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	<title>azione politica &#8211; NAZIONE INDIANA</title>
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		<title>la guerra non dichiarata ma proseguita</title>
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		<dc:creator><![CDATA[helena janeczek]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 11 Jul 2015 17:02:18 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[di Helena Janeczek L’incipit di una delle più famose poesie di Ingeborg Bachmann recita La guerra non viene più dichiarata, ma proseguita. L’inaudito è divenuto quotidiano. La poesia si intitola “Tutti i giorni” ed è stata composta nel 1953, all’apice della Guerra Fredda e nello stesso anno in cui fu deciso di condonare alla Germania [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Helena Janeczek</strong></p>
<p>L’incipit di una delle più famose poesie di Ingeborg Bachmann recita <em>La guerra non viene più dichiarata, ma proseguita. L’inaudito è divenuto quotidiano.</em> La poesia si intitola <a href="http://berlinocacioepepemagazine.com/tutti-giorni-di-ingerborg-bachmann/">“Tutti i giorni”</a> ed è stata composta nel 1953, all’apice della Guerra Fredda e nello stesso anno in cui fu deciso di condonare alla Germania gran parte del suo debito di guerra. Negli ultimi mesi e soprattutto nelle ultime settimane, seguendo il conflitto tra il governo di Syriza e le istituzioni dei suoi creditori ho spesso pensato a quei versi.<span id="more-55438"></span></p>
<p>Ho pensato che ci troviamo davanti a una guerra fredda “non dichiarata ma proseguita” che somiglia a una parodia tragicomica di quella storica. Solo che l’obiettivo di ostacolare o rovesciare una forza politica sgradita non avviene con le giunte militari, i piani golpisti occulti o i carri armati sovietici ma con qualche manovra abbastanza trasparente sebbene sinora malriuscita: ultimatum <em>take it or leave it;</em>, la riduzione della liquidità alle banche decisa dalla BCE, minacce prima del voto, speranza nella vittoria del sì referendario, e ora nuove proposte irricevibili. Al tempo stesso questa strana guerra non disputata con le armi è stata, secondo molti, capace di creare alla Grecia danni paragonabili soltanto a quelli causati da un conflitto bellico. Quindi nemmeno così “fredda”: quando lo stato sociale viene aggredito al punto da non fornire più le cure contro il cancro o la mortalità infantile <a href="http://www.avvenire.it/Mondo/Pagine/caritas-mortalit%C3%A0-infantile-grecia-aumento.aspx">sale del 43%</a>, dovrebbe essere chiaro che sulla popolazione civile si è abbattuta una dose concreta e piuttosto massiccia di violenza. Questa situazione &#8211; che comprende oltre il terzo dei cittadini ridotti in uno stato di povertà &#8211; non si è creata da quando Tsipras è diventato primo ministro; ma è interessante notare che solo la prospettiva della Grexit ha fatto parlare apertis verbis di “emergenza umanitaria” e che il primo a parlarne fosse il socialdemocratico Martin Schulz, presidente dell’Europarlamento, mentre minacciava che, in caso di voto a favore del NO, si sarebbe proceduto in quel senso. Non c’è dubbio che l’escalation delle ultime settimane, con la chiusura delle banche innescata dalla BCE, ha creato un’ulteriore inasprimento che anche nella migliore delle ipotesi avrà lunghe e pesanti ricadute. Però, per tornare alla poesia della Bachmann, <em>l’inaudito divenuto quotidiano</em> ha reso invisibile questo stato delle cose per troppo tempo.<br />
C’è un aspetto di questo quotidiano a cui ci si è fatti l’abitudine che trovo particolarmente inaudito. A differenza della Germania strangolata dalle riparazioni imposte dal trattato di Versailles o graziata dei debiti di guerra nel ’53  &#8211; paragone usato per mettere in guardia dalle catastrofi politiche favorite dagli eccessi di austerità &#8211; la Grecia non ha aperto né perso una guerra. Il suo debito di Stato, tuttavia, è stato trattato come se lo fosse &#8211; come se il paragone fosse opportuno e legittimo. Qui, forse, mi si può obiettare che non tengo conto di quanti Stati in via di sviluppo sono stati strangolati dal Fondo Monetario Internazionale, una delle tre istituzioni della Trojka. Peccherei, sostanzialmente, di uno sguardo eurocentrico, mi scandalizzerei soltanto perché un paese del cosiddetto mondo avanzato riceve lo stesso trattamento riservato a quelli del cosiddetto Terzo Mondo. Un po’ è così, lo ammetto. Ma il vero punto è che che quel paese non fa semplicemente parte dell’Europa geografica (e culturale), bensì di quell’Unione Europea che avrebbe dovuto garantire, al contrario, pace e benessere a tutti i suoi membri. Il fatto più inaudito e al tempo stesso meno visibile della crisi greca è che si è sviluppata nei modi che sono sotto i nostri occhi <em>proprio perché</em> la Grecia è un paese della UE e dell’Eurozona. In pratica: il conflitto che si è aperto nell’ ”Europa unita” è una guerra interna. Forse è la prima volta che tocca assistere a una <em>guerra fredda</em> che somiglia anche a una <em>guerra civile</em>. E perché si tratta di un conflitto “non dichiarato ma proseguito” non è <a href="https://www.roubini.com/greece">davvero detto</a> che tutto si risolva entro domani o lunedì prossimo, per un verso o per un altro, non bene per nessuno, in ogni caso.</p>
<p>Ma ci sono alcuni aspetti che possono essere riassunti e analizzati sin da ora. Il primo riguarda proprio le cose che ho scritto fin qui, cose che prima di queste ultime settimane &#8211; immagino &#8211; sarebbero suonate molto più iperboliche e “ideologiche”, ossia politicamente partigiane. Poi sì: sono di parte. Sono contenta che in Grecia la crisi abbia portato alla crescita, vittoria elettorale e infine formazione di un governo di sinistra. Ma vorrei che si facesse attenzione all’ordine cronologico e, soprattutto, di causa-effetto sintetizzato nella frase precedente. Senza gli effetti dell’austerity che hanno aggravato in modo massiccio, per la Grecia catastrofico, le ricadute della crisi finanziaria del 2008, non ci sarebbero mai stato il successo di Syriza (o di “Podemos” in Spagna) e nemmeno sarebbero entrati in parlamento i neonazisti di Alba Dorata, così come non ci sarebbe stata l’avanzata dell’estreme destre razziste e chauviniste negli altri paesi UE, incluso il nostro. Semplicemente la crisi ha dimostrato che un’armonica convivenza tra un certo ortodosso liberismo e un discreto livello di stabilità e giustizia sociale non era possibile, rendendo obsolete le convinzioni e ricette di Blair e Schröder ancora tanto care al nostro “moderno” renziano centro-sinistra (che però ha una lunga storia &#8211; fatta per esempio di D’Alema di cui vennero ampiamente decantati i viaggi nella City). La cosa per molti aspetti assai grottesca è che la Patria del Libero Mercato ha reagito a quella crisi nazionalizzando addirittura <em>pro tempore</em> le banche fallimentari, mentre, in Europa, il paese che simboleggiava il modello di Stato sociale funzionante, la Germania, ha ostacolato in tutti modi che la BCE potesse stampare nuova moneta, quella ora fluita copiosamente in tutte le banche tranne quelle greche. Il perché della stranezza (c’è Obama, d’accordo, ma la Merkel non sarebbe a guida di un partito stile tea party) è troppo fuorviante e complicato analizzarlo, ma penso si intravvedano delle divergenze di natura storica e culturale che aggiungendosi a interessi economici e “razionalizzandosi” in idee/ideologie economiche (la pericolosa razionalizzazione di ciò che conserva un fondo irrazionale), finiscono per tramutarsi in scelte politiche determinanti.<br />
Ed è qui che torniamo al governo Tsipras. Penso sia indiscutibile che non è riuscito a “rompere con l’austerità” come ha promesso in campagna elettorale. Ritengo verosimile che la proposta presentata possa essere <a href="http://gilioli.blogautore.espresso.repubblica.it/2015/07/10/proposte-greche-e-falsari-nostrani/">un po’ migliore </a>di quella che avrebbe dovuto firmare sotto ultimatum, anche se, come si è puntualmente visto ieri con la proposta tedesca di una Grexit temporanea e il rifiuto finlandese condizionato dai &#8220;Veri Finnlandesi&#8221;, lo sforzo a cui avrebbero partecipato anche i francesi è servito a poco o nulla. Ma tutto questo, a mio avviso, è secondario rispetto al risultato politico, solo che quel risultato politico dipende anche da come viene interpretato e valorizzato.<br />
L’azione politica del governo greco è stata proprio quella di svelare che la controparte non agisce secondo regole unanimemente avvalorate da una comunità di tecnici (chi legge non tanto <em>Il Manifesto</em> ma il <em>Financial Times </em>o il <em>Sole 24 Ore </em>si rende conto che su molti aspetti della linea guida UE sono in disaccordo, da tempo, anche economisti tutt’altro che marxisti o keynesiani classici alla Stiglitz e Krugman). Inoltre, ha dimostrato &#8211; per esempio nella riunione delirante dell&#8217;Eurogruppo conclusasi alle cinque di questa mattina &#8211; che la UE è attraversata da conflitti, conflitti tra nazioni e interessi nazionali e conflitti sull&#8217;idea di Europa, conflitti di potere sinora il più possibile gestiti a porte chiuse. La Francia (del pallido pavido Hollande) non è mai andata così apertamente contro la Germania; i paesi satelliti a Est (cui un partito di origine comunista che parla con Putin fa simpatia quanto uno sputo nell&#8217;occhio) forse hanno avuto il loro momento di conflitto di lealtà quando gli Stati Uniti hanno fatto sapere, con forza, che la Grecia sbattuta fuori dall’Euro non era di loro gradimento; il FMI ha calato la carta del debito insostenibile, nonostante alcuni <a href="http://www.reuters.com/article/2015/07/03/us-eurozone-greece-imf-idUSKCN0PD20120150703">“Europei”</a> avessero premuto per non rendere pubblico il report in cui questa valutazione viene esposta. E tutti, ma proprio tutti, si sono dovuti confrontare con il voto popolare che, anche se lo si vuole considerare una mossa plebiscitaria e demagogica, resta un voto democratico. Con quel 61,31 % di NO i greci hanno espresso, oltre a un&#8217;ingombrantissima fiducia al governo, forse in primo luogo la volontà di non sottomettersi, non farsi esautorare e intimidire. Ma sebbene quell&#8217; OXI rigetti solo l&#8217;austerità insostenibile e non l&#8217;euro, penso che vi si possa comunque cogliere la preferenza per un esito ignoto, il salto dalla finestra (di un piano terra) anziché sorbirsi un altro anno di minestra cucinata secondo le penitenziali o punitive ricette imposte. Non sapevano quello che si accollavano, non riuscivano a prefigurare la reazione feroce che avrebbero scatenato? E nemmeno Tsipras e chi con lui ha deciso per il referendum? Probabile. Ma la politica accade anche lì dove si mette piede su terreno ignoto, dove il rischio non è soltanto calcolo (poi anche i calcolatori più smagati spesso sbagliano a far di conto). Ci si può far male? Sì parecchio.<br />
In ogni caso non è stato solo la scelta di un governo &#8220;sbagliato&#8221; e l&#8217;azzardo del referendum a mettere i greci in una situazione sempre più simile quella del topo della <a href="http://www.liberarti.com/schede.cfm?id=133&#038;Una_piccola_favola">piccola favola</a> di Franz Kafka, dove &#8220;queste lunghe pareti si restringono così alla svelta che ho già raggiunto l&#8217;ultima stanza, e lì nell&#8217;angolo c&#8217;è la trappola cui sono destinato&#8221; mentre, cambiando direzione, c&#8217;è il gatto pronto a mangiarlo. E non è stato il gatto a far loro cambiare direzione; ma il desiderio di non sentirsi in trappola, di potersi sentire liberi e sovrani di decidere della propria sorte. </p>
<p>In ultimo: l’<em>acting out</em> europeo imposto da Syriza ha fatto sì che molte persone venissero a conoscenza di un’altra interpretazione e narrazione della crisi. I media che in Grecia (ma anche in Italia) sono tanto risaputamente <em>orientati</em> da essersi mostrati irrilevanti (scusate il bisticcio) hanno dovuto dare spazio e voce ai protagonisti della parte pià debole. Non tutto è storytelling, ma indubbiamente nei conflitti contemporanei la propaganda ha un ruolo non secondario. Però nelle democrazie, specie europee, il “Quarto Potere” dovrebbe essere vincolato da una certa deontologia nel riportare le notizie e garantire il pluralismo delle opinioni. Il fatto che non funzioni proprio così è uno dei grandi problemi della crisi europea, problema che emerge leggendo gli autorevoli e compassati <a href="http://www.thelocal.de/20150701/how-germanys-media-shaped-the-greece-crisis">giornali tedeschi o guardando i telegiornali</a> e le trasmissioni politiche più popolari, quelle del servizio pubblico di cui i cittadini, a differenza nostra, si fidano. Da quando mi è capitato di seguire i media tedeschi a proposito di Grecia, mi sono fatta l’idea di un meccanismo circolare tra opinione pubblica e potere politico-economico dove il mediatore veicola promuove e amplifica consenso, condizionando entrambi, ed è a sua volta condizionato dalla richiesta di <em>dare voce all&#8217;opinione pubblica</em>.<br />
Insomma se nell’Unione di tanti stati democratici, per parafrasare Orwell, tutte le democrazie sono uguali ma alcune sono più uguali di altre, questo dipende dal fatto che, in aggiunta al suo ruolo di primo creditore e prima economia, la volontà della maggioranza dei cittadini tedeschi conta di più di quella dei cittadini greci, spagnoli, francesi ecc. La politica europea è stata condizionata dal successo stabile e fortissimo della CDU di Merkel che nel suo terzo mandato governa la Germania da dieci anni con una maggioranza parlamentare non sfiduciabile dalla risicata opposizione e con la SPD di Sigmar Gabriel che, nella questione greca,<a href="http://www.huffingtonpost.it/2015/07/05/referendum-grecia-prima-reazione-tedesca_n_7731170.html"> ha superato</a> la cancelliera a destra. In quel lungo lasso di tempo è stato riprodotto un discorso pressoché unanime, un discorso anch’esso demagogico e nazionalista come rileva <a href="https://www.nazioneindiana.com/2015/07/10/europa-rapita/">Giorgio Mascitelli</a>, fatto di greci fanulloni e truffaldini, di compiti a casa, di regole-che-sono-regole, di “tutti vogliono i nostri soldi”, di <em>Schuld</em> che vale sia debito che colpa, di austerity chiamata, semplicemente, in positivo e senza neologismi, <em>Sparpolitik</em>, politica del risparmio.<br />
Ma a un tratto dalla Grecia arriva Yanis Varoufakis e &#8211; letteralmente &#8211; buca lo schermo: con il suo inglese elaborato, il suo aspetto da rock star e soprattutto la sua retorica: come quando in un’intervista con ARD usa la favola delle formiche e delle cicale per dire che sono le cicale del Sud e Nord che vivono sulle spalle delle formiche del Sud e Nord, una sorta di <em>Marx for dummies</em> mutuato da Esopo. Qui non sto parlando della sua competenza come ministro o economista ma del semplice fatto che in tutta Europa tutti conoscessero il nome il volto e un pochino anche le idee del ministro delle finanze greco. Ed è esattamente questo, questo assurgere istantaneo a <a href="https://www.youtube.com/watch?v=Afl9WFGJE0M">simbolo</a> e idolo che ha fatto concentrare gli sforzi per discreditare il governo Tsipras sulla <em>character assassination</em> o perlomeno messa in ridicolo e addomesticazione “pop” di Varoufakis. Ma nonostante gli enormi <a href="http://www.corriere.it/esteri/15_marzo_15/varoufakis-le-foto-paris-match-avrei-preferito-non-fossero-esistitedanae-stratou-943fa620-cb18-11e4-9a7c-4c357fdc7cec.shtml">passi falsi</a> del medesimo nella gestione della propria immagine (segno ulteriore della purtroppo autentica sprovvedutezza di Syriza), il fatto che un ministro dell’economia  &#8211; e qui la sfera digitale e dei social ha il suo peso &#8211; fosse stato in grado di smuovere e polarizzare a tal punto l’immaginario del continente, resta un segno che la creazione di un eroe o anti-eroe del genere avesse trovato l&#8217;humus di una ricettività preesistente.</p>
<p>Resterà qualcosa di tutto questo o è stato tutto effimero e inutile? Non posso dirlo. Ma posso dire che, per la prima volta dall’inizio della crisi dell’Eurozona, queste brecce, queste messe in discussione dello status quo, sono state forti e hanno goduto di una partecipazione senza precedenti.<br />
Ritengo altamente possibile che il governo greco abbia davvero<a href="http://www.mediapart.fr/en/journal/international/080715/we-underestimated-their-power-greek-government-insider-lifts-lid-five-months-humiliation-and-blackm"> sopravalutato</a> le poche carte che poteva giocarsi. O sottovalutato la cieca convinzione del “blocco tedesco” che “colpirne uno per educare gli altri” &#8211; un governo e gli elettori insubordinati &#8211; fosse l&#8217;obiettivo prioritario e il metodo migliore per un ritorno all&#8217;ordine e che la Grexit non avrebbe minato le basi economiche e politiche della UE o forse semplicemente non le proprie e dei propri alleati. Ma so che in tutti modi, almeno a livello europeo (su quel che hanno o non hanno combinato in patria so troppo poco per pronunciarmi), Tsipras, i suoi ministri e soprattutto la maggior parte dei cittadini greci hanno lottato per <em>fare politica</em>. Anzi hanno fatto politica anche se domani o già oggi dovessero risultare schiacciati e sconfitti su tutta la linea. E quindi non è vero che non c’è più spazio per la politica in questo mondo post-tutto: lo spazio, però, bisogna aprirlo con forza, e aspettarsi che qualcuno, con forza anche maggiore, cerchi di chiuderlo.<br />
È assai probabile che la conseguenza del recente braccio di ferro, vuoi che la Grecia resti o venga espulsa dall’eurozona, sarà un’erosione della credibilità e dell’appoggio a Syriza. Con questo, i custodi delle “regole” avranno gioco più facile a sconfiggere anche altrove il pericolo di un’alternativa a sinistra mentre quelle di estrema destra quasi sicuramente ne beneficeranno. Infine è certo che i greci, tutti, pagheranno un prezzo profondamente ingiusto per scelte e colpe inegualmente distribuite: vuoi perché la UE e la Trojka dettano legge da 5-6 anni e Syriza governa da 5-6 mesi ma soprattutto perché, come insegna lo zio Ben a Peter Parker, a un grande potere corrisponde una grande responsabilità. E il potere politico di guida e veto che il governo tedesco esercita nella UE, non riguarda solo la responsabilità verso i propri cittadini ma anche quelli degli altri stati membro, nonché verso tutta la costruzione unitaria.<br />
Per la prima volta ho dei dubbi enormi che “un’altra Europa è possibile” e penso anzi che non sarà più possibile nemmeno <em>questa</em> &#8220;Europa&#8221; che fa schifo.<br />
Ma non ho dubbi che se senza uno sforzo forte, appoggiato da tanti, il muro da abbattere non si sposta nemmeno di qualche centimetro. Quindi starà a noi scegliere, senza mistificazioni idealizzanti, con discernimento critico ma altrettanta consapevolezza che cosa vogliamo significhi per noi ciò che è accaduto in questi giorni: solo il preludio di una probabile sconfitta, dove non si può far altro che cercare di medicare chi si è schiantato contro un muro, o anche il riafacciarsi di quel <a href="http://www.minimaetmoralia.it/wp/luomo-che-dice-no/">uomo che dice no </a>che Albert Camus ha chiamato <em>L&#8217;uomo in rivolta</em>.  </p>
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		<title>Il popolo della gru. Cronaca di un’azione politica.</title>
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		<dc:creator><![CDATA[andrea inglese]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 07 Dec 2010 08:00:50 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[Gherardo Bortolotti, Andrea Inglese e Maria Luisa Venuta [Una prima versione di questo testo è apparsa su www.alfabeta2.it] 2009: viene approvata la cosiddetta Sanatoria per colf e badanti. La Sanatoria è da subito “abusata”, come ampiamente previsto, dai lavoratori non regolari di cantieri, fabbriche, etc. per uscire dalla clandestinità e dal lavoro nero. Oltre a [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><strong>Gherardo Bortolotti</strong><strong>, </strong><strong>Andrea Inglese</strong> e <strong>Maria Luisa Venuta</strong></p>
<p><em>[Una prima versione di questo testo è apparsa su <a href="http://www.alfabeta2.it">www.alfabeta2.it</a>]</em></p>
<p>2009: viene approvata la cosiddetta Sanatoria per colf e badanti. La Sanatoria è da subito “abusata”, come ampiamente previsto, dai lavoratori non regolari di cantieri, fabbriche, etc. per uscire dalla clandestinità e dal lavoro nero. Oltre a dover pagare diverse centinaia o migliaia di euro tra bolli e contributi, spesso i migranti devono accedere a un mercato nero di finti datori di lavoro pronti, dietro pagamento, a presentare con loro la domanda di sanatoria. In tutto questo interviene anche una circolare del marzo 2010, detto Circolare Manganelli, che esclude dalla sanatoria i clandestini che hanno ricevuto un decreto di espulsione. La circolare dà luogo a diversi assurdi giuridici che vengono risolti in modo diverso a seconda dei contesti.</p>
<p><em>L’occidente è dunque questo luogo senza popolo? Il popolo sono sempre gli altri. Noi siamo individui spopolati. Spettatori, ma per nulla passivi. Assoldati dalle mille astuzie tecnologiche, per allestire come meglio ci riesce il nostro quotidiano spettacolo: ciò che del reale riusciamo a far filtrare fino a noi in dosi piacevoli, narcotizzando il resto, il disastro. </em><span id="more-37422"></span></p>
<p>Settembre-ottobre 2010: presidio di migranti di fronte all’ufficio unico della Prefettura di Brescia in via Lupi di Toscana, luogo con scarsa visibilità a ridosso del centro cittadino, per protestare contro il congelamento delle proprie domande di regolarizzazione presentate in occasione della Sanatoria 2009. Il presidio nasce dopo ricorsi al TAR sfavorevoli ai migranti e due sentenze del Consiglio di Stato, la prima sfavorevole e la seconda favorevole. I migranti si appoggiano all’Associazione “Diritti per tutti”, nata all’indomani delle mobilitazioni dei migranti, bresciane e poi nazionali, del 2000, e legata all’area della sinistra radicale bresciana. Coinvolge, oltre agli italiani, egiziani, marocchini, senegalesi, indiani e pakistani.</p>
<p><em>Lavoratori già invisibili sui luoghi di lavoro (senza contratto), si devono rendere invisibili anche dopo il lavoro (segregati in casa per non rischiare fermi ed espulsioni).</em></p>
<p>Fino all’11/10 il presidio è autorizzato, poi il Comune (dopo dichiarazioni del vice-sindaco leghista Fabio Rolfi sul fatto che la “ricreazione è finita”) toglie l’autorizzazione. Il presidio comunque procede, anche con manifestazioni in centro.</p>
<p><em>La rivendicazione dei diritti di cittadinanza è considerata una ricreazione, un momento di sfogo puerile, prima di tornare al silenzioso e ubbidiente lavoro nei cantieri. </em></p>
<p>30/10: ennesima manifestazione dei migranti. Il giovedì precedente viene vietata dalla Questura, per presunta interferenza con la concorrente festa degli Alpini ma la manifestazione si svolge lo stesso. Nel corso della stessa, un gruppo di migranti sale sulla gru nel cantiere della metropolitana di Piazza Cesare Battisti (allo sbocco nord del centro cittadino, in corrispondenza con il Carmine, quartiere popolare del centro, già povero e malfamato ora anche ad altissimo tasso di presenza straniera) per un’azione dimostrativa: appendere uno striscione che recita “Sanatoria”. C’è una breve carica dei Carabinieri. Nel frattempo il Comune approfitta dell’assenza dal presidio dei migranti per abbatterlo con le ruspe. Ne seguono alcuni momenti di tensione. I migranti sulla gru decidono di occuparla e chiedono un incontro con il Ministro degli Interni. Fuori dal cantiere si forma un altro presidio che si appoggia anche sulle stanze dell’adiacente parrocchia di San Faustino, messe a disposizione dal parroco Don Nolli. Il presidio vede la presenza di alcune decine di persone, tra migranti e italiani, e la solidarietà dei negozi e ristoranti stranieri del quartiere.</p>
<p><em>“Un popolo è ciò che si mostra per sfuggire all’invisibilità o all’assenza di potere sul proprio destino sociale. Il «Popolo» è la risposta, attraverso i fatti – attraverso il popolo – all’assenza di esistenza nella vita collettiva. Il popolo sarebbe ciò che si mostra e esercita un potere (quello di prendere la strada, lo spazio pubblico, di saccheggiare, di distruggere o costruire altrimenti) quando non si diano altre possibilità.”</em><strong>(1)</strong></p>
<p>01/11: la Curia fa uscire un comunicato. Mario Toffari, direttore dell’Ufficio per la pastorale dei migranti, chiede maggiore attenzione istituzionale sulla questione della sanatoria. La Curia è contraria all’occupazione della gru però ribadisce la “necessità di luoghi istituzionali di ascolto reale anche dei diritti e delle proteste dei migranti”.</p>
<p>02/11: Tavolo di confronto convocato dal Prefetto (presenti Comune e Provincia di Brescia, le forze dell’ordine, CGIL, CISL, Ufficio per la pastorale dei migranti) in cui viene proposto un presidio in luogo pubblico (da stabilirsi) e gestito dalla Curia. Viene inoltre proposto un tavolo permanente in Prefettura per discutere la situazione dei migranti. La disponibilità data dalla diocesi e dall’amministrazione è però legata sempre alla previa discesa dalla gru.</p>
<p><em>Il popolo della gru non ha rappresentanti. È, in Italia, un popolo capace d’azione politica, ma fuori da ogni rappresentanza. I mediatori accreditati (Curia, sindacati, PD) arrivano tutti troppo tardi, quando l’azione c’è già stata, e si propongono subito di revocarla, sostituendo ad essa un interessamento di circostanza. Sono stati coinvolti loro malgrado dal popolo della gru e devono ora distinguersi in qualche modo dalla polizia che sgombera, dal prefetto che ordina lo sgombero, dal sindaco che non fornisce risposte.</em></p>
<p>Nelle parole della prefetta Livia Narcisa Brassesco Pace l’offerta rivolta ai migranti è quella di “un presidio temporaneo gestito dall’Ufficio diocesano per la pastorale dei migranti, in collaborazioni con Cgil e Cisl per 15 giorni”. Inoltre “la Prefettura si impegna a creare un tavolo istituzionale sul tema della regolarizzazione e delle difficoltà riscontrate da chi si è visto la domanda respinta”. Il sindaco Adriano Paroli (PdL) dichiara che la proposta deve essere accettata subito e che non ci sarebbe stata più disponibilità a farne altre.</p>
<p>Nella stessa giornata, il PD bresciano prende ufficialmente posizione invitando i migranti a scendere dalla gru, critica la decisione di procedere alla manifestazione vietata del 30/10 ma ribadisce che il cuore del problema rimane nella legge che istituisce la cosiddetta Sanatoria truffa e nella successiva Circolare Manganelli.</p>
<p>I migranti rifiutano la proposta dicendo che scenderanno solo se ci sarà il permesso di soggiorno per tutti quelli che hanno partecipato all’occupazione, sopra e sotto. A seguito di questo rifiuto don Toffari dichiara che i migranti sembrano eterodiretti. La tesi che l’Associazione Diritti per tutti sia l’eminenza grigia dell’azione dei migranti è sostenuta più o meno apertamente anche da altri, tra cui la Lega e il sindaco, già dal 30/10.</p>
<p><em>Che il popolo agisca senza rappresentanti, questo non può essere compreso dai mediatori e dalle istituzioni, che immaginano allora dei rappresentanti “occulti”. Non solo la soggettività politica è negata, ma neppure può essere immaginata.</em></p>
<p>03/11: la Lega dichiara che indirà una manifestazione contro l’occupazione. La manifestazione poi non si farà.</p>
<p>04/11: I partecipanti al presidio rilasciano dichiarazioni rispetto al loro rifiuto del 02/11. Il presidio proposto sarebbe stato a tempo (15 giorni dopo una protesta che dura da più di un mese) e in un quartiere periferico a scarsissima visibilità. Al tavolo di discussione proposto presso la Prefettura non sarebbero stati presenti i rappresentanti dei migranti ma Curia, CGIL e CISL. Inoltre, in buona sostanza, non c’è più fiducia nei confronti del Comune e le richieste degli occupanti (permessi e incontro con il ministro Maroni) non sono state minimamente prese in considerazione.</p>
<p>06/11: manifestazione a sostegno dei migranti sulla gru. Circa 10.000 persone da tutta Italia. Tantissimi migranti. Il corteo riempie le strade bresciane per 4 ore e vi partecipa, tra le tante realtà, anche la RSU della INNSE Presse, la fabbrica milanese in cui nell’agosto 2009 si è inaugurata la pratica dell’occupazione dei tetti. Lo striscione della INNSE viene poi donato agli occupanti e caricato sulla gru. Lo stesso giorno, a Milano, un gruppo di migranti occupa la torre di una vecchia fabbrica dismessa.</p>
<p>Nel corso della manifestazione un giornalista di Crash (trasmissione RAI sui temi dell’immigrazione) sale sulla gru e passa la notte con gli occupanti, scendendo il giorno dopo tra lo stupore delle forze dell’ordine. Il giornalista ricava un reportage mandato in onda sulla televisione pubblica e visibile qui: http://www.unmondoacolori.rai.it/sito/scheda_puntata.asp?progid=1427</p>
<p><em>“L’attività politica (…) introduce sulla scena di ciò che è comune degli oggetti e dei soggetti nuovi. Essa rende visibile ciò che era invisibile, essa rende udibili come esseri parlanti ciò che si percepiva come animali rumorosi.”</em><strong>(2)</strong><strong> </strong><em>Il tema che i media e le istituzioni hanno rimosso, riappare nello spazio pubblico assieme al popolo che ne dà ora una formulazione politica: questa legge assurda, ipocrita, ingiusta!</em></p>
<p>08/11: intervento massiccio della forze dell’ordine intorno alle 6 del mattino, coordinate direttamente dal Ministero degli Interni. Ufficialmente il tentativo è quello di mettere in sicurezza gli occupanti, installando delle reti sotto la gru, ma, nei fatti, viene sgomberato il presidio ai piedi della gru e vengono operati fermi anche nelle stanze della parrocchia. Cariche e fermi per strada, anche ai danni di semplici curiosi, oltre che di redattori della radio antagonista Radio Onda d’Urto e di membri dell’associazione Diritti per tutti. I migranti fermati, nei giorni successivi, saranno molto rapidamente spostati nei CIE e, negli ultimissimi giorni dell’occupazione, quando si cerca di concludere la trattativa per far scendere i migranti dalla gru, espulsi.</p>
<p>I migranti sulla gru minacciano di buttarsi nel vuoto. La zona attorno al cantiere viene completamente bloccata e occupata dalle forze dell’ordine. Già dalla mattina si riforma il presidio con centinaia di persone. Si presentano al presidio sia esponenti del PD che della CGIL che della Curia. Il presidio rimane fino a sera inoltrata sotto la minaccia delle cariche, fino a quando si raggiunge una specie di accordo.</p>
<p>Tuttavia, sia la Prefettura che il Comune chiudono ogni possibile altra trattativa. I sindacati cercano di riaprire un tavolo istituzionale ma viene loro negato dalla prefetta.</p>
<p><em>Qui nessuno teorizza la violenza contro lo stato o contro i simboli del sistema capitalistico. La violenza politica residuale, ineliminabile, è ormai quella che i manifestanti rivolgono contro se stessi. Disoccupati che minacciano di lanciarsi dal balcone o di darsi fuoco. Operai che minacciano di gettarsi dalle gru. È una disperazione che trova un ordine simbolico entro cui esprimersi: il suicidio non sarà privato, e fuori dai costi della politica governativa. Dovrete conteggiarlo assieme ai benefici delle vostre leggi.</em></p>
<p>La questione inizia a prendere una dimensione nazionale. Camusso di CGIL chiede un incontro con Maroni e, il 10/11, i deputati PD bresciani fanno un’interrogazione in Commissione Affari Costituzionali. L’11/11 c’è la diretta con Annozero, che oltre a denunciare l’utilizzo arbitrario della forza nell’operazione del lunedì, porta in prima serata i caso dei migranti.</p>
<p><em>Trasformati di nuovo in spettatori. Ma alcuni di noi, nostri amici, sono lì a Brescia, nei presidi, nella manifestazioni, abitano nei pressi della gru. Un filo di realtà, non depotenziato, ci lega a loro, e da loro al popolo della gru. Come spettatore sono scandalizzato, gli amici di Brescia oramai sono solo esausti (“A parte la sensazione pratica di esser di colpo considerata illegale, con possibilità di esser fermata, la tensione emotiva fortissima, e di essere quasi in guerra, ho ferma nella mente l’immagine dei 2 migranti che si infilano la testa in due cappi che hanno appeso al braccio della gru” Maria Luisa).</em></p>
<p><em>D’un tratto la storia del nostro paese è più ricca: deve fare spazio a uno strano, inedito, gruppo di insorti: Arun, 24 anni pakistano, Rashid, 35 anni marocchino, Sajad, 27 anni pakistano, Papa, 20 anni senegalese. (Quanto pesano queste biografie? Quanta memoria e conoscenza del mondo custodiscono? Quanto valgono gli anni di un senegalese ventenne, che dopo aver abbandonato paese, lingua e famiglia, per lavorare clandestinamente in Italia, sale su una gru di 35  metri, dovendo ricordare agli italiani che è anche lui una persona?)</em></p>
<p>Nei giorni successivi si avvicendano le persone al presidio, con un deciso allargamento della base delle persone interessate alla vicenda. Viene fatta anche una lezione per strada da parte di alcuni docenti della Facoltà di Giurisprudenza cittadina. Da parte dell’amministrazione e della Prefettura c’è una chiusura totale. La tesi è: scendano e poi vedremo se è possibile trattare o meno. Sotto la gru, sembra che inizi un via vai più o meno chiaro di mediatori e rappresentanti delle comunità straniere. Si cerca di convincere i migranti uno per uno a scendere. Si ottengono due discese nei giorni dell’11 e del 12 novembre.</p>
<p><em>Un popolo forse non si misura in termini quantitativi, ma nella sua possibilità di “popolare”, ossia di prolungarsi, di radunare e richiamare intorno a sé altre sue componenti, ossia dei soggetti in grado di prendersi responsabilità nello spazio pubblico, al di fuori della cura domestica e familiare. </em></p>
<p>Intanto, tra presidio e forze dell’ordine c’è una continua contrattazione per fare arrivare cibo e coperte agli occupanti, tra dichiarazioni più o meno d’effetto del Comune e della Lega, di prendere per fame gli occupanti. Questi ultimi non si fidano più di Toffari, rappresentante della Curia, e chiedono di avere come interlocutori solo il presidio e Diritti per tutti con i rappresentanti delle diverse comunità che vi gravitano attorno.</p>
<p>13/11: una manifestazione antifascista, indetta per contrastare una manifestazione di Forza Nuova poi non tenutasi, raggiunge con circa duemila persone la gru. Alcuni attivisti venuti da altre città lombarde, dopo uno svolgimento estremamente pacifico del corteo, provoca la forze dell’ordine sotto la gru che iniziano una serie di cariche molto aspre, con inseguimento nei vicoli e fermi. L’intervento dei militanti bresciani isola i manifestanti più facinorosi. Il presidio si riforma nel giro di poche ore, di nuovo con numeri abbastanza significativi.</p>
<p>14/11: nel corso del pomeriggio, i migranti sulla gru iniziano ad urlare perché sono affamati. Le forze dell’ordine non fanno passare il cibo che arriva dal presidio e gli occupanti non si fidano di quello della Caritas offerto da Toffari. Nella giornata c’è anche una dichiarazione del Vescovo che difende l’operato di Toffari ma dichiara che il rispetto della persona umana viene prima di ogni interesse di parte e di ogni strategia politica. La sera, dopo una giornata di estrema tensione tra presidio e forze dell’ordine, si arrivano ad un accordo e, dopo due giorni, gli occupanti ricevono il cibo.</p>
<p>15/11: la mattina arriva la notizia di un nuova trattativa tra Curia, CGIL e CISL, da una parte, e Prefettura e Amministrazione dall’altra. Nel corso della giornata la cosa prende forma e la sera, intorno alle 9, gli occupanti scendono dalla gru sotto una pioggia scrosciante e tra gli applausi di centinaia di persone raccolte in due piazze, immediatamente a nord e a sud della gru. Dopo un passaggio in questura, vengono rilasciati.</p>
<p>L’accordo prevede piena e fidata tutela legale agli occupanti che scendono, la creazione di un presidio, la creazione di un tavolo presso la Prefettura. Nelle stesse ore vengono espulsi i migranti fermati l’8/11 e, a Milano, nel tragitto tra il Consolato egiziano e la Prefettura, due attivisti di Diritti per tutti vengono fermati. Uno di essi, straniero, viene espulso nel giro di qualche giorno. Tutte queste espulsioni avvengono nonostante i soggetti avessero in corso la richiesta di permesso.</p>
<p>16/11: la Prefettura e la Questura dichiarano che la proposta della Curia, CGIL e CISL non è mai stata avallata. Il sindaco Adriano Paroli e il vice-sindaco Fabio Rolfi rimandano la decisione sul presidio al Comitato per la sicurezza e l’ordine pubblico, il 3/12, a cui però non partecipano né la Curia, né i sindacati né i migranti. Il sindaco comunque ha ammesso che “sono emersi problemi sull’interpretazione della legge”.</p>
<p><em>L’azione politica non è a somma zero. Essa ha mostrato l’oscenità del quadro legale, la sua incoerenza rispetto ai valori elementari della democrazia, e con una chiarezza fino a quel momento mai raggiunta dai professionisti dell’informazione nazionale. Nessuno poteva dirlo meglio di loro, passati dalla condizione di vittime genericamente compiante a quella di acrobati coraggiosi e ben individuati della disubbidienza civile.</em></p>
<p>17/11: CGIL, CISL e Curia chiedono un’incontro con la prefetta e ribadiscono la loro intenzione che l’accordo venga attuato.</p>
<p>18/11: riprende un presidio non autorizzato in via San Faustino, con la presenza non massiccia ma comunque visibile di forze dell’ordine. Nel frattempo vengono fermati diversi migranti e il quartiere del Carmine continua a vedere una forte presenza di polizia. Sul piano politico, si sollevano polemiche sui danni dovuti all’occupazione (che vengono attribuiti, dalla Giunta, a Diritti per tutti ) e sulla gestione datane dalla Giunta (che, nel frattempo, per una questione legata all’uso delle carte di credito del Comune, viene quasi in blocco indagata per peculato).</p>
<p>22/11: si riunisce il Comitato per l’ordine e la sicurezza pubblica, seguito da un incontro della prefetta con CGIL, CISL e il Centro migranti della Curia di Brescia. La Prefettura dichiara la propria disponibilità all’apertura di un tavolo di confronto nel quale confluiranno le comunità immigrate, i rappresentanti di associazioni di categoria e di industriali (CDC, CNA, AIB, CDO), dei sindacati (CGIL, CISL, UIL e UGL), del Comune e della Provincia. Non vengono date indicazioni in merito al ripristino del presidio di protesta.</p>
<p>24/11: La questura nega il proprio assenso alla richiesta di alcuni cittadini italiani, che chiedevano che venisse autorizzato il presidio di protesta ancora in corso in via San Faustino. Lo stesso giorno viene fissato al 9/12 il Consiglio territoriale sull’immigrazione, ovvero il tavolo di confronto indicato dalla Prefettura il 22/11.</p>
<p>28/11: Padre Zanotelli incontra gli occupanti della gru al presidio non autorizzato di via San Faustino.</p>
<p>02/12: dopo la riunione del Comitato provinciale per la sicurezza e l’ordine pubblico, viene approvato dalla Prefettura un presidio itinerante, proposto alcuni giorni prima da Mario Toffari dell’Ufficio per la pastorale dei migranti oltre che da CGIL e CISL. Due volte a settimana, per tre ore, italiani e stranieri potranno manifestare il proprio dissenso in luoghi diversi della città ancora da definirsi.</p>
<p>Nel frattempo, viene fissata dai migranti, da Diritti per tutti e da altre realtà, una manifestazione per l’11/12.</p>
<p>°</p>
<p><em>Note</em></p>
<p>(1)Da una lettera di Jean-Paul Curnier in Nathalie Quintane, <em>Tomates</em>, P.O.L., 2010.</p>
<p>(2) Jacques Rancière, <em>Politique de la littérature</em>, Galilée, 2007.</p>
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