<?xml version="1.0" encoding="UTF-8"?><rss version="2.0"
	xmlns:content="http://purl.org/rss/1.0/modules/content/"
	xmlns:wfw="http://wellformedweb.org/CommentAPI/"
	xmlns:dc="http://purl.org/dc/elements/1.1/"
	xmlns:atom="http://www.w3.org/2005/Atom"
	xmlns:sy="http://purl.org/rss/1.0/modules/syndication/"
	xmlns:slash="http://purl.org/rss/1.0/modules/slash/"
	>

<channel>
	<title>asia &#8211; NAZIONE INDIANA</title>
	<atom:link href="https://staging.nazioneindiana.com/tag/asia/feed/" rel="self" type="application/rss+xml" />
	<link>https://staging.nazioneindiana.com</link>
	<description></description>
	<lastBuildDate>Tue, 30 Dec 2014 21:21:39 +0000</lastBuildDate>
	<language>it-IT</language>
	<sy:updatePeriod>
	hourly	</sy:updatePeriod>
	<sy:updateFrequency>
	1	</sy:updateFrequency>
	<generator>https://wordpress.org/?v=6.7.5</generator>
<site xmlns="com-wordpress:feed-additions:1">211417809</site>	<item>
		<title>I tortuosi sentieri del capitale / Giovanni Arrighi intervistato da David Harvey (2)</title>
		<link>https://staging.nazioneindiana.com/2009/11/20/giovanni-arrighi/</link>
					<comments>https://staging.nazioneindiana.com/2009/11/20/giovanni-arrighi/#comments</comments>
		
		<dc:creator><![CDATA[andrea inglese]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 20 Nov 2009 07:00:15 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[incisioni]]></category>
		<category><![CDATA[Adam Smith]]></category>
		<category><![CDATA[africa]]></category>
		<category><![CDATA[asia]]></category>
		<category><![CDATA[capitalismo]]></category>
		<category><![CDATA[cina]]></category>
		<category><![CDATA[classe operaia]]></category>
		<category><![CDATA[crisi finanziaria]]></category>
		<category><![CDATA[Giovanni Arrighi]]></category>
		<category><![CDATA[Il Manifesto del Partito Comunista]]></category>
		<category><![CDATA[marx]]></category>
		<category><![CDATA[Stati Uniti]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.nazioneindiana.com/?p=26446</guid>

					<description><![CDATA[Il Tribunale brasiliano concede l&#8217;estradizione a Battisti. Prime pagine dei quotidiani di giovedì 19 novembre. Già si prepara una dibattito all&#8217;italiana: ci chiederanno se siamo pro o contro l&#8217;estradizione di Battisti, se lo vogliamo difendere o no, e intanto si restringerà ancora di più la visuale sugli anni Settanta. Battisti diventerà ancora una volta il [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><em>Il Tribunale brasiliano concede l&#8217;estradizione a Battisti. Prime pagine dei quotidiani di giovedì 19 novembre. Già si prepara una dibattito all&#8217;italiana: ci chiederanno se siamo pro o contro l&#8217;estradizione di Battisti, se lo vogliamo difendere o no, e intanto si restringerà ancora di più la visuale sugli anni Settanta. Battisti diventerà ancora una volta il simbolino dentro cui ficcare un decennio di studi, lotte, esperimenti collettivi. Io ripropongo, intanto, la seconda parte dell&#8217;intervista di Giovanni Arrighi, a dire ai pochi che hanno orecchie per intendere, della mia età e sopratutto più giovani, quegli anni sono tante e diverse cose. Non solo un buco nero, anche una miniera. L&#8217;itinerario umano e intellettuale di Giovanni Arrighi sta qui ad indicarlo. A I</em> &#8211; La prima parte <a href="https://www.nazioneindiana.com/2009/11/17/i-tortuosi-sentieri-del-capitale-giovanni-arrighi-intervistato-da-david-harvey/">qui</a> &#8211;</p>
<p>Traduzione di <strong>Gherardo Bortolotti</strong></p>
<p>[Si riportano di seguito alcuni estratti dall’ultima intervista di Arrighi, rilasciata a David Harvey e apparsa sul numero 56 (mar.-apr. 2009) della <a href="http://www.newleftreview.org/?view=2771">New Left Review</a>. Ringrazio David Harvey, Beverly Silver, Kheya Bag per la disponibilità, Nicola Montagna per i pareri sulla traduzione e la Fondazione Istituto Gramsci Emilia-Romagna per le indicazione bibliografiche. Gh. B.]</p>
<p>[&#8230;]<br />
<em>Un’altra idea, alla quale hai fornito una profondità teorica molto più grande, ma che ciononostante deriva da Braudel, è la nozione che l’espansione finanziaria annunci l’autunno di un particolare sistema egemonico, e preceda lo spostamento verso una nuova egemonia. Questa sembrerebbe un’intuizione centrale in</em> The long twentieth century(1)?<br />
<span id="more-26446"></span><br />
Sì. L’idea era che le organizzazioni capitaliste, che fanno da guida in una data epoca, siano anche le guide dell’espansione finanziaria, che si dà sempre quando l’espansione materiale delle forze produttive raggiunge i suoi limiti. La logica di questo processo – anche se, di nuovo, Braudel non la fornisce – è che quando la competizione si intensifica, l’investimento nell’economia materiale diventa sempre più rischioso e, quindi, la preferenza di liquidità di chi accumula è accentuata, la qual cosa, a sua volta, crea le condizioni di offerta dell’espansione finanziaria. La questione successiva, naturalmente, è come vengono create le condizioni di domanda per le espansioni finanziarie. Per questo aspetto, mi sono basato sull’idea di Weber che la competizione inter-statale per il capitale mobile costituisca la specificità, nella storia mondiale, dell’età moderna. Questa competizione, sostengo, crea le condizioni di domanda per l’espansione finanziaria. L’idea di Braudel di “autunno” – come fase conclusiva di un processo di leadership nell’accumulazione, che va dal materiale al finanziario e finalmente al trasferimento per opera di un altro leader – è cruciale. Ma lo è anche l’idea di Marx che l’autunno di uno stato particolare, che sta avendo la sua espansione finanziaria, è anche la primavera di un altro luogo: i surplus che si accumulano a Venezia vanno in Olanda; quelli che si accumulano in Olanda dopo vanno in Gran Bretagna; e quelli che si accumulano in Gran Bretagna vanno negli Stati Uniti. In questo modo, Marx ci mette in grado di completare quello che troviamo in Braudel: l’autunno diventa altrove una primavera, producendo una serie di sviluppi interconnessi.</p>
<p>[&#8230;]</p>
<p><em>Ancora sulla questione della manodopera, potremmo allora ritornare sul tuo saggio del 1990, riguardo al ricostituirsi del movimento operaio mondiale, </em>Marxist century, American century(2)?<em> Lì sostieni che la descrizione di Marx della classe operaia, nel Manifesto, è profondamente contraddittoria, dato che pone l’accento allo stesso tempo sul crescente potere collettivo della forza lavoro, come effetto dello sviluppo capitalista, e sul suo crescente impoverimento, corrispondendo i due aspetti, concretamente, ad un esercito industriale attivo e ad un esercito di riserva. Marx, metti in evidenza, pensava che entrambe le tendenze si sarebbero trovate unite in una medesima massa umana; ma tu sei andato oltre, proponendo che, all’inizio del XX secolo, in effetti si polarizzarono spazialmente. In Scandinavia e nell’Anglosfera, è prevalsa la prima, in Russia e ancora più a est la seconda – con Bernstein che comprendeva la situazione della prima, e Lenin dell’ultima – portando alla divisione tra le ali riformista e rivoluzionaria del movimento operaio. Nell’Europa centrale – Germania, Austria, Italia – d’altra parte, proponevi che ci fosse un equilibrio più incerto tra l’esercito attivo e la riserva, cosa che portò agli equivoci di Kautsky, incapace di scegliere tra riforma e rivoluzione, contribuendo alla vittoria del fascismo. Alla fine del saggio, suggerivi che potrebbe essere prossima una ricomposizione del movimento operaio – con la miseria che riappare in Occidente, per il ritorno di una disoccupazione diffusa, e il potere collettivo degli operai, con la rinascita della Solidarność, che riappare nell’Est, forse riunendo ciò spazio e storia avevano diviso. Come vedi oggi una prospettiva di questo tipo?</em></p>
<p>Ecco, la prima cosa è che, insieme a questo scenario ottimistico dal punto di vista dell’unificazione delle condizioni della classe operaia in termini globali, c’era anche una considerazione più pessimistica nel saggio, che sottolineava una cosa che ho sempre considerato un difetto serio del <em>Manifesto</em> di Marx e Engels. C’è un salto logico che proprio non regge, intellettualmente e storicamente – l’idea che, per il capitale, quelle cosa che noi oggi chiameremmo genere, etnia, nazionalità, non abbiano importanza. Che la sola cosa che abbia importanza per il capitale sia la possibilità dello sfruttamento; e che quindi è il gruppo sociale più sfruttabile quello che viene impiegato, senza alcuna discriminazione in base alla razza, il genere, l’etnia. Questo è certamente vero. Tuttavia, non ne deriva che i vari gruppi sociali all’interno della classe operaia lo accettino così semplicemente. In effetti, è proprio nel momento in cui la proletarizzazione diventa generalizzata, che gli operai iniziano a mobilitarsi su qualunque tipo di differenza di status riescano a identificare o costruire, per ottenere un trattamento privilegiato da parte dei capitalisti. Si mobiliteranno lungo linee di genere, linee di nazionalità, di etnia o quant’altro, per ottenere un trattamento privilegiato da parte del capitale.</p>
<p><em>Marxist century, American century</em> quindi non è così ottimistico come potrebbe essere apparso, poiché puntava su questa tendenza interna alla classe operaia ad accentuare le differenze di status, per proteggere se stessa dalla disposizione del capitale a trattare la forza lavoro come una massa indifferenziata, che va impiegata solo nella misura in cui permette al capitale di mietere profitti. Così l’articolo finisce con una nota ottimistica, per cui c’è una tendenza al livellamento ma, allo stesso tempo, dovremmo tenere in conto che gli operai lotteranno per proteggersi, attraverso la formazione o il consolidamento di gruppi sociali, proprio contro questa tendenza.</p>
<p><em>Questo vuol dire che la differenziazione tra l’esercito attivo e la riserva industriale tende anche ad essere divisa in base allo status – razzializzata, per così dire?</em></p>
<p>Dipende. Se si guarda al processo globalmente – laddove l’esercito di riserva non è solo il disoccupato, ma anche il sommerso o l’escluso – allora c’è di sicuro una divisone di status tra i due. La nazionalità è stata usata da segmenti della classe operaia, dell’esercito attivo, per differenziarsi dall’esercito di riserva globale. A livello nazionale, la cosa è meno chiara. Se si prendono gli Stati Uniti o l’Europa, è molto meno evidente che ci sia, in effetti, una differenza di status tra l’esercito attivo e quello di riserva. Ma con i migranti che in questo periodo stanno arrivando da paesi molto più poveri, i sentimenti anti-immigrazione, che sono una manifestazione di questa tendenza a creare distinzioni di status all’interno della classe operaia, sono cresciuti. E, così, si tratta di un’immagine molto complessa, specialmente se si guarda ai flussi transnazionali di migrazione, e alla situazione, per cui l’esercito di riserva è principalmente concentrato nel Sud globale piuttosto che nel Nord.<br />
<em><br />
Nel tuo articolo del 1991,</em> World income inequalities and the future of Socialism (3), <em>hai mostrato la straordinaria stabilità, nel XX secolo, della gerarchia della ricchezza regionale – nella misura in cui la differenza nelle entrate pro capite tra il centro, rappresentato dal Nord e Ovest del mondo, ed il Sud ed Est periferici e semiperiferici, era rimasta immutata o, in effetti, si era approfondita dopo mezzo secolo di sviluppo. Il comunismo, evidenziavi, ha fallito nel diminuire quella differenza in Russia, nell’Europa Orientale e in Cina, benché non avesse fatto peggio del capitalismo in America latina, nell’Asia Sud-orientale o in Africa, e sotto altri punti di vista – una distribuzione del reddito più egualitaria all’interno della società ed una più grande indipendenza dello stato dal centro Nord-Occidentale – avesse fatto decisamente meglio. Circa due decenni dopo, la Cina ha ovviamente rotto lo schema che avevi descritto allora. Quanto è stata una sorpresa – o quanto non lo è stata – per te?</em></p>
<p>Per prima cosa, non dovremmo esagerare la portata con cui la Cina ha rotto lo schema. Il livello di reddito pro capite in Cina era così basso – ed è ancora basso, se paragonato alle nazioni ricche – che anche i progressi più grandi devono essere circostanziati. La Cina ha raddoppiato la sua posizione rispetto al mondo ricco, ma la cosa vuol dire solo andare dal 2 per cento del reddito medio pro capite dei paesi ricchi al 4 per cento. È vero che la Cina è stata decisiva nel produrre una riduzione delle disuguaglianze di reddito a livello mondiale tra le nazioni. Se non si conta la Cina, la posizione del Sud è peggiorata a partire dagli anni ‘80; se la si conta, allora il Sud è migliorato di un poco, dovuto quasi esclusivamente al miglioramento della Cina. Ma, naturalmente, c’è stata una grande crescita della disuguaglianza all’interno della RPC, cosicché la Cina ha contribuito anche all’aumento degli ultimi decenni delle disuguaglianze all’interno delle nazioni su scala mondiale. Prendendo i due indici insieme – disuguaglianza tra e dentro le nazioni – statisticamente la Cina ha portato quasi ad una riduzione nel totale della disuguaglianza globale. Non dovremmo esagerare questa cosa – lo schema mondiale è ancora quello delle fortissime differenze, che si stanno riducendo di piccola misura. Comunque, è importante perché cambia le relazioni di potere tra le nazioni. Se va avanti, può anche cambiare la distribuzione globale del reddito, da una ancora molto polarizzata ad una più normale, sul tipo di quella di Pareto.</p>
<p>La cosa mi ha sorpreso? In una certa misura, sì. In effetti, è per questo che, negli ultimi quindici anni, ho spostato il mio interesse verso lo studio dell’Asia Orientale, realizzando che, benché l’Asia Orientale – eccetto il Giappone, chiaramente – faccia parte del Sud, ha alcune peculiarità che la mettono in grado di generare un tipo di sviluppo che non si adatta affatto allo schema di disuguaglianza stabile tra le regioni. Allo stesso tempo, nessuno ha mai affermato – certamente non l’ho fatto io – che la stabilità nella distribuzione globale del reddito significava anche l’immobilità di nazioni e regioni specifiche. Una struttura abbastanza stabile di disuguaglianza può persistere, con alcune nazioni che vanno su e altre giù. E questo, in una certa misura, è quello che è successo. Dagli anni ‘80 e ‘90, in particolare, lo sviluppo più importante è stata la biforcazione tra un’Asia Orientale altamente dinamica e in mobilità verso l’alto ed un’Africa stagnate ed in mobilità verso il basso, particolarmente l’Africa Meridionale – “l’Africa delle riserve di forza lavoro”, di nuovo. Questa biforcazione è la cosa che mi interessa di più: perché l’Africa Meridionale e l’Asia Orientale si sono mosse in direzioni così opposte. È un fenomeno importantissimo da capire, perché vorrebbe anche dire modificare la nostra comprensione dei fondamenti di uno sviluppo capitalista di successo e di quanto si basa o no sulla spoliazione – la completa proletarizzazione della classe contadina – come è successo nell’Africa Meridionale, o sulla proletarizzazione molto parziale che ha avuto luogo in Asia Orientale. Così, la divergenza di queste due regioni porta in evidenza un grossa questione teorica, che di nuovo sfida l’identificazione di Brenner dello sviluppo capitalista con la completa proletarizzazione della forza lavoro.</p>
<p>Chaos and governance <em>sosteneva prima di altri, nel 1999, che l’egemonia americana sarebbe decaduta principalmente attraverso la crescita dell’Asia Orientale, e soprattutto della Cina. Allo stesso tempo, apriva la prospettiva secondo la quale sarebbe stata quella anche la regione in cui la forza lavoro avrebbe posto in futuro la sfida più aspra al capitale, a livello mondiale. È stato a volte suggerito che c’è una tensione tra queste prospettive – la crescita della Cina come centro di potere rivale agli Stati Uniti e il crescente fermento tra le classi operaie in Cina. Tu come vedi la relazione tra le due?</em></p>
<p>La relazione è molto stretta perché, prima di tutto, contrariamente a quanto molti pensano, i contadini e gli operai cinesi hanno una tradizione millenaria di irrequietezza, che non ha paralleli in nessun’altra parte del mondo. In effetti, molte transizioni dinastiche sono state provocate dalle ribellioni, dagli scioperi e dalle dimostrazioni – non solo di operai e contadini, ma anche di commercianti. Questa è una tradizione che continua fino al presente. Quando Hu Jintao disse a Bush, pochi anni fa, “Non preoccupatevi che la Cina cerchi di sfidare il dominio degli USA; abbiamo già troppe preoccupazioni a casa”, si stava riferendo ad una delle caratteristiche principali della storia cinese: come contrastare la combinazione di ribellioni interne da parte delle classi subordinate e di invasioni esterne da parte dei cosiddetti barbari – dalle Steppe, fino al XIX secolo, e poi, a partire dalle Guerre dell’Oppio, dal mare. Queste sono sempre state le opprimenti preoccupazioni dei governi cinesi ed hanno messo dei limiti molto stretti al ruolo della Cina nelle relazioni internazionali. La stato della Cina imperiale della fine del XIX e del XX secolo era essenzialmente una specie di stato sociale pre-moderno. Queste caratteristiche vennero riprodotte anche nel corso dell’evoluzione successiva. Durante gli anni ‘90, Jiang Zemin ha fatto uscire il genio del capitalismo dalla lampada. I tentativi di questi giorni di rimetterlo dentro devono essere messi nel contesto di questa tradizione molto più lunga. Se le ribellioni delle classi subordinate cinesi si concretizzassero in una nuova forma di stato sociale, allora avrebbero un’influenza sullo schema delle relazioni internazionali per i successivi venti o trenta anni. Ma l’equilibrio tra le forze di classe in Cina è ancora fuori portata.</p>
<p>C’è una contraddizione tra essere uno dei maggiori centri di fermento sociale ed essere una potenza in crescita? Non necessariamente – gli Stati Uniti negli anni ‘30 erano all’avanguardia delle lotte operaie, nello stesso momento in cui stavano emergendo come potenza egemonica. Il fatto che queste lotte avessero successo, nel bel mezzo della Grande Depressione, fu un fattore significativo nel rendere gli USA socialmente egemonici anche per le classi operaie. È stato sicuramente il caso dell’Italia, dove l’esperienza americana divenne il modello per alcuni sindacati cattolici.</p>
<p>[&#8230;]<br />
<em><br />
Per ritornare alla questione delle crisi capitaliste. Il tuo saggio del 1972,</em> Towards a theory of capitalist crisis, <em>mette in opera una comparazione tra la lunga flessione del 1873-1896 e la predizione, che si dimostrò completamente accurata, di un’altra crisi simile, sottolineando le somiglianze ma anche delle importanti differenze tra le due. Però hai scritto di meno sulla crisi dal 1929 in poi. Ti sembra che la Grande Depressione continui ad essere di minor rilevanza?<br />
</em><br />
Beh, non di minor rilevanza, perché in effetti è la crisi più seria di cui il capitalismo storico abbia fatto esperienza; certamente, fu un punto di svolta decisivo. Ma fu anche educativa, per i poteri a venire, nei termini di ciò che avrebbero dovuto fare per non ripetere quella esperienza. Ci sono una varietà di strumenti, più o meno riconosciuti, per prevenire che quel tipo di crollo accada di nuovo. Anche adesso, benché il collasso della borsa sia paragonato agli anni ‘30, credo – ma posso sbagliarmi – che sia le autorità monetarie che i governi degli stati, che effettivamente hanno voce in capitolo in tutto questo, abbiamo intenzione di fare tutto quello che possono per evitare che il collasso dei mercati finanziari abbia effetti sociali simili agli anni ‘30. Semplicemente non se lo possono permettere, politicamente. E così se la caveranno in qualche modo, faranno tutto quello che devono. Anche Bush – e prima di lui Reagan – per tutta la loro ideologia da libero mercato, si sono basati su una forma estrema di spese statali keynesiane. La loro ideologia è una cosa, quello che fanno effettivamente è un’altra, dato che rispondo a situazioni politiche a cui non possono permettere di deteriorarsi troppo. Gli aspetti finanziari possono anche essere simili agli anni ‘30, ma c’è una maggiore consapevolezza e dei vincoli più stretti sulle autorità politiche perché non si lasci che questi processi abbiano effetti, sulla cosiddetta economia reale, nella stessa misura con cui lo fecero negli anni ‘30. Non sto dicendo che la Grande Depressione sia meno rilevante ma non sono convinto che sia in procinto di ripetersi nel prossimo futuro. La situazione dell’economia mondiale è radicalmente differente. Negli anni ‘30 era fortemente segmentata e quello potrebbe essere stato un fattore che ha prodotto le condizioni per quei crolli. Adesso, è molto più integrata.</p>
<p><em>In</em> Towards a theory of capitalist crisis <em>descrivi un conflitto strutturale profondo, all’interno del capitalismo, nel quali fai una distinzione tra le crisi che sono causate da un tasso troppo alto di sfruttamento, che conduce ad una crisi di realizzazione a causa dell’insufficienza della domanda reale, e quelle causate da un tasso troppo basso di sfruttamento, che taglia la domanda di mezzi di produzione. Ora, mantieni ancora questa distinzione generale e, se sì, diresti che ci troviamo in una crisi di realizzazione soggiacente, mascherata da finanziarizzazione ed espansione dell’indebitamento privato, dovuta alla repressione dei salari che ha caratterizzato il capitalismo degli ultimi trenta anni?</em></p>
<p>Sì. Credo che negli ultimi trenta anni ci sia stato un cambiamento nella natura delle crisi. Fino ai primi anni ‘80, la crisi era tipicamente una crisi di caduta del saggio di profitto, dovuta all’intensificarsi della concorrenza tra le agenzie capitaliste, e dovuta a circostanze nelle quali la manodopera era molto meglio attrezzata per difendersi rispetto alle precedenti depressioni – sia alla fine del XIX secolo che negli anni ‘30. Quella era la situazione per tutti gli anni ‘70. La controrivoluzione monetaria di Reagan e Thatcher era finalizzata negli effetti a minare questo potere, questa capacità che le classi operaie avevano di difendersi – non fu il solo obiettivo, ma fu uno degli obiettivi principali. Credo che tu citi un qualche consigliere di Thatcher, che diceva che ciò che fecero fu&#8230;</p>
<p><em>&#8230;creare un esercito industriale di riserva; esattamente&#8230;</em></p>
<p>&#8230;ciò che Marx diceva che avrebbero dovuto fare! Questo cambiava la natura della crisi. Negli anni ‘80 e ‘90 e adesso, negli anni 2000, stiamo davvero affrontando una crisi di sovrapproduzione, con tutte le caratteristiche tipiche. I redditi sono stati ridistribuiti in favore dei gruppi e delle classi che hanno un’alta liquidità ed una disposizione speculativa; così i redditi non tornano in circolazione nella forma di una domanda effettiva ma vanno nelle speculazioni, creando bolle che scoppiano regolarmente. Dunque, sì, la crisi si è trasformata da crisi di caduta del saggio di profitto, dovuta all’intensificazione della concorrenza tra i capitali, a crisi di sovrapproduzione, dovuta alla scarsità sistematica di domanda effettiva, creata dalle tendenze dello sviluppo capitalista.</p>
<p>[&#8230;]</p>
<p><em>Una delle conclusioni di Marx ne Il capitale, in modo particolare nel Primo volume, è che l’adozione di un sistema di libero mercato di tipo smithiano condurrebbe alla crescita delle disuguaglianze di classe. Fino a che punto l’introduzione di un regime smithiano a Pechino comporta il rischio di disuguaglianze di classe ancora più grandi, in Cina?</em></p>
<p>La mia tesi nel capitolo teorico su Smith, in <em>Adam Smith in Beijing</em>(4), è che non c’è alcuna nozione nella sua opera di mercato autoregolantesi, come nel credo neoliberista. La mano invisibile è quello dello stato, che dovrebbe regolamentare in modo decentrato, con un minimo di interferenza burocratica. In sostanza, l’azione del governo in Smith è a favore della manodopera, non a favore del capitale. È del tutto esplicito rispetto al fatto che non è a favore del far competere gli operai, per una riduzione dei salari, ma del far competere i capitalisti, per ridurre i profitti alla minima ricompensa accettabile per il loro rischio. Le concezioni correnti lo stravolgono da capo a piedi. Ma non è ancora chiaro verso dove si è diretta la Cina oggi. Nell’era di Jiang Zemin, negli anni ‘90, si era diretta certamente nella direzione del far competere gli operai a beneficio del capitale e del profitto; su questo non ci sono dubbi. Ora c’è un’inversione, tale che come ho detto prende in considerazione non solo la tradizione della rivoluzione e del periodo di Mao, ma anche gli aspetti da stato sociale del tardo impero cinese sotto la dinastia Qing, nel XVIII secolo e fino alla fine del XIX. Non scommetto su nessun risultato in particolare, in Cina, ma dobbiamo mantenere una mente aperta per vedere dove sta andando.</p>
<p>[&#8230;]</p>
<p><em>In </em>The long twentieth century, <em>delinei tre possibili risultati al caos sistemico verso cui la lunga ondata di finanziarizzazione, che cominciò nei primi anni ’70, ci stava conducendo: un impero mondiale controllato dagli Stati Uniti, una società di mercato mondiale in cui nessuno stato dominasse sugli altri o una nuova guerra mondiale che avrebbe distrutto l’umanità. In tutte e tre le eventualità, il capitalismo, per come si era storicamente sviluppato, sarebbe scomparso. In </em>Adam Smith in Beijing, <em>concludi che, con il fallimento dell’Amministrazione Bush, il primo risultato era ormai escluso del tutto, lasciando solo gli ultimi due. Ma non c’è, almeno logicamente, una possibilità all’interno della tua cornice teorica che la Cina possa emergere nel tempo come una nuova potenza egemone, prendendo il posto degli Stati Uniti, senza alterare le strutture del capitalismo e del territorialismo per come le descrivi? Escludi questa possibilità?</em></p>
<p>Non escludo quella possibilità ma iniziamo a chiarire in modo preciso cosa ho detto effettivamente. Il primo dei tre scenari che prevedevo, alla fine di The long twentieth century, era un impero mondiale controllato dagli Stati Uniti in cooperazione con i loro alleati europei. Non avrei mai pensato che gli USA sarebbero stati così sconsiderati da cercare di andare da soli verso un Nuovo Secolo Americano – era semplicemente un progetto troppo folle per prenderlo in considerazione; e, naturalmente, gli si è ritorto contro immediatamente. In effetti, all’interno dell’establishment della politica estera USA c’è una forte corrente che vorrebbe mettere una pezza alle relazioni con l’Europa, che erano tese a causa dell’unilateralismo dell’Amministrazione Bush. Quella è ancora una possibilità, anche se adesso è meno plausibile di quanto lo fosse prima. Il secondo punto è che una società di mercato mondiale ed un peso maggiore della Cina nell’economia globale non si escludono a vicenda. Se si guarda al modo in cui la Cina si è storicamente comportata verso i propri vicini, ci sono sempre state delle relazioni basate più sul commercio e sugli scambi economici che non sul potere militare; è ancora questa la situazione. Le persone spesso fraintendono questa cosa: pensano che io immagini l’elemento cinese come se fosse più morbido o migliore dell’Occidente; ma il discorso non ha niente a che fare con questo. Ha a che fare con i problemi di governance di una nazione come la Cina, di cui abbiamo discusso. La Cina ha una tradizione di ribellioni che nessun altro territorio di dimensioni simili ha mai affrontato. Inoltre i suoi governanti sono estremamente consci della possibilità di nuovi invasori dal mare – in altre parole, dagli USA. Come sottolineo, nel Capitolo X di Adam Smith in Beijing, ci sono diversi piani americani riguardo a come comportarsi con la Cina, nessuno dei quali è esattamente rassicurante per Pechino. A parte il piano di Kissinger, che è quello della cooptazione, gli altri prevedono sia una Guerra fredda diretta contro la Cina che il coinvolgimento della Cina in guerre con i suoi vicini, mentre gli USA giocano il ruolo del “terzo che se la gode”. Se la Cina emerge davvero, come credo farà, in quanto nuovo centro dell’economia globale, il suo ruolo sarà radicalmente diverso da quello delle precedenti potenze egemoni. Non solo a causa dei contrasti culturali, radicati come sono questi nelle differenze storico-geografiche; ma precisamente perché la storia e la geografia così diverse della regione dell’Asia Orientale avranno un impatto sulle nuove strutture dell’economia globale. Se la Cina è in procinto di diventare la potenza egemone, sta per diventare una potenza egemone in modi molto diversi dalle altre. Per dirne una, il potere militare sarà molto meno importante che non il potere culturale ed economico – specialmente il potere economico. Deve giocare la carta dell’economia molto più di quanto abbiano mai fatto gli USA o gli inglesi o gli olandesi.</p>
<p>[&#8230;]<br />
<em><br />
La crisi corrente del sistema finanziario mondiale sembra la dimostrazione più spettacolare che ci si potesse immaginare delle tue predizioni teoriche a lungo termine. Ci sono degli aspetti della crisi che ti hanno sorpreso?</em></p>
<p>La mia predizione era davvero semplice. La tendenza ricorrente verso la finanziarizzazione era, come dice Braudel, un segno dell’autunno di una particolare espansione materiale, centrata su uno stato particolare. In <em>The long twentieth century</em>, definivo l’avviamento della finanziarizzazione come la crisi segnale di un regime di accumulazione, e mettevo in evidenza che nel tempo – generalmente si trattava di circa mezzo secolo – la crisi terminale sarebbe seguita. Per le potenze egemoni precedenti, era possibile identificare sia la crisi segnale che, dopo, la crisi terminale. Per gli Stati Uniti, azzardai l’ipotesi che gli anni ‘70 fossero la crisi segnale; la crisi finale non era ancora arrivata – ma lo avrebbe fatto. Come sarebbe arrivata? L’ipotesi di base è che tutte queste espansioni finanziarie fossero fondamentalmente insostenibili, perché stavano trascinando verso la speculazione più capitale di quanto ne potessero effettivamente gestire – in altre parole, c’era una tendenza in queste espansioni finanziarie a sviluppare delle bolle di diverso tipo. Previdi che questa espansione finanziaria avrebbe portato alla fine ad una crisi terminale, perché le bolle sono insostenibili adesso come lo sono state nel passato. Ma non previdi i dettagli delle bolle: il boom del dot.com, la bolla edilizia.</p>
<p>Inoltre, rimasi ambiguo circa il punto in cui eravamo ai primi anni ‘90, quando scrissi The long twentieth century. Pensavo che, in qualche modo, la Belle Èpoque degli Stati Uniti fosse già finita, mentre in effetti era appena all’inizio. Reagan la preparò provocando una recessione di grandi dimensioni, che poi creò le condizioni per una successiva espansione finanziaria; ma effettivamente fu Clinton che supervisionò la Belle Èpoque, che così finì con il collasso finanziario degli anni 2000, specialmente del Nasdaq. Con lo scoppio della bolla edilizia, ciò che stiamo osservando ora è, del tutto chiaramente, la crisi terminale della centralità finanziaria e dell’egemonia degli USA.</p>
<p>[&#8230; ]</p>
<p><strong>Note</strong>:<br />
5) The long twentieth century / Giovanni Arrighi. &#8211; Verso, 1994. V. in italiano: Il lungo XX secolo / Giovanni Arrighi. &#8211; Il saggiatore, 1996.<br />
6) Arrighi, Marxist century, American century: the making and remaking of the World labour movement, nlr 1/179, Gen–Feb 1990.<br />
7)  Arrighi, World income inequalities and the future of Socialism, nlr 1/189, Sett–Ott 1991.<br />
8)  Adam Smith in Beijing / Giovanni Arrighi. &#8211; Verso, 2007. V. in italiano: Adam Smith a Pechino / Giovanni Arrighi. &#8211; Feltrinelli, 2008.</p>
]]></content:encoded>
					
					<wfw:commentRss>https://staging.nazioneindiana.com/2009/11/20/giovanni-arrighi/feed/</wfw:commentRss>
			<slash:comments>2</slash:comments>
		
		
		<post-id xmlns="com-wordpress:feed-additions:1">26446</post-id>	</item>
		<item>
		<title>Il sogno del nomade. Appunti dalla terra estrema.</title>
		<link>https://staging.nazioneindiana.com/2008/02/12/il-sogno-del-nomade-appunti-dalla-terra-estrema/</link>
					<comments>https://staging.nazioneindiana.com/2008/02/12/il-sogno-del-nomade-appunti-dalla-terra-estrema/#comments</comments>
		
		<dc:creator><![CDATA[franz krauspenhaar]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 12 Feb 2008 06:00:15 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[indiani]]></category>
		<category><![CDATA[Alaska]]></category>
		<category><![CDATA[asia]]></category>
		<category><![CDATA[chris mccandless]]></category>
		<category><![CDATA[fotografia]]></category>
		<category><![CDATA[francesca matteoni]]></category>
		<category><![CDATA[Giacomo Leopardi]]></category>
		<category><![CDATA[henry david thoreau]]></category>
		<category><![CDATA[lapponi]]></category>
		<category><![CDATA[lapponia]]></category>
		<category><![CDATA[natura]]></category>
		<category><![CDATA[nomadi]]></category>
		<category><![CDATA[sami]]></category>
		<category><![CDATA[sean penn]]></category>
		<category><![CDATA[werner herzog]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.nazioneindiana.com/2008/02/12/il-sogno-del-nomade-appunti-dalla-terra-estrema/</guid>

					<description><![CDATA[di Francesca Matteoni “In una certa stagione della nostra vita, noi siamo soliti considerare ogni pezzo di terra come possibile luogo di dimora”. HENRY D. THOREAU “Per quale diavolo di motivo volete tornare là? Non è che un vecchio autobus”. BUTCH KILLIAN, uno dei cacciatori d’alce che trovò il corpo di Chris McCandless a Stampede [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><a title="lapp.bmp" href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/02/lapp.bmp"><img fetchpriority="high" decoding="async" style="width: 160px; height: 262px;" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/02/lapp.bmp" alt="lapp.bmp" width="240" height="363" /></a></p>
<p>di <strong>Francesca Matteoni</strong></p>
<p>“In una certa stagione della nostra vita, noi siamo<br />
soliti considerare ogni pezzo di terra come possibile luogo<br />
di dimora”.<br />
HENRY D. THOREAU</p>
<p>“Per quale diavolo di motivo volete tornare là? Non è che<br />
un vecchio autobus”.<br />
BUTCH KILLIAN, <em>uno dei cacciatori d’alce che trovò il<br />
corpo di Chris McCandless a Stampede Trail, in Alaska nel<br />
Settembre 1992</em><br />
<em> </em></p>
<p><em>ricordare la propria ignoranza</em></p>
<p>Quando tra il 1845 ed il 1847 il filosofo americano Henry David Thoreau si trasferì a vivere in una capanna nei boschi presso il lago Walden nel Massachussetts, non lontano dalla sua città natale, non compiva una fuga dalla civiltà moderna, ma, parafrasandolo, “recuperava la sua ignoranza” &#8211; seguiva un’attitudine primigenia nell’uomo di scoperta e indagine del mondo, che viene inesorabilmente repressa dall’aderenza a modelli prestabiliti (il lavoro, la famiglia, la reputazione) con l’età adulta. Era il suo un atto profondamente etico, teso a dimostrare che conformandosi senza riserve al modello sociale consolidato si finisce spesso con il disobbedire alla nostra indole più intima, azzittendo quel particolare “genio” che dà all’individuo la sua singolarità.<span id="more-5333"></span></p>
<p>Doveva agitarsi qualcosa di simile nella mente del ventiduenne Chris McCandless, che nel 1990, dopo essersi laureato a pieni voti, decise di abbandonare lo stile di vita fino ad allora conosciuto, devolvendo i suoi risparmi in beneficienza e rinunciando alla sua identità anagrafica. Distrusse i documenti, si ribattezzò Alexander Supertramp, il supervagabondo, ed iniziò a viaggiare per l’America, attraversando Arizona, California, navigando in canoa il fiume Colorado fino al Pacifico, lavorando per un periodo come operaio nelle piantagioni di grano in South Dakota, preparandosi alla sua meta finale: le terre selvagge, ostili dell’Alaska. Quando nel settembre 1992 il suo corpo, denutrito ed in stato di avanzata decomposizione, fu scoperto all’interno di un bus abbandonato, lungo un sentiero poco percorso in un parco dell’Alaska sud-orientale, iniziò il mito o addirittura il “culto” di McCandless. Lo scrittore e avventuriero Jon Krakauer scrisse un articolo e conseguentemente un libro, <em>Into the Wild</em>, nel quale oltre a riportare le testimonianze di chi aveva conosciuto McCandless, propone storie di altri americani affascinati mortalmente dall’ultima frontiera o dal mito della natura incontaminata: l’ovest, il deserto americano, il grande nord.</p>
<p>Dopo aver letto due volte il libro, nell’agosto 2006, Sean Penn si recò al “Magic Bus”, come McCandless lo aveva ribattezzato, la sua ultima casa. In uno dei molteplici quaderni con le firme dei visitatori, Penn lasciò scritto queste parole da una poesia di Leonard Cohen: “<em>Sei andato per la tua strada. Anch’io la seguirò</em>”.<br />
Fedele a questo verso Penn ricrea nella sua trasposizione cinematografica una totale immedesimazione con il protagonista, e seguendo una linea già tracciata con l’esordio alla regia in <em>Lupo Solitario </em>(The Indian Runner, 1991), fa esplodere come istinto primordiale il legame tra spirito umano e natura. Nella mitologia di Penn il viaggio di Chris inizia nella corsa del cervo che apre <em>The Indian Runner</em>, in quel battito accelerato dove si uniscono il cacciatore indiano e la preda. Mentre però nell’opera prima questo richiamo selvaggio e l’insofferenza verso la società si risolvevano in una violenza tragica, in <em>Into The Wild</em> prevale il denudamento dell’essere, il confronto con l’esperienza del proprio credo fino alle sue drastiche conseguenze – una graduale, quasi ascetica, spoliazione. La bellezza visiva dell’opera di Penn è indebitata con l’insegnamento di Terrence Malick: è impossibile non pensare a <em>I giorni del cielo</em>, quando sullo schermo scorre la distesa gialla dei campi di grano di Carthage nel Sud-Dakota; è ugualmente difficile non fare per un attimo il paragone tra la storia di McCandless e le fughe metafisiche nella boscaglia delle isole oceaniche del soldato Witt in <em>La sottile linea rossa</em>.</p>
<p>Ho pensato che questa bellezza del paesaggio, dell’esplorazione solitaria sia una risposta alla scelta di McCandless. Ma questo ragazzo non cercava primariamente il confronto con la natura, non era proiettato tanto verso l’esterno, quanto verso se stesso, né poteva sapere, inizialmente, quanto le due cose coincidessero.<br />
Ci sono vari dubbi, reazioni contrastanti che la storia di McCandless alimenta. Non è stato il solo ad imbarcarsi in una simile avventura: come cinicamente osservano alcuni detrattori, quasi tutti residenti in Alaska, l’unica differenza è che lui è morto. Non gli perdonano l’incoscienza, la poca umiltà, lo scarso rispetto per il luogo di cui aveva sottostimato le difficoltà concrete con cui ogni indigeno si scontra quotidianamente.<br />
Tutto giusto senz’altro dal punto di vista dell’autoctono, se non fosse che questa vicenda porta molti altri all’identificazione, ad essere toccati – forse, come suggerisce Krakauer, alcuni dei critici riconoscono in McCandless loro stessi da giovani e avendo percorso altre strade ne sono irritati, non inclini alla comprensione per qualcosa a cui da tempo hanno rinunciato.<br />
C’è poi chi ha tentato di darsi una spiegazione ricorrendo al disagio, ad una realtà familiare problematica, una forma di alienazione mentale: credo che nessun discorso con simili premesse sia valido ed esaustivo.</p>
<p>Io non mi sono mai spinta così lontano. Ma, specialmente anni fa, trascorrendo la notte nei boschi, dormendo nei campi e nella brughiera in Inghilterra o Scozia, suonando per strada, vagabondando digiuna in Bretagna e soprattutto trovandomi nell’enorme silenzio della foresta nordica in Finlandia, ho sentito la solitudine come atto di libertà, la voglia di strapparsi di dosso i ruoli, la stancante/asfissiante pressione dei giudizi altrui, l’esibizione sterile dei saperi &#8211; quasi come respirare finalmente il mistero della mia persona e delle possibilità nel mondo. Diventare responsabili di noi stessi, questo può significare essere soli, imparare ad ascoltare a guardarsi intorno come se tutto fosse costantemente nuovo. Ma la maggioranza degli individui ha paura della solitudine, dei demoni interiori che essa può svegliare, delle conferme che sradica quando ci si addentra in lei così come nell’intrico della foresta.</p>
<p>McCandless, mosso da una sete conoscitiva, da una dose di mancato buon senso, ma anche da un’ammirabile forza di volontà e dalla capacità di trovare sempre nuove risorse, cercava questa particolare solitudine che separa sottilmente il concetto di individuo da quello di singolo. La sua ricerca nasceva nell’amore fatale per i libri, che non abbandonò mai – Tolstoj, Thoreau, London, nello zaino insieme ad una scorta di riso e ad un fucile. Aveva creduto così intensamente alle parole da volerle vivere. Questo per me è abbastanza per provare rispetto, se non ammirazione. Non era un fuggiasco, ma un cercatore, un giovane uomo pieno di domande, più che di certezze da mettere in pratica. “Datemi la verità”, dice nel film, riprendendo le parole di Thoreau. Niente di più idealista e di più pericoloso: chi cerca la verità è pronto a scoperte impreviste, anche al nulla o ad un totale ribaltamento della sua prospettiva. La verità è un luogo vago, inesplorato. Nella sua geografia McCandless lo chiamò Alaska. Fece anzi un passo ulteriore, che si rivelò letale: si inventò una <em>terra incognita</em>, non tracciata sulla carta, semplicemente sbarazzandosi delle mappe topografiche. A pochi chilometri dal bus dove abitò potevano esserci, come infatti c’erano, tracce di costruzioni umane, capanni di cacciatori, rifugi con legna e scorte alimentari per chi si trovasse a vagare nei boschi e non molto lontano abitazioni, strade asfaltate. Ma lui non lo sapeva. Fu questa voluta ignoranza a segnare la trasformazione definitiva, portarlo dentro l’essenziale dove la vita è una continua sopravvivenza, la speculazione dello spirito un tutt’uno con la ricerca del cibo, la mappatura personale dell’ambiente. L’interno rovesciato come un guanto sull’esterno – ansie, sogni, affetti nella concretezza della terra abitata: le lastre di ghiaccio e melma nel fiume, la stortura dei rami, l’accensione di un fuoco, la notte che acuisce l’udito, l’asperità del freddo come un fiore arrossato sulle nocche, la pioggia scrosciante sulle lamiere, le prede scuoiate, il residuo delle ossa tra gli sterpi.</p>
<p>“Tutta la nostra vita è stupefacentemente morale”. Ancora Thoreau. Ma tornare nella natura mette a dura prova l’etica: sconvolge i confini di una mente educata, rende incerta la distinzione tra giusto e ingiusto, efferato e necessario, ci disarma con la sua cruda meraviglia ed il suo relativismo. McCandless, come scrive Krakauer, era combattuto riguardo all’uccisione di animali: particolare non sottovalutabile per chi volesse resistere nella terra selvaggia. Quando all’inizio dell’estate riuscì ad uccidere un alce, ma non a preservarne le carni, lasciando il cadavere infestato da parassiti ai lupi, scrisse nel suo diario che quella perdita costituiva “una delle più grandi tragedie della mia vita”. Non aggiunse spiegazioni. Nella parola “tragedia” sono uniti lo spreco di cibo, lo spettro corposo della fame, di una disperazione che non ha nulla di spirituale, e lo spreco di una bellezza vitale, il rimorso di aver ucciso a vuoto. La tragedia diviene il trauma di un passaggio compiuto: sia una realtà “morale”, l’evidenza amara dell’errore, che la violazione della moralità acquisita &#8211; la carta dei libri sfaldata in linfa, radice, carcassa sottostante, vuoto.</p>
<p>Liberato dall’ansia di riconoscimento, dalla delusione reiterata in cui si concludono quasi tutti i rapporti umani “adulti”(specialmente se non si scende a compromesso, se la direzione contraria dell’ego è sempre troppo manifesta, sconcertante per gli altri), ma anche dal cumulo di esigenze e aspettative che accompagnano coloro che ci troviamo ad amare, quale soluzione trovò McCandless a se stesso, nel crescere incessante del paesaggio? Noi non lo sappiamo. Il diario esiguo, la sua morte non ci rispondono: siamo chiamati a leggere quello che non c’è &#8211; intuire.<br />
Un passo, ad esempio, de <em>La felicità domestica </em>di Tolstoj sottolineato e annotato: “la felicità è vera solo se condivisa”. Quasi ad indicare che ogni viaggio verso il centro prevede un ritorno alla periferia, un tendere le mani, accettare l’imperfezione nostra e altrui.<br />
Ma non si accetta finché non ci si oppone, non si sperimenta.<br />
E ancora forse trovò che l’uomo in sé non è così importante. Non sta al centro di nulla, se non delle sue convinzioni. Chiunque cerchi genuinamente è prima o poi folgorato dalla magnifica indifferenza di ciò che è bello, vivo e feroce nonostante l’essere umano.</p>
<p>Una brevissima scena del film di Penn mostra McCandless, allo stremo delle forze, visitato da un grizzly che si sofferma vicino l’autobus, in quello che è il suo habitat naturale. Chris resta immobile – cauto, spaventato – l’animale lo valuta appena, proseguendo il suo cammino. <em>Tu sei niente.</em> C’è un sollievo, una sottrazione di peso, nell’accorgersi di non essere più di ciò che guardiamo, che a sua volta non necessariamente ci guarda.</p>
<p><em>difendere le illusioni</em></p>
<p>Su questa scena mi fermo, perché il mondo che si apre fluisce in un’altra storia solo apparentemente simile e nell’opera di un artista molto diverso.<br />
È facile fare un paragone con il destino di Timothy Treadwell, il “guerriero gentile”, che trascorse, completamente disarmato, tredici estati tra i grizzly della riserva nazionale di Katmai in Alaska. L’orso grizzly è il più grosso carnivoro terrestre. Può arrivare fino a tre metri in altezza. Treadwell, innamorato di questi animali, dette a tutti un nome, li filmò, si convinse di un legame speciale tra lui e gli orsi. Alla fine del settembre 2003, per un equivoco all’aeroporto, lui e la sua compagna non poterono far rientro in California: tornarono nella foresta, ma buona parte degli orsi conosciuti era ormai in letargo. Altri più feroci dall’interno erano sopravvenuti: fu probabilmente uno di questi ad uccidere i due, smembrandoli e divorandoli in parte. Nel 2005 il materiale documentaristico di Treadwell fu selezionato e raccolto nel film <em>Grizzly Man</em>, di Werner Herzog, accompagnato da una serie di interviste postume agli amici di Treadwell e ai testimoni della vicenda, e dal commento fuori campo di Herzog stesso.</p>
<p>A differenza di McCandless la figura di Treadwell non mi suscita tanto il rispetto, quanto la commozione &#8211; forse perché l’aspetto più commovente dell’essere umano sono spesso le sue titaniche illusioni. McCandless seguendo la traccia del suo spirito trovò la natura estrema – Treadwell, come suggerisce Herzog, spinto nella bellezza frastagliata del nord e dei suoi animali, aveva trovato lo scenario della sua salvifica illusione: mostrava nelle riprese non tanto la forza primitiva del luogo, ma il tormento della sua anima. Vedeva ciò che voleva vedere, traslando negli orsi e nelle volpi locali un senso di appartenenza, di gruppo sodale, che non aveva trovato nella comunità umana.</p>
<p>In una delle scene conclusive l’obbiettivo di Treadwell è vicinissimo all’espressione dell’orso – Herzog interviene con un terribile, indimenticabile, commento:<br />
“Ciò che mi turba è che, su tutti i volti di tutti gli orsi ripresi da Treadwell, non ho mai visto affinità, comprensione o pietà. Vedo solo la travolgente indifferenza della natura. Per me non esiste nessun mondo segreto degli orsi. Questo sguardo vuoto suggerisce solo una ricerca quasi meccanica di cibo. Ma per Timothy Treadwell quest’orso era un amico, un salvatore”.</p>
<p>Dentro di sé, io credo, Treadwell era consapevole, seppure remotamente, delle leggi di necessità e sopravvivenza che dominano la vita degli orsi, lo scenario delle terre selvagge, ed era probabilmente implicito in questa comprensione scomoda, l’eventualità della sua stessa morte. Non per gli orsi, come ripeteva con enfasi nei video, ma per la sua illusione.</p>
<p>Eppure chiunque abbia amato intensamente un cane, un gatto, il corpo morto di un animale boschivo, lo ha a volte, se non sempre, preferito all’uomo, riconoscendo in lui il senso dell’uguaglianza. Un’uguaglianza però che non appartiene ad una superiore e perduta armonia del creato, ma alla cognizione radicale della propria mortalità.</p>
<p><em>smembramento: andare all’altro mondo</em></p>
<p>Ecco dunque noi viaggiamo attraverso la morte. E tutto quello che chiamiamo esperienza non è che un processo di scarnificazione. Chiunque abbandona la società affronta il suo morire ed il conseguente mutamento.<br />
In una nota fiaba popolare, <em>Pelle d’asino</em>, la protagonista è costretta ad abbandonare la casa paterna e la sua identità, mascherandosi sotto la pelle putrescente dell’asino. I suoi abiti, l’investitura umana, la legittimazione come membro della società, viaggeranno con lei, nel sottosuolo, la casa dei morti. Prima di essere nuovamente riconosciuta, segnando il passaggio da figlia assoggettata al volere paterno a donna libera e adulta, Pelle d’asino deve perdere tutto, scomparire – essere la bestia selvatica che indossa.<br />
Più di altre la fiaba ha un fortissimo sostrato sciamanico.</p>
<p>Lo sciamano siberiano si travestiva con pelli, ossa e parti animali, per chiamare a sé gli spiriti e soprattutto la protezione dell’“animale madre”, lo spirito in forma di renna, alce, uccello, che ne aveva generato l’anima. Durante i viaggi estatici lo sciamano raccontava di venir squartato e mangiato dagli spettri, per essere poi ricomposto a partire dalle ossa, attentamente collezionate. Acquisiva così il sapere: osservando il corpo dilaniato dai demoni. Ogni demone gli trasmetteva una qualità.<br />
Gli spiriti dell’altro mondo avevano quasi sempre una forma animale: erano dunque riconoscibili, ma anche imprevedibili e pericolosi come gli abitanti della foresta.</p>
<p>Gli Inuit affermano che essere sciamano significa “nascondersi”. Lo sciamano è colui che “diventa seminascosto” oppure “chi si rifugia nell’impossibile nascondiglio”. Così facendo, disumanandosi in un luogo impervio e inimmaginabile, mantenendo tuttavia un legame con la sua gente umana per potervi fare ritorno, lo sciamano viene ucciso e sanato: impara a curare se stesso, per essere in grado di guarire gli altri. Apprende la lezione del nulla, ben iscritta nell’osso &#8211; impara, ripetutamente, a vivere la sua propria fine.</p>
<p><a title="lapp1ah7.jpg" href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/02/lapp1ah7.jpg"><img decoding="async" style="width: 315px; height: 228px;" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/02/lapp1ah7.jpg" alt="lapp1ah7.jpg" width="384" height="262" /></a></p>
<p><em>“che vuol dir questa solitudine immensa?”</em></p>
<p>Nel 1831 a Firenze, un uomo singolare che aveva trascorso buona parte della vita tra le mura della biblioteca della casa natale, viaggiando disperatamente nei libri, pubblicò una “canzone” che aveva per tema la riflessione lontanissima di un pastore, nella notte, nella steppa asiatica dei venti. L’idea era venuta a Giacomo Leopardi dalla lettura di un articolo francese sui canti eroici orali dei Kirghisi, una nazione nomade dell’Asia centro-settentrionale: canti tristi che i pastori improvvisavano sedendo sulle rocce dislocate della piana, sotto la luna. Con un’adesione immaginativa, più che emotiva, alla sorte di fatica e precarietà del nomade, Leopardi scrisse il <em>Canto notturno di un pastore errante per l’Asia</em>, un’opera antieroica sulla condizione umana. Perché proprio un nomade, perché non un altro uomo qualunque, suo vicino e conterraneo?</p>
<p>Il nomade per nascita non ha bisogno di esplorazioni, rinunce, allontanamenti dalla comunità per esperire il limite dell’uomo, la sua originale collocazione nel mondo. Non ha nessuna idilliaca visione della natura da coltivare o una società animale che sopperisca alle mancanze della sua propria. Uomini, animali, potenze terrestri e celesti cooperano e si avversano in modo egalitario.<br />
La sua solitudine è quella di ogni creatura vivente.</p>
<p>Penso a Dersù Uzala nella foresta siberiana che vede un uomo in ogni cosa: nel borbottio del fuoco, nel sole, nell’acqua, nella tigre. Quello che passa per infantile animismo è una forma di rispetto ed umiltà – la sapienza connaturata che non possediamo nulla, non controlliamo nemmeno le prede cacciate, non ci assicuriamo con un tetto e del cibo la vita quotidiana. Abbandonato un rifugio Dersù lascia una scorta di riso per chiunque passerà di lì, per una tacita fratellanza dove l’esistere coincide con il resistere, più che con l’affermazione individuale.</p>
<p>Meno di un secolo dopo il <em>Canto notturno</em>, all’inizio del Novecento, il lappone Johan Turi scrisse <em>La vita del lappone </em>il primo libro sulla sua gente, già vessata dai governi norvegese e finlandese, per testimoniare cosa significava essere gli ultimi nomadi europei &#8211; non reclamare un diritto sulla terra stagionalmente percorsa, ma esserne il frutto e la voce.</p>
<p>Il lappone &#8220;non capisce molto quando sta dentro una stanza chiusa, quando il vento non gli soffia nel naso&#8221;.<br />
Nelle migrazioni invernali, le famiglie cercano di proteggere gli elementi deboli, sebbene alcuni vecchi muoiano per il freddo e gli stenti e non ci sia tempo per i riti o il dolore – vanno seppelliti in fretta, prima di procedere.<br />
Un sentimento cosmico del destino, ma anche del bene che è nella vita (un bene indifferente: che non fa differenze), permea il rapporto tra nomade e animale, dove chi ha la meglio deve rendere merito allo sconfitto. Il lupo, il più odiato dei nemici, cacciato atrocemente e quasi sterminato, viene descritto come una creatura soprannaturale e maligna, a cui però si riconosce, quando gli uomini ne stanano e uccidono i cuccioli con l’aiuto dei cani, la stessa paura che ci abita tutti.<br />
Alla renna, che è nutrimento, riparo, mezzo di trasporto e compagno di giochi dei bambini, il lappone deve tutto.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&#8220;Il Lappone ha quasi la stessa indole della renna; entrambi tendono verso sud e verso nord, seguendo la consuetudine di sempre. Entrambi si intimoriscono facilmente, e per colpa di questa paura vengono scacciati da ogni parte. Ed è per questo che ora il lappone è costretto a vivere in posti dove non ci sono altri uomini oltre a lui, soltanto lassù sulle montagne nude; rimarrebbe lì anche per sempre, se solo potesse stare al caldo e avere pascolo per la sua mandria di renne. E il lappone conosce il tempo, un po&#8217; l&#8217;ha imparato anche dalla renna. E per lui è facile scaldarsi e trovare le strade, la trova anche al buio, con la nebbia e il nevischio; comunque sono molti i lapponi che ci riescono. E sciare e correre sono cose che fanno parte della sua indole. Ai tempi antichi i lapponi abitavano nei boschi di pini e vivevano in pace su ogni montagna, e quando non c&#8217;era più pascolo, quando le renne avevano sollevato con gli zoccoli tutta la neve, si spostavano su un&#8217;altra montagna o in un altro posto dove il pascolo non era ancora esaurito; quando la mandria ha pascolato in un posto, lì la neve diventa così dura che la renna non riesce a scavarla una seconda volta. Ed è bello quando c&#8217;è un buon pascolo: non c&#8217;è molto lavoro e non bisogna spingere le renne correndo sugli sci, a meno che non ci siano lupi. Nelle annate cattive la renna fugge a valle e i lapponi la seguono fino al mare, e un tempo molti abitavano lì, finché il contadino non li spaventò e li fece fuggire verso le montagne, e li inseguì finché le montagne li fermarono. E i lapponi salirono in montagna e costeggiarono le cime&#8221;.</p>
<p>Una volta l’Europa era tutta Lapponia.</p>
<p>(<em>La prima fotografia è di Alex Bernasconi</em>)</p>
]]></content:encoded>
					
					<wfw:commentRss>https://staging.nazioneindiana.com/2008/02/12/il-sogno-del-nomade-appunti-dalla-terra-estrema/feed/</wfw:commentRss>
			<slash:comments>48</slash:comments>
		
		
		<post-id xmlns="com-wordpress:feed-additions:1">5333</post-id>	</item>
	</channel>
</rss>

<!--
Performance optimized by W3 Total Cache. Learn more: https://www.boldgrid.com/w3-total-cache/

Page Caching using Disk: Enhanced 

Served from: staging.nazioneindiana.com @ 2026-06-19 16:04:45 by W3 Total Cache
-->