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		<title>Conversazioni con Italo Testa su poesia &#038; città</title>
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		<dc:creator><![CDATA[andrea inglese]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 28 Jan 2020 06:00:30 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[atelier]]></category>
		<category><![CDATA[Baudelaire]]></category>
		<category><![CDATA[italo testa]]></category>
		<category><![CDATA[poesia e città]]></category>
		<category><![CDATA[poesia itaiana contemporanea]]></category>
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					<description><![CDATA[Conversazioni a cura di Stefano Modeo con Italo Testa Su Poesia&#38;Città (pubblicata su &#8220;Atelier&#8221; n.96 di dicembre)   &#160; S.M.: La città è il luogo in cui si muove il poeta. Nel corso del secolo scorso la letteratura ci ha mostrato le diverse trasformazioni del rapporto individuo-città. Basti pensare alla città-ciminiera a cavallo tra la [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><em><img fetchpriority="high" decoding="async" class="alignleft size-medium wp-image-82647" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/01/CITTà-300x198.jpg" alt="" width="300" height="198" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/01/CITTà-300x198.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/01/CITTà-768x506.jpg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/01/CITTà-1024x674.jpg 1024w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/01/CITTà-250x165.jpg 250w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/01/CITTà-200x132.jpg 200w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/01/CITTà-160x105.jpg 160w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/01/CITTà.jpg 1705w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" />Conversazioni</em> a cura di<strong> Stefano Modeo<br />
</strong></p>
<p>con<strong> Italo Testa</strong></p>
<p><em>Su Poesia&amp;Città</em> (pubblicata su &#8220;Atelier&#8221; n.96 di dicembre)</p>
<p><strong> </strong></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>S.M.: <em>La città è il luogo in cui si muove il poeta. Nel corso del secolo scorso la letteratura ci ha mostrato le diverse trasformazioni del rapporto individuo-città. Basti pensare alla città-ciminiera a cavallo tra la fine dell’800 e l’inizio del ‘900, quella elettrificata dal progresso e dalla velocità dei futuristi, e poi ancora la città-mercato, luogo eletto al consumo, la città della società di massa che diventa un deserto, vuota e sorda nei confronti del singolo; sino ai giorni nostri in cui probabilmente è il luogo del turismo mercificato, del decoro, la vetrina in cui la città intera si fa business. </em><span id="more-82387"></span></p>
<p><em>Dopo il rapporto alienante con la città del ‘900, esiste, secondo te, una percezione comune della città nella poesia contemporanea? Quale evoluzione ha avuto, secondo te, il rapporto tra poesia e città?</em></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>I.T.: La sentenza lapidaria, contenuta in <em>Doppia vita, </em>per cui &#8220;nella <em>city</em>, soltanto in essa, le muse prendono voce&#8221;, mi è sempre sembrata una boutade, frutto di un’esagerazione di cui si è compiaciuto non solo l’estro sarcastico di Gottfried Benn, ma che ha segnato più ampiamente una stagione del moderno, riflettendo una concezione epocale lineare e progressiva, connessa ad una topologia che collocava alcuni luoghi – come la città – nei dintorni dell’avanguardia del pensiero, mentre relegava altri spazi ed esperienze in scialbe periferie temporali, una sorta di retroguardia rurale dello spirito che suonava come una condanna estetica a priori. Una posizione che, nonostante la concezione qualitativa e intensiva della temporalità di Benjamin, con le sue torsioni retrograde e fenditure messianiche, si risente anche nel <em>Passagenwerk, </em>nell’immenso cantiere dedicato a Baudelaire quale poeta lirico che, muovendosi nella Parigi del XIX secolo, sarebbe a diretto contatto con l’epoca del capitalismo avanzato. Sebbene il quadro sia profondamente mutato, anche a prezzo di una restrizione dell’orizzonte vitale in cui ci muoviamo, permane tuttavia un riflesso condizionato che tende a farci pensare alla città quale spazio privilegiato di un’esperienza la cui densità non sarebbe riscontrabile altrove. L’affermazione per cui <em>“la città è il luogo in cui si muove il poeta”</em> ha in tal senso la verità di una esagerazione, storicamente indicizzata, che a prezzo di una deformazione unilaterale ci lascia cogliere qualche tratto distintivo di ciò che siamo stati, e del modo in cui certe pratiche espressive hanno concepito se stesse, collocandosi in un campo semantico strutturato da una serie di dicotomie convergenti quali città/campagna, cultura/natura, centro/periferia.</p>
<p>Oggi siamo però di fronte ad una grande trasformazione, che interessa anche il modo in cui la città può avere significato per noi, e che tali opposizioni consolidate non ci lasciano cogliere sino in fondo. È qui necessario uno spostamento dello sguardo, che ci permetta di aggirare questi schemi e osservare da un’altra angolatura la città stessa e la matassa di differenti piani temporali e spaziali che in essa si intersecano. La prospettiva eccentrica di Osip Mandel&#8217;štam, che guardava alla città moderna dalle lontananze della steppa eurasiatica, e nella lunga durata del tempo profondo della storia naturale, è forse più vicina alla nostra esperienza contemporanea di quanto non sia l’atteggiamento <em>blasé </em>di Benn e dei sacerdoti della città moderna. “Gli steli d&#8217;erba sulle strade di Pietroburgo”, scriveva Mandel&#8217;štam in <em>La parola e la cultura, </em>“sono i primi germogli d&#8217;una foresta vergine che andrà a ricoprire le città moderne. Questo vivido, tenero verde, stupefacente per la sua freschezza, è espressione della nuova natura spiritualizzata&#8221;. La città ciminiera dell’Ottocento, la città elettrificata futurista, la città mercificata della società di massa, la città vetrina postindustriale, sono sempre state anche una selva nella quale il poeta poteva muoversi come in una foresta pietrificata. Una seconda natura minacciosa e suadente che solo una particolare cecità impediva di vedere come a sua volta attraversata da incessanti, per quanto spesso inapparenti, processi di mineralizzazione e vegetalizzazione, una pressione naturale che ha continuato a premere anche sotto e a lato del manto colloso dell’asfalto. La decomposizione della città industriale e delle sue gerarchie ha accelerato questa dinamica di rinaturalizzazione. Ritorniamo al lavoro su <em>Milano. Ritratti di Fabbriche </em>(1978-80), con cui Gabriele Basilico offriva un’anticipatoria visione delle periferie milanesi. Sembra quasi che le architetture entropiche fissate in questi ritratti di fabbriche che appaiono prive di funzione,  indeterminate, ove le figure umane sono pressoché assenti, vadano a comporre un paesaggio di monumenti naturali o rovine preistoriche che si possono immaginare, a breve, invase e disgregate da erbacce e piante vaganti. Lo sguardo di Mandel&#8217;štam ci immunizza però dalla tendenza a vedere in ciò solo detriti di futuri in abbandono, il segno dell’obsolescenza cui sarebbe andata incontro di lì a breve la nostra idea di progresso. La natura-psyche profetizzata da Mandel&#8217;štam riguarda piuttosto l’insorgenza di interazioni specifiche tra città e natura, con la proliferazione di paesaggi ibridi, secondari, in cui si registra una tendenziale indifferenza tra elementi naturali e artificiali. La periferizzazione della città contemporanea, l’espansione caotica della periferia diffusa, infatti, sta andando a costituire un paesaggio ibrido dal carattere indeciso, fatto di residui sconnessi, frammenti di natura, luoghi privi di funzione o in attesa di destinazione. È la città dell’antropocene, intesa come l’epoca geologica in cui, piuttosto che assistere ad una umanizzazione completa, senza residui, incontriamo una generalizzazione degli ambienti secondari. Si tratta di processi spesso caotici, ma in cui emergono anche nuovi ordini da decifrare, attraversati da forme di eterogenesi che ne rendono non del tutto prevedibile lo sviluppo. Dopo la città dell’alienazione del Novecento, in tal senso, assistiamo alla città in cui l’alterità rimossa diventa una logica diffusa. I tentativi di appropriazione dall’alto e sussunzione capitalistica di questa metamorfosi, espressa in forma mercificata dall’immagine del <em>Bosco verticale, </em>ne confermano la consistenza epocale.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong> </strong></p>
<p>S.M.: <em>[…]</em><em>così cammini, in trance, lungo i viali / macinando un solo pensiero</em><em><br />
dopo giorni che nessuno ti parla / ti ammali di luce, di passi<br />
votati alla strage, scagliati a caso / sulla mappa degli abitati,<br />
la raggiera delle strade a scomparsa / dove il nulla ti ha invaso;<br />
e passare l’incrocio che nessun dio / contadino guarda e protegge<br />
è esporsi al vento gelato che spira / dall’ombra lunata del male:<br />
o sarà come il bambino velato / dell’apologo che a tastoni<br />
risale sulla cresta del cuscino / e incosciente si lascia andare<br />
fino al giorno in cui avrà il cuore pesato / e gli occhi offerti su un altare<br />
di nuvole, sino al nido del merlo / dove una corona di piume<br />
sul fondo azzurro cupo dell’infanzia / lo inchioderà al suo dolore.</em></p>
<p>&nbsp;</p>
<p><em>Questi versi de Il cuore pesato fanno parte della tua ultima raccolta, L’indifferenza naturale (Marcos y Marcos 2018). Credo sia importante, poiché citata nella tua risposta ed espressa in questi versi, parlare dell’indifferenza in relazione ai nuovi paesaggi ibridi e secondari che descrivi. È questa una manifestazione nuova in un campo, quello della città nella sua interezza, che non è mai stato neutro, e non lo è tutt’ora, ma attraversato da profonde contraddizioni, conflitti e dicotomie. E a proposito di queste, credi che alla parola indifferenza si possa opporre, seguendo un tuo recente intervento uscito su Le parole e le cose<sup>2</sup>, la parola speranza<a href="#_ftn1" name="_ftnref1"><strong>[1]</strong></a>? In questo senso, credi che la poesia contemporanea possa o debba avere un nuovo ruolo sociale diverso da quello che abbiamo conosciuto nel novecento?</em></p>
<p>I.T.:</p>
<p>L’indifferenza di cui scrivo non si oppone alla speranza. Siamo abituati a pensare questa parola, quando ci riguarda come esseri umani, persone, sulla falsariga dell’apatia de <em>Gli indifferenti </em>di Moravia o come indifferenza morale e inazione – ciò contro cui scagliava Gramsci nel suo pamphlet <em>Odio gli indifferenti. </em>Quanto all’indifferenza della natura, il riflesso condizionato leopardiano ci inclina a intenderla come indifferenza della natura rispetto ai nostri fini, agli scopi umani: la natura matrigna e le sue manifestazioni distruttive che fanno tabula rasa delle nostre aspirazioni.  Quest’ultima è un’immagine della nostra distanza della natura, della nostra alienazione da essa: motivo cui è intessuta profondamente la nostra cultura, e con cui dobbiamo fare i conti, ma che rischia di essere profondamente unilaterale. Non possiamo sbarazzarcene in un colpo, immediatamente, con un semplice atto del pensiero, perché nella natura, nel mondo c’è anche questo, e tuttavia abbiamo bisogno di allentarne la presa su di noi. <em>L’indifferenza naturale </em>è anche un esercizio di trasformazione dello sguardo – “<em>lo sguardo è lenta costruzione / brivida e traluce dai rami</em>” – in cui il senso di tale indifferenza è lasciato oscillare su una banda più larga, innescando una risonanza polisemica che possa liberarne l’ambivalenza produttiva.</p>
<p>L’espansione e contrazione siderale della cintura suburbana, i processi di periferizzazione e di rivegetalizzazione cui va incontro la città diffusa, sono frammenti di qualcosa di più vasto, altrettanti fenomeni in cui si manifesta un’approssimazione erosiva tra caso e progetto, natura e artificio. Questo paesaggio ibrido tende così a un punto d’indistinzione, dove nell’indifferenza della natura potremo al limite riconoscere un momento di indecisione, la nostra <em>non differenza</em> rispetto ad essa. E’ come se ci si esponesse a ciò che Robert Smithson, parlando dei suoi <em>earth projects </em>nel saggio <em>A Sedimentation of the Mind </em>(1968), chiamava “ritmo della dedifferenziazione”, un processo di erosione costante tra mente e paesaggio, in cui le costruzioni e gli strumenti della tecnologia umana, e le parole stesse, si sfaldano nella geologia dei luoghi su cui operano, e questi ultimi si sedimentano nella mente, si confondono infinitamente con essa, aprendo uno spazio di indeterminazione produttiva. Così, in <em>Minerale,</em></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><em>il mattino è acqua che fermenta,</em></p>
<p><em>              l’anima minerale già sepolta</em></p>
<p><em>              sotto il telo grezzo della melma</em></p>
<p><em>                                           brano a brano si sfalda</em></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Come pensare un materialismo poetico per cui quest’indifferenza abbia un valore e contenga possibilità vitali, non solo estetiche? Se torniamo al pensiero tradizionale della natura, ci rendiamo conto che essa coinvolge sì la possibilità della violenza e del dolore, e di un ordine del mondo indifferente rispetto ai nostri scopi, ma anche del suo contrario: ché anche la dimensione del bene, e del giusto, è un modo, per quanto fragile, della sua manifestazione, emerso a un certo punto sul palcoscenico della physis. In tal senso si può forse parlare di indifferenza nella natura rispetto all’opposizione tra indifferenza e speranza per come sono comunemente intese. Né dobbiamo dimenticare che la nozione di speranza non è intrinsecamente morale, almeno in senso antropologico: non è necessario condividere aneliti religiosi per consentire con Kant circa il fatto che la domanda “che cosa devo fare?” è perlomeno distinta dalla domanda “che cosa posso sperare?”. La speranza riguarda anzitutto la possibilità di trascendere l’ordine dato del mondo – incluso quello morale – ed è legata alla sensazione che in esso ‘manchi qualcosa’ – per riprendere un’espressione impiegata da Bloch e Adorno in un dialogo sul materialismo e utopia –, che la sua configurazione attuale non esaurisca il senso del possibile. Negli scorsi decenni l’immaginazione condivisa della nostra forma di vita si è come esaurita, e i modelli politici e morali condivisi che davano un senso all’avvenire e a ciò che potevamo sperare sono diventati quasi inintelligibili. Potremo riattivare l’immaginazione sociale solo se sapremo collocare la domanda “che cosa possiamo sperare?” in un orizzonte più vasto, alimentandone il senso a una sorgente che fuoriesca dai limiti della forma di vita che stiamo abbandonando, e che non si lasci esaurire dall’umano e dalla sua autocomprensione. Guardare alle metamorfosi dell’urbanesimo contemporaneo, esplorare le ibridazioni del paesaggio, le mutazioni cui il nostro rapporto con la natura va incontro, ci conduce ad esplorare territori inconclusi, matrici di trasformazione in cui afferrare, per riprendere un’espressione di Ponge, “l’immagine presente di ciò che tendiamo a divenire”. E’ una questione che ci riguarda tutti,  e che coinvolge anche la poesia, quando si tratti di riapprendere la grammatica della speranza, rifarla <em>in re</em>, decifrando le possibilità  inevase nella materia sognante, l’immaginazione sedimentata nei frammenti ibridi della nostra epoca: emancipata dalla restrizione antropologica degli orizzonti di attesa, essa si inscrive in uno strato più profondo, dove l’approssimazione entropica di parole e cose converge asintoticamente nell’indifferenza come eventualità del nuovo, di un possibile spazio comune.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>S.M.:<em>  aspettiamo l’alba con la falce</em></p>
<p><em>nel pugno, quando il buio cova</em></p>
<p><em>le stoppie sui campi gelati</em></p>
<p><em>e fiutiamo il freddo che infiamma la gola</em></p>
<p><em>mentre la luce s’inunghia tra i rami;</em></p>
<p><em>dovrà venire su dallo sterrato</em></p>
<p><em>come un serpente sgusciare nell’ombra,</em></p>
<p><em>dovrà passare prima o poi tra i filari</em></p>
<p><em>scivolare sotto i tralci potati;</em></p>
<p><em>allora con la falce nel pugno</em></p>
<p><em>aspettiamo, sotto il cielo di rame</em></p>
<p><em>ascoltiamo il fruscio che risale;</em></p>
<p><em>tutto è pronto, il sentiero è spianato,</em></p>
<p><em>il cancello divelto tra i pali,</em></p>
<p><em>noi aspettiamo, non resta che questo,</em></p>
<p><em>con la falce nel pugno in silenzio</em></p>
<p><em>aspettiamo che venga domani.<a href="#_ftn2" name="_ftnref2"><strong>[2]</strong></a></em></p>
<p>&nbsp;</p>
<p><em>A partire dal XIX secolo la città ha scandito i suoi tempi di vita sempre più in stretto rapporto con quelli del lavoro. Oggi una distinzione pare essere quasi svanita, il tempo di produzione coincide interamente con quello della vita. Inoltre l’informazione immediata e continua ci impone di vivere in un eterno presente, in cui non vi è concesso spazio per l’indefinito, il possibile e l’utopico. In conclusione, poiché questi paesaggi ibridi si configurano come spazi del possibile, forse anche dell’utopico, ma soprattutto futuribili; vorrei chiederti che ruolo ha o può avere il tempo all’interno di un luogo come la città (o quel che ne resta così come l’abbiamo conosciuta) e come e se la tua poesia s’interroga su questo conflitto tra spazio del possibile e tempo eterno del presente. In letteratura sino ad oggi, mi pare che la narrativa abbia provato maggiormente a mettere in luce questa condizione, conosci altri tentativi in poesia? </em></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>I.T.: L’annessione del tempo della vita a quello della produzione è uno dei fenomeni focali del nostro tempo e ha effetti sulla composizione organica degli individui, che si lasciano afferrare sempre più direttamente nella loro struttura anche biologica dalle esigenze tecnologiche del processo produttivo e di scambio. Se nella società di massa prima il <em>loisir, </em>il tempo libero socialmente organizzato, prefigurava l’estensione della logica del tempo produttivo del lavoro alla sfera vitale privata annessa al consumo, oggi assistiamo al fenomeno per cui proprio l’assenza del lavoro diventa la condizione per la generalizzazione della logica della produzione e circolazione dell’eterno presente della merce. Il conflitto tra spazio del possibile e tempo eterno del presente tocca così un nervo biopolitico scoperto della nostra epoca. La contrazione temporale cui siamo soggetti non vi è estranea. L’organizzazione del lavoro riguarda anche l’articolazione dell’immaginario sociale, e la sua scansione, i suoi ritmi, sono altrettanti processi di visualizzazione dell’orizzonte di attese collettivo e individuale. L’assorbimento immediato del tempo della vita nella produzione, saltando la mediazione del lavoro e del suo arco progettuale, si lega profondamente al presentismo da cui siamo affetti. Lo shock del presente, secondo la diagnosi di Rushkoff, riguarda questo schiacciamento dell’orizzonte temporale sulla dimensione di un eterno e incessante presente, che non siamo in grado di mediare con un immaginario alternativo. È come se la nostra immaginazione del futuro fosse egemonizzata da un presentismo senza scampo, dalla rappresentazione, secondo la diagnosi di Mark Fischer, per cui <em>there is no alternative</em>. Tale immaginario sociale ha effetti iperstiziali, tende ad autoadempiersi, a ingenerare comportamenti che si conformano al suo orizzonte d’attesa. A ciò si lega il fatto che la nostra memoria del futuro è stata per diversi decenni egemonizzata dagli effetti dell’immagine dei futuri in abbandono, dalla rappresentazione dell’obsolescenza del futuro immaginato dalle passate generazioni.</p>
<p>Questo è il perimetro del tempo in cui oggi la poesia viene al mondo. Eppure, la poesia si legittima se è in grado di esprimere una resistenza e una differenza dell’immaginario, una fenditura del presente, ricordandoci una diversa memoria del futuro. Oggi tendiamo ad identificare, per usare due categorie di Luhmann, il ‘futuro presente’ – il futuro per come ce lo rappresentiamo – e il ‘presente futuro’ – ciò che tendiamo a divenire, che sarà domani, il versodove per cui ci incamminiamo oscuramente. Non sappiamo verso quale mattino si muova il mondo, ma in fondo, come scriveva Paul Celan nei suoi appunti per <em>Der Meridian</em>, “les jeux ne sont pas encore faits” è il “pensiero centrale” che “accompagna qualunque intenzione poetica”. Noi soffriamo di determinatezza, crediamo di vivere nella gabbia d’acciaio di un presente senza confini ma iperreale nei suoi dettagli determinati, in nicchie virtuali che ci isolano dagli altri, in una bolla temporale che ci separa da un futuro possibile. Ma tra le possibilità della poesia, e di ciò che chiamavamo letteratura, c’è quella di ricordarci lo scarto lo scarto tra presente futuro e futuro presente – l’inesauribilità del primo da parte del secondo – gli aspetti di latenza, e indeterminatezza, delle nostre traiettorie, la vaghezza del presente e gli spazi possibili, divergenti, dell’immaginario e del paesaggio sociale. Le nicchie sono immaginari in inverno,  ibernati, la bolla del presente è solo una bolla, e può essere soffiata via.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><a href="#_ftnref1" name="_ftn1">[1]</a> <em>Autorizzare la speranza. Poesia e futuro radicale/ www.leparoleelecose.it</em></p>
<p><a href="#_ftnref2" name="_ftn2">[2]</a> <em>Italo Testa, [aspettiamo l’alba con la falce], L’indifferenza naturale, Marcos y Marcos 2018</em></p>
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		<title>Poesia e conflitto, conversazione con Fabrizio Bajec</title>
		<link>https://staging.nazioneindiana.com/2019/11/21/poesia-e-conflitto/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[andrea inglese]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 21 Nov 2019 06:00:14 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[atelier]]></category>
		<category><![CDATA[Bertolt Brecht]]></category>
		<category><![CDATA[Fabrizio Bajec]]></category>
		<category><![CDATA[poesia e politica]]></category>
		<category><![CDATA[Stefano Modeo]]></category>
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					<description><![CDATA[[Pubblichiamo la prima di una serie d&#8217;interviste sul tema poesia &#38; politica realizzate per la rivista &#8220;Atelier&#8221;. Questa è tratta dal n.95, settembre 2019.] A cura di Stefano Modeo Perché si butta a mare la cultura come fosse zavorra (vale a dire quel tanto di cultura che ci è rimasto), perché la vita di milioni [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>[Pubblichiamo la prima di una serie d&#8217;interviste sul tema poesia &amp; politica realizzate per la rivista &#8220;Atelier&#8221;. Questa è tratta dal n.95, settembre 2019.]</p>
<p>A cura di <strong>Stefano Modeo</strong></p>
<p><em>Perché si butta a mare la cultura come fosse zavorra (vale a dire quel tanto di cultura che ci è rimasto), perché la vita di milioni di uomini, della maggior parte degli uomini, è stata così immiserita, spogliata e in parte o del tutto annientata? Alcuni di noi hanno una risposta a questa domanda. Rispondono così: per brutalità. […] </em></p>
<p><em>Quanti rispondono così sanno naturalmente che una risposta simile fa poca strada. E sentono da soli che alla brutalità non si può conferire l’aspetto di una forza bestiale, di invincibili potenze infernali.</em></p>
<p><em>Parlano quindi di imperfetta educazione della stirpe umana. Qualcosa che è stato trascurato o che, nella fretta, non è stato compiuto. È necessario recuperarlo.          </em></p>
<p><em>Alla brutalità dobbiamo opporre il bene. Dobbiamo fare appello alle grandi parole, allo scongiuro che già altre volte è stato utile, ai concetti intramontabili – l’amore per la libertà, la dignità, la giustizia – la cui efficacia è storicamente garantita. Ed eccoli pronunciare il grande scongiuro. Che cosa succede? All’accusa di essere brutale, il fascismo risponde con il fanatico elogio della brutalità. Imputato di essere fanatico, risponde con l’elogio del fanatismo. Convinto di lesa ragione, mette allegramente sotto processo la ragione medesima. E poi anche il fascismo trova che l’educazione è stata imperfetta. Si ripromette grandi cose dalla possibilità di influenzare le menti e di rafforzare i cuori&#8230; Alla brutalità dei suoi sotterranei adibiti alla tortura aggiunge quella delle scuole, dei giornali, dei teatri. Educa tutta la nazione e tutto il giorno. Non ha molto da offrire alla grande maggioranza, quindi ha molto da educare. Non dà da mangiare e quindi deve educare all’autodisciplina. Non può metter ordine nella sua produzione e ha bisogno di guerre: deve quindi educare al coraggio fisico. Ha bisogno di vittime e quindi deve educare al sacrificio. Anche questi sono ideali, mete richieste agli uomini; e alcuni di questi persino alti ideali, alte mete. Ora, noi sappiamo bene a che cosa servono questi ideali, chi è che educa e a chi quella educazione debba servire: non a coloro che sono stati educati. </em></p>
<p><em>E i nostri ideali? Anche quelli di noi che nella brutalità, nella barbarie, scorgono il male maggiore parlano, come abbiamo veduto, soltanto di educazione, soltanto di interventi sullo spirito, comunque, di nessun altro genere di interventi. Parlano di educazione al bene. </em></p>
<p><em>Ma il bene non verrà dall’esigenza di bene, di bene in qualsiasi circostanza, persino nelle peggiori circostanze, così come la brutalità non è venuta dalla brutalità.</em></p>
<p><em> </em></p>
<p>Bertolt Brecht, intervento al I Congresso internazionale degli scrittori per la difesa della cultura.</p>
<p><strong><em> </em></strong></p>
<p><strong><em>S.M. : </em></strong><em>Mi interessa partire, per questa conversazione, da queste parole di Brecht. Nei tuoi lavori, penso soprattutto all’ultimo, La collaborazione (Marcos y Marcos 2018), ma anche ad un tuo recente poema inedito, apparso su Le parole e le cose<a href="#_ftn1" name="_ftnref1"><strong>[2]</strong></a>, esiste ed insiste una descrizione lucida della brutalità con la quale siamo chiamati quotidianamente a collaborare. Ti chiederei dunque cosa rappresenta nella tua poetica questa parola, se la poesia è un tuo personale strumento per esorcizzarla e se, secondo te, descriverne le varie manifestazioni ha una funzione sociale.</em></p>
<p><strong><em>F.B.: </em></strong>Leggendo la lunga citazione di Brecht ho avuto fino alla fine l’impressione di trovarmi in presenza di uno sfogo di un qualche moralista di oggi. Poi mi son detto: non è possibile che qualcuno parli così oggi! Mentre invece la descrizione della cultura buttata al mare e dell’educazione deformante, educazione alla violenza e volta ad ingoiare di tutto, quella purtroppo è modernissima. Credo che tocchi perfino l’università. Ti rispondo senza troppo riflettere con alcuni dati sulla scuola in Francia e poi entrerò nel merito della parola brutalità rispetto a quanto ho scritto in versi. Di recente, è in atto una riforma della scuola. E’ anche una questione di spazio, di riempire le classi, dimezzarne altre, e di far perdere quel po’ di autonomia che avevano i docenti. Io non insegno nel sistema scolastico dell’educazione nazionale, ma sono comunque inorridito. La brutalità sta nel parlare, per esempio, di bandire dai programmi del liceo lo studio di due pensatori importanti come Marx e Freud. Strano, no?La brutalità è limitare la libertà di espressione dei professori che ora non avranno il diritto di condividere una visione del mondo diversa da quella del loro Presidente, diversa da quella del ministro dell’educazione. Per queste divergenze sono previste delle penalità. So che avete avuto anche in Italia una storia non dissimile, con una docente mandata via dal suo posto di lavoro per aver trattato in modo non neutro il tema del fascismo. La brutalità è quando una classe che ha deciso di scioperare viene messa in ginocchio fuori dal perimetro della scuola e la polizia si vanta di tenerla come si deve, le mani dietro alla nuca, in perfetto silenzio, solo perché i liceali erano agghiacciati. Tanto che adesso ritroviamo alle manifestazioni quel gesto di mettersi in ginocchio con le mani dietro alla nuca, come una forma di protesta contro le forze dell’ordine. Suona come un monito che dice: non dimentichiamo. E’ quindi già senza volerlo una pagina di storia del fascismo. Fa pensare al Cile di Pinochet. E infatti alcuni attivisti hanno creato un fotomontaggio di quella giunta militare con le teste dei membri del governo. La brutalità è mandare in questura degli alunni delle scuole medie perché hanno osato scrivere su un cartello, fuori dal loro istituto, “Macron, dimettiti!”. Alcuni ragazzi sono rimasti dentro più di ventiquattr’ore. Era chiaro l’intento di spaventarli una volta per tutte, facendoli sentire dei criminali. Potrei andare avanti con pratiche simili riservate a giornalisti indipendenti, messi al gabbio, umiliati, insultati, molestati, privati del loro strumento di lavoro e poi liberati senza un briciolo di scuse.  Se in Francia si è registrato, in questi ultimi sette mesi, il più alto tasso di violenza repressiva che la popolazione abbia subìto in tempi di contestazioni sociali dall’epoca della Guerra in Algeria, bisogna fare la distinzione tra violenza e brutalità. La violenza è ovunque, in ogni campo, a più livelli e gradi di intensità. Hannah Arendt diceva che è compito dello Stato gestirla, regolarla, smorzarla, ridurla, o invece farla salire. Per questo esiste il dispositivo dello stato di eccezione; misure che riducono per un periodo determinato le libertà individuali e si aprono i controlli a raffica, in qualsiasi momento della giornata. Così sono state perquisite le sedi di alcuni partiti politici, o hanno messo a soqquadro gli appartamenti di gruppi anarchici, senza trovare nulla di compromettente. Lo si fa quando il paese è di fronte a una minaccia terroristica.  Lo si faceva appunto ai tempi del conflitto con l’Algeria. Con la brutalità si sale di una tacca. E’ violenza gratuita volta ad istruire/educare chi la subisce. La brutalità ha un messaggio. La brigata che mette in ginocchio una scolaresca perché qualche studente ha incendiato un secchione dell’immondizia durante una manifestazione contro la riforma della scuola ha la precisa funzione di lasciare un segno. Nella periferia di Parigi questi episodi non sono rari, ma di solito la vittima è una sola persona, al massimo due. Quindi prima la cosa non faceva molto rumore.</p>
<p>E ora veniamo alla poesia. La brutalità è un materiale come un altro, mi verrebbe da rispondere. E’ più infiammabile perché si spinge oltre il limite di decenza consentito. Viene sfruttato dai media per attirare l’attenzione degli spettatori. Dentro una poesia, invece, non sono sicuro che possa attirare molta gente. Non mi pare di strumentalizzarla, né di riuscire tuttavia ad esorcizzarla. Vorrei scrivere poesie d’amore, e invece mi escono queste, che non sono semplici descrizioni, ma <em>tableaux vivants</em>, esperienze in movimento, correnti o scariche elettriche. E’ cioè la scena che prende la parola. E’ falsa, a posteriori, come lo sarebbe in una pagina di romanzo, e allo stesso tempo del tutto vera. Eppure una volta pensavo di poter operare similmente con le poesie d’amore, come quelle presenti nella raccolta <em>La cura</em>(2015). L’unica conseguenza sociale che queste rappresentazioni della brutalità hanno provocato consiste nel fatto che due o tre persone mi hanno scritto in privato, dopo avermi letto, per  ringraziarmi di aver detto qualcosa che loro da troppo tempo volevano esprimere con dolore. Perché non se ne poteva più di questo silenzio. Ma in realtà, giornali e siti di informazione non hanno mai smesso di occuparsi dei danni materiali. Quindi che diavolo ha fatto la poesia? Forse non ha strumentalizzato certe immagini. Ha creato un silenzio attorno alla brutalità. Ha tolto l’audio. E come al cinema, se tolgono l’audio per un momento, sentiamo meglio il nostro corpo, come sta affrontando la scena.</p>
<p>&nbsp;</p>
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<p><strong><em>S.M.: </em></strong><em>A proposito di quello che racconti circa i fatti francesi degli ultimi tempi, mi riferisco al movimento dei gilets jaunes e alle mobilitazioni di piazza del 2018 e del 2019, come si pongono gli scrittori, in particolar modo i poeti, rispetto a quello che accade? E più in generale ci sono poeti contemporanei francesi che segui con attenzione? Credi che questi movimenti siano carburante per una poesia politica?</em></p>
<p><strong> </strong></p>
<p><strong><em>F.B.:</em></strong>Direi che in Francia, nell’ultimo anno, abbiamo assistito ad un movimento periferico, giunto dalle province e che si è concentrato (cosa inedita) non sulle piazze, bensì sulle rotatorie, all’ingresso delle città, dei piccoli centri, e poi nelle strade delle grandi città, preferibilmente il sabato, ed eccezionalmente la domenica. Quindi si è passati dalla piazza (i movimenti della primavera araba, greca, spagnola, e francese, tra il 2011 e il 2016) agli incroci. E’ sintomatico, perché i movimenti di piazza hanno fallito lasciandosi circondare. Questo movimento invece non voleva essere accerchiato. Che stia fallendo lo stesso? Non lo so… Ma si è mostrato di certo più duraturo e aggressivo. Ha avuto anche dei tentativi di emulazione in vari paesi del Sud del mondo, in Medio Oriente, nell’Europa dell’est. Dal Messico e dall’Argentina è arrivata una grande solidarietà. E i poeti in tutto ciò? Non mi sembra che abbiamo reagito in modo costruttivo. Certo, la letteratura ha tempi lunghi. E bisognerà seguire nei prossimi mesi e anni cosa questo movimento ha lasciato loro. Comunque, all’ultimo Mercato della poesia di Parigi, il pubblico ha guardato con imbarazzo i pochi gilet gialli intervenuti per fare volantinaggio e dire che amavano la poesia e la letteratura. Qualcuno ha anche chiesto: « che c’entrano loro con noi? » Come se si trattasse di animali o piccioni atterrati per sbaglio dentro un negozio. Per fortuna sono i saggisti che hanno risposto per primi, sebbene con un po’ di ritardo, un ritardo tipico di tutta l’intellighenzia che ha snobbato il movimento e che diffidava delle azioni svolte in strada (blocchi, sommosse). Il filosofo Alain Badiou ha detto la sua, muovendo grossi dubbi sulla strategia adottata e la composizione dei gilet gialli .Al contrario, Frédéric Lordon (economista e filosofo) è praticamente sceso in piazza con un megafono, come già tre anni prima. C’è stato anche qualche intervento tardivo da parte di due o tre romanzieri che hanno scritto pamphlet o articoli in difesa del movimento. Erano stati comunque più svelti un anno fa, per sostenere gli scioperi dei ferrovieri contro la funesta riforma della SNCF, che ora si apre alla concorrenza dei privati. Altra battaglia persa; quando perfino gli inglesi ci avevano sconsigliato di liberalizzare i trasporti ferroviari! Bisogna leggere il piccolo saggio di Danièle Sallenave <em>(Jojo le gilet jaune</em>) per avere un’idea sulla difesa della dignità cittadina che sta venendo fuori. Ma esistono vari librini o libroni sul fenomeno dei gilet gialli, che qui è ormai entrato nella Storia, possiamo dirlo, perfino nelle enciclopedie più commerciali. Ma per tornare ai poeti, la questione è più complessa. Non hanno reagito (tolta qualche eccezione,sui siti di estrema sinistra), perché in generale diffidano della poesia <em>engagé</em>. Infatti non si trovano libri di versi che diano conto degli ultimi movimenti sociali o di questioni politiche. La poesia sperimentale (dell’estremo-contemporaneo, come è stata definita da alcuni specialisti) si è occupata di registrare posizioni di rivolta o di forte contestazione sociale, senza realismo. E’ un vecchio retaggio delle neoavanguardie, che qui vanno ancora per la maggiore. E’ un filone molto seguito, anche editorialmente parlando. Un paio di esempi emblematici: Jean-Marie Gleize (1946), influenzato da Denis Roche (1937-2015), attento a questioni teoriche sulla poesia, autore di saggi , editore e redattore di una rivista di poesia di ricerca. Ha pubblicato raccolte di “prosa in prosa”, una poesia fredda, interessata all’aspetto letterale del testo, dura, volentieri sensibile alla natura, ma con l’ossessione della fotografia come modello alternativo. L’altro è sempre un poeta sperimentale che usa la tecnica cara agli oggettivisti americani e a William S. Borroughts (senza innovare particolarmente il genere) per  realizzare montaggi di articoli su Gaza, il ciclone Katrina, Guantanamo ecc. Si chiama Franck Smith (1968) e avverte il lettore che non c’è una sola parola che gli appartenga in questi libri… Ma stavo per dimenticare Nathalie Quintane, la quale sceglie non più la poesia, ma il racconto per restituire la complessità e la brutalità dei conflitti sociali tra il 2016 e il 2018. <em>Un oeil en moins </em>(Un occhio in meno) è davvero un libro politico e di alto livello letterario. Detto ciò, ho smesso di seguire i poeti francesi con particolare attenzione! Nella loro riluttanza rispetto alla dimensione sociale della poesia, io avverto quasi una forma di disgusto per chi si azzarda a trattare di questi temi. Come se fosse roba di altri tempi o semplicemente troppo volgare per finire in versi. Una volta un poeta molto intelligente mi ha detto che tanto, dopo il percorso di Louis Aragon tra le due guerre, non si poteva fare di più. Inutile provarci. Il catalano Gabriel Ferrater diceva che Aragon aveva scritto qualche buona poesia in guerra, ma servivano proprio tutti quei morti per stimolarlo? I poeti hanno scritto sotto la resistenza, negli anni 40, e poi una decina di anni più tardi, durante la guerra in Algeria. Sentivano di dover prendere la parola in pubblico. Oggi ritengono che sarebbe ridondante farlo,ma anche solo scrivere della chiusura delle fabbriche  o dei feriti alle manifestazioni è visto come un atto futile. Chi ci prova è guardato come fosse un imbecille. Questo è il contesto in cui nasce <em>La collaboration</em>, il mio terzo libro in francese, poi tradotto in italiano. Questo è il carburante che hanno trovato i poeti per tacere. Ho l’impressione che i primi ad avere un’idea borghese della poesia siano i poeti. La letteratura in prosa lo è molto meno: basti guardare a certa fantascienza distopica, o al coraggio dei saggisti.</p>
<p><em> </em></p>
<p><strong><em>S.M.: </em></strong><em>In Italia, tornando al discorso sulla brutalità, non ci sono molti poeti che provano a fare i conti con il presente in questi termini, almeno in versi. Fuori da questi invece, esiste un dibattito piuttosto attento a qual è il rapporto moderno tra poesia e società. Anche qui, pensi che questi possano essere i prodromi per una poesia che riattivi l’audio ad un cinema muto?</em></p>
<p><em> </em></p>
<p><strong><em>F.B.: </em></strong>A me pare che in molti si occupino del presente. Ma chi di loro percepisce la brutalità? Ed è poi portato a parlarne? Non lo so. E’ difficile rispondere senza generalizzare. Ma poi, la brutalità si esprime allo stesso modo in Italia? Mi viene in mente un solo titolo che funziona un po’ come il nome di una pietanza scritto in un menù: <em>Coordinate per la crudeltà</em> (2018), di Fabrizio Lombardo. Una volta ordinato il piatto, ci troviamo davvero di fronte a una porzione di crudeltà? Verso la fine del libro c’è una poesia che fa pensare ai magazzini agghiaccianti di Amazon, in cui gli impiegati vengono trattati in modo inumano. La domanda è: una volta fatto due più due, ossia una volta associato quel magazzino della poesia al mastodonte americano che fa chiudere i piccoli librai e considera i suoi dipendenti come macchine, riusciremo davvero a boicottarlo in massa? Tu osservi giustamente che più che scrivere di questioni sociali (e societali), si dibatte tra poeti sul rapporto moderno tra poesia e società. Che basti dibattere di ciò per stimolare qualche partecipante a rendere conto in versi delle tensioni che attraversano la società italiana?  Credo che accada il contrario, se penso che Umberto Fiori è stato invitato ad un colloquio del genere. E’ accaduto prima o dopo l’uscita del suo ultimo libro, <em>Il conoscente</em> ? Ma ecco un lavoro attraversato dalle tensioni sociali, anche se non sono quelle di oggi. Capita che si faccia i conti col proprio passato, a diversi decenni di distanza. Per altro, quelle tensioni  sono rappresentate in modo molto fine. Fiori ha sempre dipinto la realtà dei rapporti urbani come un’aggressione permanente, sulla base di irrimediabili fraintendimenti tra interlocutori che non si conoscono. Quella è violenza, non brutalità. Ed è estremamente interessante. Non ha bisogno che si tolga l’audio. Ha una sua musica: ripetitiva, eppure mai noiosa.  Anche <em>La pura superficie</em>, di Guido Mazzoni, è gremito di realtà inquietanti, di gente che non può capirsi (mi viene in mente la prosa su Genova 01). Lo ritengo un libro importante sotto il profilo antropologico, non lontano, in teoria, dal modus operandi di J-M Gleize, ma senza neo-avanguardismi e neppure le credenze che animano tutto sommato ancora il poeta francese . C’è però un’<em>impasse </em>in quella raccolta, e mi chiedo come l’autore ne verrà fuori nel prossimo lavoro,  perché il rischio grosso è di finire soffocati dalla tesi o dal dogma.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>S.M.:  </strong><em>Avviandoci verso la conclusione, il tema centrale di questa conversazione è, o dovrebbe essere, il conflitto. Per questo ti chiedo cos’è il conflitto nella tua poesia e nella tua lingua e da cosa è rappresentato o generato?</em></p>
<p><em>Ti saluto con un tuo poema presente ne </em>La collaborazione<em>, </em>L’ora della rappresaglia<em>, il quale recita questi versi finali che si rivolgono a chi collabora, a noi tutti, lavoratori, precari etc.: </em></p>
<p><em> </em></p>
<p><em>Tutte le storie che assorbo gli attacchi indiretti</em></p>
<p><em>mi accomunano a loro e a parte l’orrore</em></p>
<p><em>che la Rete mi suscita intravedo l’unione</em></p>
<p><em>di migliaia di mani e teste pronte ad agire</em></p>
<p><em>Immaginate una rivolta negli anni venti</em></p>
<p><em>se ognuno per difendersi avesse gli strumenti</em></p>
<p><em>Comincio a sognare il metodo un altro regime</em></p>
<p><em>democratico oh voi che ne respirate l’aria</em></p>
<p><em>lottate battetevi anche senza vittoria</em></p>
<p><strong> </strong></p>
<p><strong>F.B.: </strong> Non posso ignorare il fatto che in ogni tua domanda c’è il tentativo, paziente ma ostinato, di riportarmi sempre verso un campo di battaglia, e ora cercare di farmi chiudere in bellezza con un lieto fine. Questo che citi qui sopra dovrebbe essere un atto conclusivo in cui o si vince o si perde. L’ultimo verso suggerirebbe che in caso di sconfitta, non ci si potrà accusare di  non averci provato. E ciò mi riporta a Brecht, col quale hai voluto aprire questa conversazione. Non era proprio lui a dire: « Chi combatte può perdere, ma chi non combatte ha già perso »? <strong> </strong>Ci troviamo allo stesso punto. Gli indifferenti sono complici di chi sta facendo girare la Macchina infernale senza conducente. La Macchina corre, va sempre dritta. Sappiamo che tra non molto andrà a sbattere contro un muro, ma nessuno si alza. Ci sono complici coscienti e altri inconsapevoli di questa corsa verso l’autodistruzione. Possiamo scegliere ogni giorno, ogni mattina di opporre resistenza o meno. A volte sono tentato di aprire il finestrino e scaraventarmi giù per un pendio. Sarebbe come uscire dal gioco, ritirarmi per non essere più raggiungibile. Anni fa ho creduto fosse possibile. Altre volte vorrei che prendessimo il volante, almeno in due. Ma purtroppo c’è un pilota automatico. Tutto è stato programmato così bene, un piano tessuto a dovere. Allora bisogna sfasciare il congegno. All’origine c’è la sopraffazione, la dominazione. Ogni era ha conosciuto rapporti di  dominazione, tra una minoranza ben organizzata, credibile, con un potere forte, e una maggioranza disorganizzata, sprovvista delle stesse armi. I primi facevano camminare i secondi tirando le redini. E’ così dalla notte dei tempi. Però la Macchina ha cambiato nome, da un paio di secoli, e abbiamo capito che per andare avanti deve distruggere e travolgere molte persone sul suo passaggio. Io quando ero piccolo trovavo nel bagno di casa piccole pile della rivista “Capital”. Sulle copertine c’erano sempre signori sorridenti in giacca e cravatta, e i titoli promettevano cose buone per i vincenti. Tutto è cominciato così. Dal padre. Uno psicoanalista direbbe subito che la rabbia nasce e si esaurisce lì. Un conflitto con l’autorità paterna? Rifiuto del modello proposto, perché poco sensibile? Ma a quarant’anni passati deve esserci pure qualcos’altro fuori che non va. Magari ci si è trovati in una serie di circostanze che fanno agire, e quindi c’è una scoperta attraverso l’azione. Questo ci struttura. Si scopre di non essere d’accordo sulle questioni di fondo, nonostante tutto portava ad essere educati in un certo modo, a casa, a scuola, all’università, al supermercato. Se l’essere umano è incorreggibile, allora anche il sistema che abbiamo accompagnato e dentro il quale siamo nati è irriformabile. Chi oggi lo chiama neo-liberalismo sbaglia solo perché crede che regolando un po’ i flussi finanziari, tassando un po’ le multinazionali, costringendo le banche a separare le sue operazioni, a delimitarle bene, tutto andrà meglio. E’ la sopraffazione il problema, e la corrente filosofico-cultural-economica  che lo legittima. C’è uno scarto che bisogna operare, ed ha a che fare con una dimensione spirituale, soprattutto in tempi di catastrofe ambientale in atto.  Già. Questa dimensione l’abbiamo evacuata. La poesia è un’arte povera. Se continuo a lasciarmi sedurre da questo linguaggio,  è che la poesia ha bisogno di sobrietà, controllo, silenzio, discrezione, e decrescita. Tutto il contrario di ciò che ci hanno insegnato a desiderare.  Per questo la poesia sta fuori dal gioco, e chi la scrive può stare alternativamente con un piede dentro il grande gioco e un piede fuori. Può insomma fare il famoso passo laterale e vedere quanto è ingannevole la promessa del bene comune come somma degli egoismi e delle azioni interessate; insomma, ciò che hanno fatto dire ad Adam Smith. Per me è una spina nel piede. Per cui il conflitto è un modo per togliersela o non sentirla, bisogna scalciare. Tanto la direzione è chiara: in alto a destra e anche a sinistra! Non so se questo conflitto si senta anche nella lingua che uso: la traduzione, anche quando scrivo direttamente in italiano oppure in francese. C’è sempre una traslazione, un passaggio, da una riva all’altra. A volte per me questo passaggio è impercettibile, sottilissimo. Un suono, due lingue e nessuna terra che sia una vera casa. Per cui, continuo a cercare.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><a href="#_ftnref1" name="_ftn1"></a>Poema della fame &#8211; http://www.leparoleelecose.it/?p=35820</p>
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		<title>Controparole</title>
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		<pubDate>Tue, 09 Nov 2010 07:46:30 +0000</pubDate>
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		<category><![CDATA[Alessandro Baldacci]]></category>
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					<description><![CDATA[[Le pagine che seguono costituiscono l&#8217;apertura del saggio Controparole, Atelier, 2010. Chi voglia acquistare il libro può scrivere a: ladolfi_at_alice.it] di Alessandro Baldacci Speranza e frammenti È ancora possibile cercare un’esperienza di verità nella scrittura? Continua a interrogare il presente, ad alimentare le potenzialità del futuro, la “domanda totale” dell’arte? La dominante ironica della letteratura [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><em>[Le pagine che seguono costituiscono l&#8217;apertura del saggio </em><em><strong>Controparole</strong></em>, Atelier, 2010. Chi voglia acquistare il libro può scrivere a: ladolfi_at_alice.it]</p>
<p>di <strong>Alessandro Baldacci</strong></p>
<p><em>Speranza e frammenti</em></p>
<p>È ancora possibile cercare un’esperienza di verità nella scrittura? Continua a interrogare il presente, ad alimentare le potenzialità del futuro, la “domanda totale” dell’arte? La dominante ironica della letteratura contemporanea, con la sua prassi inerme e la sua incapacità di filtrare la grande lezione dell’ironia primo-novecentesca, il gioco che sempre più sfuma in ammicco, la deresponsabilizzazione del linguaggio, degli autori, dei critici di fronte alle ferite della realtà, la convinzione che la poesia possa accomodarsi docilmente nel suicidio in sordina delle logiche di potere che la governano, sono segni di un’amputazione del pensiero che pervade le più disparate esperienze del presente. Sono i sintomi di un mondo che ha smarrito le emozioni e le passioni del tragico, convinto che l’impossibilità del sublime possa essere ragione bastante per non lasciarsene ancora e nonostante tutto ustionare. Questo tipo di nichilismo, che non riconosce il negativo, che non soffre la negazione, governa la mentalità contemporanea, finge che tutto sia illusorio, fantasma, perché sa che la luce drammatica della realtà basta a denunciarne l’ipocrisia, l’interesse, il vantaggio o la complicità.<span id="more-37146"></span> Si proclama il trionfo del disincanto per sottrarre all’uomo la possibilità del sogno, del futuro, per rendere inerme il suo continuo bisogno di liberazione e di nuova speranza. Nell’ottica di una etica di radicale laicità è quanto mai fruttuoso partire smascherando l’equivoco del bello e del vero senza però rinunciare al problema della bellezza e della verità, rovesciare in altre parole la verità assoluta in interrogazione assoluta. Difendendo la vertigine di questa precarietà, di questo rischio, di questa incertezza diviene possibile mantenere vivo il dialogo fra etica e letteratura allo scopo di portare il proprio contributo di luce, la propria “ombra di speranza” per la realtà. Il  perturbante orizzonte di senso che spalanca la bellezza, come notava Musil, mantiene la sua portentosa attualità solo se ci si avvicina ad essa come ad «uno sconvolgimento mille volte più crudele e spietato di qualunque rivoluzione politica»<a href="#_ftn1">[1]</a>. In questa ottica è ancora possibile legare, fra scatti paradossali, umoristici e tragici, i destini della letteratura all’orizzonte del bello.</p>
<p>Abbandonata dal proprio <em>daimon utopico</em> la letteratura (soprattutto quella europea) pare oggi ridursi sempre più ad uno spazio di imprigionamento e depotenziamento del pensiero: recinto, argine, fuga. Scrivere per coprire la realtà? Scrivere per evitare che essa filtri, erompa, devasti il pacificato rapporto fra l’autore e il proprio tempo? È finito l’esilio tragico in cui è stata sempre di casa la grande arte? O invece colma di merci, con le sue finestre e le sue porte sbarrate contro la realtà, la dimora pacificata della letteratura contemporanea finisce spesso per trasformarsi in uno spazio nichilistico, privo di vita, che volge le spalle ai destini del tempo, incapace di elaborare una propria, autonoma “fedeltà al mondo”? Eppure ancora oggi la <em>Gegenwort </em>(come la chiamava Celan), cioè la controparola della letteratura, quando trova la forza e il coraggio di pronunciarsi, alimenta un futuro che si spinge al di là di ogni futuro (per riprendere una intensa formulazione pasoliniana).</p>
<p>Il discorso che segue nasce frammentario, discontinuo, aperto agli smarrimenti e agli spiazzamenti cui ci conduce l’investigazione della realtà. Manca certo l’organicità di un percorso. Il suo unico centro è quello di una intramontabile fede nella letteratura. Le citazioni, gli spunti, le problematiche appena accennate in queste pagine sono <em>frammenti di un discorso amoroso</em> su etica e letteratura, in un tempo in cui etica e letteratura paiono sempre più relegate al margine, o implicate nella serena, vacua autorappresentazione della cultura contemporanea. Più che un saggio dunque, una serie di appunti, di frammenti aperti verso un saggismo impossibile eppure <em>in progress</em>. Quando la trama della realtà è composta dalla calca dei respinti, degli affamati, dei reietti, scrivere in dialogo con l’etica, significa porre il proprio discorso nello spazio utopico di una parola ultima che torna senza fine a comporsi in forma di prospettiva prima. Necessario è allora declinare al plurale l’utopia stessa, recuperare la categoria aristotelica di potenzialità, per riconoscervi il punto di partenza di un umanesimo critico che senza fine trascenda i limiti dell’esistente, a partire dai segni che, dal suo interno, indicano e testimoniano di un’esigenza di mutazione, di liberazione che è già in atto in ogni <em>jetztzeit</em>.</p>
<p>Potenzialità, speranze e utopie come meridiani di un discorso sulla realtà che rifiutando le declinazioni assolutistiche di totalità e sistema, non per questo rinunci a perseguire, fra cesure e approssimazioni infinite, l’orizzonte di una totalità drammatica: problematica, congetturale, aperta, plurima. Sulle sue spalle preme la condizione e la passione di una lingua sospesa fra estinzione e infanzia. Così, immersa nella tragedia della speranza, la letteratura può proseguire il suo «appello totale / tra i segni passeggeri della fine»<a href="#_ftn2">[2]</a>.</p>
<p>Ora che siamo penetrati oltre la soglia del XXI secolo appare sempre più necessario mantenere memoria del nostro Novecento. La crisi fra lingua e realtà che ne battezza gli inizi non si risolse nella condanna della letteratura all’inautentico, nella identità fra parola e menzogna, ma impose la necessità di scavare vie torte, oblique, di percorrere vicoli ciechi con una energia tale che li trasformò in snodi di passaggio verso nuovi infiniti percorsi di conoscenza. Sprofondata nella parola in lutto del Novecento quella modernità problematica ci invitava a trasformare Sisifo in Münchhausen per liberarci «dall’ossessione della frode e [&#8230;] ricreare la magia della verità»<a href="#_ftn3">[3]</a>. Di questa modernità penso sia quanto mai necessario tornare a sentire l’attualità della lezione, una lezione da lasciare in eredità, come direbbe Andrea Zanzotto, a occhi più futuri.</p>
<hr size="1" /><a href="#_ftnref1">[1]</a> Robert Musil, <em>L’uomo senza qualità</em>, Vol. I, Einaudi, Torino 1967, pag.  425.</p>
<p><a href="#_ftnref2">[2]</a> Milo De Angelis, <em>Poesie</em>, Mondadori, Milano 2008, pag.  232.</p>
<p><a href="#_ftnref3">[3]</a> Carlo Emilio Gadda<em>, I viaggi la morte</em>, Garzanti, Milano 1977, pag. 33.</p>
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