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	<title>Bataille &#8211; NAZIONE INDIANA</title>
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		<title>Della liquefazione del &#8220;tu&#8221;</title>
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		<dc:creator><![CDATA[mariasole ariot]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 14 Sep 2018 04:00:36 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[di Mariasole Ariot &#8220;Un senso di decadenza ci deprime, se opponiamo allo scatenamento senza misura, all&#8217;assenza di paura, il calcolo.&#8221; G. Bataille Esiste una zona vuota, in perdita, all’interno della quale i soggetti si muovono attraverso la parola – nella quale i soggetti muovono e sono mossi dalla parola, incisi, marchiati, tracciati, modificati dalla parola, parola [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: right;"><img fetchpriority="high" decoding="async" class="alignleft wp-image-75762" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/09/Persona_-_Bergman.jpg" alt="" width="511" height="386" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/09/Persona_-_Bergman-250x188.jpg 250w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/09/Persona_-_Bergman-200x150.jpg 200w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/09/Persona_-_Bergman-160x120.jpg 160w" sizes="(max-width: 511px) 100vw, 511px" /></p>
<p style="text-align: right;">di <strong>Mariasole Ariot</strong></p>
<p style="text-align: right;">&#8220;Un senso di decadenza ci deprime, se opponiamo allo scatenamento senza misura, all&#8217;assenza di paura, il calcolo.&#8221;<br />
G. Bataille</p>
<p>Esiste una zona vuota, in perdita, all’interno della quale i soggetti si muovono attraverso la parola – nella quale i soggetti muovono e sono mossi dalla parola, incisi, marchiati, tracciati, modificati dalla parola, parola che proviene dalla propria bocca, come dalla bocca dell’altro. Il presupposto quindi per cui un soggetto venga in qualche modo prodotto e sia in continua produzione è in primo luogo il fatto che vi sia parola, in secondo luogo, che questa parola venga ascoltata o sia ascoltata, in terzo luogo, che questo incontro si dia all’interno di una zona vuota.</p>
<p>Dove abita il troppo, non può darsi nulla, se non l’incessante ripetizione di ciò che già c’era. È questo forse il più difficile nodo da aggirare: significa spogliarsi, denudare gli spazi, creare nuove pareti e nuovi confini, aprire interstizi atemporali e aspaziali. Qualunque incontro avvenga all’interno di un dispositivo già ammobiliato, già previsto, già costituito – dove nulla c’è da attendersi se non ciò che già ci si attende – non produce movimenti significativi nei soggetti. Al contrario: siamo di fronte alla caduta della soggettività e alla presa di potere del potere stesso, un potere fine a sé stesso, che non ha più bisogno di niente, che si basta da solo.<br />
Se cade la soggettività, cade anche, di conseguenza, la possibilità di produzione di nuovi significanti e significati e il passaggio liquido di produzioni attraverso la porosità dei corpi della lingua.<br />
Non si tratta di uno svuotamento, del porsi come esseri vuoti, ma di saper aprire zone vuote all’interno di corpi pieni.<br />
Quando ciò non accade, quando corpi e spazi restano come masse informi di carni compatte, non c’è più incontro con l’Altro ma piuttosto un incontro con la devitalizzazione di una possibilità mancata – che a sua volta produce non perdita dell’io ma perdita del vitale.</p>
<p>Il soggetto si immobilizza, diventa ossa, sasso, pietra, ombra di sé stesso.<br />
Se questa devitalizzazione si realizza fino al compimento, se nasce da un incontro già previsto, che non contempla stupore, non possiamo credere che questo passi sotto traccia senza incidere i soggetti dell’incontro: piuttosto li scarnifica. Un “non è” non significa che quel “non è” non sia attivo, che non agisca sui corpi e sulle soggettività in causa: agisce per difetto, portando a desertificazione.<br />
Eppure: non siamo forse al centro di un’epoca in cui il tu non è più un tu soggetto singolare ma piuttosto un tu espanso fino alla sua dissolvenza? In cui si smette di parlare ad un singolo (in una danza tra il dire e l’ascolto) e si parla solo alla moltitudine in una produzione di un incessante rumore di sottofondo che scarnifica la parola fino a farla diventare l’ombra di ciò che potrebbe essere?</p>
<p>Un’esigenza di spalancare la bocca di fronte a un tutti che in fondo è un nessuno, un proliferare di frasi, elementi, tracciati rivolti a una platea in forma di corpo unico che non ha teste.<br />
Perdute le teste degli altri, cade anche la propria, scollata dal contingente, scollata dall’infinito, testa che si addobba di decori e si dilata fino ad occupare tutto lo spazio presente.<br />
E dove lo spazio è chiuso, dove non esiste più spazio all’interno dello spazio, là muore il linguaggio, là muore l’incontro, là muore il dire, là avviene l’indicibile: miliardi di <em>io</em> cantano sordomuti della parola.</p>
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		<title>Celebrare Sade</title>
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		<dc:creator><![CDATA[mariasole ariot]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 12 Dec 2014 13:00:11 +0000</pubDate>
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		<category><![CDATA[Alberto Brodesco]]></category>
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										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: right;">di <strong>Alberto Brodesco</strong></p>
<p><img decoding="async" class="alignleft  wp-image-50111" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/12/Convegno-Sade.jpg" alt="Convegno Sade" width="248" height="355" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/12/Convegno-Sade.jpg 694w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/12/Convegno-Sade-209x300.jpg 209w" sizes="(max-width: 248px) 100vw, 248px" />In queste settimane, trascorso da pochi giorni il bicentenario della morte (3 dicembre 1814), sono in corso in diversi punti d&#8217;Europa degli eventi in celebrazione di Sade. Una prima importante iniziativa è la mostra “Sade. Attaquer le soleil” al Musée d&#8217;Orsay di Parigi, curata dalla grande studiosa sadiana Annie Le Brun. Una seconda mostra, “Sade, un athée en amour”, è organizzata alla Fondation Martin Bodmer di Ginevra per la cura di Jacques Berchtold e Michel Delon, la massima autorità in materia. La prima esposizione va in cerca di Sade trovandolo dappertutto (nei dipinti di Goya, Géricault, Ingres, Rodin, Picasso&#8230;); la seconda, più filologica, esibisce manoscritti originali, illustrazioni d&#8217;epoca e altri reperti storici quali il calco in gesso del cranio di Sade. Alla dimensione espositiva si sommano poi le iniziative accademiche: un convegno a Parigi (“Sade en jeu”, 25-27 settembre) e uno a Aix-en-Provence (“Les lieux de la fiction sadienne”, 23 ottobre). I risultati scientifici della recente ondata di studi sadiani sono talvolta sorprendenti, come quando, nel corso di una sessione dal titolo “Sade auteur comique?” del convegno parigino, la sala si è trovata a ridere alla lettura di alcuni passaggi particolarmente barocchi delle <em>120 giornate di Sodoma</em>. Un terzo convegno ad Amsterdam (“Sade Today”, 2 dicembre) ha individuato in Sade un “teorico queer” <em>ante litteram</em>. Gli approcci francesi e quello olandese mostrano delle sostanziali differenze di impostazione: i primi, pur lasciando spazio a ipotesi non convenzionali, partono dall&#8217;analisi dei testi; l&#8217;altro apre le porte all&#8217;attualizzazione e alla libertà interpretativa.</p>
<p>Indicando due direzioni diverse, questi orientamenti scientifici sollecitano considerazioni più generali sulla questione del rapporto della contemporaneità con Sade. Dietro alla possibilità stessa di mostre e convegni, dietro all&#8217;odierna divulgazione sadiana o al Sade divulgato stanno infatti due fattori distinti e complementari. Il primo è il secolo e più di lavoro critico su Sade – diciamo da Maurice Heine in poi. Il secondo è una società profondamente cambiata rispetto ai tempi in cui stampare Sade portava a processo gli editori (va ricordato il coraggioso Jean-Jacques Pauvert, morto quest&#8217;anno). La convergenza di queste due spinte permette agli organizzatori del convegno di Amsterdam di tenere la loro sessione pomeridiana sul palco del teatro erotico “Casa Rosso” dell&#8217;omocromatico quartiere. La disinvoltura con cui si può oggi parlare di Sade si inserisce nel complessivo sdoganamento non solo della pornografia ma anche dell&#8217;immaginario BDSM come legittimo oggetto culturale, persino alla moda. Se Sade è stato per molto tempo un corpo estraneo, inammissibile, ora lo si può considerare finalmente uno scrittore, di cui gli specialisti sono autorizzati (e finanziati) a parlare.</p>
<p>Ma quale Sade esce da queste celebrazioni? Se nemmeno Sade, che segna un non plus ultra nella storia della cultura occidentale, si sottrae all&#8217;integrazione nella società dello spettacolo, che cosa ha la possibilità di rimanerne fuori? Era la stessa Annie Le Brun curatrice della mostra al Musée d&#8217;Orsay a parlare in passato di una “straordinaria resistenza di Sade allo spettacolare”. E invece oggi intorno a Sade si organizzano esposizioni, rassegne di film, un quiz online su <em>The Guardian</em>&#8230; Sade diventa addirittura il personaggio di un popolare videogame, <em>Assassin&#8217;s Creed Unity</em>. È banale dirlo, ma i quarant&#8217;anni che son trascorsi da Salò o le 120 giornate di Sodoma, dove Pier Paolo Pasolini utilizzava l&#8217;inassimilabile Sade proprio a fini anti-spettacolari, hanno prodotto delle conseguenze che caricano di ulteriore forza le argomentazioni pasoliniane. In una società in cui la provocazione è il nuovo conformismo, la sparizione dell&#8217;osceno, trasformatosi nell&#8217;<em>on-scene</em> di cui parla Linda Williams, porta con sé la scomparsa di uno spazio etico, quello che induce a lasciare dei contenuti al di fuori della scena.<br />
Nel periodo eroico del surrealismo Sade è stato essenzialmente un ispiratore di cattivi pensieri. Schierarsi dalla parte di Sade voleva dire non solo <em>épater le bourgeois</em> ma anche difendere l&#8217;indifendibile, sedersi dalla parte del torto. In un testo del 1929-30 dalla strana, paradossale attualità – una lettera mai arrivata ai destinatari intitolata “Il valore d&#8217;uso di D.-A.-F. de Sade” –, Georges Bataille tenta in modo complesso e disordinato di liberare Sade dalla trappola dei suoi ammiratori letterari per restituirlo al campo dell&#8217;azione rivoluzionaria. Sade è ancora oggi un “prossimo nostro” non per il piacere dello scandalo che sa provocare ma per quanto in esso rimane repellente, per ciò che costringe ad abbandonare la lettura o la visione. Il recupero della forza politica dell&#8217;osceno passa per l&#8217;apparizione dell&#8217;insopportabile e dell&#8217;inguardabile.</p>
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		<title>Varianti e altri realismi</title>
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		<dc:creator><![CDATA[domenico pinto]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 01 Dec 2008 09:30:54 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[[Si pubblica l&#8217;intervento di S. Gallerani alla tavola rotonda tenutasi alla Casa delle Letterature. Partita dalle punte di questi articoli di Cortellessa, la discussione è proseguita nei contributi di Donnarumma, Policastro, Inglese, Milani, Rizzante, Morelli, Casadei e Giovenale. dp] di Stefano Gallerani Cari tutti, sono davvero spiacente di non poter partecipare con voi all&#8217;incontro odierno [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<blockquote>
<p class="MsoNormal"><span style="color: #000000;">[Si pubblica l&#8217;intervento di S. Gallerani alla tavola rotonda tenutasi alla <a href="http://www.casadelleletterature.it/" target="_blank">Casa delle Letterature</a>. Partita dalle punte di</span><span style="color: #000000;"> <a href="https://www.nazioneindiana.com/2008/10/29/reale-troppo-reale/">questi </a>articoli di Cortellessa, la discussione è proseguita nei</span><span style="color: #000000;"> contributi di <a href="https://www.nazioneindiana.com/2008/10/31/quid-credas-allegoria/" target="_blank">Donnarumma</a>, <a href="https://www.nazioneindiana.com/2008/11/03/tra-zero-e-due-meno-meno/" target="_blank">Policastro</a>, <a href="https://www.nazioneindiana.com/2008/11/04/il-disgusto-e-lossessione-un-modo-di-esercitare-la-critica/" target="_blank">Inglese</a>, <a href="https://www.nazioneindiana.com/2008/11/10/quale-realta-note-in-margine-alla-questione-del-realismo-in-letteratura/" target="_blank">Milani,</a> <a href="https://www.nazioneindiana.com/2008/11/10/la-fame-di-realta-e-limmaginazione-romanzesca/" target="_blank">Rizzante</a>, <a href="https://www.nazioneindiana.com/2008/11/12/chi-sta-dentro-sta-dentro-e-chi-sta-fuori-sta-fuori/" target="_blank">Morelli,</a> <a href="https://www.nazioneindiana.com/2008/11/17/realismi/" target="_blank">Casadei</a> e <a href="https://www.nazioneindiana.com/2008/11/19/sibille-asemantiche/" target="_blank">Giovenale</a>. dp</span><span style="color: #000000;">]</span></p>
</blockquote>
<p>di <strong>Stefano Gallerani</strong></p>
<p>Cari tutti,</p>
<p>sono davvero spiacente di non poter partecipare con voi all&#8217;incontro odierno perché &#8220;confinato&#8221; in quel di Bassano del Grappa (dal che spero almeno di trarre un poco di spirito). Di conseguenza, nella mia posizione &#8211; e non amando stendere programmi &#8211; mi è difficile affrontare il tema della tavola rotonda senza il conforto del contraddittorio &#8211; indispensabile perché in simili occasioni si tenti almeno di quadrare la tavola se non il problema. Un rapido sguardo alla composizione della nostra squadra (virtualmente siamo in undici, credo) e un po&#8217; di attenzione per la recente cronaca letteraria dovrebbero indurmi a mettere su carta alcune riflessioni sulla questione che si dibatte (o su come è stata preceduta  e si è sviluppata da &#8220;Allegoria&#8221; a &#8220;Nazione Indiana&#8221; passando per lo speciale dello &#8220;Specchio+&#8221; curato da Andrea Cortellessa). A questo proposito, convinto come sono che la naturale (cioè umana) evoluzione della specie abbia portato dalla scimmia eretta a quella psicanalitica, non posso che rallegrarmi della radicata presenza, oggi, già nel ricorso a una precisa terminologia, del pensiero di <strong>Jacques Lacan</strong><span id="more-11674"></span> (che si meriterebbe questa considerazione, o piuttosto questa centralità, anche senza la pur utile mediazione del critico d&#8217;arte <strong>Hal Foster</strong>; basta leggere il seminario sul Transfert pubblicato recentemente da Einaudi per non avere dubbi in tal senso). Mi sembra, infatti, che quello del Ritorno del Reale (come recita l&#8217;intestazione del libro di Foster che reca nel sottotitolo il termine avanguardia: ovvero il convitato di pietra di questo incontro), sia uno degli snodi migliori per scongiurare che il problema che ci siamo sottoposti non si traduca altro che in una tappa obbligata del discorso letterario, ora come allora (simile a certe malattie che si debbono per forza fare, insomma). In questa direzione porta anche l&#8217;invito celatiano all&#8217;Impensato, contemporanea declinazione dell&#8217;Impossibile di <strong>Bataille</strong>, senza il quale resterebbe pressoché oscuro il Reale lacaniano. Quanto alla genealogia della frizione tra due sinonimi, Scrittura e Realtà, i precedenti più o meno illustri in argomento non si contano. Ognuno si faccia il po&#8217; di storia che è in grado; per quanto mi riguarda, va benissimo pure che si rimandi al secondo capitolo di <em>Realismo e Avanguardia</em> (1975), di <strong>Walter Siti</strong> (un autore spesso citato in proposito, ma mai riprendendo, per smontarle o sostenerle, le sue tesi di allora). Altri snodi cruciali e più urgenti, connessi e, in certo modo, convergenti &#8211; sebbene più ambigui nella formulazione &#8211; riguardano l&#8217;appello alla responsabilità dello Stile e il rapporto che con il Reale intrattiene l&#8217;esperienza &#8211; che del primo è la perfetta negazione e il suo riflesso sensibile. In proposito, l&#8217;asserita, da <strong>Antonio Scurati</strong>, fine dell&#8217;esperienza può essere confutata, certo, ma non con argomentazioni superficialmente logiche che trascurano &#8211; o fingono di trascurare &#8211; la convenzione di senso dell&#8217;espressione da lui usata; né credo che i precipitati formali dello scontro tra Coscienza Individuale e, appunto, Esperienza del Mondo, possano essere interdetti da motti vieti sugli &#8220;orticelli letterari&#8221; alla cui coltivazione attenderebbero taluni critici o sull&#8217;ombelico che talaltri scrittori non farebbero che guardarsi (se non mancassero i tinelli puzzolenti il catalogo degli orrori sarebbe completo). La questione può non interessare, ma se si decide di affrontarla merita toni più appropriati. Potrebbero essere questi, di <strong>Giacomo Debenedetti</strong>: «quando si dice &#8220;fare il romanzo&#8221; c&#8217;è una parola che risponde subito, come si toccasse un tasto elettrico, ed è la parola esperienza. Su quale esperienza si farà il romanzo? Nei prodotti di una vera vocazione narrativa, nelle epoche e nelle civiltà intimamente chiamate al &#8220;genere&#8221; romanzo, si ha sempre l&#8217;impressione che l&#8217;esperienza sia stata suggerita dal di fuori: dalla società, dagli uomini che la formano, dalle vicende che logicamente ne nascono. Invece, l&#8217;impegno astratto di fare il romanzo, il penso dello scrittore, si accusano subito nel timbro soggettivo, privato, personale dell&#8217;esperienza presa come base. Su questa l&#8217;autore costruisce a pezzo a pezzo un mondo esterno, che prima d&#8217;allora per lui non esisteva. Nei casi migliori, fatti e figure si organizzano come trascrizioni, cifre, simboli, allegorie di quell&#8217;esperienza».  In termini attuali, il Reale non è un tema se non nella misura esatta in cui ha lo statuto di un resto &#8211; dice più o meno Bataille -, anche in senso matematico; e l&#8217;esperienza è questo resto in relazione al quale si definisce la possibilità romanzesca. Soprattutto, mi auguro che finalmente si affronterà il problema posto da Cortellessa: cosa accade allorché «uno scrittore torna, e ci proietta l&#8217;horror movie del suo safari nel Reale. Ci lascia indifferenti, ci trasforma in voyeur, ci fa invidia? È moralistico? È pornografico? È le due cose insieme? Oppure è davvero <em>conoscitivo</em>?» A queste domande mi piacerebbe rispondere con <strong>Novalis</strong>: «per il linguaggio è come per le matematiche: esse non esprimono nulla se non la loro meravigliosa natura, e perciò esse esprimono così bene gli strani rapporti fra le cose». In più, mi sento di ribattere offrendovi due parole strettamente connesse con la Realtà, due parole che la connotano, ossia Tempo e Memoria: i numi tutelari attraverso cui la Realtà entra in quel meccanismo complesso che, volenti o nolenti (vi spero tutti disarmati), si chiama Cultura. Ebbene, io ritengo che l&#8217;attuale ritorno <em>al</em> reale (e non <em>del</em> reale) sia connotato dalla parziale indifferenza di cui godono questi due termini, il che porta poi al fraintendimento delle cosiddette scritture private o introspettive e al loro sacrificio rispetto a quelle contingenti; quelle, si dice, di &#8220;ampio respiro&#8221;, che non rinunciano a misurarsi con il mondo che le circonda (come se noi stessi non comprendessimo anche quel mondo o ne fossimo solo un residuo inconsistente). Il romanzo naturalista, che di questi tempi si veste ora da reportage ora con i costumi di forme espressive ibride che fanno esplicito riferimento  alla persona dell&#8217;autore come testimone, sostituisce all&#8217;ostensione del Reale il falso sembiante della Realtà. Ed invece, se di Ritorno <em>del</em> Reale si deve parlare, mi sembrano imprescindibili (basti pensare che tutta la psicoanalisi ruota intorno a loro) le contorsioni conoscitive che scaturiscono dalle tensioni tra Tempo e Memoria. Insomma, se il romanzo dimentica che il Reale è l&#8217;Impossibile o, per <strong>Celati</strong><strong></strong>, l&#8217;impensato, subentra la piega &#8220;mimetica&#8221;, supponendo che esista uno stato obiettivo del mondo (una realtà) che sarà sufficiente riportare (sebbene interpretandola, filtrandola o deformandola) mentre il Reale è esattamente ciò che la rappresentazione, il linguaggio, la finzione non accostano che per svelare la linea di una mancanza, l&#8217;assenza di quanto li suscita ma di cui non possono rendere conto. È la contraddizione dell&#8217;arte, l&#8217;oggetto del patto letterario, ma è ormai chiaro che l&#8217;indefinibile non è quanto induce al silenzio quanto, piuttosto, ciò che ci costringe al lavoro incessante, infaticabile del pensiero. A questo punto, cercherò davvero di essere breve &#8211; come pretestuosamente annuncia qualsiasi oratore, dal momento che solo un certo Pipino ha accettato l&#8217;aggettivo come nome &#8211; congedandomi con un&#8217;espressione mutuata da alcune pagine di <strong>Jouhandeau </strong>alle quali Lacan avrebbe fatto sicuramente seguire un interminabile seminario. Per le ovvie differenze io non potrò altrettanto e spero mi perdoniate quel po&#8217; di retorica che nasce da questa mia frustrazione bassanese. Comunque sia le espressioni, in verità due, sono queste: l&#8217;esperienza è il nostro tentativo di negoziare tra il primitivo desiderio e la realtà; questa l&#8217;acrobazia più temeraria: risalire il corso dell&#8217;apparenza &#8211; cioè della realtà &#8211; per volgersi al reale.</p>
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