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	<title>arte politica &#8211; NAZIONE INDIANA</title>
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		<title>Non credo di esagerare&#8230;</title>
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		<dc:creator><![CDATA[daniele ventre]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 19 Jun 2017 13:00:53 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[di Monia Gaita Non credo di esagerare se affermo che siamo diventati un popolo di arresi, di stanchi, di vinti e desistenti. La frattura tra volontà e realizzazione è sotto gli occhi di tutti. Ognuno la possiede in dotazione variabile. La gente è riluttante a unirsi per dare uno sbocco congiunto alle proprie istanze. Si cammina [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Monia Gaita</strong></p>
<p>Non credo di esagerare se affermo che siamo diventati un popolo di arresi, di stanchi, di vinti e desistenti. La frattura tra volontà e realizzazione è sotto gli occhi di tutti. Ognuno la possiede in dotazione variabile. La gente è riluttante a unirsi per dare uno sbocco congiunto alle proprie istanze. Si cammina da soli, si rinuncia alla lotta, si accetta e si mescola il giusto e l’ingiusto come soluto e solvente, in nome di una neutralità generica che annienta lo slancio e blocca i progetti. Abbiamo espropriato il fare di troppi latifondi, aggravato la povertà del pensiero, sconvolto la struttura sociale della linearità logica a favore di un impianto centralizzato instabile e confuso. Siamo schiavi di consorterie e corporazioni, schieramenti associativi collusi e prepotenti, disarticolati e frammentati disegni di miglioramento, sporadiche e maldestre imprese di rivolta. Per non parlare della politica, a metà tra demagogiche <em>réclame</em> a buon mercato e soluzioni friabili, incongrue e partigiane. Questa incertezza manomette il quadro delle relazioni, dal lavoro alle aspettative individuali, permeando di sé persino i luoghi. Diventiamo sostituibili e prosciugati da una precarietà che sempre di più ci annette alla fragile alleanza ramo-foglia. Il tempo ha rotto il negoziato con la contemplazione amica e consolatrice, ci porge solo piccoli bocconi, virate improvvise o striminzite fasce d’aria. Anche le parole hanno fretta e culminano nei trafori dell’ansia: sembrano profughi in cerca d’accoglienza mentre troviamo difficile accogliere pure noi stessi. Siamo dimissionari ancora in carica di una vita che non ci appartiene più. Ecco perché perdiamo il senso: il senso dei valori, del dovere, dell’amore, della gioia, della solidarietà. Abbiamo paura di difenderlo, di proteggerlo, di custodirne il seme. Con la pienezza stipuliamo un armistizio meramente provvisorio, freddi e motivati patrocinatori della teoria del “mi conviene”. Tradiamo all’occorrenza, stringiamo patti caduchi che sbandieriamo eterni. Abbandoniamo con disinvoltura, vigliaccheria o ragionato calcolo. Quando la pressione delle energie richieste si fa forte, preferiamo lasciar andare, capitolare senza ardimento e senza dignità. Si svuotano anche gli spazi che abitiamo. I paesi del Sud lo dimostrano. Qui i campi sono più vincolati al cielo che agli uomini. Di uomini ne sono rimasti pochi e forse, coi decenni, si estingueranno come i dinosauri. Ci sottraiamo alla natura, ai rapporti autentici, al coraggio, all’area della riflessione e delle responsabilità. Così si impennano gli indici della solitudine e ci affidiamo al leggero, inoffensivo reame dell’effimero. Diventiamo seguaci del superfluo, cospiratori di ovvietà. Una mancanza di peso che oltre a toccare i gesti, imbraccia il fucile anche contro il linguaggio. La civiltà innesta la retromarcia pure con le parole. Il dire congeda il poderoso esercito di varietà e di grazia dei lessemi correndo sul nastro trasportatore della ripetitività espressiva. L’abbassamento del linguaggio sanziona un regresso, un arretramento del comunicare che lacera e sfigura anche gli anelli del sentire. Cosa significa, allora, imboccare la via di un’insurrezione consapevole? Trasformarci da operatori d’inerzia a operatori d’azione, uccidere e saccheggiare non quello che siamo, ma quello che siamo diventati un po’ per paura, un po’ per ignavia imitativa, un po’ per abitudine.</p>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>I Modi Politici dell’Arte Contemporanea</title>
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		<dc:creator><![CDATA[mattia paganelli]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 19 Dec 2007 19:06:05 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[indiani]]></category>
		<category><![CDATA[arte]]></category>
		<category><![CDATA[arte contemporanea]]></category>
		<category><![CDATA[arte politica]]></category>
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					<description><![CDATA[di Mattia Paganelli Se sul muro di una galleria d’arte scrivo a caratteri cubitali 1126 e a fianco 1201, e poi molto in piccolo in una nota, magari su un foglietto consegnato all’uscita, vi informo che queste cifre rappresentano i morti sul lavoro in Italia e i soldati americani uccisi in Iraq nel 2007, faccio [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Mattia Paganelli</strong></p>
<p>Se sul muro di una galleria d’arte scrivo a caratteri cubitali 1126 e a fianco 1201, e poi molto in piccolo in una nota, magari su un foglietto consegnato all’uscita, vi informo che queste cifre rappresentano i morti sul lavoro in Italia e i soldati americani uccisi in Iraq nel 2007, faccio un’operazione ad effetto, che gioca sulla dilazione. Uso un registro poco al di sopra della propaganda, la cui interpretazione è a senso unico.</p>
<p>Invece, se in un video senza sonoro mostro il primo piano di un uomo che parla, e sullo schermo faccio scorrere i titoli di alte cariche istituzionali, allargo la distanza tra gli elementi presentati, creo un maggior livello di ambiguità grazie a un maggior livello di astrazione, e lascio quindi più spazio all’interpretazione del pubblico. Il suggerimento ad interpretare il lavoro in chiave politica resta però chiaro.</p>
<p>Infine, se scelgo a caso una persona per strada e la seguo fino a che non entra in un luogo chiuso a cui io non ho accesso, il livello di astrazione è massimo, i riferimenti a qualunque interpretazione immediata sono eliminati, e sta a me decifrare e riannodare le informazioni disponibili (la libertà di movimento sul suolo pubblico e la barriera del perimetro privato). L’intenzione politica nasce qui dal registro poetico, non dal contenuto.<span id="more-5021"></span></p>
<p>(Il primo è un esempio e le cifre sono fittizie, il secondo è <a href="http://www.gasworks.org.uk/residencies/detail.php?id=269">l’artista egiziano Hassan Khan</a> in un lavoro del 2006, il terzo è <a href="http://hosting.zkm.de/ctrlspace/d/texts/01?print-friendly=true">Vito Acconci</a> nel 1969).</p>
<p>Viceversa, posso anche scartare completamente ogni uso metaforico o espressivo del linguaggio e importare i fatti entro il perimetro dell’arte senza alcuna elaborazione. Le molte biennali, documenta, o manifesta che affollano il panorama ci hanno <em>informato</em> sulle guerre, i problemi dell’ambiente, le questioni sociali e umanitarie che si intrecciano nel ventunesimo secolo globale. Segno di una crescente attenzione al mondo circostante, se non addirittura un rinnovato <em>impegno</em>, da parte degli artisti.</p>
<p>E se presentare la documentazione di qualcosa avvenuto altrove ha una storia già molto lunga nell’arte contemporanea, più di recente la tecnica, o forse è meglio dire la tattica, del progetto da eseguire e documentare ha dato nuova vita a questa formula. Così il linguaggio neutro e oggettivo del documentario, del reportage o dell’intervista, grazie soprattutto all’accessibilità del video, è divenuto uno strumento molto diffuso entro il perimetro dell’arte per affrontare questioni sociali.</p>
<p>Come entra quest’intenzione dichiaratamente politica nel contesto artistico?</p>
<p>L’invasione dello spazio dell’arte con la descrizione didascalica di una situazione reale ha senza dubbio un forte impatto. Inoltre, se il tempo televisivo è ormai destinato solo alla distrazione (leggi cancellazione delle coscienze), sembra naturale che l’urgenza dei problemi veri abbia cercato visibilità altrove e abbia trovato ascolto, seppur temporaneamente, nell’attenzione che dedichiamo all’arte.</p>
<p>Questa invasione può anche significare che l’emergenza ha raggiunto un livello tale che l’artista non può al momento dedicarsi ad altro.</p>
<p>Inoltre, volendo offrire un appoggio ideologico a queste scelte, potremmo dire che fanno piazza pulita dei valori della cultura dominante e del suo immaginario, e introducono quelli di un’altra classe che cerca visibilità. Di conseguenza anche la figura dell’artista cambia e assume il ruolo del portavoce. L’elenco di chi ciclicamente si è assunto questo compito è già molto lungo.</p>
<p>Veemente o pacata, la denuncia è l’intenzione di questi lavori. Un gesto <em>accusativo</em> che indica: il problema è questo. Una trasmissione di informazioni immediata, rettilinea, che non lascia spazio ad interpretazioni. Possiamo infatti abbandonare la sala di proiezione del documentario, o l’installazione che ricrea il dormitorio degli operai cinesi (l&#8217;ultima <a href="http://www.iksv.org/bienal10/index.html">biennale di Istanbul</a> ne era piena), ma non metterle in discussione.</p>
<p>Io identifico questo modo di comunicare con il <em>Modo Indicativo</em>, per la sua inesorabilità: è un puro enunciato di esistenza.</p>
<p>Ma se l’arte politica è spesso necessaria, con quale linguaggio parli è decisivo per creare lo spazio di autonomia e verità a cui aspira.</p>
<p>Ad esempio <a href="http://en.wikipedia.org/wiki/Thomas_Hirschhorn">Thomas Hirschhorn</a> qualche tempo fa propose un commento sull’uso delle immagini nell’informazione, tappezzando una sala della Hayward Gallery (Londra) di fotografie di morti dilaniati in guerra e immagini pornografiche, entrambe ritagliate dai giornali.</p>
<p><a href="http://www.artfacts.net/index.php/pageType/exhibitionInfo/exhibition/14136/lang/1">Santiago Serra</a>, invece, organizzò una performance in cui alcuni immigrati illegali erano pagati per stare in piedi chiusi dentro scatoloni di cartone, mettendo in risalto l‘invisibilità di chi vive al di sotto di un guadagno minimo; e commentando didascalicamente il rapporto tra persona e mercato, ricadendo più o meno nel primo esempio.</p>
<p>Non mi basta.</p>
<p>Trovo che questi lavori siano niente più che <em>illustrazioni</em> di un’idea; non hanno nemmeno la forza dirompente del documentario di mostrare la realtà così com’è. Inoltre, incappano in un rischio intrinseco al loro stesso ambiente. Capita spesso, infatti, di trovarsi di fronte un progetto che vuole <em>coinvolgere</em> gli ultimi, i profughi, gli emarginati, i bombardati, dare voce e offrire strumenti di emancipazione. Ma in realtà chi parla e chi ascolta? Quanti fra questi riescono a raggiungere la posizione di artista e raccontare la loro storia (o qualunque altra storia)? Ne hanno il tempo, l’energia, l’interesse? Lo farebbero se potessero? Lo vorrebbero se potessero? Forse i ragazzini delle banlieues parigine quando si ribellano stanno già dicendo quello che “vorrebbero” dire. Non è vero che il loro messaggio potrebbe esprimersi diversamente se gli fosse data voce. Se avessero voce il loro messaggio sarebbe diverso.</p>
<p>Mi chiedo di nuovo: chi parla e chi ascolta? L’arte contemporanea è prodotta e consumata all’interno della classe medio alta occidentale, in una società che oggi è profondamente differente da quella in cui Benjamin proponeva la figura dell’<em>artista come produttore</em> che lottasse a fianco del proletariato, per fare solo un esempio. La cultura è divenuta intrattenimento; e pur continuando a produrre sfruttamento e oppressione, la società occidentale soffre a sua volta di uno svuotamento dell’individuo e di una riduzione della figura del cittadino alla condizione di consumatore, di cui ciascuno, incluso l’artista, è vittima.</p>
<p>Allora come se ne può uscire? Io credo che la risposta stia su un altro piano.</p>
<p>Da una parte penso che il conflitto, se di conflitti si vuole trattare, vada riprodotto nel linguaggio dell’arte, ricostruito nel codice di comportamento del mondo dell’arte. Limitarsi a <em>illustrare</em> conflitti sociali non solo manca di qualità artistica, ma è diventato del tutto innocuo, ormai è niente più che un genere tra gli altri accettati fra le pareti dell’arte contemporanea; accettato con correttezza politica, e poi comprato e venduto come qualsiasi altro prodotto del suo mercato, divenendo parte integrante dello stesso sistema che vorrebbe criticare. Forse solo un intervento come <a href="http://www.artangel.org.uk/pages/past/01/01_deller.htm"><em>Orgreave Battle</em> di Jeremy Deller</a> del 2001 (il <em>re-enactment</em> degli scontri tra minatori e polizia nel 1984) è riuscito a raggiungere un’unità tra intenzione e qualità.</p>
<p>Dall’altra sono convinto che abbia più valore disordinare il nostro modo di pensare contro l’appiattimento culturale corrente, piuttosto che denunciare lo sfruttamento del lavoro infantile di turno.</p>
<p>Alla monotonia di quest’arte di genere, che tra l’altro comincia a soffrire di un conformismo soffocante, preferisco opporre un modo di agire che non esito a definire <em>Congiuntivo</em>. L’orribile sgrammaticatura: “se lo sapevo non ci andavo” invece di “se lo avessi saputo non ci sarei andato” dovrebbe far rizzare i capelli a ben più che gli insegnanti di  italiano. Infatti “se io ero” non mi permette che di essere quello che sono diventato, ma se io <em>fossi</em> (o fossi stato) ora <em>potrei</em> essere altri. Le esistenze parallele o le alternative possibili aperte dal congiuntivo sono infinite. Pensare al modo congiuntivo è il vero motore dell’immaginazione, facoltà politica per eccellenza perché permette di pensare le cose e sé stessi diversi da come siamo nel presente, dunque immaginare di cambiare.</p>
<p>Ricordo <em>Glass Keys to Open the Skies</em> di <a href="http://findarticles.com/p/articles/mi_m1248/is_2_90/ai_82748730">Yoko Ono</a> (1966), quattro chiavi di cristallo presentate in una scatoletta trasparente.</p>
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