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	<title>Beniamino Servino &#8211; NAZIONE INDIANA</title>
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		<title>Interviste impossibili: Luigi Vanvitelli</title>
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		<dc:creator><![CDATA[francesco forlani]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 03 Sep 2018 05:00:57 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[a gamba tesa]]></category>
		<category><![CDATA[inediti]]></category>
		<category><![CDATA[Antonio Buonocore]]></category>
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					<description><![CDATA[L&#8217;Intervista [Antonio Buonocore fa le domande/SERVéN risponde con gli abiti di Luigi Vanvitelli] Luigi Vanvitelli, nato Lodewijk van Wittel (Napoli, 12 maggio 1700 – Caserta, 1 marzo 1773) Lei ha iniziato come pittore e poi è diventato architetto. La pittura ha avuto un’influenza nella sua professione? Io ho iniziato come pittore perché mio padre faceva [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><strong><img fetchpriority="high" decoding="async" class="alignleft size-full wp-image-75690" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/09/Luigi_Vanvitelli.jpg" alt="" width="362" height="464" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/09/Luigi_Vanvitelli.jpg 362w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/09/Luigi_Vanvitelli-234x300.jpg 234w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/09/Luigi_Vanvitelli-250x320.jpg 250w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/09/Luigi_Vanvitelli-200x256.jpg 200w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/09/Luigi_Vanvitelli-160x205.jpg 160w" sizes="(max-width: 362px) 100vw, 362px" />L&#8217;Intervista </strong><br />
<em>[Antonio Buonocore fa le domande/<a href="http://ec2.it/beniaminoservino">SERVéN</a> risponde con gli abiti di Luigi Vanvitelli]</em></p>
<h5>Luigi Vanvitelli, nato Lodewijk van Wittel (Napoli, 12 maggio 1700 – Caserta, 1 marzo 1773)</h5>
<p><strong>Lei ha iniziato come pittore e poi è diventato architetto. La pittura ha avuto un’influenza nella sua professione?</strong></p>
<p><em>Io ho iniziato come pittore perché mio padre faceva il pittore, e io, che non sapevo che cazzo fare, ho incominciato a fare il pittore pure io. Ma pittavo pittavo, senza passione, senza sangue. E mio padre allora mi ha detto: uagliò, vedi di trovarti un’altra arte chè come pittore non vali quattro soldi…<br />
[ Delle volte la crudeltà dei genitori è necessaria. Ma lo capisci solo molto tempo dopo. All’epoca l’ho odiato odiato odiato…]</em></p>
<p><strong>Nel 1750 il re di Napoli Carlo di Borbone le richiese il progetto di una nuova reggia che aveva pensato nella zona di Caserta, facilmente raggiungibile dalla capitale, ma separata da essa, come lo era Versailles da Parigi. Innanzitutto come fu l’incontro?</strong><br />
<strong>Come fu il rapporto con il suo committente durante la costruzione?</strong></p>
<p><em>Allora, io prima di venire a Caserta stavo a Roma, alla corte di Benedetto XIV e facevo per lui dei lavoretti, ero sempre là, in giro. Al Papa però forse non andavo troppo a genio, non saprei dirti perché, non ci sono state mai esternazioni eclatanti, ma avevo come la sensazione,</em> è vero<em>!, che non mi sopportasse molto. Poi ci fu la situazione della cupola. Sai bene che la cupola del maestro Michelangelo aveva qualche problemino di stabilità. E io feci la mia proposta di consolidamento. Lui, il Papa, aveva già chiamato uno di Venezia, un certo ingegnere Giovanni Poleni che aveva fatto, </em>è vero!<em>, un progetto di consolidamento. Sai come sono gli ingegneri, aveva fatto una cosa molto sobria, manco si vedeva. Io invece avevo fatto un cazzo di progetto, impottante. Poi ho saputo, </em>è vero<em>!, che il Papa si era lamentato con il veneziano, diceva a lui che se mi avesse lasciato fare non si sarebbe più vista la cupola tanto erano massicci i muri che avevo pogettato per sostenerla. Ma erano solo dicerie… </em>è vero!<em><br />
Intanto però lui, sempre il Papa, chiese al suo amico Carlo di Borbone se mi prendeva. E Carlo per tenerselo buono, al Papa, mi mandò a chiamare.<br />
A Napoli eravamo in tre, io il re e Ferdinando. Ferdinando Fuga. Ferdinando e il re erano molto intimi, affiatati, complici. A me non mi pensavano proprio.<br />
</em><br />
<em>[ Ferdinando si atteggiava: lui faceva le O O O P E R E S O C I A A A L I: l’albergo dei poveri, i granili, le 366 fosse… quel comunista! Intanto a Napoli piazza Vanvitelli è ‘na piazza grandiosa; piazza Fuga? una piazzetta!A Caserta poi, non ne parliamo proprio, via Fuga è una viarella sperduta…, quella, poi, la Madonna è giusta!]</em><br />
<em><br />
Allora io mi lamentai con il Papa, </em>è vero<em>! Il Papa chiamò il re, il re chiamò a ‘mme e mi disse: mò lo sai che facciamo caro vanvitello [ così mi chiamava, vanvitello! ]? Ci andiamo a fare una bella scampagnata a Caserta… e tutto ebbe inizio.<img decoding="async" class="alignright wp-image-75691" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/09/Luigi-Vanvitelli-Palazzo-di-Caserta-from-Dichiarazione-dei-Disegni-del-Reale-MeisterDrucke-268567.jpg" alt="" width="396" height="278" /></em></p>
<p><strong>Oggi il complesso della reggia è visitato da un milione di turisti all’anno, ospita mostre d’arte e è sede della sovrintendenza e di alcune sezioni di uffici dell’esercito. Come crede che debbano essere utilizzati oggi i monumenti?</strong></p>
<p><em>Oggi la reggia è troppo aperta. Tutta quella gente. I neri, gli ambulanti, gente che gioca a pallone, carrozzelle [ con quegli animali che urlano…]<br />
Ma su! Un po’ di rispetto!</em></p>
<p><strong>Scusi se mi permetto, ma a me personalmente piace l’immagine del palazzo da via Mazzini guardando verso via Mazzocchi, posto in cui se ne coglie uno scorcio, tra le case. Mi ha un po’ stancato l’immagine monumentale del fronte principale. Quali sono i punti forti della reggia?</strong></p>
<p><em>Gli scorci? Ma gli scorci sono cose comuniste. La Reggia, il Palazzo, il mio Palazzo va visto da punti ben precisi, ordinati. Anzi, io avevo fatto un disegno di una città intera intorno al Palazzo. Ma, sai com’è, </em>è vero!<em>, il padreterno mi ha chiamato a sé e&#8230; addio!<br />
Altro che scorci…!</em></p>
<p><strong>Contestualmente alla reggia lei progettò l’acquedotto carolino: di particolare pregio architettonico, dal 1997 patrimonio mondiale dell&#8217;UNESCO. E’ il ponte che, attraversando la Valle di Maddaloni, congiunge il monte Logano (ad est) con il monte Garzano (ad ovest). All’epoca fu il ponte più lungo d’Europa.</strong><br />
<strong>Lo sa però che ora l’area circostante il ponte e il ponte stesso versano in condizioni di degrado e di abbandono, e spesso ospitano piccole discariche abusive?</strong></p>
<p><em>Io, quasi duemila anni dopo i romani, ho fatto un acquedotto </em>a un certo livello<em>. Grandioso, come il Palazzo. Però, pure per i ponti della valle ci fu qualcuno che ebbe da ridire. Gli ingegneri&#8230;! Dicevano che non conoscevo l’idraulica…, che gli acquedotti non erano più necessari&#8230; Ma chi se ne fotte! Vuoi mettere tutti quegli archi! Impottante! È vero!<br />
</em></p>
<p><em><br />
</em><img decoding="async" class="wp-image-75692 alignleft" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/09/f5d1b2e8370c8f6e8f985cde39649558.jpg" alt="" width="358" height="242" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/09/f5d1b2e8370c8f6e8f985cde39649558-200x134.jpg 200w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/09/f5d1b2e8370c8f6e8f985cde39649558-160x107.jpg 160w" sizes="(max-width: 358px) 100vw, 358px" /><br />
<strong>Si dice che, al momento dell’inaugurazione, l’acqua tardava ad arrivare alla fine della condotta nei pressi della reggia… è vero questo episodio? In quel caso lei tirò un sospiro di sollievo, ma quali sono stati gli errori più grossi della sua carriera?</strong></p>
<p><em>Gli ingegneri, mi volevano sabotare, è vero! </em>Quei <em>invidiosi, ma la madonna è giusta!</em></p>
<p><strong>La stazione di Caserta è stata inaugurata il 20 dicembre 1843 e si trova proprio di fronte alla reggia, sullo stesso asse che virtualmente la collegava a Napoli. Le piace questa posizione?</strong></p>
<p><em>Vuoi sapere chi ha progettato la stazione di Caserta? Indovina! Poi dicono che esagero, ma sono sempre loro…! Gli ingegneri.<br />
</em></p>
<p><strong>Alla sua morte suo figlio Carlo ha proseguito la direzione dei lavori per la reggia. Lei quanto ha contato per la formazione di Carlo? Cosa ne pensa dei figli che proseguono il lavoro dei padri?</strong></p>
<p><em>Carlino ha incominciato a fare l’architetto perché io facevo l’architetto, e lui, che non sapeva che cazzo fare, ha detto mò faccio l’architetto pure io. E io, a differenza di mio padre, ho agevolato la sua scelta. Io faccio parte della nuova generazione di padri. Non duri, ma affettuosi. Quello vuole fare l’architetto?, fai l’architetto a papà!<br />
</em><br />
<strong>Tra i suoi incarichi c’è stato quello di riprogettare Santa Maria degli Angeli e dei Martiri, una basilica romana che si trova in piazza della Repubblica a Roma in cui aveva operato nientedimeno che Michelangelo. Come si è rapportato con l’opera di questo grande maestro?</strong></p>
<p><em>Michelangelo? Un’altra volta?! Lasciamo stare, già con la cupola…</em></p>
<p><strong>I suoi edifici oggi sono tutelati e nessuna sovrintendenza si sognerebbe di modificare le fabbriche da lei realizzate. Ma se ci fosse la possibilità, come suggerirebbe di trasformare per usi contemporanei le sue opere?</strong></p>
<p><em>Trasformare? Ma si pazzo! Quelle già non le hanno completate come io le avevo progettate. Conservate, devono essere conservate così come sono! Menomale che ci sono i sovraintendenti…! Se fosse per voi!<br />
[Scusa, ma fossi comunista anche tu?]</em></p>
<p><strong>Dopo la dipartita di Carlo di Borbone per la successione al trono di Spagna, re di Napoli divenne Ferdinando IV che per la sua giovane età non era in grado di prendere decisioni, quindi il potere passò a Bernardo Tanucci, presidente del consiglio di reggenza del regno. Dalla sua biografia si evince il difficile rapporto con Tanucci, il quale le preferiva l’architetto Ferdinando Fuga, toscano come lui. Lei come giudica l’opera di Ferdinando Fuga?</strong></p>
<p><em>Aeeeh! Ancora quel comunista! Ma tu hai capito cosa dicevano all’epoca? Che io mi facevo spiegare le cose da lui… solo perché una volta mi feci dare un consiglio. Io stavo facendo la villa Campolieto a Ercolano. Lui stava lì vicino, stava facendo la villa Favorita. Lui veniva a sbirciare. Una volta l’ho fatto entrare e gli ho chiesto un consiglio su come attaccare un colonnato alla palazzina… ma come si atteggiava…!<br />
</em><br />
<strong>Tornando alla reggia, abbiamo raccolto alcune opinioni discordanti sulle sue opere di alcuni architetti contemporanei casertani. Lei cosa risponde a chi pensa che la reggia e lo stile borbonico abbiano inquinato irrimediabilmente il nostro territorio?</strong></p>
<p><em>Quella se non c’era la reggia, Caserta manco la mettevano sulle cartine geografiche, </em>è vero<em>…!</em></p>
<p><strong>1217 stanze e 1898 finestre. Ha mai proposto al suo committente di fare la reggia un po’ più piccola?</strong></p>
<p><em>Più piccola? Uagliò, ma allora tu veramente sei un comunista! Quella è così bella, impottante!</em></p>
<figure id="attachment_75697" aria-describedby="caption-attachment-75697" style="width: 860px" class="wp-caption aligncenter"><img loading="lazy" decoding="async" class="wp-image-75697 size-large" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/09/Occupazione-60-60-1024x1024.jpg" alt="" width="860" height="860" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/09/Occupazione-60-60-1024x1024.jpg 1024w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/09/Occupazione-60-60-150x150.jpg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/09/Occupazione-60-60-300x300.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/09/Occupazione-60-60-768x768.jpg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/09/Occupazione-60-60-144x144.jpg 144w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/09/Occupazione-60-60-250x250.jpg 250w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/09/Occupazione-60-60-200x200.jpg 200w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/09/Occupazione-60-60-160x160.jpg 160w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/09/Occupazione-60-60.jpg 2001w" sizes="auto, (max-width: 860px) 100vw, 860px" /><figcaption id="caption-attachment-75697" class="wp-caption-text">OCCUPAZIONE POPOLARE DEI MONUMENTI, Beniamino Servino</figcaption></figure>
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		<title>Anteprima Sud. 23 novembre 1980</title>
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		<dc:creator><![CDATA[francesco forlani]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 23 Nov 2015 17:00:42 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[incisioni]]></category>
		<category><![CDATA[inediti]]></category>
		<category><![CDATA[Beniamino Servino]]></category>
		<category><![CDATA[Giusi Marchetta]]></category>
		<category><![CDATA[Salvatore Di Vilio]]></category>
		<category><![CDATA[sud]]></category>
		<category><![CDATA[Terremoto 1980]]></category>
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					<description><![CDATA[L’Ottanta di Giusi Marchetta L’ultima volta che sono tornata a Caserta, è venuto pure lui per conoscere mamma. È stato bravo: ha bevuto il caffè e ha detto che era buono, si è tenuto il gatto addosso e ha fatto finta di niente quando lei mi ha fatto notare che gli restano pochi capelli. Alla [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/11/10155215_10203065195984944_333311279_n.jpg"><img loading="lazy" decoding="async" class="alignleft size-full wp-image-58369" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/11/10155215_10203065195984944_333311279_n.jpg" alt="10155215_10203065195984944_333311279_n" width="960" height="694" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/11/10155215_10203065195984944_333311279_n.jpg 960w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/11/10155215_10203065195984944_333311279_n-300x217.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/11/10155215_10203065195984944_333311279_n-250x180.jpg 250w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/11/10155215_10203065195984944_333311279_n-900x651.jpg 900w" sizes="auto, (max-width: 960px) 100vw, 960px" /></a></p>
<p style="text-align: justify;"><strong>L’Ottanta</strong></p>
<p style="text-align: justify;"><em>di </em><strong>Giusi Marchetta</strong></p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;">L’ultima volta che sono tornata a Caserta, è venuto pure lui per conoscere mamma. È stato bravo: ha bevuto il caffè e ha detto che era buono, si è tenuto il gatto addosso e ha fatto finta di niente quando lei mi ha fatto notare che gli restano pochi capelli. Alla fine della visita è sceso in cortile a fumare e a lasciarci un po’ da sole per dirci le cose che davanti a lui non avremmo detto.</p>
<p style="text-align: justify;">Più tardi l’ho trovato sulla panchina di fronte a fissare il palazzo.</p>
<p style="text-align: justify;">– E quella?</p>
<p style="text-align: justify;">È una crepa sottile, un lungo ghirigoro che rompe la monotonia rossa della facciata.</p>
<p style="text-align: justify;">– L’Ottanta – dico e basta. Sono trentacinque anni che sento questa risposta e non c’è mai stato bisogno di aggiungere altro. Fa sì con la testa. Ha capito.</p>
<p style="text-align: justify;">Pensa al terremoto, ai morti sepolti sotto le proprie case. Lo pensa perché non sa niente di Carmela e non sa che tutto è crollato per colpa sua.</p>
<p style="text-align: justify;">Abitava nel nostro palazzo, al piano di sotto, con la madre e un padre che quando Carmela era molto piccola avevamo visto salire su un’ambulanza e che non era più tornato. Sapevamo che era vivo perché la moglie andava a trovarlo in clinica una volta a settimana, lasciando la figlia a chiunque si offrisse di tenerla, ma di che malattia si trattasse a noi bambini non era dato saperlo. Del resto ci sembrava normale e perfino giusto. Molti di noi già avevano già capito che il mondo degli adulti era molto simile al teatro della parrocchia: dietro le quinte Calabrò era il salumiere che se capitava bestemmiava con trasporto; quando usciva sul palco con la tonaca di don Bosco gli cambiava pure la voce.</p>
<p style="text-align: justify;">In compenso conoscevamo molto bene lo spazio tra le panchine del cortile e il campo giochi, quel morso di terra invaso dalle erbacce dove i ragazzi buttavano le cartelle per fare le porte e giocare a pallone. Passavamo interi pomeriggi sedute sui marciapiedi grigi tra le palazzine: inventavamo storie o vendevamo paccottiglia ai passanti. Qualcuna portava le sue bambole, a qualcun’altra non era permesso e dovevamo darci appuntamento sotto il suo balcone a un’ora precisa per darle la possibilità di mostrarci da lontano l’ultimo acquisto. Qualche volta non andavamo per non darle soddisfazione. Eravamo tranquille, buone, educate tranne quando smettevamo di esserlo. Sempre meglio dei maschi, comunque.</p>
<p style="text-align: justify;">I miei genitori si erano sposati a diciott’anni e io ero arrivata poco dopo, troppo poco agli occhi di chiunque. Li avevano perdonati, però, perché erano innamorati e bellissimi con occhi nocciola e capelli neri e folti come criniere. Col passare degli anni i vicini perdevano il lavoro, avevano figli da allattare o mantenere, cominciavano a tenersi la barba o la pancia, si sformavano in viso e sui fianchi. I miei no.</p>
<p style="text-align: justify;">Mio padre andava al lavoro fischiando. Gli piaceva l’edicola e l’odore dei giornali appena stampati. Quando passavo a trovarlo mi dava la settimana enigmistica da portare subito a casa; era appena arrivata, non ce l’aveva ancora nessuno, diceva e mi faceva pure l’occhiolino, ma io lo sapevo che anche quello era per lei. L’amavamo moltissimo tutti e due, ma era naturale, un sentimento dovuto: nessuna donna delle palazzine era come Caterina.</p>
<p style="text-align: justify;">All’uscita di scuola, le altre madri mi fermavano per chiedermi sorridendo della bella ragazza che mi aspettava al cancello. Era mia sorella grande? La raggiungevo di corsa, ci allontanavamo insieme, mi sentivo il loro sguardo sulla schiena che ci seguiva, serio.</p>
<p style="text-align: justify;">Carmela, invece, la odiava. Aveva solo un anno più di me, ma già sapeva mescolare la perfidia ai gesti quotidiani in piccole dosi per renderli abbastanza amari da sopportare senza che sconfinassero in un’aperta ostilità. Quando Caterina passava per le scale, rimaneva seduta con il libro tra le mani, come se fosse stato impossibile interrompersi per farsi da parte. Se la incontravamo dal fruttivendolo, cercava di incrociare il mio sguardo poi increspava le labbra, baciando il nulla. Accanto a me Caterina scherzava con Michele per farsi mettere più odori nella busta.</p>
<p style="text-align: justify;">C’era in quell’ostilità e in quelle smorfie un’accusa non detta e che neanche capivo. Qualcosa che aveva a che fare coi tacchi di Caterina o l’attenzione che il mondo le riservava.</p>
<p style="text-align: justify;">Ricordo anche pomeriggi di pace, certo, quando giocavamo in cortile unendo i nostri pochi giocattoli. Allora mi sembrava quasi che fossimo amiche. Altre volte mia madre attraversava in fretta il cortile inseguendo qualche incombenza; Carmela aspettava che si allontanasse, poi prendeva la sua unica Barbie, le allargava le gambe, la faceva ondeggiare in una camminata oscena.</p>
<p style="text-align: justify;">– Chi sono? – chiedeva. Le altre ridevano.</p>
<p style="text-align: justify;"> Stavamo in due classi diverse, ma pure la scuola mi doveva tradire.</p>
<p style="text-align: justify;">La maestra Anna ci aveva insegnato <em>La canzone del Piave</em>: la conoscevamo tutti a memoria. Carmela si ritrovava una voce bellissima perciò la usava spesso, nei corridoi, in cortile o per le scale, cantando ovunque del Piave o così mi sembrava, finché non ho capito che il motivo era quello ma non le parole.</p>
<p style="text-align: justify;"><em>Michele mormorava calmo e placido al passaggio</em></p>
<p style="text-align: justify;"><em>di Caterina il 24 maggio</em></p>
<p style="text-align: justify;">Era stupido. Era irritante. Ed era autunno quindi non c’entrava niente.</p>
<p style="text-align: justify;">Eppure non lo raccontavo a casa perché di Carmela avevo paura. Non paura che mi picchiasse come capitava qualche volta con i ragazzi del rione quando pensavano che avessi due lire. Avevo paura per Caterina. A volte la sognavo che piangeva e mi chiedeva che voleva quella da lei.</p>
<p style="text-align: justify;">Smisi di scendere in cortile. Bastava che mi vedesse sul balcone, però, che subito attaccava con la melodia senza parole e io sapevo che lo faceva perché tanto le parole ce le avrei messe io.</p>
<p style="text-align: justify;">Poi, una sera.</p>
<p style="text-align: justify;">Papà era a Macerata perché il nonno era caduto da una scala. Caterina aveva un che da fare, così, per non lasciarmi sola, mi ha spedito a casa di Carmela. Sua madre ci ha detto di finire i compiti e di fare le brave. Non è mai stato un problema per me.</p>
<p style="text-align: justify;">Mentre cercavo di concentrarmi, lei ha ricominciato. Non mi è più capitato di sentirmi formicolare le mani così tanto, di afferrare qualcuno con la stessa forza. Con Carmela è stato facile: aveva ancora il grembiule addosso e il colletto sporgeva. Le ho sbattuto la testa sul pavimento e lei mi ha stretto i polsi. Ci siamo fissate per un po’, rancorose, ansimanti.</p>
<p style="text-align: justify;">– Tua mamma è una zoccola.</p>
<p style="text-align: justify;">– E chi lo dice?</p>
<p style="text-align: justify;">Sua madre lo diceva.</p>
<p style="text-align: justify;">Siamo salite per le scale di nascosto. Un po’ di sangue le macchiava il mento perché nella lotta s’era morsa un labbro. Non mi dispiaceva. Ci siamo sedute sulla rampa che andava al piano di sopra, dietro al muro, abbiamo aspettato. Dopo poco si è aperta la nostra porta di casa e Michele è uscito come se niente fosse. Gli sono andata dietro sul pianerottolo ma lui non se n’è accorto. Non riuscivo a muovermi e non ci sono riuscita neppure quando la porta si è aperta e Caterina è comparsa e ha fatto un piccolo salto all’indietro. Ci siamo guardate.</p>
<p style="text-align: justify;">Allora ho sentito Carmela, la sua voce trionfante.</p>
<p style="text-align: justify;">– Hai visto?</p>
<p style="text-align: justify;">Poi tutto ha cominciato a crollare.</p>
<p style="text-align: justify;"> Se mi chiedono dell’Ottanta dico che non ricordo ed è vero: ero piccola, non ricordo. So solo che per me è stata una domanda a dare il via a tutto.</p>
<p style="text-align: justify;">Hai visto che la tua famiglia va in pezzi?</p>
<p style="text-align: justify;">Ho visto.</p>
<p style="text-align: justify;">Decido adesso, su questa panchina, che a lui dirò di quando la mia paura più grande si è realizzata e ha crepato il palazzo. Gli dirò anche che non capivo allora, ma che adesso, passati i quaranta capisco.</p>
<p style="text-align: justify;">E gli racconterò di mia madre che ci ha tenute strette me e Carmela e ci ha salvato la vita. Gli racconterò quella notte passata in macchina noi due sole, delle scosse del mondo fuori e di quelle senza fine nel mio petto, della mano di lei sulla mia testa, di quando ha detto dormi e tutto ha smesso di crollare e io mi sono addormentata mentre Caterina vegliava sulla nostra casa e la teneva in piedi finché papà non fosse tornato.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/11/marchetta-servino.jpg"><img loading="lazy" decoding="async" class="aligncenter size-large wp-image-58368" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/11/marchetta-servino-717x1024.jpg" alt="marchetta-servino" width="700" height="1000" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/11/marchetta-servino-717x1024.jpg 717w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/11/marchetta-servino-210x300.jpg 210w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/11/marchetta-servino-900x1286.jpg 900w" sizes="auto, (max-width: 700px) 100vw, 700px" /></a></p>
<p style="text-align: justify;">
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		<title>LIBERA OCCUPAZIONE POETICA  &#8211; 21 marzo a Torino</title>
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		<pubDate>Mon, 09 Mar 2015 17:00:28 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[L&#8217;Unione Culturale Franco Antonicelli organizza le prime iniziative culturali del progetto Liberazioni del nuovo Polo del 900 LIBERA OCCUPAZIONE POETICA La giornata mondiale della poesia all&#8217;Unione Culturale Sabato 21 marzo 2015 Via Cesare Battisti, 4/b – Torino (ingresso libero e gratuito) ⇓⇓⇓ Programma 17.30-18.30 Inaugurazione della mostra Descrizione del mondo Si tratta di un’installazione collettiva [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/03/cartolina-fronte.png"><img loading="lazy" decoding="async" class="aligncenter size-medium wp-image-51752" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/03/cartolina-fronte-300x300.png" alt="cartolina-fronte" width="300" height="300" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/03/cartolina-fronte-300x300.png 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/03/cartolina-fronte-150x150.png 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/03/cartolina-fronte-60x60.png 60w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/03/cartolina-fronte-144x144.png 144w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/03/cartolina-fronte-900x900.png 900w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/03/cartolina-fronte.png 1000w" sizes="auto, (max-width: 300px) 100vw, 300px" /></a></p>
<p style="text-align: center;">L&#8217;Unione Culturale Franco Antonicelli organizza le prime iniziative culturali<br />
del progetto Liberazioni del nuovo Polo del 900</p>
<p style="text-align: center;"><strong>LIBERA OCCUPAZIONE POETICA</strong><br />
La giornata mondiale della poesia all&#8217;Unione Culturale<br />
Sabato <strong>21 marzo 2015</strong><br />
Via Cesare Battisti, 4/b – <strong>Torino</strong><br />
(ingresso libero e gratuito)</p>
<p style="text-align: center;">⇓⇓⇓<span id="more-51751"></span></p>
<p style="text-align: center;"><strong>Programma</strong></p>
<p style="text-align: center;"><strong>17.30-18.30</strong><br />
Inaugurazione della mostra <strong>Descrizione del mondo</strong><br />
Si tratta di un’installazione collettiva di oggetti-reperti (pagine di libri, fotografie, fogli scritti e disegnati a mano, registrazioni audio) del modo “analogico” di descrivere il mondo. Ogni descrizione del mondo è sempre, contemporaneamente, una sua complicazione, un’estensione materiale, una stratificazione ulteriore. A questa impresa contribuiscono poeti e artisti da tutta Italia. La mostra, inaugurata attraverso letture e performance, durerà fino all’estate e sarà aperta al pubblico. Si prevede l&#8217;invio di opere da parte di <strong>Mariasole Ariot</strong>, <strong>Nanni Balestrini</strong>, <strong>Dario Bellini</strong>, <strong>Carlo Bordini</strong>, <strong>Alessandro Broggi</strong>, <strong>Lorenzo Casali</strong>, <strong>Alessandra Cava</strong>, <strong>Gianluca Codeghini</strong>, <strong>Elisa Davoglio</strong>, <strong>Carlo Dell&#8217;Acqua</strong>, <strong>Francesco Forlani,</strong>  <strong>Marco Giovenale</strong>, <strong>Mariangela Guatteri</strong>, <strong>Andrea Inglese</strong>, <strong>Giulio Lacchini</strong>, <strong>Antonio Loreto</strong>, <strong>Giulio Marzaioli</strong>, <strong>Francesca Matteoni</strong>, <strong>Luciano Mazziotta</strong>, <strong>Simona Menicocci</strong>, <strong>Manuel Micaletto</strong>, <strong>Renata Morresi</strong>, <strong>Bruno Muzzolini</strong>, <strong>Vincenzo Ostuni</strong>, <strong>Davide Orecchio</strong>, <strong>Mattia Paganelli</strong>, <strong>Vittorio Passaro</strong>, <strong>Enrico Passetti</strong>, <strong>Chiara Pergola</strong>, <strong>Stefano Piva</strong>, <strong>Nicola Ponzio</strong>, <strong>Gabriella Presutto</strong>, <strong>Andrea Raos</strong>, <strong>Micol Roubini, Jennifer Scappettone</strong>, <strong>Beppe Sebaste</strong>, <strong>Gianluca Stazi</strong>, <strong>Fabio Teti</strong>.<br />
↓<br />
<strong>18.30-19.30</strong><br />
<strong>Estranei al mondo: a cosa servono i poeti?</strong><br />
Discussione con <strong>Paolo Costa</strong> (filosofo), <strong>Italo Testa</strong> (poeta e filosofo), <strong>Andrea Inglese</strong> (poeta).<br />
Introduce <strong>Enrico Donaggio</strong>.<br />
↓<br />
<strong>20.00-21.00</strong><br />
<strong>Banchetto poetico</strong><br />
Lettura di manifesti, versi, inni al piacere del cibo e della convivialità. Si prevede la partecipazione di <strong>Gabriella Giordano</strong> &amp; <strong>Livio Borriello </strong><em>(Mettre en pratique la Poésie)</em>, <strong>Cocina Clandestina (Francesco Forlani </strong>e <strong>Marco Fedele</strong>)<strong> </strong> e <strong>Don Pasta</strong>, <strong>Enrico Remmert</strong> e <strong>Luca Ragagnin</strong>, <strong>Pino Tripodi</strong> &amp; <strong>Giorgio Mascitelli</strong>.<br />
↓<br />
<strong>21.30</strong><br />
<strong>Manifesti per il XXI secolo</strong><br />
La poesia al potere, chiaroveggente e profetica, con la più grande libertà, in versi come in prosa, attraverso un sonetto o una performance, con il supporto di materiale video e sonoro o il proprio strumento di fonazione naturale. Si prevede la partecipazione di <strong>Massimo Rizzante</strong>, <strong>Biagio Cepollaro</strong>, <strong>Beppe Sebaste</strong>, <strong>Paolo Gentiluomo</strong>, <strong>Francesca Genti</strong>, <strong>Enzo Campi</strong>, <strong>Nikolina Silla, Emanuele Buganza &amp; Compagnia dei Lettori d’Assalto</strong>, <strong>Marco Giovenale</strong>, <strong>Beniamino Servino</strong>, <strong>Raffaele Cutillo</strong>.<br />
↓<br />
<strong>22.30-23.30</strong><br />
<strong>Lettere al Principe</strong><br />
La poesia e il potere, missive a chi, nelle istituzioni e nei governi di questo mondo, in quanto eletti o esperti, dittatori o capi spirituali, in modo legittimo o illegittimo, governa, detta legge, determina i nostri destini, si fa portavoce della parola altrui. Si prevede la partecipazione di <strong>Elisa Alicudi</strong>, <strong>Filippo Balestra</strong>, <strong>Arsenio Bravuomo</strong>, <strong>Sergio Garau</strong>, <strong>Marko Miladinovic</strong>, <strong>Alexandra Petrova</strong>, <strong>Alessandra Racca</strong>, <strong>Giacomo Sandron</strong>, <strong>Luigi Socci</strong>, <strong>Sparajurij</strong></p>
<p style="text-align: center;">↓</p>
<p style="text-align: center;"><strong>00.00</strong><br />
<strong>Notte cinematografica</strong><br />
a cura del Centro Culturale <strong>La Camera Verde</strong> – Roma</p>
<p style="text-align: center;">∴∴∴</p>
<p style="text-align: center;"><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/03/locandina-lop.jpg"><img loading="lazy" decoding="async" class="aligncenter size-large wp-image-51753" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/03/locandina-lop-507x1024.jpg" alt="locandina-lop" width="507" height="1024" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/03/locandina-lop-507x1024.jpg 507w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/03/locandina-lop-149x300.jpg 149w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/03/locandina-lop-900x1817.jpg 900w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/03/locandina-lop.jpg 1000w" sizes="auto, (max-width: 507px) 100vw, 507px" /></a></p>
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		<title>AAA Reggia di Caserta offresi</title>
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		<dc:creator><![CDATA[francesco forlani]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 14 Feb 2015 13:00:13 +0000</pubDate>
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										<content:encoded><![CDATA[<div class="entry-content post-content" style="text-align: justify;">
<figure id="attachment_50960" aria-describedby="caption-attachment-50960" style="width: 300px" class="wp-caption alignleft"><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/02/black-Reggia_full.jpg"><img loading="lazy" decoding="async" class="size-medium wp-image-50960" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/02/black-Reggia_full-300x300.jpg" alt="Opera di Beniamino Servino" width="300" height="300" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/02/black-Reggia_full-300x300.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/02/black-Reggia_full-150x150.jpg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/02/black-Reggia_full-60x60.jpg 60w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/02/black-Reggia_full-144x144.jpg 144w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/02/black-Reggia_full-900x900.jpg 900w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/02/black-Reggia_full.jpg 988w" sizes="auto, (max-width: 300px) 100vw, 300px" /></a><figcaption id="caption-attachment-50960" class="wp-caption-text">Opera di Beniamino Servino</figcaption></figure>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>Caserta laboratorio d’Italia</strong></p>
<p><em>di <strong>Franco Carmelo Greco</strong></em></p>
<p>Mi accingevo a intervenire, richiesto da questo giornale, su un tema di attualità per Caserta: la “scomparsa” annunciata dell’ultima sala cinematografica cittadina, il Cinema San Marco, al Corso Trieste. E nell’esaminare la “letteratura” già cospicua sull’argomento, fatta di articoli di varie testate, di dichiarazioni programmatiche o proclami politico-culturali pubblici e privati, mi son imbattuto in pagine di cronaca casertana che spesso scorro senza memorizzare, con un infastidito senso di sazietà. E son caduto anch’io da cavallo, come Paolo. Ho avuto anch’io, come lui, l’illuminazione.<br />
Nell’arco di pochi giorni, quelli che hanno preceduto e seguito il grande “Twister”, la programmazione-tornado del film messa in scena nel buio di un Corso Trieste divenuto platea cittadina, in quei pochi giorni si sono concentrati nella nostra città e nella nostra provincia tutti gli episodi di una cronaca che tenta di opporsi, rimandando più volte la propria immagine o innalzando il tono della voce o facendo cubitali i suoi caratteri, all’assuefazione che pare produrre in noi la ripetizione ossessiva e dilagante dei suoi fatti. Si sono concentrati eventi “eccezionali” ed episodi forse “consueti” di cronaca nera e di costume, politica o culturale: è esplosa, ancor più violenta ed indiscriminata, l’aggressività della camorra, la faida tra i clan, la prevaricazione e la sopraffazione nei confronti dei deboli, degli esposti, dei taglieggiati, degli indifesi; si è ancor più reso visibile il degrado ambientale, per la “percorrenza” estiva di strade e paesi e spiagge e monumenti e piazze, di discariche o di cimiteri d’auto, di depuratori ed inceneritori inefficienti o di attività industriali e umane inquinanti, di cave enormi e biancheggianti come cancri, visibilità accentuata dal controcanto che le faceva lo svolgimento dell’ennesimo convegno su San Leucio e le sue possibili destinazioni d’uso; si è in varie forme manifestato il baratro che c’è tra benessere e povertà, fra partecipazione ed emarginazione, fra sanità e malattia, fra urla sgangherate d’una gioia ostentata e doloroso silenzio; si sono sommati e quasi “toccati”, nella quotidiana esperienza, gli immobilismi d’una coscienza e di una pratica politica diffusa tra gli amministratori pubblici, che si esercita soltanto nella celebrazione del “particulare” partitico e talvolta personale; si è denunciata malasanità, malascuola, malafamiglia, mala…; si è ripetuto il rito “spettacolare” dell’organizzazione dello svago estivo che ogni anno surroga la desertificazione culturale di paesi e città…</p>
<p>E procederei anche oltre nell’elencazione se, durante questa “ricognizione” della cronaca, non m’avesse preso l’improvvisa sensazione d’aver trovato una formula perché, finalmente, la nostra “provincia addormentata” potesse apparirci diversa: non più in cronico ritardo nell’esercizio della vita amministrativa rispetto alle esigenze del cittadino; non più isolata nella interna comunicazione culturale e nella sua proiezione verso l’esterno, perché incapace di riconoscere i suoi stessi soggetti e, con essi, gli interlocutori esterni; non più priva di strumenti di dialogo, non solamente culturale, ma anche sociale e politico e, aggiungerei, pensando agli extra-comunitari presenti sul territorio e alle loro provenienze europee, orientali ed africane, persino religioso; non più soltanto disponibile a ricevere e accettare supinamente qualunque sollecitazione di moda, di morale, di consumo, di mercato provenga dai media; non più incapace di salvaguardare la sua identità nella propria e altrui memoria, e così via.</p>
<p>Mi pareva d’aver trovato la chiave risolutiva dei nostri problemi in un facile, rapido cambio di prospettiva, in un semplice spostamento del punto di osservazione, come inventare l’acqua calda: perché attenuare le nostre contraddizioni, nascondere i nostri compromessi, ritenere inconfessabili i nostri delitti, se solamente un cambio di lenti avrebbe potuto modificare la realtà? La “concentrazione” degli eventi di cronaca mi “rivelava” la loro capacità di farsi segni rappresentativi di identità, disfunzioni, contraddizioni, malesseri della nostra Italia contemporanea. Invece di ripropormi la città di Caserta e la sua provincia ben ultime nella scala dei parametri significativi della qualità della vita, me l’hanno scoperta, insospettata, in prima fila, tra i territori più “aggiornati” della nostra “modernità” negativa: malaffare, corruzione, razzismo, consumismo, violenza, asocialità, incultura, inciviltà, opportunismo e così via. O forse un rigurgito di antico?</p>
<p>Non importa, per ora. Basta che quanto è accaduto di recente faccia, di Caserta, un vero e proprio territorio di frontiera dove antico e moderno dialettizzano nel peggio. E mi è nata un’idea, e ha preso corpo una proposta: perché non usare la nostra città, il suo territorio, l’intera provincia, come un “laboratorio” di ricerca e di riflessione per il nostro paese? Caserta come il territorio nazionale campione dei malesseri, delle carenze, delle patologie d’Italia, il grande malato da curare? Perché non dichiarare esplicitamente la sua disponibilità a farsi territorio eccezionale di una analisi non meno eccezionale? Un voto comunale, un auspicio regionale, una legge straordinaria nazionale potrebbero istituzionalizzare questo “status” e farne un volano di progresso. Una adeguata campagna promozionale metterebbe Caserta sotto lo sguardo di tutti. Attireremmo sulla città un interesse nazionale e internazionale di studiosi e sociologi, politologi ed economisti, uomini d’industria e di mercato, artisti e scrittori. Le ricadute economiche, politiche, culturali ed artistiche sarebbero enormi.</p>
<p>Certo, un titolo del genere potrebbe essere ambìto anche da altri, conteso, invidiato, ma non ci mancano risorse e fantasia per conservare il primato. E soprattutto, ne vale il fine. Sotto i riflettori dell’attenzione mondiale, la provincia cambierebbe: assisteremmo a una sua trasformazione genetica. Quale camorra potrebbe più sopravvivere, pedinata dall’occhio del regista cinematografico; quale scarto sociale potrebbe ancora esistere sotto l’intervento delle multinazionali pianificatrici, con lo slogan: tutti eguali nel consumo!; quale gioventù si perderebbe, pressata da assidue manifestazioni canore pro-disperati o anti-disperazione; quale degrado ambientale sfuggirebbe al controllo del “lifting” turistico-alberghiero rinnovato e remunerativo d’un’“isola” così rappresentativa dell’intero paese?<br />
<strong>Caserta laboratorio d’Italia</strong>, dunque. Uno slogan per tutti i cinema, per tutti i teatri, per tutti i malavitosi, per tutti i politici, per tutti gli intellettuali: i presenti, gli assenti, i passati e i futuri. <strong>Caserta laboratorio d’Italia</strong>: un progetto politico e culturale che ci trasformerebbe, tutti, non più in spettatori dei film altrui, ma in protagonisti d’uno spettacolo offerto al mondo.</p>
<p>Peccato che ci sia ancora la Reggia a sopravvivere, piazzata lì, alta ed ingombrante, monumento allo splendore d’un tempo. Se pensiamo a Casertavecchia, ch’è divenuta già deposito di noccioline e lupini, birre e taralli al pepe, possiamo sperare che il Palazzo vanvitelliano non rimanga l’unica residua offesa a questa straordinaria “identità negativa” da affermare. Come potremmo altrimenti vendere il nostro “corpo morto”, il nostro cadavere, con quel residuo artistico sullo stomaco? Ma si possono sempre accelerare i tempi, prendendo spunto dalla recente vicenda del cinema San Marco. Immaginate quale bell’evento, grandioso e collettivo, potrebbe essere quello, da trasmettere in mondovisione, di raccoglierci sul pubblico viale Carlo III, semmai con l’aiuto coordinato di tutti i costruttori casertani che hanno messo a disposizione centinaia di poltroncine, a deprecare la scomparsa del monumento, che una multinazionale consociata, forse giapponese, ha messo all’incanto, pezzo per pezzo, come “souvenir” borbonico. Qualcuno, poi, raccogliendo i mattoni a prezzi d’amatore, lo potrebbe ricostruire altrove; Bill Gates ne potrebbe realizzare uno splendido CD-ROM come per il leonardesco Codice Hammer e a noi rimarrebbe, finalmente, tra gli “spassatempi” di Casertavecchia o i film della Flora, la memoria di un evento per cui era valso la pena di vivere.</p>
<p>(pubblicato in versione ridotta dal quotidiano «Il Mattino», edizione di Caserta, giovedì 17 luglio 1997, p. 22, con il titolo di <em>Greco: fare Caserta laboratorio d’Italia. L’opinione</em>)</p>
<p><strong>Nota</strong></p>
<p><em>Ho saputo da suo figlio Fausto che finalmente esiste un sito dedicato a <a href="http://www.francocarmelogreco.it/biografia/">Franco Carmelo Greco</a>.  Allievo di Salvatore Battaglia, storico del teatro, intellettuale oltre che studioso di riferimento nella disciplina per l&#8217;Università Federico II di Napoli, Franco Carmelo Greco è stato un vero maestro e un esempio da seguire. Questo suo testo, di grandissima attualità, è del 1997 e fa parte dell&#8217;archivio di contributi messi in rete. (effeffe)<br />
</em></p>
</div>
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		<title>Dei resti: Matteo Maria Orlando e Beniamino Servino</title>
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		<dc:creator><![CDATA[francesco forlani]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 28 Nov 2014 13:00:59 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[Quando ho ricevuto i testi di Matteo, giovane poeta, ho pensato di chiedere ad un architetto come Beniamino Servino di agire in controcanto con una sua creazione  e con mia grande gioia ha accettato. effeffe Crolli di Matteo Maria Orlando &#160; Questo è tutto quello che rimane un tacere dopo il clamore poi dolore, timore, [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: left;"><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/11/01_scandurraxservino.jpg"><img loading="lazy" decoding="async" class="alignleft  wp-image-49869" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/11/01_scandurraxservino-300x243.jpg" alt="01_scandurraxservino" width="376" height="304" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/11/01_scandurraxservino-300x243.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/11/01_scandurraxservino-1024x830.jpg 1024w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/11/01_scandurraxservino-900x730.jpg 900w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/11/01_scandurraxservino.jpg 2000w" sizes="auto, (max-width: 376px) 100vw, 376px" /></a><em>Quando ho ricevuto i testi di Matteo, giovane poeta, ho pensato di chiedere ad un architetto come Beniamino Servino di agire in controcanto con una sua creazione  e con mia grande gioia ha accettato. effeffe</em></p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Crolli<br />
</strong></p>
<p><em>di</em></p>
<p><strong><em>Matteo Maria Orlando</em></strong></p>
<p>&nbsp;</p>
<p><em>Questo è tutto quello che rimane<br />
un tacere dopo il clamore<br />
poi dolore, timore, fame.<br />
Macerie.</em></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>La malta che non tiene<br />
pietra che cede, cade<br />
rovina nella sera<br />
che annera la collina.<br />
Un crollo di ginocchi<br />
è lo schianto dei tetti.</p>
<p>*</p>
<p>Dentro i vasi appesi alle finestre<br />
un tempo c&#8217;erano ortensie, e calle.<br />
Ora il legno è regno dei tarli<br />
l&#8217;ascesso marcio morde<br />
le tinte, i cristalli.</p>
<p>*</p>
<p>Non si vedono le porte ormai<br />
coperte dai<br />
rovi. Resta un rivolo di spine<br />
ad assediare le rovine<br />
di un fienile e di un casale.<br />
Il campo è seminato a lutto.<br />
Tutto resta fermo dopo il crollo.</p>
<p>*</p>
<p>Se gratti via gli intonaci dai tetti<br />
si scopre uno scheletro di travi.<br />
Ti accorgi allora che rimane<br />
solo un tumore &#8211; di ferri marci<br />
un gonfiore di tufi e calcinacci<br />
a disfarci gli occhi. È un bagliore:<br />
dietro la calce, ogni cosa muore.</p>
<p>*</p>
<p>Aperte come stomaci alla fame<br />
le pieghe nelle fughe<br />
fanno filtrare liquame<br />
acque piovane.</p>
<p>*</p>
<p>Alcune volte l&#8217;acqua filtra,<br />
punta dritta alle fondamenta.La falda<br />
sfibra la terra, la sfalcia – allora<br />
la struttura si incrina, si affloscia.<br />
In un coito di morte si accascia.</p>
<p>*</p>
<p>Era un conclave di arcate, chiese<br />
case. Ora ci portano le capre<br />
a pascolare,<br />
e sono sassi dove prima<br />
urla corse giochi di bimbi.</p>
<p>Craco, germogli dalla terra<br />
dalla terra spunti<br />
come il polso dei morti.</p>
<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/11/01_scandurraxservino.jpg"><img loading="lazy" decoding="async" class="alignleft size-large wp-image-49869" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/11/01_scandurraxservino-1024x830.jpg" alt="01_scandurraxservino" width="700" height="567" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/11/01_scandurraxservino-1024x830.jpg 1024w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/11/01_scandurraxservino-300x243.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/11/01_scandurraxservino-900x730.jpg 900w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/11/01_scandurraxservino.jpg 2000w" sizes="auto, (max-width: 700px) 100vw, 700px" /></a></p>
<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/11/02_327054_2239994115209_4425293_o.jpg"><img loading="lazy" decoding="async" class="alignleft size-large wp-image-49870" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/11/02_327054_2239994115209_4425293_o-1024x830.jpg" alt="02_327054_2239994115209_4425293_o" width="700" height="567" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/11/02_327054_2239994115209_4425293_o-1024x830.jpg 1024w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/11/02_327054_2239994115209_4425293_o-300x243.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/11/02_327054_2239994115209_4425293_o-900x730.jpg 900w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/11/02_327054_2239994115209_4425293_o.jpg 2000w" sizes="auto, (max-width: 700px) 100vw, 700px" /></a></p>
<p><strong>Didascalie</strong><br />
di<br />
<strong>Beniamino Servino</strong></p>
<p>Mi sembra un canto disperato.<br />
Forse solo l&#8217;ultima terzina sembra aprirsi a un &#8220;dopo&#8221;.<br />
Mi è venuta in mente subito questa sequenza.<br />
La prima [01] è una foto che mi inviò l&#8217;amico-collega Alessandro Scandurra. Il contestatissimo autore dell&#8217;expo gate a piazza castello a milano. Sulla foto 01 attraverso la 02 fino alla 03 ho costruito una sequenza che considera l&#8217;esistente la piattaforma da cui partire per lasciare tracce che si disporranno a ospitarne altre.</p>
<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/11/1559300_10203388328204771_4980900999563407801_o.jpg"><img loading="lazy" decoding="async" class="alignleft size-large wp-image-49871" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/11/1559300_10203388328204771_4980900999563407801_o-1024x893.jpg" alt="1559300_10203388328204771_4980900999563407801_o" width="700" height="610" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/11/1559300_10203388328204771_4980900999563407801_o-1024x893.jpg 1024w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/11/1559300_10203388328204771_4980900999563407801_o-300x261.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/11/1559300_10203388328204771_4980900999563407801_o-900x785.jpg 900w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/11/1559300_10203388328204771_4980900999563407801_o.jpg 2000w" sizes="auto, (max-width: 700px) 100vw, 700px" /></a></p>
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		<title>Maledetti architetti: Beniamino Servino</title>
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		<dc:creator><![CDATA[francesco forlani]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 17 May 2014 16:28:26 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[territorio]]></category>
		<category><![CDATA[Architettura contemporanea]]></category>
		<category><![CDATA[Beniamino Servino]]></category>
		<category><![CDATA[Lettera Ventidue Edizioni]]></category>
		<category><![CDATA[OBVIUS Diario [con poco scritto e molte figure].]]></category>
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					<description><![CDATA[Beniamino Servino &#160; OBVIUS  &#160; Diario [con poco scritto e molte figure]. &#8230;Una teoria dell’architettura sotto forma di diario &#160; LetteraVentidue Edizioni \ Aprile 2014, formato 18,5&#215;23,5 cm, 256 pagine, brossura, colore, ISBN 9788862421164 Una teoria dell’architettura sotto forma di diario   &#160;   &#160; BS 07 10 20 12 &#160;  Sulla copia [e SUL [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/05/servino-otto.jpg"><img loading="lazy" decoding="async" class="alignleft  wp-image-48136" alt="servino otto" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/05/servino-otto.jpg" width="427" height="497" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/05/servino-otto.jpg 711w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/05/servino-otto-257x300.jpg 257w" sizes="auto, (max-width: 427px) 100vw, 427px" /></a></p>
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<p class="MsoNormal" style="mso-pagination: none; mso-layout-grid-align: none; text-autospace: none;"><strong><span style="font-family: Garamond;">Beniamino Servino</span></strong></p>
<p>&nbsp;</p>
<p class="MsoNormal" style="mso-pagination: none; mso-layout-grid-align: none; text-autospace: none;"><a href="http://www.letteraventidue.com/architettura/116_OBVIUS.html"><span style="font-family: Garamond; mso-bidi-font-family: Garamond;">OBVIUS </span></a></p>
<p>&nbsp;</p>
<p class="MsoNormal" style="mso-pagination: none; mso-layout-grid-align: none; text-autospace: none;"><b><span style="font-family: Garamond; mso-bidi-font-family: Garamond;">Diario </span></b><span style="font-family: Garamond; mso-bidi-font-family: Garamond;">[con poco scritto e molte figure].</span></p>
<p class="MsoNormal" style="mso-pagination: none; mso-layout-grid-align: none; text-autospace: none;"><span style="font-family: Garamond; mso-bidi-font-family: Garamond;">&#8230;Una teoria dell’architettura sotto forma di diario</span></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>LetteraVentidue Edizioni \ Aprile 2014, formato 18,5&#215;23,5 cm, 256 pagine, brossura, colore, ISBN 9788862421164</p>
<p class="quattordici"><strong>Una teoria dell’architettura sotto forma di diario</strong></p>
<p><span id="more-48125"></span></p>
<p class="MsoNormal" style="mso-pagination: none; mso-layout-grid-align: none; text-autospace: none;"><span style="font-family: Garamond; mso-bidi-font-family: Garamond;"> </span><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/05/copertina.jpg"><img loading="lazy" decoding="async" class="aligncenter  wp-image-48129" alt="fronte" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/05/copertina.jpg" width="644" height="260" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/05/copertina.jpg 8287w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/05/copertina-300x120.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/05/copertina-1024x412.jpg 1024w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/05/copertina-900x362.jpg 900w" sizes="auto, (max-width: 644px) 100vw, 644px" /></a></p>
<p>&nbsp;</p>
<p class="MsoNormal" style="mso-pagination: none; mso-layout-grid-align: none; text-autospace: none;"><span style="font-family: Garamond; mso-bidi-font-family: Garamond;"> </span></p>
<p>&nbsp;</p>
<p class="MsoNormal" style="mso-pagination: none; mso-layout-grid-align: none; text-autospace: none;"><span style="font-family: Garamond; mso-bidi-font-family: Garamond;"><strong>BS 07 10 20 12</strong> </span></p>
<p>&nbsp;</p>
<p class="MsoNormal" style="mso-pagination: none; mso-layout-grid-align: none; text-autospace: none;"><span style="font-family: Garamond; mso-bidi-font-family: Garamond;"> Sulla copia</span></p>
<p class="MsoNormal" style="mso-pagination: none; mso-layout-grid-align: none; text-autospace: none;"><span style="font-family: Garamond; mso-bidi-font-family: Garamond;">[e <b style="mso-bidi-font-weight: normal;">SUL PIACERE DELL’APPROPRIAZIONE DI UN TESTO</b>].</span></p>
<p>&nbsp;</p>
<p class="MsoNormal" style="mso-pagination: none; mso-layout-grid-align: none; text-autospace: none;"><span style="font-family: Garamond; mso-bidi-font-family: Garamond;">Copia è la definizione faziosa e superficiale di una pratica fondamentale per la ricerca della posizione di un pensiero.</span></p>
<p class="MsoNormal" style="mso-pagination: none; mso-layout-grid-align: none; text-autospace: none;"><span style="font-family: Garamond; mso-bidi-font-family: Garamond;">La trascrizione di un testo [la riproduzione di un testo].</span></p>
<p class="MsoNormal" style="mso-pagination: none; mso-layout-grid-align: none; text-autospace: none;"><span style="font-family: Garamond; mso-bidi-font-family: Garamond;">Attraverso questa [la copia] si assume una posizione attiva sempre.</span></p>
<p class="MsoNormal" style="mso-pagination: none; mso-layout-grid-align: none; text-autospace: none;"><span style="font-family: Garamond; mso-bidi-font-family: Garamond;">Dalla scelta del testo [atto d’amore] alla conservazione al recupero sotto forma di ri-elaborazione [nuova elaborazione].</span></p>
<p class="MsoNormal" style="mso-pagination: none; mso-layout-grid-align: none; text-autospace: none;"><span style="font-family: Garamond; mso-bidi-font-family: Garamond;">Si evita la tensione [mistica-misteriosa] della invenzione-creazione e si adotta la serena disponibilità [tutta laica] alla inerzia della evoluzione [darwinistica].</span></p>
<p class="MsoNormal" style="mso-pagination: none; mso-layout-grid-align: none; text-autospace: none;"><span style="font-family: Garamond; mso-bidi-font-family: Garamond;">Si evita la tensione [ansiogena-paralizzante] della invenzione-creazione e si adotta la serena disponibilità [autorale o dell’autore] all’adattamento a sé.</span></p>
<p class="MsoNormal" style="mso-pagination: none; mso-layout-grid-align: none; text-autospace: none;"><span style="font-family: Garamond; mso-bidi-font-family: Garamond;">…</span></p>
<p class="MsoNormal" style="mso-pagination: none; mso-layout-grid-align: none; text-autospace: none;"><span style="font-family: Garamond; mso-bidi-font-family: Garamond;">Fedeltà-infedeltà. Fedele nella trascrizione. Infedele nella trascrizione.</span></p>
<p class="MsoNormal" style="mso-pagination: none; mso-layout-grid-align: none; text-autospace: none;"><span style="font-family: Garamond; mso-bidi-font-family: Garamond;">Pedissequo-parallelo. Pedissequo-divergente. Consapevole-inconsapevole.</span></p>
<p>&nbsp;</p>
<figure id="attachment_48131" aria-describedby="caption-attachment-48131" style="width: 419px" class="wp-caption alignleft"><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/05/servino-5.jpg"><img loading="lazy" decoding="async" class=" wp-image-48131" alt="servino 5" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/05/servino-5.jpg" width="419" height="329" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/05/servino-5.jpg 698w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/05/servino-5-300x235.jpg 300w" sizes="auto, (max-width: 419px) 100vw, 419px" /></a><figcaption id="caption-attachment-48131" class="wp-caption-text">Vi-piscio-in-testa-HOTEL/Pissing-on-your-heads-HOTEL<br />Sindeticamente [con un tratto di congiunzione]/Syndetically [with a sign of conjunction].</figcaption></figure>
<p class="MsoNormal" style="mso-pagination: none; mso-layout-grid-align: none; text-autospace: none;"><b style="mso-bidi-font-weight: normal;"><span style="font-size: 16.0pt; font-family: Garamond; mso-bidi-font-family: Garamond;">*</span></b></p>
<p>&nbsp;</p>
<p class="MsoNormal" style="mso-pagination: none; mso-layout-grid-align: none; text-autospace: none;"><b style="mso-bidi-font-weight: normal;"><span style="font-size: 16.0pt; font-family: Garamond; mso-bidi-font-family: Garamond;"> </span></b></p>
<p>&nbsp;</p>
<p class="MsoNormal" style="mso-pagination: none; mso-layout-grid-align: none; text-autospace: none;"><span style="font-family: Garamond; mso-bidi-font-family: Garamond;"><strong>BS 10 10 20 12</strong> </span><b style="mso-bidi-font-weight: normal;"></b></p>
<p>&nbsp;</p>
<p class="MsoNormal" style="mso-pagination: none; mso-layout-grid-align: none; text-autospace: none;"><span style="font-family: Garamond; mso-bidi-font-family: Garamond;"> Sulla bidimensionalità mnemonica.</span></p>
<p class="MsoNormal" style="mso-pagination: none; mso-layout-grid-align: none; text-autospace: none;"><span style="font-family: Garamond; mso-bidi-font-family: Garamond;">Il pensiero architettonico è espresso [prende corpo, si consustanzia] attraverso la costruzione dell’architettura. Anche quando questa [la costruzione] è condizionata da motivi economici o di opportunità. O da altri motivi, di qualunque natura. Anche allora.</span></p>
<p class="MsoNormal" style="mso-pagination: none; mso-layout-grid-align: none; text-autospace: none;"><span style="font-family: Garamond; mso-bidi-font-family: Garamond;">Quando ciò non è possibile [quando non è possibile la costruzione dell’architettura] allora il disegno diventa un manifesto. Di un disagio. Di una utopia possibile. Di propaganda.</span></p>
<p class="MsoNormal" style="mso-pagination: none; mso-layout-grid-align: none; text-autospace: none;"><span style="font-family: Garamond; mso-bidi-font-family: Garamond;">Il disegno [l’immagine di architettura] è un surrogato per la diffusione del pensiero di architettura.</span></p>
<p class="MsoNormal" style="mso-pagination: none; mso-layout-grid-align: none; text-autospace: none;"><span style="font-family: Garamond; mso-bidi-font-family: Garamond;">[Il disegno sostituisce in modo imperfetto l’architettura costruita].</span></p>
<p class="MsoNormal" style="mso-pagination: none; mso-layout-grid-align: none; text-autospace: none;"><span style="font-family: Garamond; mso-bidi-font-family: Garamond;">La diffusione del pensiero di architettura avviene attraverso la sua [della architettura] costruzione.</span></p>
<p class="MsoNormal" style="mso-pagination: none; mso-layout-grid-align: none; text-autospace: none;"><span style="font-family: Garamond; mso-bidi-font-family: Garamond;">Il disegno [l’immagine di architettura] è imperfetto perché è incorrotto. Il pensiero invece è corrotto per necessità genetica. L’architettura [la costruzione dell’architettura] è generata dalla malattia. E di questa [della malattia] si nutre per resisterle. Omeopaticamente.</span></p>
<p class="MsoNormal" style="mso-pagination: none; mso-layout-grid-align: none; text-autospace: none;"><span style="font-family: Garamond; mso-bidi-font-family: Garamond;">Ogni pensiero sull’architettura, sulla città, sul paesaggio, sulla città-territorio, sul paesaggio urbano, sulla architettura della città, è una postazione di indagine autobiografica.</span></p>
<p class="MsoNormal" style="mso-pagination: none; mso-layout-grid-align: none; text-autospace: none;"><span style="font-family: Garamond; mso-bidi-font-family: Garamond;">La memoria [la mia memoria] restituisce [mi restituisce] le sue tracce sincronicamente. E’ [mi appare] bidimensionale.</span></p>
<p class="MsoNormal" style="mso-pagination: none; mso-layout-grid-align: none; text-autospace: none;"><span style="font-family: Garamond; mso-bidi-font-family: Garamond;">La città [il paesaggio] si rappresenta sincronicamente. E’ [la città/il paesaggio] bidimensionale.</span></p>
<p class="MsoNormal" style="mso-pagination: none; mso-layout-grid-align: none; text-autospace: none;"><span style="font-family: Garamond; mso-bidi-font-family: Garamond;">Tutto arriva in superficie e lì si ferma. Galleggia. Un luogo si mostra in due dimensioni. Viene percepito bidimensionale. Non c’è spazio per l’attenzione. Per la profondità. Non c’è spazio per la terza dimensione. Si passa direttamente alla quarta. Quella del tempo. Un luogo e la sua cultura si conservano schiacciati in un piano. E un piano si sovrappone a un altro piano.</span></p>
<p class="MsoNormal" style="mso-pagination: none; mso-layout-grid-align: none; text-autospace: none;"><span style="font-family: Garamond; mso-bidi-font-family: Garamond;">Tanti piani tante carte. Tante carte. E con tante carte un grande meraviglioso castello di carte.</span></p>
<p>&nbsp;</p>
<p class="MsoNormal" style="mso-pagination: none; mso-layout-grid-align: none; text-autospace: none;"><span style="font-family: Garamond; mso-bidi-font-family: Garamond;">&#8230;</span></p>
<p>&nbsp;</p>
<p class="MsoNormal" style="mso-pagination: none; mso-layout-grid-align: none; text-autospace: none;"><b style="mso-bidi-font-weight: normal;"><span style="font-family: Garamond; mso-bidi-font-family: Garamond;">L’ANTICO NON ESISTE</span></b><span style="font-family: Garamond; mso-bidi-font-family: Garamond;">. Il tempo le persone e le cose sono schiacciati insieme nel presente.</span></p>
<p>&nbsp;</p>
<figure id="attachment_48132" aria-describedby="caption-attachment-48132" style="width: 434px" class="wp-caption alignright"><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/05/servino-sei.jpg"><img loading="lazy" decoding="async" class=" wp-image-48132" alt="servino sei" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/05/servino-sei.jpg" width="434" height="262" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/05/servino-sei.jpg 723w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/05/servino-sei-300x180.jpg 300w" sizes="auto, (max-width: 434px) 100vw, 434px" /></a><figcaption id="caption-attachment-48132" class="wp-caption-text">NERVIANA<br />Pennata con adduzione nerviana/Pennata housing with external protusions.</figcaption></figure>
<p>&nbsp;</p>
<p class="MsoNormal" style="mso-pagination: none; mso-layout-grid-align: none; text-autospace: none;"><b style="mso-bidi-font-weight: normal;"><span style="font-size: 16.0pt; font-family: Garamond; mso-bidi-font-family: Garamond;">*</span></b></p>
<p>&nbsp;</p>
<p class="MsoNormal" style="mso-pagination: none; mso-layout-grid-align: none; text-autospace: none;"><strong><span style="font-family: Garamond;">BS 16 02 20 13</span></strong></p>
<p>&nbsp;</p>
<p class="MsoNormal" style="mso-pagination: none; mso-layout-grid-align: none; text-autospace: none;"><span style="font-family: Garamond; mso-bidi-font-family: Garamond;">Mi piacerebbe costruire una pennata. E costruire una chiesa.</span></p>
<p class="MsoNormal" style="mso-pagination: none; mso-layout-grid-align: none; text-autospace: none;"><span style="font-family: Garamond; mso-bidi-font-family: Garamond;">La costruzione dell’architettura resta il modo migliore per la sua teorizzazione&#8230;</span></p>
<p class="MsoNormal" style="mso-pagination: none; mso-layout-grid-align: none; text-autospace: none;"><span style="font-family: Garamond; mso-bidi-font-family: Garamond;">[Costruire l’architettura significa controllarne la corruzione inevitabile e necessaria per renderla compiuta.]</span></p>
<p class="MsoNormal" style="mso-pagination: none; mso-layout-grid-align: none; text-autospace: none;"><span style="font-family: Garamond; mso-bidi-font-family: Garamond;">&#8230;</span></p>
<p class="MsoNormal" style="mso-pagination: none; mso-layout-grid-align: none; text-autospace: none;"><span style="font-family: Garamond; mso-bidi-font-family: Garamond;">[Le macchie vanno accudite. Nascondono segreti che vogliono solo essere rivelati.]</span></p>
<p class="MsoNormal" style="mso-pagination: none; mso-layout-grid-align: none; text-autospace: none;"><span style="font-family: Garamond; mso-bidi-font-family: Garamond;">&#8230;</span></p>
<p class="MsoNormal" style="mso-pagination: none; mso-layout-grid-align: none; text-autospace: none;"><span style="font-family: Garamond; mso-bidi-font-family: Garamond;">Popolari nel senso di famose o per il popolo?</span></p>
<p class="MsoNormal" style="mso-pagination: none; mso-layout-grid-align: none; text-autospace: none;"><span style="font-family: Garamond; mso-bidi-font-family: Garamond;">Le case per il popolo sono come le raccolte di beneficenza, mettono in pace la coscienza.</span></p>
<p class="MsoNormal" style="mso-pagination: none; mso-layout-grid-align: none; text-autospace: none;"><span style="font-family: Garamond; mso-bidi-font-family: Garamond;">Così come gli slogan “senza consumo di suolo” “boschi verticali” “api in città”.</span></p>
<p class="MsoNormal" style="mso-pagination: none; mso-layout-grid-align: none; text-autospace: none;"><span style="font-family: Garamond; mso-bidi-font-family: Garamond;">Siamo tutti attori in un teatrino&#8230; tanti Marcovaldo con le batterie dietro alla schiena.</span></p>
<p>&nbsp;</p>
<p class="MsoNormal" style="mso-pagination: none; mso-layout-grid-align: none; text-autospace: none;"><span style="font-family: Garamond; mso-bidi-font-family: Garamond;"> </span></p>
<p class="MsoNormal" style="mso-pagination: none; mso-layout-grid-align: none; text-autospace: none;"><b style="mso-bidi-font-weight: normal;"><span style="font-size: 16.0pt; font-family: Garamond; mso-bidi-font-family: Garamond;">*</span></b></p>
<p>&nbsp;</p>
<p class="MsoNormal" style="mso-pagination: none; mso-layout-grid-align: none; text-autospace: none;"><strong><span style="font-family: Garamond;">BS 06 03 20 13</span></strong></p>
<p>&nbsp;</p>
<p class="MsoNormal" style="mso-pagination: none; mso-layout-grid-align: none; text-autospace: none;"><span style="font-family: Garamond; mso-bidi-font-family: Garamond;">[È] Bella la confusione delle città.</span></p>
<p class="MsoNormal" style="mso-pagination: none; mso-layout-grid-align: none; text-autospace: none;"><span style="font-family: Garamond; mso-bidi-font-family: Garamond;">[Bella la con-fusione di pezzi di città diverse in una unica città].</span></p>
<p class="MsoNormal" style="mso-pagination: none; mso-layout-grid-align: none; text-autospace: none;"><span style="font-family: Garamond; mso-bidi-font-family: Garamond;">La confusione che fonde e ricostruisce.</span></p>
<p class="MsoNormal" style="mso-pagination: none; mso-layout-grid-align: none; text-autospace: none;"><span style="font-family: Garamond; mso-bidi-font-family: Garamond;">La geografia del ricordo è la descrizione sempre di un paesaggio possibile.</span></p>
<p class="MsoNormal" style="mso-pagination: none; mso-layout-grid-align: none; text-autospace: none;"><span style="font-family: Garamond; mso-bidi-font-family: Garamond;">Non reale. Ma caro.</span></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>https://www.youtube.com/watch?v=gdjMhkgEePA</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p class="MsoNormal" style="mso-pagination: none; mso-layout-grid-align: none; text-autospace: none;"><b style="mso-bidi-font-weight: normal;"><span style="font-size: 16.0pt; font-family: Garamond; mso-bidi-font-family: Garamond;">*</span></b></p>
<p>&nbsp;</p>
<p class="MsoNormal" style="mso-pagination: none; mso-layout-grid-align: none; text-autospace: none;"><strong> <span style="font-family: Garamond;">BS 10 03 20 13</span></strong></p>
<p>&nbsp;</p>
<p class="MsoNormal" style="mso-pagination: none; mso-layout-grid-align: none; text-autospace: none;"><span style="font-family: Garamond; mso-bidi-font-family: Garamond;">Il disegno è un aforisma.</span></p>
<p class="MsoNormal" style="mso-pagination: none; mso-layout-grid-align: none; text-autospace: none;"><span style="font-family: Garamond; mso-bidi-font-family: Garamond;">&#8230;</span></p>
<p class="MsoNormal" style="mso-pagination: none; mso-layout-grid-align: none; text-autospace: none;"><span style="font-family: Garamond; mso-bidi-font-family: Garamond;">L’aforisma è uno strumento di comunicazione rapida [di pensieri lenti]</span></p>
<p class="MsoNormal" style="mso-pagination: none; mso-layout-grid-align: none; text-autospace: none;"><span style="font-family: Garamond; mso-bidi-font-family: Garamond;">&#8230;</span></p>
<p class="MsoNormal" style="mso-pagination: none; mso-layout-grid-align: none; text-autospace: none;"><span style="font-family: Garamond; mso-bidi-font-family: Garamond;">Il disegno di architettura e’ uno strumento di propaganda. Politica. E della forma della politica.</span></p>
<p>&nbsp;</p>
<p class="MsoNormal" style="mso-pagination: none; mso-layout-grid-align: none; text-autospace: none;"><span style="font-family: Garamond; mso-bidi-font-family: Garamond;"> </span></p>
<p>&nbsp;</p>
<p class="MsoNormal" style="mso-pagination: none; mso-layout-grid-align: none; text-autospace: none;"><span style="font-family: Garamond; mso-bidi-font-family: Garamond;"> </span><b style="mso-bidi-font-weight: normal;"><span style="font-size: 16.0pt; font-family: Garamond; mso-bidi-font-family: Garamond;">*</span></b></p>
<p>&nbsp;</p>
<figure id="attachment_48133" aria-describedby="caption-attachment-48133" style="width: 512px" class="wp-caption alignleft"><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/05/servino-tre.jpg"><img loading="lazy" decoding="async" class=" wp-image-48133" alt="servino tre" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/05/servino-tre.jpg" width="512" height="161" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/05/servino-tre.jpg 1421w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/05/servino-tre-300x94.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/05/servino-tre-1024x321.jpg 1024w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/05/servino-tre-900x282.jpg 900w" sizes="auto, (max-width: 512px) 100vw, 512px" /></a><figcaption id="caption-attachment-48133" class="wp-caption-text">Vanvitellian? Chi era costui?/Vanvitellian? Who was this man?</figcaption></figure>
<p>&nbsp;</p>
<p class="MsoNormal" style="mso-pagination: none; mso-layout-grid-align: none; text-autospace: none;"><strong><span style="font-family: Garamond; color: black;">BS 14 04 20 13</span></strong></p>
<p>&nbsp;</p>
<p class="MsoNormal" style="mso-pagination: none; mso-layout-grid-align: none; text-autospace: none;"><span style="font-family: Garamond; mso-bidi-font-family: Garamond; color: black;">Il potere della simmetria</span></p>
<p class="MsoNormal" style="mso-pagination: none; mso-layout-grid-align: none; text-autospace: none;"><span style="font-family: Garamond; mso-bidi-font-family: Garamond; color: black;">Il potere della simmetria [e la resistenza delle stagioni].</span></p>
<p class="MsoNormal" style="mso-pagination: none; mso-layout-grid-align: none; text-autospace: none;"><span style="font-family: Garamond; mso-bidi-font-family: Garamond; color: black;">Il Palazzo digital-post-vanvitelliano costruisce una illusione di simmetria generando un corpo lateralmente ipertrofico.</span></p>
<p class="MsoNormal" style="mso-pagination: none; mso-layout-grid-align: none; text-autospace: none;"><span style="font-family: Garamond; mso-bidi-font-family: Garamond; color: black;">Oggi mi sono fatto una passeggiata fra il parco e i cortili della Reggia in pantaloncini e scarpette. 1 ora a andatura lenta.</span></p>
<p class="MsoNormal" style="mso-pagination: none; mso-layout-grid-align: none; text-autospace: none;"><span style="font-family: Garamond; mso-bidi-font-family: Garamond; color: black;">Mi sono fermato a fare delle foto e poi mi sono rotto le palle e me ne sono tornato a casa.</span></p>
<p class="MsoNormal" style="mso-pagination: none; mso-layout-grid-align: none; text-autospace: none;"> <span style="font-family: Garamond; mso-bidi-font-family: Garamond; color: black;">-Questa Reggia è sempre la stessa e ci vedi sempre cose diverse.</span></p>
<p class="MsoNormal" style="mso-pagination: none; mso-layout-grid-align: none; text-autospace: none;"><span style="font-family: Garamond; mso-bidi-font-family: Garamond; color: black;">-Ci vedi quello che ci cerchi. La fotografia è uno strumento di progetto.</span></p>
<p class="MsoNormal" style="mso-pagination: none; mso-layout-grid-align: none; text-autospace: none;"><span style="font-family: Garamond; mso-bidi-font-family: Garamond; color: black;">-Forse se lasci aperti gli occhi vedi pure quello che non stavi cercando…</span></p>
<p class="MsoNormal" style="mso-pagination: none; mso-layout-grid-align: none; text-autospace: none;"><span style="font-family: Garamond; mso-bidi-font-family: Garamond; color: black;">-Sì. Io ho visto una turista e il marito che si facevano fotografare dall’amica di lei. E lui le ha detto: io guardo te e tu guardi il lago [la peschiera grande]&#8230;</span></p>
<p class="MsoNormal" style="mso-pagination: none; mso-layout-grid-align: none; text-autospace: none;"><span style="font-family: Garamond; mso-bidi-font-family: Garamond; color: black;">-Esistono ancora turisti così?</span></p>
<p class="MsoNormal" style="mso-pagination: none; mso-layout-grid-align: none; text-autospace: none;"><span style="font-family: Garamond; mso-bidi-font-family: Garamond; color: black;">-Mi è venuto da ridere. E lui mi ha fatto un cenno con la mano, come a dire: che cazzo vuoi?</span></p>
<p class="MsoNormal" style="mso-pagination: none; mso-layout-grid-align: none; text-autospace: none;"><span style="font-family: Garamond; mso-bidi-font-family: Garamond; color: black;">E io anche aiutandomi con la mano gli ho risposto: buttatevi nel laghetto tutt’e due! </span></p>
<figure id="attachment_48134" aria-describedby="caption-attachment-48134" style="width: 360px" class="wp-caption alignright"><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/05/servino.jpg"><img loading="lazy" decoding="async" class=" wp-image-48134" alt="servino" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/05/servino.jpg" width="360" height="313" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/05/servino.jpg 600w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/05/servino-300x261.jpg 300w" sizes="auto, (max-width: 360px) 100vw, 360px" /></a><figcaption id="caption-attachment-48134" class="wp-caption-text">Il mistero di pagina/The mystery of page</figcaption></figure>
<p>&nbsp;</p>
<p class="MsoNormal" style="mso-pagination: none; mso-layout-grid-align: none; text-autospace: none;"><b style="mso-bidi-font-weight: normal;"><span style="font-size: 16.0pt; font-family: Garamond; mso-bidi-font-family: Garamond;">*</span></b></p>
<p>&nbsp;</p>
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<p class="MsoNormal" style="mso-pagination: none; mso-layout-grid-align: none; text-autospace: none;"><strong><span style="font-family: Garamond;">BS 11 06 20 13</span></strong></p>
<p class="MsoNormal" style="mso-pagination: none; mso-layout-grid-align: none; text-autospace: none;"><span style="font-family: Garamond; mso-bidi-font-family: Garamond;">Sul vuoto della città.</span></p>
<p class="MsoNormal" style="mso-pagination: none; mso-layout-grid-align: none; text-autospace: none;"><span style="font-family: Garamond; mso-bidi-font-family: Garamond;">Basta una stanza vacante [vacua] alta il doppio di 2 metri e 70 per disporre alla meraviglia dello spazio interno. Ed è subito sera.</span></p>
<p class="MsoNormal" style="mso-pagination: none; mso-layout-grid-align: none; text-autospace: none;"><span style="font-family: Garamond; mso-bidi-font-family: Garamond;">Il vuoto che mi interessa [il grande interno] è lo spazio vero della città [o quel che resta della città nella sua accezione europea]. Il grande interno è definito dagli oggetti e soprattutto dalle superfici, dalle facce, delle architetture [io non entrerò mai in quelle case, in quei musei, in quelle gallerie&#8230;]. La complessità di quegli interni minuti non esiste [non la vedo-non esiste].</span></p>
<p class="MsoNormal" style="mso-pagination: none; mso-layout-grid-align: none; text-autospace: none;"><span style="font-family: Garamond; mso-bidi-font-family: Garamond;">Io lavoro con architetture bidimensionali che [come le carte per un castello di carte] rendono finito il vuoto del grande interno.</span></p>
<p class="MsoNormal" style="mso-pagination: none; mso-layout-grid-align: none; text-autospace: none;"><span style="font-family: Garamond; mso-bidi-font-family: Garamond;">LA CITTA’ E’ IL GRANDE INTERNO.</span></p>
<p class="MsoNormal" style="mso-pagination: none; mso-layout-grid-align: none; text-autospace: none;"><span style="font-family: Garamond; mso-bidi-font-family: Garamond;">La storia della città è bidimensionale.</span></p>
<p class="MsoNormal" style="mso-pagination: none; mso-layout-grid-align: none; text-autospace: none;"><b style="mso-bidi-font-weight: normal;"><span style="font-size: 16.0pt; font-family: Garamond; mso-bidi-font-family: Garamond;">*</span></b></p>
<p>&nbsp;</p>
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<p class="MsoNormal" style="mso-pagination: none; mso-layout-grid-align: none; text-autospace: none;"><span style="font-family: Garamond; mso-bidi-font-family: Garamond;"><strong>BS 22 06 20 13</strong></span></p>
<p>&nbsp;</p>
<p class="MsoNormal" style="mso-pagination: none; mso-layout-grid-align: none; text-autospace: none;"><span style="font-family: Garamond; mso-bidi-font-family: Garamond;">Una volta che avremo tolto tutte le case dalle coste e le coste saranno tornate solo coste poi uno che per caso si trova su una costa una pisciata se la può fare?</span></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p style="text-align: center;"><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/05/servino-10.jpg"><img loading="lazy" decoding="async" class="aligncenter  wp-image-48130" alt="servino 10" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/05/servino-10.jpg" width="682" height="1295" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/05/servino-10.jpg 1136w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/05/servino-10-539x1024.jpg 539w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/05/servino-10-900x1709.jpg 900w" sizes="auto, (max-width: 682px) 100vw, 682px" /></a></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;<br />
&nbsp;</p>
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		<title>Archètipi: Beniamino Servino</title>
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		<dc:creator><![CDATA[francesco forlani]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 14 Jul 2011 17:28:56 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[a gamba tesa]]></category>
		<category><![CDATA[diari]]></category>
		<category><![CDATA[Beniamino Servino]]></category>
		<category><![CDATA[piazza Carlo III Caserta]]></category>
		<category><![CDATA[Vanvitelli]]></category>
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					<description><![CDATA[Un luogo perduto di Beniamino Servino È chiamata piazza. Piazza Carlo III. Piazza? Ma se dentro c’entra tutta una piccola città! Isernia, per esempio, 20 mila abitanti, ci sta tutta. Ma non i volumi, tutta la città con le strade le piazze la villa comunale. Ci siete mai andati? Già, lì ci si va apposta. [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<figure id="attachment_39571" aria-describedby="caption-attachment-39571" style="width: 300px" class="wp-caption alignleft"><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/07/271603_2121742478992_1108716350_32523133_1491559_o.jpg"><img loading="lazy" decoding="async" class="size-medium wp-image-39571 " title="271603_2121742478992_1108716350_32523133_1491559_o" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/07/271603_2121742478992_1108716350_32523133_1491559_o-300x194.jpg" alt="" width="300" height="194" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/07/271603_2121742478992_1108716350_32523133_1491559_o-300x194.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/07/271603_2121742478992_1108716350_32523133_1491559_o-1024x665.jpg 1024w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/07/271603_2121742478992_1108716350_32523133_1491559_o.jpg 1472w" sizes="auto, (max-width: 300px) 100vw, 300px" /></a><figcaption id="caption-attachment-39571" class="wp-caption-text">Campetti della Reggia di Caserta visti da molto in alto</figcaption></figure>
<p><strong>Un luogo perduto</strong><br />
di<br />
<strong><a href="https://www.nazioneindiana.com/?s=beniamino+servino">Beniamino Servino</a></strong></p>
<p>È chiamata piazza. <a href="http://www.picaserta.it/content/view/13/72/">Piazza Carlo III.</a> Piazza? Ma se dentro c’entra tutta una piccola città! Isernia, per esempio, 20 mila abitanti, ci sta tutta. Ma non i volumi, tutta la città con le strade le piazze la villa comunale. Ci siete mai andati? Già, lì ci si va apposta. Non è che la incontri camminado per la città. Ci capiti perché ci vuoi andare. Io ci vado ogni tanto in bicicletta.<br />
Il titolo di queste note è <em>un luogo perduto</em>, ma sarebbe più adatto <em>il luogo della follia</em>.<br />
Oggetto di un intervento di recupero durato anni e costato una cifra che fa rabbrividire tanto è incredibile, restituisce la dimensione della follia anacronistica e ottusa delle sovrintendenze. La vista da google earth [solo così si può scoprire il disegno delle siepi o la geometria dei percorsi] mostra dei ricami da cartigli barocchi che ti fanno sobbalzare! Vuoi vedere, pensi mentre stai su google earth, che quelle bizzoghe e quei frustrati volevano rifare qualche disegno di quel bellillo di Vanvitelli?<br />
Eh sì. Proprio così. Hanno usato le risorse pubbliche per disegnare delle siepi roccocò [che gli si bloccasse in gola a Natale un roccocò!]. Non ci sta una pianta! [Non c’è un albero!] Cosa che se ci capiti [perché ci devi capitare per caso!] sotto il sole là rimani, morto.<br />
Un luogo perduto perché sottratto alla città. E sottraendo sottraendo non resta più niente della città.</p>
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		<title>Archètipi: Beniamino Servino</title>
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		<dc:creator><![CDATA[francesco forlani]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 24 May 2011 09:59:58 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[inediti]]></category>
		<category><![CDATA[territorio]]></category>
		<category><![CDATA[Beniamino Servino]]></category>
		<category><![CDATA[Francesco Forlani]]></category>
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					<description><![CDATA[Necessità monumentale nel paesaggio dell&#8217;abbandono di Beniamino Servino Enunciazione/annunciazione Abusi di necessità. Abuso. Cattivo uso, uso eccessivo, smodato, illegittimo di una cosa. Io abito troppo, lo faccio in modo eccessivo smodato illegittimo. Abuso. Esercizio illegittimo di un potere. Io esercito illegittimamente il potere di modificare il paesaggio. Di-segnare il territorio, o semplicemente un campo. Una [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/05/servino.jpg"><img loading="lazy" decoding="async" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/05/servino-300x225.jpg" alt="" title="servino" width="300" height="225" class="alignleft size-medium wp-image-39122" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/05/servino-300x225.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/05/servino.jpg 604w" sizes="auto, (max-width: 300px) 100vw, 300px" /></a></p>
<p><strong>Necessità monumentale nel paesaggio dell&#8217;abbandono</strong><br />
di<br />
<a href="http://ec2.it/beniaminoservino">Beniamino Servino</a></p>
<p><strong>Enunciazione/annunciazione</strong></p>
<p>Abusi di necessità.</p>
<p>Abuso. Cattivo uso, uso eccessivo, smodato, illegittimo di una cosa. Io abito troppo, lo faccio in modo eccessivo smodato illegittimo.</p>
<p>Abuso. Esercizio illegittimo di un potere. Io esercito illegittimamente il potere di modificare il paesaggio. Di-segnare il territorio, o semplicemente un campo. Una sponda. E mentre modifico illegittimamente il luogo del mio bisogno lo rendo vulnerabile [il luogo, non il bisogno]. Siamo vulnerabili insieme [io e il luogo, la parte attiva e la parte passiva, vicendevolmente]. Conviviamo vulnerabilmente, mirabilmente.</p>
<p>Necessario. Da cui non c’è modo di ritirarsi. Io non posso ritirarmi da un bisogno.<br />
<span id="more-39116"></span></p>
<p>Abbandonare. Lasciare senza aiuto e protezione, lasciare in balìa di sé stessi o di altri. Smettere di occuparsi di una cosa. Smettere di averne cura. Ma il paesaggio vuole [vuole!] essere abbandonato [mai più campi da golf, mai più!]. È quella la sua vocazione, il suo destino. [Col tempo forse l’abbandono assorbe il bisogno, assorbe l’oggetto con cui il bisogno si è manifestato].</p>
<p>C’è assonanza tra la rappresentazione del bisogno e il luogo della rappresentazione. Tra il testo e la scena. Tra lingua e linguaggio. </p>
<p>Chiudo gli occhi, sento parlare, riconosco un idioma, una inflessione, un accento. Posso figurarmi [dalla lingua] il linguaggio della sua [della lingua] rappresentazione. Posso figurarmi la forma delle case, la forma della città.</p>
<p>Vocabolario essenziale. Lingua essenziale ma iperbolica, ripetitiva ridondante rumorosa. Ripetitiva, piena di tic.</p>
<p>Tanti bisogni piccoli, tutti assieme, diventano una massa. Senza consapevolezza aspirano al riscatto. Cercano la piè-tas.</p>
<p>Piè-tas. Piè-tas. Piè-tas. Piè-tas. Prima una giaculatoria. Poi un coro. Poi un urlo ca-den-za-to. Com-pi-ta-to.</p>
<p>Ma per essere condivisa e sostenuta [la piè-tas] deve essere riconosciuta. Deve essere rappresentata [la piè-tas] in una forma generata dal bisogno. Deve mostrare fiera la sua genesi, ma assumere anche una dimensione dilatata ipertrofica ciclopica smisurata. Ma ancora riconoscibile. Una anamòrfosi liberatoria, immaginifica.</p>
<p>Solo allora la piè-tas genera stupore. Uno stupore da controriforma. Uno stupore che prepara il rispetto, uno stupore legittimante.</p>
<p>E il monumento al bisogno riscattato dalla piè-tas sta nel paesaggio dell’abbandono in-vulnerabilmente. Mirabilmente.</p>
<p><strong>Esemplificazione/semplificazione</strong></p>
<p>La Pennata è il manifesto popolare dell’appropriazione degli archètipi. Archètipi riproducibili istintivamente, riconoscibili immediatamente.</p>
<p>Una capanna senza tempo, senza tecnologia, senza aspirazione alla invenzione della forma. La pennata è costruita per essere temporanea, precaria, smontabile se arrivano i vigili [ma figurati se arrivano i vigili!].</p>
<p><em>L&#8217;éphémère est éternel.</em></p>
<p>Da un lato l’uomo-bambino fabbrica un riparo un ricovero per le cose che stanno fuori [che possono stare fuori], dall’altro l’uomo adulto fabbrica accanto al primo il riparo il ricovero per le cose che stanno dentro [che devono stare dentro].</p>
<p>Il bambino gioca con la leggerezza dell’apparente improvvisazione [guidato geneticamente] accanto all’adulto che restituisce [per sentito dire] formule di integrazione sociale [una iconografia di apparteneza].<br />
<a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/05/01_la-pennata.jpg"><img loading="lazy" decoding="async" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/05/01_la-pennata-300x202.jpg" alt="" title="01_la pennata" width="300" height="202" class="alignleft size-medium wp-image-39117" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/05/01_la-pennata-300x202.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/05/01_la-pennata.jpg 483w" sizes="auto, (max-width: 300px) 100vw, 300px" /></a><br />
Ma lo sapete, [voi] adulti non più bambini, che quelle capanne/mezze capanne/capannoni che avete vicino [a voi] possono riaffiorare sulla spiaggia insieme alla statua della libertà?</p>
<p><strong>Rispetto/dispetto</strong></p>
<p>Occupazione proletaria dei monumenti. Fuochi, bivacchi, finestre, finestrelle, accatastamenti. L’occupante prova una soggezione [che non vuole ammettere] al cospetto del monumento, ne sente una armonia a cui non è educato, ma la sente. Occupa il monumento perché lo associa [il monumento] a un potere che lo ha escluso [a lui, all’occupante]. Ne riconosce il valore simbolico.</p>
<p>L’occupante-iconoclasta è stato prima un escluso-idolatra.<br />
<a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/05/02_occupazione-proletaria-dei-monumenti.jpg"><img loading="lazy" decoding="async" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/05/02_occupazione-proletaria-dei-monumenti-300x300.jpg" alt="" title="02_occupazione proletaria dei monumenti" width="300" height="300" class="aligncenter size-medium wp-image-39118" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/05/02_occupazione-proletaria-dei-monumenti-300x300.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/05/02_occupazione-proletaria-dei-monumenti-150x150.jpg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/05/02_occupazione-proletaria-dei-monumenti.jpg 483w" sizes="auto, (max-width: 300px) 100vw, 300px" /></a></p>
<p><strong>Tipo/cetriolo/zucca/nido/pennata</strong></p>
<p>Quel grattacielo somiglia a un cetriolo. Quell’auditorium somiglia a una zucca. Quello stadio somiglia a un nido. Questa è una pennata.</p>
<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/05/03_pennata.jpg"><img loading="lazy" decoding="async" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/05/03_pennata-300x122.jpg" alt="" title="03_pennata" width="300" height="122" class="alignleft size-medium wp-image-39119" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/05/03_pennata-300x122.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/05/03_pennata.jpg 483w" sizes="auto, (max-width: 300px) 100vw, 300px" /></a></p>
<p><strong>Tono su tono/nuances</strong></p>
<p>In primavera, da aprile fino a maggio, il paesaggio dell’abbandono è colorato con una quantità che non si può contare di verdi diversi. Ma tanti. Mai tanti. E ogni verde ha il suo posto.</p>
<p>E’ un verde assorbente.<br />
<a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/05/04_tono-su-tono.jpg"><img loading="lazy" decoding="async" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/05/04_tono-su-tono-300x300.jpg" alt="" title="04_tono su tono" width="300" height="300" class="aligncenter size-medium wp-image-39120" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/05/04_tono-su-tono-300x300.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/05/04_tono-su-tono-150x150.jpg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/05/04_tono-su-tono.jpg 483w" sizes="auto, (max-width: 300px) 100vw, 300px" /></a></p>
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		<title>Casa di risonanza</title>
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		<dc:creator><![CDATA[francesco forlani]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 10 Sep 2009 10:14:09 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[indiani]]></category>
		<category><![CDATA[Architettura contemporanea]]></category>
		<category><![CDATA[Beniamino Servino]]></category>
		<category><![CDATA[Caiazzo]]></category>
		<category><![CDATA[Eugenio Tescione]]></category>
		<category><![CDATA[Luigi Spina]]></category>
		<category><![CDATA[Rivista Abitare]]></category>
		<category><![CDATA[Vincenzo Caputo]]></category>
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					<description><![CDATA[Il racconto dell&#8217;oggetto di Eugenio Tescione Note scritte a proposito di una realizzazione dell&#8217;architetto Beniamino Servino «Che io sia un oggetto della memoria è falso, almeno quanto è vero che la memoria sia fallace. Non sono neanche un oggetto di natura, sebbene alle sue implacabili leggi io sia sottoposto: essa infatti, implacabile e sospinta dal [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/09/archi.jpg"><img loading="lazy" decoding="async" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/09/archi-300x206.jpg" alt="archi" title="archi" width="300" height="206" class="aligncenter size-medium wp-image-21915" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/09/archi-300x206.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/09/archi.jpg 1000w" sizes="auto, (max-width: 300px) 100vw, 300px" /></a></p>
<p><strong>Il racconto dell&#8217;oggetto</strong><br />
di<br />
<strong>Eugenio Tescione</strong><br />
<em>Note scritte a proposito di una realizzazione dell&#8217;architetto</em> <a href="http://ec2.it/beniaminoservino/projects">Beniamino Servino </a> </p>
<p><em>«Che io sia un oggetto della memoria è falso, almeno quanto è vero che la memoria sia fallace. Non sono neanche un oggetto di natura, sebbene alle sue implacabili leggi io sia sottoposto: essa infatti, implacabile e sospinta dal suo implacabile e lento connaturare, mi ha assorbito, mi ha trasformato.<br />
Io sono un oggetto del pensiero che ha avuto la sorte di varcare la soglia dell&#8217;invisibilità e, diventato visibile e sensibile, è nato alle trasformazioni prodotte dall&#8217;area del vivente, quell&#8217;area che congiunge l&#8217;estremo della bassa probabilità a quello dell&#8217;assoluta certezza. In questa area della vita, ora, vedo rallentare il declinare verso l&#8217;estremo assoluto, poiché si sono presi cura di me.»<br />
</em><br />
Che l&#8217;oggetto abbia parola è un fatto inscritto in quella categoria ampliata degli accadimenti che include la capacità d&#8217;ascolto del soggetto. La lingua dell&#8217;oggetto ha una grammatica e una costruzione sintattica legate da una fissità costituita, cioè interiore, nel soggetto che istituzionalizza, cioè rende esteriore, la certezza del legame significante-significato. L&#8217;oggetto ha parola poiché è e diventa contenitore di contenuti liberamente in esso riversati: i contenuti del soggetto che lo ha creato e del soggetto che lo ha usato, di quelli che lo vivono, lo riempiono immettendo in esso la loro vita individuale.<br />
<span id="more-21909"></span></p>
<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/09/04.jpg"><img loading="lazy" decoding="async" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/09/04-300x202.jpg" alt="04" title="04" width="300" height="202" class="aligncenter size-medium wp-image-21921" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/09/04-300x202.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/09/04.jpg 1000w" sizes="auto, (max-width: 300px) 100vw, 300px" /></a></p>
<p>È dunque accaduto che, dimenticata come fosse stata rimossa la dinamica del vivente, il Padiglione e la sua Casa abbiano continuato a vivere su due livelli, i due soliti (e un po&#8217; semplificati) collocati nello spazio che affianca le dimensioni del reale esteriore a quelle dell&#8217;interiorità soggettiva. E il rivederlo, verificare la sua vita svolta in autonomia, ha prodotto la visione della cesura esistente tra interno ed esterno, tra la fissità (comoda e fallace) della memoria e la dinamica di chi, messo al mondo, lo attraversa e ne è attraversato subendo e imponendo cambiamenti reciproci.<br />
La memoria, quella fissata nel  progetto della sua nascita come in un documento ritenuto immodificabile e certificante solo una sua genetica linguistica, è stata immediatamente sconfessata: in essa, così altera a difendere prerogative del soggetto creatore (in fondo arroccato sulla necessità di continuare a credere in sé per non diminuire la sua illusione narcisistica di creare il mondo), in essa, nella memoria, c&#8217;era la rappresentazione immobile dell&#8217;oggetto, una sua elevazione a monumento e dunque a una sua unica parola dotata di un solo significato. Essa, la memoria, così selettiva, aveva escluso la possibilità, anzi la certezza, che la vita, l&#8217;uso, la natura nelle quali la creazione deve collocare il creato, agissero inscrivendo l&#8217;oggetto nelle loro dinamiche.<br />
Tutto è cambiato, intorno e dentro, tranne, per ora, la sua funzione. Ascoltare la vita vissuta dall&#8217;oggetto creato ha significato dunque seguire il cambiamento e precederlo, creare la trasformazione che la sua vita ha imposto e che la vita ha imposto ad esso. Non sono ritocchi da maquillage, che tendono a coprire con un trucco i segni della natura avanzante che si dispiega nello spazio e nel tempo. L&#8217;intervento, collocato sulla linea di un irrinunciabile, saggio e realistico rispetto della natura naturante, riguarda ciò che nel vivente, nello spazio e nel tempo, si modifica per ambientamento (adattamento) mediante le necessità, i bisogni, i desideri esprimibili solo nella raffinatezza aumentata di un linguaggio che meglio riesce a definirli.<br />
L&#8217;Oggetto di Architettura quando si è mostrato, dopo tempo e spazio vissuti, ha parlato: aveva bisogno non di ripristinare (narcisisticamente) le esigenze del soggetto, ma di continuare ad usare la sua parola, la sua grammatica, evolvendola nella materia della sua natura, affinché questa sua materia creata non sfumasse come evoluisce in fumo ciò che si consuma, o come s&#8217;affievolisce nel silenzio una parola.<br />
Il nuovo progetto non poteva snaturare interno ed esterrno, soggetto ed oggetto; doveva invece soddisfare l&#8217;esigenza di ripristinare la materia linguistica dell&#8217;oggetto, ricreare un legame con esso abolendo subdole istanze narcisistiche (che distruggono qualunque relazione) al fine di aumentare la sua capacità di parlare usando la sua propria vita, la sua esperienza del mondo reale. Come quando si corregge o si rassicura un bambino che, emozionato e impaurito, mostra sintomi di incertezza e teme di essere sopraffatto dalla realtà: gli si dice qualcosa con il suo linguaggio, e il suo linguaggio si amplia.<br />
<em>«Perché questa trasformazione è come una cura, è come un prendersi cura di me, e la cura è possibile solo nella tendenza a mantenere e rinforzare il legame; ora questa cura diminuisce la portata nefasta del caso, l&#8217;esito della mia immersione nella natura implacabile. Ora è placata poiché l&#8217;ho parlata e l&#8217;ho fatta mia: dalle finestre appare benigna, bello sfondo che spinge a dire che qui si può stare. Ora il caldo che consuma e il freddo che irrigidisce sono temperati, ora il buio non fa più paura: m&#8217;hanno fatto una coperta leggera, hanno steso un velo di luce.»</em></p>
<p>Nota<br />
<em>Pubblicato sulla rivista d&#8217;Architettura <a href="http://www.abitare.it/featured/nature-as-architect/">Abitare</a><br />
Le fotografie contenute in questo articolo sono di  </em><em>Luigi Spina</em> (1) e <em>Vincenzo Caputo</em> (2-3)</p>
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		<title>mare / mare</title>
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		<dc:creator><![CDATA[gianni biondillo]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 26 Jan 2007 23:12:44 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[indiani]]></category>
		<category><![CDATA[Beniamino Servino]]></category>
		<category><![CDATA[Davide Vargas]]></category>
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					<description><![CDATA[foto di Beniamino Servino     di Davide Vargas è morto anche il mare (Garcia Lorca) 26 dicembre 2006 Trentola – Ischitella – Baia Verde – Mondragone ore 10 – 14 temp. 15°  Una nuvola di polvere sollevata dagli autotreni rimane sospesa nell’aria biancastra. Quando ricade sulla malerba dei cigli, ricoperta da un telo di plastica nero [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><img loading="lazy" decoding="async" id="image3132" style="width: 390px; height: 90px" height="90" alt="servino.JPG" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/servino.JPG" width="390" /></p>
<p align="right">foto di Beniamino Servino   <a class="imagelink" title="servino.JPG" href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/servino.JPG"><img loading="lazy" decoding="async" id="image3132" style="width: 101px; height: 28px" height="28" alt="servino.JPG" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/servino.thumbnail.JPG" width="101" /></a> </p>
<p>di <strong>Davide Vargas</strong></p>
<p align="right">è morto anche il mare<br />
(Garcia Lorca)</p>
<p><em>26 dicembre 2006<br />
Trentola – Ischitella – Baia Verde – Mondragone<br />
ore 10 – 14<br />
temp. 15°</em> </p>
<p>Una nuvola di polvere sollevata dagli autotreni rimane sospesa nell’aria biancastra.<br />
Quando ricade sulla malerba dei cigli, ricoperta da un telo di plastica nero appare immobile la lunga massa della discarica.<span id="more-3131"></span><br />
L’auto la costeggia e non finisce mai, sarà più di un chilometro, una striscia di pennarello tra la campagna e il cielo, spessore quattro metri, forse cinque, forse sei.<br />
Dove batte il sole il colore della plastica si trasforma in antracite, le pieghe del telo si accendono di striature argento come onde del mare.<br />
Viene in mente il mare di Fellini per il Casanova, mare in tempesta, acque minacciose, teloni di plastica smossi da ventilatori nascosti e frustati da luci artificiali. Per uomini in parrucca e barche di cartapesta, realtà falsa e tutto più vero.</p>
<p>Più avanti, proprio in fondo, all’altro capo, c’è il mare vero, quello che resta del mare: una verità contro una rappresentazione. Ma la verità del mare d’acqua e dei suoi abissi è stata ridotta a rappresentazione tragica e allora forse la rappresentazione di spazzatura e plastica è la verità.</p>
<p>La macchina prosegue nella polvere acre, incrocia autotreni giganteschi, il puzzo di nafta stringe alla gola, la massa nera della discarica è così vicina e nello stesso tempo così irraggiungibile.<br />
La polvere, i miasmi, i camion uno dietro l’altro, tutto diventa insopportabile.<br />
Le solite puttane nere aspettano e ammiccano, hanno maglie colorate e borsette a tracolla.<br />
Qua e là alberi da frutta, nutriti dai suoli putrefatti dai liquami.<br />
Una sensazione di pericolo innerva il luogo e si appiccica addosso come un mastice.<br />
Nella luce di questo giorno limpido vengono in mente immagini notturne, distese oscure che si attraversano piegati o qualcosa del genere.<br />
Non è questo quello che cerchiamo oggi.</p>
<p>Andiamo verso il mare.<br />
La macchina avanza su una strada dritta tagliata da uno spartitraffico e costeggia un’inferriata alla ricerca di un varco.<br />
Non c’è distrazione, e nessun varco per ora.<br />
Una luce metallica si insedia sulle cose.<br />
La memoria spinge per riportare in superficie immagini di automobili di altre epoche cariche di secchielli e bambini incollati ai vetri in gita verso lidi dai nomi augurali e il pensiero imbarazzato si aggira tra il presente.<br />
Forse questa desolazione. Forse questi edifici tracotanti piantati ai lati della strada, sui bordi di sabbia, a ridosso delle pinete. Forse queste puttane nigeriane ferme sul ciglio. Forse questa violenza. Forse questo squallore. Forse tutte queste cose chiedono di essere raccontate, ma il pensiero nega, perché non è questo il punto, assolutamente no.</p>
<p>Andiamo avanti verso qualcosa di più immune.<br />
Finalmente fuori dell’abitacolo, i piedi imboccano un taglio nella lunga striscia di pineta e sabbia nera, percorso incastrato tra recinzioni di lamiera e reti – e noi siamo al di qua o al di là?&#8230;quale è lo spazio inaccessibile? &#8211; , percorso impresso delle orme di uomini e cani, copertura di sottosuoli combustibili, percorso che si perde sotto una duna allungata come una barriera.<br />
L’orlo di mare si mostra davanti e distante come un lembo di frontiera.</p>
<p>Andiamo avanti.<br />
Andiamo tenacemente avanti, la macchina, le braccia, i pedali puntati verso il punto in cui la rappresentazione si rapprende – deve pur esserci -, e si fa accento, due punti e racconto della condizione, il particolare che svela le ragioni del narratore, l’indizio nascosto che smania per essere decifrato, il dito puntato, la parola che dice delle nostre strette interiori, la figura omologa di un bisogno imprecisato che si confonde dentro di noi.<br />
Questo in fondo cerchiamo: di leggere l’informe dentro noi stessi. Un pezzettino, soltanto, quello che oggi, in questo frammento di giornata, vuole venire fuori.</p>
<p>Andiamo avanti agitati, ingombri di scorie di immagini vuote, con le domande aperte.<br />
Il paesaggio di mare scorre a lungo inutile.<br />
Il pensiero è stanco ed è questo il momento: la coda dell’occhio trattiene per un secondo di troppo l’immagine laterale.<br />
La macchina si arresta. E’ il segnale, come quando uno soltanto riconosce in una macchia d’inchiostro o nella nuvola spumosa o nell’ombra compatta l’inequivocabile sagoma di una creatura vivente e si sorprende che nessun altro lo veda.<br />
In un’aria immobile che risale agli inizi lontani, l’accumulo di immagini svapora e il cemento affiora dalle capsule dei cisti senza aromi, come avanguardia di un futuro perso.<br />
E’ solo un muro di cemento, il colore della polvere e della sabbia, che corre basso, quasi a pelo di sabbia, come la cucitura di una ferita, e corre dritto verso il mare.<br />
Muro che separa due opposti scenari, da un lato il taglio dell’acqua nella sabbia, dall’altro un’ombra scura che si modella sulla duna.<br />
Muro che separa e basta.<br />
Come fanno a volte le parole degli uomini.<br />
Muro che si sbreccia. Opaco. Tagliente come una linea.<br />
Muro che taglia e basta.<br />
Tutto qua per la vista, ma è un rimbombo di schegge inafferrabili.<br />
Muro che deraglia in punta e non osa finire nel mare.<br />
Tuffarsi nel mare.
</p>
<p align="left"><img loading="lazy" decoding="async" id="image3130" style="width: 233px; height: 315px" height="315" alt="spina.JPG" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/spina.JPG" width="233" /> <em>foto di Luigi Spina</em> <a class="imagelink" title="spina.JPG" href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/spina.JPG"><img loading="lazy" decoding="async" id="image3130" style="height: 70px" height="70" alt="spina.JPG" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/spina.thumbnail.JPG" width="50" /></a></p>
<p> </p>
<p> </p>
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