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	<title>Bruno Arpaia &#8211; NAZIONE INDIANA</title>
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		<title>Patria</title>
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		<dc:creator><![CDATA[gianni biondillo]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 02 Sep 2019 05:00:45 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[di Gianni Biondillo Fernando Aramburu, Patria, Guanda editore, 2017, 632 pagine, traduzione di Bruno Arpaia Straordinario successo editoriale in Spagna, Patria sembra oggi un libro imprescindibile e necessario per ragionare attorno a temi quanto mai contemporanei quali le piccole patrie, i nazionalismi, l&#8217;identità di un popolo, la lotta armata, la ricerca della verità e il [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><img fetchpriority="high" decoding="async" class="alignnone size-full wp-image-79940" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/07/aramburu.jpg" alt="" width="619" height="289" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/07/aramburu.jpg 619w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/07/aramburu-300x140.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/07/aramburu-250x117.jpg 250w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/07/aramburu-200x93.jpg 200w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/07/aramburu-160x75.jpg 160w" sizes="(max-width: 619px) 100vw, 619px" /></p>
<p>di <strong>Gianni Biondillo</strong></p>
<p align="LEFT"><b>Fernando Aramburu, </b><i><b>Patria</b></i><b>, </b>Guanda editore, 2017, 632 pagine, traduzione di Bruno Arpaia</p>
<p align="JUSTIFY">Straordinario successo editoriale in Spagna, <i>Patria</i> sembra oggi un libro imprescindibile e necessario per ragionare attorno a temi quanto mai contemporanei quali le piccole patrie, i nazionalismi, l&#8217;identità di un popolo, la lotta armata, la ricerca della verità e il perdono. La forza di Fernando Aramburu sta nel farlo evitando gli storicismi didascalici e affidandosi a un romanzo fiume, poderoso, colmo di una pletora di personaggi, tutti descritti minuziosamente, con pregi e difetti, manie, ossessioni, debolezze, umanità.</p>
<p align="JUSTIFY">Tutto è raccontato dal punto di vista parziale di un piccolo paese basco, inseguendo la vita di due famiglie, dapprima intimamente legate da una amicizia naturale e poi sempre più divise da una scelta di campo. Con o contro. Gli anni sono quelli fra i Settanta e gli Ottanta, ma il calendario del romanzo mischia la cronologie, ci presenta i protagonisti oggi, li ripropone ieri, confonde le acque chiedendo al lettore un impegno ulteriore di ricomposizione delle ragioni degli uni o degli altri.</p>
<p align="JUSTIFY">Svettano le figure due donne: Bittori, alla quale il terrorismo basco ha ucciso il marito, e Miren, madre del presunto omicida dapprima in clandestinità, ora in carcere. Amiche e, nel tempo, nemiche per difesa familiare prima ancora che ideologica. Più deboli, non come personaggi ma come persone, i mariti, Joxian e Txaco. Paesani amanti della bicicletta, della compagnia, lavoratori, uguali in tutto. Ma fragili e incapaci di capire davvero l&#8217;avvicinarsi della tragedia. Txaco verrà incomprensibilmente giustiziato, Joxian lo piangerà di nascosto dalla moglie, ormai completamente dalla parte del figlio. Altre bellissime figure familiari di contorno definiscono il quadro di questa epica contemporanea, scritta con una voce inimitabile, capace di definire uno stile narrativo nuovo e riconoscibile.</p>
<p align="JUSTIFY">(<em>precedentemente pubblicato su</em> Cooperazione <em>numero 41 del 10 ottobre 2017</em>)</p>
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		<title>Qualcosa, là fuori</title>
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		<dc:creator><![CDATA[gianni biondillo]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 04 Sep 2017 05:00:53 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[Bruno Arpaia]]></category>
		<category><![CDATA[cambiamenti climatici]]></category>
		<category><![CDATA[letteratura italiana contemporanea]]></category>
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					<description><![CDATA[ di Gianni Biondillo Bruno Arpaia, Qualcosa, là fuori, Guanda, 2016, 217 pagine Quando Livio era giovane ha vissuto il mondo che stiamo vivendo noi oggi. Era uno scienziato di ottima vaglia, impegnato contro una politica ambientale dissennata, ma era anche persona fra le persone, che doveva vivere la sua vita, fatta di piccole soddisfazioni private, [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><img decoding="async" class="alignnone size-full wp-image-68975" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/06/arpaia-1.jpg" alt="" width="309" height="480" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/06/arpaia-1.jpg 309w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/06/arpaia-1-193x300.jpg 193w" sizes="(max-width: 309px) 100vw, 309px" /> di <strong>Gianni Biondillo</strong></p>
<p align="LEFT"><b>Bruno Arpaia, </b><i><b>Qualcosa, là fuori</b></i>, Guanda, 2016, 217 pagine</p>
<p align="JUSTIFY">Quando Livio era giovane ha vissuto il mondo che stiamo vivendo noi oggi. Era uno scienziato di ottima vaglia, impegnato contro una politica ambientale dissennata, ma era anche persona fra le persone, che doveva vivere la sua vita, fatta di piccole soddisfazioni private, oltre che d&#8217;inquietudini pubbliche: un lavoro, una moglie, un figlio. La società dove viveva, la nostra, opulenta e indifferente alla gestione dell&#8217;ambiente, non si rendeva conto di aver ormai innescato un irreversibile cambiamento climatico dai tragici e inesorabili effetti.</p>
<p align="JUSTIFY">Ma tutto questo ci verrà raccontato strada facendo. Perché è un “on the road” <i>Qualcosa, la fuori</i>. È la storia di un viaggio della speranza di una colonna di clandestini che, da un&#8217;Italia ormai ridotta a landa arida, abbandonata, governata da bande criminali, passando per un&#8217;Europa disfatta da un clima crudele, dove i fiumi sono alvei vuoti e i laghi pozze di fango, cercherà di trovare rifugio in Scandinavia, Eden mediterraneo circondato da uno sbarramento militare anti rifugiati.</p>
<p align="JUSTIFY">Il problema dei romanzi apocalittici sta, spesso, nelle spiegazioni puerili dello scenario dove muovere i personaggi. Nel romanzo di Bruno Arpaia, invece, le ragioni scientifiche dello scenario sono la storia stessa. La credibilità del mondo descritto è davvero inquietante. Arpaia sa di cosa parla, ce lo spiega con dovizia senza mai essere didascalico. La lingua usata è chiara, non ha bisogno di metafore ardite, perché anche solo la descrizione del futuro mondo catastrofico è, di suo, un&#8217;immensa allegoria.</p>
<p align="JUSTIFY">In questo caso non ha senso parlare di fantascienza apocalittica, ma di un autentico romanzo scientifico. E perciò etico. Il futuro ferino verso dove stiamo andando lo stiamo scrivendo noi, con la nostra indifferenza. Resta l&#8217;umanità ferita che resiste però, quella di Livio.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>(<em>precedentemente pubblicato su</em> Cooperazione <em>numero 24 del 14 giugno 2016</em>)</p>
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		<title>Parole sotto la torre</title>
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		<dc:creator><![CDATA[gianni biondillo]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 18 Jul 2015 05:00:07 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[mosse]]></category>
		<category><![CDATA[Bruno Arpaia]]></category>
		<category><![CDATA[Daniele Sanzone]]></category>
		<category><![CDATA[Enrico Remmert]]></category>
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					<description><![CDATA[Parole sotto la torre, Portoscuso &#8211; IX edizione. 23-26 luglio 2015. Le verità dell&#8217;inganno Cosa rende affascinante e misteriosa l&#8217;idea che abbiamo dell&#8217;arte? Il rapporto ambiguo col concetto di verità. La filosofia classica non aveva dubbi in merito. Gli antichi greci parlavano di aletheia (αλήϑεια): “disvelamento”. Tolto il velo del pregiudizio la verità di dimostrava nella [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><strong>Parole sotto la torre, Portoscuso &#8211; IX edizione. 23-26 luglio 2015. <em>Le verità dell&#8217;inganno</em></strong></p>
<p align="JUSTIFY">Cosa rende affascinante e misteriosa l&#8217;idea che abbiamo dell&#8217;arte? Il rapporto ambiguo col concetto di verità. La filosofia classica non aveva dubbi in merito. Gli antichi greci parlavano di <i>aletheia (</i><span style="color: #252525;"><span style="font-family: sans-serif, Arial;"><span style="font-size: small;">αλήϑεια</span></span></span>): “disvelamento”. Tolto il velo del pregiudizio la verità di dimostrava nella sua interezza. Il filosofo cercava la coerenza fra il dato di fatto, la realtà oggettiva e la sua rappresentazione. È il principio di non contraddizione, su cui si basa la logica classica.</p>
<p align="JUSTIFY">Eppure, quasi a contraltare, da sempre l&#8217;arte è il luogo dell&#8217;inganno. La vita che viene rappresentata, che sia con una scultura, un dipinto, un poema, proprio perché rappresentata e non vissuta è intrinsecamente falsa. Contraddittoria.</p>
<p align="JUSTIFY">Lo schermo che il filosofo ha tolto per il disvelamento, l&#8217;artista lo ripristina. Su quello schermo, su quell&#8217;inganno, costruisce la <i>sua</i> verità. Un mondo coerente solo dentro l&#8217;opera: che sia un romanzo, un film, una <i>piece</i> teatrale.</p>
<p align="JUSTIFY">Perché solo attraverso l&#8217;inganno, solo attraverso la verosimiglianza, l&#8217;artista può dire la verità. Una verità che va oltre al dato oggettivo e diventa universale. Non possiamo credere a nulla di quello che ci viene raccontato e proprio per questo possiamo fidarci senza remore. Mettiamo fra parentesi l&#8217;incredulità e aderiamo al mondo dipinto sullo schermo. Che così si fa lente d&#8217;ingrandimento, per quanto deformante, del mondo.<br />
Rappresentandocelo ce lo racconta più vero del vero. Le verità dell&#8217;inganno, le uniche ammesse dalla letteratura.</p>
<p align="JUSTIFY"><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/07/veritahome1-940x345.jpg"><img decoding="async" class="alignnone  wp-image-55494" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/07/veritahome1-940x345.jpg" alt="veritahome1-940x345" width="829" height="304" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/07/veritahome1-940x345.jpg 940w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/07/veritahome1-940x345-300x110.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/07/veritahome1-940x345-900x330.jpg 900w" sizes="(max-width: 829px) 100vw, 829px" /></a></p>
<article id="post-2" class="clearfix post-2 page type-page status-publish hentry">
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<p><strong>Giovedì 23 luglio</strong></p>
<p>21.30 <em>Il traduttore malinconico</em></p>
<p><strong>Bruno Arpaia </strong>Conduce <strong>Vito Biolchini</strong></p>
<p>23 <em>Il canto dell’inganno. Dodici corti sulla meraviglia, lo stupore e la verità</em></p>
<p>A cura di <strong>Skepto International Film Festival </strong>Con <strong>Despina Economopoulou</strong></p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>Venerdì 24 luglio</strong></p>
<p>19.30: <em>La memoria presente </em></p>
<p><strong>Giulia Clarkson</strong> e <strong>Giulio Angioni </strong>Conduce <strong>Anna Rita Briganti</strong></p>
<p>22 <em>Notizie dal profondo Nord</em></p>
<p><strong>Giorgio Fontana e Enrico Remmert </strong>Conduce <strong>Gianni Biondillo</strong></p>
<p>23.30: <em>Il canto dell’inganno. Dodici corti sulla meraviglia, lo stupore e la verità</em></p>
<p>A cura di <strong>Skepto International Film Festival </strong>Con <strong>Nicola Piovesan</strong></p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>Sabato 25 luglio</strong></p>
<p>19.30: <em>Resistere a vent’anni</em></p>
<p><strong>Marco Rovelli </strong>Conduce <strong>Camilla Barone</strong></p>
<p>22 <em>Nero metropolitano</em></p>
<p><strong>Gianni Biondillo</strong> e <strong>Maurizio De Giovanni</strong></p>
<p>Conduce <strong>Anna Rita Briganti</strong></p>
<p>23.30: <em>Il canto dell’inganno. Dodici corti sulla meraviglia, lo stupore e la verità</em></p>
<p>A cura di <strong>Skepto International Film Festival </strong>Con <strong>Matt – Willis Jones</strong></p>
<p><strong> </strong></p>
<p><strong>Domenica 26 luglio</strong></p>
<p>21.00: <em>Cantarle fuori dai denti</em></p>
<p><strong>Daniele Sanzone</strong> e <strong>Luciana Parisi </strong>Conduce <strong>Gianni Biondillo</strong></p>
<p>22.30: <em>Verità rubate e bellezze dal profumo di passione e riscatto</em></p>
<p>Concerto dei: <strong>Lello Analfino &amp; Tinturia in acustico</strong></p>
<p>&nbsp;</p>
<p><em>Il canto dell’inganno. Dodici corti sulla meraviglia, lo stupore e la verità<br />
A cura di Skepto International Film Festival<br />
</em></p>
<p><em> </em><strong> </strong></p>
<p><strong>Giovedì 23 luglio</strong></p>
<p><strong><em>Inganni a tempo determinato</em></strong></p>
<p>I frutti sperati – 15′ – Italia</p>
<p>Debtfools – 9′ – Grecia/Spagna<br />
L’homme qui en connaissait un rayon – 20′- Francia<br />
Tuesday – 6′ – Svizzera</p>
<p><strong>Venerdì 24 luglio</strong></p>
<p><em>La verità nell’inganno: tra il surreale e l’imprevedibile (parte 1)</em></p>
<p>Deus in machina – 20′ – Italia<br />
8 ay – 20′ – Turchia<br />
Ehi muso giallo – 15′ – Italia</p>
<p><strong>Sabato 25 luglio</strong></p>
<p><em>La verità nell’inganno: tra il surreale e l’imprevedibile (parte 2)</em></p>
<p>Dos caras – 14′ – Argentina<br />
A Short Film on Conformity – 10′ – Norvegia<br />
Not funny – 15′ – Spagna<br />
Hotel – 11′ – Spagna<br />
A cura di Skepto International Film Festival</p>
</div>
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		<title>La cultura si mangia!</title>
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		<dc:creator><![CDATA[gianni biondillo]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 04 Apr 2013 06:30:15 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[allarmi]]></category>
		<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[Bruno Arpaia]]></category>
		<category><![CDATA[cultura italiana]]></category>
		<category><![CDATA[gianni biondillo]]></category>
		<category><![CDATA[New Deal]]></category>
		<category><![CDATA[operatori della conoscenza]]></category>
		<category><![CDATA[Paul Krugman]]></category>
		<category><![CDATA[Pietro Greco]]></category>
		<category><![CDATA[politica culturale]]></category>
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					<description><![CDATA[ (Oggi esce per Guanda un libro su un tema che dovrebbe interessare tutti, non solo chi “opera nel settore”. Per chi crede, insomma, che con la cultura si mangi, alla faccia di Tremonti. Vi anticipo un breve estratto dalle pag 23-26 e ringrazio qui gli autori. G.B.) di Bruno Arpaia e Pietro Greco Ora, finalmente, [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/04/Arpaia-Greco_La-cultura-si-mangia.png"><img loading="lazy" decoding="async" class="alignleft size-full wp-image-45315" alt="Arpaia-Greco_La cultura si mangia" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/04/Arpaia-Greco_La-cultura-si-mangia.png" width="266" height="438" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/04/Arpaia-Greco_La-cultura-si-mangia.png 266w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/04/Arpaia-Greco_La-cultura-si-mangia-182x300.png 182w" sizes="auto, (max-width: 266px) 100vw, 266px" /></a> (<i>Oggi esce per Guanda un libro su un tema che dovrebbe interessare tutti, non solo chi “opera nel settore”. Per chi crede, insomma, che con la cultura si mangi, alla faccia di Tremonti. Vi anticipo un breve estratto dalle pag 23-26 e ringrazio qui gli autori.</i> G.B.)</p>
<p>di <strong>Bruno Arpaia</strong> e <strong>Pietro Greco</strong></p>
<p>Ora, finalmente, dopo averlo negato con ostinazione per anni, lo dicono in tanti: l’Italia è in declino. Ma, si badi, è un declino non soltanto economico. Il regresso in termini culturali, di coesione sociale, di partecipazione politica, di qualità ambientale è ancora più grande. È ancora più grave. Siamo un Paese che cerca di sopravvivere in un eterno presente e non riesce più nemmeno a immaginare un futuro. Tanto meno un futuro migliore.</p>
<p>Oggi, purtroppo, l’Italia è tra i Paesi più statici, con meno mobilità sociale, con più inefficienza, con più disuguaglianza, con meno idee su se stessa e su quello che potrà e dovrà essere. Già, le idee. Perché poi, gratta gratta, sono le idee a essere importanti, a orientare perfino la direzione della crescita economica o la politica industriale. Perché, con tutti i cambiamenti degli ultimi decenni, sarebbe imperativo cercare di capire dove va il mondo e reagire, adattarsi, riconquistare pezzi di futuro.</p>
<p>Non ci vuole poi molto a dimostrare che è proprio la cultura a generare, spesso in forme nuove legate alle tecnologie emergenti, valore economico e sociale. Anzi, sembrerebbe addirittura ovvio, eppure in giro non si trova molta gente disposta a capirlo, e ancora meno ad agire di conseguenza. Tanto è vero che, negli ultimi dieci anni (destra, sinistra o «tecnici» al governo), i sovvenzionamenti alla cultura sono passati dal 2,1 per cento dell’intera spesa pubblica del 2000, all’1 per cento del 2008, allo 0,2 per cento o poco più dell’ultimo anno, laddove Francia e Germania, che pure stanno facendo i conti con la grande crisi, vi hanno investito, rispettivamente, l’1 e l’1,5 per cento. Ma non basta: secondo l’ultimo rapporto di Federculture, con i nuovi tagli agli enti locali dal 2012 i comuni dovranno ridurre la spesa per la cultura di 7,2 miliardi l’anno. Tra il 2005 e il 2009 il settore ha perso il 15 per cento delle risorse e negli ultimi dieci anni lo Stato ha ridotto il proprio impegno nella cultura del 32,5 per cento.</p>
<p>L’idea di base, insomma, largamente presente in tutto il mondo battuto dalla «tempesta perfetta», ma estremizzata dal nostro Paese, è che « la cultura è un lusso » che non ci possiamo più permettere, un «vuoto a perdere» che ingoia risorse più utili altrove. Eppure, come ha scritto Christian Caliandro, autore con Pier Luigi Sacco del libro <i>Italia</i> <i>Reloaded. Ripartire con la cultura</i>, «non ci potrebbe essere quasi nulla di più sbagliato e controintuitivo, proprio in un momento del genere. Ridurre, comprimere, soffocare, eliminare la produzione e la fruizione culturale vuol dire, molto semplicemente, segare il ramo su cui si è seduti. Cancellare le proprie chance presenti e future; condannarsi all’impermanenza».</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Del resto, la Storia dovrebbe insegnarcelo (ma ci vorrebbe cultura anche per quello&#8230;) Come ci hanno recentemente spiegato il premio Nobel per l&#8217;economia Paul Krugman e tanti altri, avremmo già la strada spianata da chi aveva affrontato la Grande Depressione ed era riuscito a uscirne. Tanto per dire: Franklin Delano Roosevelt. Invece di seguire il programma di austerità del suo predecessore Hoover, il presidente del New Deal, come ha notato Barbara Spinelli su «la Repubblica», «aumentò ancor più le spese federali. Investì enormemente sulla cultura, la scuola, la lotta alla povertà». Purtroppo, aggiunge la Spinelli, «non c&#8217;è leader in Europa che possegga, oggi, quella volontà di guardare nelle pieghe del proprio continente e correggersi. Non sapere che la storia è tragica, oggi, è privare di catarsi e l&#8217;Italia, e l&#8217;Europa».</p>
<p>Già: addirittura una «catarsi». Ma è proprio quello che ci vorrebbe. Roosevelt, infatti, non mise solo i disoccupati a scavare buche e a riempirle, come tanto spesso si dice. Tre dei più importanti progetti della Works Progress Administration, i più singolari, innovativi e duraturi, furono quelli compresi nel cosiddetto Progetto Federale numero 1, altrimenti noto come Federal One, che sponsorizzò per la prima volta piani di lavoro per insegnanti, scrittori, artisti, musicisti e attori disoccupati. Il Federal Writers&#8217; Project, il Federal Theatre Project e il Federal Art Project misero al lavoro per qualche anno più di ventimila <i>knowledge workers</i> (come li chiameremmo oggi), tra i quali c&#8217;erano Richard Wright, Ralph Ellison, Nelson Algren, Frank Yerby, Saul Bellow, John A. Lomax, Arthur Miller, Orson Welles, Sinclair Lewis, Clifford Odets, Lillian Hellman, Lee Strasberg (il fondatore del mitico Actors Studio) ed Elia Kazan.</p>
<p>Non si trattò di elemosina: checché. Oltre a produrre opere d&#8217;arte (migliaia di manifesti, disegni, murales, sculture, pitture, incisioni&#8230;), gli artisti plastici e figurativi vennero impiegati nella formazione artistica e nella catalogazione dei beni culturali, e crearono e resero vivi anche un centinaio di <i>community art centres</i> e di gallerie in luoghi e regioni in cui l&#8217;arte era completamente sconosciuta. In tre anni, nella sola New York, più di dodici milioni (12.000.000!) di persone assistettero agli spettacoli teatrali incentivati dal Federal Theatre Project. Quanto al Writers&#8217; Project, che costò ventisette milioni di dollari in quattro anni, produsse centinaia di libri e opuscoli, registrò storie di vita di migliaia di persone che non avevano voce e le classificò in raccolte etnografiche regionali, ma soprattutto, con le American Guide Series, contribuì a ridare forma all&#8217;identità nazionale degli Stati Uniti, che la Grande Depressione aveva profondamente minato, fondandola su ideali più inclusivi, democratici ed egualitari. E scusate se è poco.</p>
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