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	<title>bianchi &#8211; NAZIONE INDIANA</title>
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		<title>Percorsi</title>
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		<dc:creator><![CDATA[antonio sparzani]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 10 Oct 2007 18:13:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[diari]]></category>
		<category><![CDATA[Antonio Sparzani]]></category>
		<category><![CDATA[bianchi]]></category>
		<category><![CDATA[indiani]]></category>
		<category><![CDATA[Stati Uniti]]></category>
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					<description><![CDATA[di Antonio Sparzani Sono stato negli Stati Uniti nell’anno accademico 1971-72. Durante l’estate del ‘72 ho viaggiato in macchina da costa a costa, da New York a Santa Barbara, uno dei campus dell&#8217;Università della California. Viaggiavo sfruttando ospitalità organizzate di famiglie più o meno benpensanti degli States, oltre a campeggi e occasionali motels. Cercavo di [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Antonio Sparzani </strong></p>
<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2007/10/dakota1.jpg" title="capo indiano"><img decoding="async" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2007/10/dakota1.thumbnail.jpg" alt="capo indiano" /></a></p>
<p>Sono stato negli Stati Uniti nell’anno accademico 1971-72. Durante l’estate del ‘72 ho viaggiato in macchina da costa a costa, da New York a Santa Barbara, uno dei campus dell&#8217;Università della California. Viaggiavo sfruttando ospitalità organizzate di famiglie più o meno benpensanti degli States, oltre a campeggi e occasionali motels. Cercavo di fare il turista intelligente e partecipe, però facevo il turista. Volevo vedere gli spazi sconfinati dell’ovest, le montagne e le praterie. Volevo anche vedere con i miei occhi gli ‘indiani’, quelli della mia adolescenza dei “film degli indiani” e quelli che avevo poi imparato almeno vagamente a rispettare e a rivalutare. La militanza di allora fortunatamente insegnava anche questo fatto elementare, che gli oppressi, anche se non sono più buoni degli altri, vanno rispettati e, forse più degli altri, guardati come persone.</p>
<p> <span id="more-4594"></span></p>
<p>Un giorno nel South Dakota, uno stato di praterie e campi di grano con dei trattori – negli sterminati campi – grandi come montagne, ci fermammo in un caffé di un villaggio chiaramente popolato più da nativi americani – in quel luogo Oglala Sioux – che da bianchi <em>wasp</em> (<em>wasp</em> è il rude ma assai comune acronimo usato per indicare i <em>white Anglo-Saxon protestants</em>). Entrai nel caffé, con l’ansia di avere un contatto ‘vero’ con un esemplare in carne ed ossa di quella mitica categoria di persone per le quali non abbiamo neanche un nome vero. Perché certo indiani, da sola, non è una designazione tanto appropriata: era usata inizialmente da chi pensava di essere arrivato nelle Indie, un posto dall’altra parte del mondo. Siamo costretti a chiamarli nativi americani, comprendendo così tutte le assai differenti popolazioni che abitavano tutto il continente americano prima dell’arrivo dell’uomo bianco, dalla Patagonia alla Baia di Baffin. Evidentemente sarebbe giusto chiamarli con il nome del loro popolo, Sioux, Cree, Seri, Kwakiutls, ecc. </p>
<p>Non sapevo quasi niente di loro, se non appunto il folklore che si raccontava allora qui da noi. Avevo solo il desiderio di un contatto, che ebbi quasi subito, con un anziano signore, che parlava un ottimo inglese e che voleva celebrare con me il rito dell’accudimento del turista-che-non-sa. E questo fece. Io, come da copione,  ordinai due birre, che giunsero –  enormi. E poi cominciammo a chiacchierare e a bere, lentamente. Chiacchierare vuol dire che io facevo qualche domanda e lui raccontava di sé, della sua vita attuale, senza grandi luci e con lontani ricordi di mitici racconti. Racconti di racconti, storie di storie di altri.</p>
<p>Ho però ancora vivido nella memoria un momento autentico di quel colloquio, e fu quando entrò nel caffé un’anziana donna, evidentemente della stessa etnia del mio compagno di birra: ci fu uno sguardo tra loro due completamente diverso, non c’era più la doverosa attenzione verso il turista che paga da bere e vuol poi poter raccontare di aver parlato con un vero indiano, ci fu uno sguardo nel quale io ero completamente dimenticato e inesistente. </p>
<p>E ancor più dello sguardo ci fu il gesto.</p>
<p>Un gesto che vidi svolgersi davanti ai miei occhi, come in un film al rallentatore, non <em>un</em> gesto, ma <em>il</em> gesto di saluto tra due Oglala che si riconoscono e che sanciscono in pubblico un legame indubitabile, e che io, da spettatore lontanissimo, tuttavia ri-conobbi, confuso nei miei ricordi, come risalente chissà a quali epoche; l’uomo alzò lentamente il braccio destro tenendolo teso, palmo della mano aperto e rivolto in avanti, facendo ruotare braccio e palmo insieme davanti a sé e alzandoli infine, ma non completamente, solo fino ad una direzione obliqua, nella quale lo sguardo avrebbe potuto mirare, mentre le labbra diventavano un sorriso appena accennato, quel sorriso da immortale che ancora ammiriamo increduli nelle statue delle antiche kórai greche. La donna ricambiò il gesto, con uguale semplice solennità e tutto, esternamente, finì lì.</p>
<p>Io, metà imbarazzato metà timido e ignaro di quel che andava fatto, feci per congedarmi, prima di aver finito la birra. Ma questo no che non andava, assolutamente no, proprio no. Così mi fece capire, o piuttosto mi disse con chiarezza l’uomo, con la voce gentile ma ferma che aveva ormai assunto, forse anche in virtù di quel saluto, una vibrazione di autenticità e di autorità che prima era ben mascherata, e che non consentiva dissenso. Se bevi una birra con il tuo amico che parla con te, la birra va finita, senza discutere. Con calma.</p>
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		<title>ELECTRIC TRANCE</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Andrea Raos]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 25 Nov 2004 08:40:02 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[mosse]]></category>
		<category><![CDATA[moysikh!]]></category>
		<category><![CDATA[agostini]]></category>
		<category><![CDATA[bianchi]]></category>
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					<description><![CDATA[Omaggio a FAUSTO ROMITELLI Sabato, 27 Novembre 2004, dalle ore 21 alle 24 PAC, Padiglione d&#8217;Arte Contemporanea &#8211; Via Palestro, 14 Milano Ingresso gratuito su invito da ritirare presso la biglietteria del PAC Musica elettronica, elettroacustica e video di: F. Romitelli, A. Agostini, O. Bianchi, E. Casale, A. Ingolfsson, Y. Maresz, R. Nova, Otolab, F. [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><strong>Omaggio a FAUSTO ROMITELLI</strong></p>
<p><strong>Sabato, 27 Novembre 2004, dalle ore 21 alle 24</strong></p>
<p><strong><a href="http://www.pac-milano.org/spaziatti/pacinconcerto.htm">PAC, Padiglione d&#8217;Arte Contemporanea</a> &#8211; Via Palestro, 14  Milano</strong><br />
Ingresso gratuito su invito da ritirare presso la biglietteria del PAC</p>
<p>Musica elettronica, elettroacustica e video di: F. Romitelli,<br />
A. Agostini, O. Bianchi, E. Casale, A. Ingolfsson, Y. Maresz, R. Nova,<br />
Otolab, F. Paris, G. Verrando, M. Viel</p>
<p>Icarus Ensemble, direttore: G. Bernasconi<br />
Solisti: A. Menafra &#8211; K. Uchimoto &#8211; G. Mareggini &#8211; N. Zuccalà &#8211; E. Ravasi<br />
<span id="more-744"></span><br />
Con il sostegno del Comune di Milano Sett. Cultura e Musei &#8211;<br />
Spettacolo. In collaborazione con: Provincia di Milano &#8211; Settore<br />
Cultura, PAC Padiglione d&#8217;Arte Contemporanea, Otolab, Orchestra<br />
Sinfonica di Milano &#8220;G. Verdi&#8221;, Pianoforti Bosoni, Casa Ricordi,<br />
Liuteria Jacaranda, Studio Due Effe</p>
<p>Sincronie 2004 è l&#8217;evento musicale con il quale riappare sulla scena,<br />
dopo sette anni di interruzione, il gruppo di musicisti che aveva<br />
fondato &#8220;Nuove Sincronie&#8221;.<br />
Sincronie non è un festival, ma un nucleo di musicisti che sviluppa<br />
la propria idea della musica e più in generale dell&#8217;esperienza<br />
estetica, presentandola al pubblico in un evento unico ogni anno<br />
diverso.</p>
<p>Electric Trance è l&#8217;evento unico di Sincronie 2004, un happening in<br />
omaggio a Fausto Romitelli, compositore scomparso prematuramente, tra<br />
i fondatori di Sincronie.<br />
In Electric Trance appare la musica di Romitelli e quella di autori<br />
che con lui hanno condiviso un percorso musicale generazionale,<br />
ognuno seguendo una propria personale prospettiva.<br />
Una buona parte della musica presentata in Electric Trance era stata<br />
selezionata da Romitelli e dai suoi colleghi del comitato artistico<br />
di Sincronie.<br />
In seguito, dopo la scomparsa di Romitelli, abbiamo chiesto ad alcuni<br />
compositori di agire in prima persona, in modo da rendere più<br />
concreto e personale l&#8217;omaggio a lui dedicato; alcuni autori dei<br />
brani appariranno dunque anche in veste di esecutori, chi come<br />
realizzatore dell&#8217;informatica musicale, chi come solista.</p>
<p>Sincronie ringrazia tutti coloro (musicisti, artisti visuali,<br />
istituzioni, partners internazionali) che con entusiasmo hanno<br />
contribuito alla realizzazione di Electric Trance, in modo tale da<br />
trasformare un progetto collettivo in uno spettacolo multiforme.</p>
<p>Sincronie, il comitato artistico</p>
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