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		<title>Ricordando Dovlatov</title>
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		<pubDate>Wed, 22 Dec 2010 12:00:46 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[di Lorenzo Pompeo Il 24 agosto 1990, all’età di quarantanove anni, moriva a New York Sergej Dovlatov. L’anno successivo alla sua scomparsa si dissolse l’Unione Sovietica. Quello stesso anno, il 1991, la Sellerio pubblicò Straniera. Mentre la parabola esistenziale dell’autore era stata legata a quel particolarissimo contesto storico, politico e culturale che fu l’Unione Sovietica [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/12/50258_46870544315_1226534_n1.jpg"><img decoding="async" class="size-thumbnail wp-image-37566 alignleft" title="50258_46870544315_1226534_n" alt="" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/12/50258_46870544315_1226534_n1-150x150.jpg" width="150" height="150" /></a><strong>di Lorenzo Pompeo</strong></p>
<p>Il 24 agosto 1990, all’età di quarantanove anni, moriva a New York Sergej Dovlatov. L’anno successivo alla sua scomparsa si dissolse l’Unione Sovietica. Quello stesso anno, il 1991, la Sellerio pubblicò <a href="http://www.amazon.it/gp/product/8838907382/ref=as_li_ss_tl?ie=UTF8&amp;camp=3370&amp;creative=24114&amp;creativeASIN=8838907382&amp;linkCode=as2&amp;tag=bamaulion-21" target="_blank"><em>Straniera</em></a>. Mentre la parabola esistenziale dell’autore era stata legata a quel particolarissimo contesto storico, politico e culturale che fu l’Unione Sovietica (la sua formazione, il suo linguaggio, la sua mentalità, tutto era legato, in un modo o in un altro, a quel paese), il suo successo internazionale, almeno in Italia, fu proclamato dopo la dissoluzione di quella singolare entità geopolitica. Oggi, che anche il ricordo di quel periodo della storia russa si sta appannando, l’opera di Dovlatov, a un ventennio dalla scomparsa, appare, a maggior ragione, una testimonianza unica, nel suo genere, della Russia sovietica post-staliniana (anche quando l’ambientazione della sua prosa è statunitense, le origini sovietiche appaiono come un marchio indelebile). <span id="more-37564"></span><br />
Sergej Donatovič Dovlatov nacque a Ufa (città sugli Urali dove i genitori erano sfollati) il 3 settembre del 1941, a pochi mesi dall’aggressione nazista all’Unione Sovietica del 21 giugno dello stesso anno. Quando, nel 1944, la famiglia dello scrittore tornò a Leningrado, i suoi genitori si separarono. Il piccolo Sergej visse con la madre in una Komunalka: «Vivevamo in un disgustoso appartamento in coabitazione. Il lungo e fosco corridoio si risolveva metafisicamente nel gabinetto. Accanto al telefono, la carta da parati era tutta scarabocchiata: era la cronaca deprimente dell’inconscio coabitativo. (…) Probabilmente il nostro non era un appartamento tipico. Era abitato per lo più da persone istruite. Non c’erano risse. Non si sputavano a vicenda nella minestra (anche se proprio non ci giurerei). Ciò non significa che regnasse perennemente la pace e la prosperità. La guerra segreta non cessava mai. La pentola ricolma dell’irritazione reciproca cuoceva a fuoco lento e ribolliva lentamente…» – scrive Dovlatov in <a href="http://www.amazon.it/gp/product/883891592X/ref=as_li_ss_tl?ie=UTF8&amp;camp=3370&amp;creative=24114&amp;creativeASIN=883891592X&amp;linkCode=as2&amp;tag=bamaulion-21" target="_blank"><em>Noialtri</em></a>.<br />
La sua infanzia fu profondamente segnata dalla figura di Stalin. Il nonno dello scrittore venne arrestato senza motivo e fucilato. Nel dopoguerra, quando il cosiddetto culto della personalità toccò l’apice, il nazionalismo russo-sovietico assunse una coloritura antisemita. Ne fece le spese il padre dello scrittore (di origini ebraiche), che venne allontanato, senza nessun apparente motivo, dal teatro dove lavorava. A questo proposito lo scrittore dichiara in <em>Noialtri</em>: «In generale, che Stalin fosse un assassino, i miei genitori lo sapevano bene. E anche i loro amici. In casa non si parlava d’altro (…) A sei anni sapevo che Stalin aveva ucciso il nonno. E quando ormai stavo finendo la scuola sapevo decisamente tutto».<br />
Nel 1959 Dovlatov concluse gli studi scolastici e s’iscrisse alla Facoltà di Lettere dell’Università di Leningrado. Nel 1956 era cominciata la stagione del disgelo. Non senza una nota d’ironia, lo scrittore, in <em>Noialtri</em>, attribuisce al personaggio del padre la delusione di fronte a quella normalizzazione che seguì la denuncia dei crimini di Stalin: «La gente, a quanto pareva, non la fucilavano più. E neppure la mettevano dentro. O meglio, la mettevano dentro, ma di rado. E per di più per dei fatti più o meno reali. O, come minimo, per aver espresso pubblicamente cose avventate. Cioè, per qualcosa. Non come prima…».<br />
Agli anni degli studi universitari risalgono i primi tentativi letterari. Lo stesso Dovlatov ne <a href="http://www.amazon.it/gp/product/8838922330/ref=as_li_ss_tl?ie=UTF8&amp;camp=3370&amp;creative=24114&amp;creativeASIN=8838922330&amp;linkCode=as2&amp;tag=bamaulion-21" target="_blank"><em>Il libro invisibile</em></a> dichiara apertamente quelle che allora erano le sue passioni letterarie: Hemingway (la traduzione russa dei racconti, nel 1959, fu un evento), Bell e i classici russi. In seguito, il suo idolo sarebbe diventato Brodskij. Agli anni di università risale un primo matrimonio, a cui Dovlatov accenna molto brevemente ne <em>Il libro invisibile</em> («Esami ritentati all’infinito… un amore infelice sfociato nel matrimonio»), con Asja Pekurovskaja, dalla quale divorziò nell’estate del 1962 (poco prima di partire per il servizio militare). Senza aver terminato gli studi (per via di un esame di tedesco), fu richiamato alla leva, che svolse come guardia carceraria in un campo in Siberia, esperienza che lo segnò profondamente. In quel periodo cominciò a dedicarsi alla letteratura in modo più serio e costante.<br />
Nel 1963 lo scrittore venne trasferito in un campo non lontano da Leningrado, dove prestò gli ultimi due anni di servizio militare. In quello stesso anno sposò Elena Davidovna Ritman, con la quale ebbe due figli: Katia, nata in Unione Sovietica nel 1966 e Kolja, nato negli Stati Uniti nel 1981 (Dovlatov descrive diverse volte nella sua opera l’incontro con la seconda moglie).<br />
Nel 1965 tornò definitivamente a Leningrado. Chruščev era già stato deposto da un anno. Cominciò a lavorare per alcuni giornali. Tra il 1965 e il 1969 collaborò con quello dell’Istituto di Tecnologia Marittima, inizialmente come responsabile della sezione letteraria e dal 1967 come redattore. Tutti i tentativi di pubblicare i suoi racconti su rivista fallirono. Tuttavia, Dovlatov è già un personaggio noto tra gli scrittori di Leningrado.<br />
Frequenta il leggendario caffè Saigon, sul Nevskyj Prospekt, ritrovo dell’intellighenzia, dove i suoi racconti circolano sotto forma di <em>samizdat</em>. Ne <a href="http://www.amazon.it/gp/product/8838922519/ref=as_li_ss_tl?ie=UTF8&amp;camp=3370&amp;creative=24114&amp;creativeASIN=8838922519&amp;linkCode=as2&amp;tag=bamaulion-21" target="_blank"><em>Il giornale invisibile</em></a> scrive: «Con una certa frequenza il mio lavoro veniva lodato da persone ragguardevoli. I racconti piacevano a Gor, alla Panova, a Bakinskij, a Metter. Da loro ricevevo messaggi cordiali». L’invasione della Cecoslovacchia dell’agosto ’68 fu il segnale che il clima era cambiato in modo irreversibile e che la tolleranza verso ogni forma di critica al regime era finita.<br />
Gli anni che precedettero la sofferta decisione di lasciare l’Unione Sovietica furono particolarmente difficili. Nel 1969 provò a entrare di nuovo all’università per studiare giornalismo, ma non ci riuscì. Nel 1971 si separò dalla moglie Elena e, l’anno successivo, per un breve periodo si trasferì a Tallin, in Estonia. «Perché sono andato proprio a Tallin? Perché non a Mosca? Perché non a Kiev, dove ho amici influenti?.. Motivi ragionevoli non ne avevo. Mi avevano offerto un passaggio. Ero in un vicolo cieco. Debiti, problemi familiari, un senso di disperazione. Partimmo verso l’una. In tasca avevo ventisei rubli, il tesserino da giornalista, una penna biro. Nella cartella un cambio di biancheria. (…) Arrivammo di sera, poi un colpo di fortuna: avevo dove passare la notte. Al mattino ero già nell’ufficio del vicedirettore del giornale “Gioventù estone”» – scrive Dovlatov ne <em>Il libro invisibile</em>.<br />
All’inizio del 1975 tornò a Leningrado, dopo che una sua raccolta di racconti era stata bloccata dalla censura quando erano già pronte le seconde bozze. Ormai lo scrittore rientrava in quella categoria di personalità intellettuali di cui il regime voleva discretamente sbarazzarsi. Gli ulteriori tentativi di pubblicare, nuovamente frustrati, gli procurararono solo amarezze.<br />
Tra il 1976 e il 1977, dal momento che il clima a Leningrado si stava facendo sempre più cupo, Dovlatov decise di andare a lavorare come guida turistica presso le Puškinskye Gory (le “montagne puškiniane”, così ribattezzate poiché qui, presso Pskov, vi si trovava la proprietà appartenuta un tempo al poeta russo). Nel 1977 la moglie decise di emigrare insieme alla figlia (particolarmente commovente è il racconto dell’addio ne <a href="http://www.amazon.it/gp/product/8838919941/ref=as_li_ss_tl?ie=UTF8&amp;camp=3370&amp;creative=24114&amp;creativeASIN=8838919941&amp;linkCode=as2&amp;tag=bamaulion-21" target="_blank"><em>Il parco di Puškin</em></a>). L’anno successivo lo scrittore subì un interrogatorio e un arresto di dieci giorni. Gli agenti del KGB lo convinsero a emigrare. Così, nel 1978, Dovlatov si decise a partire e, dopo una prima tappa di sei mesi a Vienna, giunse nel 1979 negli Stati Uniti, dove poté riunirsi con la moglie e la figlia.<br />
«Ci siamo stabiliti in una colonia russa di New York, in uno dei sei casermoni occupati quasi esclusivamente da fuoriusciti sovietici» – scrisse ne <em>Il libro invisibile</em>. Il primo problema che lo scrittore dovette affrontare era la lingua. Stando a quanto ha affermato, l’inglese non lo imparò mai bene, continuando sempre a scrivere in russo. Alla sua scarsa padronanza dell’inglese erano legate anche le difficoltà di trovare un lavoro.<br />
Lo scrittore, insieme ad altri tre ex-giornalisti sovietici che abitavano nel suo stesso palazzo, fondò una rivista. Nacque così, nel 1980, il “Novy amerikanec” a cui Dovlatov collaborò con grande entusiasmo per quasi due anni. Allorché la rivista prese delle posizioni che non condivideva, se ne andò. Tuttavia, a partire dal 1980, alcuni suoi racconti cominciarono regolarmente a essere pubblicati sul “New Yorker”. Da allora le pubblicazioni in russo e le traduzioni in inglese si susseguirono a breve distanza. Dal punto di vista creativo, questi furono gli anni più fecondi e intensi della sua vita.<br />
Con l’epoca della <em>perestrojka</em>, si riaprirono le porte della Russia. Allora si era già trasferita negli Stati Uniti l’intera famiglia, compreso il padre e la madre. Il figlio, Kolja, era nato a New York. La prospettiva di un ritorno non era più realistica. Tuttavia, grazie all’interessamento del suo amico Andrej Ar’ev, riuscì a pubblicare in patria un romanzo. La rivista di Leningrado “Zvezda” fece uscire nel 1989 <em>Filial</em>, un breve romanzo ambientato nell&#8217;emigrazione russa. Malgrado Dovlatov non lo considerasse il suo miglior lavoro, accettò la proposta di pubblicarlo.<br />
Se a questo punto le sue condizioni materiali migliorarono, la sua salute peggiorò. Morì a soli 49 anni per insufficienza cardiaca nell’agosto del 1990, un anno prima della fine dell’Unione Sovietica.<br />
La lunga lotta con la censura prima e l’esperienza poi dell’emigrazione diedero all’autore la possibilità di osservare il paese natale con un altro sguardo. Questa distanza fu un elemento fondamentale anche per l’elaborazione del suo stile. Dovlatov stesso scrisse ne <a href="http://www.amazon.it/gp/product/8838914656/ref=as_li_ss_tl?ie=UTF8&amp;camp=3370&amp;creative=24114&amp;creativeASIN=8838914656&amp;linkCode=as2&amp;tag=bamaulion-21" target="_blank"><em>La valigia</em></a>: «Come la maggior parte dei giornalisti, sognavo di scrivere un romanzo. E, a differenza della maggior parte dei giornalisti, mi dedicavo davvero alla letteratura. Ma i miei manoscritti venivano respinti dalle riviste più progressiste. Adesso posso solo compiacermene. Grazie alla censura, il mio apprendistato si è protratto per diciassette anni. I racconti che avrei voluto pubblicare in quegli anni mi paiono oggi del tutto fiacchi».<br />
Senza dubbio Dovlatov fu il campione di una generazione senza eroi, che non aveva vissuto direttamente l’epopea della Grande Guerra Patriottica, che aveva una vaga memoria, confinata tra i ricordi d’infanzia, dell’epoca staliniana, che non aveva fatto in tempo a godere dei tiepidi venti del disgelo, ma che aveva vissuto sulla propria pelle l’infinito crepuscolo sovietico (all’epoca nessuno avrebbe osato immaginare una fine così prossima e repentina del regime).<br />
Quando, nel 1978, lo scrittore abbandonò per sempre l’Unione Sovietica, aveva già visto e vissuto tutto di quel paese: dal disgelo alla “stagnazione”; aveva sperimentato l’apparato repressivo da entrambi i lati (l’esperienza di guardia carceraria nel gulag e nel 1978 la breve detenzione nel carcere di Leningrado). Il bagaglio di esperienze era già colmo (non a caso questo fu il tema e il titolo del suo lavoro <em>La valigia</em>). Tutta la miseria, la tragedia e la grandezza, la paradossale assurdità e la follia di un’epoca e di un paese erano stipate in quella valigia. Bastava soltanto aprirla, dipanare le storie e dare voce ai personaggi.<br />
Nelle sue interviste Dovlatov si è spesso definito un “rasskazčik”, una parola che non ha un preciso equivalente italiano: “narratore orale”, anche se la traduzione più esatta sarebbe “raccontatore”. Fra le caratteristiche della sua prosa, la presenza della componente autobiografica è quella più rilevante. Anche quando compare un suo <em>alter ego</em>, quel Boris Alichanov protagonista de <em>Il parco di Puškin</em> e di <a href="http://www.amazon.it/gp/product/8838917760/ref=as_li_ss_tl?ie=UTF8&amp;camp=3370&amp;creative=24114&amp;creativeASIN=8838917760&amp;linkCode=as2&amp;tag=bamaulion-21" target="_blank"><em>Regime speciale</em></a>, il lettore capisce immediatamente che il personaggio in questione è Dovlatov stesso. Ciò accade perché il narratore, il protagonista e l’autore sono perfettamente fusi in un’unica categoria, il cosiddetto autore implicito, che si impone nella mente del lettore, indipendentemente dall’uso della prima o della terza persona o dai nomi con cui viene indicato. È come se il lettore, su una qualsiasi pagina dell’opera, potesse “vedere” l’autore nel momento stesso in cui gli racconta un fatto.<br />
Altra caratteristica della prosa di Dovlatov è la forma della sua narrazione. Dovlatov è uno scrittore che predilige decisamente la misura breve. In uno dei suoi aforismi più celebri, pubblicato sui taccuini, scriveva: «Il narratore orale agisce a livello della voce e dell’udito. Il prosatore a livello del cuore, della mente e dell’anima. Lo scrittore a livello cosmico. Il narratore orale parla di come vive la gente. Il prosatore di come dovrebbe vivere, lo scrittore del motivo per il quale vive».<br />
La misura breve della narrazione in Dovlatov è legata al racconto orale. Anche in <em>Straniera</em>, il romanzo meno autobiografico, e già per questo diverso da quasi tutte le altre sue opere, prevale. I capitoli, tutti con un titolo, possono essere considerati dei racconti tenuti insieme dalla storia della protagonista, che ha un andamento cronologico regolare. <em>La valigia</em> è una raccolta di racconti posti all’interno di una cornice narrativa, mentre <em>Noialtri</em> è una serie di ritratti dei parenti della famiglia della voce narrante. <em>Regime speciale</em>, il romanzo dedicato all’esperienza di guardiano del gulag, non è che un insieme di piccoli episodi che hanno come sfondo la vita del campo. Inoltre, l’autore interrompe continuamente la linea narrativa inserendo brani di una corrispondenza (non sappiamo se vera o fittizia) con l’editore. Ne <em>Il libro invisibile</em> la linea narrativa viene continuamente interrotta da aneddoti e da aforismi introdotti dal titolo <em>Solo na underwood</em>, che rappresentano la quintessenza dello stile dovlatoviano.<br />
Quanto all’umorismo (forse la caratteristica più apprezzata della sua opera), dal momento che il peso specifico dell’elemento autobiografico è così rilevante, sarebbe più corretto parlare di autoironia, legata evidentemente alle circostanze della sua biografia intellettuale: la sua affermazione nel mondo delle lettere fu di qualche anno successiva alla scelta di abbandonare l’Unione Sovietica, paese in cui la distanza tra l’utopia e la storia era talmente grande da permettere una rappresentazione della realtà in chiave paradossale.<br />
La lontananza dalla madre patria, invece, gli offrì la possibilità di rielaborare i suoi ricordi, cogliendone ancora meglio l’aspetto comico, ma senza quell’astio e quel rancore che l’apparato oppressivo sovietico avrebbe probabilmente generato in lui se fosse rimasto in Russia (Dovlatov non fu e non volle mai essere considerato un dissidente). La censura paradossalmente gli rese un servizio, come dichiarò lui stesso, poiché gli offrì l’occasione di guardare l’Unione Sovietica dalla giusta distanza, confrontandosi, nel frattempo, con una realtà radicalmente diversa. Lo statuto di scrittore sradicato, mai perfettamente integrato nella nuova realtà nordamericana, estraneo al nuovo contesto, fu il serbatoio dove attinse il suo senso dell’umorismo.<br />
La sua condizione fu quella di un <em>outsider</em>, dimensione esistenziale nella quale lo scrittore russo, per scelta o per necessità, si trovò durante tutta la vita. Dietro al sottile velo comico e autoironico, si scorge la dimensione tragica. Per ammissione dello stesso Dolvatov, il servizio militare come guardia del campo segnò un primo traumatico passaggio nella sua biografia intellettuale. Così egli descrive, ne <em>Il libro invisibile</em> il suo ritorno da quell’esperienza: «Ho incontrato i miei vecchi amici. I rapporti con loro si erano fatti difficili. C’era una sorta di barriera psicologica. I miei amici stavano laureandosi, studiavano seriamente la letteratura. Còlti dal vento tiepido dei primi anni Sessanta, erano intellettualmente fioriti. Mentre io ero rimasto irrimediabilmente indietro. Sembravo uno che, tornato dal fronte, avesse scoperto che i suoi amici se la passavano alla grande. Le mie medaglie tintinnavano come i sonagli di un giullare».<br />
Dovlatov supera la nozione tradizionale di realismo, imprimendo alla sua narrazione una personalissima impronta, a partire dalla frase, nervosa, essenziale. Josif Brodskij, in un articolo in cui a due anni dalla scomparsa ricordava l’amico, racconta di quando Dovlatov gli sottopose i suoi racconti. Non gli piacquero. Dovlatov, tuttavia, continuò a sottoporgli i suoi scritti e ciò, afferma Brodskij, fu il segno che il narratore (o meglio, il “raccontatore”) sentiva di doversi misurare con la poesia: «E’ certa una cosa: lo spingeva l’impressione, del tutto inconsapevole, che la prosa deve misurarsi col verso. Adesso guardandosi indietro è chiaro che lui sulla carta tendeva alla laconicità propria del linguaggio poetico: alla massima capienza della locuzione». E ciò, come nota ancora Brodskij, avviene a spese dello stile.<br />
Il piano cronologico della narrazione appare spesso frammentato e il lettore ha come l’impressione che l’umorismo abbia soppiantato la narrazione. Il testo, divorato da un sarcasmo sempre più corrosivo, si fa sempre più laconico, lapidario. Non solo l’autore salta da un piano cronologico a un altro, ma omette spesso alcuni passaggi logici, giocando con i sottintesi.<br />
Ultimo degli scrittori dell’epoca russo-sovietica, Dovlatov fu <em>un grande solista</em>, ma anche un uomo tragicamente solo. Il suo virtuosismo fu e sarà inarrivabile per i suoi contemporanei come per i suoi successori. Il segreto del suo raccontare, paragonabile per alcuni aspetti al fraseggio del grande Miles Davis (ugualmente laconico, lapidario e nervoso) è scomparso con lui venti anni fa, insieme al paese dove era nato e cresciuto, l’Unione Sovietica.</p>
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		<title>Il mondo di Elizabeth Bishop</title>
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					<description><![CDATA[di Nadia Agustoni &#160; &#160; Mary McCarthy nella sua autobiografia smentì di essersi ispirata a Elizabeth Bishop per uno dei personaggi ritratti ne Il gruppo 1, il suo romanzo del 1963, ma la Bishop si riconobbe in Lakey, una delle ragazze descritte. Probabilmente la cosa non le piacque. L’America della caccia alle streghe non era [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<div style="width:700px;">di <strong>Nadia Agustoni</strong></p>
<p STYLE="text-align: left">&nbsp;</p>
<p ALIGN="center"><img BORDER="2" SRC="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/04/eizabeth-bishop.gif" ALT="Elizabeth Bishop" /></p>
<p STYLE="text-align: left">&nbsp;</p>
<p><strong>Mary McCarthy</strong> nella sua autobiografia smentì di essersi ispirata a <strong>Elizabeth Bishop</strong> per uno dei personaggi ritratti ne <em>Il gruppo </em><a HREF="#nota1" TITLE="testo1"><sup>1</sup></a>, il suo romanzo del 1963, ma la <strong>Bishop</strong> si riconobbe in <strong>Lakey</strong>, una delle ragazze descritte. Probabilmente la cosa non le piacque. L’America della caccia alle streghe non era troppo lontana e cominciavano appena a trapelare altre narrazioni e il suo nome fu accostato al libro della <strong>McCarthy </strong>in più occasioni. E’ noto che Il gruppo racconta gli anni al Vassar College della scrittrice e di alcune sue amiche, che negli anni Trenta vi fondarono una rivista letteraria, “<em>Con Spirito</em>”, a cui collaborò anche la <strong>Bishop</strong>. Non ci interessa qui, ricostruire l’ambiente cui <strong>McCarthy</strong> prestò la voce, ma il libro a tre anni dalla pubblicazione ebbe una versione cinematografica.<a NAME="testo2" HREF="#nota2" TITLE="testo2" CLASS=""><sup>2</sup></a> <span id="more-5643"></span>La regia di <strong>Sidney Lumet</strong> si sofferma sui rapporti di amicizia quasi congelandoli nelle forme di uno stile intellettuale, che fu invece trasgressivo e nella realtà diventò complicità e sostegno anche nella distanza dei decenni e dei cambi di continente. Il volto algido della Bergen in due delle scene del film, l’arrivo dall’Europa e <a ONCLICK="return true;javascript:pageTracker._trackPageview('/outbound/article/it.youtube.com');" HREF="http://it.youtube.com/watch?v=lOEvslBOm8A" NAME="testo1" TARGET="_blank" TITLE="testo1" CLASS="">le sequenze finali del funerale dell’amica suicida</a>, è l’emblema di un certo tipo di donna che deve la sua fortuna al modernismo. Da <strong>H.D.</strong> a <strong>Bryher</strong>, da <strong>Nancy Cunard </strong>a <strong>Lee Miller,</strong> che fotografata nuda nella vasca da bagno di Hitler nel bunker in cui si è appena ucciso con i suoi intimi, pare sbeffeggi la pesantezza nazista con un impeto di vita<a NAME="testo3" HREF="#nota3" TITLE="testo3" CLASS=""><sup>3</sup></a>, queste donne lasciano il segno e sconfinano con il corpo e l’arte in cerca di una verità personale, ma anche di una felicità che alcune troveranno, altre meno. In tal senso le parole che <strong>Elizabeth Bishop </strong>consegnerà all’amico poeta <strong>Lowell</strong> sono chiare: “<em>Quando scriverai il mio epitaffio, dì che sono stata la persona più sola al mondo</em>”.<a NAME="testo4" HREF="#nota4" TITLE="testo4" CLASS=""><sup>4</sup></a><br />
&nbsp;<br />
Fu libera nella propria arte la <strong>Bishop</strong> e, come ci ricorda <strong>Nadia Fusini,</strong> “<em>fu unica e sola</em>”.<a NAME="testo5" HREF="#nota5" TITLE="testo5" CLASS=""><sup>5</sup></a> Fin dall’inizio il suo carteggio con <strong>Marianne Moore</strong> svela le tracce di un’affinità di ricerca che non è mai però somiglianza. <strong>Elizabeth Bishop </strong>accetterà nei primi tempi i consigli e le revisioni suggerite dalla <strong>Moore</strong> e dalla madre di questa, poi seguirà il proprio intuito senza che il suo linguaggio perda precisione e profondità. Scrive <strong>Fusini</strong>: “<em>Si capisce che le piace osservare spassionatamente quel che la circonda, non le piace abbellire alcunché a suon di metafore; vuole semmai raggiungere il paesaggio, o l’animale, o l’oggetto che ha di fronte, nel rispetto di una sola aura, quella del riserbo. Ma come si fa a toccare senza afferrare? A comprendere senza prendere? Lei lo sa fare. E’ la sua grandezza</em>”.<a NAME="testo6" HREF="#nota6" TITLE="testo6" CLASS=""><sup>6</sup></a> E se la sua grandezza è evidente nei testi poetici, il suo ragguardevole epistolario con <strong>Marianne Moore</strong> svela, dipanandosi come una sorta di diario poetico, l’autenticità dei giudizi d’ammirazione che molti intellettuali le hanno tributato. Come per <strong>Ralph Waldo Emerson</strong> il cui diario è uno zibaldone americano, così l’epistolario <strong>Bishop</strong>&#8211;<strong>Moore</strong> è una mappa della fedeltà poetica e di vita di due donne rare per misura, integrità e intensità. Del resto un severo critico quale è <strong>Harold Bloom</strong> colloca l’opera di entrambe tra i risultati più alti raggiunti nell’ambito della letteratura americana.<br />
&nbsp;<br />
L’opera della poeta americana è reperibile in traduzione italiana negli Adelphi con il titolo “<em>Miracolo a colazione</em>”<a NAME="testo7" HREF="#nota7" TITLE="testo7" CLASS=""><sup>7</sup></a> e tre traduttori (<strong>Damiano Abeni</strong>, <strong>Riccardo Duranti</strong>, <strong>Ottavio Fatica</strong>) hanno lavorato sui testi e reso “<em>il miracolo dell’incarnazione in italiano della lingua</em>” di <strong>Elizabeth Bishop</strong>.<a NAME="testo8" HREF="#nota8" TITLE="testo8" CLASS=""><sup>8</sup></a> Seguirò quindi la traccia di parole scritte alla <strong>Moore</strong> e mi riferirò ad alcune poesie per toccarne il mondo, per coglierne l’ideale. Una nota brevissima, come prima cosa, per fermare un gesto della <strong>Bishop</strong>, forse insospettabile.<br />
In “ <em>One Art: Letters</em>”<a NAME="testo9" HREF="#nota9" TITLE="testo9" CLASS=""><sup>9</sup></a> c’è una sua lettera a <strong>Marianne Moore</strong> del 5 gennaio 1937 da Keewaydin, Naples, Florida, in cui <strong>Elisabeth</strong> scrive che le invia a New York non soltanto il resoconto del suo soggiorno in Florida con <strong>Louise Crane,</strong> un’amica del Vassar che sembra presa dalla pesca in modo appassionato, ma le spedisce persino frammenti dei suoi vagabondaggi, in questo caso conchiglie e una noce di cocco. Gesti minuti, intimi quasi, che raccontano a lato quel “miracolo” che fu la <strong>Bishop.</strong> Miracolo che partecipò della vita con una curiosità e una intelligenza mai belligerante, anzi quasi mistica. Forse avrebbe apprezzato le anacorete del primo cristianesimo, un’<strong>Alipiana</strong> o una<strong> Sara,</strong> nella loro povertà e fermezza di propositi.<a NAME="testo10" HREF="#nota10" TITLE="testo10" CLASS=""><sup>10</sup></a> Eppure <strong>Elizabeth Bishop</strong> visse apertamente la sua vita fuori dai canoni e pur appartata seguì le correnti letterarie, tenne i contatti con molte personalità del tempo e insegnò. I suoi anni in Brasile con<strong> Lota de Macedo Soares</strong> non furono anni di dispersione ma di lavoro e progetti. Uscì proprio in quel periodo il suo secondo libro di poesie “<em>A Cold Spring</em>”<a NAME="testo11" HREF="#nota11" TITLE="testo11" CLASS=""><sup>11</sup></a> e incominciò la traduzione del diario ottocentesco di <strong>Helena Morely</strong>. Una terza raccolta è datata 1965.<br />
La depressione e l’alcolismo furono però un tormento per la <strong>Bishop</strong>. La pazzia della madre che morì in manicomio e l’affidamento di lei bambina prima ai nonni materni, poi paterni e quindi a una zia, la segnarono profondamente e forse spiegano quella sua capacità di immersione senza “toccare “, senza “possedere” che <strong>Nadia Fusini</strong> ci ricordava. Le sue descrizioni della Florida meritano questo passaggio dalla lettera già citata a <strong>Marianne Moore</strong>:<br />
“<em>Dai pochi stati che ho visto, ora sceglierei subito la Florida come il mio preferito. Non so se lei c’è stata oppure no – è così selvaggia, e quello che esiste qui di coltivato sembra piuttosto in rovina e sul punto di ridiventare selvaggio. Lungo la strada abbiamo preso un treno molto lento da Jacksonville a qui. Per tutta la giornata è andato avanti attraverso paludi e campi trementina e foreste di palme e in una bella sera rosata ha cominciato a fermarsi in parecchie piccole stazioni (…)</em>”<a NAME="testo12" HREF="#nota12" TITLE="testo12" CLASS=""><sup>12</sup></a><br />
&nbsp;<br />
Nella stessa lettera parlando di una poesia, <strong>Elizabeth Bishop</strong> riconoscerà il debito con la <strong>Moore</strong>, l’aiuto, l’ispirazione e il sostegno di questa: ”<em>Questa mattina ho lavorato a “The Sea &amp; Its Shore” o piuttosto ho fatto uso del lavoro suo e di sua madre e all’improvviso ho paura che alla fine ho rubato qualcosa da “ The Frigate Pelican</em> ”.<a NAME="testo13" HREF="#nota13" TITLE="testo13" CLASS=""><sup>13</sup></a><br />
Sulla porosità e permeabilità della scrittura, su quei margini mai netti e quegli sconfinamenti nell’altro, letto, ammirato, assimilato, <strong>Harold Bloom</strong> ha parlato diffusamente a proposito di molti poeti. <strong>Ralph Waldo Emerson</strong> sentiva così intensamente gli scritti di <strong>Montaigne</strong> da non staccarsene mai e a sua volta sarà egli stesso una presenza rimossa per <strong>Walt Whitman.</strong> Uno dei capitoli più interessanti di “<em>Poesia e rimozione</em>” di <strong>Bloom</strong> è quello su <strong>Shelley</strong>, poeta debole per<strong> Bloom</strong> fino a che nell’inverno del 1814-15 “<em>less</em><em>e a fondo Wordsworth e Coleridge (…) e fu in grado di scrivere Alastor e le poderose poesie del 1816</em> (…)”.<a NAME="testo14" HREF="#nota14" TITLE="testo14" CLASS=""><sup>14</sup></a><br />
Ma anche per la <strong>Bishop</strong> arriva un momento critico nei rapporti con la <strong>Moore</strong>. A partire dalla pesante revisione della poesia<em> Roosters</em> che la <strong>Bishop</strong> non accettò. Da quel momento non sottopose più i suoi testi all’amica inviandoglieli solo pubblicati. Uno dei versi revisionati e poi ripristinato dalla <strong>Bishop </strong>è: “<em>Cries galore/ come from the water-closet door/ from the dropping-plastered henhouse floor…/</em> “.<a NAME="testo15" HREF="#nota15" TITLE="testo15" CLASS=""><sup>15</sup></a> L’uso della parola water-closet non era accettabile per <strong>Marianne Moore</strong> che nel linguaggio apprezzava un certo ritegno. Questo ci fa sorridere, ma ci dice quanto a lungo si è discusso su cosa dire e su come dirlo e su cosa si può o non si può dire.<br />
&nbsp;<br />
Il Brasile significò per <strong>Bishop </strong>una vita appartata. La casa in cui per sedici anni visse con <strong>Lota</strong> a Ouro Preto fu dove scrisse la raccolta di poesie “<em>Interrogativi di viaggio</em>” pubblicata nel 1965. In totale nell’arco di cinquant’anni completò quattro raccolte, circa ottanta poesie.<br />
“<em>Interrogativi di viaggio</em>” contiene tra le altre “<em>Brasile”</em> e “<em>Arrivo a Santos</em>”.<br />
“<em>Brasile, 1 gennaio 1502</em>”<a NAME="testo16" HREF="#nota16" TITLE="testo16" CLASS=""><sup>16</sup></a> inizia evocando un “loro” a cui segue una descrizione della natura da osservatore attento ad ogni particolare, come copiasse da un libro di botanica: “<em>In gennaio la natura si offre al nostro sguardo/ così come dev’essersi offerta allora al loro: / ogni centimetro quadrato fitto di fogliame…/ foglie grandi, foglie piccole e foglie gigantesche, / azzurro verdazzurro, verde oliva, / con venature o bordi un po’ più chiari, /o il lembo rovesciato di una foglia/ come raso; /</em>”. Continua quindi a soffermarsi minuziosamente su felci e fiori visti come ninfee e i loro colori: “<em>violacee, gialle, due tipi di giallo, rosa, / rosso ruggine e biancoverdolino;/”; e poi il simbolismo della seconda parte: “i grandi uccelli simbolici in silenzio/ che esibiscono solo una mezza pettorina (…)/ Ma in primo piano c’è sempre il peccato/ cinque draghi fuligginosi (…)</em>”.<br />
Maliziosi in modo delicatissimo i versi in cui compaiono le lucertole: “<em>Le lucertole respirano appena; tutti gli occhi/ sono puntati sulla più piccina, la femmina, di schiena, / la coda con malizia arricciolata in su/ rossa come un filo rovente/</em>”. E il finale in cui il “ loro” dell’inizio, un po’ misterioso, si svela: “<em>Proprio così i cristiani, duri come chiodi, / come chiodi minuscoli e lucenti/ nel cigolio delle armature (…)/”; e proprio “loro” trovano un che di “famigliare“ all’arrivo, qualcosa che: “ rispondeva/ a un vecchio sogno di lusso e di ricchezza/ (…) ricchezza più un nuovissimo piacere/</em> “. La poesia diventa quindi, nell’ultima strofa, in modo quasi impercettibile, uno specchio in cui i sogni d’esotismo e d’erotismo dell’Homme armé prendono corpo: “<em>Subito dopo la messa, magari canticchiando/ L’Homme armé o un’altra aria del genere, / si sono avventati a squarciare il tessuto appeso, / ognuno a caccia della propria indiana…/ (…) quelle donnine esasperanti che si lanciavano richiami/ (…) per poi ritirarsi sempre sempre più dietro l’arazzo/</em>”.<br />
C’è nella precisione della <strong>Bishop</strong> una consapevolezza della vita che è partecipe.<br />
L’anglosassone, che ha in sé il vecchio mondo del nord, smitizza in “<em>Brasile, 1 gennaio 1502</em>”, non senza grande ironia, i miti della conquista e dell’armata, ma rendendo concreta la terra di cui parla, raccontandola come se la dipingesse e riportandoci al suo mistero, alla sua inafferrabilità.<br />
La sua ironia si coglie anche nell’altra poesia sul Brasile, “<em>Arrivo a Santos</em>”<a NAME="testo17" HREF="#nota17" TITLE="testo17" CLASS=""><sup>17</sup></a>, dove i versi: “<em>Oh, turista, / è tutta qui la risposta di questo paese/ alle tue smodate richieste di un mondo diverso(…)/ </em>“, possiamo farli nostri e associarli al moderno viaggiatore occidentale, alla sue finzioni e spogliazioni dell’esotico.<br />
&nbsp;<br />
“<em>Ho sempre sentito di aver scritto poesia più non scrivendola che scrivendola</em>”.<a NAME="testo18" HREF="#nota18" TITLE="testo18" CLASS=""><sup>18</sup></a> In “<em>Poesia”</em><a NAME="testo19" HREF="#nota19" TITLE="testo19" CLASS=""><sup>19</sup></a> i ricordi della Nuova Scozia sono vividi. I frammenti famigliari emergono con cauta eleganza. Dice, con poche parole, moltissimo. E l’ambiente descritto con cura appare ai nostri occhi come se si guardasse quel “<em>quadretto fatto in un’ora</em>”.<a NAME="testo20" HREF="#nota20" TITLE="testo20" CLASS=""><sup>20</sup></a> C’è una nota dolente nelle sue poesie nordiche. Nostalgia o dolore per l’infanzia traumatica o magari solo il sentimento di essere andata troppo lontano senza che si cancellasse quel prima con cui i conti non devono essere stati facili. A un amico brasiliano che una volta la vide in lacrime disse che stava soltanto piangendo in inglese, come a schernirsi. Nel 1933 scriveva a <strong>Donald Stanford</strong>, studente di Harvard: “<em>Cosa mai intendi quando dici che le mie percezioni sono quasi impossibili per una donna? … C’è qualche ragione ghiandolare che impedisce a una donna di avere delle buone percezioni, o che cosa?</em>“<a NAME="testo21" HREF="#nota21" TITLE="testo21" CLASS=""><sup>21</sup></a><br />
&nbsp;<br />
Educata in uno dei migliori college degli Stati Uniti era andata oltre le premesse che l’avrebbero voluta intellettuale brillante ma poco incisiva nell’opera autentica. Il suo impossibile occhio, se fermò la forma delle cose in fedeltà completa, seppe trovare il cuneo con cui passare dietro le quinte e comprendere a quali schemi rancidi sottostanno i più e proprio per questo imparò a non farsi corrompere dai livellamenti ideologici.<br />
<strong>Tobias Wolff</strong>, nel un suo bel romanzo “<em>Quell’anno a scuola</em>”<a NAME="testo22" HREF="#nota22" TITLE="testo22" CLASS=""><sup>22</sup></a>, racconta la storia di un giovane uomo, studente in un prestigioso college, che trovando in una rivista un racconto che potrebbe aver scritto lui, tanto lo sente proprio, ma è invece scritto da una studentessa e narrato in prima persona femminile, non resiste e se ne appropria. Scoperto sarà espulso dalla scuola. Anni dopo vorrà incontrare l’autrice del racconto che ridendo e comprendendo il dramma del giovane gli farà presente che ha smontato col suo gesto l’impalcatura che soggiace al sistema della loro istruzione di lusso. Con il suo gesto, fatto nella totale identificazione, annulla la linea che vorrebbe uomini e donne stranieri l’uno all’altro. Come <strong>Flaubert</strong> avrebbe potuto dire: “<em>Madame Bovary, c’est moi</em>”.<br />
&nbsp;<br />
Nel 1978 <strong>Elizabeth</strong> scrive la poesia “<em>North Haven</em>“<a NAME="testo23" HREF="#nota23" TITLE="testo23" CLASS=""><sup>23</sup></a> per l’amico <strong>Robert Lowell</strong>, in memoriam.<br />
“<em>So distinguere a un miglio il sartiame di uno schooner; / so contare le pigne nuove sull’abete: tutto è immoto/ (…)</em> “ ; e nei versi che seguono si dispiega la sua arte della descrizione, le isole, la baia, il vorticoso impeto della stagione: “<em>i cardellini sono di ritorno, o altri non dissimili/(…)</em>”. E: “<em>La natura ripete se stessa o quasi:/ ripeti, ripeti, ripeti, rivedi, rivedi, rivedi/</em>.”<br />
Negli altri versi pare accostare la voce dell’amico evocandolo in un ricordo e c’è infine la nota struggente, che si coglie nonostante sembri solo una constatazione dell’ineluttabile: “<em>Non puoi più ricomporre o ridisporre/ (…) le tue poesie./ Le parole non cambieranno più/</em>.”<br />
&nbsp;<br />
Da grande artista la <strong>Bishop</strong> sigilla la sua opera con un graffio finale che ne rivela la singolarità, il genio e la vena sotterranea di ironia e a tratti di allegria. E’ a un sonetto rovesciato<a NAME="testo24" HREF="#nota24" TITLE="testo24" CLASS=""><sup>24</sup></a> che affida, per l’ultima volta, le sue parole limpide e lucide in quello specchio rimasto vuoto:</p>
<p STYLE="text-align: left">&nbsp;</p>
<p>&nbsp;<br />
<center></p>
<div style="width:200px;">
<table BGCOLOR="#bdc7b5" WIDTH="45%" cellspacing="20" cellpadding="25" CLASS="">
<tr>
<td style="border:0px solid #ffffff; padding:19px;"><span STYLE="font-size: 12pt; font-family: Garamond; color: #000000"></p>
<p STYLE="text-align: left"><strong><em>In trappola: la bolla<br />
nella livella,<br />
creatura scissa;<br />
e l’ago della bussola<br />
che oscilla<br />
indeciso, che barcolla.<br />
Sprigionati: il mercurio<br />
del termometro rotto<br />
che sguscia via;<br />
e l’uccello-arcobaleno<br />
che dallo smusso<br />
dello specchio vuoto<br />
piglia il volo e scorazza<br />
dove vuole, in allegria!</em></strong>
</p>
<p></span></td>
</tr>
</table>
</div>
<p></center></p>
<p STYLE="text-align: justify">&nbsp;</p>
<p ALIGN="left"><strong>Elizabeth Bishop</strong>, la “<em>Callas della poesia del novecento</em>”, come la definì <strong>Brodskij,</strong> muore a Boston il 6 ottobre 1979.</p>
<p STYLE="text-align: right">&nbsp;</p>
<p STYLE="text-align: center"><span STYLE="font-size: 10pt"><strong>layout di pagina &amp; gif animata di orsola puecher</strong></span></p>
<p STYLE="text-align: left">&nbsp;</p>
<p STYLE="text-align: justify"><strong><u>Note</u></strong></p>
<p><a NAME="nota1" TITLE="nota1" CLASS=""></a>1. Mary McCarthy; <em>Il gruppo,</em> Einaudi 2005. <a HREF="#testo1" TITLE="torna su">»</a><br />
<a NAME="nota2" TITLE="nota2" CLASS=""></a>2. Sidney Lumet; <em>Il gruppo</em>, 1966. <a HREF="#testo2" TITLE="torna su">»</a><br />
<a NAME="nota3" TITLE="nota3" CLASS=""></a>3. Liana Borghi; in <em>Scritture di frontiera</em>; In differita; Martha Gellhorn (1908-1998), Lee Miller (1907-1977) e Janet Flanner (1892-1978), federazione di Cassandre; pag. 16 Workshop SIL fiorentina. <a HREF="#testo3" TITLE="torna su">»</a><br />
<a NAME="nota4" TITLE="nota4" CLASS=""></a>4. Nadia Fusini; <em>Unica e sola</em>; La Repubblica 15 marzo 2006. <a HREF="#testo4" TITLE="torna su">»</a><br />
<a NAME="nota5" TITLE="nota5" CLASS=""></a>5. Ibidem <a HREF="#testo15" TITLE="torna su">»</a><br />
<a NAME="nota6" TITLE="nota6" CLASS=""></a>6. Ibidem <a HREF="#testo6" TITLE="torna su">»</a><br />
<a NAME="nota7" TITLE="nota7" CLASS=""></a>7. Elizabeth Bishop; <em>Miracolo a colazione,</em> Adelphi 2005 <a HREF="#testo7" TITLE="torna su">»</a><br />
<a NAME="nota8" TITLE="nota8" CLASS=""></a>8. Nadia Fusini; ibidem <a HREF="#testo8" TITLE="torna su">»</a><br />
<a NAME="nota9" TITLE="nota9" CLASS=""></a>9. Elizabeth Bishop;<em> One art: letters;</em> a cura di Robert Giroux, Farrar, Strass and Giroux, 1994. <a HREF="#testo9" TITLE="torna su">»</a><br />
<a NAME="nota10" TITLE="nota10" CLASS=""></a>10. Luca Martini; <em>Sentinelle dei deserti, uomini e donne eremiti nei primi secoli del Cristianesimo</em>; <em>Il leone verde</em> 2004 <a HREF="#testo10" TITLE="torna su">»</a><br />
<a NAME="nota11" TITLE="nota11" CLASS=""></a>11. Elizabeth Bishop; <em>A Cold Spring</em>, 1955 <a HREF="#testo11" TITLE="torna su">»</a><br />
<a NAME="nota12" TITLE="nota12" CLASS=""></a>12. Elizabeth Bishop; <em>One art: letters</em>; 1994 <a HREF="#testo12" TITLE="torna su">»</a><br />
<a NAME="nota13" TITLE="nota13" CLASS=""></a>13. Ibidem <a HREF="#testo13" TITLE="torna su">»</a><br />
<a NAME="nota14" TITLE="nota14" CLASS=""></a>14. Harold Bloom;<em> Poesia e rimozione</em>; p. 132 Spirali 1996 <a HREF="#testo14" TITLE="torna su">»</a><br />
<a NAME="nota15" TITLE="nota15" CLASS=""></a>15. Elizabeth Bishop;<em> Miracolo a colazione,</em> pag. 78. Il testo in italiano: “<em>Dalla latrina viene un gran baccano,/ e dal pollaio, coperto da una mano/ di spesso guano</em>/.” pag. 79 Adelphi 2005 <a HREF="#testo15" TITLE="torna su">»</a><br />
<a NAME="nota16" TITLE="nota16" CLASS=""></a>16. Elizabeth Bishop; <em>Miracolo a colazione</em>; pag. 161-163 <a HREF="#testo16" TITLE="torna su">»</a><br />
<a NAME="nota17" TITLE="nota17" CLASS=""></a>17. Elizabeth Bishop; <em>Miracolo a colazione;</em> pag. 157-159 <a HREF="#testo17" TITLE="torna su">»</a><br />
<a NAME="nota18" TITLE="nota18" CLASS=""></a>18. Elizabeth Bishop; <em>One art: letters</em>; 1994 <a HREF="#testo18" TITLE="torna su">»</a><br />
<a NAME="nota19" TITLE="nota19" CLASS=""></a>19. Elizabeth Bishop; <em>Miracolo a colazione</em>; pag. 239 <a HREF="#testo19" TITLE="torna su">»</a><br />
<a NAME="nota20" TITLE="nota20" CLASS=""></a>20. Ibidem<a HREF="#testo20" TITLE="torna su">»</a><br />
<a NAME="nota21" TITLE="nota21" CLASS=""></a>21. Elizabeth Bishop; <em>One art:letters</em> 1994 <a HREF="#testo21" TITLE="torna su">»</a><br />
<a NAME="nota22" TITLE="nota22" CLASS=""></a>22. Tobias Wolff; <em>Quell’anno a scuola</em>; Einaudi 2003 <a HREF="#testo22" TITLE="torna su">»</a><br />
<a NAME="nota23" TITLE="nota23" CLASS=""></a>23. Elizabeth Bishop; <em>Miracolo a colazione</em>; pag. 271 <a HREF="#testo23" TITLE="torna su">»</a><br />
<a NAME="nota24" TITLE="nota24" CLASS=""></a>24. Elizabeth Bishop; <em>Miracolo a colazione;</em> pag. 275 <a HREF="#testo24" TITLE="torna su">»</a></p>
<p STYLE="text-align: justify">&nbsp;</p>
</div>
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