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		<title>Su un editoriale di Silvia Avallone</title>
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		<dc:creator><![CDATA[andrea inglese]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 27 Jan 2011 12:00:55 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[diari]]></category>
		<category><![CDATA[Andrea Inglese]]></category>
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		<category><![CDATA[Corriere delle Sera]]></category>
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					<description><![CDATA[di Andrea Inglese Ieri Silvia Avallone, autrice di un romanzo di cui molto si è parlato, e che quindi – pur non avendolo letto – immagino sia stato importante, ha scritto sul “Corriere della sera” un editoriale, in ragione credo di una duplice competenza, quella del romanziere e quella della donna. Questo editoriale ha bizzarramente [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Andrea Inglese</strong></p>
<p>Ieri Silvia Avallone, autrice di un romanzo di cui molto si è parlato, e che quindi – pur non avendolo letto – immagino sia stato importante, ha scritto sul “Corriere della sera” un editoriale, in ragione credo di una duplice competenza, quella del romanziere e quella della donna. Questo editoriale ha bizzarramente due titoli, uno in prima pagina, e l’altro a pagina 6, dove è possibile leggere interamente il pezzo: “Se le donne perdute diventano conformiste” e “Ma dove è finito quel tormento delle donne perdute?”. Da questi titoli, probabilmente redazionali, si deduce che, oltre ad esistere la categoria delle “donne perdute”, vi è un rapporto inverso tra “tormento” e “conformismo”. E il tema potrebbe essere interessante, anche se bisognerebbe capire di che donne perdute si parla: quelle di carta o quelle di carne? <span id="more-37946"></span></p>
<p>Ma la Avallone sembra chiarire la questione, quando scrive: “Se provo a guardare Ruby, Nadia Macrì o Nicole Minetti mi chiedo perché non riesco a dare loro lo spessore che spetta a protagoniste di una storia da raccontare.” Si tratta di capire se delle donne in carne ed ossa possano presentare una qualche dignità dal punto di vista della rappresentazione letteraria. Questa preoccupazione non ci è estranea, essa ha dominato la letteratura ancora nel corso del XIX secolo. Un’autentica problematica ottocentesca. </p>
<p>La Avallone prosegue, poi, rendendo più esplicito il dilemma: “Per costruire un personaggio, infatti, e per sviluppare una trama delle sue azioni, occorre lavorare su una coscienza – non dico tragica, ma quantomeno problematica e presente a se stessa.” E qui la scrittrice paragona la consapevolezza tragica della Lolita di Nabokov con lo stato confusionale, l’identità fluida (la “falsa coscienza”?) di Ruby. Da ciò si deduce, che la Avallone stia meditando di scrivere un romanzo sulle attuali donne perdute, quali Ruby, ma tale romanzo non si può fare, in quanto le coscienze di queste ultime non sono sufficientemente problematiche e presenti a se stesse, insomma mancano di dignità tragica, forse perché – come afferma la scrittrice – “un futuro sgargiante in tv sembra aver totalmente sostituito la realtà con il reality show”. Ahimè, non si può fare un romanzo su chi ha scambiato la sua tragica realtà per un menzognero reality show.</p>
<p>Malauguratamente, in appoggio alla sua tesi, la Avallone cita anche la signora Bovary, dimenticando probabilmente che Flaubert nel 1857, un anno dopo la pubblicazione del suo romanzo su “La Revue du Paris”, viene processato insieme al direttore della rivista e all’editore, per “oltraggio alla morale pubblica e religiosa e al buon costume”. Al momento della pubblicazione di <em>Madame Bovary</em>, il personaggio di Emma è così poco percepito come degno di rappresentazione letteraria (per problematicità, ecc.), che la sua storia risulta agli occhi di una parte del pubblico autorevole un quadro immorale, oggi diremmo “pornografico”, della vita reale. In altre parole, molti lettori del tempo non vedono in Emma Bovary che un personaggio banale, volgare, che ha scambiato per realtà le sue fantasie romanzesche. (Si direbbe, a ben guardare, che Emma Bovary assomigli molto di più a Ruby e le altre, di quanto la Avallone ne sia consapevole.) </p>
<p>Non voglio dilungarmi ulteriormente su questa vicenda molto nota. Ricordo solo un assunto che dovrebbe essere abbastanza pacifico, almeno dal secolo scorso in poi, in materia di scrittura letteraria. Non esiste una circostanza, un carattere, un’azione <em>reali </em>che siano di per sé garanzia di trattamento letterario, in quanto intrinsecamente degne di essere poste come oggetto di narrazione. Questa è un pregiudizio ottocentesco, e lo si può riconoscere pur non militando nelle fila di una qualche corrente letteraria avanguardistica. Ciò che più di un secolo di letteratura ci ha insegnato, è che la “complessità del cuore umano” alberga non solo nel peggiore criminale, ma anche nel più perfetto conformista. Certo, non è la coscienza della persona reale che può <em>fare il lavoro </em>dello scrittore, non è la donna perduta reale che può scivolare nella pagina dello scrittore, diventando come d’incanto un personaggio problematico e sfaccettato. Tutto questo è un lavoro di esplorazione e trasformazione, di visuale e messa in rilievo, che è prerogativa dello scrittore: nessuna persona o circostanza <em>reale</em> può farlo al suo posto.</p>
<p>In conclusione, mi sembra che una certa confusione tra realtà e finzione non alberghi solo nei cuori delle donne perdute di oggi, ma anche nella penna di scrittrici o scrittori, come dire… non ancora del tutto “ritrovati”.</p>
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