;aquila un&#8217;arma in più nella sua superbia verso le altre, cosa che naturalmente comportò la formazione di analoghi movimenti nazionalisti negli altri Stati Balcanici, che cominciarono anche loro a fare modifiche alle loro aquile, cosa che portò come conseguenza che una sessione straordinaria del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite disponesse la creazione a tempi brevissimi di una task force con il compito di monitorare in tutte le cerimonie ufficiali dell&#8217;ONU, ma anche in senso più lato in qualsiasi cena di lavoro, meeting, cerimonia di Olimpiadi, ecc&#8230; le bandiere Balcaniche con aquila bicipite, in modo tale da non lasciarle mai capitare, per un maligno gioco del destino, insieme nelle vicinanze, ma sempre divise una dall&#8217;altra da almeno 15 bandiere di altri stati; in caso contrario, il rischio che le aquile (che per di più erano bicipiti) bisticciassero, si azzuffassero, litigassero, combattessero, era molto, ma molto alto, con minaccia imminente che le stesse bandiere si riducessero reciprocamente a brandelli, rendendo così possibile l&#8217;inizio di un nuovo conflitto di dimensioni imprevedibili in quest&#8217;area ancora calda del pianeta.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>*</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>Posate</strong></p>
<p>Dalle ricerche nell&#8217;Archivio Centrale di Stato, vengono scoperti ogni giorno nuovi e drammatici fatti del tempo della dittatura come, ad esempio, le storie assai dolorose dell&#8217;esproprio dei ricchi commercianti nei primi anni che seguirono la seconda guerra mondiale, quando le messe popolari, incitate dal Partito, partecipavano spesso alle rappresaglie, anche se i commercianti pagavano regolarmente le tasse da capogiro imposte dallo Stato e, in casi particolari, era il Ministro degli Interni, con quei suoi metodi, che si occupava di qualcuno come, ad esempio, il caso dei fratelli Xinxo da Coritza ai quali, oltre ad altre ricchezze, fu sequestrata la cifra record di 2.029.734 cucchiai d&#8217;argento nascosti nelle fondamenta della loro casa; un numero di cucchiai mai riscontrato prima nei Balcani, fratelli che subirono un tragico destino: il più grande spirò dopo 12 giorni di atroci torture inflittegli dagli ufficiali del Ministero degli Interni, senza riuscire a ricavare alcun indizio di altre ricchezze nascoste chissà dove; mentre il più giovane, dopo la perdita del fratello e l&#8217;ancora più grave perdita dei cucchiai, uscì di senno, passando il resto dei propri giorni in manicomio. Molti anni dopo, era il 1975, grazie ad annose e scrupolose osservazioni, il meteorologo della città, che aveva notato la preferenza dei fulmini a cadere sul tronco ormai tutto raggrinzito di un melograno dall&#8217;altro lato della strada e lontano dalla casa una volta degli Xinxo, piuttosto che sulla grandiosa quercia lì vicina, scoprì, informando all&#8217;istante gli organi competeneti che lo insignirono, poco prima della sua morte, con la medaglia di &#8220;Gran Cavaliere&#8221;, tra le radici di quel melograno, sette botti piene della frastornante quantità di 2.029.733 coltelli d&#8217;argento della famiglia Xinxo, ormai estinta, causando involontariamente una piccola rivoluzione nella vita quotidiana di quella tranquilla gente di provincia, la quale, allora come oggi, segue con particolare attenzione tutti gli scavi per le fondamenta di qualsiasi nuovo immobile e, ancora più attentamente, l&#8217;ordine celeste dei lampi sopra la città. Cercano le tracce della frastornante quantità, mai riscontrata prima nei Balcani, di 2.029.734 forchette d&#8217;argento nascoste chissà dove e di un coltello, d&#8217;argento anche quello, sotterrato in tutta fretta insieme alle forchette.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>*</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>Organo</strong></p>
<p>Lo trovarono a Orosch, nella <em>kulla* </em>di Gjon Kol Ukaj, l&#8217;organo della Chiesa di Shirgj, costruita nellVIII secolo, proprio dove il fiume Boiana, dopo la Grande Curva, si amplia per scorrere poi per sempre in mare. Il raro organo, registrato con il numero 117 nei cataloghi vaticani, era dato per perso quando la verità venne a galla. Rimaneva un mistero com&#8217;era stato possibile trasportare fin su in montagna quella massa da 500 <em>oka**</em>, rubata forse con altre ricchezze della Chiesa nell&#8217;anno 1967. Considerare che potrebbero averla trasportata in barca su per il fiume, sembrava ugualmente assurdo che immaginarla portata con i cavalli tra i sentieri, ma Gjon Ukaj ce l&#8217;aveva nella sua <em>kulla</em> e diceva di ricordare da sempre di averla avuta lì. I vicini (anche se la casa più vicina si trovava a più di 200 metri di distanza) testimoniarono che per anni, nella notte di Natale, o quando fulmini si scaricavano nella parte est del valico, si sentivano arrivare dalla <em>kulla</em> dei suoni prolungati e gravi come lamenti. C&#8217;era come qualcuno che suonava il corno. Quando le teste di cuoio circondarono la <em>kulla</em>, costruita senza malta e mattoni, con pietre non levigate legate con fil di ferro, secondo la tradizione delle montagne albanesi, molto simile al modo di costruzione della Chiesa di Shirgj, cosa che dimostrava palesemente la continuità culturale illiro-albanese in questa terra; quando strinsero, dunque, l&#8217;assedio per prendere in consegna l&#8217;organo che gli Ukaj avevano chiaramente dichiarato di voler difendere fino all&#8217;ultimo sangue, notarono che quell&#8217;organo fungeva da sostegno al tetto della <em>kulla</em>, mentre la canna principale, lunga circa 16 piedi, tutta in abete nero, che una volta vibrava di musiche celesti, serviva da canna fumaria.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>*La casa fortificata delle montagne albanesi, a forma di torre, di tre piani e di vaste dimensioni, adatta alle esigenze di grandi famiglia patrilineari.</p>
<p>**Vecchia unità di peso tra 1 kg e un quarto e 1 kg e mezzo.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>*</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Estratti da Arben Dedja, <em>Amputazioni prolungate</em> (Besa 2014)</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
]]></content:encoded>
					
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		<item>
		<title>Da “La manutenzione delle maschere”</title>
		<link>https://staging.nazioneindiana.com/2009/04/27/da-%e2%80%9cla-manutenzione-delle-maschere%e2%80%9d/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[andrea inglese]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 27 Apr 2009 06:00:19 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[diari]]></category>
		<category><![CDATA[dispatrio]]></category>
		<category><![CDATA[Arben Dedja]]></category>
		<category><![CDATA[autotraduzione]]></category>
		<category><![CDATA[poesia contemporanea albanese]]></category>
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					<description><![CDATA[di Arben Dedja Galleria Questa lunga galleria dove io – bambino correvo contento con il treno delle vacanze di luglio è la vagina di mia madre mentre nascevo e questo fischio dal buio della galleria spaventato è il fischio del mio lubrificato corpicino scivolando fra le cosce di mia madre mentre quella luce lontana in [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Arben Dedja</strong></p>
<p><strong>Galleria</strong></p>
<p>Questa lunga galleria dove io – bambino<br />
correvo contento con il treno<br />
delle vacanze di luglio è la vagina<br />
di mia madre mentre nascevo</p>
<p>e questo fischio dal buio della<br />
galleria spaventato è il fischio<br />
del mio lubrificato corpicino<br />
scivolando fra le cosce di mia madre</p>
<p>mentre quella luce lontana in fondo<br />
alla galleria quella luce che soffoca che<br />
presto s’avvicina facendosi vortice di colori<br />
è la morte la splendida morte che abbaglia.<br />
<span id="more-17056"></span><br />
Tunel. Ky tunel i gjatë ku unë – fëmijë/ kaloja i kënaqur me trenin/ e pushimeve të korrikut është vagina/ e mëmës sime teksa lindja// dhe kjo vërshëllimë nga terri/ i tunelit trembur është vërshëllima/ e trupit tim të lubrifikuar duke/ rrëshqitur kofshëve së sime ëme// ndërsa ajo dritë e largët në fund/ të tunelit ajo dritë që të merr frymën/ q’afrohet shpejt e bërë shpellë ngjyrash/ është vdekja vdekja e bukur që po e pres.</p>
<p>*</p>
<p><strong>Autopsia di una bambola</strong></p>
<p>Nuda sopra il tavolo della cucina<br />
freddo il sesso<br />
senza peluria sotto le ascelle.<br />
I seni appena sbocciati<br />
non grossi come quelli della nonna.</p>
<p>Nel ventre muto<br />
budella a riccio<br />
dove da tempo sono conficcate<br />
plastica e prosa della civiltà.</p>
<p>Più svelti di Larrey<br />
ad amputare arti.</p>
<p>Alla fine<br />
il più piccolo<br />
se ne va<br />
in bocca<br />
l’occhio di vetro.</p>
<p>Autopsia e një kukulle. Ashtu picake mbi tryezën e kuzhinës/ i ftohur seksi/ pa qime në sqetulla./ Gjinjtë e sapoçelur/ s’janë të bëshëm si të gjyshes.// Në barkun e shtemët/ rropulli kaçurrele/ ku me kohë janë kallur/ plastika dhe proza e qytetërimit.// Më të shpejtë se Larrey/ n’amputim gjymtyrësh.// Në fund/ ai m’i vogli/ largohet/ me në gojë/ syrin prej qelqi.</p>
<p>*</p>
<p><strong>La presentazione</strong></p>
<p>Ah si, ricordo bene gli albanesi<br />
arrivarono in ciurme dal confine settentrionale<br />
come abbondarono quell’anno le civette nei dintorni.</p>
<p>Ed io donai e donai e donai e donai<br />
in quell’occasione rinnovai il Guardaroba di ieri<br />
si fece in quattro mio marito per la nuova Biancheria.</p>
<p>Poi irruppero i curdi sorridenti come primavera<br />
con le gambe di legno marcite dalle onde<br />
poi i ruandesi che sbagliarono strada.</p>
<p>Ed io donai e donai e donai e donai<br />
di nuovo ho dato via la Biancheria Firmata<br />
era un po’ fuori moda il Ricamo delle Mutande.</p>
<p>Poi i moldavi scattarono con zattere fatali<br />
poi gli iracheni camminando su ghiacci<br />
i burundesi con gabbane squarciate dai lupi.</p>
<p>Ancora io donai e donai e donai e donai<br />
avevano le afgane tutti i miei Reggiseni<br />
la mendicante bosniaca sette Mutande vestiva.</p>
<p>Poi arrivarono i cingalesi con tizzoni nei taschini<br />
e poi i kossovari ma erano fuori stagione<br />
per le Passerelle di New-York – Paris – Milano.</p>
<p>Io ancora donai e donai e donai e donai<br />
anche se la casa mi forzarono per rubare il Guardaroba<br />
che, per fortuna, era vuota dall’ultima donazione…</p>
<p>…qui la Signora interrupe il discorso perché, nel fratempo, gli presentarono un islandese.</p>
<p>Prezantimi. Ah po, më kujtohen shqiptarët/ mbërritën me turma nga kufiri verior/ ç’u shtuan atë vit kukuvajkat në rrethina.// E unë dhashë e dhashë e dhashë e dhashë/ e ndërrova me këtë rast Garderobën e djeshme/ u ça katërsh im shoq për Të Linjta të reja.// Pastaj kurdët ia behën të qeshur si pranvera/ me këmbët e drunjta të kalbura nga dallgët/ pastaj ruandezët që rrugën ngatërruan.// E unë dhashë e dhashë e dhashë e dhashë/ m’u desh prapë t’i falja Të Linjtat e Firmosura/ i kish ikur ca moda Dantellave të Breçkave.// Pastaj brofën moldavët me trape fatalë/ pastaj irakenët duke ecur mbi avra/ burundasit me guna të çjerra nga ujqit.// Prapë unë dhashë e dhashë e dhashë e dhashë/ kishin gratë afgane gjithë Gjimbajtëset e mia/ një lypëse boshnjake shtatë palë Breçka kish mbathur.// Pastaj erdhën çingalezët me gaca ndër xhepa/ pastaj kosovarët po sezoni s’kish nisur/ i Pasarelave në New-York – Paris – Milano.// Prapë unë u dhashë e u dhashë e u dhashë/ ndonëse më hynë në shtëpi Garderobën të vidhnin/ që, për fat, ishte bosh nga dhuresa e fundit…<br />
…këtu Zonja e ndërpreu rrëfimin se, ndërkaq, i prezantuan një islandez.</p>
<p>*</p>
<p><strong>Zio Lazzaro</strong></p>
<p>Mi arruffò i capelli<br />
mentre avanzava<br />
con uno strano modo<br />
di camminare a sbalzi<br />
uguali le gambe<br />
dei calzoni una<br />
delle scarpe più piccola<br />
si avvicinò<br />
alla sedia vide la sedia<br />
di sbieco calò la mano<br />
un bottone invisibile<br />
premé sotto il ginocchio<br />
e la destra si piegò.</p>
<p>Ungji Llazar. Më shpupurisi flokët/ tek bëri përpara/ me një të ecur të çuditshme/ hopthi njëlloj/ këmbët e pantallonave/ njëra nga këpucët/ m’e vogël/ iu afrua karriges/ e pa shtrembër karrigen/ uli dorën/ një sustë të padukshme/ shtypi nën gju/ dhe e djathta u përkul.</p>
<p>*</p>
<p><strong>1997</strong></p>
<p>Le poche bottegucce<br />
non saccheggiate<br />
s’affrettavano di vendere<br />
le ultime provviste.</p>
<p>Cercai per il quartiere<br />
una che non aveva<br />
scaffali vuoti.</p>
<p>Quando la trovai<br />
mi misi in coda<br />
e il signore prima<br />
comprò l’ultima merce:<br />
quattro bottiglie d’aceto.</p>
<p>1997. Ato pak tregtiza/ të paplaçkitura/ nxitonin të shisnin/ zahiretë e fundit.// Kërkova në krejt lagjen/ një që të mos i kishte/ raftet bosh.// Kur e gjeta/ mbajta rradhën/ dhe zotëria përpara/ bleu mallin e fundit:/ katër shishe uthull.</p>
<p>*</p>
<p><strong>Ispezione chirurgica</strong></p>
<p>Nella cieca luce della stanza<br />
una notte esaminai<br />
un vecchietto rannichiato dei sobborghi di Prishtina<br />
alloggiato temporaneamente nel campo tedesco<br />
dei rifugiati – ma non era in grado di spiegare<br />
dove – .</p>
<p>Vidi le sue gambe sottili, storte<br />
quando mi si denudò davanti<br />
e il pene circonciso malamente da<br />
qualche barbiere nella lontana fanciulezza. Otto<br />
figli aveva e cinque<br />
figlie tutti sposati, nessuno con lui –<br />
sparsi per il mondo, uccisi –<br />
ma non ci capivamo bene: lui nel suo dialetto<br />
io con la mia lingua letteraria.</p>
<p>Un vecchio finito ormai, gemeva<br />
davanti a me ad ogni tocco.</p>
<p>Non era stato così<br />
là nella sua capanna quando l’avevano cacciato<br />
a calci l’avevano messo in fila,<br />
conoscevo l’indecifrabile<br />
suo sguardo sul rosario<br />
sul fango della strada.</p>
<p>Facile e immediata la diagnosi:<br />
cancro della prostata.</p>
<p>Poco si poteva fare per lui –<br />
e non c’era posto in reparto.</p>
<p>Era notte, ma lo spedii lo stesso al campo:<br />
«Fatti vivo la settimana prossima, bacë*!»</p>
<p>*In Kosovo, si chiamano così i più anziani, in segno di rispetto.</p>
<p>Kqyrje kirurgjike. Nën dritën e qorruar të dhomës/ e vizitova një natë/ plakun e mrrolur nga rrethinat e Prishtinës/ tani strehuar në kampin gjerman/ të refugjatëve – po s’qe në gjendje ta thosh/ nga binte – .// Ja pashë ato këmbë të holla, kërcinj-shtrembëruar,/ kur u zhvesh para meje/ dhe penisin rrethprerë mos-më-keq nga/ ndonjë berber në fëmijërinë e largët. Tetë/ djem kish dhe pesë/ vajza të gjithë martuar, asnjë me të –/ shpërndarë nëpër botë, vrarë –/ po s’merreshim vesh mirë: ai me dialektin e tij/ unë me lletrarishten time.// Plak i mbaruar tani, rënkonte/ para meje në çdo prekje.// S’qe i tillë/ atje në kësollën e vet kur e nxorën/ me shkelma e vunë në radhë,/ ia dija vështrimin/ e pazbërthyeshëm mbi tespihe/ dhe baltën e rrugës.// E thjeshtë e shpejtë qe diagnoza:/ kancer prostate.// Pak mund të bëhej për të –/ dhe s’kish vende pavioni.// Natë qe, por e nisa prapë në kamp:/ «Duku nga java tjetër, bacë!»</p>
<p>*</p>
<p><strong>A Sara&#8230;</strong></p>
<p>A Sara piace da metà ponte<br />
guardare l’acqua che va sotto di noi<br />
dritto verso il cuore della pianura. Capisce<br />
lei, così piccola, che<br />
tutto scorre? Come fa a capire<br />
che quel gabbiano senza mare<br />
volando tra nebbie a fior d’acqua<br />
invano cerca un pasto salino?<br />
Come fa a capire che quest’acqua<br />
che va via, alla fine, è il sogno<br />
il nostro sogno e il gabbiano<br />
accecato lo scopo della vita?</p>
<p>Sarës i pëlqen&#8230;. Sarës i pëlqen nga mesi i urës/ të shohë ujin si poshtë nesh shkon/ për në zemër të rrafshultës. A/ e kuptokësh, vallë, kaq e vogël,/ që gjithçka rrjedh? Si ta kuptokësh/ që ajo pulëbardhë e padet/ fluturon ujit ciktas mes mjegulle/ më kot të kërkojë hajen e njelmët?/ E si ta kuptokësh, vallë, që ky ujë/ që shkon tutje, tekefundit, është ëndrra,/ ëndrra jonë dhe pulëbardha/ e verbuar qëllimi i jetës?</p>
<p>*</p>
<p><strong>Sull’amore</strong></p>
<p>Il mal di stomaco<br />
che capita dopo<br />
un classico bacio francese<br />
lo causa <em>l’Helicobacter Pylori</em>,<br />
dice la medicina.</p>
<p>La cistite da luna di miele<br />
si cura con Nitrofurantoina orale<br />
50 mg mezz’ora<br />
prima del coito.</p>
<p>Anche cinque volte al dì?</p>
<p>Mbi dashurinë. Trazimin në lukth/ që ndodh pas puthjes së thellë/ gojë më gojë/ e shkakton Helicobacter Pylori,/ mjekësia thotë.// Cistiti i muajit të mjaltit/ mjekohet me Nitrofurantoinë 50 mg/ nga goja gjysëm ore/ para koitusit.// Edhe pesë herë në ditë?</p>
<p>*</p>
<p><strong>Arben Dedja</strong> (1964) è nato a Tirana (Albania), dove studiò Medicina e Chirurgia e si specializzò in Chirurgia Generale. Vive in Italia dal 1999 e lavora come ricercatore presso l’Università degli Studi di Padova. Pubblica articoli scientifici nel campo della trapiantologia e delle cellule staminali. In Albania sono usciti due suoi libri di poesie e tre di traduzioni poetiche («Tutte le poesie» di Guido Cavalcanti, «Poesie scelte» di Umberto Saba e ancora «Poesie scelte» del poeta ceco Miroslav Holub). Autotraducendosi, ha potuto pubblicare suoi testi anche in Italia, in riviste («Semicerchio», «Pagine», «Dedalus»), riviste on-line («Sagarana», «El-Ghibli») e pagine on-line («Kúmá», «Absolute poetry»).</p>
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