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	<title>Artù &#8211; NAZIONE INDIANA</title>
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		<title>Amor, ch&#8217;a nullo amato amar perdona: la damigella di Shalott</title>
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		<dc:creator><![CDATA[antonio sparzani]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 01 Mar 2010 06:00:17 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[mosse]]></category>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Antonio Sparzani</strong></p>
<p><object classid="clsid:d27cdb6e-ae6d-11cf-96b8-444553540000" width="445" height="364" codebase="http://download.macromedia.com/pub/shockwave/cabs/flash/swflash.cab#version=6,0,40,0"><param name="allowFullScreen" value="true" /><param name="allowscriptaccess" value="always" /><param name="src" value="http://www.youtube.com/v/MU_Tn-HxULM&amp;hl=it_IT&amp;fs=1&amp;rel=0&amp;color1=0x402061&amp;color2=0x9461ca&amp;border=1" /><param name="allowfullscreen" value="true" /></object></p>
<p>(<a href="http://www.youtube.com/watch?v=oQ5Z04PSBtg&amp;feature=related">qui</a> un&#8217;altra esecuzione un po’ meno incompleta nel testo)</p>
<p>Perfino l’anonimo autore del <em>Novellino</em>, noto anche come <em>Le Cento novelle antiche</em>, ultimi anni del Duecento, ne aveva sentito parlare e cantare. Ne cantavano i trovatori medioevali, ne scrivevano le storie di Chrétien de Troyes e dei vari narratori del ciclo bretone; è la sfortunata damigella di Shalott: un castello su un’isola non lontana da Camelot (<a href="http://upload.wikimedia.org/wikipedia/commons/b/b7/Idylls_of_the_King_3.jpg">qui</a> la storica illustrazione del Doré di Camelot):<span id="more-30883"></span><br />
<a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/03/donna-di-scalot1.png"><img fetchpriority="high" decoding="async" class="alignleft size-medium wp-image-31049" title="donna di scalot1" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/03/donna-di-scalot1-300x261.png" alt="" width="300" height="261" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/03/donna-di-scalot1-300x261.png 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/03/donna-di-scalot1.png 332w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" /></a><br />
<a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/03/donna-di-scalot2.png"><img decoding="async" class="alignleft size-medium wp-image-31050" title="donna di scalot2" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/03/donna-di-scalot2-204x300.png" alt="" width="204" height="300" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/03/donna-di-scalot2-204x300.png 204w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/03/donna-di-scalot2.png 334w" sizes="(max-width: 204px) 100vw, 204px" /></a></p>
<p>un ruscello scorre dal castello giù giù fino alla fortezza del re e porta con sé le storie e i canti che lo attraversano.</p>
<p>Cambiano le versioni, cambia la grafia del nome, da Scalotta a Scalot a Shalott a Escalot a Astalot, ma rimane una costante nella storia di questa damigella: ella è presa da un turbamento indicibile al solo scorgere <strong>Lancillotto del Lago</strong> e, da quel momento, non può che pensare a lui. Lancillotto appartiene, o comunque crede pervicacemente di appartenere ormai, anima e corpo, a un’altra, a Ginevra, la <strong>Guinevere</strong> di tanti racconti arturiani, che pure appartiene a un altro – ad <a href="http://upload.wikimedia.org/wikipedia/commons/5/54/Arth_tapestry2.jpg">Artù</a>, il re più importante di quelle terre – ma che ha senza molte esitazioni corrisposto a questo secondo amore.</p>
<p>Il destino della damigella è dunque segnato, ella si abbandona alla sua maledizione.<br />
Così la racconta <strong>Alfred Tennyson</strong>  (1809-1892), che riprende la storia e ne fa una struggente e incantata ballata; stavo anzi per dire filastrocca, a causa di quella struttura a rime baciate a gruppi di tre o quattro, adatte a suscitare una sensazione di continua sospensione:</p>
<p style="padding-left: 30px;"><em>There she weaves by night and day<br />
A magic web with colours gay.<br />
She has heard a whisper say,<br />
A curse is on her if she stay<br />
To look down to Camelot.<br />
She knows not what the curse may be,<br />
And so she weaveth steadily,<br />
And little other care hath she,<br />
The Lady of Shalott</em>.</p>
<p>con la presaga cantilenante rima Camelot / Shalott / Lancelot.<br />
Tesse continuamente, la damigella, è costretta a guardare la realtà esterna soltanto in uno specchio, sempre appeso alla sua altezza, e a ritrarla ricamandola su un arazzo. Ma i divieti nelle favole, e forse non solo quelli, sono imposti per essere violati. La damigella è perennemente sul crinale tra una felicità raggelata e una ansiosa attrazione verso i rumori e le immagini del mondo esterno.</p>
<figure id="attachment_30891" aria-describedby="caption-attachment-30891" style="width: 216px" class="wp-caption alignright"><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/03/waterhouse-sickofshadows2.jpg"><img decoding="async" class="size-medium wp-image-30891" title="waterhouse-sickofshadows" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/03/waterhouse-sickofshadows2-216x300.jpg" alt="" width="216" height="300" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/03/waterhouse-sickofshadows2-216x300.jpg 216w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/03/waterhouse-sickofshadows2.jpg 528w" sizes="(max-width: 216px) 100vw, 216px" /></a><figcaption id="caption-attachment-30891" class="wp-caption-text">John W. Waterhouse, <em>I am half-sick of shadows</em>, 1916</figcaption></figure>
<p style="padding-left: 30px;"><em>And music, went to Camelot:<br />
Or when the moon was overhead,<br />
Came two young lovers lately wed;<br />
&#8220;I am half sick of shadows,&#8221; said<br />
The Lady of Shalott</em>.</p>
<p>e infine, quando sente, e vede nello specchio, passare un cavaliere di così irresistibile prestanza, riccioli neri come il carbone</p>
<p style="padding-left: 30px;"><em>His broad clear brow in sunlight glow&#8217;d;<br />
On burnished hooves his war-horse trode;<br />
From underneath his helmet flowed<br />
His coal-black curls as on he rode,<br />
As he rode down to Camelot.<br />
From the bank and from the river<br />
He flashed into the crystal mirror,<br />
&#8220;Tirra lira&#8221;</em>  , <em>by the river<br />
Sang Sir Lancelot</em>.</p>
<p>non si trattiene dal guardarlo direttamente, non più attraverso lo specchio ‒ voi capite quante metafore strisciano qua sotto ‒ e così facendo esce dalla sua esistenza sospesa fino a quell’istante in una infanzia-prigione dorata e affronta la vita, con l’esito che tutti immaginiamo. Così avveniva anche molti secoli dopo alle fanciulle in età da marito in Inghilterra, si raccoglievano i capelli e brandivano un carnet al loro primo ballo e non v&#8217;era modo di tornare indietro, alla vita di prima. Morivano così all&#8217;infanzia.</p>
<p>Lo specchio che stava notte e giorno sospeso dinnanzi a lei si rompe da parte a parte,  gli arazzi si sbrindellano in innumerevoli fili, e la dama di Shalott corre sulle sponde del ruscello, dove trova una barca nella quale, le vesti candide come la neve, (<a href="http://www.pathguy.com/shalott6.jpg">così </a> la ritrae Waterhouse  nel 1888), si lascia lentamente scivolare, cantando, ormai morente, la sua ultima dolente canzone, fino a Camelot, dove, questa è la versione di Tennyson, verrà un’ultima e unica volta, vista, ormai morta, da Lancillotto, che spende poche parole di circostanza su quella morte, da lui, pur involontariamente, causata.</p>
<p>Un&#8217;altra versione della vicenda parla di Passarosa (in francese <em>Passerose</em>, il nome della malvarosa, o malvone), la figlia del valvassore di Escalot, presso il quale alloggiano una sera messer Galvano e il suo seguito; non appena Galvano vede Passarosa e le parla, ne è attratto e le propone amore, ma ella si nega sostenendo di avere già il cuore impegnato con un altro, che ella nemmeno sa chi sia, perché solo l&#8217;ha visto combattere con straordinaria valentia, coperto completamente dall&#8217;armatura. Costui era, come si sa da altra parte del racconto, Lancillotto che combatteva in incognito. Alla fine la damigella scopre di chi si tratti, ma Lancillotto, secondo l&#8217;usuale copione, le si rifiuta pur con grande dolore (&#8220;<em>i capelli più lucenti d&#8217;un nappo d&#8217;oro, intrecciati con galloni d&#8217;oro e di seta, la pelle bianca e tenera come la neve che cade, gli occhi brillanti come quelli d&#8217;un falco di montagna, ma ridenti; della sua beltà la sala era tutta illuminata!</em>&#8220;). A quel punto Passarosa perde ogni capacità di vivere: &#8220;<em>Sappiate che, dal giorno in cui vi vidi, vi amai più che donna amò mai. Non posso più bere, né mangiare, né dormire, né riposare; non so più che soffrire notte e giorno. Solo con la morte il mio cuore potrà strapparsi da voi!</em>&#8220;. E qui la versione riprende il filo di quella seguita da Tennyson, Passarosa si lascia morire su una barca che scende lentamente il ruscello e va ad arenarsi ai piedi del castello di Camelot.</p>
<p>L&#8217;altra versione che vale la pena di menzionare è quella di Elaine di Astolat, la figlia di re Pelles, che pure si dice innamorata perdutamente di Lancillotto ‒ sempre inossidabilmente fedele alla sua, si fa per dire, Ginevra ‒ e che, assai più attrezzata delle precedenti, pur di giacere una notte con lui ricorre, e con successo, a complicate storie di filtri e ammaliamenti. La notte si rivelerà peraltro assai fruttuosa e il frutto, sarà <strong>Galahad</strong>, il Cavaliere Buono, uno dei tre cui sarà concesso di trovare il Graal, e l&#8217;unico, sembra, che poté guardarlo direttamente.</p>
<p>Un merito di queste storie è anche quello di avere dato occasione a dipinti, liriche e musiche, come quella cantata da <strong>Loreena McKennitt</strong>, che apre questo post, di grande piacevolezza (vedi <a href="http://homepage.mac.com/mseffie/assignments/shalott/toc.html">qui</a> per una buona rassegna).</p>
<p>Molte sono le diramazioni di questa assai diffusa storia: il titolo del post indica però che il tema che vorrei con questo proporre alla riflessione dei lettori, pur rendendomi conto che su ciò già molto inchiostro è stato speso e che la soggettività gioca qui un ruolo predominante, è quello appunto del famoso verso. Il verso che Dante mette in bocca a Francesca da Polenta, quando straziandosi descrive a Dante e a Virgilio la sua vicenda d’amore con Paolo Malatesta e, guarda caso, racconta come essi siano stati scoperti mentre leggevano le storie di Lancillotto e Ginevra (&#8230;<em>di Lancialotto come amor lo strinse</em>&#8230;).<br />
Neppure ritengo di aggiungere alle molte già fornite dalla tradizione dell’esegesi dantesca una ulteriore interpretazione del verso; desidero piuttosto proporre un&#8217;inconsueta chiarificazione linguistica.<br />
Il nucleo comune di tutte queste versioni della storia di Shalott racconta di una damigella che, al solo vedere Lancillotto da lontano, senza che lui nulla ne sappia, è presa da un complesso sentimento, perfino così coinvolgente da portarla a decidere di morire: bene, io proporrei di non chiamare amore, e neppure innamoramento, questo sentimento, qualsiasi altra parola va meglio, stordimento, pazzia, infatuazione, furibondo desiderio, sì, ma non amore.</p>
<p>Riserviamo questa parola a quello che davvero <em>a nullo amato amar perdona</em>, quello che è per sua definizione e natura <em>squisitamente</em> simmetrico, quello che non può non riguardare due persone che si sono guardate negli occhi, che hanno <em>comunicato</em>, e che hanno cominciato a capire qualcosa l’una dell’altra <em>che nessun altro ha capito fino a quel momento</em>, insomma quella cosa magica che a tutti noi è capitata almeno una volta, o più volte, nella vita e che la rende degna di essere vissuta.</p>
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