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	<title>bgmole &#8211; NAZIONE INDIANA</title>
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		<title>Verifica dei poteri 2.0: Gherardo Bortolotti</title>
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		<pubDate>Thu, 21 Apr 2011 11:00:10 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[inediti]]></category>
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					<description><![CDATA[[Gherardo Bortolotti risponde alle Cinque domande su critica e militanza letteraria in Internet a proposito di Verifica dei poteri 2.0; qui le risposte precedenti] 1. Le linee fondamentali di questa ricostruzione ti sembrano plausibili? In linea di massima, direi di sì anche se, in effetti, non ho seguito in modo puntuale le vicende che voi [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><em>[Gherardo Bortolotti risponde alle</em> Cinque domande su critica e militanza letteraria in Internet <em>a proposito di <a href="https://www.nazioneindiana.com/2011/03/24/verifica-dei-poteri-2-0/">Verifica dei poteri 2.0</a>; qui <a href="https://www.nazioneindiana.com/tag/verifica-dei-poteri-2-0/">le risposte precedenti</a>]</em></p>
<p><em>1. Le linee fondamentali di questa ricostruzione ti sembrano plausibili?</em></p>
<p>In linea di massima, direi di sì anche se, in effetti, non ho seguito in modo puntuale le vicende che voi ricostruite. Soprattutto della prima parte, diciamo fino alla rifondazione di Nazione Indiana e all’apertura di GAMMM, ho una nozione piuttosto approssimativa. In parte perché ho sempre avuto un rapporto abbastanza distaccato dalla scena letteraria, sia on che off line. In parte perché, in quegli anni, ero impegnato più sulla sperimentazione delle strutture testuali praticabili sul web (tra fine anni ’90 e primissimi 2000, soprattutto gli ipertesti e poi, negli anni successivi, soprattutto i blog) che non sulla questione della presenza on line della scena letteraria. Inoltre, agli inizi della mia frequentazione di internet, mi sembrava molto più stimolante sfruttare la portata globale della rete per avere un’idea della produzione corrente di altre aree linguistiche che non di quella italiana.<span id="more-38842"></span><br />
È sempre difficile, comunque, impostare ricostruzioni monolinerari, per così dire, soprattutto in realtà così complesse come internet. La presenza della scrittura on line è stata una cosa pervasiva e rizomatica fin dall’inizio, e lo è ancora, e spesso si è dispersa, è scomparsa non lasciando tracce od effetti sufficientemente massivi da permetterne una memoria. Così, se da una parte la vostra ricostruzione è lecita (e molto utile, per altro), dall’altra è possibile perché, per lo più, i soggetti che ne sono interessati si sono costituiti esternamente alla rete e hanno messo on line il peso di questa soggettività già compiuta.<br />
Questo elemento ha spesso un effetto decisivo sulla loro identificabilità a posteriori. Per fare un esempio, un autore come Biagio Cepollaro che, certo, in quanto poeta d’avanguardia, non ha avuto modo di costruire nell’industria culturale una presenza forte, per quanto eccentrica, come quella di Moresco o di Mozzi per dire, è comunque una delle figure chiave del passaggio alla rete della letteratura italiana, sia come autore che decide di spostare on line la sua attività, sia come editore sul web di ristampe, di nuovi autori e di riviste di critica. Questo, però, spesso non appare. Allo stesso modo, realtà di ampia frequentazione e di lunga durata, come per esempio il newsgroup it.cultura.libri (a cui partecipavano anche Mozzi e Wu Ming 1, se non ricordo male, e commentatori “storici” di vari blog come Paolo Beneforti o Luca Tassinari), nonostante abbiano funzionato da vera palestra di confronto in rete sui temi letterari, rimangono spesso sullo sfondo.<br />
L’autorevolezza off line, dunque, mi sembra abbia un peso decisivo nella vostra ricostruzione e, tuttavia, come lo sviluppo che voi stessi illustrate mostra, ad un certo punto le cose sono cambiate e la figura autoriale e critica nata on line ottiene un riconoscimento forte anche off line.<br />
Per conto mio, faccio partire l’inversione di tendenza dalla “scissione” avvenuta in Nazione Indiana e dalla successiva “nascita” di Nazione Indiana 2.0. Quella divisione secondo me è paradigmatica: molto schematicamente si potrebbe dire che, da una parte, se ne vanno i “grandi” dell’off line (che tentano di riformulare una presenza on line più sotto controllo, più simile ai circuiti culturali tradizionali ma che, comunque, non puntano più sulla rete come centro di un circuito alternativo); dall’altra, chi rimane accetta le logiche del nuovo circuito e le sfrutta per costruire un’autorevolezza coerente alla rete e alternativa (non necessariamente avversa, però) ai circuiti tradizionali.</p>
<p><em>2. Quando e perché hai pensato che Internet potesse essere un luogo adeguato per “prendere la parola” o pubblicare le tue cose? E poi: è un “luogo come un altro” (ad esempio giornali, riviste, presentazioni o conferenze…) in cui far circolare le tue parole o ha delle caratteristiche tali da spingerti ad adottare delle diverse strategie retoriche, linguistiche, stilistiche?</em></p>
<p>Ho iniziato a frequentare la rete nella seconda metà degli anni ’90 e subito mi ha affascinato per diversi motivi: la quantità, la velocità, la gratuità e la virtuale assenza di confini, sia linguistici che di ambito culturale. Mi ricordo che, dalla connessione della biblioteca dell’Istituto di anglistica della Statale di Milano, visitavo il sito dei Sonic Youth oppure, con Altavista, recuperavo alcuni testi che Sanguineti aveva messo on line (è stato uno dei primi autori a farlo, a quanto ne so). Quando ho visto i versi di Sanguineti su quello schermo, ho capito che c’era parecchio spazio da esplorare. Nello stesso periodo, per di più, iniziavo a mandare in giro alcuni miei racconti e le risposte che ricevevo dalle riviste di allora erano talmente sconfortanti (mi ricordo ancora di quando un redattore di Fernandel mi disse: “Eh… ma sono scritti come in un libro…”) che la questione dell’impubblicabilità e quella del web si sovrapponevano in modo invitante.<br />
Soprattutto, e con questo rispondo anche alla seconda parte della domanda, la produzione on line, in forza della sua vocazione alla riduzione a contenuto di qualunque materiale venga condiviso in rete, mi ha messo di fronte ad alcune questioni di poetica, ma anche di pratica di scrittura, che sentivo come urgenti e che solo con la scrittura on line riuscivo ad affrontare. Parlo del ruolo che la scrittura e la letteratura doveva avere nella mia vita, il rapporto con le altre forme di produzione di immaginario, la tipologia di autore che cercavo di realizzare, le caratteristiche dei testi con cui dovevo e volevo misurarmi; tutti temi che, on line, riuscivo a collocare nella giusta prospettiva.</p>
<p><em>3. A tuo giudizio, sempre riguardo alla discussione letteraria, la critica o la militanza, cos’ha Internet di particolare, di specifico e caratterizzante, se ce l’ha, rispetto ad altri mezzi di comunicazione? </em></p>
<p>La caratteristica principale della discussione ma soprattutto della critica letteraria on line mi sembra l’aggregazione, cioè la capacità di attirare e far comunicare realtà diverse ma in qualche modo affini. Si noti che la capacità di aggregazione è il lato positivo del settarismo che, non si può negarlo, si trova spesso in rete.<br />
Mi sembra un cambiamento radicale rispetto alla critica “tradizionale” che funzionava da filtro selettivo e legittimante, isolando nella produzione corrente i testi o gli autori più significativi, più rappresentativi, più compiuti. On line si tratta piuttosto di far circolare testi e autori che possono dare luogo a un dialogo, a un confronto da cui usciranno altri contatti, altri circuiti.<br />
Questo nuovo atteggiamento è coerente con il cambio di paradigma introdotto nella scrittura con il passaggio alla rete, che ha fatto saltare buona parte dei meccanismi di rarefazione del discorso, in forza della legittimazione semiautomatica che qualunque soggetto e qualunque contenuto ottiene on line. Si noti che questo cambio di paradigma non nega il compito di mediazione che può/deve avere la critica ma le chiede di rinunciare all’idea della selezione (la cui azione per altro, come sottolineate nella vostra ricostruzione, presentava alcuni problemi già off line) in favore della costruzione di comunità possibili, eventualmente ancora provvisorie ma dinamiche, progressive.</p>
<p><em>4. Ti sembra che la discussione letteraria in rete oggi sia diversa da quella di qualche anno fa? Credi inoltre che la discussione letteraria fuori dalla rete sia stata in qualche modo influenzata da ciò che si è prodotto sul web o è rimasta tutto sommato indifferente?</em></p>
<p>Come segnalavo nell’altra risposta, intorno al 2005 il baricentro, nel rapporto on line &#8211; off line, mi sembra cambiato in favore del dibattito in rete. Certo, la cosa non si è ancora sviluppata completamente e, comunque, non ci sarà mai un’estinzione, per così dire, dell’off line, soprattutto perché sempre più iniziative mettono in sistema i due ambiti, reale e virtuale. Rimane il fatto che molto spesso i centri di dibattito maggiormente attivi e produttivi si trovano nei vari blog, sia in termini di confronto teorico che di proposte testuali, di creazione di nuovi circoli (e anche istituzioni, perché no?) e di discussione di temi di attualità e culturali in senso più ampio.<br />
Questo non vuol dire, però, che chi “controlla” il dibattito on line poi orienta il dibattito fuori dalla rete, per esempio, o addirittura il mercato. In quegli spazi, gli attori tradizionali sono ancora molto forti e, per di più, è proprio l’idea di controllo che non funziona benissimo in rete, dove le comunità possono anche essere molto settarie ma le loro appartenenze sono sempre schizofreniche e, soprattutto, non esiste più un’idea di pubblico più o meno esaustivo o più o meno generale.<br />
La mia impressione, comunque, è che sia in corso una specie di aggiornamento rapidissimo dei vari attori in gioco. Molti critici “su carta” importano nei loro ambiti questioni ed autori presenti sul web ed iniziano a frequentare sempre più spesso il digitale. È interessante vedere come alcuni accettino senza troppe remore il contesto molto più caotico e, a volte, rissoso che è la discussione on line. Questo è molto positivo perché un lavoro culturale svolto on line non può partire dall’idea di regolarne prima la spontaneità, l’anarchia, la frammentarietà etc. e poi introdurvi le “vecchie regole”.</p>
<p><em>5. Nel saggio abbiamo lasciato fuori qualsiasi considerazione su come la rete stia o meno contribuendo a erodere i tradizionali processi di legittimazione letteraria. Pensi, ad esempio, che la possibilità offerta ad ogni lettore di dare diffusione a un proprio giudizio di gusto su un libro (siti come aNobii, le recensioni su Amazon, blog personali ecc.) metta in qualche misura in discussione il ruolo e la funzione del critico, oppure sono due ambiti diversi che non si intersecano (o non dovrebbero essere confusi)? </em></p>
<p>In parte, o forse in tutto, ho già risposto a questa domanda. Mi limito a ribadire che, strutturalmente, la rete dà una legittimazione quasi automatica a chi vi accede ed ai contenuti che vi carica. Inoltre non si basa su un sistema di diffusione centralizzata diretta verso un pubblico più o meno segmentato ma sulla generazione, anzi la proliferazione, di comunità.<br />
La legittimazione e la selezione, due elementi chiave della critica per come la conosciamo, e anche due ambiti specifici del potere che le è stato riconosciuto, ne escono fortemente indeboliti. Rimane comunque un’azione di mediazione che, certo, on line può essere svolta (e lo è, infatti) da tutti, ma che è tanto più efficace quanto più chi la opera ha raccolto dati, affinato capacità di lettura, allestito strumenti di analisi e critica, appunto, forti, versatili, ampi.<br />
Proprio per questo non vedo un particolare “pericolo” per la critica on line, né quella accademica né quella militante. È ovvio che si trasformerà ma la trasformazione, innestata con la diffusione di massa di internet e delle nuove tecnologie di comunicazione, sta toccando praticamente tutti gli aspetti della vita e dell’attività umana ed è ovvio aspettarsi che tocchi anche la critica.</p>
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		<title>bgmole si è abbonato, e tu?</title>
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		<pubDate>Mon, 07 Jun 2010 07:30:04 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[La richiesta di abbonamento si effettua dal simbolo che compare in alto a destra nella homepage. Questo è il link diretto. L’abbonamento per i tre numeri della collana costa 20 euro. Chi sottoscrive riceverà subito Stephen Rodefer, mentre Torga e Schulze verranno spediti nel corso del 2010 (probabili uscite a settembre e a novembre).]]></description>
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<p>La richiesta di abbonamento si effettua dal simbolo che compare in  alto a destra nella homepage.</p>
<p style="text-align: center;"><a href="https://www.nazioneindiana.com/products-page/" target="_blank">Questo è il link diretto.</a><a href="https://www.nazioneindiana.com/products-page/"></a></p>
<p>L’abbonamento per i tre numeri della collana costa 20  euro. Chi sottoscrive riceverà subito <a href="https://www.nazioneindiana.com/2010/05/28/murene-il-primo-volume/" target="_blank">Stephen Rodefer</a>, mentre Torga e Schulze verranno  spediti nel corso del 2010 (probabili uscite a settembre e a novembre).</p>
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		<title>Pensieri di mortali</title>
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		<pubDate>Thu, 22 Apr 2010 06:16:49 +0000</pubDate>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Gherardo Bortolotti</strong></p>
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		<title>da &#8220;Tecniche di basso livello&#8221;</title>
		<link>https://staging.nazioneindiana.com/2007/09/29/da-tecniche-di-basso-livello/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[andrea inglese]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 29 Sep 2007 09:02:03 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[diari]]></category>
		<category><![CDATA[bgmole]]></category>
		<category><![CDATA[Gherardo Bortolotti]]></category>
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					<description><![CDATA[di Gherardo Bortolotti 236-237 236. Nella certezza di essere dalla parte del torto, ci limitavamo a sollevare questioni di procedura, di buone maniere, nei confronti dello stato delle cose. Ci chiedevamo la ragione di episodi quotidiani, imperscrutabili come la forma delle nuvole. Al telefono, guardavamo di sbieco, seguendo le fughe dei battiscopa verso angoli retti, [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><a title="dscf2012.JPG" href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2007/09/dscf2012.JPG"><img decoding="async" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2007/09/dscf2012.thumbnail.JPG" alt="dscf2012.JPG" /> </a>di <strong>Gherardo Bortolotti</strong></p>
<p><strong>236-237</strong></p>
<p><strong>236.</strong> Nella certezza di essere dalla parte del torto, ci limitavamo a sollevare questioni di procedura, di buone maniere, nei confronti dello stato delle cose. Ci chiedevamo la ragione di episodi quotidiani, imperscrutabili come la forma delle nuvole. Al telefono, guardavamo di sbieco, seguendo le fughe dei battiscopa verso angoli retti, metafisici.</p>
<p><strong>237. </strong>Nemmeno all’altezza dei nostri cellulari, diventavamo adulti e scoprivamo cose che non avremmo mai più avuto il tempo di capire davvero, come le macchine di Turing, Lacan, la teoria dei sistemi. I termini della nostra personalità erano i nostri piedi, le emicranie psicosomatiche, la cellulite.<br />
<span id="more-4521"></span></p>
<p><strong>146-147</strong></p>
<p><strong>146. </strong>Tutto sembrava implicare che ci dovessimo limitare alla sola presa visione. Le miserie per strada, gli orrori tematizzati dal telegiornale, il vuoto che si scavava nella nostra cittadinanza erano solo regioni di particolari più o meno coerenti, in un quadro più vasto, impossibile a vedersi intero, comunque estraneo.</p>
<p><strong>147.</strong> Le nostre avventure quotidiane si svolgevano all’ombra di grandi figure di persone famose, modelle, leader internazionali che si deformavano con la propagazione nei media. Ci svegliavamo la mattina per andare al lavoro, ripetendoci, nell’intimo della nostra coscienza, nomi come “Kate Moss”, “Bill Gates”, “Ahmadinejad”.</p>
<p><strong>198-199</strong></p>
<p><strong>198.</strong> Sperando in un segno di benevolenza, leggibile nelle coincidenze dei semafori o nelle proposte della programmazione televisiva, rimandavamo a data da destinarsi la disamina dei nostri sospetti (circa il nostro fallimento, circa la strategia di ritiro dall’Iraq). Parlavamo, spesso, di scenari possibili e di linee narrative in cui non toccava a noi morire ma, poi, non ne facevamo nulla e tornavamo a casa, per masterizzare un film, per rispondere alla posta.</p>
<p><strong>199.</strong> Dall’attesa della morte, ci distraevano le pubblicità delle agenzie di viaggio. Come robot buoni, ci incamminavamo dentro lunghi vicoli ciechi che costeggiavano gli anni dei nostri acquisti, i pomeriggi da soli, le visite dai parenti, ed in genere si chiudevano in qualche reparto di chirurgia, in istituti per malati terminali all’avanguardia.</p>
<p><strong>134-135</strong></p>
<p><strong>134. </strong>Le testimonianze sembravano provare il contrario ma, in effetti, eravamo vivi. All’inizio della stagione televisiva, quando la sera ci trovava impreparati, senza abitudini, di colpo ci sentivamo respirare, vedevamo la nostra ombra sul muro del bagno. Alcuni particolari irrilevanti ci tornavano alla mente, alcune gaffe, alcuni gravi sbagli commessi nei confronti degli altri.</p>
<p><strong>135.</strong> Frequentavamo distrattamente il nostro corpo, trovandoci spesso nella posizione di chi non crede del tutto a quello che vede. La pubblicità delle cucine sembrava l’esempio di una verità più piena e, a conti fatti, più plausibile.</p>
<p><strong>286-287</strong></p>
<p><strong>286.</strong> Nella fondazione dedicata ai suoi ricordi, bgmole raccoglieva particolari incongruenti, scene vergognose, schemi di illusioni e coincidenze. Nel week-end, quando le ore tornavamo a durate naturali, affrontava il pomeriggio principalmente dormendo e, in alcuni casi, leggendo la posta on line.</p>
<p><strong>287.</strong> Chiamate a raccolta le evidenze di una nostra stagione passata, di una giovinezza moderata, solitaria e squallida, uscivamo allo scoperto e ammettevamo di aver fallito in tutto: gusti musicali, amori, letture. Rimanevamo sulla soglia di un’ulteriore triste conclusione, toccando una cartolina trovata nel cassetto, un vecchio portachiavi, una t-shirt di Morrisey e pensavamo, involontariamente, ad altro.</p>
<p><strong>15-16</strong></p>
<p><strong>15.</strong> Sulla cresta del progresso, forti della nostra acqua calda, degli antibiotici, delle reti a banda larga, guidavamo nel traffico alla volta del futuro e delle nostre occupazioni transitorie. Impressioni di errori compiuti e appartamenti in disordine. Lasciavamo la mossa successiva al fato ed i nodi arrivavano al pettine di qualche mano altrui.</p>
<p><strong>16.</strong> Dopo il lavoro, nei golfi di occupazioni inutili, bgmole perdeva porzioni della sua persona, intere stagioni di pensieri a cui non era possibile risalire, ed arrivava all’ora dei pasti con poche cose da dire, con uno sguardo sottilmente isterico. Si cibava, guardando le briciole ai piedi del suo bicchiere, le loro ombre minime sulla tovaglia, convinto dell’imminente rivelazione che tutto questo era una finzione, una specie di effetto ottico troppo a lungo ignorato.</p>
<p><strong>97-98</strong></p>
<p><strong>97.</strong> Passeggiando come un contemporaneo, hapax aveva una percezione distratta delle vaste strutture di dati, di gerarchie d’immaginario che attraversavano il suo cielo, come astronavi piramidali sui quartieri della periferia. Molte delle cose che gli venivano alla mente, lungo il cammino, avevano implicazioni complesse, di cui non riusciva a dare conto. Le pezze dell’asfalto, i particolari delle macchine parcheggiate, le ombre nei giardini condominiali, ad un certo punto, riempivano il suo sguardo, la sua coscienza.</p>
<p><strong>98.</strong> Lontani dagli abusi sui clandestini, seguivamo le vicende della nostra serie preferita e ci preparavamo ad esprimere opinioni in merito al giorno d’oggi ed alle mutazioni climatiche. I nostri pensieri tornavano spesso ai giorni della nostra infanzia ed ai tempi in cui il mondo, e la merce, avevano aspetti d’innocenza e di mistero.</p>
<p><strong>130-131</strong></p>
<p><strong>130. </strong>Ci muovevamo nei territori di una nazione profonda, di una repubblica a cui partecipavamo con l’acquisto, con la scelta del canale, con i commenti in rete. In pochi avevano nozione dello stato delle cose.</p>
<p><strong>131.</strong> Ci ripetevamo spesso che non era detta l’ultima parola e che la nostra carriera di contemporanei poteva ancora avere una svolta risolutiva. Le notizie dall’Iraq e dall’Afghanistan erano sempre più frammentarie. Rimaneva, in molti, la sensazione di aver scordato, o taciuto, un particolare significativo, nel passaggio all’impiego ed all’età adulta.</p>
<p><strong>194-195</strong></p>
<p><strong>194.</strong> Facendo le ore piccole guardando la televisione, kinch finiva per trovarsi in strane, quiete regioni notturne, mentre la periferia era attraversata da lontani rumori. In quel silenzio, le inquadrature trasmesse dalle tv locali, i pezzi di vecchi film anonimi, le televendite, rivelavano messaggi in codice lunari, accennando a qualche ricordo inorganico, prenatale.</p>
<p><strong>195.</strong> Negli angoli dell’appartamento venivano ad accumularsi questioni irrisolte, concernenti la migliore o peggiore qualità della vita che conducevamo. Le distanze tra lo stato delle cose e la curva dei nostri progetti aumentavano il senso di una conclusione incongrua, di una specie di grosso equivoco sull’estensione ed il valore della nostra vita. Senza morali da trarre, guardavamo il telegiornale, affascinati dalle immagini in movimento.</p>
<p>//</p>
<p><em>(Foto A Inglese)</em></p>
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