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	<title>Attilio Del Giudice &#8211; NAZIONE INDIANA</title>
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		<title>les nouveaux réalistes : Attilio Del Giudice</title>
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		<dc:creator><![CDATA[francesco forlani]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 07 May 2016 12:00:08 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[inediti]]></category>
		<category><![CDATA[Attilio Del Giudice]]></category>
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					<description><![CDATA[  La legge e la morale di Attilio Del Giudice   Oggi è il 12 aprile, una giornata di sole, ma un vento fastidioso di libeccio  non la rende piacevole, benché sia bello vedere il cielo terso e il mare di un blu scuro intenso, solcato da un’infinità di creste biancheggianti di spuma. Sto qui [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><img fetchpriority="high" decoding="async" class="alignleft wp-image-61771 size-medium" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2016/05/daniela-300x265.jpg" alt="daniela" width="300" height="265" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2016/05/daniela-300x265.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2016/05/daniela.jpg 443w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" /></p>
<p style="text-align: justify;"><strong> </strong></p>
<p style="text-align: justify;"><strong>La legge e la morale</strong></p>
<p style="text-align: justify;">di</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Attilio Del Giudice</strong></p>
<p style="text-align: justify;"><strong> </strong></p>
<p style="text-align: justify;">Oggi è il 12 aprile, una giornata di sole, ma un vento fastidioso di libeccio  non la rende piacevole, benché sia bello vedere il cielo terso e il mare di un blu scuro intenso, solcato da un’infinità di creste biancheggianti di spuma.</p>
<p style="text-align: justify;">Sto qui in un bar al porticciolo di Santa Marinella e non riesco a togliermi dalla testa la drammatica vicenda di Daniela.</p>
<p style="text-align: justify;">Ha ucciso il padre, che, all’età di 9 anni, dopo la morte della mamma, l’aveva costretta ad essere la sua schiava sessuale e gli abusi non erano mai cessati per 12 anni consecutivi. La mente di Daniela, per lungo tempo, fu invasa da un coacervo di sentimenti contrastanti, dove, però, a prevalere erano il terrore e la vergogna, finché un giorno trovò la forza di denunciare la relazione incestuosa, che aveva subìto sin dalla fanciullezza come una profonda, immedicabile ferita.</p>
<p style="text-align: justify;">Dai carabinieri fu da subito considerata una malata. Nel verbale si riferisce: <em>“Uno stato emozionale poco controllato, infatti le tremano vistosamente le labbra e le mani, inoltre l’eloquio è impacciato e caratterizzato da carenza di parole significative” (sic). Quando, poi, il padre esibì un foglio sottoscritto da uno psicoterapeuta, dove si parlava di fantasmizzazione, vale a dire di una cosa non vera, ma vissuta psicologicamente come vera, per la tenenza dei carabinieri non ci furono dubbi: “una povera ragazza presumibilmente malata, molestata solo dalla sua morbosa fantasia”.</em></p>
<p style="text-align: justify;">Passarono ancora sei mesi, ma al fin della licenza…</p>
<p style="text-align: justify;">Il delitto fu perpetrato, nottetempo, durante uno dei tanti amplessi, col taglio netto di un vecchio rasoio nella vena giugulare del turpe amante.</p>
<p style="text-align: justify;">La ragazza si presentò per denunciarsi, presso il presidio dei carabinieri, alle sei del mattino.</p>
<p style="text-align: justify;">Al processo, per la difesa, si presta volontariamente una mia amica, una persona di alto livello professionale e senso profondo della morale.</p>
<p style="text-align: justify;">Questa signora, avvocato penalista, si chiama Marta. Ci conosciamo dai tempi dell’università. Le ho parlato: “<em> Marta, tu pensi che questa cosa della fantasmizzazione sia una bufala?”</em></p>
<p style="text-align: justify;">“<em>Si, sicuramente. Innanzi tutto, questo sedicente psicoterapeuta l’ha formulata senza neanche vedere la ragazza, sulla base di un colloquio col padre, una sorta di memoria per un progetto di terapia, infatti dice:</em> ”Il soggetto potrebbe essere affetto da forme psicotiche, con sintomatologie fantasmatiche e maniaco- depressive”<em> Capito? “Potrebbe”.</em> <em>I carabinieri si sono accontentati di questa cartuscella, esibita dal padre, anche perché ‘sto signore si presentava ben vestito, calmo, sorridente, parlava un italiano corretto, quasi forbito, non era brutto, direi che poteva essere considerato un piacione, il che induceva a pensare che non gli sarebbero mancate le possibilità di avventure erotiche fuori casa. Ma nel processo ci vuole qualcosa di più consistente. Io sono sicura che ha mentito. E lo dimostrerò!</em></p>
<p style="text-align: justify;"><em>Tra l’altro, questo sedicente psicologo terapeuta, a parte la targhetta sulla porta, messa appena laureato, è un ragazzino inesperto e presuntuoso e dovrà rispondere di questa cartuscella scritta su carta intestata e basata su un’ipotesi ricavata dal colloquio col padre, una cosa fuori da ogni deontologia professionale. Poi è significativo che un padre, sentendo ipotizzare che la figlia è malata e ha bisogno di una psicoterapia, non dà seguito per la ragazza a nessuna cura, né con questo imbecille, né con altri psicoterapeuti. La cartuscella porta una data risalente a quasi due anni prima dell’omicidio. Mi sembra evidente che il padre scelse proprio questo cretino per procurarsi una carta, con la parvenza di un documento clinico, da esibire, nel caso di denuncia, cosa che avvenne in realtà. Ti rendi conto?</em></p>
<p style="text-align: justify;"><em>Pare, poi, ci sia anche la testimonianza di un’amica di Daniela, che ha avuto la confidenza di una donna di servizio. Una che, pare, abbia involontariamente visto qualcosa di strano e inquietante in quella casa. Non so ancora niente di preciso. Devo sentire le due donne domani o dopodomani.</em>”</p>
<p style="text-align: justify;">Marta mi è parsa ferma e convinta e credo che la sua tesi prevarrà, ma le relazioni tra morale e giustizia, morale e legalità restano, a mio avviso, ambigue e sono perplesso su che cosa augurarmi per la sorte di Daniela.</p>
<p style="text-align: justify;">Se prevale la tesi dell’abuso sessuale, quella che noi crediamo essere la verità, la ragazza sarà comunque condannata, perché si è fatta giustizia da sola. Se prevale la tesi che l’omicidio è dovuto a una malattia della mente, quella che noi crediamo essere una menzogna, Daniela sarà, più o meno, salvata da “un’adeguata terapia e ospedalizzazione”, così ho letto sulla cronaca di un giornale locale. “Salvata”? Mi pare quanto meno semplicistico.</p>
<p style="text-align: justify;">Ieri Marta mi ha mandato un messaggio sul cellulare: ”<em>Parlato con signora Assunta, la collaboratrice domestica, grosse novità. Oggi non possiamo vederci. Ti lascio la chiavetta con la copia della registrazione da Nico, qui al bar del Tribunale. So che muori dalla curiosità”….</em></p>
<p style="text-align: justify;">Marta ha la buona abitudine di registrare, con certi sofisticati strumenti da agente segreto, ogni colloquio che riguardi il suo lavoro, non chiede l’autorizzazione agli interlocutori, ma sa che non ne farebbe mai usi impropri, se ne serve esclusivamente da efficientissimi pro memoria. Quando può, come in questa circostanza, mi rende partecipe. Ho ascoltato il colloquio di Marta con la domestica sul mio iPad:</p>
<p style="text-align: justify;">“<em>Dottoressa che le devo dire? Si, è vero che andavo da Daniela per i lavori domestici, ma solo una volta la settimana, la mattina, quando il padre non c’era, perché lui stava al ministero, che non lo so che faceva là. Cioè doveva essere un pezzo grosso.”</em></p>
<p style="text-align: justify;"><em>“ Ma lei, signora, in quella casa ha visto o sentito qualcosa che l’ha turbata e che può essere utile alla difesa di Daniela?”</em></p>
<p style="text-align: justify;"><em>“No, e che dovevo vedere? Cioè niente di …Dottoressa, io ho paura a parlare”.</em></p>
<p style="text-align: justify;"><em>“Perché ha paura? Di che? Si apra, non si tenga tutto dentro! Avanti! Io so che lei si è confidata con Mariacarla, l’amica di Francesca”.</em></p>
<p style="text-align: justify;"><em>“Si, dottoressa, e lei mi giurò che non l’avrebbe detto a nessuno”.</em></p>
<p style="text-align: justify;"><em>“E, infatti, Mariacarla ha mantenuto il segreto. Aveva capito che lei era terrorizzata all’idea che il padre di Daniela venisse a conoscenza che lei sapeva e aveva capito. Ma quel signore è morto e non può farle del male. Ripeto, Mariacarla ha mantenuto il segreto anche adesso, ha solo detto che lei, signora, sa qualcosa e se vuole dire finalmente la verità e liberarsi la coscienza di un peso…lo può fare tranquillamente”.</em></p>
<p style="text-align: justify;"><em>“Dottoressa, io ho 36 anni e sono vedova e madre di due gemelli, lo so che non corro rischi, ma ho paura lo stesso”.</em></p>
<p style="text-align: justify;"><em>“Non deve aver paura di me… Io sono solo l’avvocato difensore di Daniela, capisce? E so anche che lei è affezionata a questa ragazza, so che le vuol bene. Su, mi dica, che cosa sa?”</em></p>
<p style="text-align: justify;"><em>“Si, a Daniela voglio un bene dell’anima e, sapete che vi dico, quello era un demonio e la fine che ha fatto se l’è meritata. Dottoressa un giorno… E’ una cosa brutta….”</em></p>
<p style="text-align: justify;"><em>“Un giorno?”</em></p>
<p style="text-align: justify;"><em>“Un giorno andai a fare i servizi di pomeriggio, perché di mattina c’era stata la messa di suffragio per mio marito, buonanima. Lui, il padre di Daniela, venne che potevano essere le sette, non lo sapeva che stavo in casa. Appena entrato, si buttò nella sua poltrona in salotto e chiamò la figlia, due volte e disse gridando una cosa brutta”.</em></p>
<p style="text-align: justify;"><em>“Che cosa disse?”</em></p>
<p style="text-align: justify;"><em>“Disse….  Troietta, sto arrapato,vieni a farmi&#8230; Dottoressa lei ha capito? Non mi faccia ripetere…”</em></p>
<p style="text-align: justify;"><em>“Si, certo, ho capito.”</em></p>
<p style="text-align: justify;"><em>“Daniela stava con me in cucina, mi fece cenno col dito di tacere e mi sussurrò di andarmene senza far rumore. Se scopre che sei qui ci ammazza”.</em></p>
<p style="text-align: justify;">Ecco, la registrazione si ferma qui. Mi sembra tutto esplicito. Marta ed io non avevamo dubbi.</p>
<p style="text-align: justify;">Io non ho le attrezzature culturali per districarmi nella filosofia della morale e del diritto e approfondire questi rapporti, ma, guardando in una fotografia, il volto di Daniela, il suo sguardo limpido e dolcissimo, ho provato una stretta al cuore e un’istintiva partecipazione al delitto. Sì, una partecipazione come unica e terribile forma di solidarietà.</p>
<p style="text-align: justify;">La mia birra scura sta per finire. Forse ne ordinerò un’altra. Il vento sembra sia aumentato di intensità, lo vedo dall’agitarsi straziante delle petunie di tanti colori nei vasi qui, davanti al bar.</p>
<p style="text-align: justify;">Ma si può essere solidali con un assassinio? Le mie idee del bene e del male, del giusto e dell’ingiusto sembrano immerse in una valle piena di nebbia, dove mi è impossibile accedere. Mi assale un’angustia, uno strano turbamento, un senso di impotenza, di incapacità a gestire i pensieri che arrivano e scompaiono come piccoli stizziti fantasmi. Il naufragare in questo mare, oddio, non mi è dolce…</p>
<p style="text-align: justify;">
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		<title>les nouveaux réalistes: Attilio del Giudice</title>
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		<dc:creator><![CDATA[francesco forlani]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 05 Apr 2016 12:00:57 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[inediti]]></category>
		<category><![CDATA[Attilio Del Giudice]]></category>
		<category><![CDATA[les nouveaux réalistes]]></category>
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					<description><![CDATA[Dal profondo della notte di Attilio del Giudice Miriam Celestini si è laureata il mese scorso, brillantemente. E’ stata sempre brava a scuola ed è l’orgoglio dei genitori, una ragazza seria, che non ha mai avuto grilli per la testa. E’ gentile con tutti ed è generosa con le amiche che l’adorano. Miriam è scomparsa. [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><img decoding="async" class="alignleft size-full wp-image-60909" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2016/04/Immagine.jpg" alt="Immagine" width="461" height="478" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2016/04/Immagine.jpg 461w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2016/04/Immagine-289x300.jpg 289w" sizes="(max-width: 461px) 100vw, 461px" /></p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Dal profondo della notte</strong></p>
<p style="text-align: justify;">di</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Attilio del Giudice</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Miriam Celestini si è laureata il mese scorso, brillantemente. E’ stata sempre brava a scuola ed è l’orgoglio dei genitori, una ragazza seria, che non ha mai avuto grilli per la testa. E’ gentile con tutti ed è generosa con le amiche che l’adorano.<br />
Miriam è scomparsa. Forse è stata rapita. In casa aspettano la richiesta di un riscatto. Il padre ha fatto un appello in televisione, non ha saputo trattenere le lacrime. La madre non sta bene, è stata ricoverata. Ieri è arrivata una lettera dalla Germania: “Cari genitori, lasciatemi libera. L’Italia è un paese che non posso amare. Non posso viverci. Quando mi sarò sistemata, vi farò sapere dove mi potrete raggiungere. Restate tranquilli! Vi amo. Miriam”<br />
Certo la grafia era sua, ma non era credibile che avesse preso una decisione così importante da sola, senza parlarne alla madre, senza un motivo grave, un motivo plausibile.<br />
No, certamente Miriam era stata costretta a scrivere la lettera. Si poteva desumere che era viva, questo sì, ma non si poteva escludere che l’avessero rapita per il mercato delle ragazze, un mercato che si stava espandendo a macchia d’olio negli ultimi mesi, e di cui si parlava ogni giorno nei telegiornali.</p>
<p style="text-align: justify;">
Leggevo queste notizie sulla cronaca del Messaggero, mentre ero nella metropolitana linea b, diretto alla stazione Euro Magliana, dove mi sarei incontrato con un tale per l’acquisto di un&#8217; auto tedesca di seconda mano. Però ero informato della scomparsa di Miriam, che conosco da quando è nata, essendo un amico della famiglia Celestini da molti anni.<br />
Sono sceso, mi sono guardato intorno. Un giovane alto, biondino, si è avvicinato e mi ha chiesto se ero quello della macchina.<br />
“ Si, come ha fatto a capirlo?”<br />
“ Non ne ero sicuro, ma ho visto che cercava qualcuno&#8230;”<br />
“Dalla voce al telefono non la facevo così giovane.”<br />
“ No, infatti al telefono non ero io, era mio cugino, che… è più anziano.”<br />
“ Ah, ecco. E ora devo parlare con lui?”<br />
“ Sì, l’accompagno. Sta un po’ fuori mano, ma ho la macchina. Venga!”<br />
Aveva un suv straniero, enorme. Durante il percorso gli ho chiesto come mai non fosse venuto lui, il cugino, direttamente. Al telefono aveva detto:”ci vediamo alla stazione della metropolitana.”<br />
“Non ha voluto dare tante spiegazioni. Lui non si può muovere facilmente, sta su una sedia a rotelle.”<br />
“Ah, questo mi dispiace. E la Mercedes non è sua?”<br />
“ No, no, è sua, solo che la guidiamo noi. Io o mio fratello.”<br />
”Ho capito. Lei pensa che mi possa venire un altro po’ incontro col prezzo? Vede, pago in contanti e se le condizioni della macchina sono quelle descritte al telefono, la ritiro subito.”<br />
“Magari una parola ce la metto, poi, lei mi fa un regalino”<br />
“D’accordo. Facciamo così: su ogni 100 euro di risparmio che riesce a ottenere, le darò il dieci per cento.”<br />
“ Facciamo il venti!”<br />
“ Va bene, affare fatto.”</p>
<p style="text-align: justify;">
Siamo arrivati praticamente in aperta campagna tra catapecchie e tuguri da terzo mondo, di cui nessuno amministratore potrebbe giustificarne l’esistenza nella capitale. Ha fermato il SUV davanti a un capannone in mezzo ad alberi bruciati da un incendio recente, che sembrava aver colpito tutto il montarozzo, e ha detto. “Mio cugino sta qua. Scendiamo!”<br />
Entrando nel capannone, quello che più dava nell’occhio era la sporcizia. Si capiva che ci dormivano, infatti c’erano tre brandine e ci cucinavano anche, lo si desumeva dai fornelli luridi, dalle pendole nello sciacquone e dai piatti sporchi e, soprattutto, dal fatto che si avvertiva un fetore di cibarie andate a male. Istintivamente stavo per fare marcia indietro e chiedere al biondino che mi riportasse dove mi aveva trovato.<br />
Non si vedeva più il cugino e fuori il capannone non avevo notato nessuna Mercedes, solo, mi pare, una vecchia Bravo arrugginita, senza ruote.<br />
Ma da una specie di sgabuzzino, che doveva essere il cesso, uscì con la sedia a rotelle un uomo deforme in maniera vistosa , con un braccio anchilosato e il naso orribile, come fosse stato rosicchiato fino all’osso da un animale.<br />
“ L’aspettavamo. Lei è quello che vuole acquistare la Mercedes? L’ho mandata al lavaggio, la vedrà fra pochi minuti. S’accomodi, prego!”</p>
<p style="text-align: justify;">
C’erano tre sedie dietro un tavolo, due mi sembravano impraticabili, una terza dava più affidamento. Mi sono seduto, con i muscoli tesi, pensando che dovevo lasciare quel luogo il più presto possibile.<br />
“ Forse &#8211; ho detto &#8211; sono stato troppo precipitoso. Forse è meglio che ci rifletta ancora un po’ e quando ho deciso, mi faccio sentire io. La ringrazio e mi scuso se…”<br />
“ Per carità, prima di decidere bisogna pensarci bene!”<br />
Il Biondino, che era improvvisamente ritornato, è intervenuto col fare di chi vuole mettere le cose in ordine: “Paride, il signore qua, vuole risparmiare almeno 200 euro. Se si può fare, paga subito.”<br />
“200 euro non sono pochi, però, se paga alla consegna in contanti, facciamo uno strappo e l’accontentiamo.”<br />
“No, guardi, io, in questo momento, prescindo dal risparmio, voglio pensarci. Abbia pazienza! Devo andare.” Mi sono alzato e sono andato quasi di corsa verso la porta. Appena ho aperto la porta, davanti a me c’era Miriam.<br />
“ Miriam, che fai? Com’è che ti trovi qui? I Tuoi ti cercano disperatamente!”<br />
“ Sta’ zitto! Io sono la Mercedes. Comprami e portami via!”<br />
“ Miriam, fammi capire, come sarebbe che sei una Mercedes?”<br />
“Non perdere tempo se mi vuoi salvare, comprami! Fai presto ti prego! Ti prego! Vai, vai dentro! Paga quello che ti chiedono!”<br />
Sono rientrato e ho detto:“Ho visto la Mercedes. Va bene, la compro. Quanto devo pagare?”<br />
“Quello che s’era concordato: dieci mila euro, meno i 200 che vuole risparmiare.”<br />
Ho tirato fuori dal borsello il danaro e ho messo i dieci mila euro sul tavolo. “Ecco il danaro. I duecento, se li tenga, li dia al biondino!”<br />
Ho aperto la porta e sono uscito sulla strada. Miriam era scomparsa.<br />
Allora l’ho chiamata: “ Miriam, Miriam, dove sei? Miriam rispondi!”<br />
L’avevano fatta sparire. Sono rientrato e ho gridato: “Dove l’avete nascosta?”<br />
“Che cosa, signore?”<br />
“Miriam, la ragazza! Stava qui fuori un minuto fa, dov’è adesso?”<br />
“ Signore di chi parla? Io le ho venduto una Mercedes, lei ha detto che la ritirava subito.”<br />
“Se non mi dite dove avete nascosto la ragazza, io vi denuncio, delinquenti, delinquenti assassini!”<br />
Ho gridato così forte nel sonno che mi sono svegliato. Mia moglie era già sveglia e aveva ascoltato le mie grida. “Amore, hai avuto un incubo? Che hai sognato? Gridavi come un pazzo: delinquenti, assassini! Che è successo?”<br />
“Dio mio! Si, un incubo terribile”<br />
“Amore, sei tutto sudato, vado a prenderti un asciugamani.”<br />
“ Ma che ore sono?”<br />
“ Sono le cinque e venti”<br />
“ Mi dispiace d’averti svegliata. Gridavo forte?”<br />
“ Si, Amore, gridavi. Ma non ti preoccupare per me. Me lo dici che hai sognato?<br />
“Si, te lo dico, ma prima voglio sapere una cosa: Miriam, quando l’hai vista l’ultima volta?”<br />
“Ieri sera.”<br />
“ Dove l’hai vista?”<br />
“ Amore, ma che ti viene in mente? L’ho vista nel supermercato, questo sotto casa. Abbiamo parlato e siamo uscite insieme.”<br />
“ E tu l’hai vista entrare nel portone di casa?”<br />
“ Amo’, ma ti senti bene? Si, l’ho vista entrare. Non capisco dove vuoi andare a parare!”<br />
“ Ascolta, fammi un favore, devo togliermi questo pensiero: Telefona ai Celestini e chiedi che tutto sia a posto.”<br />
“ Ma tu sei pazzo? Telefono alle cinque e mezzo del mattino, per chiedere se sta tutto a posto? Sta tutto a posto da voi? Perché da noi mio marito non sta a posto con la testa…Amore, dai! Vuoi che ti prepari una tisana?.”<br />
“No, no. solo un bicchiere d’acqua”.</p>
<p style="text-align: justify;">
Ero turbato. Non avevo mai fatto un sogno così preciso, così narrativo, con le sequenze concatenate come in un film. L’aria era pesante, l’afa già insopportabile. Andai in veranda per respirare meglio. La città lentamente si metteva in moto. Rivedevo tutte le scene del sogno e rivivevo il malessere, la nausea, quell’individuo mostruoso, la rabbia.<br />
Alle nove chiamò al telefono la signora Celestini. “Come stai Antonia? Ti sei ripresa?”<br />
“ Sto bene, in che senso mi sono ripresa?” – disse mia moglie.<br />
“ Ieri Miriam ha detto che veniva da te per dare una mano, che avevi la febbre alta, che forse si sarebbe trattenuta a dormire da te. Ora che fa, dorme ancora? Se è sveglia, me la chiami?”</p>
<p style="text-align: justify;">Allora la realtà coincideva con il sogno? Con quell’incubo atroce?<br />
Antonia mi guardava spaventata. Non riusciva a parlare. Cercai di introdurre nel caos di emozioni e nella sensazione di essere preda di un mistero, qualche pensiero razionale, per esempio, non si poteva escludere un elemento statistico, vale a dire la probabilità, una su dieci mila, che le due realtà, quella della vita e quella del sogno avessero lo stesso tessuto narrativo.<br />
Devo dire, però, che, per quanto mi sforzassi di introdurre questa idea, mi sembrava che la mente non la potesse accettare come balsamo a un dolore che ci coinvolgeva enormemente.<br />
E se mi servissi del sogno per collaborare con la Polizia? Potrei descrivere con dovizia di particolari il luogo dove era stato commesso il crimine, dove, forse, tenevano prigioniera la ragazza,<br />
dove le persone, forse, venivano vendute come auto usate. Ma il sogno, che mi era apparso lucido, dove le sequenze mi erano sembrate consequenziali le une alle altre in un racconto di tipo cinematografico, ora mi appariva pieno di contraddizioni e in un’aura surreale propria di oscuri fenomeni onirici. Come avrei potuto farlo accettare dalla polizia quale testimonianza inconfutabile, senza destare dubbi e perplessità?. Io stesso potevo essere sospettato di complicità, di voler depistare le indagini, quale connivente della criminalità. No, non avevo alcun supporto razionale, non potevo parlarne.<br />
Tre giorni dopo, nella campagna romana, vicino Santa Marinella, quindi in un luogo lontano da quello del mio sogno, due donne, mentre raccoglievano la cicoria selvatica, trovarono il corpo di Mirian.<br />
Le analisi della Polizia scientifica evidenziarono che la ragazza era stata oggetto di gravi violenze fisiche e abusi sessuali da parte di più persone e che la morte non l’aveva raggiunta in quel luogo dove l’avevano trovata le due donne, ma era avvenuta due o tre giorni prima in un altro posto.</p>
<p style="text-align: justify;">Di tanto in tanto vado col pensiero a quell’incubo maledetto e, nell’inquietudine che si rinnova puntualmente, non posso evitare di interrogarmi sulla materia dei sogni e sui loro misteriosi messaggi.</p>
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		<title>Brutti, sporchi e cattivi</title>
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		<dc:creator><![CDATA[francesco forlani]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 23 Dec 2015 13:00:47 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[inediti]]></category>
		<category><![CDATA[Attilio Del Giudice]]></category>
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					<description><![CDATA[di Attilio Del Giudice ( Da: “Epistolario povero”) Addì 24 Dicembre 1966 Cara madre io sto bene come spero di voi. A Darmstadt fa molto freddo e la mattina che è notte sull’impalcatura le mani si fanno di ghiaccio. La paga ce la danno domani che è Natale e ci danno pure una fetta di [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: left;">di</p>
<p style="text-align: left;"><strong>Attilio Del Giudice</strong></p>
<p style="text-align: left;"><em><span class="_5yl5">( Da: “Epistolario povero”)</span></em></p>
<figure id="attachment_58938" aria-describedby="caption-attachment-58938" style="width: 389px" class="wp-caption alignleft"><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/12/12388295_10208302955641317_464194360_n.jpg"><img decoding="async" class="wp-image-58938 " src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/12/12388295_10208302955641317_464194360_n.jpg" alt="12388295_10208302955641317_464194360_n" width="389" height="364" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/12/12388295_10208302955641317_464194360_n.jpg 524w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/12/12388295_10208302955641317_464194360_n-300x281.jpg 300w" sizes="(max-width: 389px) 100vw, 389px" /></a><figcaption id="caption-attachment-58938" class="wp-caption-text">opera dell&#8217;autore</figcaption></figure>
<p style="text-align: right;"><span class="_5yl5"><strong>Addì 24 Dicembre 1966</strong> </span></p>
<p style="text-align: justify;"><span class="_5yl5">Cara madre io sto bene come spero di voi. A Darmstadt fa molto freddo e la mattina che è notte sull’impalcatura le mani si fanno di ghiaccio. La paga ce la danno domani che è Natale e ci danno pure una fetta di torta che fanno qua e un pezzo di cioccolata. Nicola Cardone, che è il capogruppo nel mio capannone per fare un omaggio ai padroni dopo la messa che si fa stesso nel capannone canta una canzone napoletana. Io ci ho consigliato quella che cantavi pure tu quando ero piccolo cioè Vierno che friddo into a stu core che a me mi veniva da piangere però Cardone vuole cantare fatt fa fatt fà fatt fotografà. Ti mando 18 mila lire per Ninuccio che ci compri il cappotto e le scarpe, che però deve studiare ce lo devi dire se no fa la fine mia che si deve faticare assai assai pure se c’è il vento di tramontana che sopra i pontili dell’impalcatura si sente brutto e nessuno parla per non fare entrare l’aria gelata nei polmoni. Cara madre, ho conosciuto una ragazza di qua che dice che se mi lavo bene sono bello. Però non sono sicuro che ha detto questo perché parla il tedesco che io non tanto. Però pure che non l’ha detto io domani che è Natale mi faccio il bagno col sapone tedesco che addora di cannella. </span></p>
<p style="text-align: justify;"><span class="_5yl5">Un abbraccio a tutti voi e auguri per il Santo Natale dal Vostro figlio Rafele Aversano di Carmela Monaco e fu Ciro Aversano </span></p>
<p style="text-align: justify;"><span class="_5yl5"> </span></p>
]]></content:encoded>
					
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		<title>les nouveaux réalistes : Attilio del Giudice</title>
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		<dc:creator><![CDATA[francesco forlani]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 14 Jun 2014 11:40:06 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[inediti]]></category>
		<category><![CDATA[Attilio Del Giudice]]></category>
		<category><![CDATA[les nouveaux réalistes]]></category>
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					<description><![CDATA[  Per Elisa di Attilio del Giudice &#160; Ieri ho rivisto zio Sergio, il fratello di mia madre. Ci siamo incontrati in occasione di una spartizione proprietaria davanti al Notaio, insieme ad altri parenti. La ricchezza della nostra famiglia ci garantisce una vita agiata, ma i rischi di un declino finanziario sono sempre in agguato [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><strong> </strong></p>
<figure id="attachment_48299" aria-describedby="caption-attachment-48299" style="width: 261px" class="wp-caption aligncenter"><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/06/10299010_10204112195474932_490853731168283271_n.jpg"><img loading="lazy" decoding="async" class="size-medium wp-image-48299" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/06/10299010_10204112195474932_490853731168283271_n-261x300.jpg" alt="La turista - opera di Attiiio del Giudice" width="261" height="300" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/06/10299010_10204112195474932_490853731168283271_n-261x300.jpg 261w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/06/10299010_10204112195474932_490853731168283271_n.jpg 417w" sizes="auto, (max-width: 261px) 100vw, 261px" /></a><figcaption id="caption-attachment-48299" class="wp-caption-text">La turista &#8211; opera di Attiiio del Giudice</figcaption></figure>
<p><strong>Per Elisa</strong></p>
<p>di</p>
<p><strong>Attilio del Giudice</strong></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Ieri ho rivisto zio Sergio, il fratello di mia madre. Ci siamo incontrati in occasione di una spartizione proprietaria davanti al Notaio, insieme ad altri parenti. La ricchezza della nostra famiglia ci garantisce una vita agiata, ma i rischi di un declino finanziario sono sempre in agguato e una maggiore vigilanza da parte di tutti non guasterebbe. Questa è stata la raccomandazione del notaio, che cura con sospetta solerzia i nostri interessi da quasi cinquanta anni. All’esortazione, profusa col solito tono apodittico, abbiamo risposto con un silenzio serioso, sapendo, però, ciascuno dentro di sé, che lo sperpero (più lo sperpero amministrativo o l’incuria, che un vero e proprio scialacquamento edonistico) avrebbe caratterizzato a tempo indeterminato i nostri comportamenti. Una questione mai approfondita in famiglia, un argomento noioso di cui ora non mi va di parlare.</p>
<p>Lo zio ed io abbiamo raggiunto la Cervinara, la villa di famiglia a piedi. Mi faceva un certo effetto camminare con lui a fianco, che non mi arrivava nemmeno alla spalla. Mi ha fatto pena. S’è invecchiato. E va be’, questo me lo dovevo aspettare e, naturalmente, anche lui mi avrà trovata con tutti i segni del tempo, che porto sul viso e non solo, ma quello che mi ha fatto più impressione è stata la gobba. Anche da giovane la gobba stava là e non la si poteva ignorare, ma ora sembrava molto più invasiva e quasi raddoppiata. Ho notato che i miei due fratelli con le rispettive mogli, nel salutarlo sotto il palazzo del notaio, prima di mettersi in macchina, lo hanno abbracciato e con nonchalance gli hanno toccato la gobba. Sì, perché non c’è niente di più efficace che toccare una gobba maschile, per propiziarsi la fortuna. E’ una credenza diffusa, trasversale nei vari ambienti e classi sociali, alla quale, anche i miei fratelli e specialmente le mie cognate , non hanno saputo sottrarsi. Io, no! Anzi dovrei credere esattamente il contrario.</p>
<p>“Zio Sergio, ma che hai fatto? Da dromedario, sei diventato cammello?” Gliel’ho detto, papale papale.<br />
Io mi posso permettere di parlagli in tal modo, senza rispetto e lui non può offendersi più di tanto, questo perché, tra noi, c’è un segreto antico, che posso gestire a mio piacimento e, se voglio (non so perché. finora non l’ho mai fatto), lo posso mettere alla gogna e lui questo lo sa perfettamente, almeno così pensavo. Non si è offeso, anzi si è messo a ridere, del resto è stato sempre spiritoso.<br />
“Sai, zio, ho vinto un concorso letterario per racconti brevi”. Nel dirgli questa frase, non avevo progettato niente, in verità; mi è venuta in mente come per caso, all’improvviso, una sorta di libera associazione, però, subito mi è venuta anche la curiosità maligna e irresistibile: ”Voglio proprio vedere come la prende”. Mi sono detta.<br />
“Davvero? &#8211; ha risposto &#8211; Questo mi rende felice. Sono orgoglioso che la mia nipotina si faccia strada con la sua creatività” E ha sorriso quasi commosso.<br />
“Si, ma non sono una nipotina, ormai sono una nipotona… Zio, ho quarant’anni.”<br />
“Quarant’anni? Sembra ieri che eri una bambina, con quelle treccine dorate e impertinenti. Però conservi il volto dolce e pulito di un’adolescente e sei ancora portatrice di incanto e di poesia.”<br />
“Grazie zio, belle parole. Allora ti faccio leggere il racconto col quale ho vinto il premio o preferisci di no?”<br />
“Ma certo che voglio leggere!”<br />
“Okey, però aspetta un attimo, lo tengo sul computer, te lo stampo.”<br />
“Posso leggerlo direttamente sullo schermo, se vuoi.”<br />
“ No, no, te lo stampo, faccio in un minuto, è breve.”<br />
Ho stampato e gli ho dato in mano il foglio. “Zio, ti prego leggi ad alta voce, ho voglia di gustarmi la tua voce calda. Mi ricordo quando mi leggevi Cime Tempestose, non mi stancavo mai di ascoltare.”<br />
Così ha inforcato gli occhiali e si è messo a leggere.</p>
<p><strong>Il ricordo</strong><br />
<em>Elisa era ricca, ricchissima e, forse, bella. Ma sì, era ancora bella!</em><br />
<em>Le piaceva starsene distesa, al sole, completamente nuda, leggere un buon libro e fumare una Davidoff di fronte al mare.</em><br />
<em>Verso l’una, un vento caldo di scirocco portò una nuvolaglia gravida di pioggia e disciolse un grumo della memoria.</em><br />
<em>La stessa luce, la stessa nuvolaglia livida. Era il maggio odoroso.</em><br />
<em>Giocavano a nascondino. Sempre allegro zio Sergio, il fratello della mamma. Sempre divertente! Nonostante fosse gobbo.</em><br />
<em>Venne la pioggia forte. Ripararono nel fienile. E, lì, nel fienile, per gioco, zio Sergio la stuprò.</em><br />
<em>Elisa aveva undici anni, in quel maggio odoroso.</em></p>
<p>Ha mantenuto il controllo fino alla fine, sempre con quella sua bella voce da attore. Poi, senza mostrare nemmeno una briciolo di imbarazzo, ha detto:” Sono contento che proprio con questo racconto brevissimo ma assai intenso, hai vinto il concorso. Alla base della buona letteratura, c’è sempre un’esperienza forte e personale e credo che, da questo episodio non banale della tua vita, potrai trarre altri spunti, altri bei racconti. Io, Elisa, te lo auguro con tutto il cuore. Tu hai grande capacità di sintesi e questo è un talento raro e prezioso. La nostra epoca, l’immaginario collettivo, fortemente legati ai prodigi della tecnologia che, come sai, brucia i tempi, impongono, anche nella prosa narrativa, l’alta velocità e le risoluzioni essenziali.”<br />
Si è tolto gli occhiali e ha sorriso un&#8217;altra volta.” Vedi, tu hai attinto dalla realtà, mentre oggi la fonte è un’altra, vale a dire: il pornografico, capisci? Cioè, l’eros preconfezionato, senza individualità, senza rischio, senza mistero, senza il tormento del desiderio e dell’attesa, che noi abbiamo felicemente sperimentato. L’eros mortuario, ripetitivo, ossessivamente omologo alle produzioni seriali del mercato e servo del determinismo medianico.”<br />
Mi guardava e sorrideva spudoratamente come una vecchia puttana e senza esitazioni ha completato la prolusione: “ Insomma, Elisa, si tratta di un’oscenità importata e imposta dalla cultura del consumo, in altre parole: dal residuo fecale della modernità, della nostra stupida, orrenda, modernità”.<br />
Così, questo vecchio porco, con la gobba ineludibile, la furberia e la voce flautata era capace ancora di sorprendermi e io, a quarant’anni, lo stavo ancora ad ascoltare senza sputargli in faccia, porca vacca!<br />
Quanto mi potrà costare un Killer che metta le cose a posto?</p>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>35 €</title>
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		<dc:creator><![CDATA[francesco forlani]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 24 Feb 2013 11:26:17 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[a gamba tesa]]></category>
		<category><![CDATA[inediti]]></category>
		<category><![CDATA[Attilio Del Giudice]]></category>
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					<description><![CDATA[Trentacinque euro di Attilio del Giudice Ho 36 anni, mi chiamo Felice, come quella fidanzata di Kafka, con la quale finì tutto a carte quarantotto. Mia madre dovette decidere da sola, perché mio padre la lasciò prima che nascessi io. Mio padre era un cacciatore all’antica e le cartucce se le fabbricava da solo. Infatti [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/02/attilio.jpg"><img loading="lazy" decoding="async" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/02/attilio.jpg" alt="attilio" width="300" height="268" class="alignleft size-full wp-image-44966" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/02/attilio.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/02/attilio-96x85.jpg 96w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/02/attilio-38x33.jpg 38w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/02/attilio-240x215.jpg 240w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/02/attilio-128x114.jpg 128w" sizes="auto, (max-width: 300px) 100vw, 300px" /></a></p>
<p><strong>Trentacinque euro</strong><br />
di<br />
<strong>Attilio del Giudice</strong></p>
<p>Ho 36 anni, mi chiamo Felice, come quella fidanzata di Kafka, con la quale finì tutto a carte quarantotto. Mia madre dovette decidere da sola, perché mio padre la lasciò prima che nascessi io.<br />
Mio padre era un cacciatore all’antica e le cartucce se le fabbricava da solo. Infatti disse: ”Vado da Nando &#8211; il suo fornitore per le cose venatorie &#8211; a comprare un po’ di polvere. E non si vide più. Sembra una barzelletta, ma i fatti andarono proprio così. </p>
<p> Non credo che, nell’incombenza di darmi un nome, volesse ricordare la signorina Bauer, lei, mia madre, scolasticamente, s’era fermata alla quarta elementare. Devo pensare che volesse augurarmi piuttosto una vita felice, tutto qua. In realtà mi ha messo in grande imbarazzo un’infinità di volte, non solo perché questo nome, dalle nostre parti, viene dato quasi esclusivamente ai maschietti, ma anche per circostanze più sostanziali, che mettevano in crisi ora l’identità, ora la mia attitudine a non credere, come una babbea, a una generica felicità, piovutami dal cielo chissà come. Per esempio, è spesso capitato che mi chiedessero chi fossi e io, sconsideratamente, rispondevo: “sono Felice” innescando una serie di equivoci, che non sempre si potevano chiarire subito e, talvolta, con interlocutori a basso quoziente intellettuale, ci voleva la manodidio per far capire che quello ero il mio nome di battesimo e non uno stato di grazia, che, comunque, sarebbe stato una condizione dello spirito mia personale e che non ero obbligata a dichiarare.</p>
<p>Per la verità, anche volendo dichiarare una condizione dello spirito di quella natura (la felicità, appunto), avrei dovuto ricorrere alla mia più naturale tendenza, cioè alla capacità di mentire, clamorosamente. Però non la voglio portare per le lunghe: la felicità non esiste, così dicono tutti e, al massimo, si parla di serenità, di tranquillità, insomma surrogati, tanto per non fare la figura dei piagnoni a oltranza.  Va bene, non esiste e siamo tutti nella stessa barca di Caronte, ma io qualche dubbio lo tengo, almeno sulla gradualità dell’infelicità. Per esempio: se non avessi perduto Viviana, mia figlia, all’età di due anni, se Marcello non mi avesse detto: “Ti voglio bene, credimi! ma non ti amo. La nostra spinta sessuale si è ridotta al lumicino ed è meglio per entrambi tagliare la testa al toro e separarci (il toro, praticamente ero io, infatti, in dieci anni, l’ho visto due o tre volte  e gli alimenti  nemmeno due o tre volte,  nonostante le ingiunzioni, l’avvocato, eccetera eccetera). Oppure, sempre per esempio, se mia madre, sul letto di morte, non avesse detto: “ Tu, per me, per la mia vita, sei stata come un cancro”. Poi, dopo un po’, disse che aveva scherzato. Scherzato? Ma si può scherzare così, mentre stai per morire? No, forse la felicità non esiste, ma l’infelicità esiste e come! Ed è assai differenziata tra le persone.<br />
Un’altra cosa: io credo di essere oggettivamente sfortunata, ma non lo voglio sentir dire, mi fa andare su tutte le furie quando qualcuno dice: “poverina, Felice, non hai fortuna”. </p>
<p>Mi offende la considerazione pietistica, anche perché la considero generalmente falsa e ipocrita e so che, sotto sotto, c’è il pensiero di riserva dell’interlocutore, vale a dire: si, sei sfortunata. Ma ognuno è artefice della propria fortuna; quindi io non sarei artefice, anzi sono inderogabilmente una grande artefice della mia personale sfortuna. Naturalmente sarei una stupida, arrogante e fanatica narcisista, se attribuissi solo alla Suerte l’infittirsi dei problemi nella mia esistenza quotidiana (una serie, che manco me ne tiene di elencare), mentre, se non ci fosse stata la malasorte, sarei stata, invece, splendida padrona del campo. No! Molti errori sono stati miei, ne sono decisamente responsabile, questo lo devo ammettere e non hanno quasi mai giustificazioni plausibili. Naturalmente il discorso delle giustificazioni  è privato e non ne  devo dar conto a nessuno, anche perché i miei errori non hanno arrecato danni  né a uomini, né ad animali, a parte un quattro o cinque uccisioni e relativi spennamenti di galline, quando ero ragazza  ed  ero ospite nella masseria di zio Sergio e mi comandavano di preparare il pranzo. Peraltro, anche adesso, non so dire se questa mia disponibilità a fare il lavoro sporco con il pollame, fosse autenticamente un errore e non una necessità culinaria.</p>
<p>Prendo 450 euro al mese da un istituto magistrale privato, dove insegno Storia dell’Arte e Scienze Umane (Pedagogia e Psicologia). Un abbinamento inconsueto nelle scuole pubbliche, ma  l’istituto dove insegno io è uno di quelli in cui certe pignolerie non vengono contemplate e i ragazzi, piuttosto attempatelli, fanno tre anni in uno. L’importante è che le famiglie  sgancino un bel po’ di grana, se vogliono arrivare al dunque (al famoso pezzo di cara), datosi che si tratta di  persuadere serissime commissioni esterne di docenti integerrimi e poco corruttibili. Almeno così dice il capo, ed è come se dicesse:  “ragazze serissime  poco incinte…”Mai, almeno una volta, che il boss, dottor Catapane (si ignora il tipo di laurea conseguita, e si sospetta sia un titolo attribuito arbitrariamente dai guardiani di automobili “Venga avanti, dotto’”) esclamasse, anche solo in camera caritatis, non: “poco corruttibili”, ma corruttibili con poco. L’inconfondibile profumo della verità avrebbe inondato l’intero caseggiato, mentre, fatalmente, permane un fetore insopportabile e non solo morale e metaforico. Infatti Orsola Gazzillo, preposta alla pulizia dell’intero edificio, cessi compresi, si può permettere il lusso di non fare una minchia, compensando l’inefficienza dei servizi con l’antica arte dello spionaggio e non risparmiandosi per qualche prestazione sessuale (servizi, per la verità, antichissimi anche questi) richiesta dal boss, nonché gestore, direttore didattico e, naturalmente, direttore  amministrativo, richiesta inoltrata, fino a circa un mese fa, perché, negli ultimi giorni, le esigenze erotiche del suddetto pare si siano orientate verso un’allieva, piuttosto in carne, ma, ovviamente, più fresca della Gazzillo, nelle forme e nei contenuti. Fermo restante il gradimento delle attività di spionaggio, che Orsola mantiene sempre intense ed efficaci per il suo tornaconto.</p>
<p>Mandarli a cagare, ovviamente, non è possibile per evidenti ragioni di sostentamento, ma l’esperienza umana e professionale sembra votata  al vomito quotidiano, soprattutto perché, tra noi insegnanti, cinque femmine e un prete, vige il coprifuoco e nessuno, anch’io naturalmente, ha il coraggio di uscire allo scoperto e denunciare lo stato delle cose, cioè a dire che nessun docente, in nessuna, anche stronzissima, materia di sudi,  può portare avanti, per un alunnato non brillante, anzi, diciamolo francamente, per delle incredibili teste di cazzo, in otto mesi,  un programma di tre anni e mettere definitivamente fuori uso una laurea (110 e lode) e quel minimo di dignità, che qualsiasi persona dovrebbe mantenere e proteggere. Niente, non se ne fa niente, si va avanti così, giorno dopo giorno, tristemente, aspettando Godot, con la strizza nel culo di perdere pure questo posticino, visto che l’aver superato l’esame di abilitazione non è stato sufficiente per lo Stato Italiano a farmi avere un lavoro normale nella pubblica istruzione.</p>
<p>Per raggiungere questa scuola, devo prendere una corriera alle sei del mattino. Non sono distanze strepitose (meno di trenta chilometri), ma devo calcolare almeno un’ora e mezza, perché ‘sta corriera, prima di arrivare alla mia meta, raccoglie gente in tre paesini  e si ferma anche per la strada  per far salire qualche altro disgraziato utente che aspetta e spera.<br />
Ieri  faceva un freddo boia, soprattutto un vento sferzante di tramontana mi entrava nelle ossa, benché fossi tutta imbacuccata e avessi messo perfino un giornale sotto la maglia per proteggermi il petto. Aspettavo questa benedetta corriera, che tardava come al solito, battendo i piedi e mi prefiguravo il calduccio accogliente che avrei trovato assieme ad inconfondibili odori di formaggi, che certi contadini portavano nelle ceste di vimini, nella prospettiva di un micro-commercio in città. Insomma un’atmosfera calda, rurale, diciamo demodè, a dispetto sia del gelo esterno, sia delle strabilianti conquiste tecnologiche del nuovo secolo. Devo, poi, confessare, a completamento dell’idillio, che avevo buone probabilità di vedere Mirko, uno studente, che mi piace un sacco, dolce, cortese e bello, forse troppo per me.</p>
<p>Io, generalmente, mi rifiuto di sognare il principe azzurro, ma, stavolta, ogni tanto, mi ritrovo con la mente coinvolta in certi languori cretini. Cretinissimi, non c’è dubbio, perché ‘sto Mirko dagli occhi blu, è fidanzatissimo con una, che, tra l’altro, ho conosciuto e che lui mi presentò con evidente orgoglio, purtroppo non campato in aria, infatti la ragazza tiene  tutti i numeri, al contrario di me, che,invece, i numeri li do, come diceva mia madre, tanti anni fa, quando la volevo convincere  a scrivere una lettera di perdono a mio padre, avendo saputo che gli era venuto un  tumore al fegato.<br />
 Il giovanotto con me, è sempre educatissimo e galante, senza mai esagerare,  e mi conserva il posto sulla corriera vicino a lui e mi ascolta quando parlo e ha sempre parole di incoraggiamento, insomma è un figlio di puttana, che mi vuole fare innamorare per forza e se questo non lo capisce e si comporta così, spontaneamente, perché è nato gentile, io non ho nemmeno la soddisfazione di dire: “ma guarda che stronzo!” </p>
<p>Allora, mentre aspettavo la corriera e battevo i piedi e me ne andavo per la tangente con questi pensieri agrodolci,  è arrivato un tale con la bicicletta, uno massiccio sulla cinquantina. Si è avvicinato a piedi, tenendo la bicicletta dal  manubrio. Io pensavo che volesse fare qualche considerazione sul tempo, sul gelo, sul vento, invece ha detto.” Tengo solo trentacinque euro, mi faresti un pompino?”<br />
L’istinto è stato quello di urlare, di dargli una borsata in faccia, di ingiuriarlo, ma mi sono trattenuta. Eravamo soli, nell’incerta luce dell’alba, in piazza non si vedeva anima viva, una mia reazione emotiva poteva essere pericolosissima. Così ho pensato di tenerlo a bada  con un atteggiamento diverso: “ Mi dispiace, signore, io non sono una prostituta.”<br />
“Allora, non se ne fa niente?” ha detto lui.<br />
“ No, mi dispiace, non se ne fa niente.”</p>
<p>E’ rimontato sulla bicicletta e se n’è andato, pedalando piano, forse per darsi un contegno o perché aveva il vento contrario.<br />
Tremavo di indignazione, ma forse era il freddo. E’ arrivata la corriera. Appena dentro, ho dato uno sguardo panoramico ai passeggeri.  Porca vacca! Mirko non c’era.<br />
Mi sono seduta a fianco di una filippina, che fa la serva in città, una che sorride sempre, ma si fa i fatti suoi, e mi sono messa a riflettere: “Che cosa gli ha fatto pensare che fossi una puttana? Certamente non il mio abbigliamento, più adatto a una spedizione artica, che a un generico adescamento stradale; nemmeno un particolare rilievo del lato b (come dicono quelli che hanno paura di dire la parola culo e vantano, per questo, una sorta di estetica del linguaggio), magari valorizzato e messo  in mostra mediante gonne aderenti o jeans in pelle, dato che il piumone nero che indossavo, copriva tutto quasi fino ai piedi. Sarà stato lo sguardo? Non lo so. Certo è che mia madre, tanti anni fa, quando, qualche volta, veniva a cena Marino, il figlio di donna Assunta (una lontana parente) che stava facendo il militare a Caserta, diceva: “non lo guardare con quello sguardo da zoccola”. </p>
<p>A tredici anni non disponevo di gran varietà di sguardi e m’ero fatta l’idea che, se anche le tette tardavano a farsi  rispettabili, io, comunque, avevo un arma formidabile per mettere a tappeto il sesso forte: “ lo sguardo da zoccola”. Poi, col tempo, questa bella illusione svanì, mentre le tette restarono piccole e gentili, ed è noto, che le dimensioni circoscritte sono  appetibili solamente da  pochi intenditori e collezionisti; tanto è vero che, nonostante ci sia la più grande crisi economica dopo quella del 29, i chirurghi plastici non hanno mai smesso di fare soldi a palate.<br />
Eppure,  quella proposta,  volgare, indecente e offensiva, attribuibile a un uomo di nessun conto, forse a un malato, mi ha fatto  più male di quanto, di primo acchitto, m’era sembrato di dover smaltire. Per tutto il viaggio mi sono tormentata con un interrogativo atroce. “Ma chi sono io, se chiunque può, impunemente, oltraggiarmi? Valgo proprio meno di niente? Posso essere calpestata come un insetto schifoso?” Insomma, esageravo col masochismo, che è una mia specialità. A poco a poco, però, m’è venuto incontro un pensiero più razionale e abbastanza consolatorio: la mia pochezza c’entrava poco, lì, al posto mio, ci poteva stare anche un premio nobel; benché, devo ammettere che difficilmente un premio nobel si potesse trovare in quella piazzetta alle sei del mattino col freddo e col vento. Però dipende, magari chissà… </p>
<p>Si, perché capita sovente che le associazioni libere si sentano libere di condizionarci e non possiamo farci niente. Del resto non è la prima volta che mi accorgo del trucco: la libertà di scelta, kantiana e cristiana, deve essere una presa per i fondelli, una “sola” colossale che ci hanno fatto credere, per darci addosso con le responsabilità.   Infatti, senza che potessi decidere di censurarmi ed evitare la mancanza di rispetto, mi è venuto in mente Madre Teresa di Calcutta, premio nobel, appunto. Una che ci poteva pure stare col gelo e col vento  lì, in quella piazzetta, presso la fermata della corriera e, naturalmente mi è venuto in mente, nel controcampo, quel signore massiccio con la bicicletta, che le dice: Madre Tere’, tengo trentacinque euro…. Eccetera.<br />
Maledette associazioni libere, andatevene a fare in culo, voi e  Karl Gustav Jung!</p>
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		<title>Un Plot d&#8217;esecuzione: Attilio Del Giudice</title>
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		<dc:creator><![CDATA[francesco forlani]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 10 May 2011 06:28:28 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[inediti]]></category>
		<category><![CDATA[Attilio Del Giudice]]></category>
		<category><![CDATA[Pittate]]></category>
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					<description><![CDATA[Ah, bene bene! di Attilio del Giudice La notte del mio ventunesimo compleanno, intorno alle due, minuto più minuto meno, ho ucciso i miei genitori. Devo dire che nel progetto avevo scartato ogni modalità che implicasse brutalità e truculenza, infatti, per quello che dovevo fare, ho scelto la via più semplice, precisa e quasi indolore: [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<figure id="attachment_39008" aria-describedby="caption-attachment-39008" style="width: 278px" class="wp-caption alignleft"><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/05/pensare-il-plot.jpg_w380h409.jpeg"><img loading="lazy" decoding="async" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/05/pensare-il-plot.jpg_w380h409-278x300.jpg" alt="" title="pensare-il-plot.jpg_w=380&amp;h=409" width="278" height="300" class="size-medium wp-image-39008" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/05/pensare-il-plot.jpg_w380h409-278x300.jpg 278w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/05/pensare-il-plot.jpg_w380h409.jpeg 380w" sizes="auto, (max-width: 278px) 100vw, 278px" /></a><figcaption id="caption-attachment-39008" class="wp-caption-text">Progettare il plot- Pittate di Attilio Del Giudice</figcaption></figure>
<p><strong>Ah, bene bene!</strong><br />
di<br />
<strong><a href="http://attiliodelgiudice.wordpress.com/">Attilio del Giudice</a></strong>  </p>
<p>La notte del mio ventunesimo compleanno, intorno alle due, minuto più minuto meno, ho ucciso i miei genitori.<br />
Devo dire che nel progetto avevo scartato ogni modalità che implicasse brutalità e truculenza, infatti, per quello che dovevo fare, ho scelto la via più semplice, precisa e quasi indolore: il monossido di carbonio, praticamente il gas di città.<br />
Nella parete divisoria tra la camera matrimoniale e lo studio c’è un buchetto, appena al di sopra del battiscopa, dove passa il filo dell’antenna parabolica della televisione. Ho tagliato il filo e ho inserito nel buchetto un tubicino di metallo, dal quale ho fatto partire un flessibile di gomma, che ho collegato con la valvola del gas. Dopo essermi accertato, verso l’una e mezza, che i due fossero ormai preda di un sonno profondo e che tutte le finestre fossero sbarrate (mio padre, dopo una rapina in una villa vicino casa, si prende cura ossessivamente, tutte le sere, di sprangare ogni possibile accesso al nostro appartamento), ho aperto la valvola e sono uscito.<br />
<span id="more-39006"></span><br />
Con la macchina ho raggiunto il Club del Pino. È una discoteca, a cinque chilometri da casa, dove ci lavora una ragazza che conosco. Fa la cubista, si chiama Irma. In quell’ambiente la chiamano Irma la Rapida, per via del suo privilegiare il sesso veloce, senza fronzoli, strascichi e coinvolgimenti emotivi. Spesso mi ha fatto parte di queste sue avventure amorose, con narrazioni ironiche e, talvolta, esilaranti. Famose sono le sveltine di Irma la Rapida con partner sconosciuti eseguite nei posti più impensati. Sennonché, all’improvviso, senza preavvisi, è incappata nell’innamoramento. Una bomba devastante per una come lei, che mai aveva avuto esperienze sentimentali di quel tipo.<br />
Appena mi ha visto, mi ha fatto capire di aspettare che finisse la prestazione sul cubo, difatti, terminato il numero, è venuta da me a bere un drink al banco.<br />
Voleva parlarmi di questo suo amore travolgente, anzi concitatamente ne parlava con gli occhi lucidi e pieni di passione, ma io dovevo giocare di intuito, perché perdevo un sacco di parole a causa della musica assordante.<br />
Se non ho capito male, si era innamorata alla follia di uno che scrive poesie, uno bello, delicato, bruno, che pare somigli a Garcia Lorca. Ho pensato: “Ma questa che ne sa di Garcia Lorca?” Boh.<br />
“Un amore, meraviglioso e terribile, che non mi dà pace.” Ha detto.<br />
 Quest’uomo è disabile e sta sulla sedia a rotelle, non ho capito se provvisoriamente o definitivamente.</p>
<p>Ho lasciato il locale che potevano essere le cinque del mattino. Quando ho aperto l’uscio di casa ho immediatamente sentito l’acre odore del gas, per fortuna ho avuto l’accortezza di non aprire l’interruttore della luce, un corto circuito avrebbe causato un’esplosione e  fatto saltare l’intero palazzo. Di corsa ho aperto tutte le finestre e i balconi. La luce dell’alba era fioca, ma sufficiente per accertarmi che tutto fosse andato nel verso giusto, come avevo progettato. Mia madre era riversa sul letto, coi piedi a terra però, si vede che aveva tentato di alzarsi per raggiungere la finestra, ma non ce l’aveva fatta.<br />
Ho cercato tutti i suoi pochi gioielli e un orologio d’oro di mio padre, (ricevuto in dono dai suoi vecchi, quando si era brillantemente laureato) e ho sotterrato il malloppo (raccolto in una busta di plastica) nel vaso grande del ficus, che si trova nello studio. Deliberatamente ho lasciato cadere sul tappeto del salotto un anellino di mia madre per suggerire agli inquirenti una disattenzione dei rapinatori per la fretta di scappare. Una bella idea!<br />
È ovvio che ho aperto tutti i cassetti e rimosso i contenuti, creando una scenografica confusione. Ho usato  guanti trasparenti di plastica, quelli dei supermercati, che ho stretto ai polsi con un elastico, e ho condotto le operazioni con calma e accortezza. Non ho cancellato le impronte sulle maniglie delle finestre e dei balconi che avevo aperto, perché sarebbe apparso naturale che io, rientrando a casa, li avrei spalancati, mentre i ladri per fare le loro cose avrebbero usato autorespiratori.</p>
<p>La mattina seguente, sotto il palazzo, c’era molta gente convenuta per il funerale e c’era una gran quantità di cuscini e corone di fiori che riempivano tutto l’androne e parte delle scale. Tra le corone, la più elegante, boccioli di rose rosse, era decisamente quella dei colleghi dell’università (mio padre e mia madre erano entrambi docenti di Urbanistica presso la facoltà di Architettura).<br />
 Le persone che stavano là, sotto il palazzo, uno alla volta, sono venute ad abbracciarmi e a dirmi parole di cordoglio. A un certo punto è arrivata la signora Marisa. La signora Marisa, una cara amica della mamma, è da sempre l’oggetto delle mie fantasie onanistiche. Mi ha abbracciato e mi ha sussurrato in un orecchio: “Se hai bisogno di me, del mio corpo, chiamami, chiamami quando vuoi!”<br />
Ho avvertito il tepore del suo petto generoso come un’immersione in un liquido amniotico, che mi accoglieva e dove potevo, in quei pochi secondi, naufragare dolcemente.<br />
Ma quelle parole sussurrate avevano prodotto un’erezione formidabile. Non mi era mai accaduto niente di paragonabile, mai un’erezione così granitica e vistosa. Ho pensato che, se in quel giorno avessi indossato le mutandine a slip, sarebbe rimasta compressa e segreta, invece avevo le mutande larghe a calzoncini e davanti, inequivocabilmente, c’era questa cosa oscena, alla vista di tutti. Si è avvicinato Amintore, un mio vecchio compagno di scuola, e, allarmatissimo, ha detto:”Dario, ma che hai combinato? Sembra una bandiera. Stai attento che ti guardano!”<br />
“Lo so, ma non posso farci niente”.<br />
Durante il tragitto del corteo funebre, l’erezione non dava segni di cedimento. Ho riflettuto che se non pensavo a Marisa e riempivo la mente con altri temi, avrei potuto avere qualche buon risultato, così mi sono interrogato sui motivi del mio delitto. Perché avevo ucciso? I miei genitori erano persone gentili, non ho mai assistito a una lite fra loro, si parlavano con grande garbo e rispetto e spesso scherzavano e ridevano. Mia madre con me qualche volta era petulante: la maglia di lana, prudenza nel contrarre amicizie, non frequentare le donnacce, insomma le solite raccomandazioni delle mamme, ma mi adorava. Anche mio padre mi amava ed era molto orgoglioso dei miei successi scolastici. Il sabato mi dava un po’ di soldi e diceva sempre: “Ti bastano? Dimmelo francamente se non ti bastano. Non voglio che tu faccia brutte figure con gli amici.”<br />
“No, papà, mi bastano, stai tranquillo. Lo sai che non ho grandi vizi”<br />
“Lo so, e questo mi fa piacere.”<br />
Allora, perché li avevo uccisi? Non lo sapevo. Non lo ricordavo.<br />
Intanto l’erezione non era scesa di un millimetro e la faccenda restava problematica, anche perchè il pensiero di Marisa prepotentemente riaffiorava. Quando arrivo a casa la chiamo, pensai. “ Marisa, venga subito, è importante, la prego.”<br />
Ho anche immaginato di poterle suggerire una scusa da dire al marito: “Voglio portare un po’ di brodo a quel povero ragazzo, non avrà mangiato niente.”<br />
Appena, però, aprii l’uscio di casa, l’erezione scomparve e anche l’idea di chiamare Marisa si appannò.<br />
Decisi di farmi una doccia, ma, passando davanti alla porta della camera matrimoniale, vidi dalla fessura un filo di luce. Aprii e, difatti, stavano là, tutti e due.<br />
Mio padre leggeva il giornale in poltrona, mia madre invece era intenta ad arrotolare le fasce dei cuscini e delle corone. Ne faceva piccoli cilindri e con grazia li riponeva in uno scatolone.<br />
“Mamma, – dissi – ma che fai? Ti pare il caso di conservare ‘sta roba?”<br />
Mio padre alzò lo sguardo dal giornale e sorridendo, disse: “Tua madre è una sentimentale.”<br />
”Ma che c’entra sentimentale, mi sembra giusto conservare queste testimonianze, sono prove di affetto, di stima, di solidarietà. Siete voi ad essere degli ingrati.”<br />
“Mamma, ho un forte mal di schiena”<br />
“Tesoro, mi dispiace. Cinque minuti, finisco qui e ti faccio un bel massaggino, vedrai che ti passa.”<br />
A questo punto mi sono svegliato.</p>
<p>Mi sono svegliato col mal di schiena e col peso dei miei settantasei anni.<br />
Il sogno che avevo fatto era strano e subito mi ha messo in uno stato di agitazione e di angoscia. Avevo sognato la giovinezza, il desiderio, ma da quale coagulo criminale della mente era venuta la rappresentazione di un delitto così atroce? A parte qualche discrepanza e incongruenza, per esempio: la latitanza di un sentimento anche minimo di colpevolezza, con i relativi simboli punitivi, quali la polizia, l’indagine giudiziaria, eccetera, il sogno si era dipanato come un film, con alle spalle una sceneggiatura rigorosa, una sceneggiatura che avesse privilegiato la consequenzialità realistica della narrazione, piuttosto che la precognizione surreale, tipica dei sogni. Questo mi apparve veramente inquietante.<br />
Erano le cinque e quaranta. Di solito, a quell’ora, col mouse e il programma Paint del computer, facevo il lavoro giornaliero per il mio blog delle “pittate”, ma non mi andava. Mi sembrava che ci fosse stata un’invasione di campo, che un fiume nero fosse straripato e avesse inondato tutto lo spazio dell’immaginazione. Decisi di uscire da casa.<br />
Attraversai a piedi l’Aurelia. Passando davanti alle Naiadi, l’albergo dove Bassani aveva scritto gli ultimi capitoli dei Finzi Contini, salutai, in cuor mio, il maestro con residuale deferenza e andai dritto dritto al vecchio porticciolo.<br />
Questo è un luogo che, specialmente d’estate nelle prime ore del giorno, risponde a una domanda di bellezza:la luce scintillante sull’acqua, macchie vibranti di oro zecchino sulle barche da paranza, sui motoscafi, sui piccoli gozzi con le reti arancione ammucchiate come covoni. Mi piace l’aria pulita del mattino e questa luce millenaria, pura, non ancora complice delle prassi nevrasteniche della vita.<br />
In silenzio i pescatori selezionavano il pescato della notte e preparavano le cassette per gli alberghi, lavoravano con una gestualità calma e precisa, quasi un rituale di antiche attitudini umane. Tra loro ho visto Duilio, uno che conosco, un tipo simpatico che sorride senza l’inibizione di mostrare i suoi tre denti ingialliti dal fumo. Mi ha salutato alzando un braccio.<br />
“Dotto’ vi state facendo una passeggiatina col freso? E fate bene, perché più tardi arriva l’afa peggio di ieri.”<br />
Duilio non s’era mai sbagliato nelle previsioni del tempo.<br />
Ho fiducia in lui e nelle seppie e merluzzetti, che, talvolta, mi vende (che non sia roba scongelata in mare).</p>
<p>Tornai sull’Aurelia. S’erano fatte le sette. Santa Marinella lentamente si svegliava e si apparecchiava per un’altra frenetica giornata balneare. Attraverso una scaletta, scesi in uno slargo circondato da eucalipti. Qui ci vengo quando devo cambiare l’olio alla macchina in un’officina dell’AGiP a due passi. Mentre fanno l’operazione, vengo a fumare una sigaretta in questo luogo appartato. È un piccolo sito archeologico. C’è una panchina e di fronte i ruderi di un ponte romano del terzo secolo avanti Cristo. Una targa del Comune dice: “Ponte romano (III-II Secolo a. c.) con arco a sesto ribassato a 19 conci radiali di pietra calcarea.” Praticamente da qui passava la vecchia Via Aurelia, che collegava Roma con l’Etruria. Del resto tutto questo litorale laziale, da Cerveteri a Tarquinia e più su fino a  Montalto, è zona etrusca.<br />
Ho pensato: chissà se i ragazzi di Santa Marinella, mettiamo del terzo secolo dopo Cristo, in un grande fratello dell’epoca, avevano nozione degli Etruschi e degli antenati guerrieri che, sei secoli prima, li avevano sconfitti definitivamente a Veio, per, poi, integrarli sapientemente nella loro cultura bellicosa. Forse sapevano o forse non sapevano una minchia, allo stesso modo di taluni nostri ragazzi che non sanno niente, per esempio, del Rinascimento, che impunemente confondono col Risorgimento e questo, a sua volta, con la Resistenza. Insomma la Storia è magistra vitae o è una maestra precaria nella morsa della riforma Gelmini?<br />
Va buo’… Lasciamo perdere.<br />
Mi rendevo conto che questi miei voli pindarici (con ali sgangherate) erano malriusciti depistaggi dall’incombro oscuro, dal sogno maledetto che mi opprimeva e che stava là, in prima fila nella mente, paurosamente astante come un camion carico di rifiuti tossici.<br />
Che avrà voluto dire esattamente Socrate con la sua scritta nel tempio di Apollo a Delfi? Conoscere sé stessi. Ma conviene? E fino a che punto può arrivare l’investigazione? Tuttavia non potevo eludere l’urgenza di una qualche esplorazione. Mi ci vuole un aiuto, però. Chiamo Albertomaria.</p>
<p>Albertomaria è uno che gradisce essere chiamato col suo nome per intero. Per fortuna, alla mia pigrizia è concesso di chiamarlo solo Alberto. Digito il numero sul cellulare.<br />
“Pronto? Ciao Alberto sono Attilio. Come stai?”<br />
“Oh,Carissimo! Come sto? Non posso dire di star bene.”<br />
“Perché, Che ti è successo?”<br />
“Marta se ne andata, mi ha lasciato. Ha confessato di avere una relazione.”<br />
“Oh, mi dispiace. E tu come l’hai presa?”<br />
“C’è stata una discussione. Io naturalmente volevo sapere tutto e la incalzavo con l’interrogatorio. Lei dapprincipio era reticente, poi la discussione è degenerata, ci siamo rinfacciato menzogne reciproche, ci sono stati insulti pesanti, urla, strepiti. A un certo punto, ho perduto la testa e ho detto una frase che, forse, non avrei dovuto dire.”<br />
“Perché, che hai detto?”<br />
“Ho detto: non pensavo di stare con una cagna assetata di cazzi!”<br />
“E lei come ha reagito?”<br />
“Oh, improvvisamente ha abbassato il tono della voce e con calma,quasi come fosse annoiata, ha detto: la persona che amo non possiede questo strumento.<br />
Quale strumento? – ho detto io.<br />
Lo strumento col quale vantate diritti e privilegi e pensate di poter esercitare il potere. La persona che amo profondamente e irreversibilmente – ha detto proprio così: irreversibilmente – è una donna.<br />
Come una donna? Oh, Marta, ma allora le cose cambiano. A me le lesbiche non mi dispiacciono, anzi mi eccitano molto, un eros più ricco, insomma, io potrei considerare un’altra prospettiva…<br />
Sono io – ha detto – che con te non voglio avere nessuna prospettiva e me ne vado. E se ne andata per davvero. Ora non so dove sia e non mi interessa saperlo.<br />
Pronto? Pronto, mi senti?”<br />
“Si, ti sento.”<br />
“Ah, scusa, Attilio, credevo fosse caduta la linea”<br />
“Alberto, provi dolore?”<br />
“Dolore? No, assolutamente. Solo che mi sento offeso. È stato un attentato al mio ruolo, un colpo basso alla mia identità di maschio, di amante e di psicologo, e,  francamente, non mi pento per quello che ho detto, dovevo pur salvaguardare l’orgoglio virile.<br />
Scusami lo sfogo, sentivo il bisogno di parlarne a un amico e pensavo proprio a te. Sono contento che hai chiamato. Ma tu che mi volevi dire? Hai qualche problema?”<br />
“No, sciocchezze, non ti preoccupare.”<br />
“ Che significa ‘sciocchezzè? Dai, dimmi tutto!”<br />
Non avevo più voglia di parlare del mio sogno. E come potevo aver fiducia che quest’uomo, così miseramente caduto sul vecchio baluardo fascista dell’orgoglio virile, potesse alleviare la mia angoscia?<br />
“Alberto, si tratta solo di un sogno e non mi sembra il momento…”<br />
“Attilio, i sogni sono importanti, su, racconta!”<br />
“Ma tu hai altri problemi, magari un’altra volta…”<br />
“Guarda che se non me ne parli, mi offendo.”<br />
Alla fine ho ceduto e gli ho raccontato il sogno, poi ho fatto alcune considerazioni:<br />
”Nel sogno venivo chiamato Dario, mentre il mio nome è un altro. I miei genitori non erano professori universitari. Il monossido di carbonio da tempo è stato sostituito, per il gas di città, dal metano, che non è velenoso. Ho perduto la mamma che avevo meno di dieci anni, ma in famiglia non ho mai sentito dire che avesse un’amica bellissima di nome Marisa. Avevamo una collaboratrice domestica, chiamata Marisotta, che Dio l’abbia in gloria, una brava donna, volenterosa, ma sicuramente non bella, anzi alquanto bruttina. Il compagno di scuola, che mi ha fatto notare l’erezione troppo vistosa e scandalosa, nel sogno si chiamava Amintore. Io non ho mai avuto compagni di scuola con questo nome…”<br />
“ Ah, non sei stato compagno di scuola di Fanfani?&#8230;”<br />
Albertomaria, nei nostri dialoghi, non mi risparmiava mai le sue spiritosaggini, anzi godeva molto nel propinarmi battute sceme. Ho lasciato correre e sono andato avanti con la mia disamina:<br />
 “quella ragazza della discoteca nel sogno si chiamava Irma. Non ricordo di aver conosciuto Irme. Mi ricordo il titolo di un vecchio film: Irma la Dolce, ma io non ho mai frequentato ragazze di nome Irma e tanto meno Irma la Rapida. Anche il nome della discoteca mi è estraneo e, per la verità, dubito che esista una discoteca denominata Club del Pino. Poi…”<br />
“Ma è semplice. Ascoltami bene Attilio: Tu hai fatto il sogno di un altro. Tu hai fatto il sogno di un personaggio che volevi inserire in un tuo racconto, in un tuo scritto letterario. Mi capisci? Tu hai sognato un personaggio in cerca d’autore, che ti è venuto a visitare durante la fase Rem. È molto chiaro.<br />
Ora ti senti più tranquillo? Ti senti più rinfrancato?”<br />
Albertomaria non s’era allargato in una dissertazione sulla Condensazione e sugli altri meccanismi freudiani dei sogni con i relativi prodigiosi disvelamenti, ma mi sembrava evidente che, anche con questa incerta sortita pirandelliana, goffamente volesse  riappropriarsi della sua cifra di aggiustatore dell’anima, sulla quale, peraltro, non aveva mai mostrato dubbi o un barlume di autocritica.<br />
Un personaggio? Ma da dove vengono i personaggi? Flaubert non aveva detto: Madame Bovary sono io?<br />
Non espressi questa considerazione. Sarebbe stato inutile, meglio lasciarlo nella sua incrollabile fede di aggiustatore.<br />
Il sogno, con tutta la sua maligna ambiguità che mi tormentava, a poco a poco, col tempo, avrebbe perduto gli aculei da solo.<br />
“Sì, sì, Mi sento rinfrancato. Ti ringrazio.”<br />
“Ah, bene, bene!”</p>
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