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	<title>camalli &#8211; NAZIONE INDIANA</title>
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		<title>carta st[r]ampa[la]ta n.22</title>
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		<pubDate>Mon, 05 Jul 2010 08:30:45 +0000</pubDate>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/07/foto-pertini.jpg"><img fetchpriority="high" decoding="async" class="aligncenter size-full wp-image-36032" title="foto pertini" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/07/foto-pertini.jpg" alt="" width="336" height="486" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/07/foto-pertini.jpg 500w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/07/foto-pertini-207x300.jpg 207w" sizes="(max-width: 336px) 100vw, 336px" /></a></p>
<p>di <strong>Fabrizio Tonello</strong></p>
<p>Confesso: la vita dei giornalisti delle pagine culturali mi affascina, forse perché in Italia “pagine culturali” è un ossimoro, come “ghiaccio bollente”, “Berlusconi incensurato” o “Scajola cosciente di ciò che accade intorno a lui”. Nelle sezioni Cultura (di solito accuratamente nascoste tra i listini di Borsa e il gossip televisivo) gli infelici redattori che abbiamo descritto su <em>Nazione Indiana</em> la settimana scorsa convivono faticosamente con “le Firme”.<br />
<span id="more-36030"></span><br />
Le Firme sono il fiore all’occhiello del giornale, gli intellettuali che il direttore vuole assolutamente far scrivere e (un tempo) arruolava con contratti milionari. Ora sono piuttosto loro, le Firme, che andrebbero ogni settimana a farsi cavare un litro di sangue pur di apparire a <em>Domenica In</em> o di firmare 50 righe nelle auguste pagine del <em>Corriere</em> o dell’inserto domenicale del <em>Sole </em>(<em>il foglio</em> e <em>il manifesto</em> riscuotono un successo di stima ma sono considerate solo come tappe per essere promossi in serie A). Solo che una volta le Firme erano Montale, Buzzati, Volponi, Pasolini; adesso sono Gianluca Nicoletti, Mina e Simona Ventura.</p>
<p>Anche <em>il Giornale</em> ha le sue Firme, in particolare Marcello Veneziani, la cui produzione editoriale è sterminata: ha collaborato praticamente a tutti i giornali d’Italia, compreso il fascistissimo <em>Borghese</em>, ha scritto libri con tutti gli editori, per esempio Ciarrapico, quello accusato di aver arraffato contributi pubblici per 20 milioni di euro con giornali di forte impronta culturale come <em>Ciociaria Oggi</em>. Sul suo sito web, Veneziani, afferma di essere posseduto dalla “inquietudine del viandante” : infatti è passato dalle edizioni Settimo Sigillo alla più redditizia Mondadori, dalla scomparsa SugarCo alla frizzante Fazi.</p>
<p>Al <em>Giornale</em>, Veneziani si occupa di un po’ di tutto ma mercoledì 30 giugno (p. 34) si cimentava con un pezzo di storia intitolato, niente meno, “Così i camalli affondarono la democrazia dell’alternanza”. Congratulazioni al caporedattore che ha messo la parola “camalli” nel titolo, difficilmente comprensibile per i suoi lettori in quanto desueta: oggi i portuali genovesi vengono probabilmente chiamati “operatori alle banchine” o qualcosa di simile. Ma vediamo quali sono le tesi del giornalista-scrittore-filosofo sugli avvenimenti del luglio 1960.</p>
<p>Ce lo dice il sottotitolo: “Il 30 giugno di cinquant’anni fa i portuali misero Genova a ferro e fuoco”. Belìn, “a ferro e a fuoco”. La foto su tre colonne che illustra l’articolo mostra gruppetti di persone in mezzo ai tavolini rovesciati di un bar, non precisamente un’immagine tipo Baghdad. E’ vero che ci furono scontri per varie ore tra la Celere e i giovani che manifestavano contro il congresso dell’Msi ma non ci fu nemmeno un morto, né tra i poliziotti né tra i dimostranti, e l’episodio più grave fu il caso di un dirigente degli odiati celerini gettato dai “feroci camalli”, come li definisce l’autore, nella fontana di piazza De Ferrari. Suvvia Veneziani, “a ferro e a fuoco”: guarda che gli archivi dei giornali dell’epoca adesso sono disponibili anche on line, non si possono sparare balle troppo grosse.</p>
<p>La tesi dell’articolo è che il governo Tambroni , “il primo governo di centro-destra che godeva dell’appoggio esterno dell’Msi” era “legittimamente uscito dalle urne” e fu rovesciato “da un vero e proprio golpe di piazza” organizzato  dai portuali comunisti e dal “violento” Sandro Pertini.</p>
<p>Il filosofo di Bisceglie dichiara <a href="http://www.marcelloveneziani.it/index.php?option=com_content&amp;view=article&amp;id=47&amp;Itemid=29">sul proprio sito</a> che “non pretende di scoprire verità che nessuno finora aveva mai pensato o conosciuto” e quindi è necessario dargli un piccolo aiuto sulla faccenda del governo Tambroni “legittimamente uscito dalle urne”. Nella primavera 1960 non c’erano affatto state elezioni: il 24 febbraio si era dimesso il governo Segni per contrasti interni alla DC, come spesso accadeva a quei tempi, e ci furono vari tentativi di comporre un nuovo esecutivo, tra cui un incarico a Fanfani, che rinunciò il 22 aprile. Solo allora il presidente della Repubblica Giovanni Gronchi diede l’incarico a Ferdinando Tambroni, che il 29 aprile ottenne la fiducia con i voti missini. Non c’era stata alcuna campagna elettorale di un “centrodestra” contro un “centrosinistra” e la “democrazia dell’alternanza” era di là da venire: furono le varie correnti democristiane a dilaniarsi tra loro e la reazione di Genova fu contro il congresso dell’Msi, allora guidato da un gerarca della repubblica di Salò, un fascista fatto e finito come Giorgio Almirante.</p>
<p>Sempre il filosofo di Bisceglie, che non troppo tempo fa era alla ricerca della sposa invisibile “che si nasconde dietro mille volti: il primo amore, la madre perduta, l’autrice celata, la prostituta, la dea…” , continua nella sua opera storiografica sull’anno 1960: “Anche la guerra fredda, con l’avvento di Krusciov e Kennedy si era intiepidita”. Vediamo, vediamo, il 30 giugno 1960: Krusciov e Kennedy cosa facevano? Il primo si preparava alla famosa seduta del 12 ottobre alle Nazioni Unite quando, infuriato dall’intervento del delegato filippino, si tolse una scarpa per sbatterla più volte sul banco dietro cui stava: un momento in cui, ai diplomatici occidentali, non apparve affatto tiepido. Quanto al compianto Kennedy, doveva ancora diventare presidente perché in giugno 1960 alle elezioni mancavano parecchi mesi e Richard Nixon era un avversario formidabile: JFK sarebbe stato eletto (con un forte sospetto di brogli) solo in novembre e sarebbe entrato in carica solo nel gennaio 1961. Tra l’altro, in politica estera, il candidato democratico, aveva una posizione estremamente bellicosa, accusando l’amministrazione Eisenhower di aver lasciato i russi prendere un vantaggio nella produzione di missili (l’inesistente missile gap di cui molto si discusse in quei mesi). Altro che “intiepidimento”.</p>
<p>Veneziani conclude che “quando si parla del rumore di sciabole dei militari e carabinieri italiani, e della strisciante tentazione golpista che attraversò l’italia tra il ’64 e il ’70 (…) si deve considerare quel precedente genovese che rendeva impossibile la nascita per vie democratiche di un centro-destra in Italia”. Magari le idee di un golpe (di Freda, Ventura, Rauti, Valerio Borghese e qualche altra decina di missini o ex missini) furono un po’ più di una “tentazione”: il piano di colpo di Stato del generale De Lorenzo arrivò allesoglie della realizzazione, le bombe a Milano del 1969 facevano parte di una strategia della tensione che doveva provocare la nascita di un governo autoritario, così come gli attentati sui treni per cui fu condannato Mario Tuti negli anni ’70 e la bomba di Bologna nel 1980. Per fortuna che il nostro filosofo, ammorbidito dall’età nonostante l’aspetto giovanile, scrive, con magnanimità, che a Genova “forse fece bene la polizia a non rispondere col fuoco”. Almeno nel 1960: cosa fece nel 2001 (con l’entusiastica approvazione di Veneziani) lo sappiamo bene.</p>
<p><span style="color: #00ccff;">[ndr. avrete tutti riconosciuto nell&#8217;immagine in apice un fotoritocco, su pacifico fondo azzurro, del &#8220;violento Sandro Pertini&#8221;]</span></p>
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