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	<title>camorra &#8211; NAZIONE INDIANA</title>
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		<title>La «Garduña» e le mafie. Ogni origine ha un mito</title>
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		<dc:creator><![CDATA[davide orecchio]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 21 Jan 2016 07:00:43 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA['Ndrangheta]]></category>
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					<description><![CDATA[di Antonella Falco La Garduña è una leggendaria società segreta di matrice criminale che avrebbe svolto la sua attività in Spagna e nelle colonie spagnole del Sudamerica in un arco di tempo compreso fra la metà del XV e il XIX secolo. Proprio alla Garduña è dedicato un interessante saggio di Marta Maddalon e John [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><img fetchpriority="high" decoding="async" class="alignnone size-large wp-image-59290" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2016/01/mafia-1024x683.jpg" alt="mafia" width="700" height="467" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2016/01/mafia-1024x683.jpg 1024w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2016/01/mafia-300x200.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2016/01/mafia-120x80.jpg 120w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2016/01/mafia.jpg 1920w" sizes="(max-width: 700px) 100vw, 700px" /></p>
<p>di <strong>Antonella Falco</strong></p>
<p>La Garduña è una leggendaria società segreta di matrice criminale che avrebbe svolto la sua attività in Spagna e nelle colonie spagnole del Sudamerica in un arco di tempo compreso fra la metà del XV e il XIX secolo. Proprio alla Garduña è dedicato un interessante saggio di Marta Maddalon e John Trumper dal titolo <em>La costruzione del racconto: la “vera” invenzione della Gardu</em><em>ñ</em><em>a</em>, uscito sul numero 69 de <em>La ricerca folclorica</em>.</p>
<p>John Trumper, studioso di glottologia e linguistica generale, ha pubblicato numerosi saggi di fonetica e fonologia, dialettologia romanza e italiana, sociolinguistica e linguistica applicata. Si è inoltre occupato di etnolinguistica e linguistica storica, di fonetica giudiziaria e di gerghi di mestiere. Marta Maddalon è studiosa di linguistica e sociolinguistica. I suoi interessi di ricerca riguardanti la sociolinguistica, l’etnolinguistica e lo studio della lingua e dei suoi dialetti l’hanno portata a pubblicare testi sull’analisi degli usi linguistici nell’Italia contemporanea e saggi sul fenomeno della rivendicazione identitaria mediata dalla lingua come nel recente <em>Ventimila leghe. Immersione negli usi linguistici dei movimenti politici dell’Italia contemporanea</em> (Aracne, 2013). Maddalon e Trumper non sono nuovi agli studi sulla lingua delle organizzazioni mafiose, infatti nel 2014, insieme al magistrato Nicola Gratteri e allo storico delle organizzazioni criminali (nonché uno dei massimi esperti di ‘ndrangheta a livello internazionale) Antonio Nicaso, hanno dato alle stampe il saggio <em>Male lingue. Vecchi e nuovi codici delle mafie </em>(Pellegrini Editore).</p>
<p><strong>I due </strong><strong>autori</strong><strong> partono dalla constatazione </strong><strong>che</strong><strong> la storia della Gardu</strong><strong>ñ</strong><strong>a è presente </strong><strong>«nelle leggende e nei canti popolari della Calabria»</strong> – constatazione suffragata da alcuni libri sia italiani che stranieri, anche molto recenti, quale ad esempio il volume <em>Made Men</em> di Antonio Nicaso e Marcel Danesi. Anche nel volume di Enzo Ciconte <em>‘Ndrangheta dall’unità ad oggi</em> (del 1992, dunque meno recente dell’altro, uscito nel 2014) si fa riferimento ad una «nota associazione fondata a Toledo nel 1412, la Garduna» e ai cavalieri facenti parte di tale associazione, i quali «dalle loro terre, quelle della Catalogna, portarono nel Mezzogiorno d’Italia alcuni metodi in uso in quella consorteria. Si racconta che lavorarono per 29 anni, sottoterra, di nascosto da tutti, per approntare le regole sociali della nuova associazione che avevano in animo di costituire. La sede da loro prescelta fu l’isola della Favignana. Da lì, dopo un lavoro trentennale, decisero di dividere in tre tronconi l’associazione che, da quel momento, si insediò stabilmente nelle regioni meridionali, e si denominò mafia in Sicilia, camorra nel napoletano e ‘ndrangheta in Calabria. È un’antica leggenda, di cui non esistono molte tracce scritte, che si è tramandata oralmente…».</p>
<p><strong>Si tratta per lo più di testi che descrivono dettagliatamente l’organizzazione della società</strong> (i livelli in cui si articolerebbe e i vari ruoli e denominazioni presenti al suo interno) e che oscillano tra la tentazione di dare consistenza realistica alla Garduña e l’ammissione del suo essere sostanzialmente una invenzione letteraria assunta però come mito di fondazione dalla mafia calabrese. Trattare il tema della Garduña e dimostrare la sua identità prettamente letteraria ha ovviamente comportato per gli autori del saggio uno studio attento della storia e della letteratura spagnola dal XV al XIX secolo.</p>
<p><strong>In tutte le narrazioni sulla camorra fiorite </strong><strong>d</strong><strong>all’Ottocento in poi si fa riferimento molto spesso a un testo</strong> intitolato <em>Misteri dell’Inquisizione ed altre società segrete di Spagna, per V. de Féréal, con note storiche ed una introduzione di Manuel de Cuendias e con estratti relativi a quest’opera di Edgardo Quinet. Prima versione italiana, Parigi, a spese dell’editore 1847</em>. Sarebbe questa la traduzione italiana di un testo francese del 1845 poi tradotto anche in spagnolo. Questo testo sarebbe da considerarsi una «narrazione romanzesca», cosa tra l’altro espressamente dichiarata dagli autori, che a loro volta potrebbero celarsi dietro degli pseudonimi. Fra questi potrebbe trovarsi una nobildonna tedesca nota con il nome di Madame de Suberwick, la quale per scrivere il suo libro avrebbe viaggiato in Spagna travestita da uomo. Sempre a Madame de Suberwick sarebbe riconducibile un altro testo dal titolo tanto inquietante quanto satirico di <em>Conseils de Satan aux Jésuites</em>, la cui autrice è stavolta denominata Madame de Beelzebuth. Ma secondo gli studiosi spagnoli l’unico personaggio la cui reale esistenza sia storicamente provata è Cuendias, il quale avrebbe anche scritto un progetto di Costituzione progressista conservata nella Biblioteca Nazionale di Madrid. Sempre secondo gli studiosi cui Trumper e Maddalon fanno riferimento si tratterebbe comunque di personaggi – forse di un collettivo – accomunati da un atteggiamento strenuamente anticlericale.</p>
<p><strong>«Quello che è ancora più certo» &#8211; scrivono Trumper e Maddalon &#8211; «è che rapporti diretti di derivazione, tra società segrete spagnole, vere o letterarie, e organizzazioni criminali storiche italiane non ve ne sono</strong>, affermazione che non nega o sottovaluta l’aspetto storico degli influssi dovuti al periodo del Viceregno nel Regno delle Due Sicilie. Vi è invece, come commentano da molto tempo gli storici che si sono occupati della storia dell’Inquisizione, la creazione di un Racconto intorno a questa istituzione, che va ben al di là della sua reale esistenza e del suo modo di operare. Ciò fece sì che nel XVI secolo, a fronte di una rivoluzione di tipo confessionale che viene assumendo una dimensione politica, l’Inquisizione, o meglio la sua immagine letteraria, divenne il simbolo del nemico della libertà politica, a rappresentare cioè i pericoli dell’innaturale alleanza tra il Trono e l’Altare».</p>
<p><strong>L’Inquisizione viene così a incarnare un’entità reazionaria che si oppone al progresso</strong> e che «rappresenta l’eccessivo potere temporale della religione». Nel corso del XIX secolo essa diventa protagonista di numerose narrazioni romanzesche il cui scopo politico risulta ben evidente. Tale fenomeno interessa varie nazioni europee, tutte «accomunate da un contrasto politico che coinvolge spinte clericali e anticlericali».</p>
<p><strong>La narrazione di un «perverso piano </strong><em><strong>inquisitoriale</strong></em><strong>» finisce per confluire anche nei codici ‘ndranghetisti</strong>: è quanto avviene nel cosiddetto Codice di Pellaro, un manoscritto sequestrato appunto nel territorio di Pellaro in data 22 marzo 1934 e intitolato <em>Origine dei tre cavalieri di Spagna</em>. In esso sono contenute le norme relative alla fondazione della Società di Malavita e quelle relative alla gerarchia che regola l’organizzazione degli affiliati. La parte iniziale di tale codice sembra essere molto simile a un romanzo di cappa e spada o di appendice. Ad ogni modo sembra fuori di dubbio che chi lo ha scritto abbia letto i <em>Misteri</em>. In questo tipo di racconti, inoltre, si evince sia in Spagna che in Francia la complessa organizzazione gerarchica delle associazioni criminali menzionate, di cui Maddalon e Trumper forniscono una dettagliata terminologia. Bisogna inoltre sottolineare come «le associazioni criminali protagoniste di questo filone letterario derivano, come nel caso spagnolo, da vicende reali».</p>
<p>Sebbene sia qualcosa di diverso, anche il banditismo, specie quello sociale, fornisce materiale per trasposizioni letterarie: «banditi e briganti sono molto radicati nella cultura popolare e celebrati in un filone musicale, talvolta di buon livello, che vede anche trasposizioni contemporanee».</p>
<p><strong>Tra i rimandi letterari non si può tacere di quello relativo a Cervantes</strong>, chiamato in causa dagli autori (o dall’autore) dei <em>Misteri</em>, infatti «per dare spessore storico alla descrizione della Garduña, si ricorda che è precisamente in un delizioso racconto dell’autore del <em>Don Chischiotte</em> che si incontra Manipodio, il capo della società dei ladri di Siviglia».</p>
<p>Pertanto, i due autori del saggio si dicono convinti che «alla luce di questo rimando, la fonte di tale filone interpretativo per l’origine della camorra e per il Racconto dei Codici possa essere definitivamente identificata».</p>
<p><strong>Tra gli autori ottocenteschi</strong> che sostengono la filiazione della criminalità del Meridione italiano dalle forme spagnole, Maddalon e Trumper citano Marc Monnier, Emanuele Mirabella e Abele De Blasio a cui aggiungono l’anonimo autore di un testo intitolato <em>Natura e origine della misteriosa setta della camorra (nelle sue diverse sezioni e paranze, linguaggio convenzionale di essa usi e leggi)</em>. Uno dei capitoli è proprio incentrato sulla lingua e si intitola <em>Lingua furfantina dei camorristi</em>. È comunque interessante notare come tutti gli studi dell’epoca sull’argomento diano grande risalto agli aspetti linguistici. Degli altri autori citati il più noto risulta essere Monnier il quale è menzionato in molti testi sulle associazioni criminali meridionali, mentre, sempre basandoci sui testi, risulta completamente sconosciuto l’altro autore, Mirabella, il quale però «scrive l’opera più completa sul gergo criminale dei prigionieri e dei condannati al soggiorno obbligato». Mirabella inoltre ebbe modo di vivere per diversi anni a contatto dei prigionieri di Favignana in quanto medico della colonia penale.</p>
<p><strong>Altro testo di una certa importanza</strong> risulta essere <em>Usi e costumi dei camorristi</em> di De Blasio, contenente «esempi di codici e dell’assetto dell’organizzazione camorristica» sia dentro che fuori dalle carceri, assetti che sono tra l’altro «perfettamente rispondenti a quelli ‘ndranghetisti».</p>
<p><strong>Per quanto riguarda una filiazione diretta dalla Spagna</strong>, Monnier pur non trovando prove documentali sostiene che le «estorsioni» dei criminali meridionali erano già presenti fin dal tempo della dominazione spagnola. Sia pure in mancanza di «prove dirimenti» questi testi, come scrive Nappi nel suo saggio <em>Il mito delle origini spagnole della camorra tra letteratura e storia</em>, «accogliendo talvolta qualche variazione leggendaria sul tema delle origini ispaniche della camorra, chiameranno quasi sempre in causa la suddetta compagnia segreta variandone la dizione in Guarduña, Guarduna, Garduña o infine nel corretto Garduña».</p>
<p><strong>Non ci sono dubbi circa il fatto che Monnier conosca i </strong><em><strong>Misteri</strong></em>, libro che «fornisce lo spunto per i riferimenti, divenuti obbligatori, a Cervantes, e all’ormai inflazionata novella <em>Rinconete y Cortadillo</em> e a vari episodi del Don Chisciotte».</p>
<p>Anche De Blasio pur sostenendo di non occuparsi dell’etimologia della parola camorra fa notare come essa non sia che la Garduna «che fu introdotta in queste nostre provincie nell’epoca in cui il Regno di Napoli e Sicilia rimase soggetto […] allo scettro di Spagna e governato da Vicerè, che ridussero il popolo povero e servo».</p>
<p>Maddalon e Trumper ricordano come molti autori, antichi e moderni, citando <strong>Cervantes</strong> avvalorino la tesi secondo cui il noto scrittore spagnolo abbia, nel suo romanzo più famoso, descritto in modo quasi storico-antropologico una serie di comportamenti e di associazioni che dimostrerebbero l’esistenza di “sette” criminali, cosa appunto sostenuta nei <em>Misteri</em>. A proposito dell’episodio di Sancho governatore, ad esempio, si parla del “barato”, ossia l’usanza di pretendere il pizzo sul gioco. Sul termine “barato” si concentra il commento linguistico di Maddalon e Trumper presente nella seconda parte del saggio che stiamo esaminando. Prima di soffermarci su tale trattazione etnolinguistica è bene però ricordare, come fanno gli stessi autori, una altro passo di Cervantes utile ai fini dell’argomento affrontato. Si tratta di un episodio che si colloca nel XV capitolo ed è incentrato sull’incontro con il bandito Roque Guinart. Di costui parla in un suo commento Don Juan Antonio Pellicer, accademico della Reale Accademia di Storia, il quale coglie l’occasione «per parlare della presenza di bande di briganti che infestavano realmente la Sierra della Cabilla, in particolare una, denominata <em>Beatos de Cabilla</em>, i cui membri erano così chiamati in virtù del fatto che si limitavano a esigere solo una parte degli averi delle loro vittime, circoscrivendo quindi il danno e meritandosi per questo l’epiteto di “Beati”». È bene far notare che un certo Perot Rocaguinarda è esistito realmente, e aveva fama di bandito gentiluomo: su tale modello Cervantes avrebbe delineato il carattere del personaggio presente nel suo romanzo. Questa categoria di banditi che mescolavano crimini e azioni caritatevoli, religione ed empietà, era diffusa, a detta degli storici, in diversi paesi.</p>
<p><strong>Agli occhi dei primi meridionalisti, quali Villari e Tranfaglia</strong>, la camorra – come anche la ‘ndrangheta e la mafia – assumerebbe il ruolo, contemporaneamente, di protettore e oppressore di una plebe povera e abbandonata a se stessa dal governo borbonico. Oltre a svolgere un ruolo “protettivo”, la camorra si farebbe anche «rappresentante dei loro interessi e della loro cultura», il che darebbe adito alla figura del bandito “buono” che incarnerebbe una forma di «giustizia alternativa». Secondo John Dickie, invece, la ‘ndrangheta sarebbe da intendere come una sorta di «filiale» della camorra di cui riprenderebbe il Racconto e la mitopoiesi. La sua origine sarebbe in tal caso spostata in un periodo più tardo, quello post-unitario e se ne rintraccerebbero con difficoltà «i precedenti storici e linguistici».</p>
<p>Maddalon e Trumper citano tra gli altri un saggio di Nicola Sales, pubblicato sulla rivista <em>Limes</em> nel novembre del 2014, un saggio che ha avuto ampia risonanza in quanto ha visto la partecipazione di Roberto Saviano. Ecco come Sales sintetizza la questione: «Dunque, tutte e tre le organizzazioni criminali nascono nello stesso periodo storico, all’inizio dell’Ottocento, a ridosso della fine del feudalesimo (nel 1860 a Napoli e nelle province continentali, nel 1812 in Sicilia), a imitazione delle associazioni politiche segrete in cui gli oppositori al regime assolutistico borbonico si erano organizzati. […] Le associazioni criminali, che poi chiameremo mafie, si organizzano sul modello politico delle sette segrete dei ceti aristocratici e borghesi».</p>
<p>Maddalon e Trumper, pur annotando le perplessità circa l’uso della parola “feudalesimo” nell’accezione utilizzata da Sales e sull’analisi politica da questi compiuta, si soffermano principalmente sull’attribuzione «di un ruolo primario all’influenza di sette segrete dei ceti aristocratici e borghesi», sostenendo che «la discussione sulla segretezza, in cui la lingua gioca una parte preponderante, non disgiunta dalla definizione di “setta”, spesso usata a sproposito, ha il demerito di allontanare da una corretta definizione dei fenomeni coinvolti, non ultimo quella del gergo».</p>
<p><strong>Per quanto concerne i motivi per cui potrebbero trovarsi dei riscontri tra il Racconto dei codici ‘ndranghetisti</strong> (i cui primi esemplari risalgono, sia culturalmente che linguisticamente, alla permanenza nelle carceri oppure al soggiorno coatto) e gli antecedenti letterari, Maddalon e Trumper ricordano che sia i romanzi d’appendice, che quelli di cappa e spada, nonché gli strani testi di cui i due studiosi hanno dato conto nelle pagine iniziali del loro saggio, avevano una larga diffusione presso i ceti popolari e anche nelle carceri. Inoltre, i due linguisti fanno notare come sia prassi comune di molte società, non necessariamente vicine o collegate, trasfondere in ambito letterario, epico e/o musicale, le figure e le gesta dei banditi. Capita anzi, come nota Eric Hobsbawm nel suo <em>Bandits</em>, che le classi subalterne li eleggano a propri eroi. Il fatto poi che questi banditi riescano a coniugare la violenza con le spinte ribellistiche e l’atteggiamento solidale e soccorrevole nei confronti dei più deboli, concorrono a spiegare la creazione di una siffatta figura letteraria. Questi banditi inoltre facevano un largo uso di simboli religiosi ed erano molto superstiziosi. Tali comportamenti risultano diffusi su ampia scala, vale a dire si ritrovano in tutte le descrizioni della figura del bandito in qualsiasi Paese europeo, questo però non porta alla conclusione di un «rapporto diretto di derivazione nel caso della criminalità organizzata italiana» ma solo al fatto che esistono comportamenti pressoché universali di cui l’antropologia culturale fornisce ampio conto. Naturalmente il mito creatosi attorno ai briganti e ai banditi romantici serve a rafforzare l’aura di protettori della povera gente e difensori degli oppressi al punto da renderli protagonisti di racconti e di canti popolari. Questi fenomeni storicamente connotati si sono radicati nell’ambito della cultura popolare e poi sono passati nella letteratura “colta” già ai tempi di Cervantes. Quando si parla codici ‘ndranghetisti bisogna aver chiaro che essi sono una molteplicità di cose e vanno pertanto studiati con notevole rigore. Essi sono infatti, tra le altre cose, «una creazione letteraria, che attinge da fonti popolari ben radicate; sono l’invenzione di un Mito di fondazione, sono un modello per sancire un’appartenenza». Ma non sono solo questo. È bene ricordare che si tratta di «un’invenzione relativamente recente». Maddalon e Trumper riconoscono pertanto che «non è stato facile ricostruire la serie di incastri, di nomi e di nomi in codice (pseudonimi), degli scherzi e delle (mezze) verità; è stato come seguire le trame dei romanzi d’appendice, in cui ad ogni scoperta seguiva la sua negazione, ogni agnizione introduceva nuove scoperte, e così via puntata dopo puntata».</p>
<p><strong>Nella seconda parte del loro saggio</strong> Maddalon e Trumper si soffermano innanzitutto sul fatto che indicare una data di nascita precisa, il 1427, per la Garduña – dalla quale poi sarebbero derivate la camorra napoletana e la ‘ndrangheta e i suoi codici – è cosa che lascia assai perplessi. Solitamente quando si parla della nascita di un fenomeno sociale si indica il periodo storico e non una data precisa, indicare quest’ultima implicherebbe infatti «un atto fondativo formale e registrato». Già questo avrebbe dovuto mettere in guardia i commentatori e portarli a diffidare del carattere “storico” del racconto, da intendersi piuttosto in maniera simbolica. Lo stesso discorso vale per la “Bella Società Riformata” – dove “riformata” significherebbe “confederata” – la quale, in base ad alcune fonti, sarebbe nata ufficialmente nel 1820. Luogo di nascita di questa «setta» sarebbe stato la chiesa napoletana di Santa Caterina a Formiello, dove gli esponenti della camorra dei dodici quartieri di Napoli stabilirono nell’ambito di una solenne cerimonia lo statuto della nuova associazione, stabilendo anche che il «capintesta» dovesse essere nativo del quartiere di Porta Capuana, cosa questa fatta ad imitazione delle usanze aristocratiche che per secoli avevano riservato la dignità di Presidente degli Eletti del Popolo (carica soppressa nell’aprile del 1800) al cosiddetto «Sedil Capuano». La Bella Società Riformata sarebbe stata sciolta il 25 maggio 1915, all’indomani dello scoppio della prima guerra mondiale, per volontà del capo camorrista Gaetano Del Giudice. Fu così che durante tutto il periodo fascista non si sentì più parlare di camorra: si continuò a delinquere ma senza avere alle spalle un’organizzazione.</p>
<p>Secondo Maddalon e Trumper <strong>l’idea di una associazione criminale organizzata come una setta o una società vera e propria, munita pertanto di statuto e cariche, risulta assai poco verosimile. Anche in questo caso viene da pensare a un Racconto creato a posteriori</strong> e poi tramandato.</p>
<p>Nelle opere letterarie e nelle cronache si trova notizia anche di un’altra organizzazione criminale nota come <em>Germanìa</em>: secondo Caro Baroja sarebbe esistita sia una Germanìa carceraria, «che era non solo un gergo ma anche un sistema», sia una Germanìa esterna alle carceri i cui metodi sarebbero stati gli stessi di quelli utilizzati per fondare la Garduña. Si trova un riferimento alla Germanìa anche nel <em>Rinconete y Cortadillo </em>di Cervantes.</p>
<p>Per quanto concerne l’ambito italiano i due studiosi precisano che <strong>il mondo carcerario pur non costituendo l’unica origine delle organizzazioni criminali, fornisce comunque ad esse alcune regole e caratteristiche</strong>, nonché una certa organizzazione e una certa simbologia.</p>
<p><img decoding="async" class="alignleft size-medium wp-image-59289" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2016/01/Garduña-203x300.jpg" alt="Garduña" width="203" height="300" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2016/01/Garduña-203x300.jpg 203w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2016/01/Garduña-691x1024.jpg 691w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2016/01/Garduña.jpg 810w" sizes="(max-width: 203px) 100vw, 203px" /></p>
<p>Da un punto di vista più strettamente linguistico “<strong>Garduña</strong>” è termine che ricorre anche in un toponimo: Sierra de Garduña. Nel senso attinente all’organizzazione criminale, la parola viene citata e glossata originariamente proprio dagli autori che ne parlano nei loro testi. Garduña è termine connesso con la parola “garda” e in ultima istanza, attraverso vari passaggi, il suo significato è riconducibile a termini quali “ladra” e “meretrice”. Il termine non sembra essere presente al di fuori dei già citati <em>Misteri</em> e nelle riprese degli autori italiani. Tuttavia esiste un’opera letteraria non tradotta in italiano e pertanto poco nota, che si intitola <em>La Garduña de Sevilla y anzuelo de las bolsas</em> ed è stata scritta da Alonso De Castillo Solórzano nel 1642. L’espressione “anzuelo de las bolsas” sarebbe da tradurre come “gancio delle borse” e sarebbe l’attrezzo usato da una borsaiola, infatti, come si è ricordato poc’anzi, “garduña” significherebbe “ladra”. Tuttavia la novella – ascrivibile al genere, assai praticato in ambito narrativo, della fanciulla che con abilità e astuzia riesce a volgere al meglio la propria sfortuna – non avrebbe nulla a che fare con la camorra.</p>
<p>Un altro termine sul quale si soffermano Trumper e Maddalon è “<strong>barattolo</strong>”. A questo proposito i due studiosi precisano che mentre «il lessico dei dialetti siciliani è permeato di ispanismi […] nel caso della Calabria, al contrario, i casi sono decisamente pochi, dai nostri studi più recenti non più di una cinquantina». Per quanto riguarda l’ambito napoletano sono annoverate 85-90 basi ispaniche assolutamente certe. Dunque « mentre il siciliano è ancora permeato di ispanismi» napoletano e calabrese lo sono assai meno. Il termine “barattolo” indicherebbe la cassa comune della malavita e corrisponderebbe al termine ‘ndranghetista “baciletta”. «Il barattolo è organizzato dal “contarulo”» il quale aveva il compito di tenere il registro e segnare l’ammontare del barattolo. Secondo i due studiosi piuttosto che concentrarsi sul concetto di “frode” e di “maltolto” sarebbe preferibile concentrarsi sul “barattolo” inteso come “contenitore”. Il termine ha la sua prima attestazione in siciliano nel 1750, in napoletano nel 1840, ma è presente nel toscano già dalla fine del ‘500. In Calabria comparirebbe nel 1895, sebbene la primissima attestazione, secondo il <em>Glossario Latino Italiano</em> di Pietro Sella risalirebbe al 1449 e in generale sarebbe «riconducibile al Centro-Sud Italia». Nell’Ottocento gli studiosi siciliani ritenevano il termine come un arabismo giunto a noi attraverso lo spagnolo rigettando l’origine nord-italiana proposta da Battisti e Devoto.</p>
<p>Altro termine su cui si soffermano Maddalon e Trumper è “<strong>barratteria</strong>”. In molti passi della sua opera Monnier ipotizzava che la barratteria napoletana fosse di origine spagnola. Mortillaro e De Ritis mettono in relazione il termine con il racconto dell’Isola di Baratteria DI Sancho Pança in Cervantes, passo che anche Monnier cita e che è commentato da Nappi. Quella che viene ipotizzata è una deriva semantica che da “traffico commerciale” e ”cambio” conduce a “frode”. In Calabria il verbo “barattare” risulta attestato dal 1466 ma non il derivato sostantivo “barattaria”. In italiano il DEI attesta “baratteria” nel Trecento nell’uso dantesco di “frode da barattiere”, mentre la <em>Tabula Amalfitana</em> lo attesta nei secoli ‘300-‘400 nel significato di «frode a danno dei proprietari di nave o degli armatori, e nel Settecento la si ritrova nel senso di ‘rivendita’ o ‘rivenderia’ di cose scambiate con o senza frode a più basso prezzo». In Francia la voce “baraterie” risulta attestata già nel primo Trecento ma sembra che la primogenitura del termine spetti alla Provenza. L’accezione negativa di questa parole potrebbe, nel Meridione d’Italia e segnatamente in Calabria e Sicilia, dipendere da «un’influenza formale e semantica del bizantino». A proposito di questo termine Maddalon e Trumper giungono quindi alla seguente conclusione: «Più che un’origine spagnola, pensiamo, dunque, a un antico provenzalismo con sviluppi semantici particolari avvenuti nell’Italia meridionale».</p>
<p>L’ultimo termine su cui si sofferma l’indagine dei due studiosi è “<strong>frieno</strong>” da loro definito come «uno dei misteri ancora non completamente svelati nel lessico criminale». «La forma, ancor più del significato e dell’origine, resta problematica; il dittongo – ie – non corrisponde a nessun esito usuale o previsto. La voce non ricorre in Monnier ma è attestata almeno otto volte nell’opera di De Blasio, con il significato di ‘regola’ (singola) o ‘regolamento’; ‘statuto’ (insieme di regole) della società criminale organizzata, denominata poi Camorra». I dizionari siciliani e calabresi dell’Ottocento danno al termine “camorra” il significato di “cavezza”, “briglia” in riferimento agli equini oppure quello di “morso” e “freno del carro”, mentre i dizionari dialettali napoletani sia del Settecento che dell’Ottocento sembrano non avere questo lemma e registrano solo un generico “frino” per “freno”. Secondo Trumper e Maddalon la “camarra” attestata nell’estremo meridione d’Italia sarebbe da confrontare con il termine castigliano “gamarra” che significa “sottopancia di equino”, “cavezza”. Il “freno” inteso come singola regola o come regolamento e statuto sarebbe attestato solo in fonti circoscritte all’Ottocento e riguardanti Napoli e la camorra, «mentre nel Medio Evo vi sono fonti provenzali e catalane che danno estensioni semantiche di simile natura: ‘freno naturale’, ‘il regolamentarsi’ […] Supporre una qualunque origine tanto remota e varia è piuttosto inutile, per cui, il mistero permane».</p>
<p>Per quanto concerne la “<strong>Germanìa</strong>”, essa è probabilmente l’unica organizzazione spagnola, sia carceraria che esterna, ad aver avuto un’esistenza reale e non solo letteraria. Essa è da intendersi come «un fenomeno autenticamente spagnolo, che ha origine tra Quattro e Cinquecento». Dal punto di vista terminologico potrebbe trattarsi di un catalanismo con il significato di “confraternita” risalente al tardo Quattrocento e indicante gruppi rivoluzionari di Nobili Catalani di Valenzia, tuttavia, concludono i due autori del saggio «Questo nome non ha mai avuto diffusione fuori della penisola iberica e dei paesi di lingua spagnola».</p>
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		<title>Le botte in piazza</title>
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		<dc:creator><![CDATA[gianni biondillo]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 26 Sep 2015 05:00:18 +0000</pubDate>
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		<category><![CDATA[camorra]]></category>
		<category><![CDATA[Giulio Cavalli]]></category>
		<category><![CDATA[mafia]]></category>
		<category><![CDATA[Mondragone]]></category>
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					<description><![CDATA[di Giulio Cavalli (Giulio Cavalli, dopo anni di teatro, inchieste e impegno civile che lo obbligano ancora oggi a vivere sotto scorta, pubblica, scritto con la stessa rabbia e lucidità, il suo primo romanzo: Mio padre in una scatola da scarpe. Il libro è da qualche giorno in libreria e l&#8217;autore ci regala qui un estratto dal secondo [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/09/CAVALLI.jpg"><img decoding="async" class="alignleft size-full wp-image-56628" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/09/CAVALLI.jpg" alt="CAVALLI" width="295" height="437" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/09/CAVALLI.jpg 295w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/09/CAVALLI-203x300.jpg 203w" sizes="(max-width: 295px) 100vw, 295px" /></a>di <strong>Giulio Cavalli</strong></p>
<p>(Giulio Cavalli, dopo anni di teatro, inchieste e impegno civile che lo obbligano ancora oggi a vivere sotto scorta, pubblica, scritto con la stessa rabbia e lucidità, il suo primo romanzo: <em>Mio padre in una scatola da scarpe</em>. Il libro è da qualche giorno in libreria e l&#8217;autore ci regala qui un estratto dal secondo capitolo. Noi per questo lo ringraziamo. <em>G.B.</em>)</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><span style="font-size: medium;">La mattina presto. Per Michele può esserci il caldo più unto, il freddo più buio o la pioggia più fitta, ma il mattino va rispettato: l’alba è l’inizio. Cose semplici. Sono due anni che la scuola è finita e tutto il giorno ha già la forma del callo sulle mani, che ti sfregano ruvide la faccia quando ti lavi.</span></p>
<p><span style="font-size: medium;">Lavorare rende liberi.</span></p>
<p><span style="font-size: medium;">Michele era stato studente diligente e poco curioso, ma questa cosa del lavoro e della libertà non gli era mai andata giù. I vecchi dicono: “Tocca per farsi una famiglia ed essere una persona per bene”, ma la libertà proprio non c’entra. Ci sono città del mondo in cui il lavoro è un canale che bisogna navigare per stare a galla e sopravvivere, mentre qui a Mondragone si lavora per non dovere niente a nessuno e perché nessuno ti debba niente, per questo Michele ama la fatica: la fatica infatti ha una faccia sola, è meccanica senza viti, acido lattico senza sentimento. La fatica non ha bisogno di merletti. Sono le sei e Michele si alza come si alza il mattino: sale in fretta per scaldarsi.</span></p>
<p><span style="font-size: medium;">«Si fatica principalmente per non sentire tutto il resto» dice sempre quello scemo di Massimiliano.</span></p>
<p><span style="font-size: medium;">Caffè amaro. Le scarpe che si scollano. Una camicia spessa come pelo di topo, a quadrettoni, con i gomiti quasi trasparenti. Guardandosi allo specchio si osserva. Non è un bel vedere, no, ma tutta questa stoffa è l’armatura per la fatica al magazzino. La porticina del cortile di casa cigola come il portone di un castello abbandonato. Fuori, Mondragone è odore di caglio e case che si sbriciolano.</span></p>
<p><span style="font-size: medium;">«Buongiorno e ben alzato, Michè!» La signora di fronte sta già bollendo la salsa. È cieca e sorda come la salsa ma saluta da orologio svizzero tutte le mattine alla stessa ora.</span></p>
<p><span style="font-size: medium;">Lui risponde, anzi ci prova. Meglio, alza la mano e scatta con la testa, gli viene male: cade come da un lato, inciampa, sorride, rialza la mano, ride, no forse non se ne è nemmeno accorta e allora stinge il sorriso e niente, come se non fosse successo niente. «’Ngiorno.» Che fatica.</span></p>
<p><span style="font-size: medium;">Mentre la strada scende vuota verso lo stop Michele prova a ripensare alla serata appena passata e a quelle voci che lo rivolevano in piedi: non è facile portare addosso le botte a mezza faccia facendo finta di essere elegante, tu che elegante poi non lo sei stato nemmeno al battesimo o alla comunione.</span></p>
<p><span style="font-size: medium;">Erano in tre e Michele li aveva notati già da giorni per quelle smorfie da guappi che qui vengono ammaestrati in serie, seduti arrampicati sul muretto in piazza. Ieri sera erano nella solita posa, di quelli che vorrebbero essere falchi ma sono solo una nidiata di avvoltoi. Ieri aveva anche deciso di bersi una bottiglia in compagnia e festeggiare l’assunzione che era diventata ufficiale per tutti, al magazzino. Adulti a tempo indeterminato con il libretto di lavoro in tasca. Ci avevano promesso anche un po’ di malattia e ferie, non proprio tutte quelle che c’erano scritte nel contratto – che per sicurezza avevano fatto leggere a Giulio, che si era trasferito su a Milano e aveva imparato l’italiano meglio di come si impara un po’ sgarruppato nella scuola di Mondragone, e anche Giulio aveva esultato per un contratto che in fondo anche a parole era simile a quello che c’era scritto. Per questo avevano deciso di prendersi il vino, mica quello più buono, ma la qualità subito sotto, ben distante dal vino schifoso e lunghissimo che si bevevano di solito a pranzo. La locanda li conosceva per nome e cognome e si era fidata anche a dargli quattro bicchieri di vetro da portare fino in mezzo alla piazza con la bottiglia impolverata, perché c’è da fidarsi di Michele e quegli altri colleghi suoi, che non creano mai problemi.</span></p>
<p><span style="font-size: medium;">Stavano appena stappando il tappo a vite come quello della spuma e ridevano pensando che poi magari un giorno qualcuno sarebbe diventato capoturno, poi magari un giorno, ridevano, avrebbe comprato un vino con il tappo quello vero.</span></p>
<p><span style="font-size: medium;">Era stato un attimo e gli altri tre guappi erano già in mezzo. Dammi. No. Forza, dài qua. Ma che vuoi. Festeggiamo anche noi. Facciamo da soli grazie. Lo decidiamo noi chi festeggia qui in piazza. Non ci penso nemmeno…</span></p>
<p><span style="font-size: medium;">Ed è stata subito una paranza di botte che facevano più rumore dei bicchieri che rotolavano sui sassi. Tonfi secchi sulle parti molli e il fruscio dei rami secchi quando si pestano con le scarpe, solo che questi erano in faccia, sulla mandibola e sotto gli occhi. Roba forte. Gli scappa anche da ridere, gli scapperebbe se non fosse per quell’angolo della bocca che brucia. Bicchieri come bombe a mano e pugni dappertutto: una sagra. Michele aveva cominciato a picchiare con tutta la voglia che aveva accumulato negli anni, come si immaginava si potesse picchiare solo prima di morire. E non menava solo quei tre cuccioli d’avvoltoio, no, picchiava i ricchi sempre gonfi alla domenica mattina; picchiava quelli che gridavano scemo a Massimiliano che piangeva come i magri anche se è grasso come un tacchino, e picchiava anche per lo scemo di troppo che gli dava quando anche lui esagerava con lo scherzo; picchiava per i vecchi così vecchi che fuori dalla chiesa sembra che ci manchi solo che se li porti via il vento o li sciolga questo sole unto. Picchiava l’odore dell’incenso che cuoceva la bara di sua madre; picchiava suo padre e il vino che gli aveva trasformato il cervello in una crosta incapace d’intendere cosa fosse quel fumo e cosa fosse quella bara; picchiava Giulio che tornava sempre così felice e tuttoaposto </span><span style="font-size: medium;">che sembrava avere anche perso l’odore di quelli che erano nati lì e aveva il colore delle persone sempreaposto che vivono a Milano; picchiava nonna che non era mai scivolata nemmeno per sbaglio in un abbraccio o un “ti voglio bene” e intanto picchiava anche quel “ti voglio bene” di nonno che è un cappio ogni domenica a fare la zuppa loro due come due vedovi. Picchiava gli indecisi come lui che vivono la vita come si mangiano le unghie; picchiava i prepotenti che tutti li condannano ma alla fine vincono sempre; picchiava la sua scuola così lercia che non gli aveva insegnato il vocabolario per le volte che avrebbe voluto dare un nome alle cose; picchiava la tranquillità che sono vent’anni che la insegue e che dio non chiedo mica tanto e che gli sembra irraggiungibile, nemmeno avesse voluto fare il pilota cacciabombardiere. Picchiava quel prete che ora se n’è andato dalla parrocchia e che si portava le donne nel retro dopo l’ultima messa; picchiava il nonno dei Torre che si faceva restituire i prestiti tra le cosce delle mogli degli altri – e si picchiava anche, per tutte le volte che non aveva avuto abbastanza coraggio; poi picchiava gli infami, i soloni, i tristi a comando, gli urlatori, i maleducati perché prepotenti, i prepotenti maleducati e gli educati a essere bravi prepotenti; picchiava quella sera che sua madre aveva detto di non dirlo a papà e quel mattino che papà gli aveva detto torno e non era tornato.</span></p>
<p><span style="font-size: medium;">Solo dopo aveva picchiato Tore, Pino e Ciro. Solo dopo. Soprattutto Tore: l’avevano portato via all’ospedale di Caserta che piangeva e urlava ormai come un pulcino.</span></p>
<p><span style="font-size: medium;">«Ritardo! Sei e quarantacinque, cos’hai? Pisciato nel letto?»</span></p>
<p><span style="font-size: medium;">È già arrivato al magazzino, ha superato la discesa e il capannone è in fondo alla prima strada a destra. Il capoturno è già acceso sulla modalità scassaminchia.</span></p>
<p><span style="font-size: medium;">«Non sono stato bene.» Sembra di essere ancora a scuola. Giustificarsi.</span></p>
<p><span style="font-size: medium;">«Lo so.»</span></p>
<p><span style="font-size: medium;">Mentre il capoturno parla sbucano alle sue spalle Ciccio e Berto. Hanno gli occhi bassi e tremano. Berto ha un ematoma sulla faccia, sembra un’ombra controsole. Volano le notizie, qui al magazzino, e con queste facce lavate male dal sangue raffermo di ieri sera non è facile fingere.</span></p>
<p><span style="font-size: medium;">Ciccio balbetta un avvertimento verso Michele, ma l’aria è così spessa che sbatte prima di arrivare.</span></p>
<p><span style="font-size: medium;">«Capo, alla fine siamo tutti qui.» Dio, che difesa debole, vedi che serve studiare.</span></p>
<p><span style="font-size: medium;">«Noi non ne vogliamo teste matte, noi vogliamo gente che sistema la merce!»</span></p>
<p><span style="font-size: medium;">Forse Berto ora sta cercando di dire che siamo pronti, che mancano i guanti e si entra subito di corsa nel capannone in mezzo alla sabbia ma viene zittito: è bastato un occhio di sguincio. Il capoturno ha la barbetta incolta che vibra come quella di una capra. «Andate a casa.»</span></p>
<p><span style="font-size: medium;">Finalmente Ciccio emette suoni e abbozza una difesa: stiamo bene, non c’è problema, sono solo tre pugni, li abbiamo presi e li abbiamo dati tutti da ragazzi, domani si saranno già dimenticati. È sempre il più diplomatico, Ciccio, giù al capannone.</span></p>
<p><span style="font-size: medium;">«Andate a casa. Lavatevi. Noi non abbiamo bisogno di ragazzi!»</span></p>
<p><span style="font-size: medium;">Il portone si chiude con un glong. Ogni portone suonerebbe la fine esattamente così.</span></p>
<p><span style="font-size: medium;">Licenziato poche ore dopo essere diventato indeterminato, Michele non l’avrebbe nemmeno mai potuto immaginare, con quella fantasia piatta che si fermava alla discesa fuori casa.</span></p>
<p><span style="font-size: medium;">«Dite che siamo licenziati?»</span></p>
<p><span style="font-size: medium;">«Avevo sentito alla radio, mi pare, alla radio hanno detto che ci vuole il preavviso. Che ti avvisano prima.»</span></p>
<p><span style="font-size: medium;">«Mica abbiamo rubato. Mica abbiamo ammazzato.»</span></p>
<p><span style="font-size: medium;">«Altrimenti che posto fisso è, fisso di che cosa…?»</span></p>
<p><span style="font-size: medium;">«Ci ha avvisato? Sì. Ci ha detto di andare a casa? E noi andiamo a casa. O c’è qualcuno che stamattina vuole fare l’eroe? Con la faccia mezza spaccata, pure.»</span></p>
<p><span style="font-size: medium;">Nessuno risponde. Prega, Michele. Prega che davvero sia tutto un falso questa storia dell’ultima occasione, perché non è mica normale avere l’ultima occasione che non hai nemmeno diciotto anni e che si è tuffata dentro una bottiglia di vino rosso di mezza qualità. Non aveva pregato mai, nemmeno ai funerali aveva pregato, e questa tanto non è nemmeno una preghiera ma sperare di convincersi a sperare di avere frainteso. Berto ha il sole che batte sull’ematoma e sembra che si faccia ombra da solo.</span></p>
<p><span style="font-size: medium;">Ciccio continua a chiedere se davvero sono licenziati ma intanto, senza pensarci, ha cominciato a contare gli spicci nei pantaloni consumati sulle ginocchia.</span></p>
<p><span style="font-size: medium;">Non si dicono nemmeno un “ciao” e si dividono innaturali, come se non fossero i tre che si sono difesi dalle stesse botte la sera prima.</span></p>
<p><span style="font-size: medium;">La carriera più veloce della storia, pensa Michele. E gli verrebbe da ridere, se non fosse per il solito angolo della bocca. Davanti al portone coglie la differenza tra galleggiare e camminare. Ma dura un attimo: la signora salsa sta già chiedendo come mai è tornato a casa così presto.</span></p>
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		<title>Per Rosaria e Roberto</title>
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		<dc:creator><![CDATA[redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 11 Nov 2014 17:00:17 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[a gamba tesa]]></category>
		<category><![CDATA[camorra]]></category>
		<category><![CDATA[Casalesi]]></category>
		<category><![CDATA[giustizia]]></category>
		<category><![CDATA[libertà di informazione]]></category>
		<category><![CDATA[processo Spartacus]]></category>
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					<description><![CDATA[Minacciosità mafiosa (quasi) accidentale di un avvocato Un tempo ormai lontano ci fu una celebre sentenza che certificò un “malore attivo” quale causa del volo accidentale fuori dalla finestra di un ferroviere anarchico mentre lo stavano interrogando alla questura di Milano. Pochi giorni orsono un’altra sentenza controversa non decretava – per fortuna &#8211; che il [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><strong>Minacciosità mafiosa (quasi) accidentale di un avvocato</strong></p>
<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/11/La-legge.jpg"><img loading="lazy" decoding="async" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/11/La-legge.jpg" alt="La legge" width="457" height="260" class="alignnone size-full wp-image-49705" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/11/La-legge.jpg 457w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/11/La-legge-300x170.jpg 300w" sizes="auto, (max-width: 457px) 100vw, 457px" /></a></p>
<p>Un tempo ormai lontano ci fu una celebre sentenza che certificò un “malore attivo” quale causa del volo accidentale fuori dalla finestra di un <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Giuseppe_Pinelli">ferroviere anarchico </a>mentre lo stavano interrogando alla questura di Milano.<br />
Pochi giorni orsono un’altra sentenza controversa non decretava – per fortuna &#8211; che il malcapitato <a href="https://www.nazioneindiana.com/2014/11/01/tutti-assolti-allora-stefano-e-vivo/">Stefano Cucchi</a> era deceduto per autolesionismo e proprio rifiuto a alimentarsi, bensì mandava tutti assolti perché non ci sarebbero state prove sufficienti per stabilire le responsabilità personali dei tanti coimputati nella sua morte.<br />
La sentenza di ieri per certi versi forse somiglia più a quella sul caso Pinelli. Contiene aspetti così stridenti non solo con il temibile buonsenso ma anche con la logica più elementare da farla apparire molto meno tragica di quella ma imparentata da un sentore di assurdo.<span id="more-49704"></span><br />
Il tribunale di Napoli ha condannato “per minacce aggravate dalla finalità mafiosa” il difensore dei Casalesi Michele Santonastaso e al tempo stesso ha prosciolto “per non aver commesso il fatto”  i boss Antonio Iovine e Francesco Bidognetti (il primo diventato collaboratore di giustizia).<br />
Il verdetto, a prima vista, cozza contro l’uso comune dell’italiano e di tante altre lingue dove l’incarico a un avvocato si dice “mandato” e colui che glielo conferisce cade sotto la definizione di “mandante”: «Nel linguaggio giur., relativamente al contratto di mandato, il soggetto che dà all’altro (<em>mandatario</em>) l’incarico di compiere uno o più atti giuridici nel suo interesse.» (Treccani)<br />
Insomma, la sentenza sembra affermare che nel 2008 durante l’appello dello Spartacus, quando fu letto il documento contenente <em>minacce aggravate dalla finalità mafiosa</em> contro Rosaria Capacchione e Roberto Saviano (i magistrati Federico Cafiero de Raho e Raffaele Cantone figurano come parti lese in un processo a Roma), l’avvocato Santonastaso abbia pensato tutto da solo: prima di includere quella lettera intimidatoria nell’istanza di remissione, poi farla firmare ai suoi mandanti e infine darne pubblica lettura in un’aula del tribunale di Napoli. L’aggravante della finalità mafiosa, confermata dalla sua condanna, scaturirebbe dunque dalla semplice circostanza che (vedi Treccani) il difensore abbia agito nell’interesse di soggetti che erano senz’altro all’apice di un’organizzazione criminale. Forse l’accaduto andrebbe quindi interpretato come un eccesso di zelo professionale nei confronti dei mandanti che abbia trascinato il legale in <em>finalità mafiose</em>. Perché secondo la sentenza di ieri è invece stabilito che i due boss Bidognetti e Iovine <em>non hanno commesso il fatto</em>. Non hanno preparato il testo dell’istanza di remissione (ossia la richiesta di spostare il processo a Roma), anche se includeva una <em>lettera</em> firmata da entrambi, e non l’hanno indubitabilmente letta in aula. Potrebbero, secondo il giudice, averla firmata come un qualsiasi documento burocratico, molto distratti, senza accorgersi che contenesse delle minacce o senza rendersi conto che, visto che risultavano pronunciate a nome di due capi camorra, potessero venire giudicate <em>aggravate da finalità mafiose</em>. Questo s’induce dal fatto che le loro firme autentiche siano state ritenute prova a tal punto insufficiente da non mandarli assolti per insufficienza di prove bensì con formula piena. Ieri due cittadini condannati all’ergastolo come mandanti di moltissimi omicidi e una strage sono stati dunque scagionati come mandanti di un loro rappresentante di fronte alla legge dello Stato. Ma forse supporre o pretendere che chi si assume la responsabilità di decidere chi bisogna ammazzare stia anche a controllare ogni mossa che s’inventa il suo avvocato, sembra davvero troppo.</p>
<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/11/Rosaria-Roberto.jpg"><img loading="lazy" decoding="async" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/11/Rosaria-Roberto.jpg" alt="Rosaria Roberto" width="620" height="334" class="aligncenter size-full wp-image-49706" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/11/Rosaria-Roberto.jpg 620w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/11/Rosaria-Roberto-300x161.jpg 300w" sizes="auto, (max-width: 620px) 100vw, 620px" /></a></p>
<p>Nazione Indiana è il luogo dove <a href="https://www.nazioneindiana.com/?s=roberto+saviano">Roberto Saviano</a> ha mosso i suoi primi passi e anche il luogo dove <a href="https://www.nazioneindiana.com/?s=Rosaria+capacchione">Rosaria Capacchione</a> ha transitato con un’ospitalità assidua e familiare, spesso mediata dal suo amico e compaesano Francesco Forlani. Questo commento è quindi anche il nostro modo per dire che siamo vicini a Rosaria e Roberto che, tutti e due, avrebbero volentieri fatto a meno delle <em>minacce aggravate da finalità mafiosa</em> e degli anni di vita sotto scorta che gli sono valsi: purtroppo ragionevolmente, come in ogni caso stabilisce la sentenza emessa ieri a Napoli.</p>
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		<title>Nel nome dello Zio</title>
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		<dc:creator><![CDATA[gianni biondillo]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 03 Sep 2012 13:09:57 +0000</pubDate>
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		<category><![CDATA[camorra]]></category>
		<category><![CDATA[gianni biondillo]]></category>
		<category><![CDATA[grande fratello]]></category>
		<category><![CDATA[letteratura italiana contemporanea]]></category>
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		<category><![CDATA[romanzo]]></category>
		<category><![CDATA[romanzo napoletano]]></category>
		<category><![CDATA[Stefano Piedimonte]]></category>
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					<description><![CDATA[(Giovedì prossimo è in uscita per Guanda Nel nome dello Zio, il nuovo romanzo di Stefano Piedimonte, il quale gentilmente ci regala l&#8217;anteprima, qui di seguito, del quinto capitolo. G.B.) di Stefano Piedimonte Lo Zio era seduto al « tavolino reale » del bar Magna Grecia, una struttura imponente costruita sul litorale di Varcaturo imitando [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><img loading="lazy" decoding="async" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2012/09/Nel-nome-dello-Zio.jpg" alt="" title="Nel-nome-dello-Zio" width="271" height="420" class="alignleft size-full wp-image-43391" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2012/09/Nel-nome-dello-Zio.jpg 271w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2012/09/Nel-nome-dello-Zio-193x300.jpg 193w" sizes="auto, (max-width: 271px) 100vw, 271px" /> (<em>Giovedì prossimo è in uscita per Guanda</em> Nel nome dello Zio,<em> il nuovo romanzo di Stefano Piedimonte, il quale gentilmente ci regala l&#8217;anteprima, qui di seguito, del quinto capitolo. </em>G.B.)</p>
<p>di <strong>Stefano Piedimonte</strong></p>
<p>Lo Zio era seduto al « tavolino reale » del bar Magna Grecia, una struttura imponente costruita sul litorale di Varcaturo imitando le linee (e la grandezza) del Partenone, sorta da un giorno all’altro in un’area destinata a uso agricolo in spregio a tutte le leggi. Non solo a quelle urbanistiche, che sarebbe stato il danno minore, ma soprattutto a quelle del buon gusto e della decenza.<br />
Il Magna Grecia era un’idea venuta al commercialista del clan Mallardo per riciclare una parte del denaro proveniente dalle estorsioni e dal traffico di droga. Alla fine i risultati avevano superato le aspettative: la gente amava mangiare una sfogliatella passeggiando fra una colonna e l’altra del Partenone.<br />
Per lo Zio, era semplicemente una « base », un punto di ritrovo coi colleghi delle famiglie radicate fra Napoli e il Casertano. Il tavolino reale si trovava su un piano leggermente rialzato dell’immenso salone, spostato verso l’interno e circondato da una recinzione di acquari alti una trentina di centimetri. La coerenza stilistica, in un posto del genere, era un’idea da abbandonare ancor prima di varcare la soglia.<br />
Accanto allo Zio, seduto con le spalle verso il fondo del locale, c’erano alla sua sinistra Gigino Tagliaferri, detto ’o Cavallaro, esperto di corse clandestine e finissimo talent scout di quadrupedi da dopare. Alla sua destra, Salvatore Scudiero, detto Totore Telecòm, fine conoscitore dei sistemi per frodare la pay tv e organizzatore di proiezioni clandestine dei match calcistici.<br />
Anche su quello c’era da lucrare parecchio: una partita del Napoli proiettata in un sottoscala, con duecento spettatori stipati come sardine a quattro euro l’uno, significava ottocento euro esentasse guadagnati praticamente senza muovere un dito. In periodo di campionato, lo scherzetto tornava buono per distribuire qualche soldino alle famiglie degli affiliati detenuti. Salvatore aveva appena finito di illustrare allo Zio i suoi sfavillanti progetti per la ripresa del campionato – una sala proiezioni da allestire nella vecchia scuola materna abbandonata, di proprietà del Comune, in grado di ospitare almeno trecento persone – quando il Cavallaro batté due volte il cucchiaino sulla tazza del caffè richiamando col tintinnio l’attenzione dei colleghi.<br />
« Eccoli, ci sono tutti e tre. »<br />
«Addirittura&#8230; » esclamò lo Zio piegando leggermente la testa e sgranando gli occhi in una posa caricaturale. «Ma allora siamo importanti » considerò , offrendo un sorriso compiaciuto e sarcastico prima a Gigino e poi a Salvatore.<br />
Dalle colonne del Partenone sbucarono tre individui simili in tutto e per tutto alla combriccola dello Zio: in due indossavano giubbino di jeans, scarpe da ginnastica e occhiali da sole con lenti a goccia. Quello al centro, invece, portava pantaloni neri classici, mocassini in tinta e una camicia che offendeva quasi tutte le tonalità del rosa, del giallo e dell’arancione. Sbottonata in cima, mostrava un petto villoso e una catena d’oro con Gesù suppliziato ben due volte: la prima per via della crocifissione, la seconda perché sommerso dalla peluria incolta di Antonio Maltradotto, assessore alla viabilità nella giunta comunale.<br />
L’assessore, la camicia preferiva portarla fuori dai pantaloni, per occultare – nelle intenzioni, almeno – il pancione che debordava dalla cintola.<br />
I tre avevano percorso circa metà della distanza che li separava dal tavolino reale quando, a passo spedito, si avvicinò un cameriere in divisa rossa marcata Magna Grecia sul petto e sul cappello. Il giovane fece un brusco dietrofront appena riconosciuti i personaggi, quasi come a scusarsi per l’intenzione di consigliare loro un tavolino diverso da quello dove erano naturalmente diretti.<br />
Tornato dietro il bancone si beccò uno scappellotto dal cassiere. Probabilmente, se non avesse fatto cenno di avvicinarsi agli ospiti di riguardo se lo sarebbe beccato lo stesso. Un collega anziano, che aveva notato la scena, prese con la pinza un micro-babà dalla vetrina e glielo porse in segno di solidarietà . Il cassiere non disse nulla: sfilò da sotto il registratore di cassa un foglietto bianco con alcuni numeri annotati, e con la bic nera scrisse « –1,20 euro » accanto al nome « Tony ».<br />
« Buongiorno, assessore » disse poi con voce sufficiente a raggiungere il centro della sala. Il politico rispose con un semplice cenno del capo e proseguì la camminata verso il tavolino degli «uomini di rispetto». A lui piaceva essere salutato cosı`, platealmente, soprattutto quando ad attenderlo c’erano pezzi da novanta della criminalità partenopea.<br />
Il tavolino reale aveva sedie reali. Soffici, di legno dorato e foderate in rosso. L’imbottitura di un’unica sedia sarebbe bastata per un intero divano compreso di penisola. I Mallardo non badavano a spese, specie quando i soldi erano quelli estorti a commercianti e imprenditori edili.<br />
Quando Maltradotto e i suoi sodali si sedettero di fronte alla compagine dello Zio, le sedie emisero tre sbuffi d’aria sfasati fra loro di qualche nanosecondo. « Ogni volta sembra che hai fatto una loffa» disse lo Zio, ed era il modo più elegante che fosse riuscito a trovare per rompere il ghiaccio.<br />
« Non ti preoccupare, Zio, quando io faccio una loffa te ne accorgi » disse l’assessore esuberante sfilandosi i Ray-Ban e sporgendosi col busto sul tavolo. Il boss non rispose per evitare che si innescasse una gara poco dignitosa per entrambi. Alzò invece una mano per richiamare l’attenzione del cameriere. Stavolta si mosse quello anziano.<br />
Maltradotto fece cenno a uno dei suoi di passargli qualcosa. Il tizio sfilò dalla tasca del giubbino un taccuino e una penna e glieli porse. Prima di prenderli, l’assessore sollevò dal petto il ciondolo a forma di crocifisso e se lo portò alle labbra. Solo a quel punto raccolse carta e penna e fissò lo sguardo sullo Zio.<br />
Il boss, che ben conosceva il personaggio, non rimase affatto sorpreso. Prima di ogni incontro con gli uomini di rispetto, l’assessore chiedeva al Signore di vegliare sui suoi traffici e far sì che tutto andasse bene.<br />
Maltradotto sfogliò rapidamente la gran parte del blocchetto, quindi segnò sulla prima pagina bianca la data e il luogo dell’incontro. Appena sotto scrisse « Zio », poi poggiò la penna sul blocco accentuando il gesto e sollevando lo sguardo sul boss dei Quartieri Spagnoli.<br />
La trattativa poteva cominciare.<br />
Alle 12.45 di un giorno feriale, il cameriere venne liquidato con un ordine di tre Jack Daniel’s. Prese la parola lo Zio. « Allora, assessore, come ti ha anticipato il mio collaboratore abbiamo un piccolo problema. Ma è proprio piccolo, quindi ci metteremo d’accordo sicuramente» Maltradotto fece oscillare il testone avanti e indietro, favorevole a prescindere. « Il problema è che tu hai messo un senso unico proprio davanti alla casa del Traditore, solo che l’hai messo nel verso sbagliato. » Il Traditore era un capo-piazza locale che aveva scalato posizioni all’interno del clan dopo aver tradito i suoi precedenti colleghi e aver consegnato nelle mani dei Mallardo tutti i segreti della famiglia rivale.<br />
Per qualche miracolo spiegabile solo con un’attenta analisi dei sottilissimi equilibri camorristici, era ancora vivo.<br />
« Cioè » proseguì lo Zio, « hai sbagliato a segnare il verso del senso unico sulle carte del Comune, e ora il Traditore per arrivare sotto casa deve fare il giro dell’isolato.<br />
Ha provato pure a farsi il controsenso, ma gli arrivano sempre le altre macchine di fronte&#8230; e mica può litigare ogni giorno con dieci automobilisti. Il Traditore è una persona tranquilla. »<br />
Mentre lo Zio parlava, Maltradotto aveva cominciato a muoversi sulla sedia e a rigirarsi fra le mani le stanghette degli occhiali. Sotto il tavolo, la gamba destra faceva su e giù . Ora il boss aspettava una sua risposta. « Zio, così mi metti in difficoltà » esordì. Lo Zio inclinò la testa e aggrottò le sopracciglia, incredulo. « No, Zio, veramente » continuò l’assessore, « così mi metti in grosse difficoltà . Quel piano traffico l’ho disegnato insieme ai colleghi della giunta comunale. Ora che gli dico? Che il Traditore vuole farsi un’ordinanza personalizzata? Come faccio&#8230; »<br />
« Eh, come fai&#8230; Ma che ci vuole! » esclamò lo Zio sbattendo il pugno sul tavolo. « Tu vai là e gli dici come ti ho detto io: ridatemi un attimo il foglio col disegnino, ché ho sbagliato a segnare un senso unico.»<br />
« E secondo te è così facile » sospirò l’assessore, che ora giocherellava anche col crocifisso d’oro appeso al petto. Nella sala del Magna Grecia, affollata perlopiù da perdigiorno, studenti filonari e delinquentelli da due soldi, la tensione cominciava a percepirsi. Nessuno aveva l’ardire di mettersi a osservare il tavolino reale, ma molti erano i clienti che gettavano l’occhio fra una chiacchiera e l’altra.<br />
Lo Zio tacque per un minuto buono. Poi stringendo gli occhi fece: «Mi sembri Gaucho».<br />
« Chi? » chiese l’assessore, e i suoi sgherri si guardarono fra loro. « Gaucho » ripeté lo Zio come fosse la cosa più naturale del mondo, « Gaucho del gieffe. » Maltradotto guardò a destra e a sinistra: accettava suggerimenti.<br />
I suoi, però , non furono in grado di dargliene. Lo Zio gli schioccò le dita davanti al naso: « Oh! Il gieffe, il Grande Fratello. Gaucho del Grande Fratello. Mi sembri lui: Gaucho del Grande Fratello».<br />
Solo a quel punto i sodali del boss si scambiarono uno sguardo di estasiata complicità : loro sapevano, erano addestrati, e il fatto che i due sgherri « avversari » brancolassero nel buio li riempiva di autentico orgoglio.<br />
« Quando Gaucho entrò nella Casa » prese a spiegare il boss solennemente, « Tania lo prese subito di mira. In senso buono, eh. Era sempre gentile, premurosa, carina. Dovunque Gaucho andasse, se la trovava di fronte. Qualunque cosa Gaucho facesse, Tania si prendeva cura di lui. Anche di nascosto, senza farglielo capire. Addirittura lo spiava. Lui non lo sapeva, ma io sì, perché sulla pay tivù potevo guardare da tutte le telecamere. »<br />
Maltradotto prese un tovagliolino dal dispenser e lo usò per tamponare le gocce di sudore che cominciavano a rigargli le tempie. Prima quella destra, poi quella sinistra, con calma, cercando di non tradire un nervosismo peraltro già evidentissimo.<br />
«Un giorno Tania, dopo aver lavorato un mese pazientemente dietro le quinte, amando Gaucho con tutta se stessa, gli chiese un piccolo gesto d’attenzione. Andò da lui e gli disse: ’Gaucho, io non voglio niente da te, niente di serio. Vorrei solo che tu mi dicessi che almeno una volta, durante la giornata, pensi a me’. Sai cosa rispose Gaucho? » Maltradotto scosse la testa, ipnotizzato.<br />
« Rispose: ’Non posso, mi dispiace’. E sai perché rispose così?» Maltradotto scosse di nuovo la testa. « Perche ´ altrimenti avrebbe dovuto spiegarlo alla sua fidanzata che lo guardava in tivù , avrebbe dovuto spiegarlo alla sua famiglia, alla famiglia di lei, e a chissà quante altre persone. Ma Gaucho non aveva capito una cosa: tutte quelle persone, tutti quelli che lo guardavano in tivù , per lui non avevano mai fatto un cazzo. Tania, invece, per lui aveva fatto molte cose. Ora, assessore, ti do un aiutino: stiamo parlando dell’edizione 2009 del gieffe. Sai che fine fece Gaucho? »<br />
L’assessore alla viabilità scosse la testa per la terza volta.<br />
« Venne eliminato. »</p>
<p>*<br />
<strong>Stefano Piedimonte</strong> <em>è nato nel 1980 a Napoli e si è laureato all’università «L’Orientale». Dal 2006 lavora per il «Corriere del Mezzogiorno», prima come cronista di nera e poi come redattore web della testata</em>. </p>
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		<title>Notizie da un tribunale</title>
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		<dc:creator><![CDATA[redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 26 Jul 2010 15:51:49 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[(ANSA) &#8211; NAPOLI, 21 LUG &#8211; Il Tribunale di Napoli ha dato ragione a Roberto Saviano respingendo l&#8217;accusa di plagio da parte di alcuni quotidiani campani. &#8216;A volte la verità&#8217; e&#8217; più&#8217; forte del fango&#8217;, il commento dello scrittore. Secondo gli editori dei quotidiani Cronache di Napoli e Corriere di Caserta, Saviano avrebbe usato per [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><em>(ANSA) &#8211; NAPOLI, 21 LUG &#8211; Il Tribunale di Napoli ha dato ragione a Roberto Saviano respingendo l&#8217;accusa di plagio da parte di alcuni quotidiani campani.<br />
&#8216;A volte la verità&#8217; e&#8217; più&#8217; forte del fango&#8217;, il commento dello scrittore. Secondo gli editori dei quotidiani Cronache di Napoli e Corriere di Caserta, Saviano avrebbe usato per &#8216;Gomorra&#8217; parti di loro articoli. Il Tribunale ha invece condannato gli stessi editori per aver copiato articoli che lo scrittore aveva pubblicato su altri quotidiani.</em></p>
<p>Ricostruiamo l’antefatto. Nell&#8217;autunno del 2006, il cronista napoletano Simone di Meo si rivolge a Mondadori per lamentare che <em>Gomorra</em> riporta il testo dell&#8217;accordo di pace di Scampia pubblicato da “Cronache di Napoli” senza citare per nome il quotidiano, né la sua firma dell’articolo. Per quanto il brano serva a denunciare come il giornale agisca da portavoce dei clan e quindi la citazione sembra più nuocere che giovare a chi l’ha scritto, la richiesta viene accolta da Saviano “in assenza di alcun obbligo al riguardo” &#8211;  come stabilisce testualmente la sentenza &#8211;  a partire dalla nona edizione di ottobre 2006.<span id="more-36260"></span></p>
<p>Passano due anni e mezzo. A marzo 2009, di Meo, nel frattempo diventato ufficio stampa del senatore Sergio de Gregorio (indagato per concorso esterno in associazione mafiosa, corruzione e riciclaggio), si accorge che Saviano lo avrebbe plagiato e gli muove causa.</p>
<p>“Il Giornale” lancia la notizia in prima pagina, con al suo interno un’intervista a di Meo, il quale dichiara che “svariati passaggi del libro «sembravano essere il risultato di un evidente rimaneggiamento di articoli di cronaca nera di altrui paternità che senza difficoltà Saviano amava attribuirsi»“. Nessun altro quotidiano riporta la notizia che però in rete continua a alimentare le dicerie sul presunto saccheggio di Saviano.</p>
<p>Alla fine di Meo si ritira. Verosimilmente non mirava a vincere la causa, ma piuttosto ad accreditarsi come “vera fonte” di <em>Gomorra</em> attraverso un clamore mediatico che non è riuscito a innescare con l’azione giudiziaria.</p>
<p>Chi invece decide di proseguire, impugnando in buona parte gli articoli di di Meo, è il suo editore Libra: lo stesso che oltre a “Cronache di Napoli” pubblica anche il “Corriere di Caserta”, ossia le due testate prese a bersaglio sia in <em>Gomorra</em>, sia in successivi interventi quali il monologo televisivo dello &#8220;Speciale&#8221; di Fabio Fazio del 25 marzo 2009<em>.</em></p>
<p>Ora la sentenza stabilisce che non esistono i requisiti né del plagio creativo né di quello scientifico, essendo le notizie riportate da di Meo e dai suoi colleghi sia di pubblico dominio, sia prive di qualsiasi particolarità (stilistica, di elaborazione intellettuale, ecc.) per la quale andrebbero tutelate dal diritto d’autore. Anzi, vi è di più: il tribunale riconosce che la rappresentazione degli stessi fatti avviene sotto una luce opposta: quel che è riportato con tono complice in “Cronache di Napoli” e nel “Corriere di Caserta”, in <em>Gomorra</em> viene invece presentato in chiave di denuncia.</p>
<p>Si giunge così, oltre all’assoluzione completa di Saviano, a un inaspettato ribaltamento. Chi ha copiato non è l’autore di <em>Gomorra</em>, bensì “Cronache di Napoli” e il “Corriere di Caserta” che hanno riutilizzato ampi brani di articoli da lui firmati. Entrambe le testate vengono inoltre condannate a riportare il verdetto nelle loro pagine.</p>
<p>Ultimo particolare: fra le numerose pezze d’appoggio che hanno convinto i giudici che Saviano era un reporter che indagava da tempo sul campo della realtà dei clan campani, figura anche un articolo postato il 23 novembre 2004 proprio su <em>Nazione Indiana</em>. Parlava del recente ritrovamento del corpo torturato e carbonizzato di Gelsomina Verde, vittima della faida di Scampia, e si intitolava semplicemente: <a href="https://www.nazioneindiana.com/2004/11/23/qui/">Qui.</a></p>
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		<title>I veleni dell&#8217;ecomafia che investe sulla crisi</title>
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		<dc:creator><![CDATA[roberto saviano]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 10 Jun 2010 05:52:48 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[di Roberto Saviano Raccontano che la crisi rifiuti è risolta. Che l&#8217;emergenza non c&#8217;è più. Gli elenchi dei soldati di camorra e &#8216;ndrangheta arrestati dovrebbero rassicurare che la battaglia è vinta. O almeno, questa è la versione. Molto distante, però, da ciò che realmente accade. Ogni anno Legambiente attraverso il suo Osservatorio ambiente e legalità [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Roberto Saviano</strong></p>
<p><!-- fine FOTO1 --><!-- inizio TESTO -->Raccontano che la crisi rifiuti è risolta. Che l&#8217;emergenza non c&#8217;è più. Gli elenchi dei soldati di camorra e &#8216;ndrangheta arrestati dovrebbero rassicurare che la battaglia è vinta. O almeno, questa è la versione. Molto distante, però, da ciò che realmente accade. Ogni anno Legambiente attraverso il suo Osservatorio ambiente e legalità produce storie e numeri: &#8220;Ecomafia&#8221;.<br />
Quello dei rifiuti è uno dei business più redditizi che negli anni ha foraggiato le altre economie. Come il narcotraffico, il fare affari con i rifiuti, sotterrare scorie tossiche, devastare intere aree, ha permesso alle organizzazioni criminali e a semplici consorterie imprenditoriali di accumulare capitali poi necessari per specializzarli in altri settori. Catene di negozi, imprese di trasporti, proprietà di interi condomini, investimenti nel settore sanitario, campagne elettorali. Sono tutte economie sostenute con i rifiuti. Esempio lampante ne è l&#8217;economia campana e i suoi gangli politici che si sono strutturati intorno alla crisi rifiuti. Il mondo intero non si spiegava come fosse possibile che un territorio in Europa vivesse una piaga tanto purulenta. Come fosse possibile che le dolcissime mele annurche o le pregiate bufale campane, caratteristiche proprio di quelle zone, potessero trasformarsi improvvisamente in prodotti rischiosi per la salute. Possibile che convenga di più avvelenare che concimare e raccogliere?<br />
<span id="more-35656"></span>Evidentemente sì, basta saperne leggere i vantaggi. L&#8217;emergenza rifiuti in Campania è costata 780 milioni di euro l&#8217;anno. Questa è la cifra quantificata dalla Commissione bicamerale sul ciclo dei rifiuti nella scorsa legislatura che, moltiplicata per tre lustri (tanto è durata la crisi), equivale a un paio di leggi finanziarie. Di fronte a cifre come questa è comprensibile che nessuno avesse convenienza a porre rimedio all&#8217;emergenza. Rapporti di consulenza politica, assunzioni, e persino specializzazione delle ditte nello smaltimento; oggi le imprese campane del settore rifiuti, grazie anche ai soldi dell&#8217;emergenza e alla pubblicità &#8211; sembra assurdo parlare di pubblicità, no? &#8211; che ne hanno ricavato, sono tra le più richieste in Europa. Ma risolvere un&#8217;emergenza significa anche non averne più i benefici e gli utili. E in verità, nonostante i proclami, oggi si è risolto poco. Si è tolta la spazzatura dalle strade ma, come afferma chi lavora nel settore, è solo fumo negli occhi, perché sta per tornarci. &#8220;Se non ci saranno altri impianti entro il 2011 la Campania, come molte regioni italiane, rischia una nuova crisi rifiuti&#8221;. Sono parole dell&#8217;amministratore delegato dell&#8217;Asia (l&#8217;azienda che fornisce servizi di igiene ambientale ai napoletani.) Come un tempo, quindi, la spazzatura sta di nuovo per essere accumulata. Resta quindi il problema di scongiurare una crisi da mancanza di discariche. Una crisi che sarebbe estremamente grave anche perché purtroppo in Italia sono ancora le discariche la valvola di sicurezza del sistema rifiuti. Come risulta dal rapporto di Enea e Federambiente queste continuano a ingoiare il 51,9 per cento del totale della spazzatura del nostro Paese e il 36,5 per cento senza nessun trattamento. Nel Sud le bonifiche delle terre avvelenate da decenni di sversamenti di veleni sono rare e lente. I rifiuti tossici hanno spalmato cancro prima nei terreni, poi nei frutti della terra, nelle falde acquifere, nell&#8217;aria. Poi addosso alla gente, nelle loro ossa e nei tessuti molli. Ogni ciclo di vita è stato compromesso.<br />
La diossina, i metalli pesanti e le sostanze inquinanti vengono ingerite, respirate, assimilate come una qualunque altra sostanza. La pelle di ogni cittadino delle zone ammorbate trasuda sudore e scorie. Il cancro ha raggiunto percentuali molto più alte che negli altri Paesi europei. Gli ultimi dati pubblicati dall&#8217;Organizzazione Mondiale della Sanità mostrano che la situazione campana è incredibile, parlano di un aumento vertiginoso delle patologie di cancro. Pancreas, polmoni, dotti biliari più del 12% rispetto alla media nazionale. La rivista medica &#8220;The Lancet Oncology&#8221;, già nel settembre 2004, parlava di un aumento del 24% dei tumori al fegato nei territori delle discariche e le donne sono le più colpite. Ma l&#8217;ecomafia non è un fenomeno che appartiene solo al Sud. Nel Sud assume caratteristiche totalizzanti e più evidenti: nelle strade si inscena il dramma dei cassonetti incendiati, il puzzo accompagna ogni movimento, e il silenzio copre ogni cava, ogni singolo luogo dove è possibile accumulare e nascondere. Ma è sempre più il nord Italia il centro del vero business. E la novità di quest&#8217;anno, al di là del noto primato di Campania, Calabria, Puglia e Sicilia, è che il Lazio si posiziona al secondo posto tra le regioni con il più alto numero di reati ambientali. Tra le inchieste più rilevanti del settore, nel 2009, ce ne sono alcune con nomi fantasiosi, talvolta anche vagamente familiari. &#8220;Golden Rubbish&#8221;, &#8220;Replay&#8221;, &#8220;Matassa&#8221;, &#8220;Ecoterra&#8221;, &#8220;Serenissima&#8221;, &#8220;Laguna de Cerdos&#8221;, &#8220;Parking Waste&#8221;. Alcune, già dal nome si riescono anche a localizzare geograficamente, e tutte quelle che ho citato sono inchieste che riguardano il nord Italia. È evidente che il Nord ce la sta mettendo davvero tutta per non essere secondo al Sud in questa gara all&#8217;autodistruzione.<br />
La &#8220;Golden Rubbish&#8221; è un&#8217;inchiesta che vede coinvolta la provincia di Grosseto, ma ancora conserva legami con Napoli e la Campania perché ha preso le mosse da un&#8217;inchiesta che riguardava la movimentazione dei rifiuti prodotti dalla bonifica del sito industriale contaminato di Bagnoli. Si tratta di un traffico spaventoso: un milione di tonnellate di rifiuti e un sistema che ha coinvolto decine e decine di aziende di caratura nazionale. L&#8217;inchiesta &#8220;Replay&#8221; è tutta lombarda e l&#8217;organizzazione criminale sgominata operava tra Milano e Varese. Un affiliato al clan calabrese che fa capo a Giuseppe Onorato è finito in manette insieme a un manipolo di colletti bianchi, tra cui funzionari di banche. Lombarda è anche l&#8217;inchiesta denominata &#8220;Matassa&#8221;.<br />
È trentina, e precisamente della Valsugana, l&#8217;inchiesta &#8220;Ecoterra&#8221; che ha bloccato un traffico illecito di scorie di acciaierie che venivano riutilizzate, senza alcun trattamento, per coprire discariche o per bonifiche agrarie. Come dimenticare Porto Marghera, dove l&#8217;operazione &#8220;Serenissima&#8221; ha scoperto il traffico illecito di rifiuti diretti in Cina. Ma anche nelle Marche l'&#8221;Operazione Appennino&#8221; ha intercettato un flusso criminale di scarti derivanti dalle lavorazioni delle industrie agroalimentari e casearie.<br />
È umbra, invece, nonostante il nome spagnoleggiante l&#8217;operazione &#8220;Laguna de Cerdos&#8221; un traffico illecito di rifiuti liquidi di origine suinicola per cui la regione e i singoli comuni si sono a lungo palleggiati le responsabilità. Friulana, invece è l&#8217;inchiesta &#8220;Parking Waste&#8221; che ha smascherato lo smaltimento illecito di medicinali scaduti. In tutte queste inchieste, l&#8217;aspetto che più colpisce è il legame strettissimo che si è creato tra gestori delle ditte di smaltimento, politici locali e istituti di credito presenti sul territorio.<br />
Tra le altre cose, vale la pena ricordare che a marzo l&#8217;Italia è stata condannata dalla Corte di Giustizia dell&#8217;Unione Europea per come ha gestito l&#8217;emergenza rifiuti in Campania. È stata condannata per &#8220;non aver adottato tutte le misure necessarie per evitare di mettere in pericolo la salute umana e danneggiare l&#8217;ambiente&#8221;. E nella sentenza si legge che l&#8217;Italia ha ammesso che &#8220;gli impianti esistenti e in funzione nella regione erano ben lontani dal soddisfare le sue esigenze reali&#8221;.<br />
Come non rimanere colpiti da questo dato: se i rifiuti illegali gestiti dai clan fossero accorpati, diverrebbero una montagna di 15.600 metri di altezza, con una base di tre ettari, quasi il doppio dell&#8217;Everest, alto 8850 metri.<br />
Se un cittadino straniero conservava l&#8217;illusione delle colline toscane e del buon vino, delle belle donne e della pizza gustata osservando il Vesuvio da lontano mentre il mare luccica cristallino, qualcosa inesorabilmente cambia. Tutto assume una dimensione meno idilliaca e più sconcertante. La domanda più semplice che viene da porsi è come può un Paese che dovrebbe tutto al suo territorio, alla salvaguardia delle sue coste, al suo cielo, ai prodotti tipici, unici nelle loro caratteristiche, permettere uno scempio simile? La risposta è nel business: più di venti miliari di euro è il profitto annuo dell&#8217;Ecomafia, circa un quarto dell&#8217;intero fatturato delle mafie. Le mafie attraverso gli affari nel settore ambientale ricavano un profitto superiore al profitto annuo della Fiat, che è di circa 200 milioni di euro, e più del profitto annuo di Benetton, che è di circa 120 milioni di euro. Quindi in realtà usare il territorio italiano come un&#8217;eterna miniera nella quale nascondere rifiuti è più redditizio che coltivare quelle stesse terre. Tumulare in ogni spazio vuoto disponibile rifiuti di ogni genere costa meno tempo, meno sforzi, meno soldi. E dà profitti decisamente più alti. Bisogna guadagnare il più possibile e subito. Ogni progetto a lungo termine, ogni ipotesi che tenga conto di una declinazione del tempo al futuro viene vista come perdente. Un euro non guadagnato oggi è un euro perso domani. Questo è l&#8217;imperativo del nostro Paese che vede coincidere mentalità dell&#8217;imprenditoria legale e criminale. Per difendere il Paese, per continuare a respirare, è necessario comprendere che in molte parti del territorio il cancro non è una sventura ma è causato da una precisa scelta decretata dall&#8217;imprenditoria criminale e che molti, troppi, hanno interesse a perpetrare.<br />
O quello delle ecomafie diventa il tema principale della gestione politica del Paese, o questo veleno ci toglierà tutto ciò che aveva permesso di riconoscere il nostro territorio. La speranza è che questo allarme venga ascoltato, e che non si aspetti di sentire la puzza che affiori dalla terra, che tutto perda di luce e bellezza, che il cancro continui a dilagare prima di decidersi a fare qualcosa. Perché a quel punto sarebbe davvero troppo tardi. E coloro che sono stati chiamati i grandi diffamatori del Paese sarebbero rimpianti come Cassandre colpevolmente inascoltate.</p>
<p><em>Prefazione al volume  &#8220;Ecomafia&#8221; di Legambiente, pubblicato su &#8220;La Repubblica&#8221;, 7 giugno 2010.</em></p>
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		<title>Il silenzio complice</title>
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		<dc:creator><![CDATA[evelina santangelo]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 19 Apr 2010 11:00:55 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[di Evelina Santangelo «Il silenzio è complice»; «la mafia pratica l&#8217;isolamento come una precisa strategia di indebolimento di chi la vuole contrastare»; «la mafia è una subcultura che si può sconfiggere solo con una presa di coscienza culturale collettiva, una mobilitazione sociale e civile». Molti della nostra generazione (al sud, almeno)  sono cresciuti con questi [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/04/0d264bf0d9573fa5930745a5641434d414f4541-1.jpg"><img loading="lazy" decoding="async" class="alignleft size-full wp-image-33015" title="0d264bf0d9573fa5930745a5641434d414f4541-1" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/04/0d264bf0d9573fa5930745a5641434d414f4541-1.jpg" alt="" width="133" height="225" /></a>di Evelina Santangelo</p>
<p>«Il silenzio è complice»; «la mafia pratica l&#8217;isolamento come una precisa strategia di indebolimento di chi la vuole contrastare»; «la mafia è una subcultura che si può sconfiggere solo con una presa di coscienza culturale collettiva, una mobilitazione sociale e civile».</p>
<p>Molti della nostra generazione (al sud, almeno)  sono cresciuti con questi insegnamenti, se ne sono nutriti, ne hanno fatto parte integrante della propria identità, li hanno sentiti deflagrare in rabbia e frustrazione dopo le bombe delle stragi del &#8217;92.<span id="more-33014"></span></p>
<p>Alcuni, sulle mafie, hanno scritto in modo diretto, pagando sulla propria pelle una tale scelta (da Lirio Abbate a Roberto Saviano), altri hanno contrapposto alla mistificazione, all&#8217;arroganza e alla sopraffazione sguardi più umani e perplessi sull&#8217;esistenza, o lucidi e disincantati (anche questi sono modi di servire la verità), altri ancora hanno combattuto la loro battaglia contro le mafie con gesti e comportamenti ispirati alla legalità, al rispetto dei diritti civili e umani, alla libertà di pensiero ed espressione, altri ancora si sono spesi per contrastare sul campo il fenomeno mafioso, le sue infiltrazioni e ramificazioni nel tessuto sociale, economico, politico e culturale di questo paese.</p>
<p>La lotta contro le mafie è lotta di libertà, non solo di legalità. È diritto all&#8217;autodeterminazione lì dove la mafia controlla uomini e cose, territori e ricchezze, coscienze e destini non solo individuali ma collettivi. È battaglia di dignità. Si fa in mille modi — sul piano investigativo-giudiziario, sul piano sociale, sul piano economico-finanziario, sul piano culturale&#8230; — e tutti i modi, anche i più quotidiani, concorrono a indebolirla. Questo ha significato la nascita di Addiopizzo in Sicilia, ad esempio: la questione del pizzo è questione che riguarda tutti anche i consumatori, — dicono i ragazzi di Addiopizzo — le responsabilità sono condivise, e per questo sottomersi a pagare il pizzo è questione che riguarda  non «individui», ma un intero popolo «senza dignità».</p>
<p>Solo una cultura anti-mafiosia (con tutto quel che implica l&#8217;essere contro la sub-cultura mafiosa) condivisa e intessuta alle maglie stesse della società, solo una grande mobilitazione sociale e culturale può liberare dalle mafie questo paese. Lo hanno detto e ripetuto tutti coloro che hanno lottato sul fronte investigativo-giudiziario la mafia, lo ha detto, ad esempio, Dalla Chiesa quando convocò molti presidi di Palermo (c&#8217;era anche mio padre tra quei presidi) e chiese loro un sostegno dai loro avamposti educativi: le scuole. Temeva l&#8217;isolamento, Dalla Chiesa, e sapeva quanto potesse fare la scuola sul piano culturale, appunto.</p>
<p>Oggi lo sanno pure i bambini, quei bambini che in molte scuole del sud soprattutto, studiano «legalità» e «cittadinanza».</p>
<p>Lo sa mia figlia, che ha nove anni, e come lei tutti i suoi compagni. A scuola, una scuola del sud appunto in una zona di frontiera, gliel&#8217;hanno insegnato.</p>
<p>E con scandalo, mia figlia che ha nove anni, mi ha raccontato come nel documentario sulla cattura dei Lo Piccolo un signore anziano, al giornalista che gli chiedeva cosa ne pensasse della cattura dei più potenti boss di Palermo, abbia risposto: «A me, sinceramente, non mi interessa niente, ma se dobbiamo parlare di qualche cosa, parliamo di questi alberi qua&#8230; lo vede come sono combinati? È una vegona!». Ecco mia figlia lo sa che «parlare degli alberi del giardino» per non parlare di mafia è una forma di connivenza. La più subdola, quella che più compromette il lavoro di chi la mafia la combatte sul piano investigativo e giudiziario (a costi altissimi). E lo sa anche la mafia, che infatti ha punito anche con la morte chi ha osato portare avanti un&#8217;educazione all&#8217;antimafia in zone di forte controllo mafioso, come è accaduto al mio professore di religione Pino Puglisi. Il meno «eroico» dei miei professori. Il più umano.</p>
<p>Che dunque il Presidente del Consiglio  voglia farci tornare al silenzio isolando Roberto Saviano non è solo uno «sfregio» alla parte migliore di questo paese, ma un vero e proprio oltraggio anche ai nostri figli e al loro futuro.</p>
<p>Forse è il caso di ricordare, al Presidente del Consiglio nonché proprietario di case editrici come Einaudi e Mondadori, che Roberto Saviano – come tutti coloro che sono cresciuti sapendo che «il silenzio», «L&#8217;isolamento di chi combatte e denuncia la mafia», «la tolleranza verso la sub-cultura mafiosa» sono tutte forme di «complicità» – è erede di una grande e nobile tradizione di scrittori che hanno contribuito alla crescita civile di questo paese.</p>
<p>È il caso di ricordare, al Presidente del Consiglio, che il primo scrittore che ha posto la questione della mafia come questione nazionale, facendo conoscere alla più vasta opinione pubblica il fenomeno mafioso e le sue connivenze politico-economiche, spezzando così per la prima volta il velo di omertà che ha sempre garantito la mafia, si chiamava Michele Pantaleone. E che libri capitali come <em>Mafia e Politica</em> o <em>Mafia e droga</em>, Michele Pantaleone li ha pubblicati proprio in Einaudi negli anni Sessanta, negli anni del sacco di Palermo, negli anni di Lima e Ciancimino, negli anni in cui la politica nazionale o si girava dall&#8217;altra parte o trafficava (tramava) con la mafia, compromettendo lo sviluppo civile, economico, politico non solo del sud ma dell&#8217;Italia tutta. E Michele Pantaleone, tra le altre cose, scriveva che i «travestimenti» che assume un fenomeno inquinante del nostro sistema come la mafia si dovrebbero anzitutto combattere con la «trasparenza» delle attività politiche ed economiche. Con la <em>trasparenza</em> e la <em>conoscenza</em>, visto che Michele Pantaleone dedicò tutta la vita a indagare e far conoscere il più possibile quanto pesasse la mafia nel nostro paese, quanto fosse radicata e ramificata. Una battaglia di civiltà combattuta accanto a intellettuali come Danilo Dolci e Carlo Levi.</p>
<p>Ebbene, sono intellettuali e scrittori così i padri spirituali cui molti di noi scrittori italiani (in Mondadori, in Einaudi come in qualsiasi altra casa editrice) si ispirano e che, oggi, in Roberto Saviano trovano una coraggiosa continuità.</p>
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		<title>Per un voto onesto servirebbe l&#8217;ONU</title>
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		<dc:creator><![CDATA[roberto saviano]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 20 Mar 2010 13:47:06 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[di Roberto Saviano &#8220;LA disperazione più grave che possa impadronirsi di una società è il dubbio che vivere onestamente sia inutile. E questa disperazione avvolge il mio paese da molto tempo&#8221;. È una riflessione che Corrado Alvaro, scrittore calabrese di San Luca, scrisse alla fine della sua vita. E io non ho paura a dirlo: [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/03/cretto_burri.jpg"><img loading="lazy" decoding="async" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/03/cretto_burri-300x267.jpg" alt="" title="cretto_burri" width="300" height="267" class="aligncenter size-medium wp-image-32065" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/03/cretto_burri-300x267.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/03/cretto_burri.jpg 336w" sizes="auto, (max-width: 300px) 100vw, 300px" /></a></p>
<p>di <strong>Roberto Saviano</strong></p>
<p>&#8220;LA disperazione più grave che possa impadronirsi di una società è il dubbio che vivere onestamente sia inutile. E questa disperazione avvolge il mio paese da molto tempo&#8221;. È una riflessione che Corrado Alvaro, scrittore calabrese di San Luca, scrisse alla fine della sua vita. E io non ho paura a dirlo: è necessario che il nostro Paese chieda un aiuto. Lo dico e non temo che mi si punti il dito contro, per un&#8217;affermazione del genere. Chi pensa che questa sia un&#8217;esagerazione, sappia che l&#8217;Italia è un paese sotto assedio. In Calabria su 50 consiglieri regionali 35 sono stati inquisiti o condannati. E tutto accade nella più totale accondiscendenza. Nel silenzio. Quale altro paese lo ammetterebbe?<span id="more-32060"></span></p>
<p>Quello che in altri Stati sarebbe considerato veleno, in Italia è pasto quotidiano: dai più piccoli Comuni sino alla gestione delle province e delle regioni, non c&#8217;è luogo in cui la corruzione non sia ritenuta cosa ovvia. L&#8217;ingiustizia ha ormai un sapore che non ci disgusta, non ci schifa, non ci stravolge lo stomaco, né l&#8217;orgoglio. Ma come è potuto accadere?<br />
Il solo dubbio che ogni sforzo sia inutile, che esprimere il proprio voto e quindi la propria opinione sia vano, toglie forza agli onesti. Annega, strozza e seppellisce il diritto. Il diritto che fonda le regole del vivere civile, ma anche il diritto che lo trascende: il diritto alla felicità.<br />
Il senso del &#8220;è tutto inutile&#8221; toglie speranza nel futuro, e ormai sono sempre di più coloro che abbandonano la propria terra per andare a vivere al Nord o in un altro paese. Lontano da questa vergogna.<br />
Io non voglio arrendermi a un&#8217;Italia così, a un&#8217;Italia che costringe i propri giovani ad andar via per vergogna e mancanza di speranza. Non voglio vivere in un paese che dovrebbe chiedere all&#8217;Osce, all&#8217;Onu, alla Comunità europea di inviare osservatori nei territori più difficili, durante le fasi ultime della campagna elettorale per garantire la regolarità di tutte le fasi del voto. Ci vorrebbe un controllo che qui non si riesce più a esercitare. </p>
<p>Ciò che riusciamo a valutare, a occhio nudo, sono i ribaltoni, i voltafaccia, i casi eclatanti in cui per ridare dignità alla cosa pubblica un politico, magari, si dovrebbe fare da parte anche se per legge può rimanere dov&#8217;è. Ma non riusciamo a esercitare un controllo che costringa la politica italiana a guardarsi allo specchio veramente, perché lo specchio che usiamo riesce a riflettere solo gli strati più superficiali della realtà. Ci indigniamo per politici come l&#8217;imputata Sandra Lonardo Mastella che dall&#8217;esilio si ricicla per sostenere, questa volta, non più il Pd ma il candidato a governatore in Campania del Pdl, Stefano Caldoro. Per Fiorella Bilancio, che aveva tappezzato Napoli di manifesti del Pdl ma all&#8217;ultimo momento è stata cancellata dalla lista del partito e ha accettato la candidatura nell&#8217;Udc. Così sui manifesti c&#8217;è il simbolo di un partito ma lei si candida per un altro. Ci indigniamo per la vicenda dell&#8217;ex consigliere regionale dei Verdi e della Margherita, Roberto Conte, candidatosi nuovamente nonostante una condanna in primo grado a due anni e otto mesi per associazione camorristica e per giunta questa volta nel Pdl. Ci indigniamo perché il sottosegretario all&#8217;economia Nicola Cosentino, su cui pende un mandato d&#8217;arresto, mantiene la propria posizione senza pensare di lasciare il suo incarico di sottosegretario e di coordinatore regionale del Pdl. Ci indigniamo perché è possibile che un senatore possa essere eletto nella circoscrizione Estero con i voti della &#8216;ndrangheta, com&#8217;è accaduto a Nicola Di Girolamo, coinvolto anche, secondo l&#8217;accusa, nella mega-truffa di Fastweb. Ci indigniamo, infine, perché alla criminalità organizzata è consentito gestire locali di lusso nel cuore della nostra capitale, come il Café de Paris a via Vittorio Veneto.<br />
Ascoltiamo allibiti la commissione parlamentare antimafia che dichiara, riguardo queste ultime elezioni, che ci sono alcuni politici da attenzionare nelle liste del centrosinistra. E ad oggi il centrosinistra non ha dato risposte. Si tratta di Ottavio Bruni candidato nel Pd a Vibo Valentia. Sua figlia fu trovata in casa con un latitante di &#8216;ndrangheta. Si tratta di Nicola Adamo candidato Pd nel Cosentino, rinviato a giudizio nell&#8217;inchiesta Why not. Di Diego Tommasi candidato Pd anche lui nel Cosentino e coinvolto nell&#8217;inchiesta sulle pale eoliche. Luciano Racco candidato Pd nel Reggino, che non è indagato, ma il cui nome spunta fuori nell&#8217;ambito delle intercettazioni sui boss Costa di Siderno. Il boss Tommaso Costa ha fornito, per gli inquirenti, il proprio sostegno elettorale a Luciano Racco in occasione delle Europee del 2004 che vedevano Racco candidato nella lista &#8220;Socialisti Uniti&#8221; della circoscrizione meridionale. Tutte le intercettazioni sono depositate nel processo &#8220;Lettera Morta&#8221; contro il clan Costa ed in quelle per l&#8217;uccisione del giovane commerciante di Siderno Gianluca Congiusta.<br />
A tutto questo non possiamo rimanere indifferenti e ci indigniamo perché facciamo delle valutazioni che vanno oltre il  &#8211;  o vengono prima del  &#8211;  diritto, valutazioni in merito all&#8217;opportunità politica e alla possibilità di votare per professionisti che non cambino bandiera a seconda di chi sta alla maggioranza e all&#8217;opposizione. Trasformarsi, riciclarsi, mantenere il proprio posto, l&#8217;antica prassi della politica italiana non è semplicemente una aberrazione. È ormai considerata un&#8217;abitudine, una specie di vizio, di eventualità che ogni elettore deve suo malgrado mettere in conto sperando di sbagliarsi. Sperando che questa volta non succeda.<br />
È un tradimento che quasi si perdona con un&#8217;alzata di spalle come quello d&#8217;un marito troppo spensierato che scivola nelle lenzuola di un&#8217;altra donna.<br />
Ma si possono barattare le proprie attese e i propri sogni per la leggerezza e per il cinismo di qualcun altro?<br />
Oramai si parte dal presupposto che la politica non abbia un percorso, non abbia idee e progetti. Eppure la gente continua ad aspettarsi altro, continua a chiedere altro.<br />
Dov&#8217;è finito l&#8217;orgoglio della missione politica? La responsabilità di parlare a nome di un elettorato? Dov&#8217;è finita la consapevolezza che le parole e le promesse sono responsabilità che ci si assume? E la consapevolezza che un partito, un gruppo politico, senza una linea precisa, non è niente? Eppure proprio questo è diventata, nella maggioranza dei casi, la politica italiana: niente, spillette colorate da appuntarsi al bavero del doppiopetto. Senza più credibilità. Contenitori vuoti da riempire con parole e a volte nemmeno più con quelle. A volte si è divenuti addirittura incapaci si servirsi delle parole.<br />
Quando la politica diviene questo, le mafie hanno già vinto. Poiché nessuno più di loro riesce a dare certezze  &#8211;  certezza di un lavoro, di uno stipendio, di una sistemazione. Certezze che si pagano, è ovvio, con l&#8217;obbedienza al clan. È terribile, ma si tratta di avere a che fare con chi una risposta la fornisce. Con chi ti paga la mesata, l&#8217;avvocato. Non è questo il tempo per moralismi, poco importa se ci si deve sporcare le mani.<br />
Solo quando la politica smetterà di somigliare al potere mafioso  &#8211;  meno crudele, certo, ma meno forte e solido  &#8211;  solo quando cesserà di essere identificato con favori, scambi, acquisti di voti, baratto di morale, solo allora sarà possibile dare un&#8217;alternativa vera e vincente.<br />
Anche nei paesi dominati dalle mafie è possibile essere un&#8217;alternativa.<br />
Lo sono già i commercianti che non si piegano, lo sono già quelli che resistono, ogni giorno.<br />
Del resto, quello che più d&#8217;ogni altra cosa dobbiamo comprendere è che le mafie sono un problema internazionale e internazionalmente vanno contrastate.<br />
L&#8217;Italia non può farcela da sola. Le organizzazioni criminali stanno modificando le strutture politiche dei paesi di mezzo mondo. Negli Usa considerano i cartelli criminali italiani tra le prime cause di inquinamento del libero mercato mondiale. Sapendo che il Messico oramai è divenuto una narcodemocrazia la nostra rischia di essere, se non lo è già diventata una democrazia a capitale camorrista e ndranghetista.<br />
Qui, invece, ancora si crede che la crisi sia esclusivamente un problema legato al lavoro, a un rallentamento della domanda e dell&#8217;offerta. Qui ancora non si è compreso davvero che uscire dalla crisi significa cercare alternative all&#8217;economia criminale. E non basta la militarizzazione del territorio. Non bastano le confische dei beni. Bisogna arginare la corruzione, le collusioni, gli accordi sottobanco. Bisogna porre un freno alla ricattabilità della politica, e come per un cancro cercare ovunque le sue proliferazioni.<br />
Sarebbe triste che i cittadini, gli elettori italiani, dovessero rivolgersi all&#8217;Onu, all&#8217;Unione Europea, all&#8217;Osce per vedere garantito un diritto che ogni democrazia occidentale deve considerare normale : la pulizia e la regolarità delle elezioni.<br />
Dovrebbe essere normale sapere, in questo Paese, che votare non è inutile, che il voto non si regala per 50 euro, per un corso di formazione o per delle bollette pagate. Che la politica non è solo uno scambio di favori, una strada furba per ottenere qualcosa che senza pagare il potere sarebbe impossibile raggiungere. Che restare in Italia, vivere e partecipare è necessario. Che la felicità non è un sogno da bambini ma un orizzonte di diritto.</p>
<p><em>&#8220;La Repubblica&#8221;, 20.3.2010.</em></p>
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		<title>Intervento di Gianni Lannes su libertà di stampa, centrali nucleari, navi dei veleni e&#8230; «leggerezze» di Stato</title>
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		<dc:creator><![CDATA[evelina santangelo]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 28 Jan 2010 23:29:07 +0000</pubDate>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Questo accadeva a Palermo appena qualche mese fa (il 12 dicembre 2009), all&#8217;assemblea del Popolo delle Agende Rosse convocato in Via d&#8217;Amelio&#8230;</p>
<p><object width="425" height="344"><param name="movie" value="http://www.youtube.com/v/XdvB9BDy7Kc&#038;hl=it_IT&#038;fs=1&#038;rel=0"></param><param name="allowFullScreen" value="true"></param><param name="allowscriptaccess" value="always"></param></object></p>
<p>di Evelina Santangelo</p>
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		<title>La morte “per sbaglio” di  Petru Birladeanu</title>
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		<dc:creator><![CDATA[marco rovelli]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 13 Sep 2009 09:30:48 +0000</pubDate>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/09/agguato-napoli.jpg"><img loading="lazy" decoding="async" class="alignnone size-thumbnail wp-image-21963" title="agguato-napoli" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/09/agguato-napoli-150x150.jpg" alt="agguato-napoli" width="150" height="150" /></a></p>
<p>di <strong>Carmen Pellegrino</strong></p>
<p>Come si racconta una morte? E una morte tragica? E una morte “per sbaglio”? Come si portano in superficie trafitture, lacerazioni, smottamenti di coscienza che lasciano un irrimediabile senso di umiliazione e vergogna? C’è come un senso di straniamento sottile nel descrivere una morte, c’è come una resistenza emotiva da vincere, cercando segmenti narrativi che riducano lo iato profondissimo tra reticenza e condivisione. C’è questo nella breve storia della morte di Petru Birladeanu, un ragazzo di nazionalità romena che suonava l’organetto nella stazione Cumana di Napoli, quartiere Montesanto, una morte avvenuta “per sbaglio” e poi confinata nel campo della marginalità, della irrilevanza più ostinata.<br />
Siamo a Napoli, il 26 maggio 2009, è un martedì, quasi verso sera, e fa già caldo. L’ultimo taglio di luce rimbalza sulle strade, attraversa il tufo dei vicoli porosi, immobili in un perpetuo andirivieni. Nei pressi della stazione cumana c’è sempre gente di passaggio, Montesanto è nel cuore antico della città, salgono lungo i muri, sulle facce le ombre della sera che viene.<span id="more-21962"></span><br />
Improvvisamente un commando di 8 persone su quattro motociclette attraversa contromano la via Pignasecca fino alla stazione della Cumana. Sono sicari e sparano colpi a raffica, li sparano in aria. Va in scena un ordinario e sanguinario show tra clan rivali per il controllo del territorio; è una delirante azione dimostrativa originatasi nella faida tra i Mariano (i «Picuozzo» protagonisti alla fine degli anni Ottanta della sanguinosa guerra con i De Biase «Faiano») e i Sarno di Ponticelli.<br />
Dalla Cumana sono appena usciti i viaggiatori, ma Petru con la sua fisarmonica in spalla sta risalendo la strada antistante la stazione, in compagnia della moglie Mirela.<br />
In quel momento diversi colpi vengono esplosi, alcuni ad altezza d’uomo: un ragazzino di 14 anni viene ferito a una spalla, due colpi arrivano a Petru, uno alla gamba, l’altro al torace; seppure ferito, il ragazzo cerca riparo all’interno della stazione, ma prima cade e la moglie lo aiuta a rialzarsi. «Sentiamo gli spari – ricorda Mirela che ora è in Romania- Petru mi afferra e dice ‘corri’. Vedo il sangue, ma lui mi dice che è solo un graffio e che devo correre”.<br />
I due ragazzi arrivano ai tornelli, c’è una ridda di persone impaurite, assiepate le une sulle altre quasi a scavalcarsi, ma Petru si accascia: uno dei proiettili gli è arrivato al cuore e al polmone attraverso il torace, bucandoli. Intorno si fa presto il vuoto, gli resta accanto la moglie e più nessuno. Qualcuno chiama i soccorsi, a poche centinaia di metri c’è l’ospedale Pellegrini, ma i soccorsi tardano, non arrivano.<br />
Petru è a terra, si tiene la mano sul petto, agonizza lento, il suo dolore diventa muto, solo lamenti soffusi: «Per 5 minuti ha parlato. Per 10, mi ha guardato fisso negli occhi e, quando io gridavo, lui scuoteva la testa e mi stringeva più forte la mano. Per mezz&#8217; ora il corpo di mio marito Petru è rimasto per terra e nessuno ha fatto niente. Ci guardavano tutti e c&#8217;era anche chi mi scattava fotografie. È arrivata un&#8217; ambulanza, ma non era per noi era per il bambino ferito».<br />
Il giovane era venuto in Italia da Iasi, con la moglie e uno dei suoi due figli; suonava la fisarmonica sui treni ma nel suo paese era un calciatore, un centravanti del Poli Iasi, la serie A romena; “era romeno- sottolinea Mirela- non rom (“Petru canta in piata Cumana, dar era fotbalist. A fost jucator la Poli Iasi, echipa romaneasca din Seria A…. Petru era roman, nu rrom”). Aveva 33 anni.</p>
<p>Nelle ore successive si diffonde la notizia, presto smentita, che fosse proprio Petru l&#8217;obiettivo dei sicari; si rintraccia subito nel “rom” l’esempio paradigmatico dello straniero malvivente, punito per qualche oscuro regolamento di conti. Ma l’evidenza maldestramente sottaciuta emerge rapidamente: Petru, che non c’entrava niente con i sicari, è morto ammazzato accidentalmente, o &#8220;per sbaglio&#8221; come poi è stato scritto. Della vicenda si è parlato poco sui giornali, male nei telegiornali. Anzi, in qualche caso la notizia della morte del giovane è stata fatta seguire proditoriamente dai servizi sulla scomparsa della piccola Angela Celentano, avvenuta nel 1996, mettendo così foscamente in connessione due vicende lontane nel tempo e nello spazio.<br />
Come per una inquietante assonanza ritorna alla memoria il pogrom del maggio 2008 consumatosi contro i campi nomadi di Ponticelli, periferia est di Napoli, in seguito al presunto tentativo di rapimento di una neonata da parte di una giovanissima rom. I campi rom, sparsi sotto i cavalcavia e su terreni abbandonati, vennero brutalmente assaltati, incendiati e messi in fuga i rom che li abitavano. La ferocia iniziò con l’accoltellamento di un romeno &#8220;regolare&#8221;, un operaio che abitava nei paraggi. Non c’entrava niente, ma si sa, “quelli lì” son tutti uguali.<br />
Difficile non leggere in queste tensioni xenofobe e razziste la conseguenza più immediata di politiche sociali e mutamenti nella legislazione che hanno sapientemente intercettato e cavalcato confuse insicurezze e vecchie paure, attuando politiche sull’immigrazione (un velo semantico, questo, che ne nasconde la natura profonda) totalmente inadeguate, che rivelano quasi un’ossessione che insegue e sovrasta i suoi artefici. Politiche destrutturanti che hanno favorito, se non determinato, il formarsi vorticoso di un nuovo senso comune che riproduce indolenze ed emarginazione, atti di discriminazione e violenza su base “etnica”, oltre che una odiosa cultura del sospetto, per lo più pretestuosa, che attinge largamente a un groviglio di retoriche patriottiche, vecchi sentimenti nazionalistici, miopie da paura del “diverso”, mai del tutto sradicate.<br />
Emiliano Di Marco, militante napoletano pacifista, da sempre in lotta al fianco degli immigrati, portavoce dell’associazione Assopace, ha efficacemente descritto gli scenari dischiusisi con l’approvazione del “ddl sicurezza”, riassumendoli nella loro crudezza: “c’è poco da aggiungere a quanto già detto da Adriano Sofri, Dario Fo, Andrea Camilleri, il cardinale Tettamanzi, padre Zanotelli […] su questo provvedimento: è una legge razzista, una legge che porterà ancora più dolore e che per certi aspetti si spinge anche più in là delle leggi razziali del 1938, laddove verrà impedito alle donne straniere in condizione di irregolarità amministrativa di poter riconoscere i propri figli nati in Italia, costringendo questi bimbi che non hanno nessuna colpa ad essere figli di nessuno, al rischio di essere tolti dalle loro famiglie e dati in affido. Con la Legge 24 luglio 2008, n. 125 verranno impediti i matrimoni misti, se lo straniero o la straniera non hanno il permesso di soggiorno, saranno inoltre ammesse le “ronde” una norma che introduce alla privatizzazione della pubblica sicurezza, uno degli aspetti più controversi ed ignobili di questo intero dispositivo. Questo paese, che non ha imparato niente dalla propria storia meticcia ed emigrante, si vergognerà a lungo del ‘pacchetto sicurezza’”.</p>
<p>Si può cercare di resistere in molti modi a politiche reazionarie, discriminatori, razziste, predisponendosi ad esempio a una seria e responsabile disobbedienza civile, affermando strenuamente principi non negoziabili e mettendo in atto gesti forti e simbolici che si oppongano a rivendicazioni identitarie, in grado di produrre diversità fittizie e simulacri che sono alla base dei meccanismi di dominio<br />
A Napoli, ad esempio, sulla vicenda di Petru Birladeanu, è dal basso che sono arrivate spinte propulsive di autentica solidarietà, attraversando il guado di indifferenza che ha ricoperto quella morte. Una parte della società civile, quella migliore che non è una pura aggregazione di individui, ha dimostrato di saper opporre una virtuosità incoercibile all’indifferenza generalizzata. Agli inizi di luglio è stato fondato un gruppo, su iniziativa di un giovane docente napoletano, Luigi Maria Sicca, che in poco tempo è riuscito a coinvolgere giovani e meno giovani, raccogliendo opinioni e sensazioni eterogenee e mettendo insieme pezzi sparsi di sensibilità diverse; in poco tempo sono state raccolte più di 3000 adesioni con una proposta: intestare la fermata di Montesanto della stazione Cumana o la piazza antistante a Petru. La proposta è stata presentata in consiglio comunale e alla municipalità competente ed è tuttora in via di discussione. Ovviamente non sono mancate levate di scudi, rivendicazioni di parte, una sequela di ansie di primogenitura e tensioni legate al &#8220;dover onorare anche tutti gli altri morti”, come se esistesse una gerarchia al loro interno, in una inquietante lotta tra morti e paludati calcoli propagandistici.<br />
Ma i sostenitori della proposta non si sono fatti fiaccare, vigilano, insistono e continuano a tenere vivo il dibattito, animando discussioni che sollecitano gare di solidarietà e dimostrando che anche i gesti simbolici possono generare cambiamenti, contribuendo a spezzare la spirale di indifferenza che ormai sembra inesorabilmente sovrastarci, e a cui i politici locali non sembrano volersi sottrarre, largheggiando prima in promesse, poi in solenni dichiarazioni che fanno sempre bene in vista di competizioni elettorali, e ora chiudendosi in una muta battaglia di “carte bollate”.<br />
Non si può prevedere se una proposta che nella sua radicalità presenta tratti di dirompenza verrà accettata o meno; è prevedibile invece che in una estenuante lotta per gli spazi verrà proposta l’apposizione di una “rassicurante” targa che non scontenti quanti, attraverso oscurità dialettiche, si sono fatti paladini di proposte in senso totalmente contrario, e l’installazione di una teca protetta che custodisca nella stazione la fisarmonica di Petru.<br />
Non di gesti rassicuranti ci sarebbe bisogno, non senza forme particolari di ricomposizione che ne impediscano lo stemperarsi in generico rituale evocativo; occorrerebbe un sovvertimento, anche solo simbolico, in grado di dare un segnale forte, di favorire mutamenti strutturali e culturali, ma Napoli, si sa, è come un alchimista che riesce sempre a trasmutare le sue ferite in arte.</p>
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