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	<title>bettino craxi &#8211; NAZIONE INDIANA</title>
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		<title>BLITZ – LA STORIA DALLA PARTE DEL NEMICO: CRAXI RILEGGE TANGENTOPOLI E MANI PULITE</title>
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		<dc:creator><![CDATA[andrea inglese]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 17 Mar 2010 19:37:07 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[indiani]]></category>
		<category><![CDATA[bettino craxi]]></category>
		<category><![CDATA[blitz]]></category>
		<category><![CDATA[Mani Pulite]]></category>
		<category><![CDATA[Progetto PPP]]></category>
		<category><![CDATA[teatro contemporaneo]]></category>
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					<description><![CDATA[Progetto PPP presenta Blitz Teatro Ringhiera, Via Boifava 17, Milano dal 18 al 28 marzo Orari: serale 20h45, pomeridiana 16h00, domenica 28 marzo 20h45 Ingresso: € 1 A dieci anni dalla morte di Craxi viene presentato al teatro Ringhiera di Milano, in via Boifava 17, ospitato dalla compagnia Atir, Blitz, studio teatrale sugli anni di [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: center;">Progetto PPP presenta<br />
<strong>Blitz</strong><br />
<strong>Teatro Ringhiera</strong>, Via Boifava 17, <strong>Milano</strong><br />
dal <strong>18 al 28 marzo</strong><br />
Orari: serale 20h45, pomeridiana 16h00, domenica 28 marzo 20h45<br />
Ingresso: € 1</p>
<p>A dieci anni dalla morte di Craxi viene presentato al teatro Ringhiera di Milano, in via Boifava 17, ospitato dalla compagnia Atir, Blitz, studio teatrale sugli anni di Tangentopoli e Mani Pulite, scritto da Letizia Russo e diretto da Cristina Pezzoli, in scena dal 18 al 28 marzo.<br />
In scena, tra gli altri personaggi, ci sarà una trasfigurazione di Bettino Craxi che dall&#8217;oltretomba racconta la sua verità.<br />
L&#8217;adesione al punto di vista del nemico è il principio fondativo di Blitz e del progetto PPP che l&#8217;ha generato, nella prospettiva di una ricerca teatrale e storica che restituisca la complessità degli eventi che hanno attraversato la storia italiana. <span id="more-31973"></span></p>
<p>Lo studio, che conta sulla partecipazione straordinaria di Antonio Tarantino in veste di attore, coinvolge 23 attori in scena, tutti parte del progetto PPP.<br />
Nato tre anni fa, PPP coinvolge più di cinquanta persone, occupate in professioni artistiche e no. La ricerca teatrale in Italia non ha cittadinanza nelle dinamiche di produzione dei teatri. Per scelta, quindi, PPP si è costituito come progetto indipendente e autofinanziato.<br />
Il biglietto per Blitz ha il costo simbolico di 1 euro.</p>
<p>Iniziato nel 2007, il percorso del progetto si è sviluppato per tappe laboratoriali e approfondito studio teorico, agendo come movimento di esplorazione su vari fronti della realtà, sia attraverso scambi con personalità della cultura come Nanni Balestrini, Alberto Maria Banti, Eraldo Affinati, Antonio Scurati, Luca Rastello, ma soprattutto di contatto diretto con la gente per la strada, con incursioni teatrali non dichiarate, e un&#8217;azione mirata sul contesto sociale e storico delle città toccate dal progetto.<br />
Per questo PPP, attraverso Blitz, nel periodo di permanenza presso la compagnia Atir al Teatro Ringhiera, affronterà la storia di Tangentopoli e Mani Pulite: la ferita di quegli anni in questa città è ancora sanguinante.<br />
Il 13 marzo, nell&#8217;incontro A che punto è la notte?, si è avviata una riflessione con il coinvolgimento di persone dirette protagoniste, da fronti opposti, degli eventi di Mani Pulite: insieme a Gherardo Colombo e Giuliano Spazzali (ex magistrato il primo e difensore di Sergio Cusani al processo Enimont il secondo), Piero Colaprico (giornalista, inventore del termine Tangentopoli), Luigi Zoja (psicanalista, presidente dell&#8217;Associazione junghiana mondiale) Marianella Sclavi (antropologa esperta di gestione creativa del conflitto) e Costanzo Preve (filosofo), si sono incontrati in un dialogo lontanissimo dalle dinamiche televisive, per riflettere su quegli anni nell&#8217;esposizione di posizioni anche inconciliabili.<br />
Blitz , che è lo sviluppo artistico dello studio compiuto in questi anni, cerca di restituire la complessità delle posizioni senza giudizi ideologici su nessuna delle parti in causa. Anche quando si tratta dello spettro di Bettino Craxi.</p>
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		<title>PARCO BUOI</title>
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		<dc:creator><![CDATA[franco buffoni]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 30 Jan 2010 11:36:54 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[a gamba tesa]]></category>
		<category><![CDATA[bettino craxi]]></category>
		<category><![CDATA[Falstaff]]></category>
		<category><![CDATA[Franco Buffoni]]></category>
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		<category><![CDATA[socialisti]]></category>
		<category><![CDATA[unione europea]]></category>
		<category><![CDATA[XXV Aprile]]></category>
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					<description><![CDATA[di Franco Buffoni Negli anni ottanta tre reti televisive vennero concesse a chi attualmente ci governa. Il presidente del consiglio di allora, poi morto latitante – colui che è riuscito a rendere impronunciabile in Italia il termine socialista – era legato a filo doppio a chi attualmente ci governa: che in anni più recenti si [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Franco Buffoni</strong></p>
<p>Negli anni ottanta tre reti televisive vennero concesse a chi attualmente ci governa. Il presidente del consiglio di allora, poi morto latitante – colui che è riuscito a rendere impronunciabile in Italia il termine socialista – era legato a filo doppio a chi attualmente ci governa: che in anni più recenti si è impegnato a rendere impronunciabile il termine liberale. Non dimentichiamo che quella dei veri liberali e quella dei veri socialisti sono le due famiglie politiche che reggono l’Unione europea. Coloro che vorrebbero trasformare il XXV Aprile nella “festa delle libertà” vorrebbero dedicare una piazza di Milano al presidente del consiglio morto latitante. Perché non propongono anche l’erezione di un monumento? Coi due statisti insieme: quello che ha reso impronunciabile il termine socialista e quello che ha reso impronunciabile il termine liberale. Distruggendoci culturalmente.<br />
“Parco buoi” è la definizione che, nel 1983, il presidente del consiglio poi morto latitante diede del Parlamento italiano. Non era mai accaduto in precedenza che il capo del potere esecutivo insultasse in tal modo il potere legislativo. Se oggi siamo in questo stato, con l&#8217;esecutivo che detta a un legislativo di nominati leggi penalizzanti contro il giudiziario, il pensiero non può non correre al primo di quei due statisti, il latitante: l’ispiratore del “Menzogna” (definizione del mio maestro Giovanni Raboni per il Falstaff al terz’atto che attualmente ci governa).<br />
Il monumento dovrebbe effigiarli insieme col pensiero vòlto a quella repubblica presidenziale cui entrambi miravano (naturalmente pensando a se stessi nel ruolo del caudillo for ever).</p>
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		<title>29 aprile 1993. Io c’ero</title>
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		<dc:creator><![CDATA[tiziano scarpa]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 29 Apr 2003 16:11:13 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[diari]]></category>
		<category><![CDATA[bettino craxi]]></category>
		<category><![CDATA[craxi]]></category>
		<category><![CDATA[Michele Serra]]></category>
		<category><![CDATA[piero vereni]]></category>
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					<description><![CDATA[di Piero Vereni Ho appreso, con un po’ di sgomento anagrafico, che sono passati dieci anni da quella sera in cui Craxi, parzialmente “assolto” dal Parlamento che non concesse l’autorizzazione a procedere su alcuni punti, venne subissato di monetine e buuuizzato all’uscita del Raphael. Quella sera io c’ero. La cosa (mia presenza, e monetine) per [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Piero Vereni</strong></p>
<p>Ho appreso, con un po’ di sgomento anagrafico, che sono passati dieci anni da quella sera in cui <strong>Craxi</strong>, parzialmente “assolto” dal Parlamento che non concesse l’autorizzazione a procedere su alcuni punti, venne subissato di monetine e buuuizzato all’uscita del Raphael. Quella sera io c’ero.<br />
<span id="more-29"></span><br />
La cosa (mia presenza, e monetine) per quel che mi riguarda potrebbe tranquillamente campeggiare nella storica rubrica “Chi se ne frega?” del vecchio Cuore diretto da Michele Serra, ma pare che il senso comune stia spingendo verso altre direzioni. Ci si dice che abbiamo fatto male, che così non andava fatto. Senza scomodare quanti si battono per la beatificazione del Cinghialone, anche gli storici avversari dell’improbabile leader tunisino ora fanno nonnò col ditino keccosì non si fa. Non è buona cosa tirare le monetine. E giù sproloqui sulla folla, la piazza, l’irrazionalismo.</p>
<p>Giuro che non mi ero accorto di stare facendo la storia, ma le insulsaggini circolanti sugli eventi di dieci anni fa mi portano a credere di essere stato cieco. Effettivamente, è ora di accettare il fatto che quella sera abbiamo fatto la storia o, per come la vedo io, eravamo sul punto di stare per farlo (sulla soglia di una soglia).</p>
<p>Non sopporto le commosse nostalgie che confondono la floridezza dei propri ormoni e del proprio apparato digerente e riproduttivo con quella del mondo, ma tanto meno reggo le abiure dei convertiti, le battaglie antifumo degli ex fumatori (sono uno di loro). Come dice <strong>Sofri</strong> (quello buono, quello stagionato, quello in galera, non la smidollata versione giovanil-tecnologica in libertà) preferisco tenere il passato “ad affettuosa distanza”, senza pretendere per forza che “allora” si fosse capito tutto o che altrimenti non ci si capisse un cazzo. Visto dunque che mi vogliono far credere che dovrei vergognarmi di quella sera di dieci anni fa quando, schiacciato dalla polizia contro le pareti della chiesa che dà sulla piazzetta di fronte all’albergo, urlavo anch’io a Craxi di andare a farsi fottere e che era finita per sempre con il troiaio che si era costruito intorno, vorrei prendermi brevemente la briga di argomentare per la tesi opposta: abbiamo fatto bene, dovevamo fare quel che abbiamo fatto, le monetine sono state evidentemente troppo poche, e gli insulti pure. Dovevamo fare di più.</p>
<p>L’uccisione rituale del sovrano è una pratica comune a tutte le culture, di tutti i tempi. Anche se è vero che gli antropologi – da sempre in caccia di stranezze – ne hanno raccolte innumerevoli testimonianze nell’altrove spaziale o temporale, non fatevi infinocchiare: dalla presa della <strong>Bastiglia</strong> a <strong>piazzale Loreto</strong>, la nostra Modernità occidentale e razionale è piena zeppa di atti “efferati” di rivolta contro il corpo del potere, e non parlo di corpo metaforico, ma proprio del corpaccione villoso, adiposo, untuoso di colui che dice di essere il potere. Non c’entra nulla l’irrazionalità, la mistica, la religione o la folla in quanto belva incontrollabile: è una pura sequenza dialettica per cui il mutamento può e deve derivare esclusivamente dall’abominio della stasi. Quella sera, per parlare spiccio, stavamo facendo fuori il re, e in questo non c’è nulla di male o di sbagliato. Ma vorrei andare oltre e mi chiedo: cosa sarebbe successo se ci fossimo veramente impossessati del corpo di Bettino? Se lo avessimo fatto a pezzi sul serio, se l’avessimo magari mangiato a brani (era grande e grosso, ce n’era per tutti)? Io dico che alcuni di noi sarebbero morti negli scontri, altri andati in galera, ergastolani, ma il paese ne avrebbe beneficiato: avremmo dichiarato, scrivendolo sul corpo del potere, l’irrevocabilità di quello che stava succedendo. Mani Pulite (se avete meno di vent’anni e leggete, credetemi) non fu quel Terrore che stanno spacciando, non fu un’invenzione dei giudici comunisti. Fu il tentativo di una nazione di riprendere controllo di sé dopo 45 anni di bipolarismo. Fu la prova generale per divenire soggetti politici autonomi in quanto italiani, e non democristiani, comunisti, o fascisti. L’impunità della classe politica e lo squallore di quella imprenditoriale erano arrivati al termine. Quindici anni prima si sarebbe detto che il Sistema era finito.</p>
<p>Quando il Parlamento non concesse l’autorizzazione a procedere contro Craxi il messaggio fu chiaro: kissenefrega di <strong>Di Pietro</strong>, della fine di <strong>Gladio</strong>, della fine del <strong>fattore K</strong>: noi non vogliamo che tutto questo cambi. Di fronte a questa reazione simbolica al collasso, la controreazione doveva essere altrettanto simbolica: tu vuoi fregartene (se non c’è pane, dategli brioches) ma io ti sdereno, di smantello, ti annullo. Quella sera, insomma non stavamo facendo altro che il nostro dovere di italiani. Chi non è d’accordo è solo un nostalgico parassita di quel sistema che non aveva più le basi strutturali per sussistere. Il nostro vero errore è stato quello di non andare fino in fondo. Dovevamo sbranare Craxi, avremmo dovuto farlo fuori a pezzi, gettare le sue (mi immagino lunghissime) budella sulla porta del Raphael e trascinarle fino al Parlamento. Poi la polizia avrebbe (giustamente) fatto il suo dovere, ammazzato i più assatanati direttamente sul posto, e portato via un bel po’ d’altri. Mi preme chiarire che non ce l’ho particolarmente con Craxi, che in quell’occasione avrebbe potuto essere rimpiazzato da <strong>Forlani</strong>, o <strong>Andreotti</strong>. Certo, Craxi aveva la protervia tipica dei tiranni, oltre al fisico del ruolo (certo più del sacrestanico Forlani, o anche del mefistofelico Andreotti) ma quel che fece la differenza fu il segnale di disprezzo del principio di realtà che venne lanciato rifiutando l’autorizzazione a procedere nei suoi confronti.</p>
<p>Avremmo quindi dovuto andare fino in fondo. Sacrificare Craxi e qualcuno di noi in nome del paese, per far capire a tutti che era finita, per segnare con la morte il punto di non ritorno di un modo fare politica e impresa. Non lo facemmo, e qualche mese dopo un signore sorridente e permaloso ci venne a raccontare che non era successo nulla, che tutto poteva tornare come prima. Molti gli diedero retta, spaventati dall’impresa titanica di fondare una nazione fuori dalle logiche della subalternità, delle clientele e della piaggeria al potere, e così ebbe fine la mai nata rivoluzione italiana, che vide il suo concepimento e il suo aborto di fronte all’hotel Raphael la sera del 29 aprile 1993. Io c’ero. E come tutti quelli che fanno la storia, non ho capito che occasione avevo per le mani.</p>
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