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	<title>Architettura contemporanea &#8211; NAZIONE INDIANA</title>
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		<title>Riccardo, ti ricordi…</title>
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		<dc:creator><![CDATA[gianni biondillo]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 08 Dec 2019 06:00:41 +0000</pubDate>
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		<category><![CDATA[architettura]]></category>
		<category><![CDATA[Architettura contemporanea]]></category>
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					<description><![CDATA[(A Porto s&#8217;è svolta una importante mostra sull&#8217;opera di Riccardo Dalisi. Davide Vargas ci regala il suo affettuosissimo testo presente nel catalogo, e noi lo ringraziamo. G.B.) di Davide Vargas Riccardo è nato nella festa dei lavoratori del 1931 ed oggi è seduto con me su una panchina della Floridiana di Napoli sotto un grande [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: Garamond, serif;"><span style="font-size: medium;">(<em>A Porto s&#8217;è svolta una importante mostra sull&#8217;opera di Riccardo Dalisi. Davide Vargas ci regala il suo affettuosissimo testo presente nel catalogo, e noi lo ringraziamo.</em> G.B.)</span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><img fetchpriority="high" decoding="async" class="size-full wp-image-81637 aligncenter" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/11/dalisi.jpg" alt="" width="619" height="384" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/11/dalisi.jpg 619w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/11/dalisi-300x186.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/11/dalisi-250x155.jpg 250w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/11/dalisi-200x124.jpg 200w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/11/dalisi-160x99.jpg 160w" sizes="(max-width: 619px) 100vw, 619px" /></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: Garamond, serif;"><span style="font-size: medium;">di <b>Davide Vargas</b></span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: Garamond, serif;"><span style="font-size: medium;">Riccardo è nato nella festa dei lavoratori del 1931 ed oggi è seduto con me su una panchina della Floridiana di Napoli sotto un grande tiglio frondoso. Sulle pendici del Vomero. Lui la sente la natura. Poi ci alziamo e facciamo quattro passi, sulla panchina liberata si insediano in un attimo due gatti che si leccano le zampe e rizzano il pelo a dire: è nostra. La villa della duchessa di Florida è un progetto unitario di architettura e giardino, autore Antonio Niccolini agli inizi dell’ottocento, perciò Riccardo viene qui da sempre. Camminiamo lentamente tra le transenne, lungo i viali curvilinei, fiancheggiando pini e palme californiane, cespi di ortensie e felci, yucca e alloro. Il retro dell’edificio nitido e bianco è pieno di sorprese. Uno scalone porta giù fino alla vasca con le tartarughe che si muovono nell’acqua verdastra. E oltre c’è la città, da un estremo all’altro, e il mare con le barche. Tutta qui Napoli, a portata di mano. Ora ci sediamo davanti a questa specie di atlante, l’uomo è stanco e mi sembra di essere partecipe di un momento magico, come quando in un altro tempo un uomo anziano fosse rimasto per un minuto o un secolo seduto su una vecchia sedia di paglia ad osservare un pezzo di terreno, i fili d’erba e i fiori di tarassaco, fino a leggere l’anima del luogo. Perché è così, se solo ci sai fare lo scopri che ogni luogo è una mappa, un canzoniere, un’epopea. Questo ha fatto Riccardo Dalisi con la sua città: la narrazione lunga una vita di visioni, sensazioni, leggende, odori, voci e suoni, energie, violenze e atti d’amore, frasi e silenzi, storie e frontiere, fantasie e spietato realismo. Cose così, una meraviglia. E lo ha fatto attraverso il progetto. Le parole [da ogni grammatica] del progetto. La natura, Napoli, i miti, le maschere della città, la creatività collettiva del popolo e degli scugnizzi, la partecipazione e la controcultura degli anni settanta, questi i temi. Io ho conosciuto da studente prossimo alla laurea il professore Dalisi alla fine degli anni settanta. Quindi mi sono perso le sperimentazioni del Rione Traiano Ma la lunga frequentazione mi ha trasferito l’esperienza complessiva della sua ricerca. </span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: Garamond, serif;"><span style="font-size: medium;"><i>Ti ricordi Riccardo…</i></span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><a name="_GoBack"></a><span style="font-family: Garamond, serif;"><span style="font-size: medium;">Quando Alessandro Mendini su Casabella definì nei primi anni settanta il tuo percorso ideativo </span></span><span style="font-family: Garamond, serif;"><span style="font-size: medium;"><i>“tecnica povera in rivolta”</i></span></span><span style="font-family: Garamond, serif;"><span style="font-size: medium;">. Il che presuppone un interlocutore e un contro. Nel tuo caso l’interlocutore è un co-autore, di volta in volta un bambino o un vecchio del sottoproletariato, un artigiano o un disoccupato, la vicina del tuo studio sfinita nei sui cento chili o la giovane figlia bella come una ninfa plebea. Il contro è una metodologia specialistica. Ma tu il suo valore non l’hai mai negato, solo che vi hai aggiunto quel tanto di imprevedibilità che risiede nelle origini della cultura e annida nei suoi luoghi marginali. C’è una fotografia che racconta quegli anni: tre quattro ragazzini scugnizzi arrampicati sui ferri di attesa che spuntano dai pilastri di un cantiere senza alcuna protezione di sicurezza. Si dondolano, stanno a gambe divaricate tra le armature che si piegano sotto il peso, camminano e poi siedono come i famosi operai americani, o forse italiani immigrati, in fila a mangiare sulla trave sospesa di un grattacielo in costruzione, con le gambe penzoloni sul vuoto. Ma sono gli stessi scugnizzi festanti, vivaci, allegri, improvvisamente tristi, bambini e bambine, con i quali tu signore con i capelli già grigi compi da sempre e ancora l’incanto di saper parlare. Hai attraversato i margini con l’atteggiamento del rabdomante che con un bastone scrosta la superficie alla ricerca dei SEGNI che il mondo ben organizzato ha seppellito. E li hai reinventati con loro, i bambini. O meglio, sono loro che li hanno inventati, i cavalieri e gli scudieri, i pupazzi, gli angeli e i diavoli, infine le sirene e i matti. Con te.</span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><img decoding="async" class="alignnone size-full wp-image-81638" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/11/mostra-Dalisi_Porto.jpg" alt="" width="820" height="547" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/11/mostra-Dalisi_Porto.jpg 820w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/11/mostra-Dalisi_Porto-300x200.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/11/mostra-Dalisi_Porto-768x512.jpg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/11/mostra-Dalisi_Porto-250x167.jpg 250w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/11/mostra-Dalisi_Porto-200x133.jpg 200w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/11/mostra-Dalisi_Porto-160x107.jpg 160w" sizes="(max-width: 820px) 100vw, 820px" /></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: Garamond, serif;"><span style="font-size: medium;"><i>A Ponticelli c’ero anche io, ai tempi della didattica partecipata… </i></span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: Garamond, serif;"><span style="font-size: medium;">Uno zampillo della fontana schizza sulla roccia, le tartarughe affiorano a pelo d’acqua e gli occhietti azzurri si fanno più attenti. Questa città ha ancora spazio per occhi stupiti. Ma gli occhi davvero stupiti hanno un che di determinazione, perché in quell’istante stanno scoprendo un segreto. La scoperta a Ponticelli fu che occorreva andare oltre i filamenti di una cultura popolare già contaminata, da mercato della nostalgia per intenderci, e ricercare le tracce di una rara autenticità. Ecco le periferie e a Napoli la periferia è ovunque popolata dei suoi figli migliori, periferici anche essi, da Troisi a Murolo, gente così. Quando un vecchio della Casa del Popolo racconta la stessa storia anche molte volte ha sempre gente in ascolto, e</span></span><span style="font-family: Garamond, serif;"><span style="font-size: medium;"><i> “la narrazione è arte che precede la letteratura, il teatro, l’architettura”</i></span></span><span style="font-family: Garamond, serif;"><span style="font-size: medium;">, così ci dicevi. Quando un bambino disegna con i pennarelli come se carezzasse i petali di un giglio o taglia lamiere tenerissime con le forbici per poi ribatterle con il martello e infine ricucirle con il filo di ferro, gli stessi bambini scugnizzi che un istante prima si sono rotolati nel cortile come in una scena di </span></span><span style="font-family: Garamond, serif;"><span style="font-size: medium;"><i>Accattone</i></span></span><span style="font-family: Garamond, serif;"><span style="font-size: medium;"> aggrediti dalla propria incontrollata energia e gli stessi vecchi che hanno piegato il capo per la stanchezza come i poveri di Ratcliffe che Faulkner fa riunire nel retrobottega davanti a un architetto inutile [“</span></span><span style="font-family: Garamond, serif;"><span style="font-size: medium;"><i>Non avete denaro. Non avete neanche qualcosa da copiare: come potete sbagliarvi?”</i></span></span><span style="font-family: Garamond, serif;"><span style="font-size: medium;">]</span></span><span style="font-family: Garamond, serif;"><span style="font-size: medium;">, entrambi vecchi e bambini ci stanno portando in un punto originario sottile rarefatto, persino ambiguo, dove c’è ancora un po’ di libertà di espressione. E non a caso viene in mente Faulkner. </span></span><span style="font-family: Garamond, serif;"><span style="font-size: medium;">Non c’è molta differenza tra</span></span><span style="font-family: Garamond, serif;"><span style="font-size: medium;"> la Contea di Yoknapatawpha e il Rione Traiano o Ponticelli. La Contea americana non esiste geograficamente ma è un’invenzione letteraria. Perciò i suoi fiumi le sue praterie le sue rocce le sue città sono più vere del reale. Così il Rione Traiano o i cortili di Ponticelli sono esclusivamente una CREAZIONE dello sciamano napoletano. Unica riconoscibile e memorabile.</span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: Garamond, serif;"><span style="font-size: medium;"><i>E dopo… </i></span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: Garamond, serif;"><span style="font-size: medium;">Tante altre cose. Per esempio…ora passeggiamo per la città verso Calata San Francesco dove c’è lo studio con la vista mozzafiato sul profilo femmineo dell’isola adagiata sulla linea dell’orizzonte come una gran dama sotto la luce perlacea di questo cielo tardo autunnale. Sirena messaggera di amore, provato per ogni cosa che richiedesse un rapporto, persone, donne, bambini, cose. Cominciano le scale che discendono al mare tra tufi dorati punteggiati di capperi, tra gramigne solitarie spuntate tra gli interstizi del basolato e piantine di narcisi dietro le inferriate panciute che racchiudono tutte le finestre. In uno slarghetto una band di giovani con barbe e orecchini e cappelli da cow boy suona il blues di Pino Daniele. Il batterista suona su piatti veri di batteria e su bidoni bidoncini e taniche di plastica. Roba di scarto. Al più un panno poggiato dove si abbatte la bacchetta. Per modulare il suono. Quante volte hai raccolto in terra carte di caramelle per trasformarle poi in abiti argentati, dorati, variopinti ancora intrisi del profumo di cioccolata nei disegni di donnine, i capelli fluenti allungati con il pennello imbevuto di colore in una infinita storia d’innamoramenti. Hai sempre detto che i rifiuti posseggono una </span></span><span style="font-family: Garamond, serif;"><span style="font-size: medium;"><i>“preziosità capovolgente”</i></span></span><span style="font-family: Garamond, serif;"><span style="font-size: medium;">, che da essi si possono tirar fuori risorse e disponibilità. Ti ho visto raccogliere zollette di terreno in una busta di plastica e pezzetto dopo pezzetto trasformare un muro diruto in un’aiuoletta di gerani che i vicini hanno piantato e poi innaffiato. Così succede, che vengono fuori qualità sociali e umane inaspettate. Poi cosa importa se il muro è rimasto diruto e i fiori non sono mai germogliati. Uno fa queste cose, a Napoli poi, e non ha niente a che fare con gli stereotipi del folclore. Dall’altra parte dell’oceano i due protagonisti di Scarti, un bel libro di Jonathan Miles vivono degli avanzi che trovano tra i rifiuti e lo fanno serenamente. Questo è il punto. Per scelta. Per contestare il meccanismo. Ma qui ha a che fare con il territorio della fiaba dove un mondo migliore è possibile. Proprio quello che sognano i piccoli di Scampia dove si stanno coltivando i semi per un museo dei bambini radunati intorno a una sorta di moderno Pifferaio di Hamelin che non desideri altro che vadano per una propria strada luminosa. Si chiama </span></span><span style="font-family: Garamond, serif;"><span style="font-size: medium;"><i>“Tam Tam Scampia”</i></span></span><span style="font-family: Garamond, serif;"><span style="font-size: medium;"> il progetto. Tu stesso forse non sei vero ma appartieni alla fiaba.</span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><img decoding="async" class="alignnone size-full wp-image-81639" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/11/mostra-dalisi_Porto-2.jpg" alt="" width="820" height="547" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/11/mostra-dalisi_Porto-2.jpg 820w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/11/mostra-dalisi_Porto-2-300x200.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/11/mostra-dalisi_Porto-2-768x512.jpg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/11/mostra-dalisi_Porto-2-250x167.jpg 250w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/11/mostra-dalisi_Porto-2-200x133.jpg 200w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/11/mostra-dalisi_Porto-2-160x107.jpg 160w" sizes="(max-width: 820px) 100vw, 820px" /></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: Garamond, serif;"><span style="font-size: medium;"><i>Sì, tante altre cose…</i></span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: Garamond, serif;"><span style="font-size: medium;">La caffettiera napoletana. La città si prepara alla festa più contraddittoria dell’anno. Tra i palazzi già sono sospesi i fili con le lucine da Mille e una Notte [ma devi guardare tra le ciglia di occhi socchiusi], per strada cominciano ad apparire i guitti sui trampoli, i pulcinella, i Totò, le streghe e i maghi. Praticamente i mille personaggi dei prototipi che hanno fatto impazzire Alessi. Ma si sa, la </span></span><span style="font-family: Garamond, serif;"><span style="font-size: medium;"><i>“napoletana”</i></span></span><span style="font-family: Garamond, serif;"><span style="font-size: medium;"> va oltre l’oggetto, è un processo di un design aperto che non risponde soltanto all’industria ma sa ascoltare le voci degli ultimi. Perciò c’è un’infinità di caffettiere/sculture che a quegli ultimi restituiscono un momento di dignità. Nuova icona di napoletanità, in evanescente dialogo con un Eduardo in bianco e nero seduto su un balcone della città mentre svela i segreti antichi per fare un vero caffè, rigirando tra le mani una caffettiera su cui ha messo un </span></span><span style="font-family: Garamond, serif;"><span style="font-size: medium;"><i>“coppitello”</i></span></span><span style="font-family: Garamond, serif;"><span style="font-size: medium;"> di carta. Sul becco, dice, per non disperdere l’aroma caldo del primo caffè, ripiegato come il cappello di Pulcinella o gli elmi le maschere che inventerai tu. E parla a un Professore. Ci andiamo a Rua Catalana tra gli artigiani che hanno realizzato tutto ciò,</span></span><span style="font-family: Garamond, serif;"><span style="font-size: medium;"> tra le botteghe dei vecchi lattonai con gli ingressi incastrati tra graffiti e cianfrusaglie pendenti. E poi sopra le nostre teste lo schieramento dei tuoi lampioni burleschi e irridenti. Imprevedibili, appesi ad una gamba protesa o a uno spillone o a una gigantesca molletta i lumi pendono e ondeggiano con le ruggini, i pezzi mancanti, i fili appesi e forse non si accendono più. E in ogni vetrina c’è un pezzetto di lamiera sbalzata filiforme o ritagliata che ha le sembianze fiabesche di un cavaliere o un Totocchio o una caffettiera animata. È un’eredità lasciata al quartiere. Un esercito di piccioni si dispone in formazione ordinata sui cavi da un palazzo all’altro. All’imbrunire radunati in squadriglie andranno a volteggiare come bandiere nel cielo del porto intriso di mare e palpito di rotte. Come a Nantucket.</span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: Garamond, serif;"><span style="font-size: medium;"><i>E poi dico…</i></span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: Garamond, serif;"><span style="font-size: medium;">Dico l’Architettura. I segni importanti della città portano la tua firma. Anche la tua firma. Come la Borsa Merci, progetto vincitore di concorso nel 1964, dove</span></span><span style="font-family: Garamond, serif;"><span style="font-size: medium;"> il vero pezzo di bravura è lo spazio interno con l’invenzione della scala. Un nastro che sale, poi cammina in piano e infine si arrampica fino in cima con la luce che cola dall’alto, passa nei vuoti delle rampe e disvela le forme della galleria. La scalinata occupa tutta la lunghezza dell’edificio. Ad ogni piano incontri persone con le borse i telefonini e le sigarette elettroniche. E punti di vista. L’architettura l’hai insegnata a schiere di giovani con quel tanto di disincanto necessario per dare alla professione una vocazione. E hai insegnato </span></span><span style="font-family: Garamond, serif;"><span style="font-size: medium;"><i>“l’imprevedibilità”</i></span></span><span style="font-family: Garamond, serif;"><span style="font-size: medium;"> del progetto restituendo anche all’errore una specie di viatico verso l’idea libera. E a </span></span><span style="font-family: Garamond, serif;"><span style="font-size: medium;"><i>“progettare senza pensare”</i></span></span><span style="font-family: Garamond, serif;"><span style="font-size: medium;">. Agganciandosi cioè alla totalità dell’essere umano, compreso la mente. La Borsa Merci è lontana e l’aria si è raffreddata. Questo girovagare seguendo la trama di temi luoghi e rievocazioni che hanno alimentato la tua ricerca ricevendone in cambio una presa di coscienza rischia di essere un viaggio infinito. La tua creatività è stata ed è inesauribile come gli itinerari di bellezza che la città disvela se solo il viandante abbia occhi per riconoscere. Linee, che le metti insieme e scopri che alla fine hai tracciato il tuo stesso profilo in una sovrapposizione pazientemente costruita. L’aria è pungente ed è meglio rientrare. Le luci nelle finestre sono tutte accese.</span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: Garamond, serif;"><span style="font-size: medium;"><i>Ma una cosa ancora…</i></span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: Garamond, serif;"><span style="font-size: medium;">Te le ricordi, Riccardo, tutte le vagonate di poesie che ci hai lette? Sui prati di Morosolo dove rimanevamo fermi per qualche minuto davanti alla quercia, ai fili d’erba punteggiati di campanule azzurrine, ai cespugli di forsizia e alla balza di verbena, sotto il cielo di Jimenez che ricadeva fino alle sponde muschiose del lago, rimanevamo lì a cercare una risposta. O una domanda.</span></span></p>
<p align="JUSTIFY">.</p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: Garamond, serif;"><span style="font-size: medium;">Davide Vargas, </span></span><span style="font-family: Garamond, serif;"><span style="font-size: medium;"><i>29 ottobre 2018</i></span></span></p>
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		<title>Andare a scuole</title>
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		<pubDate>Fri, 22 Feb 2019 06:00:15 +0000</pubDate>
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		<category><![CDATA[Architettura contemporanea]]></category>
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										<content:encoded><![CDATA[<figure id="attachment_77911" aria-describedby="caption-attachment-77911" style="width: 639px" class="wp-caption aligncenter"><img loading="lazy" decoding="async" class="size-full wp-image-77911" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/02/canella-Pieve-Emanuele.jpg" alt="" width="639" height="369" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/02/canella-Pieve-Emanuele.jpg 639w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/02/canella-Pieve-Emanuele-300x173.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/02/canella-Pieve-Emanuele-250x144.jpg 250w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/02/canella-Pieve-Emanuele-200x115.jpg 200w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/02/canella-Pieve-Emanuele-160x92.jpg 160w" sizes="auto, (max-width: 639px) 100vw, 639px" /><figcaption id="caption-attachment-77911" class="wp-caption-text">Guido Canella, centro civico e scuole a Pieve Emanuele</figcaption></figure>
<p>di <strong>Gianni Biondillo</strong></p>
<p align="JUSTIFY">Da giovani studenti del Politecnico si andava in giro per architetture. Non solo monumenti insigni del passato, molto più spesso si visitavano edifici contemporanei. Non era raro vederci davanti a palazzi, sedi comunali, collegi o scuole, intrufolarci dentro, fotografare di rapina. Prima a Milano, poi, allargando il raggio, nella prima cintura milanese, fino a puntate in macchina verso il varesotto o nel pavese. Cercavamo lavori di professori della nostra facoltà, volevamo capire come un progetto, quella cosa che imparavamo a fare sulla carta, diventasse materia, spazio, architettura. Mi ricordo discussioni accese su chi preferiva l&#8217;intransigenza brutalista di Canella, l&#8217;eleganza di Caccia Dominioni, il postmodernismo di Aldo Rossi. C&#8217;era chi puntava sulla tradizione modernista di Gentili Tedeschi, chi sulla “misura lombarda” di Zanuso.</p>
<p align="JUSTIFY">Probabilmente sembravamo curiosi come turisti, forse un po&#8217; fanatici, come un qualunque appassionato è, in fondo. A ben vedere andavamo a studiare edifici che furono costruiti proprio per noi, per quella generazione di baby boomer nata con la crescita economica degli anni sessanta. Tutto era possibile in quegli anni, il futuro, il progresso sembravano fuori discussione. I bambini di quel mondo, qualunque fosse la loro estrazione sociale, avevano il diritto a strutture adeguate alla loro istruzione, alla loro crescita come cittadini. Quando divenni studente d&#8217;architettura quell&#8217;ideologia novecentesca stava già tramontando. Crisi petrolifere, economiche, demografiche. Ma in noi c&#8217;era ancora la voglia di imparare dalla buona architettura.</p>
<figure id="attachment_77912" aria-describedby="caption-attachment-77912" style="width: 254px" class="wp-caption alignleft"><img loading="lazy" decoding="async" class=" wp-image-77912" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/02/Aldo-Rossi.png" alt="" width="254" height="373" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/02/Aldo-Rossi.png 319w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/02/Aldo-Rossi-204x300.png 204w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/02/Aldo-Rossi-250x367.png 250w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/02/Aldo-Rossi-200x293.png 200w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/02/Aldo-Rossi-160x235.png 160w" sizes="auto, (max-width: 254px) 100vw, 254px" /><figcaption id="caption-attachment-77912" class="wp-caption-text">Aldo Rossi, atrio della scuola di Broni</figcaption></figure>
<p align="JUSTIFY">Mi chiedo se oggi i giovani studenti del mio Politecnico si organizzino ancora per queste curiose gite fuori porta. Quello che per me era sostanzialmente contemporaneo sarebbe, per loro, Storia. D&#8217;altronde è nella lunga durata che una architettura dimostra la sua capacità di diventare significativa, necessaria. <em>Time is on my side</em>, cantavano i Rolling Stones. I tempi dell&#8217;architettura scavalcano le generazioni. E chi la abita, chi la usa, se ne appropria facendone un po&#8217; quello che vuole. Oggi che il culto su Aldo Rossi si è un po&#8217; appannato, rivedere la sua scuola a Broni, uno degli edifici all&#8217;epoca più pubblicati al mondo, con gli intonaci sbollati, le pensiline arrugginite, dimostra quanto il fascino di Rossi stesse più nei suoi splendidi disegni che nella sua capacità di costruttore. Così come vedere oggi la simmetria monumentale dell&#8217;atrio con la fontana triangolare, smorzata da cose banali, della vita quotidiana, una bacheca, un paio di armadietti, alcune piante, la rende più umana. Sono bambini, sono insegnati, bidelli, che vivono questi spazi, solo la capacità di essere flessibili, adattabili, li fa ancora vivi, emozionanti.</p>
<figure id="attachment_77913" aria-describedby="caption-attachment-77913" style="width: 422px" class="wp-caption alignright"><img loading="lazy" decoding="async" class=" wp-image-77913" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/02/castiglioni-busto.png" alt="" width="422" height="302" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/02/castiglioni-busto.png 532w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/02/castiglioni-busto-300x215.png 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/02/castiglioni-busto-250x179.png 250w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/02/castiglioni-busto-200x143.png 200w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/02/castiglioni-busto-160x115.png 160w" sizes="auto, (max-width: 422px) 100vw, 422px" /><figcaption id="caption-attachment-77913" class="wp-caption-text">Scuola Enaip di Enrico Castiglioni a Busto Arsizio</figcaption></figure>
<p align="JUSTIFY">Consiglierei davvero, all&#8217;ipotetico gruppo di giovani studenti, di andare a fare visita a queste architetture. Scoprirebbero l&#8217;esistenza di un progetto collettivo di architettura sociale che, coinvolgendo le migliori firme all&#8217;epoca in circolazione, ha saputo nobilitare i paesi e le periferie della più grande area produttiva del Paese. Spesso sperimentando forme che forse sembravano astruse, azzardate ma che oggi riempiono di tenerezza chi le osserva. Ammirare l&#8217;opera del meno famoso Enrico Castiglioni, architetto bustocco capace di immaginare scuole sospese su ponti in cemento armato, con uno sguardo che alcuni teorici oggi chiamano “retrofuturista”. Cioè quell&#8217;idea di nostalgia per i futuri passati che non abbiamo vissuto. Quel periodo visionario che ci fa associare gli autogrill di quegli anni alle astronavi, le stazioni agli astroporti. Quando essere architetti non era una cosa che aveva a che fare semplicemente col gusto personale, l&#8217;effimero, il capriccio, ma significava sentirsi investiti da un ruolo, un dovere sociale irrinunciabile.</p>
<p align="JUSTIFY">(<em>precedentemente pubblicato su</em> Casa Vogue,<em> ottobre 2018</em>)</p>
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		<title>Perdersi a Teheran</title>
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		<dc:creator><![CDATA[gianni biondillo]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 14 May 2018 05:00:01 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[&#160; di Gianni Biondillo Quando dico che voglio farmela a piedi vedo Kamran impallidire. Siamo alla fiera internazionale del libro di Teheran, seduti uno affianco all&#8217;altro. Il paese ospite del 2017 è l&#8217;Italia. Sono qui insomma nella mia forma anfibia di scrittore e architetto a parlare della mia città, Milano. Kamran è un architetto dai [&#8230;]]]></description>
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<p><img loading="lazy" decoding="async" class="alignnone size-full wp-image-73710" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/05/totale-1.jpg" alt="" width="2128" height="608" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/05/totale-1.jpg 2128w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/05/totale-1-300x86.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/05/totale-1-768x219.jpg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/05/totale-1-1024x293.jpg 1024w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/05/totale-1-560x160.jpg 560w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/05/totale-1-260x74.jpg 260w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/05/totale-1-160x46.jpg 160w" sizes="auto, (max-width: 2128px) 100vw, 2128px" /></p>
<p>di <strong>Gianni Biondillo</strong></p>
<p align="JUSTIFY">Quando dico che voglio farmela a piedi vedo Kamran impallidire. Siamo alla fiera internazionale del libro di Teheran, seduti uno affianco all&#8217;altro. Il paese ospite del 2017 è l&#8217;Italia. Sono qui insomma nella mia forma anfibia di scrittore e architetto a parlare della mia città, Milano. Kamran è un architetto dai modi gentili e dall&#8217;italiano impeccabile. Mi ci sto abituando. La gentilezza sembra una caratteristica innata negli iraniani. Ovunque sia stato in queste terre ho ricevuto un&#8217;accoglienza festosa ai limiti dell&#8217;imbarazzo. Il concetto della sacralità dell&#8217;ospite qui è incarnato nella sua forma più pura. Ho girato a Shiraz, Yadz, Esfahan, assieme a Guido Scarabottolo e Marco Belpoliti. Non c&#8217;era volta che qualcuno ci fermasse, volesse chiacchierare con noi, oppure volesse offrirci qualcosa da bere o da mangiare. I pregiudizi occidentali si frantumano appena si mette piede in Iran. Sembra impossibile farci una guerra con questo popolo. Ripenso a quando raccontai all&#8217;amico col passaporto statunitense che sarei andato in Iran. Sgranò gli occhi, terrorizzato. Stavo andando nel cuore dell&#8217;impero del male, a suo dire.<img loading="lazy" decoding="async" class="alignleft wp-image-73703" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/05/MM-Teheran-1024x576.jpg" alt="" width="457" height="265" /></p>
<p align="JUSTIFY">Sono due i modi che ho di capire una città, spiego ai presenti. Una è girarci in metropolitana. La rete della mobilità pubblica racconta molte cose dell&#8217;economia, la vivibilità, l&#8217;urbanistica di una metropoli. A Teheran la metropolitana è arrivata tardi, meno di venti anni fa. Una città di queste dimensioni avrebbe bisogno del doppio delle linee realizzate. I vagoni sono sempre pieni di gente, le distanze da coprire impressionanti. Nei primi giorni mi sono mosso così, uscendo dalla pancia della città puntualmente là dove occorreva. Sopratutto in centro, anche se parlare di centro è una piccola forzatura. Teheran è capitale da soli due secoli. I suoi monumenti insigni sono rari e relativamente moderni, rispetto la millenaria storia di queste terre. Da buon turista ho visitato il Palazzo Golenstan, il museo nazionale, persino le residenze dello Scià, costruite con quel gusto nobiliare e “occidentalista” al limite fra il sublime e il kitsch. Molto più interessante il Bazar. Smisurato, eppure ordinato, efficiente, come sono gli iraniani. Nulla a che vedere con i suk del Cairo o del resto del mondo arabo, affascinanti e caotici.</p>
<p align="JUSTIFY"><img loading="lazy" decoding="async" class="alignright wp-image-73705" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/05/palazzo-imperiale-1-e1525451069433-169x300.jpg" alt="" width="229" height="392" />D&#8217;altronde gli abitanti di Teheran non sono arabi. Sembra una banalità ribadirlo, ma per chi ha una visione monodimensionale del mondo, l&#8217;Iran è una continua messa alla prova dei propri pregiudizi. Quando scendi dall&#8217;aeroplano le scritte in arabo ti ingannano. Poi appena li senti parlare capisci che la loro lingua non ha nulla a che vedere con le lingue semite. Sai che sono musulmani, ma da buon occidentale ignorante, non distingui la differenza che c&#8217;è fra sunniti &#8211; il resto del mondo &#8211; e sciiti. Loro. Che, alla fin fine, sono persiani. È quello che mi dicono di continuo. Veniamo da lontano, abbiamo migliaia di anni di storia sulle spalle. Siamo un popolo di costruttori, di architetti. E di ingegneri, aggiungo. La più alta presenza di laureati in ingegneria procapite al mondo, dopo la Cina.</p>
<p align="JUSTIFY">Un popolo colto. E vanesio. L&#8217;obbligo del velo, per dire, ha infinite declinazioni in città. Ognuna di queste esprime una posizione politica, culturale, generazionale. Dal classico chador nero, conservatore e passatista, agli infiniti e coloratissimi foulard che, di ragazza in ragazza, scoprono sempre più il capo e la nuca, mostrando acconciature e make up impeccabili. E nasi rifatti. L&#8217;Iran è il paradiso della rinoplastica. L&#8217;esibizione dei cerotti al naso postoperatori è costante. Sia da parte delle donne che degli uomini.</p>
<p align="JUSTIFY">Insomma, la Teheran postrivoluzione, cupa e in bianco e nero raccontata magistralmente da Marjane Satrapi è molto differente da questa <i>swinging Teheran</i>, fatta di locali notturni, ristoranti, gallerie d&#8217;arte, feste private, cantanti di strada. I ritratti dei martiri che tempestano i muri della città sembrano non fare colpo sui suoi giovani abitanti. L&#8217;età media degli iraniani è 27 anni. La maggior parte della popolazione non ha vissuto gli anni bui e strazianti della guerra contro l&#8217;Iraq. Sembrano tutti affamati di vita, di novità, di leggerezza.</p>
<p align="JUSTIFY"><img loading="lazy" decoding="async" class="alignleft wp-image-73706" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/05/torre-e1525451208126-576x1024.jpg" alt="" width="278" height="480" />A piedi, ribadisco. Kamran scuote il capo. “Credo sia impossibile attraversare Teheran a piedi” mi dice, infine, quasi scusandosi per avermi contraddetto. In realtà ha ragione lui. Non ho molto tempo per visitare tutte le architetture contemporanee che sono state costruite in questi anni. Il dopoguerra ha fatto esplodere il settore edilizio, dando l&#8217;opportunità ai giovani talenti di sperimentare forme, spazi, materiali. Un&#8217;intera generazione di architetti che ha studiato in Europa, in America, in Giappone, che naviga su internet, che studia e che ora costruisce senza complessi d&#8217;inferiorità o timori provincialistici. Sono i progettisti di una nuova borghesia, ricca e colta, antipauperista. Gaudente. Teheran ha dimensioni spaventose. Otto milioni di abitanti che raddoppiano contando l&#8217;area metropolitana. Quasi ottocento chilometri quadrati di edifici che premono dall&#8217;altopiano sulle pendici dei monti Elburz. Le distanze e le differenze altimentriche da sud a nord della metropoli sono tali che potrebbe nevicare in una parte della città mentre nell&#8217;altra splendere il sole. Ci vorrebbe una macchina per poter visitare le ville borghesi, i grattacieli residenziali, i complessi sportivi, gli alberghi, gli spazi espositivi che stanno facendo Teheran una capitale dell&#8217;architettura contemporanea in Asia (e non solo).</p>
<p align="JUSTIFY">Ma io la macchina non ce l&#8217;ho. E neppure la patente. E poi l&#8217;altro metodo, spiego ai pochi rimasti ad ascoltarci, è proprio quello di camminare. Solo così capisco com&#8217;è fatta una metropoli. Comprendo il suo livello di sostenibilità e di sviluppo potenziale. Una città non è fatta solo di monumenti. Una città non è un poema, e semmai un romanzo, pieno di pagine di prosa farraginosa, pesante, compilativa. Il mood di una città non lo fa la singola emergenza ma l&#8217;anonimo tessuto connettivo.</p>
<p align="JUSTIFY"><img loading="lazy" decoding="async" class="aligncenter wp-image-73708 " src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/05/museo-1024x576.jpg" alt="" width="660" height="380" /></p>
<p align="JUSTIFY">La mattina appresso mi muovo di buon&#8217;ora. Mi lascio alle spalle il khaniano Museo d&#8217;arte contemporanea di Kamran Diba (bello e con una collezione che toglie il fiato) e mi inoltro nel parco Laleh, una delle poche emergenze verdi in una metropoli soffocata dal traffico e dal cemento. E pensare che “paradiso” è una parola persiana che significa “giardino”. Per quello che fu un popolo di abitanti del deserto un giardino è il paradiso in terra. Il mio errore è che mi immetto subito dopo nell&#8217;arteria di Doctor Fatemi street. Qui il traffico è senza posa. Tutta Teheran è una griglia di strade a più corsie, una rete che intrappola le macchine, piuttosto che farle scorrere. Anche solo pensare di attraversare la strada è un atto di fede. Nessuno si ferma, occorre gettarsi nel fiume di lamiere augurandoci di sopravvivere ogni volta. L&#8217;aria è sporca di polveri sottili e smog. Neppure a Città del Messico ho avuto questa sensazione di soffocamento. Tutti si muovono in automobile. Tutti. I ragazzi che mi hanno accompagnato in questi giorni mi hanno confessato, candidi, di non aver mai preso la metropolitana in vita loro. L&#8217;automobile è il mezzo di espressione più evidente della loro emancipazione di classe. Fra una generazione la rinoplastica verrà sostituita dalla pneumatologia nei loro studi universitari. In fondo alla strada vedo emergere l&#8217;affasciante mole del ministero degli interni, variazione iraniana di un brutalismo d&#8217;altri tempi. Io però preferisco infilarmi in una strada secondaria. Evito il traffico, muovendomi in isolati più compatti, lasciandomi andare alla deriva, con l&#8217;unica regola di evitare le grandi arterie.</p>
<p align="JUSTIFY"><img loading="lazy" decoding="async" class="wp-image-73711 alignleft" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/05/strada-1.jpg" alt="" width="496" height="284" />Da qui in poi, muovendomi generalmente verso nord est, mi perdo in una architettura minore, a metà fra residui di eredità razionalista, speculazione di bassa qualità e nuovo edificato che tenta di imitare improbabili stili internazionali, vernacolari, pseudo-classici, para-decò. Un desiderio di rinnovamento caotico, spurio, spesso solo di facciata. Trash. Tipico, a pensarci, di ogni metropoli contemporanea. Non esiste un progetto di arredo urbano coerente, ogni edificio privato rifà il suo pezzo di marciapiede, chi in pietra, chi in mattoni, chi in cemento. Cammino così in un incongruente spazio pubblico, residuale per i suoi abitanti, che lo vivono con indifferenza. Attraverso le strade a otto corsie grazie a cavalcavia pedonali che mi permettono una visione dall&#8217;alto del traffico, poi mi ributto nel chiuso dei quartieri residenziali. Così, per chilometri.</p>
<p align="JUSTIFY"><img loading="lazy" decoding="async" class="alignright wp-image-73712" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/05/strada-2.jpg" alt="" width="494" height="286" />La densità dell&#8217;incasato è impressionante. Teheran ha cambiato faccia più e più volte, in un&#8217;orgia edificatoria senza regole. La devastazione del terremoto del 1990 a qualche centinaio di chilometri dalla capitale – oltre 40 mila morti – sembra non abbia lasciato memoria. A detta di molti sismologi iraniani la verità è che si dovrebbe spostare la capitale da qualche altra parte. Il prossimo movimento tellurico potrebbe radere al suolo buona parte della città, causando un numero di vittime di gran lunga più esorbitante. Giunto al Saiei Park faccio una pausa. Osservo i grattacieli in vetro e acciaio di Valiasr Street, così prevedibili nel loro linguaggio internazionalista. Come puoi far transumare quindici milioni di persone?, penso. È chiaro che il primo dei problemi è adeguare l&#8217;intero edificato – non solo quello di nuova fattura &#8211; a norme più severe. Sarebbe uno sforzo economico enorme, chiaro. Ma alla distanza il più redditizio.</p>
<p align="JUSTIFY"><img loading="lazy" decoding="async" class="wp-image-73713 alignleft" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/05/ponte.jpg" alt="" width="533" height="307" />La camminata si fa faticosa, andare verso nord significa cambiare di quota. Svincoli e hight way urbane consumano ogni possibile spazio pubblico. La profezia di Kamran sembra realizzarsi. Poi finalmente arrivo al Ports park. Gente, ovunque. Che passeggia, staziona, si sdraia sui prati, mangia qualcosa. Fra la voragine creata dalla Modares hightway, che la divide dal Taleghani park, svetta il nuovo simbolo di Teheran, il Tabiaat bridge. Tutte le persone che lo frequentano, e sono migliaia, sembrano smentire ogni funesta profezia. Il ponte è per tutti un punto di sosta, di scambio simbolico, di incontro fra una sponda e l&#8217;altra, sotto un fiume caotico di macchine. Un luogo da vivere, proprio come m&#8217;era capitato di osservare a Esfahan, dove i ponti storici sul fiume Zaiandè vengono utilizzati come piazze urbane dove discutere, cantare, camminare mano nella mano. Non è vero che a Teheran ci si possa muovere solo in macchina. I suoi abitanti, anzi, vorrebbero tornare a vivere e occupare lo spazio pubblico. E in un mondo dove si costruiscono sempre più muri, l&#8217;idea di un ponte come simbolo di una città non può che essere una buona notizia.</p>
<p align="JUSTIFY">(<em>pubblicato in forma più breve su</em> Abitare<em>, numero 569, novembre 2017. Le pessime foto fatte col cellulare scrauso sono mie</em>)</p>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>Opere e omissioni</title>
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		<dc:creator><![CDATA[biagio cepollaro]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 10 Feb 2015 13:00:11 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[Architettura contemporanea]]></category>
		<category><![CDATA[Biagio Cepollaro]]></category>
		<category><![CDATA[Davide Vargas]]></category>
		<category><![CDATA[narrazione]]></category>
		<category><![CDATA[Opere e omissioni]]></category>
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					<description><![CDATA[di Davide Vargas &#160; Alessandro Mendini ha definito Davide Vargas un “letterato architetto”. Il libro Opere e Omissioni è un viaggio attraverso trenta anni di lavoro fatto di progetti disegni libri e scritture. Una sorta di confronto faccia a faccia con la propria autobiografia personale. Cadono i “commenti” critici, i riconoscimenti, la bibliografia, e resta [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Davide Vargas</strong></p>
<p>&nbsp;</p>
<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/01/1_large.jpg"><img loading="lazy" decoding="async" class="alignleft size-full wp-image-50750" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/01/1_large.jpg" alt="1_large" width="500" height="353" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/01/1_large.jpg 500w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/01/1_large-300x212.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/01/1_large-100x70.jpg 100w" sizes="auto, (max-width: 500px) 100vw, 500px" /></a></p>
<p>Alessandro Mendini ha definito Davide Vargas un “letterato architetto”.</p>
<p>Il libro <em>Opere e Omissioni</em> è un viaggio attraverso trenta anni di lavoro fatto di progetti disegni libri e scritture. Una sorta di confronto faccia a faccia con la propria autobiografia personale. Cadono i “commenti” critici, i riconoscimenti, la bibliografia, e resta soltanto la narrazione delle immagini. E delle parole che trovano origine nelle sensazioni e nella memoria personali. Resta anche un luogo. Il <em>“qui”</em> dei racconti pubblicati nel 2009, che tanta parte ha nelle ragioni del lavoro presentato. Come in una sorta di grafo si rintraccia in ogni opera. Restano anche le omissioni. Fatte di errori e di aspirazioni inespresse. Ogni cosa onestamente mostrata. Disegnata. Raccontata.</p>
<p>In trenta anni ho progettato edifici e ne ho realizzati (non molti e sempre con fatica). Alcuni li ho visti abitati ed amati. Altri hanno subito sorte diversa. Ho letto molto e scritto racconti. Ho disegnato e colorato. Ho colorato con il caffè come faceva Montale (me lo ha detto di recente Silvio Perrella e mi è sembrata una bella cosa). Ho letto poesie. Ho la certezza di fare sempre la stessa cosa.</p>
<p>Che cosa?</p>
<p>A lungo ho creduto di poter contribuire alla salvezza dell’uomo. Un pezzetto beninteso. E dentro una cordata dove stiano insieme linguaggi ed esperienze diverse e concorrenti. Il viaggio che ho raccontato in <em>“Racconti di architettura”</em> tocca le tappe di un’architettura “eroica” che portava nella propria vocazione l’idea di cambiare il mondo.Ma è un’illusione. Ce ne siamo accorti tutti. Ma nessuno rinuncia alla tensione che quell’illusione alimentava. Si tratta di un altro punto di vista.</p>
<p>Credo che invece ognuno scriva solo la propria personale autobiografia. Fatta di frammenti che trovano una ricomposizione. Una sorta di mappa. E una ricerca di qualità.</p>
<p>I miei edifici sono tutti incastonati nei dintorni della mia terra. Il “qui” che mi ha mostrato la bellezza (quella difficile da scovare) e il dolore del degrado. Ne portano impressi i segni della durezza: il cemento nudo a vista, il metallo, una sottile imperfezione e altro. In <em>“Racconti di qui”</em> ho cercato questa bellezza nelle pieghe, negli anfratti. Nel <em>dorso</em> delle cose. Così anche la geografia alla fine non esiste più. Ognuno costruisce la propria. Come una geografia letteraria. La contea di Yoknapatawpha di Faulkner o la New York di Teju Cole. Luoghi assolutamente inesistenti e quindi totalmente reali. O luoghi trasfigurati. È lo stesso.</p>
<p>I miei edifici parlano di me. I miei racconti parlano di me. Così i disegni. È una materia con cui fare i conti.</p>
<p>Il libro è una narrazione suddivisa per temi. I temi superano la cronologia.</p>
<p>E come in ogni narrazione occorre fare delle scelte. Una pensilina può essere più importante di un edificio più grande. Un disegno più di una costruzione.</p>
<p>C’è da raccontare un’idea.</p>
<p>&nbsp;</p>
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<p><strong><em>Nota</em></strong></p>
<p>Davide Vargas, <em>Opere e Omissioni</em>, Lettera ventidue, 2014</p>
<p>[Ho chiesto a Davide questa sorta di autopresentazione legata in qualche modo al suo libro di cui parlo <a href="http://youtu.be/lr88jb7q0fw">qui</a>.</p>
<p>Di seguito una scheda bibliografica di Davide Vargas.B.C.]</p>
<p><strong><em>Progetti</em></strong>:</p>
<p>Il Municipio di San Prisco pubblicato e  premiato al primo Festival dell’architettura di Parma del 2004;</p>
<p>Casa privata ad Aversa pubblicata e segnalata al premio Inarch2006;  nel 2010 è stata inserita tra le opere selezionate per il volume “italiArchitettura” a cura di Luigi Prestinenza Puglisi per l’UTET</p>
<p>La Casa per Studenti di Aversa segnalata per la Medaglia d’Oro all’architettura italiana 2009, pubblicata su Domus e selezionata per Sustainab.Italy al London Festival of Architecture del 2008.</p>
<p>Ha partecipato agli “Annali dell’Architettura e delle Città” del 2007 con un’idea progettuale sulle aree dimesse di Bagnoli.</p>
<p>Ha pubblicato il libro di interviste <em>“Conversazioni sotto una tettoia”</em>, Clean Napoli 2004.</p>
<p>Suoi lavori sono segnalati su “Domus”, “Domusweb”, “Spazio e Società”, “l’Arca”, “Interni”, “Controspazio” e “d’Architettura”.</p>
<p>Il Municipio di san Prisco completo del secondo stralcio ultimato nel 2009 è stato selezionato per il Padiglione Italia alla Biennale Architettura di Venezia 2010. Inoltre è stato vincitore al Premio Inarch Campania 2010 e segnalato per la Medaglia d’oro all’architettura italiana.</p>
<p>Dal 2010 al 2011 ha scritto per Domus di Mendini.</p>
<p>Nel 2011 è stato selezionato per il 24th world congress of architecture UIA 2011 Tokyo.</p>
<p>Nel 2012 è stato selezionato per il Padiglione Italia alla Biennale Architettura di Venezia 2012 con il progetto di un’azienda vinicola a Liberi (CE).</p>
<p><em><strong>Scritture:</strong></em></p>
<p>Suoi racconti sono su Nazione Indiana, Comunità Provvisorie e Sud.</p>
<p>Nel 2009 ha pubblicato “Racconti di qui” tulliopironti editore. Il libro è stato presentato a Napoli Milano Roma Bolzano Bergamo&#8230;è stato recensito sul Venerdi di Repubblica, l’Indice dei libri, Domus, l’Arca, Nazione Indiana&#8230;.è stato inserito nella classifica del Premio Pordenone legge. Mendini gli ha dedicato un editoriale su Domus e Stefano Gallerani lo ha inserito nei libri del primo decennio del 2000 su Il caffè illustrato.</p>
<p>Nel maggio 2012 esce “Racconti di architettura” tulliopironti editore. Stefano Galerani ne parla su Alias/Manifesto. Gianni Biondillo su domusweb. Segnalato nella rubrica LIBRI sul Venerdi di repubblica</p>
<p>Con ilfilodipartenope ha pubblicato “Alberi” libro d’arte in 250 copie numerate.</p>
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		<title>Perdersi a Milano</title>
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		<dc:creator><![CDATA[gianni biondillo]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 15 Jan 2015 06:00:10 +0000</pubDate>
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										<content:encoded><![CDATA[<figure id="attachment_50377" aria-describedby="caption-attachment-50377" style="width: 317px" class="wp-caption alignleft"><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/01/CIMG0969.jpg"><img loading="lazy" decoding="async" class="size-full wp-image-50377" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/01/CIMG0969.jpg" alt="Albini in viale Argonne" width="317" height="400" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/01/CIMG0969.jpg 317w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/01/CIMG0969-237x300.jpg 237w" sizes="auto, (max-width: 317px) 100vw, 317px" /></a><figcaption id="caption-attachment-50377" class="wp-caption-text">viale Argonne</figcaption></figure>
<p>di <strong>Gianni Biondillo</strong></p>
<p align="JUSTIFY">A Linate Bruno ha affittato una macchina. Ha una giornata a disposizione e vuole assolutamente vedere il cantiere dell’Expo. Provo a spiegargli che non c’è molto da vedere, i lavori marciano a pieno ritmo e non è possibile entrarci, troppi problemi di logistica e di sicurezza. Ma lui non demorde. “Milano la conosco già” mi dice. “Visto il Duomo e il Castello cosa resta?” Sorrido, mentre costeggiamo il parco Forlanini. Superato lo spiccato ferroviario d’improvviso la città si fa densa, come fosse un’unica concrezione ossea. Devi sapere, gli dico, che Milano ha da sempre due caratteristiche. Innanzitutto è una città piccola. Intendo quella nei suoi stretti confini comunali, sia ben chiaro. Non parlo dell’area metropolitana, la vera città contemporanea, metropoli di almeno sei milioni d’abitanti, che arriva fino a Bergamo o a Como. Ma i confini comunali sono poca cosa. Spesso le distanze sono più mentali che geografiche. Niente a che vedere con le borgate romane, oltre il raccordo, così lontane dal centro da sembrare isole sperdute in un oceano.</p>
<p align="JUSTIFY">Lo porto in viale Argonne per spiegargli il concetto. La mole della chiesa dei Santi Nereo e Achilleo fa da testata al viale alberato. Sulla destra c’è un quartiere di case popolari degli anni trenta del secolo scorso. Alcuni edifici sfoggiano timpani e modanature dal gusto storicista, oppure vezzosi colori pastello. Ci sono anche i lunghi parallelepipedi progettati da Franco Albini nel più puro stile razionalista, studiati in molte storie dell’architettura che però dal vivo, data la scarsa manutenzione, non fanno gridare al miracolo. Da qui, a piedi, il centro si trova a meno di mezz’ora. Ecco perché spesso capita di trovare zone popolari affiancate, se non addirittura intrecciate, a quartieri borghesi. Città studi, quartiere della (ex) nuova borghesia di professionisti, condivide in molti casi scuole, campi sportivi e oratori con l’adiacente quartiere ultra popolare e multietnico di via Padova. Basta evitare le arterie di massimo traffico e la città è capace di stupire per l’enorme varietà di tipologie edilizie. A pochi passi da queste case, per dire, c’è via Guido Reni, fatta tutta di villette a schiera di appena due piani, e ce n’è una simile in via Tiepolo, o analoghe più su, verso piazza Aspromonte. Spesso non si sa se siano nate per essere case di famiglie piccolo borghesi oppure sorte per rispondere alle esigenze abitative delle classi meno abbienti, come nel quartiere Mac Mahon, dall’altra parte della circonvallazione, un piccolo pezzo di Londra d’inizio Novecento in salsa meneghina.</p>
<figure id="attachment_50378" aria-describedby="caption-attachment-50378" style="width: 503px" class="wp-caption alignnone"><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/01/CIMG0972.jpg"><img loading="lazy" decoding="async" class="size-full wp-image-50378" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/01/CIMG0972.jpg" alt="via Andrea del Sarto" width="503" height="300" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/01/CIMG0972.jpg 503w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/01/CIMG0972-300x178.jpg 300w" sizes="auto, (max-width: 503px) 100vw, 503px" /></a><figcaption id="caption-attachment-50378" class="wp-caption-text">via Andrea del Sarto</figcaption></figure>
<figure id="attachment_50379" aria-describedby="caption-attachment-50379" style="width: 405px" class="wp-caption alignright"><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/01/CIMG0976.jpg"><img loading="lazy" decoding="async" class="size-full wp-image-50379" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/01/CIMG0976.jpg" alt="Biblioteca di Porta Venezia" width="405" height="441" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/01/CIMG0976.jpg 405w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/01/CIMG0976-275x300.jpg 275w" sizes="auto, (max-width: 405px) 100vw, 405px" /></a><figcaption id="caption-attachment-50379" class="wp-caption-text">Biblioteca di Porta Venezia</figcaption></figure>
<p align="JUSTIFY">“E oltre all’essere piccola, qual è l’altra caratteristica di Milano?” chiede Bruno. Nel mentre ci fermiamo, devo consegnare un libro alla biblioteca di Porta Venezia. Lui alza gli occhi e osserva le modanature liberty della facciata. È l’ossessione alla novità, gli rispondo. Vuole continuamente rinnovarsi e allo stesso tempo cerca di crescere sempre su se stessa. Quindi puoi trovare diversità non solo tipologiche, ma anche cronologiche nel volgere dello stesso fronte stradale. “Che c’è di nuovo in questo?” mi chiede ironizzando. Anche il liberty &#8211; e a Milano ci sono esempi bellissimi (penso al non finito di palazzo Castiglioni in Corso Venezia, o alla plasticità muliebre di casa Campanini in via Bellini) &#8211; era “il nuovo”, quando importarono lo stile da Vienna. Aggiornarsi, aggiornarsi, era l’imperativo, mai perdere il contatto con le capitali europee. Ma allo stesso tempo cercare una propria lingua, più “nostra”. Come fecero Gio Ponti, o Giovanni Muzio. Gli faccio fare qualche passo e lo porto in via Giorgio Jan. Quello che forse ha meglio interpretato queste istanze, gli spiego, è stato Piero Portaluppi. “Adelante ma con juicio”, manzonianamente. Rinnovarsi ma senza esagerare. Gli mostro un edificio. Una casa borghese di quattro piani che ha sullo spigolo, enfatico, un enorme bovindo vetrato ruotato di quarantacinque gradi. Moderna, per quegli anni, eppure non modernista. Come se fosse sempre stata lì. Edificio tutt’ora abitato che ha però al primo piano la Casa-Museo Boschi-Di Stefano. Con i Lucio Fontana esposti nel salone centrale si potrebbe appianare il debito pubblico nazionale, dico, scherzoso.</p>
<figure id="attachment_50380" aria-describedby="caption-attachment-50380" style="width: 313px" class="wp-caption alignleft"><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/01/CIMG0980.jpg"><img loading="lazy" decoding="async" class="size-full wp-image-50380" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/01/CIMG0980.jpg" alt="Casa-Museo Boschi-Di Stefano" width="313" height="456" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/01/CIMG0980.jpg 313w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/01/CIMG0980-205x300.jpg 205w" sizes="auto, (max-width: 313px) 100vw, 313px" /></a><figcaption id="caption-attachment-50380" class="wp-caption-text">via Giorgio Jan</figcaption></figure>
<p>Proseguiamo il nostro viaggio. Il vero simbolo di Milano non è il Duomo, affermo come illuminato, mentre osserviamo in macchina la Torre Breda, ancora oggi per me uno dei grattacieli più belli di Milano. “E qual è?” chiede Bruno. Inizio a credere che andare all’Expo gli interessi sempre meno. In fondo il trucco per far sembrare più grande questa città sta nel perdersi nelle sue strade, ammirando i suoi edifici come fossero i ritratti di famiglia di una pinacoteca privata: studiando le acconciature, i vestiti, i tratti del volto o le pose che cambiano di generazione in generazione, ma allo stesso tempo riconoscendone la continuità. È il cantiere del Duomo il vero simbolo cittadino! &#8211; dico enfatico &#8211; al punto d’essere diventato un modo di dire popolare. Milano non sa fare a meno di gru, pale meccaniche, scavi a cielo aperto, ponteggi.</p>
<figure id="attachment_50381" aria-describedby="caption-attachment-50381" style="width: 409px" class="wp-caption alignright"><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/01/CIMG0988.jpg"><img loading="lazy" decoding="async" class="size-full wp-image-50381" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/01/CIMG0988.jpg" alt="Piazza Gae Aulenti" width="409" height="524" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/01/CIMG0988.jpg 409w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/01/CIMG0988-234x300.jpg 234w" sizes="auto, (max-width: 409px) 100vw, 409px" /></a><figcaption id="caption-attachment-50381" class="wp-caption-text">Piazza Gae Aulenti</figcaption></figure>
<p align="JUSTIFY">A Porta Nuova l’intuizione si palesa di fronte ai nostri occhi. Questo è il più grande cantiere urbano d’Europa, gli spiego. Ci sono gru ovunque. Alcuni edifici sono già terminati, nel “bosco verticale” di Boeri c’è già chi ci abita, altri sono ancora <i>in fieri</i>. Quello che manca a Porta Nuova è il parco al centro dell’area, che dovrebbe fare da cerniera e da polmone all’intero quartiere. A pochi passi da qui, gli spiego, c’è il nuovo Palazzo della Regione Lombardia che, al di là delle lecite polemiche, è un progetto architettonicamente ineccepibile. Ma gli architetti mica hanno sempre ragione. È la gente che decide dove andare. E i milanesi hanno adottato di slancio la piazza soprelevata dell’Unicredit Tower, architettura globalista e un po’ tamarra subito accolta nell’immaginario collettivo, per quella nostra tipica passione per la novità. Un quartiere così a Parigi l’hanno edificato alla Defénse, non a ridosso del centro storico. Quarant’anni prima e molto più lontano. Ma ogni città ha la sua storia.</p>
<figure id="attachment_50382" aria-describedby="caption-attachment-50382" style="width: 407px" class="wp-caption alignleft"><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/01/CIMG0998.jpg"><img loading="lazy" decoding="async" class="size-full wp-image-50382" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/01/CIMG0998.jpg" alt="Zona Ex Fiera" width="407" height="516" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/01/CIMG0998.jpg 407w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/01/CIMG0998-236x300.jpg 236w" sizes="auto, (max-width: 407px) 100vw, 407px" /></a><figcaption id="caption-attachment-50382" class="wp-caption-text">Zona Ex Fiera</figcaption></figure>
<p align="JUSTIFY">Faccio fare a Bruno una lieve deviazione, lo porto in via Euripide, zona ex Fiera. Ammiro con lui la misura della case d’inizio Novecento, fra queste una di Ansnago e Vender. Ma lui è attratto da altro: “Cos’è quel transatlantico laggiù”, dice, sorpreso. Ecco, forse un quartiere che i milanesi non adotteranno mai credo sia quello delle residenze di Hadid e Libeskind. Non tanto per la qualità progettuale (a dir la verità bassa, le “archistar” qui hanno fatto da foglia di fico di una clamorosa operazione speculativa), non tanto per l’estraneità del carattere degli edifici al gusto meneghino (sembrano provenire direttamente da Miami beach), è per quell’aspetto di fortilizio impenetrabile, di comunità recintata che guarda con sospetto il resto della città.</p>
<p align="JUSTIFY">Diverso, non ostante le sue contraddizioni, è il caso del Portello. Qui almeno il parco l’hanno realizzato. Quello di Jencks e Kipar è un bel progetto, con tanto di laghetto e colline artificiali fatte con i materiali di scavo del cantiere. Gli abitanti del quartiere che una volta ospitava l’Alfa Romeo l’hanno subito popolato. Gli faccio vedere le case di Cino Zucchi ma gli evito la magniloquente e spettrale <a href="https://www.nazioneindiana.com/2014/06/25/piazza-gino-valle-cleveland/">Piazza Gino Valle</a>. Poi tiriamo dritto, dentro il QT8, quartiere laboratorio degli anni Cinquanta. Lasciamo sulla destra il monte Stella, opera poetica di Piero Bottoni, tumulo delle macerie della seconda guerra mondiale, e ci dirigiamo verso Bonola, dove è stato costruito il primo centro commerciale di Milano. La città inizia a diradarsi.</p>
<figure id="attachment_50383" aria-describedby="caption-attachment-50383" style="width: 382px" class="wp-caption alignright"><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/01/CIMG1010.jpg"><img loading="lazy" decoding="async" class="size-full wp-image-50383" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/01/CIMG1010.jpg" alt="via Cilea" width="382" height="445" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/01/CIMG1010.jpg 382w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/01/CIMG1010-257x300.jpg 257w" sizes="auto, (max-width: 382px) 100vw, 382px" /></a><figcaption id="caption-attachment-50383" class="wp-caption-text">via Cilea</figcaption></figure>
<p align="JUSTIFY">Voglio fare vedere a Bruno il complesso residenziale “Monte Amiata”, in via Cilea. Estrema periferia per alcuni milanesi che non sono mai usciti dalla cerchia dei Navigli, in realtà a venti minuti di metropolitana da piazza del Duomo. C’è in questo gigantismo edificatorio tutta l’utopia dell’urbanistica pubblica degli anni Settanta. A molti non piace, io lo trovo bellissimo. Ha quarant’anni eppure resiste come un monumento che cerca di riprodurre un lacerto della complessità urbana in una periferia anomica: strade soprelevate, appartamenti duplex, cortili, anfiteatri, percorsi labirintici. E a contrappunto di tanto vociare architettonico c’è la nivea, dechirichiana stecca di Aldo Rossi. Yin e yang. Fu l’ultima stagione dove la cosa pubblica &#8211; la casa come diritto non solo come bisogno &#8211; era prioritaria nell’agenda dell’amministrazione comunale.</p>
<p align="JUSTIFY">Abbiamo ripreso da pochi anni a costruire. Ma non si chiamano più “case popolari”, fa poco chic. Ora si dice <i>social housing</i>. Come il complesso dei Mab Arquitectura in fondo a via Gallarate, ai confini della città, piccolo progetto di buona fattura. O peggio, dico a Bruno, scesi dalla macchina di fronte ad un cantiere, quello che si sta costruendo qui, a Cascina Merlata. Piedi nel fango guardiamo le gru, gli operai, le ruspe. E le torri. Multicolori e kitsch. Della “misura milanese” ormai non c’è più traccia. “Dove mi hai portato” mi chiede, stupefatto. Qui verranno ospitati i 1300 delegati dei paesi che partecipano ad Expo 2015, gli spiego. Poi diventerà un quartiere residenziale. Social housing, <i>of course</i>. Se ti interessa da qui si può vedere il cantiere dell’Esposizione Universale. “Lascia stare” mi dice. “Ci torno il prossimo anno, mi conviene”.</p>
<figure id="attachment_50384" aria-describedby="caption-attachment-50384" style="width: 634px" class="wp-caption alignnone"><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/01/CIMG1034.jpg"><img loading="lazy" decoding="async" class="size-full wp-image-50384" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/01/CIMG1034.jpg" alt="Cascina Merlata" width="634" height="477" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/01/CIMG1034.jpg 634w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/01/CIMG1034-300x225.jpg 300w" sizes="auto, (max-width: 634px) 100vw, 634px" /></a><figcaption id="caption-attachment-50384" class="wp-caption-text">Cascina Merlata</figcaption></figure>
<p align="JUSTIFY">(<em>pubblicato su</em> Dossier Milano<em>, Corriere della Sera, il 13 dicembre 2014. Le pessime foto, fatte in un giorno incredibilmente grigio, sono mie</em>)</p>
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		<title>Ne vale la pena?</title>
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		<dc:creator><![CDATA[gianni biondillo]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 09 Dec 2014 06:00:28 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[di Gianni Biondillo Spesso, troppo spesso, quando viene presentato un nuovo progetto su una rivista di settore non ci viene fatto vedere cosa c’era prima. Cosa fatta capo ha: ciò che c’era prima, in situ, non c’è più. Amen. Se è stato “sacrificato” è perché era, implicitamente, “sacrificabile”. Anzi, peggio, è come se prima non [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<figure id="attachment_49941" aria-describedby="caption-attachment-49941" style="width: 486px" class="wp-caption alignleft"><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/11/parkhotel-10904.jpg"><img loading="lazy" decoding="async" class=" wp-image-49941" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/11/parkhotel-10904.jpg" alt="Park Hotel Lugano 1904" width="486" height="301" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/11/parkhotel-10904.jpg 513w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/11/parkhotel-10904-300x185.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/11/parkhotel-10904-80x50.jpg 80w" sizes="auto, (max-width: 486px) 100vw, 486px" /></a><figcaption id="caption-attachment-49941" class="wp-caption-text">Park Hotel Lugano 1904</figcaption></figure>
<p>di <strong>Gianni Biondillo</strong></p>
<p>Spesso, troppo spesso, quando viene presentato un nuovo progetto su una rivista di settore non ci viene fatto vedere cosa c’era prima. Cosa fatta capo ha: ciò che c’era prima, <em>in situ</em>, non c’è più. Amen. Se è stato “sacrificato” è perché era, implicitamente, “sacrificabile”. Anzi, peggio, è come se prima non ci fosse stato nulla. Un vuoto che aspettava solo d’essere colmato dall’umano genio creativo. L’osservatore accetta la cosa come avesse fatto un patto implicito col progettista. Non chiedere, non dubitare. C’era bisogno del nuovo, criticalo per quello che è, ma non fare troppe domande su ciò che lo precedeva. Era <em>tabula rasa</em> o poco più. Sappiamo tutti che non è così, soprattutto in una realtà fortemente antropizzata quale quella delle città europee. Il mito del nuovo per il nuovo, mito che ci viene con la rivoluzione industriale e che ha avuto il suo massimo splendore nella società delle macchine, della velocità, delle “magnifiche sorti e progressive” incarnata nel Novecento, oggi, forse, andrebbe rivisto, rimodulato. Il territorio non è mai <em>tabula rasa</em>, non è mai un foglio bianco. Ogni progetto andrebbe valutato quasi redigendo una partita doppia: conoscere intimamente cosa stiamo perdendo, per poter valutare meglio cosa stiamo guadagnando. Altrimenti la gara è truccata.</p>
<figure id="attachment_49942" aria-describedby="caption-attachment-49942" style="width: 455px" class="wp-caption alignright"><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/11/parkhotel-oggi.jpg"><img loading="lazy" decoding="async" class=" wp-image-49942" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/11/parkhotel-oggi.jpg" alt="Oggi. Foto Enrico Minasso" width="455" height="364" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/11/parkhotel-oggi.jpg 491w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/11/parkhotel-oggi-300x240.jpg 300w" sizes="auto, (max-width: 455px) 100vw, 455px" /></a><figcaption id="caption-attachment-49942" class="wp-caption-text">Oggi. Foto Enrico Minasso</figcaption></figure>
<p>Lo so, parlare di conservazione architettonica puzza sempre di tradizionalismo, di cultura reazionaria, passatista, antimoderna. Ma il “moderno”, di suo, è pure lui ormai cosa del passato. Siamo persino ben oltre la società postmoderna, forse alcuni punti fissi, alcuni tabù progressisti andrebbero se non abbandonati quanto meno rivisitati. Non sto dicendo che tutto ciò che ci viene dal passato è di suo, per statuto, “bello”. Ogni discorso che lancia l’allarme sulle brutture dell’architettura contemporanea scivola sempre in una china pericolosa e impraticabile. Ogni edificio è stato nuovo al suo nascere. Ogni novità è diventata storia comune, condivisa, negli anni. Però è vero che in certi casi le dimensioni contano. La quantità può fare la qualità, o la perdita di qualità, di un contesto. Il Novecento è stato un secolo invasivo, ha mutato in modo radicale, univoco, il paesaggio, l’ha, in molti aspetti, omologato.</p>
<figure id="attachment_49943" aria-describedby="caption-attachment-49943" style="width: 473px" class="wp-caption alignleft"><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/11/apollo.jpg"><img loading="lazy" decoding="async" class=" wp-image-49943" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/11/apollo.jpg" alt="Teatro Apollo e Kursaal Lugano 1987" width="473" height="330" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/11/apollo.jpg 542w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/11/apollo-300x209.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/11/apollo-100x70.jpg 100w" sizes="auto, (max-width: 473px) 100vw, 473px" /></a><figcaption id="caption-attachment-49943" class="wp-caption-text">Teatro Apollo e Kursaal Lugano 1987</figcaption></figure>
<p>Conservare quello che resta del passato &#8211; perché ormai spesso sono solo residui &#8211; è anche un modo per contrapporre forme alternative al pensiero unico dominante. Ci permette di dare la corretta dimensione del contemporaneo, confrontandolo con l’idea di urbano che ci viene dalla storia. Se ormai oltre il 90% di ciò che è costruito è irrimediabilmente moderno, perché continuare ad accanirsi con quel poco che resta di precedente a noi? Che paura ci fa? Non sto semplicemente parlando di conservare gli insigni monumenti identitari di un popolo. Sarebbe un luogo comune. La qualità di un monumento sta nella coerenza, nella stratigrafia, nel palinsesto dell’incasato, nella costruzione umile, nel dispositivo prospettico, nella soluzione formale del contesto. Il monumento in sé smette d’esistere se la cultura materiale della civiltà che lo ha ideato viene spazzata via.</p>
<figure id="attachment_49944" aria-describedby="caption-attachment-49944" style="width: 318px" class="wp-caption alignright"><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/11/casino.jpg"><img loading="lazy" decoding="async" class="size-full wp-image-49944" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/11/casino.jpg" alt="Oggi. Foto Enrico Minasso" width="318" height="397" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/11/casino.jpg 318w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/11/casino-240x300.jpg 240w" sizes="auto, (max-width: 318px) 100vw, 318px" /></a><figcaption id="caption-attachment-49944" class="wp-caption-text">Oggi. Foto Enrico Minasso</figcaption></figure>
<p>Il progettista del XXI secolo deve rendersi conto che la gloria, che l’ansia edificatoria modernista dei suoi padri è cosa del passato. Oggi a lui tocca lavorare negli interstizi. Il suo deve essere uno sguardo olistico, capace di inserire il nuovo là dove occorre e saper rimettere in gioco l’antico là dove è possibile. Rendendolo, perciò, ancora contemporaneo, pronto a una vita futura.</p>
<p>Osservo queste fotografie che confrontano la Lugano contemporanea con quella di non molti decenni fa e mi chiedo: ne è sempre valsa la pena? Ogni scelta è stata dettata dalla necessità comune o solo dall’interesse privato? È questa l’idea di sé che la società ticinese vuole lasciare alle generazioni future? L’architettura che va a sostituire edifici carichi di un gusto magari inattuale ma di certo portatore di un’idea del decoro in fondo condivisibile (perché simbolicamente partecipato), questa nuova architettura non è che sia in sé brutta. O bella. È un’architettura che non osa. Tecnicamente ineccepibile &#8211; non è certo l’edificato caotico e <em>trash</em> di molta urbanistica spontanea mediterranea – racconta una visione della città sostanzialmente anonima, tecnocratica. Non è neppure uno stile internazionale. È un “global style”. Banche, uffici o civili abitazioni che potrebbero stare ovunque nel mondo, incapaci di farsi stimolare dal contesto, o di stimolarlo. Una architettura che assolto il compito di coprire la massima cubatura, ottenere la massima rendita di posizione, si disinteressa del bene comune della città. Fa il suo dovere senza passione. Sembra una minestra, magari cucinata con cura, con i soliti ingredienti freschi, ma senza alcuna nota peculiare, creativa, senza cipolla, o sale eliminando odori o sapori rilevanti che possano, non sia mai!, infastidire il consumatore. C’è da chiedersi allora: ne vale davvero la pena?</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>(<em>testo redatto per</em> Il nostro paese,<em> n° 320, aprile-ottobre 2014, riferito alla mostra</em> &#8220;<a href="http://consarc.ch/bi/?avada_portfolio=la-grande-bruttezza-enrico-minasso-anonimi">La grande Bruttezza</a>&#8220;, <em>Casa Miler, Capolago, CH</em>)</p>
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		<title>“Piazza” Gino Valle, Cleveland</title>
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		<dc:creator><![CDATA[gianni biondillo]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 25 Jun 2014 06:30:58 +0000</pubDate>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/06/parch.jpg"><img loading="lazy" decoding="async" class="alignleft size-full wp-image-48350" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/06/parch.jpg" alt="parch" width="301" height="484" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/06/parch.jpg 301w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/06/parch-186x300.jpg 186w" sizes="auto, (max-width: 301px) 100vw, 301px" /></a>di <strong>Gianni Biondillo</strong></p>
<p>Quand’ero bambino mio padre diceva “vado in piazza” e tutti in casa capivamo, non c’era altro da aggiungere. Andava in Piazza del Duomo, da Quarto Oggiaro. Milano, in fondo, ha sempre avuto una sola piazza, e neppure bellissima. Un progetto nato già obsoleto, incompleto, un invaso enorme che ridimensionava la mole del Duomo facendolo sembrare un modellino fuori scala. Però alla fine i milanesi si sono affezionati all’unica piazza che ancora oggi considerano davvero tale. Fino a pochi anni fa, per capirci, a Milano piazze anche belle, contenute, aggraziate nelle dimensioni e nelle fronti erano utilizzate come parcheggi. Penso a Piazza Sant’Alessandro, a Piazza Belgiojoso, a Piazza San Fedele, ancora oggi, ormai senza macchine, sistematicamente snobbate dai milanesi. Chissà perché.</p>
<p>Fare una piazza è una cosa seria, ha una grammatica precisa che chiede d’essere rispettata. Non basta la qualità edilizia, ci vogliono funzioni e superfici coerenti. Non capisco perciò tutto l’entusiasmo dei media di fronte all’inaugurazione della nuova “Piazza Gino Valle”. “Una piazza più grande ancora di quella del Duomo” c’è stato strombazzato sui giornali. Qualcuno dovrà spiegare a chi smercia queste (non) notizie che in architettura, come nel sesso, le dimensioni non sempre contano.</p>
<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/06/aerea.gif"><img loading="lazy" decoding="async" class="alignnone size-full wp-image-48363" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/06/aerea.gif" alt="aerea" width="641" height="318" /></a></p>
<p>Non basta chiamare un vuoto “Piazza” perché poi lo sia per davvero. Se non rispetta la grammatica di base è solo un coacervo di parole messe a caso, incapaci di germinare alcunché. Gino Valle, autore e &#8220;intestatario&#8221; della &#8220;piazza&#8221;, era un progettista di qualità che io ho molto amato, ma qui bisogna avere il coraggio di dire che ha palesemente toppato. Cos’è questo miscuglio di fronti incoerente, questi monoliti allineati misticamente con le stecche del QT8 che stanno oltre la circonvallazione, cos’è questo confuso spuntare sulla linea d’orizzonte di palazzi e cantieri, cos’è quest’enfasi di mostrare il fronte di uno degli edifici più pretenziosi e trash di Milano, la Fiera Portello di Bellini?</p>
<p>Per quanto grande, per quanto pedonalizzata, per quanto disegnata in ogni recesso, per quanto esibisca un bassorilievo di Emilio Isgrò o un restyling scherzoso della “casa Milan” di Fabio Novembre, ciò che vedo, mentre giro per questo spazio non è una piazza, è un vuoto di senso. Un ritaglio della città che raccoglie le spinte urbane senza organizzarle, lasciandole così, sconclusionate e confuse.</p>
<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/06/tett.jpg"><img loading="lazy" decoding="async" class="alignnone size-full wp-image-48351" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/06/tett.jpg" alt="tett" width="576" height="346" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/06/tett.jpg 576w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/06/tett-300x180.jpg 300w" sizes="auto, (max-width: 576px) 100vw, 576px" /></a></p>
<p>Basti pensare al fronte di panchine allineate nel centro del nulla di quel vuoto, tutte orientate verso la contemplazione della Fiera. Chi mai si siederà, chi avrà voglia di prendersi un’insolazione cercando di leggere un libro o di mangiare un panino nel bel mezzo di questo invaso? Non è una piazza questa, diciamolo, in realtà è la copertura di un gigantesco parcheggio sotterraneo. L’immensa tettoia che troneggia al centro in questa “piazza” (dove mi trovo? A Milano, a Cleveland, a Shangai?) ha la sola funzione di riparare le uscite pedonali dai parcheggi. Bella questa involontaria metafora freudiana. Fingiamo di pedonalizzare, ma il represso, il sommerso, la pancia di questo luogo brulica di automobili. La ragione stessa dell’esistenza di questa “piazza” (scusate, non riesco a togliere le virgolette).</p>
<p>Cosa ci si può fare in questo luogo, oltre a qualche eventuale adunanza dove dichiarare guerra alla perfida Albione? Niente. Nessuno si darà mai appuntamento in un posto come questo, così annichilente, antiumano. Non ostante i divieti presenti ovunque, mi auguro che il posto venga subito colonizzato dagli skater di tutta la Lombardia. La conformazione si presta benissimo. Piani inclinati, gradini, sbalzi. Questo è un posto dove non si può stare, ma solo correre o muoversi su uno skate board.</p>
<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/06/tot.jpg"><img loading="lazy" decoding="async" class="alignnone size-full wp-image-48352" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/06/tot.jpg" alt="tot" width="648" height="323" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/06/tot.jpg 648w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/06/tot-300x149.jpg 300w" sizes="auto, (max-width: 648px) 100vw, 648px" /></a></p>
<p>Oppure ci vorrebbe il coraggio di certi ironici visionari. Penso a Marco Romano che mentre gira sperduto con me in questo vuoto urbano mi suggerisce un’idea ai limiti del geniale. “Trasferiamoci la Fiera di Senigallia”. Massì, ha ragione lui. Riempiamo di bancarelle, di gente, di vita, di confusione e commercio questo nulla cittadino. Riempiamolo di significato, inventiamogli una vocazione. Troppo plebea come soluzione, troppo “low profile”? E perché no? Facciamo come nel medioevo quando ripopolavano le rovine dell’antico impero romano dando loro una nuova funzione. La  fiera di Senigallia, sì!, proprio di fronte alla Fiera Portello, come in una “città invisibile” di Calvino. Idea, sia chiaro, mica troppo bizzarra o provocatoria. Le dimensioni ci sono, i collegamenti di trasporto pubblici e i parcheggi privati pure. Potrebbe persino piacermi, in quel caso, potrebbe persino avere un senso. Diventerebbe finalmente una piazza. Senza virgolette.</p>
<p>*</p>
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		<title>Maledetti architetti: Beniamino Servino</title>
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		<dc:creator><![CDATA[francesco forlani]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 17 May 2014 16:28:26 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
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		<category><![CDATA[Architettura contemporanea]]></category>
		<category><![CDATA[Beniamino Servino]]></category>
		<category><![CDATA[Lettera Ventidue Edizioni]]></category>
		<category><![CDATA[OBVIUS Diario [con poco scritto e molte figure].]]></category>
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					<description><![CDATA[Beniamino Servino &#160; OBVIUS  &#160; Diario [con poco scritto e molte figure]. &#8230;Una teoria dell’architettura sotto forma di diario &#160; LetteraVentidue Edizioni \ Aprile 2014, formato 18,5&#215;23,5 cm, 256 pagine, brossura, colore, ISBN 9788862421164 Una teoria dell’architettura sotto forma di diario   &#160;   &#160; BS 07 10 20 12 &#160;  Sulla copia [e SUL [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/05/servino-otto.jpg"><img loading="lazy" decoding="async" class="alignleft  wp-image-48136" alt="servino otto" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/05/servino-otto.jpg" width="427" height="497" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/05/servino-otto.jpg 711w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/05/servino-otto-257x300.jpg 257w" sizes="auto, (max-width: 427px) 100vw, 427px" /></a></p>
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<p class="MsoNormal" style="mso-pagination: none; mso-layout-grid-align: none; text-autospace: none;"><strong><span style="font-family: Garamond;">Beniamino Servino</span></strong></p>
<p>&nbsp;</p>
<p class="MsoNormal" style="mso-pagination: none; mso-layout-grid-align: none; text-autospace: none;"><a href="http://www.letteraventidue.com/architettura/116_OBVIUS.html"><span style="font-family: Garamond; mso-bidi-font-family: Garamond;">OBVIUS </span></a></p>
<p>&nbsp;</p>
<p class="MsoNormal" style="mso-pagination: none; mso-layout-grid-align: none; text-autospace: none;"><b><span style="font-family: Garamond; mso-bidi-font-family: Garamond;">Diario </span></b><span style="font-family: Garamond; mso-bidi-font-family: Garamond;">[con poco scritto e molte figure].</span></p>
<p class="MsoNormal" style="mso-pagination: none; mso-layout-grid-align: none; text-autospace: none;"><span style="font-family: Garamond; mso-bidi-font-family: Garamond;">&#8230;Una teoria dell’architettura sotto forma di diario</span></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>LetteraVentidue Edizioni \ Aprile 2014, formato 18,5&#215;23,5 cm, 256 pagine, brossura, colore, ISBN 9788862421164</p>
<p class="quattordici"><strong>Una teoria dell’architettura sotto forma di diario</strong></p>
<p><span id="more-48125"></span></p>
<p class="MsoNormal" style="mso-pagination: none; mso-layout-grid-align: none; text-autospace: none;"><span style="font-family: Garamond; mso-bidi-font-family: Garamond;"> </span><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/05/copertina.jpg"><img loading="lazy" decoding="async" class="aligncenter  wp-image-48129" alt="fronte" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/05/copertina.jpg" width="644" height="260" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/05/copertina.jpg 8287w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/05/copertina-300x120.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/05/copertina-1024x412.jpg 1024w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/05/copertina-900x362.jpg 900w" sizes="auto, (max-width: 644px) 100vw, 644px" /></a></p>
<p>&nbsp;</p>
<p class="MsoNormal" style="mso-pagination: none; mso-layout-grid-align: none; text-autospace: none;"><span style="font-family: Garamond; mso-bidi-font-family: Garamond;"> </span></p>
<p>&nbsp;</p>
<p class="MsoNormal" style="mso-pagination: none; mso-layout-grid-align: none; text-autospace: none;"><span style="font-family: Garamond; mso-bidi-font-family: Garamond;"><strong>BS 07 10 20 12</strong> </span></p>
<p>&nbsp;</p>
<p class="MsoNormal" style="mso-pagination: none; mso-layout-grid-align: none; text-autospace: none;"><span style="font-family: Garamond; mso-bidi-font-family: Garamond;"> Sulla copia</span></p>
<p class="MsoNormal" style="mso-pagination: none; mso-layout-grid-align: none; text-autospace: none;"><span style="font-family: Garamond; mso-bidi-font-family: Garamond;">[e <b style="mso-bidi-font-weight: normal;">SUL PIACERE DELL’APPROPRIAZIONE DI UN TESTO</b>].</span></p>
<p>&nbsp;</p>
<p class="MsoNormal" style="mso-pagination: none; mso-layout-grid-align: none; text-autospace: none;"><span style="font-family: Garamond; mso-bidi-font-family: Garamond;">Copia è la definizione faziosa e superficiale di una pratica fondamentale per la ricerca della posizione di un pensiero.</span></p>
<p class="MsoNormal" style="mso-pagination: none; mso-layout-grid-align: none; text-autospace: none;"><span style="font-family: Garamond; mso-bidi-font-family: Garamond;">La trascrizione di un testo [la riproduzione di un testo].</span></p>
<p class="MsoNormal" style="mso-pagination: none; mso-layout-grid-align: none; text-autospace: none;"><span style="font-family: Garamond; mso-bidi-font-family: Garamond;">Attraverso questa [la copia] si assume una posizione attiva sempre.</span></p>
<p class="MsoNormal" style="mso-pagination: none; mso-layout-grid-align: none; text-autospace: none;"><span style="font-family: Garamond; mso-bidi-font-family: Garamond;">Dalla scelta del testo [atto d’amore] alla conservazione al recupero sotto forma di ri-elaborazione [nuova elaborazione].</span></p>
<p class="MsoNormal" style="mso-pagination: none; mso-layout-grid-align: none; text-autospace: none;"><span style="font-family: Garamond; mso-bidi-font-family: Garamond;">Si evita la tensione [mistica-misteriosa] della invenzione-creazione e si adotta la serena disponibilità [tutta laica] alla inerzia della evoluzione [darwinistica].</span></p>
<p class="MsoNormal" style="mso-pagination: none; mso-layout-grid-align: none; text-autospace: none;"><span style="font-family: Garamond; mso-bidi-font-family: Garamond;">Si evita la tensione [ansiogena-paralizzante] della invenzione-creazione e si adotta la serena disponibilità [autorale o dell’autore] all’adattamento a sé.</span></p>
<p class="MsoNormal" style="mso-pagination: none; mso-layout-grid-align: none; text-autospace: none;"><span style="font-family: Garamond; mso-bidi-font-family: Garamond;">…</span></p>
<p class="MsoNormal" style="mso-pagination: none; mso-layout-grid-align: none; text-autospace: none;"><span style="font-family: Garamond; mso-bidi-font-family: Garamond;">Fedeltà-infedeltà. Fedele nella trascrizione. Infedele nella trascrizione.</span></p>
<p class="MsoNormal" style="mso-pagination: none; mso-layout-grid-align: none; text-autospace: none;"><span style="font-family: Garamond; mso-bidi-font-family: Garamond;">Pedissequo-parallelo. Pedissequo-divergente. Consapevole-inconsapevole.</span></p>
<p>&nbsp;</p>
<figure id="attachment_48131" aria-describedby="caption-attachment-48131" style="width: 419px" class="wp-caption alignleft"><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/05/servino-5.jpg"><img loading="lazy" decoding="async" class=" wp-image-48131" alt="servino 5" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/05/servino-5.jpg" width="419" height="329" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/05/servino-5.jpg 698w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/05/servino-5-300x235.jpg 300w" sizes="auto, (max-width: 419px) 100vw, 419px" /></a><figcaption id="caption-attachment-48131" class="wp-caption-text">Vi-piscio-in-testa-HOTEL/Pissing-on-your-heads-HOTEL<br />Sindeticamente [con un tratto di congiunzione]/Syndetically [with a sign of conjunction].</figcaption></figure>
<p class="MsoNormal" style="mso-pagination: none; mso-layout-grid-align: none; text-autospace: none;"><b style="mso-bidi-font-weight: normal;"><span style="font-size: 16.0pt; font-family: Garamond; mso-bidi-font-family: Garamond;">*</span></b></p>
<p>&nbsp;</p>
<p class="MsoNormal" style="mso-pagination: none; mso-layout-grid-align: none; text-autospace: none;"><b style="mso-bidi-font-weight: normal;"><span style="font-size: 16.0pt; font-family: Garamond; mso-bidi-font-family: Garamond;"> </span></b></p>
<p>&nbsp;</p>
<p class="MsoNormal" style="mso-pagination: none; mso-layout-grid-align: none; text-autospace: none;"><span style="font-family: Garamond; mso-bidi-font-family: Garamond;"><strong>BS 10 10 20 12</strong> </span><b style="mso-bidi-font-weight: normal;"></b></p>
<p>&nbsp;</p>
<p class="MsoNormal" style="mso-pagination: none; mso-layout-grid-align: none; text-autospace: none;"><span style="font-family: Garamond; mso-bidi-font-family: Garamond;"> Sulla bidimensionalità mnemonica.</span></p>
<p class="MsoNormal" style="mso-pagination: none; mso-layout-grid-align: none; text-autospace: none;"><span style="font-family: Garamond; mso-bidi-font-family: Garamond;">Il pensiero architettonico è espresso [prende corpo, si consustanzia] attraverso la costruzione dell’architettura. Anche quando questa [la costruzione] è condizionata da motivi economici o di opportunità. O da altri motivi, di qualunque natura. Anche allora.</span></p>
<p class="MsoNormal" style="mso-pagination: none; mso-layout-grid-align: none; text-autospace: none;"><span style="font-family: Garamond; mso-bidi-font-family: Garamond;">Quando ciò non è possibile [quando non è possibile la costruzione dell’architettura] allora il disegno diventa un manifesto. Di un disagio. Di una utopia possibile. Di propaganda.</span></p>
<p class="MsoNormal" style="mso-pagination: none; mso-layout-grid-align: none; text-autospace: none;"><span style="font-family: Garamond; mso-bidi-font-family: Garamond;">Il disegno [l’immagine di architettura] è un surrogato per la diffusione del pensiero di architettura.</span></p>
<p class="MsoNormal" style="mso-pagination: none; mso-layout-grid-align: none; text-autospace: none;"><span style="font-family: Garamond; mso-bidi-font-family: Garamond;">[Il disegno sostituisce in modo imperfetto l’architettura costruita].</span></p>
<p class="MsoNormal" style="mso-pagination: none; mso-layout-grid-align: none; text-autospace: none;"><span style="font-family: Garamond; mso-bidi-font-family: Garamond;">La diffusione del pensiero di architettura avviene attraverso la sua [della architettura] costruzione.</span></p>
<p class="MsoNormal" style="mso-pagination: none; mso-layout-grid-align: none; text-autospace: none;"><span style="font-family: Garamond; mso-bidi-font-family: Garamond;">Il disegno [l’immagine di architettura] è imperfetto perché è incorrotto. Il pensiero invece è corrotto per necessità genetica. L’architettura [la costruzione dell’architettura] è generata dalla malattia. E di questa [della malattia] si nutre per resisterle. Omeopaticamente.</span></p>
<p class="MsoNormal" style="mso-pagination: none; mso-layout-grid-align: none; text-autospace: none;"><span style="font-family: Garamond; mso-bidi-font-family: Garamond;">Ogni pensiero sull’architettura, sulla città, sul paesaggio, sulla città-territorio, sul paesaggio urbano, sulla architettura della città, è una postazione di indagine autobiografica.</span></p>
<p class="MsoNormal" style="mso-pagination: none; mso-layout-grid-align: none; text-autospace: none;"><span style="font-family: Garamond; mso-bidi-font-family: Garamond;">La memoria [la mia memoria] restituisce [mi restituisce] le sue tracce sincronicamente. E’ [mi appare] bidimensionale.</span></p>
<p class="MsoNormal" style="mso-pagination: none; mso-layout-grid-align: none; text-autospace: none;"><span style="font-family: Garamond; mso-bidi-font-family: Garamond;">La città [il paesaggio] si rappresenta sincronicamente. E’ [la città/il paesaggio] bidimensionale.</span></p>
<p class="MsoNormal" style="mso-pagination: none; mso-layout-grid-align: none; text-autospace: none;"><span style="font-family: Garamond; mso-bidi-font-family: Garamond;">Tutto arriva in superficie e lì si ferma. Galleggia. Un luogo si mostra in due dimensioni. Viene percepito bidimensionale. Non c’è spazio per l’attenzione. Per la profondità. Non c’è spazio per la terza dimensione. Si passa direttamente alla quarta. Quella del tempo. Un luogo e la sua cultura si conservano schiacciati in un piano. E un piano si sovrappone a un altro piano.</span></p>
<p class="MsoNormal" style="mso-pagination: none; mso-layout-grid-align: none; text-autospace: none;"><span style="font-family: Garamond; mso-bidi-font-family: Garamond;">Tanti piani tante carte. Tante carte. E con tante carte un grande meraviglioso castello di carte.</span></p>
<p>&nbsp;</p>
<p class="MsoNormal" style="mso-pagination: none; mso-layout-grid-align: none; text-autospace: none;"><span style="font-family: Garamond; mso-bidi-font-family: Garamond;">&#8230;</span></p>
<p>&nbsp;</p>
<p class="MsoNormal" style="mso-pagination: none; mso-layout-grid-align: none; text-autospace: none;"><b style="mso-bidi-font-weight: normal;"><span style="font-family: Garamond; mso-bidi-font-family: Garamond;">L’ANTICO NON ESISTE</span></b><span style="font-family: Garamond; mso-bidi-font-family: Garamond;">. Il tempo le persone e le cose sono schiacciati insieme nel presente.</span></p>
<p>&nbsp;</p>
<figure id="attachment_48132" aria-describedby="caption-attachment-48132" style="width: 434px" class="wp-caption alignright"><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/05/servino-sei.jpg"><img loading="lazy" decoding="async" class=" wp-image-48132" alt="servino sei" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/05/servino-sei.jpg" width="434" height="262" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/05/servino-sei.jpg 723w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/05/servino-sei-300x180.jpg 300w" sizes="auto, (max-width: 434px) 100vw, 434px" /></a><figcaption id="caption-attachment-48132" class="wp-caption-text">NERVIANA<br />Pennata con adduzione nerviana/Pennata housing with external protusions.</figcaption></figure>
<p>&nbsp;</p>
<p class="MsoNormal" style="mso-pagination: none; mso-layout-grid-align: none; text-autospace: none;"><b style="mso-bidi-font-weight: normal;"><span style="font-size: 16.0pt; font-family: Garamond; mso-bidi-font-family: Garamond;">*</span></b></p>
<p>&nbsp;</p>
<p class="MsoNormal" style="mso-pagination: none; mso-layout-grid-align: none; text-autospace: none;"><strong><span style="font-family: Garamond;">BS 16 02 20 13</span></strong></p>
<p>&nbsp;</p>
<p class="MsoNormal" style="mso-pagination: none; mso-layout-grid-align: none; text-autospace: none;"><span style="font-family: Garamond; mso-bidi-font-family: Garamond;">Mi piacerebbe costruire una pennata. E costruire una chiesa.</span></p>
<p class="MsoNormal" style="mso-pagination: none; mso-layout-grid-align: none; text-autospace: none;"><span style="font-family: Garamond; mso-bidi-font-family: Garamond;">La costruzione dell’architettura resta il modo migliore per la sua teorizzazione&#8230;</span></p>
<p class="MsoNormal" style="mso-pagination: none; mso-layout-grid-align: none; text-autospace: none;"><span style="font-family: Garamond; mso-bidi-font-family: Garamond;">[Costruire l’architettura significa controllarne la corruzione inevitabile e necessaria per renderla compiuta.]</span></p>
<p class="MsoNormal" style="mso-pagination: none; mso-layout-grid-align: none; text-autospace: none;"><span style="font-family: Garamond; mso-bidi-font-family: Garamond;">&#8230;</span></p>
<p class="MsoNormal" style="mso-pagination: none; mso-layout-grid-align: none; text-autospace: none;"><span style="font-family: Garamond; mso-bidi-font-family: Garamond;">[Le macchie vanno accudite. Nascondono segreti che vogliono solo essere rivelati.]</span></p>
<p class="MsoNormal" style="mso-pagination: none; mso-layout-grid-align: none; text-autospace: none;"><span style="font-family: Garamond; mso-bidi-font-family: Garamond;">&#8230;</span></p>
<p class="MsoNormal" style="mso-pagination: none; mso-layout-grid-align: none; text-autospace: none;"><span style="font-family: Garamond; mso-bidi-font-family: Garamond;">Popolari nel senso di famose o per il popolo?</span></p>
<p class="MsoNormal" style="mso-pagination: none; mso-layout-grid-align: none; text-autospace: none;"><span style="font-family: Garamond; mso-bidi-font-family: Garamond;">Le case per il popolo sono come le raccolte di beneficenza, mettono in pace la coscienza.</span></p>
<p class="MsoNormal" style="mso-pagination: none; mso-layout-grid-align: none; text-autospace: none;"><span style="font-family: Garamond; mso-bidi-font-family: Garamond;">Così come gli slogan “senza consumo di suolo” “boschi verticali” “api in città”.</span></p>
<p class="MsoNormal" style="mso-pagination: none; mso-layout-grid-align: none; text-autospace: none;"><span style="font-family: Garamond; mso-bidi-font-family: Garamond;">Siamo tutti attori in un teatrino&#8230; tanti Marcovaldo con le batterie dietro alla schiena.</span></p>
<p>&nbsp;</p>
<p class="MsoNormal" style="mso-pagination: none; mso-layout-grid-align: none; text-autospace: none;"><span style="font-family: Garamond; mso-bidi-font-family: Garamond;"> </span></p>
<p class="MsoNormal" style="mso-pagination: none; mso-layout-grid-align: none; text-autospace: none;"><b style="mso-bidi-font-weight: normal;"><span style="font-size: 16.0pt; font-family: Garamond; mso-bidi-font-family: Garamond;">*</span></b></p>
<p>&nbsp;</p>
<p class="MsoNormal" style="mso-pagination: none; mso-layout-grid-align: none; text-autospace: none;"><strong><span style="font-family: Garamond;">BS 06 03 20 13</span></strong></p>
<p>&nbsp;</p>
<p class="MsoNormal" style="mso-pagination: none; mso-layout-grid-align: none; text-autospace: none;"><span style="font-family: Garamond; mso-bidi-font-family: Garamond;">[È] Bella la confusione delle città.</span></p>
<p class="MsoNormal" style="mso-pagination: none; mso-layout-grid-align: none; text-autospace: none;"><span style="font-family: Garamond; mso-bidi-font-family: Garamond;">[Bella la con-fusione di pezzi di città diverse in una unica città].</span></p>
<p class="MsoNormal" style="mso-pagination: none; mso-layout-grid-align: none; text-autospace: none;"><span style="font-family: Garamond; mso-bidi-font-family: Garamond;">La confusione che fonde e ricostruisce.</span></p>
<p class="MsoNormal" style="mso-pagination: none; mso-layout-grid-align: none; text-autospace: none;"><span style="font-family: Garamond; mso-bidi-font-family: Garamond;">La geografia del ricordo è la descrizione sempre di un paesaggio possibile.</span></p>
<p class="MsoNormal" style="mso-pagination: none; mso-layout-grid-align: none; text-autospace: none;"><span style="font-family: Garamond; mso-bidi-font-family: Garamond;">Non reale. Ma caro.</span></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>https://www.youtube.com/watch?v=gdjMhkgEePA</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p class="MsoNormal" style="mso-pagination: none; mso-layout-grid-align: none; text-autospace: none;"><b style="mso-bidi-font-weight: normal;"><span style="font-size: 16.0pt; font-family: Garamond; mso-bidi-font-family: Garamond;">*</span></b></p>
<p>&nbsp;</p>
<p class="MsoNormal" style="mso-pagination: none; mso-layout-grid-align: none; text-autospace: none;"><strong> <span style="font-family: Garamond;">BS 10 03 20 13</span></strong></p>
<p>&nbsp;</p>
<p class="MsoNormal" style="mso-pagination: none; mso-layout-grid-align: none; text-autospace: none;"><span style="font-family: Garamond; mso-bidi-font-family: Garamond;">Il disegno è un aforisma.</span></p>
<p class="MsoNormal" style="mso-pagination: none; mso-layout-grid-align: none; text-autospace: none;"><span style="font-family: Garamond; mso-bidi-font-family: Garamond;">&#8230;</span></p>
<p class="MsoNormal" style="mso-pagination: none; mso-layout-grid-align: none; text-autospace: none;"><span style="font-family: Garamond; mso-bidi-font-family: Garamond;">L’aforisma è uno strumento di comunicazione rapida [di pensieri lenti]</span></p>
<p class="MsoNormal" style="mso-pagination: none; mso-layout-grid-align: none; text-autospace: none;"><span style="font-family: Garamond; mso-bidi-font-family: Garamond;">&#8230;</span></p>
<p class="MsoNormal" style="mso-pagination: none; mso-layout-grid-align: none; text-autospace: none;"><span style="font-family: Garamond; mso-bidi-font-family: Garamond;">Il disegno di architettura e’ uno strumento di propaganda. Politica. E della forma della politica.</span></p>
<p>&nbsp;</p>
<p class="MsoNormal" style="mso-pagination: none; mso-layout-grid-align: none; text-autospace: none;"><span style="font-family: Garamond; mso-bidi-font-family: Garamond;"> </span></p>
<p>&nbsp;</p>
<p class="MsoNormal" style="mso-pagination: none; mso-layout-grid-align: none; text-autospace: none;"><span style="font-family: Garamond; mso-bidi-font-family: Garamond;"> </span><b style="mso-bidi-font-weight: normal;"><span style="font-size: 16.0pt; font-family: Garamond; mso-bidi-font-family: Garamond;">*</span></b></p>
<p>&nbsp;</p>
<figure id="attachment_48133" aria-describedby="caption-attachment-48133" style="width: 512px" class="wp-caption alignleft"><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/05/servino-tre.jpg"><img loading="lazy" decoding="async" class=" wp-image-48133" alt="servino tre" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/05/servino-tre.jpg" width="512" height="161" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/05/servino-tre.jpg 1421w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/05/servino-tre-300x94.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/05/servino-tre-1024x321.jpg 1024w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/05/servino-tre-900x282.jpg 900w" sizes="auto, (max-width: 512px) 100vw, 512px" /></a><figcaption id="caption-attachment-48133" class="wp-caption-text">Vanvitellian? Chi era costui?/Vanvitellian? Who was this man?</figcaption></figure>
<p>&nbsp;</p>
<p class="MsoNormal" style="mso-pagination: none; mso-layout-grid-align: none; text-autospace: none;"><strong><span style="font-family: Garamond; color: black;">BS 14 04 20 13</span></strong></p>
<p>&nbsp;</p>
<p class="MsoNormal" style="mso-pagination: none; mso-layout-grid-align: none; text-autospace: none;"><span style="font-family: Garamond; mso-bidi-font-family: Garamond; color: black;">Il potere della simmetria</span></p>
<p class="MsoNormal" style="mso-pagination: none; mso-layout-grid-align: none; text-autospace: none;"><span style="font-family: Garamond; mso-bidi-font-family: Garamond; color: black;">Il potere della simmetria [e la resistenza delle stagioni].</span></p>
<p class="MsoNormal" style="mso-pagination: none; mso-layout-grid-align: none; text-autospace: none;"><span style="font-family: Garamond; mso-bidi-font-family: Garamond; color: black;">Il Palazzo digital-post-vanvitelliano costruisce una illusione di simmetria generando un corpo lateralmente ipertrofico.</span></p>
<p class="MsoNormal" style="mso-pagination: none; mso-layout-grid-align: none; text-autospace: none;"><span style="font-family: Garamond; mso-bidi-font-family: Garamond; color: black;">Oggi mi sono fatto una passeggiata fra il parco e i cortili della Reggia in pantaloncini e scarpette. 1 ora a andatura lenta.</span></p>
<p class="MsoNormal" style="mso-pagination: none; mso-layout-grid-align: none; text-autospace: none;"><span style="font-family: Garamond; mso-bidi-font-family: Garamond; color: black;">Mi sono fermato a fare delle foto e poi mi sono rotto le palle e me ne sono tornato a casa.</span></p>
<p class="MsoNormal" style="mso-pagination: none; mso-layout-grid-align: none; text-autospace: none;"> <span style="font-family: Garamond; mso-bidi-font-family: Garamond; color: black;">-Questa Reggia è sempre la stessa e ci vedi sempre cose diverse.</span></p>
<p class="MsoNormal" style="mso-pagination: none; mso-layout-grid-align: none; text-autospace: none;"><span style="font-family: Garamond; mso-bidi-font-family: Garamond; color: black;">-Ci vedi quello che ci cerchi. La fotografia è uno strumento di progetto.</span></p>
<p class="MsoNormal" style="mso-pagination: none; mso-layout-grid-align: none; text-autospace: none;"><span style="font-family: Garamond; mso-bidi-font-family: Garamond; color: black;">-Forse se lasci aperti gli occhi vedi pure quello che non stavi cercando…</span></p>
<p class="MsoNormal" style="mso-pagination: none; mso-layout-grid-align: none; text-autospace: none;"><span style="font-family: Garamond; mso-bidi-font-family: Garamond; color: black;">-Sì. Io ho visto una turista e il marito che si facevano fotografare dall’amica di lei. E lui le ha detto: io guardo te e tu guardi il lago [la peschiera grande]&#8230;</span></p>
<p class="MsoNormal" style="mso-pagination: none; mso-layout-grid-align: none; text-autospace: none;"><span style="font-family: Garamond; mso-bidi-font-family: Garamond; color: black;">-Esistono ancora turisti così?</span></p>
<p class="MsoNormal" style="mso-pagination: none; mso-layout-grid-align: none; text-autospace: none;"><span style="font-family: Garamond; mso-bidi-font-family: Garamond; color: black;">-Mi è venuto da ridere. E lui mi ha fatto un cenno con la mano, come a dire: che cazzo vuoi?</span></p>
<p class="MsoNormal" style="mso-pagination: none; mso-layout-grid-align: none; text-autospace: none;"><span style="font-family: Garamond; mso-bidi-font-family: Garamond; color: black;">E io anche aiutandomi con la mano gli ho risposto: buttatevi nel laghetto tutt’e due! </span></p>
<figure id="attachment_48134" aria-describedby="caption-attachment-48134" style="width: 360px" class="wp-caption alignright"><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/05/servino.jpg"><img loading="lazy" decoding="async" class=" wp-image-48134" alt="servino" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/05/servino.jpg" width="360" height="313" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/05/servino.jpg 600w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/05/servino-300x261.jpg 300w" sizes="auto, (max-width: 360px) 100vw, 360px" /></a><figcaption id="caption-attachment-48134" class="wp-caption-text">Il mistero di pagina/The mystery of page</figcaption></figure>
<p>&nbsp;</p>
<p class="MsoNormal" style="mso-pagination: none; mso-layout-grid-align: none; text-autospace: none;"><b style="mso-bidi-font-weight: normal;"><span style="font-size: 16.0pt; font-family: Garamond; mso-bidi-font-family: Garamond;">*</span></b></p>
<p>&nbsp;</p>
<style><!--
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<p class="MsoNormal" style="mso-pagination: none; mso-layout-grid-align: none; text-autospace: none;"><strong><span style="font-family: Garamond;">BS 11 06 20 13</span></strong></p>
<p class="MsoNormal" style="mso-pagination: none; mso-layout-grid-align: none; text-autospace: none;"><span style="font-family: Garamond; mso-bidi-font-family: Garamond;">Sul vuoto della città.</span></p>
<p class="MsoNormal" style="mso-pagination: none; mso-layout-grid-align: none; text-autospace: none;"><span style="font-family: Garamond; mso-bidi-font-family: Garamond;">Basta una stanza vacante [vacua] alta il doppio di 2 metri e 70 per disporre alla meraviglia dello spazio interno. Ed è subito sera.</span></p>
<p class="MsoNormal" style="mso-pagination: none; mso-layout-grid-align: none; text-autospace: none;"><span style="font-family: Garamond; mso-bidi-font-family: Garamond;">Il vuoto che mi interessa [il grande interno] è lo spazio vero della città [o quel che resta della città nella sua accezione europea]. Il grande interno è definito dagli oggetti e soprattutto dalle superfici, dalle facce, delle architetture [io non entrerò mai in quelle case, in quei musei, in quelle gallerie&#8230;]. La complessità di quegli interni minuti non esiste [non la vedo-non esiste].</span></p>
<p class="MsoNormal" style="mso-pagination: none; mso-layout-grid-align: none; text-autospace: none;"><span style="font-family: Garamond; mso-bidi-font-family: Garamond;">Io lavoro con architetture bidimensionali che [come le carte per un castello di carte] rendono finito il vuoto del grande interno.</span></p>
<p class="MsoNormal" style="mso-pagination: none; mso-layout-grid-align: none; text-autospace: none;"><span style="font-family: Garamond; mso-bidi-font-family: Garamond;">LA CITTA’ E’ IL GRANDE INTERNO.</span></p>
<p class="MsoNormal" style="mso-pagination: none; mso-layout-grid-align: none; text-autospace: none;"><span style="font-family: Garamond; mso-bidi-font-family: Garamond;">La storia della città è bidimensionale.</span></p>
<p class="MsoNormal" style="mso-pagination: none; mso-layout-grid-align: none; text-autospace: none;"><b style="mso-bidi-font-weight: normal;"><span style="font-size: 16.0pt; font-family: Garamond; mso-bidi-font-family: Garamond;">*</span></b></p>
<p>&nbsp;</p>
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<p class="MsoNormal" style="mso-pagination: none; mso-layout-grid-align: none; text-autospace: none;"><span style="font-family: Garamond; mso-bidi-font-family: Garamond;"><strong>BS 22 06 20 13</strong></span></p>
<p>&nbsp;</p>
<p class="MsoNormal" style="mso-pagination: none; mso-layout-grid-align: none; text-autospace: none;"><span style="font-family: Garamond; mso-bidi-font-family: Garamond;">Una volta che avremo tolto tutte le case dalle coste e le coste saranno tornate solo coste poi uno che per caso si trova su una costa una pisciata se la può fare?</span></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p style="text-align: center;"><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/05/servino-10.jpg"><img loading="lazy" decoding="async" class="aligncenter  wp-image-48130" alt="servino 10" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/05/servino-10.jpg" width="682" height="1295" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/05/servino-10.jpg 1136w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/05/servino-10-539x1024.jpg 539w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/05/servino-10-900x1709.jpg 900w" sizes="auto, (max-width: 682px) 100vw, 682px" /></a></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;<br />
&nbsp;</p>
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		<title>Fare il (info) punto dell’Expo</title>
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		<dc:creator><![CDATA[gianni biondillo]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 01 Apr 2013 06:30:18 +0000</pubDate>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/03/infopoint-expo.jpg"><img loading="lazy" decoding="async" class="alignnone size-full wp-image-45286" alt="infopoint expo" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/03/infopoint-expo.jpg" width="610" height="339" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/03/infopoint-expo.jpg 610w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/03/infopoint-expo-300x166.jpg 300w" sizes="auto, (max-width: 610px) 100vw, 610px" /></a></p>
<p>di <strong>Gianni Biondillo</strong></p>
<p>Ricordo ancora con vergogna, da studente d’architettura, quando portai quella che all’epoca era la mia fidanzata &#8211; e che oggi insiste a volermi ancora bene al punto d’avermi addirittura spostato -, a vedere l’esposizione dei progetti del concorso per il riordino di Piazza Fontana. Parlo, per capirci, di circa un quarto di secolo fa. Di tavola in tavola, di prospettiva in prospettiva (i rendering computerizzati erano ancora lungi dall’irrompere nell’immaginario disciplinare), mi sentivo sempre più imbarazzato. Ero lì in teoria per spiegare alla ragazza che amavo perché volevo fare l’architetto nella vita, ma più guardavo assieme a lei quelle ipotesi strampalate, effimere, spesso di pessimo gusto &#8211; se non addirittura irrimediabilmente trash &#8211; e più mi mancava l’aria, per l’incapacità che avevo di giustificarle tanto inutile spreco di tempo prezioso.</p>
<p>Fortunatamente apparve d’incanto la soluzione capitanata da Gino Pollini. La più logica, la più semplice e, oggettivamente, la più bella, ad evitare l’onta dello sberleffo imperituro da parte della mia futura moglie. Fortunatamente, insomma, la disciplina era salva. (i casi della vita vollero che poi, pochi anni dopo, mi ritrovai a lavorare proprio presso quello studio, dove convertì molte di quelle tavole disegnate a mano in modelli tridimensionali al computer.)</p>
<p>Non è un paese di concorsi d&#8217;architettura il nostro. Non ne abbiamo la tradizione, quella che ha cambiato le sorti della disciplina in molti paesi europei. Anche per questo il fatto stesso che Expo abbia deciso di affidare l&#8217;incarico del progetto dell’InfoPoint ad un professionista dopo un concorso è già di suo una notizia. Positiva, se si guarda il bicchiere mezzo pieno: è una attitudine, questa, che dimostra una sensibilità desueta nelle nostre città, che ci si augura non resti isolata. Un modo, forse, di attuare un&#8217;etica di impresa che non miri solo all’inciucio (o al massimo profitto).</p>
<p>È un peccato, ovvio, questa disabitudine al protocollo concorsuale: le competizioni architettoniche sono da sempre un laboratorio di ricerca tipologica, formale, tecnologica. Luoghi della ricerca, dell&#8217;innovazione, dove le logiche economiche lasciano spazio anche al pensiero critico. Molta della storia della nostra disciplina passa da concorsi che hanno fatto epoca. Spesso, in Italia, perduti o mai realizzati.</p>
<p>Ma il concorso porta con se anche un rischio. Quello, appunto, di ritrovarci fra le mani progetti di pessimo o nullo valore da giudicare. Robaccia, rumore, ronzio di fondo, scarti. Sembra quasi che la formula concorsuale piuttosto che stimolare il pensiero critico di un progettista vellichi la sua creatività puerile, egoriferita, ridicola. Se poi ci aggiungiamo il fatto che, nel caso dell’Infopoint,  si tratta di ideare una architettura “a tempo”, nato per essere smontato finita l’esposizione, a guardare le prime immagini sul web del concorso appena concluso ho la netta sensazione che grazie a Dio l’abbiamo scampata anche stavolta. Proprio come un quarto di secolo fa, l’ideale coppietta di giovani innamorati, un architetto imberbe e una ragazzina disinteressata alla disciplina, che dovesse scorrere le immagini reperibili in rete (<strong><a href="http://milano.corriere.it/milano/gallery/milano/03-2013/expo/infopoint/infopoint-expo_ed7d9ad4-955b-11e2-84c1-f94cc40dd56b.shtml#1">eccoli i rendering</a></strong> del nostro immaginario!) rivivrebbe quella stessa sensazione di imbarazzo mista a frustrazione. Quanta robaccia, quanto inutile spreco di pensiero! Quale occasione perduta dove poter fare un collettivo ragionamento critico sul tema. No, solo padiglioni precari, effimeri, indifferenti al contesto, formalmente vecchi, stanchi, installazioni da fiera di provincia, spesso a firma di nomi “eccellenti”, quasi non ci credessero neppure loro, presi da altri e più fruttuosi impegni professionali.</p>
<p>Non so bene quali siano stati i requisiti della selezione dei progettisti. D’istinto, avessi avuto in mano io il boccino, avrei preteso un limite d’età. Non per giovanilismo di maniera, ma per dare una occasione autentica ai nuovi talenti che in questa Italia non possono esprimersi. Però, sia ben chiaro, questa scelta non avrebbe reso il risultato migliore: l’autoreferenzialità è il difetto nel manico del progettista nazionale, qualunque sia la sua età anagrafica.</p>
<p>Anche per questo ammiro il lavoro di scrematura fatto dai componenti della giuria. Giuria, per inciso, sulla quale forse due cose dovremmo pur dirle: va bene coinvolgere la società civile, le autorità, le istituzioni, etc. ma se su sette esponenti solo due appartengono in senso stretto al campo disciplinare è come indire un concorso letterario dove i giurati fanno nella vita di tutto, dal chirurgo al notaio, tranne che praticare la critica letteraria o la scrittura poetica. Assai curioso, no?</p>
<p>Eppure, anche stavolta, a discapito di ciò che ho appena scritto, c’è andata bene. La giuria s’è comportata con ragionevolezza, ha scelto non semplicemente “il meno peggio” (opzione fra le più deprimenti) ma davvero un progetto bello, interessante, sul quale poterci spendere parole, pensiero, teoria. Quelli che Alessandro Scandurra – il vincitore – sembra abbia speso quando s’è impegnato a risolvere un tema difficile in uno spazio irrisolto quale quello di largo Beltrami, che è contornato da quinte edilizie di alta qualità ma che è sempre stato nei decenni illogicamente utilizzato come un parcheggio di autobus o di taxi. Un vuoto nel cuore della città annichilito dall’incapacità pubblica di trasformarlo in uno spazio collettivo.</p>
<p>Chissà se l’architettura “effimera” di Scandurra (eppure così rigorosa in questo progetto, così rispettosa dei tracciati storici), almeno nel periodo che sarà corpo edilizio e non solo rendering, saprà stimolare un nuovo utilizzo di quell’area…</p>
<p>Ora però chiediamoci di quali contenuti quei traslucidi contenitori verranno riempiti. È ora di dare peso a questa manifestazione che ad oggi è stata raccontata solo per polemiche giornalistiche e mai per i temi messi in gioco. Lo ammetto non invidio la posizione di Giuseppe Sala, l’amministrazione delegato di Expo. È quello che, più di tutti, ci sta mettendo la faccia. E le facce in Italia si tende a prenderle a schiaffi e sputi. Ogni occasione è buona per la critica distruttiva. “Muoia Sansone con tutti i filistei”, è il motto dell’intellettuale italiano. “Tanto peggio, tanto meglio”. Speriamo invece non sia così. Se Sala saprà dimostrarsi coriaceo come sembra, in questo momento di crisi globale forse qualcosa di buono per la città riusciamo comunque a portarlo a casa. La scelta del progetto di Scandurra mi sembra già un buon viatico.</p>
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		<title>Azione popolare: lottare per il bene comune</title>
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		<dc:creator><![CDATA[gianni biondillo]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 04 Dec 2012 07:30:13 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[Azione popolare: lottare per il bene comune a cura del comitato Area ExEnel Immagine della copertina del libro di Salvatore Settis Azione popolare, Einaudi, 2012 incontro  lunedì 10 dicembre 2012 ore 18.30 intervengono Salvatore Settis in dialogo con Marco Biraghi, Marco Belpoliti e Gianni Biondillo Careof DOCVA Fabbrica del Vapore, via Procaccini 4, Milano “La comunità [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><span style="font-size: large;"><strong>Azione popolare: lottare per il bene comune<br />
</strong></span><strong>a cura del comitato Area ExEnel</strong></p>
<p><span style="font-family: Calibri, Verdana, Helvetica, Arial;"><strong></strong><br />
</span><span style="color: #c0c0c0;"><span style="font-size: small;"><span style="font-family: Verdana, Helvetica, Arial;"><img loading="lazy" decoding="async" class="alignnone size-full wp-image-44244" title="image" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2012/12/image.jpg" alt="" width="459" height="383" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2012/12/image.jpg 459w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2012/12/image-300x250.jpg 300w" sizes="auto, (max-width: 459px) 100vw, 459px" /></span></span></span></p>
<p><span style="color: #c0c0c0;"><span style="font-size: small;"><span style="font-family: Verdana, Helvetica, Arial;">Immagine della copertina del libro di Salvatore Settis <em>Azione popolare</em></span></span><span style="font-family: Verdana, Helvetica, Arial;">, Einaudi, 2012<br />
</span></span></p>
<p><strong>incontro  lunedì 10</strong> <strong>dicembre 2012 ore 18.30</strong><br />
intervengono<strong> Salvatore Settis</strong> in dialogo con<strong> Marco Biraghi, Marco Belpoliti </strong>e<strong> Gianni Biondillo</strong></p>
<p><strong>Careof DOCVA</strong><br />
Fabbrica del Vapore, via Procaccini 4, Milano</p>
<p><span style="font-family: Verdana, Helvetica, Arial;">“La comunità dei cittadini è fonte delle leggi e titolare dei diritti. Deve riguadagnare sovranità cercando nei movimenti civici il meccanismo di base della democrazia, il serbatoio delle idee per una nuova agenda della politica”. (dalla presentazione di <em>Azione popolare</em>, Einaudi, 2012)<br />
</span></p>
<p><span style="font-family: Verdana, Helvetica, Arial;">&#8212;<br />
<strong>Careof DOCVA<br />
</strong>Fabbrica del Vapore, via Procaccini 4, 20154 Milano<br />
+39 02 3315800 </span></p>
<p><span style="font-family: Verdana, Helvetica, Arial;"><a href="http://careof%40careof.org/" target="_blank">careof@careof.org</a><br />
<a href="http://www.careof.org">www.careof.org</a> </span></p>
<p><a href="http://www.docva.org"><span style="font-family: Verdana, Helvetica, Arial;">www.docva.org</span></a></p>
<p><a href="https://maps.google.it/maps?q=Via+Giulio+Cesare+Procaccini,+4,+Milano&amp;hl=it&amp;ll=45.484002,9.17596&amp;spn=0.001508,0.004007&amp;sll=45.483755,9.178777&amp;sspn=0.012186,0.020986&amp;oq=via+giulio+cesare+procaccini,+4,+milano&amp;hnear=Via+Giulio+Cesare+Procaccini,+4,+Milano,+Lombardia&amp;t=m&amp;z=19&amp;iwloc=lyrftr:m,12120439102531494186,45.484082,9.175901">Come raggiungerci</a></p>
<p>Tram 12 e 14, fermata Bramante/Monumentale<br />
Bus 37, fermata Procaccini/Messina<br />
MM2, fermata Porta Garibaldi</p>
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