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	<title>aspirante filologo &#8211; NAZIONE INDIANA</title>
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		<title>Kurdistan</title>
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		<dc:creator><![CDATA[daniele ventre]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 02 Nov 2019 05:41:48 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[a gamba tesa]]></category>
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		<category><![CDATA[incisioni]]></category>
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		<category><![CDATA[aspirante filologo]]></category>
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					<description><![CDATA[di Daniele Ventre A tempo dato aprivano origini. Sul tetto a raso i nibbi planavano. Ci si attendeva. Un tempo d’ira batte alla porta con pugni fermi. Restava il piede in basso. Confermano lo stallo al segno –al limite minimo. Le voci rauche al buio dànno segno di corpi venduti a peso. Volava il totem [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Daniele Ventre</strong></p>
<p>A tempo dato aprivano origini.<br />
Sul tetto a raso i nibbi planavano.<br />
Ci si attendeva. Un tempo d’ira<br />
batte alla porta con pugni fermi.</p>
<p>Restava il piede in basso. Confermano<br />
lo stallo al segno –al limite minimo.<br />
Le voci rauche al buio dànno<br />
segno di corpi venduti a peso.</p>
<p>Volava il totem oltre il confliggere<br />
di rupi dallo stretto. Tessevano<br />
le donne parche tele a tema<br />
per le vendemmie del sangue calmo.</p>
<p>Cedevano agli impulsi dal margine<br />
dei lembi neri. In fede firmavano<br />
verbali di autopsie gli addetti<br />
a registrare la morte in rosa.</p>
<p>Ripensano alle tracce anatomiche<br />
di radiazioni e sciabole –accludono<br />
referti medici sui segni<br />
dello zodiaco alla carne impressi.</p>
<p>Raccolgono altre prove. Le insabbiano<br />
le seppelliscono oltre la formula<br />
di rito. Resta il corpo in serie:<br />
i bagagliai carrozzati in rosso:</p>
<p>le committenze mediche. Ai margini<br />
la piaga delle figlie a disperdersi<br />
nel retroscena. Nel complotto<br />
scelgono formule controsenso.</p>
<p>Riguardano altri casi. Riscaldano<br />
minestre vecchie. In trame ritessono<br />
cartelle mediche –ragioni<br />
senza processo –ne resta solo</p>
<p>il corpo in serie. A volte combattono<br />
sul fronte d’odio. Restano vittime<br />
sorprese in mezzo al branco –il gioco<br />
dei sacerdoti è lo stupro al cielo</p>
<p>aperto. Altrove eroi ritiravano<br />
salario e truppe. Indietro cedevano<br />
al fondo d’universo. Lingua<br />
manca a descrivere il passo inverso.</p>
]]></content:encoded>
					
		
		
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		<title>IL JOKER *</title>
		<link>https://staging.nazioneindiana.com/2019/10/22/sonia-caporossi-il-joker/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[daniele ventre]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 22 Oct 2019 04:55:43 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[a gamba tesa]]></category>
		<category><![CDATA[indiani]]></category>
		<category><![CDATA[aspirante filologo]]></category>
		<category><![CDATA[daniele ventre]]></category>
		<category><![CDATA[joker]]></category>
		<category><![CDATA[Sonia Caporossi]]></category>
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					<description><![CDATA[di Sonia Caporossi La tendenza al male presente in ogni uomo è il pervertimento del fondamento soggettivo dell’uso della libertà, che consiste nell’elevare a massima suprema del proprio agire la disponibilità a subordinare, all’occorrenza, il motivo della pura obbedienza alla legge ad altri motivi, ovvero gli interessi delle proprie inclinazioni sensibili. I. Kant Com’è che [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: right;">di <strong>Sonia Caporossi</strong></p>
<p style="text-align: right;"><em>La tendenza al male presente in ogni uomo<br />
è il pervertimento del fondamento soggettivo<br />
dell’uso della libertà, che consiste nell’elevare<br />
a massima suprema del proprio agire<br />
la disponibilità a subordinare, all’occorrenza,<br />
il motivo della pura obbedienza alla legge<br />
ad altri motivi, ovvero gli interessi<br />
delle proprie inclinazioni sensibili.</em></p>
<p style="text-align: right;">I. Kant</p>
<p>Com’è che dite voi? Io sono l’Apocalisse. Io sono l’allucinazione espressionistica del nulla da vedere, al cinema e in TV, nei fumetti e nei romanzi d’avventure. Sono l’agente immobiliare del Caos, che nell’incessante fluire storico compra case su case e cambia sede, per non pagare l’affitto al Padrone. Io sono la verga protesa sulle vostre falangi percosse e schiacciate dalla colpa. Mi chiamo Gwynplaine, e rubo alla mafia dei ricchi e dei potenti, terrorizzando il mondo, perché una bestia sola nell’intero formicaio può scovare gli immondi insetti che senza invito hanno invaso la sua scansia e saccheggiato la sua mensa, per sconfiggerli, per distruggerli, per toglierli di mezzo nella loro vana e aberrante ipocrisia borghese, da cavallette laboriose travestite di spirito calvinista e imprenditoriale. Chi siete voi per giudicarmi? Non siete altro che le formiche: io divoro le uova, e presto mi ciberò delle larve. Spaventatevi a sufficienza, agitate le vostre antenne, chiamatevi a raccolta, mettetevi in colonna, cominciate a marciare e toglietevi dalla mia strada. Io non sto cercando voi. Sto cercando l’Avversario. Sto cercando il Pipistrello.<br />
E tuttavia, questa è solo una, e poi una, e poi una delle mie incarnazioni. Perché nei film, nei romanzi, nei fumetti che mi danno voce il male ha pur sempre un’origine, una spiegazione, un motivo psicologico, sociale o materiale, viene osteso e reso accessibile; ma Io, come archetipo, una spiegazione al male non la devo mica dare: io non incarno il male relativo, do voce al male assoluto. Se forniamo una spiegazione all’origine del male, un senso antecedente a Lucifero e al Serpente, rendiamo rassicurante un male relativo: proviamo a saltare oltre lo steccato, proviamo a gettarci nel nulla senza origine e avremo la vertigine.<br />
Com’è che dico io? Pre–sento un presentimento. Avverto la decomposizione evanescente e malata della vostra sanità mentale, l’impigrito istinto allo scorrere di momenti senza cauzione, irretiti di terrore e sull’orlo del pianto, nell’incontrollabilità emozionale che vi sovrasta, quando soltanto incrociate il mio sguardo, con il mio ghigno stampato negli occhi, le cicatrici ai bordi delle labbra, striate di macule rosse e di fondotinta cerato; tirando su col naso, respiro la sbornia d’adrenalina che vi affloscia i muscoli delle gambe, nell’istinto impedito di scappare, quando mi trovate a sbarrarvi di nuovo il passo lì nel vicolo più buio in cui vi sia mai capitato di camminare; nell’amarezza liquida e raggelante di paura, in pieno inverno, di un poco lusinghiero pisciarsi sotto nei pantaloni.<br />
Io pre–sento un vostro pregiudiziale allontanamento dalla comprensione di ciò che intendo dire per legittimazione dell’atrocità, nell’enunciato primo del mio teorema etico ostentato; una cecità d’intenti che vi opprime, nel convincimento sovrano e pretestuoso che ciò che faccio sia sbagliato, dato il mio incarnare il male senza limiti e senza impedimento; che la mia vita, esemplarmente, non abbia il crisma del vero artista, “artista dell’omicidio a ciclo completo” come ho detto a Vicky Vale, in questa costruzione empirica di un corollario metafisico della colpa e della pena che voi, voi e soltanto voi pretendete essere una vostra lucida invenzione dai diritti depositati e riconosciuti socialmente.<br />
Non è così. Datelo per certo. E ora, se riuscite a seguirmi, non vi resta che ascoltarmi e convincervi che avete torto.<br />
Forse ciò che sto dicendo vi risulta eccessivamente profondo, o al contrario, troppo epidermico, troppo impastato d’ovvio, troppo malato e fuorviato per possedere un senso che sia pur lontanamente simile al vostro. Questo non mi preoccupa. La genialità del Male è sempre stata incompresa, nelle pretese teoretiche del transumanesimo e dell’estropianesimo selvaggio di chi insegue ciecamente il principio di proazione che vi libererà tutti, così almeno credete, poveri illusi!, dalle sabbie immobili delle tensioni e della paura del domani, almeno secondo More, ma non secondo Me. Voi state in fondo cercando, in quest’era titana esacerbata da sé stessa, di superare i vostri limiti di singoli e di gruppo; tracciate continuamente, su un piano schiettamente cartesiano, le rotte direttive dei vostri bruschi cambiamenti di azione e di morale, interpolando all’infinito punti su punti, tentativi su tentativi, finzioni su finzioni, ricercando il polinomio superumano che vi libererà un giorno che voi pensate abbia luogo, ma che invero non verrà mai. Quindi, per Dio o per il Demonio, dov’è la Verità?<br />
Se ci dovessimo tutti ritrovare, e il caso della storia del Novecento lo dimostra nella sua bella forma e nel suo orribile contenuto, nella situazione imprevista di un’interpolazione con polinomi di grado sempre più elevato e recato all’eccesso numerico indiscriminato, in questa ossessiva ricerca di chiarezza e distinzione, di potere e ostentazione, come Runge già riconobbe, nella curva disegnantesi sul diagramma, all’aumentare in ampiezza dell’errore, in prossimità degli estremi dell’intervallo ritrovereste, in panne, la vostra misera natura di poveri esseri umani, la vostra scabra disillusione di topi aspiranti titani, e all’aumentare dei nodi etici equidistanti, la funzione sociale e quella civile non convergerebbero affatto, bensì, quale supremo scorno!, quell’errore aumenterebbe, si scompaginerebbe in sentieri divergenti, ingigantirebbe a dismisura, costringendovi a tornare a un’analisi lineare che, se non altro, in questo discorso del Metodo moderno e postmoderno, per le radici di Chebyshev, seppur perde in distinzione, acquista enormemente in grado di conforto e solidarietà fra le singole formiche di quel ginepraio sconvolto ch’è il vostro mondo contemporaneo, il quale, avendo perso l’innocenza dell’ignoranza, la pia sollecitudine della non colpevolezza, non potrebbe comunque mai più tornare indietro al bel tempo di Adamo, non potrebbe più proteggervi dall’istinto della fame di fronte all’albero della Conoscenza, di fronte al tubero infame del kantiano Male Radicale. Eppure, nell’intervallo fra +1 e -1, moltiplicato per quanti siamo su questa Terra, l’indice sigma di varianza, lo scarto di dispersione standard di quanti di voi, presi a campione, fanno del male gratuito per puro diletto ogni giorno, non è poi così lontano dal vero, in quantità e qualità d’aberrazione. Io non credo alla bontà, questo è sicuro. Chiunque, da bambino, ha tagliato la coda a una lucertola, ha tirato dei sassi a un gatto, ha rubato le mele al mercato. Chiunque, divenuto adulto, ha fornicato di nascosto, ha provato invidia del vicino, ha sparso veleno per le blatte nel giardino. E allora, accusate me? Me, che sono la coerenza incarnata e rifuggo la falsità, che mi riservo l’esercizio perfezionistico e senza menzogne di un male cosmico ottemperato, con ferma intenzione, nel migliore dei modi possibili, nel peggiore dei mondi possibili? Chi siete voi per giudicare? Chi di voi è senza peccato si strappi la bocca con un coltello da un lato e dall’altro, si inferisca una ferita fistolata e la atteggi a un ghigno paretico. Non ci riuscite, avete paura: sembrate pagliacci impazziti. Solo io l’ho fatto davvero. Soltanto io sono vero. Soltanto io sono nel vero, perché so di essere un clown, e voi, voi invece, ecco, vi prendete tutti dannatamente sul serio, saltimbanchi di polizia, ministeri degli intestini, sacripanti dell’idiozia.<br />
Conrad Veidt e tutti gli altri un giorno m’incarnarono, guardando in camera di soppiatto, oppressi da un grandangolo che avrebbe reso mostruoso e deforme persino un adone, se inquadrato in primissimo piano frontale. Ma ce n’è solo uno di Uomo che Ride, al mondo; c’è solo una maschera più vera del vero, che non si nasconde dietro ad un bavero, come invece ha fatto quel tormentato moralista del Mostro di Dusseldorf, bensì affigge sullo specchio la sua impavida teratologia, come exemplum e ideale, nello spleen manicomiale di un’idea d’imperfezione e malvagia compiutezza.<br />
Ce n’è solo uno al mondo di uomo che ride, e sono io. E rido e mi sganascio dei vostri vani e deliranti tentativi di definire il male, il male che io sono, che trova in me il suo più compiuto esemplificatore e rappresentante.<br />
Si Deus est unde malum? Et si non est, unde bonum? Non c’è consolazione, caro Boezio, nella tua crassa filosofia. In definitiva, è tutta una questione di conoscenza sostanziale di sé. Se male e bene fossero semplici accidenti della sostanza, come diceva lo Stagirita, allora non si comprenderebbe come, nella privazione che è male, nel collasso gravitazionale del passaggio fra forma e materia, nell’oscura concrezione molecolare di cui siamo composti tutti, possa essere possibile, solo talvolta e non sempre!, tramite il manifestarsi dell’assenza, il lapso comportamentale derivato dal libero arbitrio, lo scacco volontario che annulla la tendenza alla causa finale, al bene. Perché agite come agite? Se fosse mero accidente, il male come ciò che appartiene alla cosa–uomo, essendone affermato con verità, ma non sempre né perlopiù, che cosa sarebbe? Un semplice qualche volta, benevolo e accomodante, un contentino logico, giacché, se anche il bene è accidente con pari dignità non dico morale, ma almeno logica, non si capisce da che cosa nel concreto sareste diretti voi, sordida progenie d’essere umani, se non da una casualità imperante, una definizione come predicato non coestensivo né tantomeno essenziale al definiendum. Ma, del resto, se tutto fosse bene, allora non ci sarebbe non solo il male, ma nessuna cosa, neanche il bene; se tutto fosse male, idem all’inverso; così, tertium dandum est, dal di fuori, in un regressus ad infinitum, quantità, qualità, relazione, azione, il come, il dove, il quando ritorcendosi contro sé stessi come in una canizza spaventosa e blasfema, Pazuzu accidentali ringhiosi e voraci, bestialmente feraci, diabolicamente loquaci.<br />
Aristotele ha la barba, Aristotele è sostanza e il suo esser barbuto è un accidente, se si tonsasse la parrucca al mento diverrebbe qualitativamente diverso da come è, ma non cesserebbe pure di essere in qualche modo ciò che egli è in se stesso; come dire che io, il Joker dei fumetti, il villain numero uno, l’eterno nemico di Batman, sono cattivo anzi!, consisto nel Male Incarnato, nell’exemplum più evidente di deviazione ed efferatezza; io sono io, in ludica tautologia sostanziale, ma adesso attenzione!, se facessi beneficenza per i bambini bisognosi, se dessi da mangiare come un gattaro alle bestiole del prato, se aiutassi le vecchiette ad attraversare la strada diventerei buono, ovvero, sarei di fatto diverso dalla sostanza di come sono. Nessuno mi riconoscerebbe in quanto Joker, non solo nessun modo, attributo o categoria, ma neanche la mia semplice definizione tautologica d’essenza permarrebbe uguale a ciò che ero prima. Se fossi buono, io non sarei più io. Ma allora la sostanza in quanto sostanza, nel sordo trapasso dalla sfera logica a quella morale, in virtù dell’accidente del male e del bene permane o no nel mutamento?<br />
La mia vita è la testimonianza scabra e secca della coincidentia oppositorum, caricata di malasanità e di divino. Sono ciò che sono, e sapete che c’è? Ho tutto il diritto di esserlo. Se io non ci fossi, se la mia sostanza concrescente non spargesse le sue larve fecondatrici sul mondo dei bravi ragazzi che mi leggono sui fumetti ogni mese, allora nulla sarebbe. Se non esistesse il Bello platonico, ideale, il modello paradigmatico della bellezza coalescente, se fosse vero che essa è un mero accidente, che si connette alla bisogna a qualcuno o qualcosa in quanto qualità categoriale, allora non si capirebbe come mai le qualità si differenziano, e su quale base si fondano.<br />
Io sono un sinolo di materia e forma in cui la materia vince ed emerge dal letame del concetto. Io sono un assassino del senso e del significato, che sparge la peste su villaggi, paesi e città, talmente connaturato all’essenza dell’essere umano da risultarne la crosta impastata d’argilla, la stessa sostanza della costola d’Adamo. Io sono il male di carne, io sono l’Antidio. Io sono la negazione, l’immane potenza del vuoto, e come vuoto mi perdo nel vostro perdervi quotidiano e sovrano. Abbandonatevi a me, sono la via della perdizione, il perdersi che è un ritrovarsi, nella propria natura reale e razionale. Non sono l’accidentale, io consisto nel sostanziale. Non sono la sottrazione, ma il riempimento. E la mia vita è divina, divina perché malata, divina perché luciferina, checché D’Annunzio ne pensi, rimbrotti, schiumeggi e protesti, nella logica del caos, nel meriggio ottenebrante di quest’immensa luce di tenebre che avvolge e avvolgerà per sempre Gotham City e tutta la Terra.</p>
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		<title>LUCANO, Farsaglia I, 1-127</title>
		<link>https://staging.nazioneindiana.com/2018/12/28/lucano-farsaglia-i-1-127/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[daniele ventre]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 28 Dec 2018 05:47:43 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[annotazioni]]></category>
		<category><![CDATA[archivio]]></category>
		<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[dispatrio]]></category>
		<category><![CDATA[incisioni]]></category>
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		<category><![CDATA[aspirante filologo]]></category>
		<category><![CDATA[daniele ventre]]></category>
		<category><![CDATA[Lucano]]></category>
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					<description><![CDATA[traduzione isometra di Daniele Ventre Più che civili le guerre nel mezzo dei campi d’Emazia, dato diritto al delitto cantiamo, e del popolo forte che con la mano vittrice nei visceri suoi si rivolse, e imparentate le schiere, e come, spezzatosi il patto per il potere, ogni forza del mondo squassato fu in gara per [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>traduzione isometra di <strong>Daniele Ventre</strong></p>
<p>Più che civili le guerre nel mezzo dei campi d’Emazia,<br />
dato diritto al delitto cantiamo, e del popolo forte<br />
che con la mano vittrice nei visceri suoi si rivolse,<br />
e imparentate le schiere, e come, spezzatosi il patto<br />
per il potere, ogni forza del mondo squassato fu in gara<br />
per nefandezza comune, a insegne nemiche le insegne<br />
volte di contro, pari aquile e lance a minaccia di lance.<br />
Quale follia, cittadini, che immane sfrenarsi di lame?<br />
Piacque d’offrire a nazioni aborrite il sangue latino,<br />
e scatenare le guerre votate a non dare trionfi,<br />
quando spogliare d’ausonii trofei Babilonia superba<br />
era nostro obbligo e Crasso vagava ombra senza vendetta?<br />
Quanto di terra e di mare, ah, avrebbe potuto aquistarsi<br />
con questo sangue che hanno bevuto le mani civili,<br />
donde il Titano si leva, ove notte occulta le stelle,<br />
dove per il ribollire delle ore il meriggio divampa,<br />
dove una rigida bruma che mai sa piegarsi al disgelo,<br />
fa nel rigore di Scizia rapprendere un mare di ghiaccio!<br />
Sì, sotto il giogo già i Seri andrebbero e il barbaro Arasse<br />
e qual che sia, la nazione che sa delle fonti del Nilo.<br />
Poi, se in te, Roma, è sì grande la brama di guerra nefanda,<br />
quando alle leggi del Lazio avrai tutto il mondo piegato,<br />
volgi le mani su te: non ti manca ancora un nemico.<br />
Ora, che pendano mura da semidistrutte dimore<br />
nelle città dell’Italia e giacciano enormi macigni<br />
dalle pareti in rovina, né veglia le case un guardiano,<br />
e nelle antiche città s’aggirano radi abitanti,<br />
che di cespugli sia irta e che per molti anni inarata<br />
resti l’Esperia, se mancano ai campi le braccia richieste,<br />
Pirro feroce, non tu di simili stragi sei reo<br />
e non il Punico: mai toccò ad altri tanto in profondo<br />
spingere il ferro: alta piaga di mano civile marcisce.<br />
E tuttavia, se diverso cammino al venturo Nerone<br />
non ritrovarono i fati e a gran prezzo acquistano eterno<br />
regno gli dèi, se poi il cielo a servire il nume Tonante<br />
non si ridusse che dopo le guerre coi truci giganti,<br />
superi, non ci dogliamo già più; quei delitti e l’infamia<br />
piacciono a simile prezzo. I campi crudeli Farsalo<br />
riempia di sangue e ne siano satolli anche i punici mani;<br />
definitive battaglie accendano Munda funesta;<br />
la carestia di Perugia, gli affanni di Modena a tanti<br />
fati s’aggiungano, Cesare, e flotte che preme l’impervia<br />
Leucade e sotto la vampa dell’Etna i conflitti servili;<br />
molto però deve Roma comunque alle guerre civili:<br />
già, fu per te questo dramma. Te, quando al compirsi del tempo,<br />
tardo fra gli astri verrai, la reggia del cielo superno<br />
accoglierà fra la gioia del polo, o ti piaccia tenere<br />
scettro, o magari salire sul carro fiammante di Febo<br />
e illuminare col tuo erratico fuoco la terra,<br />
che non paventa quel cambio di Sole, a te ognuno dei numi<br />
cederà spazio, e natura ti concederà di diritto<br />
l’essere il dio che vorrai, dove porre il regno sul mondo.<br />
Non sceglierai tuttavia il circolo artico a sede,<br />
né sarà il polo avvampante, ove l’Austro opposto s’aggira,<br />
luogo da cui Roma tua con obliqua stella vedresti.<br />
Quando su un’unica parte dell’etere immenso pesassi<br />
l’asse ne sentirà il peso. Tu i gravi di un cielo librato<br />
reggi in un’orbita media; quel lato dell’etere chiaro<br />
tutto sia sgombro, non pongano ostacolo a Cesare nubi.<br />
Il seme umano si spogli delle armi, a sé badi da allora,<br />
s’ami ogni gente a vicenda; si sparga nel mondo la pace,<br />
chiuda i ferrigni serrami di Giano che porta la guerra.<br />
Ma tu per me sèi già un nume e se come vate nel petto<br />
ti accoglierò, non vorrò provocare il dio che sommuove<br />
i penetrali Cirrei, né stornare Bacco da Nisa:<br />
basti già tu per offrire vigore a un poema romano.<br />
L’animo detta narrare le cause di tanta vicenda,<br />
opera immensa si schiude, che cosa abbia spinto il furente<br />
popolo verso la guerra, o che tolse al mondo la pace;<br />
l’invida serie dei fati e negato ai sommi fastigi<br />
l’ergersi a lungo e schiacciante a un peso eccessivo il collasso:<br />
Roma non soffre sé stessa. Così, quando sciolta la trama<br />
dell’universo avrà chiuse tante epoche l’ora suprema,<br />
voltasi al caos primigenio di nuovo, a scontrarsi verranno<br />
tutte le stelle alle stelle frammiste e nel mare gli ardenti<br />
astri cadranno, né più vorrà terra estendere i lidi<br />
e scoterà via i marosi e contraria Febe al fratello<br />
avanzerà, disdegnando di muovere il corso in obliqua<br />
orbita, chiederà il giorno per sé, scardinata l’intera<br />
macchina dell’universo sconvolto avrà infranto i suoi patti.<br />
Crolla su sé la grandezza: i numi alle prospere sorti<br />
questa misura del crescere han posto. A nessuna nazione<br />
presta Fortuna l’invidia d’un popolo forte per terra,<br />
forte per mare: sèi tu delle tue sciagure radice,<br />
tu, fra tre principi messa in comune, o Roma, e i ferali<br />
patti d’un regno mai prima d’allora affidato a una folla.<br />
Voi malamente concordi e da troppa brama accecati!<br />
Il mescolare le forze, il reggere il mondo in comune<br />
che gioverà? Finché terra all’acqua sarà di sostegno,<br />
l’aria alla terra, e il Titano trascinino lunghe fatiche,<br />
e seguirà notte a giorno nel cielo agli identici segni,<br />
non c’è lealtà fra compagni al potere ed ogni dominio<br />
è insofferente all’avere consoci. A nessuna nazione<br />
c’è da affidarsi; né altrove si cerchino esempi dei fati:<br />
le nostre mura primeve sorbirono sangue fraterno.<br />
Pure non erano allora compenso di tanta follia<br />
la terra il mare: divise i sovrani un misero asilo.<br />
Per un’esigua stagione durò la concordia discorde,<br />
pace non fu per volere dei capi; alla guerra futura<br />
Crasso nel mezzo era il solo ostacolo. Come il sottile<br />
Istmo che taglia i marosi e separa l’onda gemella,<br />
né lascia mai che si uniscano i flutti, ove ceda la terra,<br />
dentro l’Egeo piomberebbe il mar Ionio: quando per morte<br />
misera Crasso, che già fermò le armi truci dei capi,<br />
ebbe di sangue latino insozzata Carre l’assira,<br />
per il disastro dei Parti pagò la follia dei Romani.<br />
Con quello scontro assai più di quel che credete si ottenne<br />
per voi, Arsàcidi: ai vinti recaste una guerra civile.<br />
Si ripartisce il potere col ferro, il destino d’un forte<br />
popolo che terre e mari e l’intero mondo possiede,<br />
non accettò che regnassero in due. Poiché i pegni d’unito<br />
sangue e le fiaccole rese ferali da tetro presagio<br />
Giulia con sé li portò da feroce artiglio di Parche<br />
inabissata fra i mani. T&#8217;avessero i fati donato<br />
di permanere alla luce più a lungo, tu sola il furente<br />
sposo potevi arrestare da un lato e dall&#8217;altro il parente,<br />
e ricongiungere i bracci armati e privarvi del ferro,<br />
come hanno ai suoceri i generi uniti interposte Sabine.<br />
Alla tua morte si infranse lealtà, fu permesso ai due capi<br />
muoversi guerra. Gli stimoli impresse il valore rivale:<br />
tu che le nuove battaglie oscurino vecchi trionfi<br />
e che il piratico alloro la ceda alle Gallie sconfitte,<br />
Magno, paventi; te ormai sequela e frequenza di imprese<br />
rende superbo e un destino che un rango secondo non soffre.<br />
Cesare ormai non sopporta che altri gli sia superiore,<br />
non un suo pari Pompeo. Chi più giusto le armi vestiva?<br />
non si può intenderlo. Ognuno a tutore ha un giudice sommo:<br />
piacque la causa vincente agli dèi, la vinta a Catone.</p>
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		<title>Su Enea</title>
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		<pubDate>Sun, 05 Aug 2018 04:46:32 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[a gamba tesa]]></category>
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					<description><![CDATA[di Daniele Ventre &#160; In queste settimane, in alcuni siti di estrema destra, di cui risparmierò i link ai lettori per amor di decenza, compaiono articoli secondo cui Enea non sarebbe un migrante, uno straniero arrivato in Italia e inizialmente respinto: Enea sarebbe invece discendente dell&#8217;italico Dardano e sarebbe ritornato qui non come vile disertore [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Daniele Ventre</strong></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>In queste settimane, in alcuni siti di estrema destra, di cui risparmierò i link ai lettori per amor di decenza, compaiono articoli secondo cui Enea non sarebbe un migrante, uno straniero arrivato in Italia e inizialmente respinto: Enea sarebbe invece discendente dell&#8217;italico Dardano e sarebbe ritornato qui non come vile disertore dopo una guerra (secondo quella che è la &#8220;interpretazione&#8221; di destra delle motivazioni per cui migliaia di persone inermi scappano dai massacri), ma come eroe sconfitto e superstite, <em>fato profugus</em> e dunque predestinato all&#8217;Italia.</p>
<p>Al di là delle idee politiche di dubbio odore, che si celano dietro questa presa di posizione, si rilevano un bel po&#8217; di deformazioni ed errori di metodo, a partire dal fatto che il mito non è storia. Anzitutto, rimanendo al mito, come attestato in un noto passo omerico, Y 309 (tradotto da Virgilio e rifunzionalizzato a Aen, III, 98), Enea è destinato, secondo una profezia messa in bocca a Poseidone, a dare origine a una dinastia in Troade e dopo di lui regneranno &#8220;i figli dei figli e quanti nasceranno in séguito (καὶ παῖδες παίδων τοί κεν μεθόπισθε γενώνται, <em>et nati natorum et qui nascentur ab illis</em>). Egli appare in conflitto con la dinastia di Priamo ed Ettore, in quanto tale γένος porta il peso della colpa di Paride. Enea, immune da tale colpa, continuerà la Troade, una volta crollata la rocca dei Priamidi e di Laomedonte.</p>
<p>Si tratta di uno schema noto a molti miti di distruzione: la rocca dei re empi crolla, continuano i pii e morigerati capivillaggio delle campagne. Così in Ellade Ipotebe rimane, mentre la Tebe Cadmea è stata distrutta dagli epigoni. Questo schema è una proiezione delle mitistorie legate alla fase finale della crisi dei palazzi micenei in Grecia: strutture palaziali in cui si insediano nuove élites, che ripetono gli errori dei predecessori, per poi essere subissate di nuovo e in via definitiva insieme alla rocca. Le distruzioni in Anatolia, come nel caso di Hissarlik e Beycesultan, appaiono invece, dal canto loro, più direttamente legate ad altri fenomeni geopolitici di larga scala, inserite nel contesto delle strutture statuali anatoliche alla fine dell&#8217;età del bronzo.</p>
<p>Dopo il mito iliadico di VIII sec. la <em>Piccola Iliade</em>, del secolo successivo, ci fa trovare Enea schiavo di Neottolemo Pirro, figlio di Achille. Secondo altre tradizioni maggioritarie, schiavi di Neottolemo sono Eleno e Andromaca. In ogni caso, scopriamo eroi troiani variamente connessi, per ascendenze e discendenze, con la Grecia dell&#8217;entroterra e di nord-ovest (Arcadia, prima patria di Dardano avo di Enea, secondo tradizioni più antiche; Epiro). Mentre l&#8217;Enea iliadico è sicuramente collegato agli Eneadi di Cuma Eolica e Ilio in Troade, cioè ad aristocratici Eoli, che si presumevano, per legittimare col mito la loro presenza in Asia, discesi da Enea; l&#8217;Enea successivo migra progressivamente a ovest, fino a che i coloni greci di età deuterocoloniaria non se lo portano in Italia (uno dei canali potrebbe essere stato, fra gli altri, la connessione fra Cuma Eolica in Troade e Cuma di Opicia in Campania, come ben chiarito da Alfonso Mele in un vecchio ma ben fondato studio del 1982 comparso sulla rivista &#8220;Studi Magni&#8221;). Insomma, che abbiano o meno trovato sparse tracce di micenei, secondo un&#8217;ipotesi di Musti, i primi coloni magnogreci si sono portati i loro eroi in occidente. Così Diomede ha fondato colonie fra Daunia e Calabria, Telegono, figlio di Odisseo e Circe, prima allocato a Cirene, si è spostato a Tivoli e Preneste, Latino è considerato figlio di Odisseo e Circe da Esiodo. Si tratta del momento in cui, prima della battaglia di Alalia, i greci cercano di arrivare fino a Kyrnos (la Corsica). Ma dopo che le loro velleità sono state troncate nel Tirreno, e dopo che i Latini e Roma cominciano ad affermarsi come polo dialettico dei magnogreci, di tutti quei miti migrati da oriente resta solo Enea. All&#8217;inizio è un Enea un tantino <em>impius</em> (per seguire l&#8217;ossimorico titolo di un&#8217;agile operetta mitografica, <em>Impius Aeneas,</em> di Francesco Chiappinelli), visto che fra l&#8217;altro si è accordato sottobanco con gli Achei, secondo una scena tipica del folclore indoeuropeo, il dono condizionato della libertà da parte del vincitore misericordioso al vinto onorevole (si veda la sua versione al femminile nel mito indiano di Draupadi che libera i suoi cinque mariti per concessione dei nemici).</p>
<p>Nevio nel suo misterioso <em>flashback</em> contenuto nel <em>Bellum Poenicum</em>, ma soprattutto Virgilio, ne ripuliscono il mito; Virgilio in specie, per poter costruire il suo poema, deve agire fra tre paradigmi: il modello politico dell&#8217;ideologia augustea, fondato sui quattro valori di <em>iustitia, pietas, clementia, virtus</em> e sull&#8217;obbiettivo della pace conseguita dall&#8217;Impero universale multietnico uscito dalle guerre civili; il modello epico arcaico dell&#8217;eroe omerico, Achille e Odisseo; il modello antiepico ellenistico &#8220;moderno&#8221; e poeticamente <em>à la page</em> del non eroe delle <em>Argonautiche</em> di Apollonio Rodio, Giàsone. Risultato: l&#8217;eroe giusto e pio, che richiesto di dare la pace ai morti, risponde in piena guerra che vorrebbe darla anche ai vinti, ma per necessità deve immeggersi di nuovo nella strage che detesta e che lo ha segnato, <em>per conquistare una terra che sente straniera e che lo sente straniero</em>, al di là delle genealogie mitologiche invocate a legittimare la presenza dei Troiani in Italia, in quanto discendenti di Dardano (il cui nome, più che al greco δαρδάπτειν &#8220;sbranare, uccidere&#8221;, sembra riconnettersi alla lenizione di Tarhunt- il dio delle tempeste ittita, lo Zeus anatolico).</p>
<p>In Enea convivono pertanto mitistorie anatoliche e tracofrigie assimilate dagli Eoli e proiettate in occidente, dove i Romani le catturano per legittimare il loro dominio sull&#8217;oriente ellenico ed ellenizzato, fra Acaia e Ponto. Ma di per sé, l&#8217;Enea di Virgilio è un eroe sradicato, respinto (Aen. I, 389, <em>Europa atque Asia pulsus</em>), in cerca di nuove terre a cui offre pace e ne riceve guerra. Guerra che fra l&#8217;altro gli viene da un tale Turno, un <em>Tursnus,</em> un Τυρσανός, italico per modo di dire e in realtà etrusco, tirreno, che come tutti gli etruschi, viene in parte dall&#8217;Anatolia (come dimostrano traccianti genici di esseri umani e animali domestici; che sia straniero anche Turno, in omaggio a una vecchia profezia, sono in parecchi a ripeterlo, visto che, pur col suo nome etruscoide, il mito lo indica come figlio di Dauno, migrato dall&#8217;Illiria meridionale, l&#8217;odierna Albania, in Puglia, da cui aveva scacciato gli Ausoni, che a loro volta le mitistorie coloniarie dei Greci legano a Ulisse tramite l&#8217;eroe eponimo Ausone, figlio dell&#8217;itacese e della ninfa Calipso) -senza considerare l&#8217;etrusco Mezenzio e Tarconte, che la sua origine anatolica la denuncia anch&#8217;egli nel nome, Tarhunt-, ancora il dio ittita luvio delle tempeste. Sta di fatto che senza questa natura di straniero sradicato, anche negli affetti (ha perso le uniche donne che per lui contassero, regine immense e semidivine come Creusa e Didone, per sposare una scialba principessa votata a essere semplice merce di scambio politico), la poesia dell&#8217;<em>Eneide</em> non sussisterebbe: l&#8217;<em>Eneide</em> non sarebbe più un poema epico patrimonio della letteratura mondiale, ma solo il piccolo manifesto di propaganda di una piccola fazione aggressiva e nazionalistica, senza futuro né prospettive, non certo il fondatore mitico della città dell&#8217;impero multi-etnico, che, per citare l&#8217;ultimo grande poeta latino, Rutilio Namaziano, <em>fecit patriam diversis gentibus unam</em>. Ovvio: Enea non era certo turco, come talvolta si celia, visto che i Turchi si impadronirono dell&#8217;entroterra anatolico solo dopo la battaglia di Manzicerta, nel 1071 d.C.; ma rimane un migrante, uno straniero d&#8217;oltremare, in un Mediterraneo percorso in lungo e in largo da ecisti e colonizzatori di tutte le etnie e di tutte le lingue, dalla Fenicia a Creta all&#8217;Ellade, all&#8217;Italia. Per questo invocare Enea come legittimatore mitologico di italiche purezze -l&#8217;ennesimo impiego propagandistico fascista dei materiali del mito- è un vero e proprio crimine contro la civilità, contro la poesia, contro la decenza.</p>
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		<title>Apollonio Rodio &#8211; Argonautiche, II, 164-306</title>
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		<pubDate>Wed, 10 Jan 2018 06:10:10 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[incisioni]]></category>
		<category><![CDATA[indiani]]></category>
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		<category><![CDATA[apollonio rodio]]></category>
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					<description><![CDATA[trad. isometra di Daniele Ventre Poi, non appena brillò il sole sui roridi colli, dall’orizzonte sorgendo, e venne destando i pastori, ecco che sciolsero allora i cavi alla base del lauro, quindi imbarcarono quanto di preda occorreva condurre e con la brezza puntarono al Bosforo fiero di gorghi. L’onda in quei luoghi del tutto uguale [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>trad. isometra di <strong>Daniele Ventre</strong></p>
<p>Poi, non appena brillò il sole sui roridi colli,<br />
dall’orizzonte sorgendo, e venne destando i pastori,<br />
ecco che sciolsero allora i cavi alla base del lauro,<br />
quindi imbarcarono quanto di preda occorreva condurre<br />
e con la brezza puntarono al Bosforo fiero di gorghi.<br />
L’onda in quei luoghi del tutto uguale a un’immensa montagna<br />
suole di fronte innalzarsi e sembra che voglia avventarsi,<br />
sempre levata com’è sulle nubi; né crederesti<br />
che sfuggirai mala morte, a tal punto in mezzo alla nave<br />
simile a nembo essa pende con impeto: ma tuttavia<br />
si rifà piana, qualora la affronti un esperto nocchiero.<br />
Per l’esperienza di Tifi anche essi passarono allora<br />
senza alcun danno, benché spaventati. Il giorno a seguire<br />
tesero ormeggio alla terra Tineide, sul lido contrario.<br />
Fíneo Agenòride aveva dimora in quei luoghi, sul lido,<br />
lui che già ardì più di tutti svelare funeste sciagure<br />
grazie a quell’arte augurale che il figlio di Leto in passato<br />
gli tramandò. No, neppure esitò a svelare la mente<br />
sacra di Zeus in persona agli uomini punto per punto.<br />
Ecco perché su di lui quel dio gettò lunga vecchiaia<br />
e gli strappò il dolce bene degli occhi e nemmeno lasciava<br />
che si godesse quei cibi infiniti che di continuo<br />
gli accumulavano in casa i vicini, chiesti i responsi,<br />
ma di continuo dai nembi piombavano sopra di lui<br />
e con gli artigli di mano e di bocca senza mai tregua<br />
glieli strappavano Arpie. Di cibo restava talora<br />
nulla, altre volte ben poco, perché si affliggesse vivendo;<br />
ma vi spargevano un tanfo immondo e nessuno soffriva<br />
mai di portarlo alla bocca o anche di stare nei pressi,<br />
pur a distanza, a tal punto spirava il fetore dal pasto.<br />
Subito allora, sentendo vocio e schiamazzo di gente,<br />
egli capì che eran giunti gli eroi per l’avvento dei quali<br />
era destino da Zeus che godesse il bene d’un pasto.<br />
Dunque dal letto s’alzò eguale a falotico sogno,<br />
mosse alla porta i suoi piedi rattratti, appoggiato al bastone,<br />
e palpeggiava le mura; tremarono gli arti in cammino,<br />
di sfinimento e vecchiezza; di croste la pelle emaciata<br />
s’era indurita, la scorza copriva non altro che l’ossa.<br />
Dalla dimora uscì fuori, sedé, le ginocchia pesanti<br />
presso la soglia dell’atrio: vertigine allora l’avvolse<br />
livida, allora credé che la terra intorno girasse<br />
fin dalle basi e silente crollò di sfinito torpore.<br />
Visto che l’ebbero, tutti gli si radunarono intorno<br />
e ne stupirono. Il vecchio, a stento traendo il respiro<br />
sin dal profondo del petto, parlò con profetiche voci:<br />
“Chiari fra tutti gli Elleni, uditemi, se veramente<br />
per il crudele comando del re, per il vello dorato,<br />
Giàsone a bordo del legno argoo vi conduce alla cerca.<br />
Sì, siete voi senza dubbio: ancora in virtù di responsi<br />
vede ogni cosa il mio cuore. O sovrano figlio di Leto,<br />
te ne ringrazio, benché da dolenti angosce io sia afflitto.<br />
Ah, per Zeus Supplice, lui che è il più aspro con i malvagi,<br />
coi malfattori, nonché per il dio Radioso e per Hera,<br />
io ve ne prego, e per chi fra gli dèi seguite viaggiando:<br />
voi difendetemi, a un uomo afflitto evitate la piaga,<br />
no, non andatevene lasciandomi nell’abbandono<br />
qui. No, davvero, non solo un Erinni sopra i miei occhi<br />
pose il suo tacco e trascino vecchiezza a una fine remota;<br />
altra più amara disgrazia alle mie disgrazie si aggiunge.<br />
Dalla mia bocca le Arpie mi sottraggono ogni alimento,<br />
da non so dove, da qualche segreto covile piombando,<br />
e non ho io nessun’arte a difesa, ma facilmente<br />
io celerei a me stesso il mio pasto, quando ne ho voglia,<br />
più che a quegli esseri, tanto nell’etere volano svelti!<br />
E se talora per me poi lasciano un poco di cibo,<br />
spira di putrido né può soffrirsi il peso del lezzo.<br />
Non soffrirebbe nessun mortale d’averlo vicino,<br />
anche se fosse scolpito il suo cuore nell’adamante.<br />
Inesorabile, amara, la necessità mi costringe<br />
a rimanere, e rimasto, a nutrirne il perfido ventre.<br />
Fato dei numi è che i figli di Bòrea ricacceranno<br />
quelle creature né a me sono estranei i miei salvatori,<br />
se veramente in passato io fui Fíneo, agli uomini noto<br />
per profezie, per ricchezze, e Agenore fu il padre mio<br />
e se la loro sorella, allorché regnavo sui Traci,<br />
io come sposa condussi, Cleòpatra, nella mia casa”.<br />
Disse quel figlio di Agènore: immensa pietà fu in ciascuno<br />
di quegli eroi, ma in entrambi i figli di Bòrea su tutti.<br />
Terse le lacrime, accanto gli vennero, poi così disse<br />
Zete, stringendola in mano la mano del vecchio angosciato:<br />
“Misero, no, non lo credo che altri fra gli uomini sia<br />
più sventurato di te. Perché tanto male t’affligge?<br />
Forse per truci follie hai peccato contro gli dèi,<br />
certo dei tuoi vaticini, perciò se ne adirano tanto.<br />
Dentro di noi è turbata la mente e però noi vogliamo<br />
porgerti aiuto, se a noi un dio ha da sempre assegnato<br />
simile onore; son chiari agli uomini in terra i rancori<br />
degli immortali e perciò non ricacceremo le Arpie<br />
quando verranno, benché lo vogliamo, se non ci giuri<br />
prima che non diverremo odiosi agli dèi per quest’atto”.<br />
Disse così: dritte a lui quell’antico alzò le sue vuote<br />
orbite, a lui le rivolse e rispose queste parole:<br />
“Taci, figliolo, non porti nell’animo questo pensiero:<br />
sappia quel figlio di Leto che a sua volontà mi trasfuse<br />
la profezia, sappia Chera ignobile ch’ebbi per sorte<br />
e questa tenebra d’occhi erratica, sappiano i numi<br />
sotto la terra –nemmeno in morte mi siano benigni–<br />
non vi terrà nessun’ira di dèi per il vostro soccorso”.<br />
Al giuramento quei due smaniavano porgergli aiuto.<br />
Subito i giovani allora al vecchio imbandirono il pranzo,<br />
l’ultimo per la razzia delle Arpie: vicini ambedue<br />
stettero per ricacciarle con spade alla loro venuta.<br />
Già le primizie del pasto l’antico le aveva sfiorate:<br />
subito, come procelle temibili, come baleni<br />
quelle in picchiata, improvvise, calarono giù dalle nubi<br />
con un gridio, nella brama del pasto. Al vederle gli eroi<br />
in quell’istante levarono un grido; e però fra le strida<br />
quelle mangiarono tutto, volarono quindi lontano,<br />
via, oltre il mare: rimase laggiù l’insoffribile lezzo.<br />
Dietro di loro però i figli di Bòrea, ambedue,<br />
si sollevarono, tratte le spade. A stillare in entrambi<br />
forza infinita fu Zeus: senza Zeus seguirle non era<br />
dato, poiché come soffi di Zefiro andavano in volo,<br />
sempre, ogni volta piombando su Fíneo e da Fíneo partendo.<br />
E come quando bramosi di preda i segugi sui monti<br />
seguono in caccia le capre selvatiche oppure i cerbiatti,<br />
corrono, dietro di loro si tendono quasi a toccarli<br />
e sulla punta del muso a vuoto digrignano i denti,<br />
sì, Zete e Calai così balzarono loro vicini<br />
e si tendevano invano a sfiorarle in punta di dita.<br />
Anche a dispetto dei numi allora le avrebbero uccise,<br />
dopo che molto lontano le tennero, all’Isole Erranti,<br />
se non li avesse veduti Iri agile, scesa dal cielo,<br />
giù, sin dall’etere, e se non li tratteneva, ammonendo:<br />
“Figli di Bòrea, non è concesso ammazzare di spada<br />
cani di Zeus, di quel grande, le Arpie: ma io stessa mi impegno<br />
con giuramenti, mai più andranno a lanciarsi sul vecchio”.<br />
Disse così, poi giurò sull’acqua di Stige, che ai numi<br />
tutti è la più venerata e più formidabile insieme,<br />
che non sarebbero più calati quei mostri alle case<br />
dell’Agenòride Fíneo, poiché così fu destinato.<br />
Al giuramento credendo si volsero indietro, a tornare<br />
verso la nave: le genti chiamarono Strofadi allora<br />
proprio per questo le isole un tempo chiamate le Erranti.<br />
Si separarono Iri e le Arpie: si immersero i mostri<br />
dentro una grotta di Creta Minoide, mentre la dea<br />
verso l’Olimpo s’alzò, volando con ali veloci.<br />
Ma nel frattempo i campioni la sudicia pelle del vecchio<br />
tutta detersero intorno, poi sacrificarono scelte<br />
pecore, quanto predando ad Àmico avevano preso.<br />
Dopo che gli ebbero in casa imbandito un ricco banchetto,<br />
eccoli assisi cenare: con loro anche Fíneo cenava<br />
come in un sogno, con fame vorace, allietandosi in cuore.</p>
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		<title>Antique shop</title>
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		<dc:creator><![CDATA[daniele ventre]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 29 Sep 2017 05:00:15 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[a gamba tesa]]></category>
		<category><![CDATA[indiani]]></category>
		<category><![CDATA[inediti]]></category>
		<category><![CDATA[aspirante filologo]]></category>
		<category><![CDATA[daniele ventre]]></category>
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					<description><![CDATA[di Daniele Ventre L&#8217;antiquario svende un Egitto finto, scarabei di carta e papiri a stampa, cobra sulla maschera in similoro, Iside a velo. Chiusi fra le dune i fratelli in barba e corano minano tombe e templi: i villaggi al mare rimasti vuoti cedono al rosso del deserto. Resta al di là del tempo Dhu&#8217;l [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Daniele Ventre</strong></p>
<p>L&#8217;antiquario svende un Egitto finto,<br />
scarabei di carta e papiri a stampa,<br />
cobra sulla maschera in similoro,<br />
Iside a velo.</p>
<p>Chiusi fra le dune i fratelli in barba<br />
e corano minano tombe e templi:<br />
i villaggi al mare rimasti vuoti<br />
cedono al rosso</p>
<p>del deserto. Resta al di là del tempo<br />
Dhu&#8217;l Qarnayn e i suoi pezeteri d&#8217;ombra<br />
e di polvere e la sua fiaba eterna<br />
e le sue mura</p>
<p>ferree. Al fuoco i rotoli delle storie<br />
crepitano in crolli di biblioteche<br />
truppe in grigio e croci hanno acceso in piazza<br />
roghi di libri,</p>
<p>fumi di carnai. Profezie di nulla<br />
suonano da oroscopi di riviste:<br />
se ne giova il traffico dei sultani<br />
lungo il confine</p>
<p>fra la Siria e il buio. I colossi ciechi<br />
svettano per principi senza volto,<br />
senza corpo fra le colonne in fumo<br />
e le macerie.</p>
<p>Si riduce al termine della storia<br />
qualche figlio spurio di dèi minori<br />
pronto per finzioni d’eroi, per scene<br />
di decadenza.</p>
<p>Sul confine della ragione estinta<br />
resta Dhu’l Qarnayn, l’orizzonte esterno<br />
fermo sull’origine delle storie,<br />
lungo la scia</p>
<p>fra le terre e l’orda. Ha sul volto vuoto<br />
il sorriso arcaico e l’Egeo dei turchi<br />
e dell’uomo in debito, senza voce,<br />
senza memorie.</p>
<p>Resta all’orizzonte la marcia in stasi<br />
fra la luce e l’ombra dell’antro opaco<br />
e la statua erosa e il sintagma in lotta<br />
contro la banca</p>
<p>nelle piazze in fiamme. Sul fiume eterno<br />
sceso dagli dèi ci rimane l’uomo<br />
con la sua ferocia di dogmi umani,<br />
vittime a pezzi</p>
<p>per fecondità di regimi –un’orgia<br />
d’impotenza stimola per tortura<br />
qualche corpo elettrico senza canto,<br />
senza vendetta.</p>
<p>L’eco dei proclami dal re degli ori<br />
suona d’oro matto al confine incerto,<br />
punta sull’estraneo e lo spia dal tappo<br />
del cannocchiale,</p>
<p>sogna suoi nemici a serrare i ranghi:<br />
ombre gli rispondono di riflesso<br />
incondizionato, all’istinto cieco<br />
sparso nel gregge.</p>
<p>L’antiquario intanto pesava i cuori<br />
nella terra d’ombra, il bilancio scarno<br />
delle azioni in perdita, il peso nullo<br />
delle ragioni</p>
<p>asociali. Il vertice delle aziende<br />
già dismesse segna le vie, le vite<br />
senza verità, che ci incarti senso<br />
pane stipendi</p>
<p>senza fine o termini di contratto.<br />
Tutto si è bevuto e l’impero è chiuso<br />
nel suo giro cinto di sfingi, ha gli occhi<br />
vuoti del poi,</p>
<p>ciechi al prima. Al cardine della storia<br />
qualche nuova incuria di dèi minori<br />
si progamma ancora per messinscene<br />
di sussistenza.</p>
<p>La piramide era incompiuta, il gioco<br />
delle stelle smesso per troppo costo:<br />
resta il cielo in vetro e l’Egitto finto<br />
sul calendario.</p>
<p>Chiusi fra le rune stregoni in cappa<br />
e grimorio mimano logge e templi:<br />
i bilanci in vendita per incanto<br />
cedono al rosso.</p>
<p>Sul confine della ragione estinta<br />
resta Dhu’l Qarnayn, l’orizzonte esterno<br />
nel suo giro cinto di sfingi ha gli occhi<br />
vuoti del poi.</p>
<p>Chiusi nel debriefing, i vip in giacca<br />
e finanze accismano leggi e tombe:<br />
nello spazio lacero stelle e stringhe<br />
cedono al rosso.</p>
]]></content:encoded>
					
		
		
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		<title>Solone &#8211; Eunomia</title>
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		<dc:creator><![CDATA[daniele ventre]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 13 Jul 2017 13:41:09 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[a gamba tesa]]></category>
		<category><![CDATA[allarmi]]></category>
		<category><![CDATA[dispatrio]]></category>
		<category><![CDATA[indiani]]></category>
		<category><![CDATA[territorio]]></category>
		<category><![CDATA[aspirante filologo]]></category>
		<category><![CDATA[daniele ventre]]></category>
		<category><![CDATA[seisakhtheia]]></category>
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					<description><![CDATA[trad. di Daniele Ventre Non per il fato di Zeus o per volontà dei beati numi immortali morrà mai questa nostra città. Tale animosa guardiana, la figlia d&#8217;un padre violento, Pallade Atena, su lei stende la mano lassù. I cittadini per loro follia, confidando in ricchezze, loro la grande città perderla meditano, turpe è l&#8217;intento [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>trad. di <strong>Daniele Ventre</strong></p>
<p>Non per il fato di Zeus o per volontà dei beati<br />
numi immortali morrà mai questa nostra città.<br />
Tale animosa guardiana, la figlia d&#8217;un padre violento,<br />
Pallade Atena, su lei stende la mano lassù.<br />
I cittadini per loro follia, confidando in ricchezze,<br />
loro la grande città perderla meditano,<br />
turpe è l&#8217;intento dei capi del popolo, cui si prepara<br />
molti pagarne dolori all&#8217;abissale empietà.<br />
L&#8217;avidità non la sanno frenare e nemmeno a banchetto<br />
starsene in tranquillità lieti alle gioie ora e qui<br />
…<br />
ma confidando in ingiuste opere, accumulano<br />
…<br />
Né patrimonio di dèi, né del demanio, non più,<br />
lasciano intatto: in rapina si lanciano l’uno sull’altro,<br />
né di Giustizia le basi alte considerano.<br />
Tace Giustizia e soppesa gli eventi che sono e saranno,<br />
poi con il tempo comunque a ripagarli piombò,<br />
tale all’intera città già viene insanabile piaga,<br />
tanto che in vile servaggio all’improvviso finì,<br />
o si ridesta dormiente dissidio, un’endemica guerra<br />
che così tanti stroncò nella più tenera età.<br />
All’improvviso la terra amabile fra le discordie,<br />
fra conventicole care ai criminali si sfa.<br />
Tali sciagure s’avventano al popolo. Degli infelici,<br />
verso la terra d’altrui molti ne vagolano,<br />
quelli che sono venduti, forzati in catene d&#8217;infamia,<br />
…<br />
Pubblico male così su ciascuno in casa ricade<br />
e sull’ingresso oramai porta a fermarlo non sta:<br />
quello oltrepassa anche il muro più alto e comunque raggiunge<br />
chi nel profondo del suo talamo si rifugiò.<br />
Agli Ateniesi mi spinge a insegnarlo l’animo mio,<br />
quante sciagure arrecò la Malalegge in città.<br />
Ma Buonalegge palesa ogni ordine retto, equilibrio,<br />
celle per i criminali apre con rapidità,<br />
smorza le asprezze ed estingue avarizia, acceca l’oltraggio,<br />
sgretola quanti in follia germi proliferano,<br />
anche raddrizza le storte sentenze e le azioni superbe<br />
mitiga; spegne i giudizi esca dell’ambiguità,<br />
della dolente discordia estingue la furia, e per lei<br />
sola fra gli uomini nasce ogni equilibrio e virtù.</p>
]]></content:encoded>
					
		
		
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		<title>Ovidio &#8211; Metamorfosi, I, 1-162</title>
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		<dc:creator><![CDATA[daniele ventre]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 03 Jul 2017 05:00:13 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[dispatrio]]></category>
		<category><![CDATA[incisioni]]></category>
		<category><![CDATA[indiani]]></category>
		<category><![CDATA[aspirante filologo]]></category>
		<category><![CDATA[Aspirante filologo. Mitologia.]]></category>
		<category><![CDATA[aspirante traduttore]]></category>
		<category><![CDATA[daniele ventre]]></category>
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					<description><![CDATA[traduzione isometra di Daniele Ventre L’animo spinge a narrare di forme che in corpi diversi mutano; questa mia impresa, poiché foste voi a mutarle, voi sostenetela, dèi, e dal primo inizio del mondo riconducete continuo fin nella mia epoca il canto. Prima che il mare e la terra e il cielo che copre ogni cosa [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>traduzione isometra di <strong>Daniele Ventre</strong></p>
<p>L’animo spinge a narrare di forme che in corpi diversi<br />
mutano; questa mia impresa, poiché foste voi a mutarle,<br />
voi sostenetela, dèi, e dal primo inizio del mondo<br />
riconducete continuo fin nella mia epoca il canto.<br />
Prima che il mare e la terra e il cielo che copre ogni cosa<br />
fossero, un unico volto ebbe in tutto il cosmo natura,<br />
quello che dissero caos: una grezza massa indistinta<br />
e nulla più che un gravame inerte e raccolte in un punto<br />
le discordanti semenze degli esseri male aggregati.<br />
No, non ancora sul mondo spandeva i suoi lumi un Titano,<br />
né riparava i suoi corni una Febe nuova crescendo<br />
e non pendeva la terra nell’aria diffusa all’intorno<br />
equilibrata nei suoi gravami e nemmeno sul lungo<br />
margine dei continenti stendeva le braccia Anfitrite;<br />
anzi, per come era lì sia la terra e il mare sia il cielo,<br />
era malferma la terra perciò, non guadabile l’onda,<br />
priva di luce anche l’aria; a nulla restava una forma<br />
sua, l’una all’altra poneva ostacolo, già, ché in un corpo<br />
unico il freddo lottava col caldo e con l’umido il secco,<br />
col duro il morbido e ciò che ha peso con quel che non pesa.<br />
Questo conflitto fu un dio, migliore natura, a sedarlo.<br />
Già, ché dal cielo le terre spartì, dalla terra poi l’onda,<br />
scisse anche il limpido cielo dall’etere caliginoso.<br />
Come spartì gli elementi e dal cieco ammasso li tolse,<br />
postili in luoghi diversi, li avvinse a una pace concorde;<br />
priva di peso la forza dell’etere cavo, infocata,<br />
si sollevò, si creò nelle somme altezze il suo luogo;<br />
resta per sua leggerezza e luogo a lei prossima l’aria;<br />
d’esse più densa attirò grossolane essenze la terra<br />
e dalla sua gravità fu compessa; invase le estreme<br />
sponde accerchiandole l’acqua e serrò la solida sfera.<br />
Come dispose così, chiunque egli fosse dei numi,<br />
e ripartì la congerie e spartita in membra la avvinse,<br />
sin dal principio alla terra, perché diseguale non fosse<br />
in ogni parte, assegnò d’un’enorme sfera l’aspetto;<br />
quindi ai marosi ordinò di spargersi, ai vènti d’alzarsi<br />
rapidi, e di circondare e accerchiare coste di terre;<br />
anche le fonti egli aggiunse e gli stagni immensi e poi i laghi,<br />
quindi recinse di ripe contorte i ruscelli in declino,<br />
quelli che in parte si assorbono in essa a seconda dei luoghi,<br />
parte pervengono al mare e raccolti in una distesa<br />
d’acqua più libera, battono a spiagge e non più contro ripe.<br />
E le pianure le fece aprire e le valli abbassarsi,<br />
boschi coprirsi di frondi, innalzarsi monti rocciosi;<br />
come due fasce dal lato di destra e altrettante a sinistra<br />
si ripartiscono il cielo e di esse è più ardente la quinta,<br />
sì, così in numero uguale divise la massa ivi inclusa,<br />
l’occhio del dio, e altrettante regioni hanno in terra uno spazio.<br />
È inabitabile per la calura quella che è in mezzo;<br />
due l’alta notte le occulta; piazzò fra le due altrettante<br />
e diede loro equilibrio, frammistavi al gelo la fiamma.<br />
Sopra di quelle sta l’aria, che è tanto più grave del fuoco,<br />
quanto del peso di terra è più lieve il peso dell’acqua.<br />
Anche le nebbie in quel luogo, in quel luogo ancora le nubi<br />
volle fissare e quei tuoni che smuovono gli animi umani<br />
e con i fulmini quelli che portano folgori, i vènti.<br />
Il costruttore del mondo a questi non diede che sempre<br />
imperversassero in aria: a forza ora a quelli si oppone,<br />
per come ognuno dirige su vario tragitto il suo soffio,<br />
che non dissolvano il mondo; tale è tra i fratelli contesa.<br />
Euro si volge all’Aurora, ai domini dei Nabatei,<br />
verso la Perside, ai gioghi esposti alla luce, al mattino;<br />
vespro e le sponde che sono scaldate dal sole al tramonto<br />
sono vicini di Zefiro; il cielo delle Orse e la Scizia<br />
a dominarli fu Bòrea che abbrivida: per le continue<br />
nubi e la pioggia la terra contraria è bagnata dall’Austro.<br />
Sopra ogni cosa poggiò, luminoso, privo di peso,<br />
l’etere, scevro com’è di qualunque scoria terrena.<br />
Tutto egli aveva così già diviso in limiti certi,<br />
quando le stelle che a lungo da oscura caligine oppresse<br />
eran rimaste, ecco presero a splendere ovunque nel cielo;<br />
e perché l’onda non fosse orbata dei propri viventi,<br />
tennero gli astri e le forme di dèi la dimora celeste,<br />
l’onde si aprirono a offrire una casa ai lucidi pesci,<br />
belve ne accolse la terra e la mobile aria gli uccelli.<br />
Altro più sacro animale, e più d’alto ingegno dotato,<br />
non c’era ancora, un vivente che avesse dominio sugli altri:<br />
l’uomo spuntò, o che l’avesse forgiato da un seme divino<br />
quell’artigiano degli enti, principio d’un mondo migliore,<br />
o che la terra recente, appena influenzata dall’alto<br />
etere, avesse serbato i semi del cielo congiunto.<br />
Terra frammista con acque piovane ne aveva plasmata<br />
il figlio d’Iàpeto, a effigie dei numi che reggono il tutto;<br />
mentre si volgono proni alla terra gli altri animali,<br />
fece che il volto dell’uomo si alzasse e scrutasse nel cielo<br />
e comandò che drizzasse lo sguardo a mirare le stelle.<br />
Ecco, la terra, che rozza era stata e priva di volto,<br />
si rivestì, tramutata, di nuove figure d’umani.<br />
Aurea nacque per prima un’età che fede e giustizia<br />
le venerò senza vindice o legge e per sua inclinazione.<br />
Pena e paura non c’erano e non si leggevano in bronzo<br />
fisso proclami a minaccia, né supplice folla temeva<br />
labbra di giudici, senza mai vindice vissero in pace.<br />
Dalle sue vette reciso a vedere mondi lontani,<br />
pino non era disceso ancora nel limpido mare,<br />
né conoscevano lido diverso dal proprio i mortali.<br />
Fosse precipiti ancora non c’erano intorno alle rocche;<br />
tromba di bronzo diritto o corna di bronzo ricurvo<br />
non ne esistevano, o elmi o spade, e le genti sicure<br />
senza bisogno di armati godevano placida pace.<br />
Anche la terra, illibata, immune al rastrello, da sola,<br />
non mutilata da vomere alcuno, arrecava ogni bene;<br />
gli uomini, paghi dei cibi creatisi senza forzarla,<br />
racimolavano i frutti dell’arbuto e fragole al monte<br />
e le corniole e le more aderenti agli aspri roveti<br />
e quelle ghiande cadute dall’albero grande di Giove.<br />
La primavera era eterna, gli Zefiri dolci di brezze<br />
calde blandivano fiori che nacquero senza alcun seme;<br />
subito ancora la terra inarata offriva il frumento,<br />
non rinnovato imbiondiva di gravide spighe il podere.<br />
Fiumi di latte scorrevano e fiumi di nettera insieme<br />
e gocciolavano biondi i mieli dal leccio in rigoglio.<br />
Quando Saturno però fu mandato al Tartaro oscuro,<br />
e sotto Giove fu il mondo, comparve la stirpe d’argento,<br />
meno pregiata dell’oro, più bella del bronzo rossigno.<br />
Giove contrasse gli spazi alla primavera ancestrale<br />
ed attraverso gli inverni e i calori e gli iniqui autunni<br />
e primavera fugace, forzò in quattro termini l’anno.<br />
La prima volta ecco l’aria, bruciata da torridi ardori,<br />
s’arroventò, poi la ghiaccia pendé condensata dai vènti;<br />
la prima volta dimore si eressero: case le grotte<br />
furono e fitti cespugli e verghe legate con fibre;<br />
la prima volta sementi di Cerere in solchi prolissi<br />
furono sparse e giovenchi gemerono oppressi dal giogo.<br />
Poi subentrò, dopo quella, per terza una prole di bronzo,<br />
fiera assai più di natura e più incline alle armi crudeli,<br />
né tuttavia scellerata. Fu l’ultima ferro spietato.<br />
Subito si scatenò nell’età di vena più vile<br />
ogni empietà, ne fuggì pudicizia e il vero e la fede;<br />
poi subentrarono in luogo di quelle le frodi e gli inganni<br />
e le violenze e le insidie, la rea bramosia di possesso.<br />
Vele spiegavano ai vènti, né bene in quel tempo il nocchiero<br />
li conosceva e carene, che a lungo sulle alte montagne<br />
si ersero, presero a correre a pelo di incogniti flutti;<br />
e con un lungo confine sollecito l’agrimensore<br />
segna la terra comune come aria e splendore di sole.<br />
E non soltanto le messi e alimenti debiti al ricco<br />
suolo venivano chiesti, in grembo alla terra si scese<br />
e le ricchezze che aveva celate e nascoste fra l’ombre<br />
stigie ne furono estratte, un’esca di scelleratezze.<br />
Ecco che il ferro nefasto e l’oro più infausto del ferro<br />
vengono fuori e ne nasce la guerra che d’ambi si sfrena<br />
e che solleva con mano cruenta il clangore dell’armi.<br />
Della rapina si vive né all’ospite l’ospite è fido<br />
e non il genero al suocero, è raro anche il bene fraterno.<br />
L’uomo prepara la morte alla moglie e questa al marito;<br />
mescolano le matrigne spietate il tremendo aconito;<br />
prima del tempo anche il figlio fa il conto degli anni del padre.<br />
Giace sconfitta pietà, la Vergine, lei, fra i celesti<br />
ultima, Astrea, si partì dalla terra intrisa di stragi.<br />
A che del suolo non fosse più certo anche l’etere immenso,<br />
dicono poi che i giganti minassero il regno celeste<br />
e cumulassero i monti levandoli in alto alle stelle.<br />
Ma il padre, l’onnipotente, infranse l’Olimpo scagliando<br />
folgori, quindi riscosse il Pelio dall’Ossa al di sotto.<br />
Come cedendo alla mole crollarono gli orridi corpi,<br />
inumidita dal sangue profuso dei figli la terra,<br />
dicono, venne pervasa e animò quel tiepido sangue<br />
e perché poi rimanesse una traccia della sua stirpe,<br />
lo tramutò nella specie degli uomini; tale semenza<br />
disprezzatrice dei superi e fiera era anch’essa violenta,<br />
tanto ebbe brama di strage: puoi intenderli nati dal sangue.</p>
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		<title>La piccola Wunderkammer di Carlo Tosetti</title>
		<link>https://staging.nazioneindiana.com/2016/12/03/la-piccola-wunderkammer-carlo-tosetti/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[daniele ventre]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 03 Dec 2016 06:00:12 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[annotazioni]]></category>
		<category><![CDATA[archivio]]></category>
		<category><![CDATA[indiani]]></category>
		<category><![CDATA[aspirante filologo]]></category>
		<category><![CDATA[Carlo Tosetti]]></category>
		<category><![CDATA[daniele ventre]]></category>
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					<description><![CDATA[di Daniele Ventre Nel paesaggio variegato della produzione poetica attuale si fa notare, dalla sua posizione defilata, l&#8217;anomalia formale della raccolta Wunderkammer di Carlo Tosetti, uscita (terza dopo Le stelle intorno ad Halley, 2000, e Mus Norvegicus, 2004) nella scorsa primavera, per i tipi di Pietre Vive Editore. Di anomalia si tratta, o meglio di [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Daniele Ventre</strong></p>
<p>Nel paesaggio variegato della produzione poetica attuale si fa notare, dalla sua posizione defilata, l&#8217;anomalia formale della raccolta <em>Wunderkammer </em> di Carlo Tosetti, uscita (terza dopo <em>Le stelle intorno ad Halley</em>, 2000, e <em>Mus Norvegicus</em>, 2004) nella scorsa primavera, per i tipi di Pietre Vive Editore. Di anomalia si tratta, o meglio di collazione e collezione di anomalie, sin dal titolo, che fra gli incroci e le inopinate e inopinabili contiguità della biblioteca di Babele, riecheggia, forse per espressa volontà di antifrasi o magari per assimilazione-opposizione semi-conscia, il pur diversissimo <em>Wunderkammer, ovvero come ho imparato a leggere </em> (in <em>Prosa in prosa</em>, Le Lettere, 2009) di Zaffarano, e in modo certo più trasparente e immediato richiama le<em> Wunderkammern</em> di cui è costellato il Rinascimento, regie camere scrigno destinate a contenere oggetti paradossali o rari, e a conservarli secondo logiche e criteri che riflettevano gli interessi scientifici o artistici, le visioni eccentriche e le nevrosi dei loro proprietari e ideatori.</p>
<p>L&#8217;immagine della <em>Wunderkammer</em> come ricettacolo di esotismi prefigura, per il fruitore dell&#8217;opera, l&#8217;attesa di un oggetto letterario connotato da eterogeneità formale, ricerca della polifonia, <em>trobar clus</em>, paradossalità: un&#8217;attesa che non viene delusa; una paradossalità che spiega ogni aspetto del libro, nel suo sostanziale punto di forza, la riscoperta di uno stile ricco e denso, legato alla riscoperta di immagini e connotati poetici tradizionali sottratti al pericolo di un certo lirismo degradato, come nelle sue sbavature, gli occasionali eccessi in cui tale riscoperta dà luogo a tratti di iper-tradizionalismo, con il rischio marginale di rendere talora greve all&#8217;orecchio il dettato poetico. Tuttavia anche queste sbavature trovano una specifica ragion d&#8217;essere nell&#8217;ottica della poetica volutamente non domesticabile e non addomesticata che l&#8217;autore con coerenza persegue, all&#8217;interno di un&#8217;opera che alterna in modo calcolato la <em>Betrachtung</em> in prosa e la maniera breve di un verseggiare trattenuto in equilibrio al confine fra regolarità isosillabica e versoliberismo.</p>
<p>Ne risulta l&#8217;impasto di una lingua strana, calata su un mondo decostruito e frammentato in stati, e strati, di coscienza: un mondo di cui bene si può dire che sia la costruzione fittizia e virtuale di entità monadiche, reciprocamente irrelate e in sé totalmente aliene rispetto alla loro virtuale illusorietà fenomenica (si veda la prosa introduttiva: <em>Il collezionista</em>). Tale lingua strana, talora iper-retorica, calibra e modula una sorta di falsetto estetico-esistenziale che è quanto di più remoto dal <em>degré zéro</em> e dall&#8217;equilibrio del monolinguismo lirico nelle sue varie forme. Il peculiare effetto straniante che ne deriva, isola così nello spazio bianco e fra i capoversi i momenti e gli <em>snapshots</em> prosimetrici come congelandoin formaldeide le forme e le nature: è appunto questo l&#8217;effetto da camera delle meraviglie, che cristallizza gli esemplari collezionati, siano essi artificialia o naturalia, che provengano dal mito o dall&#8217;esperienza comune, in quell&#8217;ottica fra il deforme e il grazioso che i paradossi delle Wunderkammern da sempre ispirano all&#8217;occhio del visitatore svagato.</p>
<p>__________</p>
<p>Testi da <em> Wunderkammer </em> di Carlo Tosetti</p>
<p><em><strong>La provinciale</strong></em></p>
<p>Rotola un riccio sulla provinciale,<br />
balugina sfatta la foglia<br />
macerata nel guazzo<br />
e quest’anno i castagni<br />
li si mormora sterili.<br />
L’umido s’agglutina<br />
dolcemente alle ossa,<br />
il fiato tuo defluisce<br />
in un rivolo fino alla falda<br />
e berremo noi l’inverno,<br />
tutto a primavera.</p>
<p>* * *</p>
<p><em><strong>Oggetti</strong></em></p>
<p>Gli ammennicoli caduchi<br />
costruiti dall’uomo,<br />
anche la sedia Brno<br />
e la maestosa Bagan,<br />
se abbandonati s’acquattano,<br />
invincibili e cheti<br />
come i giochi di latta,<br />
desistono plastici<br />
da ogni intenzione,<br />
per divenire vestigi.</p>
<p>* * *<br />
<em><br />
<strong>Un complicato quotidiano</strong></em></p>
<p>Il <em>Talitrus saltator</em>, piccolo crostaceo appartenente alla famiglia <em>Talitridae</em>, con dotta sufficienza chiamato Pulce di mare, è ghiotto di alghe putride, depositate dalle onde sulla battigia; delle immagini lo immortalano appoggiato su pesci spiaggiati. Non disdegna – in mancanza d’altro – le proteine animali.<br />
Ciò è il risultato di una sua speciale intelligenza: ha compreso che nell’ambiente vi sono alimenti diversi (e più gustosi) e questo al fine della sopravvivenza, ma il buon Dio lo creò in quel periodo apocrifo, definito «minerale», quello in cui progettava esseri a metabolismi imperniati intorno alle rocce, come il Dattero di mare, e lo ideò famelico di granelli di sabbia e frammenti degli stessi, ai nostri occhi impercettibili.<br />
Accadde poi, nelle rotolanti logiche del mondo, che il crostaceo, liberato dalle briglie divine, s’evolse a modo suo, indulgendo nei confronti di alghe e piante acquatiche, purché già avviate verso la disgregazione: questo per ovviare alla carenza di specifici enzimi digestivi.<br />
Il <em>Talitrus</em>, non solo spicca apprezzabili balzi (lo scoprii, infatti, notando un movimento repentino, mentre passavo una mano sulla sabbia), ma è capace di penetrare nella sabbia fino a grande profondità (con le dovute proporzioni) e guadagnare il mare spuntando dal fondale, assumendo una buffa conformazione (le antenne e le zampette all’indietro, adese al corpo, ricordano le pinne ritraibili dei tonni), che gli consente d’essere un agilissimo nuotatore, non fosse per le modeste dimensioni.<br />
Ahilui (me ne dolgo), le sue giornate sono funestate dagli antagonisti più disparati e crudeli. Vi sono predatori che lo cacciano quando s’aggira sulla spiaggia, più altri che in mare compiono stragi efferate.<br />
Capodogli e fin megattere, difatti, inghiottono migliaia di <em>Talitrus</em>, quando questi, esausti, vengono trascinati al largo dalle correnti. Anche branzini e orate ne vanno ghiotti, ma, per ovvie ragioni, il loro consumo di <em>Talitrus</em> non è paragonabile a quello dei grandi cetacei.<br />
Sulla spiaggia, gabbiani ed altri uccelli marini li becchettano in continuazione, mentre i <em>Talitrus</em> banchettano sulle alghe. Non va dimenticato, infine, l’impatto antropico: i bagnanti li uccidono, ignorandone anche l’esistenza, soltanto camminando sulla sabbia o sdraiandosi, oppure giocando al volano. Gli innocenti bambini, che schiamazzano al mare, non possono sapere: il loro candido svago è una piccola ecatombe.<br />
Data la mia benevolenza e attenzione nei confronti della natura, varie volte ho assistito ad una bizzarra e sconcertante fine del <em>Talitrus</em>: spappolato fra le pagine di un libro, chiuso rapidamente, senza notare la presenza dell’amorevole crostaceo.<br />
Debbo chiarire, infine: il <em>Talitrus saltator</em> esiste veramente, ed è detto Pulce di mare, ma gran parte di quanto scritto è inventato di sana pianta.<br />
A mio modesto avviso il <em>Talitrus saltator</em> merita d’essere celebrato come un impavido condottiero, anche colorando le sue gesta con quella sfumatura di bugia, che lo rivesta ed investa del ruolo che merita: un crostaceo tenace come la ginestra, questa già celebrata da una nota lirica.<br />
Tale sentimento nutro per tutto ciò che chiamiamo, genericamente, natura.</p>
<p>* * *</p>
<p><em><strong>Espada</strong></em></p>
<p>Il nero pesce<br />
spada di Madeira,<br />
sulle lugubri cataste<br />
deposto al Lavradores,<br />
strappato all’abisso<br />
delle vallate oscure<br />
atlantiche s’immola,<br />
da un talento blasfemo<br />
cotto alla banana;<br />
il Demiurgo che fuse<br />
e separò con acribia<br />
gli enti li dispose<br />
agli estremi d’un monte.</p>
]]></content:encoded>
					
		
		
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		<title>La furia refurtiva</title>
		<link>https://staging.nazioneindiana.com/2016/11/26/la-furia-refurtiva/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[daniele ventre]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 26 Nov 2016 06:00:17 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[annotazioni]]></category>
		<category><![CDATA[archivio]]></category>
		<category><![CDATA[indiani]]></category>
		<category><![CDATA[aspirante filologo]]></category>
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		<category><![CDATA[poesia contemporanea]]></category>
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					<description><![CDATA[di Viola Amarelli La furia refurtiva (Vydia, 2016) condensa e nel contempo espande la traiettoria poetica di Enrico De Lea in un trittico di sezioni che appaiono paradigmatiche della ricerca non solo linguistica dell’autore. Gli eserghi del libro accostano complementariamente Sciascia (Quando cielo e terra ancora c&#8217;erano) e de Kooning (Poi giunge un momento nella [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Viola Amarelli</strong></p>
<p style="text-align: justify;"><em>La furia refurtiva</em> (Vydia, 2016) condensa e nel contempo espande la traiettoria poetica di Enrico De Lea in un trittico di sezioni che appaiono paradigmatiche della ricerca non solo linguistica dell’autore. Gli eserghi del libro accostano complementariamente Sciascia (Quando cielo e terra ancora c&#8217;erano) e de Kooning (Poi giunge un momento nella vita in cui si esce a fare una passeggiata, semplicemente. /E si cammina nel proprio paesaggio.), non a caso scrittore “moralista” l’uno e artista dell’espressionismo astratto l’altro, rinviando entrambi a una matericità e spazialità che sostanzia tutta la scrittura di De Lea. Urania è, in effetti, la musa che presiede il libro: il paese natale arroccato sulle colline sopra lo stretto di Messina diventa non tanto e solo nostalgia d’infanzia quanto mitologhema del mondo, trasfigurando esemplarmente luoghi e storie locali in un fondale archetipico ed un’antropologia al tempo stesso sospesa e ricorsiva. In questo scavo, volutamente “petroso” anche nella lingua adottata che spesso inclina a un barocco secco (..seguo, barocco e morto) tipico di una forte tradizione della poesia meridionale e siciliana &#8211; e valgano qui, per tutti, i nomi di Bartolo Cattafi e Angelo Maria Ripellino &#8211; si rinvengono tracce gnostiche-sapienziali ed aperture metafisiche dove gli elementi primari della filosofia presocratica si riverberano l’uno nell’altro, a dar conto del crudo ma anche di concretissimi squarci numinosi che si intrecciano inestricabili nella realtà indagata dall’autore. E’ sotto quest’ultimo aspetto, del rapporto tra empiria e metafisica, che si rinviene una costante influenza di Holan, poeta tra i preferiti di De Lea.<br />
Maggiormente “arcaica” – specie nell’utilizzo dell’ arma dei derelitti fonemi &#8211; ed icastica la sezione introduttiva, non a caso intitolata <em>Serpe di Laconia</em>, si conclude con una lunga sequenza poematica che sembra riassumere, nella narrazione di un nostos quasi privo di protagonista, le precedenti stazioni di una sorta di processione laica e metafisica, anticipando la curvatura diegetica e la prosodia più aperta delle successive sezioni. Il linguaggio diviene meno aspro, oltre che a livello lessicale, nelle strutture sintattiche, come si nota anche nel ricorso alle “frottole” della tradizione popolare e ai distici gnostici e mordenti. La storia umana – del resto presente in tutta l’opera, sia pure come traccia divenuta essa stessa parte del paesaggio – ricorre più frequentemente nelle partizioni finali, anche come metafora di uno scontro-immedesimazione tra uomo e natura (si veda ad esempio da un lato “mutamenti nell’uomo del movimento terra” e dall’altro “ teorie del volo” ), dove si delinea un rapporto dialettico tra violenza del potere ed affetti, tradizioni di resilienza da salvare e ricostruire.<br />
Resta comunque la ricerca di una immanenza materica, di una metafisica degli elementi, a permeare in maniera decisa anche la fase più recente della scrittura di De Lea. La sequela di <em>Suffragi del bianco</em>, ad esempio, declina i gradienti del pantone non sul livello minimalista e simbolico di molta recente poesia, ma su quello della concretezza dei lavatoi, delle camicie, del bianco callo in aceto, della calce della case e dell’alba, in un contrappunto continuo con il nero, la nera traccia spermatica di notte, con i rossori elementari avanti agli esseri, di carne,/e di verde vincente sul sereno, con il viola di un sudario/a statue, o il giallo oro/ come una lampa d’olio ai morti-dei delle famiglie, tutti inestricabilmente connessi.<br />
Il passaggio dal bianco a una sequenza sul <em>Respiro e confitemini delle acque</em>, che è un vero e proprio “maternale” e successivamente a un <em>Suono del vento primo</em> e poi a <em>i fuochi</em> segna il periplo dei quattro elementi empedoclei che De Lea esplora, interroga senza requie, in un impeto solo formalmente trattenuto (la furia, occulta, e insieme trafugata appunto del titolo). Lo sfrigolio della passione ustoria, deprivata in questi testi da ogni liricità soggettiva, sa che rileva, come per l’ultimo Caproni, soltanto mettere a verbale l’agonia del mondo, senza riflesso conclusivo che non sia il cerchio e l’indecifrabile, il nascosto, che lì-qui ci attrae e incatena.<br />
&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8211;</p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;"><em> (al limite)</em><br />
Al limite, come in un gesto idiota,<br />
incidere nel muschio sopra il muro<br />
segni in una lingua a se stessi ignota,<br />
epigrafi né al passato né al futuro.</p>
<p style="text-align: justify;">
<p><em>(la cura del mondo)</em><br />
&#8230;l&#8217;infero di quell&#8217;ombra, tutta padre, intenta<br />
a leggere al lume d&#8217;olio la cura del mondo<br />
come una bagattella imprecisata, un salto<br />
di bambino, dietro la scala in legno<br />
tra un piano e il superiore, ed in silenzio &#8211;<br />
il silenzio dell&#8217;intero Zorio &#8211; tra uno scalino, il primo<br />
che tocca il cotto, e l&#8217;ultimo, che rinnova<br />
la vista della collina e dell&#8217;antico mare,<br />
tra un sansilvestro dormiente e l&#8217;accordo<br />
unanime dell&#8217;apocalisse dell&#8217;annonuovo&#8230;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><em>(nero scriba, nero)</em><br />
Mette a verbale l&#8217;agonia del mondo,<br />
nel farsangue dei sensi e della lotta,<br />
un pensato morire nel presente<br />
ed altra luce provvista sopra i volti.<br />
Qui sono i morti, i solitari, molti<br />
augurali profili svolazzanti,<br />
calcaree concrezioni da fornaci,<br />
fuochi uterini per case di forèsti.<br />
Renitente a quel grigio che sa fare,<br />
ha accalcato balletti sottopelle<br />
di nervi astratti, nevi inascoltate,<br />
il bianco dentro, le catacombe di ieri.<br />
Ferocia senza il vino della cima,<br />
dapprima vive, balbetta, scrive un niente&#8230;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>da <em>“un’urgenza della terra- luce”</em><br />
IV.<br />
Case con luminose udienze<br />
l’accolgono, gerani ai davanzali,<br />
una difesa d’ombra. Rintocchi<br />
annunziano il delirio, celato<br />
da persiane – la gravità del mondo<br />
un chiavistello. Offre granite scure<br />
a una peste incipiente,<br />
ai monatti che celiano in combutta.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>da<em> (dieci distici a dispetto)</em></p>
<p>I.<em> (ego)</em><br />
Ego, dirùto dimezzato sordo,<br />
sto nello scuro – scuro scuro! – e mordo.</p>
<p>II.<em> (chi sogna)</em><br />
Chi sogna l’insubordine è perduto &#8211;<br />
il capitale a schermo, il corpo muto.</p>
<p>III.<em> (voilà)</em><br />
Voilà, il vuoto delle immagini ha convinto,<br />
qualche orrido sciamano s’è ritinto.</p>
<p>IV.<em> (contro)</em><br />
Tra canto e scanto ammutolivo, dietro<br />
i lampi notturni – mi sobbalzava il vetro.<br />
&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;</p>
<p>IX<em>. (gnostica)</em><br />
D’altronde, inferno – unico e secondo &#8211;<br />
inferno che s’inferna, resta il mondo.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>da<em> Suffragi del bianco</em></p>
<p>sembra che a notte appaiano colori<br />
incogniti dal bianco dei lenzuoli,<br />
dalle camicie dei padri appese all’aria,<br />
con mollettoni ai dolori quotidiani,<br />
lavate con la cenere e la sabbia,<br />
sbiancate col limone dopo allappi<br />
alle bocche delle insalate forti<br />
del bianco callo in aceto e pepe rosso…</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><em>(qui)</em><br />
la nota <em>qui</em> che elude a vista<br />
l&#8217;ascolto, il punto dove<br />
chiude l&#8217;eco il tramortito<br />
altrove, ed oltre l&#8217;oltre<br />
dell&#8217;altrove, <em>qui</em>,<br />
nel raggio – nella <em>reconquista</em><br />
dell&#8217;occhio silenzioso &#8211; di un paesaggio.</p>
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