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	<title>canone &#8211; NAZIONE INDIANA</title>
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		<title>Possiamo sbarazzarci dei classici italiani?</title>
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		<dc:creator><![CDATA[giuseppe zucco]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 24 Nov 2012 07:00:47 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[di Matteo Di Gesù «Un classico è un libro che non ha mai finito di dire quel che ha da dire». Ogni tanto accade l&#8217;incresciosa evenienza per cui la citazione di circostanza, che dovrebbe ratificare una tesi, serva piuttosto a negarne i presupposti, ribaltandola e rivelando la fondatezza del suo contrario. Probabilmente la celebre sentenza [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Matteo Di Gesù</strong></p>
<figure id="attachment_44183" aria-describedby="caption-attachment-44183" style="width: 640px" class="wp-caption aligncenter"><a href="https://www.nazioneindiana.com/2012/11/24/possiamo-sbarazzarci-dei-classici-italiani/roma04-006/" rel="attachment wp-att-44183"><img fetchpriority="high" decoding="async" class="size-full wp-image-44183" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2012/11/olivobarbieri_roma_2004.jpg" alt="" width="640" height="463" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2012/11/olivobarbieri_roma_2004.jpg 640w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2012/11/olivobarbieri_roma_2004-300x217.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2012/11/olivobarbieri_roma_2004-250x180.jpg 250w" sizes="(max-width: 640px) 100vw, 640px" /></a><figcaption id="caption-attachment-44183" class="wp-caption-text">La fotografia è di Olivo Barbieri</figcaption></figure>
<p>«Un classico è un libro che non ha mai finito di dire quel che ha da dire». Ogni tanto accade l&#8217;incresciosa evenienza per cui la citazione di circostanza, che dovrebbe ratificare una tesi, serva piuttosto a negarne i presupposti, ribaltandola e rivelando la fondatezza del suo contrario. Probabilmente la celebre sentenza calviniana, che, come un meccanismo a molla, scatta inesorabile a suffragio di qualche ciarla mondana sull&#8217;irrinunciabile necessità di leggere (di rileggere, ci mancherebbe) i classici, rientra in questa casistica. È possibile, insomma, che invece i classici, specie quelli italiani, abbiano finito di dire quello che avevano da dire, quantomeno per ora.</p>
<p>Sembrerebbero perpetuarsi, a dispetto dei tempi e dei costumi, e le notizie editoriali parrebbero confermarlo: una sontuosa raccolta Utet fresca di stampa, curata magistralmente da Carlo Ossola, <em>Letteratura italiana. Canone dei classici</em>, per la libreria del salotto; una collana Bur di classici italiani, edita in collaborazione con l&#8217;Associazione degli Italianisti, con nuovi commenti e apparati aggiornati, per lo zainetto. Libri che però permangono sullo scaffale come un complemento d&#8217;arredamento o durano in borsa il tempo di preparare l&#8217;esame di Letteratura italiana I. Sarebbe pure un fenomeno collaterale, nel lento collasso della nazione, ma resta il fatto che la nazione stessa abbia contratto con la propria tradizione letteraria un debito fondativo: se l&#8217;Italia è «un&#8217;invenzione letteraria», la marginalizzazione della sua letteratura dovrebbe riguardare una cerchia più estesa degli ultimi clienti della rateale Einaudi.</p>
<p>L&#8217;ultima apertura al pubblico del Sacrario della Letteratura Nazionale, in occasione del Centocinquantenario, d&#8217;altro canto, ha avuto i caratteri di una cerimonia memoriale funebre, piuttosto che quelli di una riscoperta vivificante. Questa voga monumentalizzante (proprio nel senso di pietrificare e rendere inerte qualcosa di mobile e accessibile), <em>tipically italian</em>, sembrerebbe rimandare a una delle cause storiche di questo processo, ovvero alla micidiale attitudine accademica di museificare i testi della tradizione, rendendoli inaccessibili direttamente e contemplandone soltanto una ricezione parcellizzata e mediata dall&#8217;autorità preposta, quella del professore sciamano, il solo in grado di divinare il testo e di restituirlo alle plebi incolte. Si tratta di un discorso del sapere le cui dinamiche di potere sono evidenti e non richiedono supplementi di indagine in questa sede.</p>
<p>Tuttavia, per una volta, non è il caso di prendersela con l&#8217;accademia (se non magari per deprecare la sciatteria deprimente della <em>routine</em> universitaria, speculare, e analoga negli esiti mortiferi, al culto per gli iniziati): troppo facile, specie di questi tempi. Anzi, a dirla tutta, molte delle interpretazioni meno conformiste e più innovative delle opere canoniche italiane le hanno elaborate proprio corrucciati professori universitari, confezionandole in robusti e minacciosi saggi accademici: possiamo pure trovare intrigante la lettura degli <em>Appunti queer sui Promessi sposi</em>, recentemente pubblicati, col titolo <em>Aria di braveria</em>, da Tommaso Giartosio su «Le parole e le cose», giusto per fare un esempio; ma andrà ricordato che a restituirci un Manzoni assai diverso da quello compitato svogliatamente al liceo avevano già provveduto tempo Ezio Raimondi e Salvatore Silvano Nigro, tanto per dire. O si pensi ancora a una recentissima <em>Introduzione alla Divina Commedia</em>, sempre di Ossola, che si legge come una passeggiata attraverso dieci secoli di letteratura occidentale. Come aria nuova circola finalmente in alcuni manuali di italianistica (la collana diretta da Battistini per Il Mulino, per dire). E non vale neppure avviare la solita tirata sulla scuola che ammazza la lettura: per quanti professori di lettere necrotici e necrofori affollino le aule cimiteriali italiane (scrivendo magari nel tempo libero appassionati <em>pamphlet</em> contro lo stolido studio della poesia in classe), ce ne sono altrettanti che spacciano Leopardi originali, senza tagliarli con l&#8217;anfetamina del cazzeggio paratelevisivo, con grande competenza e qualche successo didattico.</p>
<p>Ecco, a proposito di televisione <em>et similia</em>, ci sarebbe da chiedersi, semmai, se quell&#8217;antico, esiziale, ruolo del professore-sacerdote non sia stato devoluto, mutandosi in una versione pop ma conservandone inalterate le logiche di trasmissione escludenti e autoritarie, ancorché occulte, agli intrattenitori da festival letterari e letture di massa. Se, in altre parole, a dispetto della qualità degli <em>show</em> letterari e delle ottime intenzioni delle operazioni di divulgazione spettacolare, il pubblico-lettore non preferisca delegare il Benigni di turno a leggere e a comprendere al posto suo, come faceva un tempo con l&#8217;austero docente.</p>
<p>Poi ci sarebbe la questione della lingua (in Italia c&#8217;è sempre aperta una &#8220;questione della lingua&#8221;): ogni tanto qualcuno tira fuori questa storia della necessità di tradurre le opere del canone italiano, per agevolare gli italofoni del ventunesimo secolo: un pretesto per piallare la prosa di Machiavelli e Alfieri, fino a farla aderire a quella del Bruno Vespa saggista. Finalmente, spezzato il giogo dei tiranni parrucconi, il Carofiglio di turno non dovrà più imitare Petrarca: sarà semmai questo che dovrà adeguarsi a quello (un discorso diverso andrebbe fatto per il Busi “traduttore” di Boccaccio e Ruzante, nonché per le imperdibili <em>Novelle stralunate dopo Boccaccio</em>, curate per Quodlibet da Elisabetta Menetti e riscritte, tra gli altri, da Celati e Cavazzoni).</p>
<p>E se, interpellati da «Nuovi argomenti» a proposito del loro sentimento identitario nazionale, gli scrittori italiani sentenziano che la loro patria è solo la lingua, nondimeno i classici italiani non dicono più nulla alla gran parte di loro, specie agli autori dell&#8217;ultima generazione, che ne ignorano proprio la lingua, oltre che storia e tradizione. È bastato un ventennio di bulimia contemporaneistica e di sovradosaggi di best seller anglosassoni per far dimenticare, tra le altre cose, che proprio il nostro Novecento è una ininterrotta rivisitazione del canone nazionale. Calvino lo sapeva bene, ma ormai nemmeno lui lo si legge più: è un classico.</p>
<p>[Questo articolo è stato pubblicato su <a title="orwell" href="http://twitter.com/orwellp" target="_blank">Orwell</a>]</p>
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		<title>Sing goddamm</title>
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		<dc:creator><![CDATA[domenico pinto]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 21 Jun 2010 06:50:10 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[Sumer is icumen in, Lhude sing cuccu! Groweþ sed and bloweþ med And springþ þe wde nu, Sing cuccu! Awe bleteþ after lomb, Lhouþ after calue cu. Bulluc sterteþ, bucke uerteþ, Murie sing cuccu! Cuccu, cuccu, wel singes þu cuccu; Ne swik þu nauer nu. Pes 1: Sing cuccu nu. Sing cuccu. Pes 2: Sing [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><object classid="clsid:d27cdb6e-ae6d-11cf-96b8-444553540000" width="480" height="250" codebase="http://download.macromedia.com/pub/shockwave/cabs/flash/swflash.cab#version=6,0,40,0"><param name="allowFullScreen" value="true" /><param name="allowscriptaccess" value="always" /><param name="src" value="http://www.youtube.com/v/GJvF9xucG90&amp;hl=it_IT&amp;fs=1&amp;" /><param name="allowfullscreen" value="true" /></object></p>
<dl></dl>
<div>
<dl>
<dd>Sumer is icumen in, </dd>
<dd>Lhude sing cuccu! </dd>
<dd>Groweþ sed and bloweþ med </dd>
<dd>And springþ þe wde nu, </dd>
<dd>Sing cuccu! </dd>
<dd>Awe bleteþ after lomb, </dd>
<dd>Lhouþ after calue cu. </dd>
<dd>Bulluc sterteþ, bucke uerteþ, </dd>
<dd>Murie sing cuccu! </dd>
<dd>Cuccu, cuccu, wel singes þu cuccu; </dd>
<dd>Ne swik þu nauer nu. </dd>
<dd><em>Pes 1:</em></p>
<dl>
<dd>Sing cuccu nu. Sing cuccu. </dd>
</dl>
</dd>
<dd><em>Pes 2:</em></p>
<dl>
<dd>Sing cuccu. Sing cuccu nu.</dd>
<dd><span id="more-35923"></span><strong></strong></dd>
<dd> </dd>
<dd> </dd>
<dd> </dd>
<dd>
<p><strong>Ezra Pound</strong></dd>
<dd><strong><br />
</strong></dd>
<dd>Winter is icumen in,</dd>
<dd>Lhude sing Goddamm,</dd>
<dd>Raineth drop and staineth slop,</dd>
<dd>And how the wind doth ramm!</dd>
<dd>Sing: Goddamm.</dd>
<dd>Skiddeth bus and sloppeth us,</dd>
<dd>An ague hath my ham.</dd>
<dd>Freezeth river, turneth liver,</dd>
<dd>Damm you; Sing: Goddamm.</dd>
<dd>Goddamm, Goddamm, &#8216;tis why I am, Goddamm,</dd>
<dd>So &#8216;gainst the winter&#8217;s balm.</dd>
<dd>Sing goddamm, damm, sing goddamm,</dd>
<dd>Sing goddamm, sing goddamm, DAMM.</dd>
</dl>
</dd>
</dl>
</div>
<dl></dl>
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		<title>REALTA’ O CONTEMPORANEITA’? LE PREROGATIVE PER UN BUON ROMANZO E I COMPITI DEI CRITICI</title>
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		<dc:creator><![CDATA[andrea inglese]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 17 Nov 2008 08:35:22 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[di Alberto Casadei Intervengo nel dibattito in corso su “Nazione Indiana” partendo da uno degli ultimi interventi, quello di Andrea Inglese, che condivido nello spirito e in molti punti specifici. Credo innanzitutto che uno degli scopi di discussioni come questa non sia quello di pretendere di stabilire valori assoluti, bensì proprio quello di allargare il [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Alberto Casadei</strong></p>
<p>Intervengo nel dibattito in corso su “Nazione Indiana” partendo da uno degli ultimi interventi, quello di Andrea Inglese, che condivido nello spirito e in molti punti specifici. Credo innanzitutto che uno degli scopi di discussioni come questa non sia quello di pretendere di stabilire valori assoluti, bensì proprio quello di allargare il confronto sui motivi che spingono i critici o i lettori esperti a privilegiare, in un determinato momento storico, un romanzo specifico, o un autore, o un filone al posto di altri. Se dal dibattito emergono motivi ulteriori per ‘andare a cercare’, magari individuando opere o autori sinora poco considerati – com’era, fino a pochi anni fa, il caso di Walter Siti, ora invece in grado di raccogliere consensi bipartisan -, questo sarebbe già un risultato importante. Ma altro ci vorrà: anche incontri ‘in presenza’ come quello previsto a Roma nell’ambito del Festival “Romapoesia” il 27 prossimo potrà essere molto utile.<br />
<span id="more-10957"></span><br />
Ma veniamo ai problemi sul tappeto. Io sono stato velocemente chiamato in causa da Andrea Cortellessa per un mio saggio del 2000, <em>Romanzi di Finisterre</em>, in cui ponevo la questione di cosa si può intendere oggi per realismo, una volta superate e storicizzate fasi precise del romanzo (quella ottocentesca, quella primo-novecentesca), e persino quella del postmodernismo ‘di esaurimento’, che anche prima del fatidico (almeno nella prospettiva degli Stati Uniti di Bush) 11 settembre 2001 cominciava a mostrare la corda. Parlavo appunto di un nuovo tipo di realismo, facevo esempi di come i grandi romanzi riescano a reimpiegare le forme della tradizione, e insomma ponevo, credo, alcune questioni a monte di quelle che si stanno affrontando.</p>
<p>L’anno scorso però ho anche pubblicato (mi scuso se parlo di me anche troppo: ma è solo per chiarire bene la mia posizione) un saggio d’insieme sulla narrativa italiana dal 1980 al 2007, intitolato <em>Stile e tradizione nel romanzo italiano contemporaneo</em>, dove appunto esamino in dettaglio i problemi specifici relativi all’evoluzione pienamente postmodernista (alla Eco) e successiva del nostro romanzo. Quasi tutti gli autori che sono stati coinvolti nella discussione venivano presi in esame, però con una prospettiva precisa: il problema, scrivevo, non è più quello di parlare di un ‘realismo’ di tipo ottocentesco, né di scannarsi sul ‘postmodernismo’ (buono, cattivo, così così…), ma quello di individuare opere che sappiano parlare del presente, <em>ma non solo</em>, secondo una prospettiva che riprenda i fondamenti del <em>novel</em>, ossia quelli di chi sa di raccontare storie importanti per una collettività, ancorché inventate, ma <em>comparabili</em> con quello che si può pensare sia davvero accaduto in una determinata società e in un determinato periodo. Il punto era &#8211; ed è &#8211; che i nostri concetti di realtà sono ormai talmente diversi da quelli di un Balzac, di uno Zola o persino di Joyce, che non possiamo più affermare che solo la rappresentazione del mondo intorno a noi sia significativa.</p>
<p>Ora, il prima problema che vedo, nella discussione sinora condotta, è che si sono usati i termini ‘realtà’ e ‘realismo’ in accezioni molto diverse: per qualcuno, soprattutto gli amici di “Allegoria”, si trattava di ‘contemporaneità’, ‘cronaca’, ‘qui e ora’, con tutti gli annessi e connessi; per Cortellessa e altri invece l’idea era più ampia, e immediatamente collegata a un problema di stile, che anche secondo me è fondamentale: ma, in sostanza, penso che la cosa valga per tutti (benché personalmente non creda che, per parlare di stile, oggi ci si possa rifare solo al grande Contini o al grandissimo Auerbach). Mi pare insomma di capire, dai vari interventi, che sugli equivoci terminologici si è continuato a non intendersi, mentre sulla faccenda dello stile si sono trovati punti di accordo. Questo mi sembra molto importante perché, onestamente, la discussione era partita da frasi troppo nette e trancianti di Cortellessa sul lavoro ampio e articolato di Raffaele Donnarumma, Gilda Policastro e del gruppo di “Allegoria” (nel fascicolo ‘incriminato’, per esempio, c’è un ottimo saggio di Gianluigi Simonetti che sinora non è stato ricordato, ma che vale la pena di leggere). D’altra parte, è vero che le ipotesi solo contenutistiche non bastano a chiarire il valore di un’opera: un’ovvietà che non metterebbe conto di ricordare, se non fosse che poi nelle discussioni sembra del tutto inattiva.</p>
<p>Faccio un esempio. Io non ho nulla contro la letteratura (persino la poesia) che parla del presente, e che in qualche misura si configura come ‘politica’, ‘impegnata’, ‘civile’ e ognuno metta l’aggettivo che più gli piace. Però non è quella letteratura<em> debba</em> parlare di qualcosa in particolare per essere davvero adeguata allo scopo di cui sopra. Vorremmo forse sostenere che Tolstoj avrebbe fatto bene a occuparsi di Bismarck anziché di Napoleone? O che, per risalire a esempi di realismo ‘altro’ rispetto al nostro, il povero Dante doveva incontrare Farinata, Ugolino, al limite Francesca, ma non Ulisse e tantomeno Dio, sia pure ‘per figure’? Oppure, secondo modalità del tutto diverse, chi oserebbe negare oggi (con buona pace di Lukács) che uno degli scrittori più realistici del primo Novecento è Kafka, il quale di ‘cronachistico’ non ha assolutamente niente ma rappresenta perfettamente lo ‘Spirito del tempo’? Insomma, sono i modi di parlare del presente che possono rendere grande un’opera, anche se, lo dico per chiarezza, fra i modi io inserisco anche la scelta dell’argomento, che non è ininfluente: un argomento deve essere ‘all’altezza dei tempi’, e questo implica che alcuni siano migliori di altri agli occhi della collettività dei lettori.</p>
<p>Da ciò consegue che io posso benissimo fare un romanzo su un precario perché ritengo che questo sia un argomento forte. Ma posso anche non farlo, e parlare per esempio della vita nascosta di un broker che fa crollare la borsa, di un magnate nascosto nel più sperduto stato asiatico o americano, di un attentatore di al Qaeda in incognito in Italia, perché ritengo che questi argomenti siano <em>più significativi</em> del precariato, che sarebbe solo un epifenomeno, mentre le cause starebbero altrove. In fin dei conti, DeLillo opera proprio in questo modo, mettendo assieme in quello che resta il suo capolavoro, cioè <em>Underworld</em>, frammenti in apparenza irrelati, massimi sistemi e vite di barboni, cose credibilissime che risultano false, e cose assurde che risultano vere, e tiene insieme tutto questo con commenti degni di Guerra e pace, che danno un senso e una prospettiva al caotico che tutti viviamo. Questo, secondo me, è un modo efficacissimo per reinterpretare gli obiettivi più alti del romanzo, anche se poi la media dei romanzi oggi è ben altra. Lo stesso <em>Falling man</em> è meno significativo, più ‘voluto’, benché la capacità di reinterpretare l’11 settembre in termini epici e tragici innalzi anche questo romanzo una o due spanne sopra la miriade di <em>instant novels</em>.</p>
<p>Forse allora una parte della nostra discussione è mal posta. È posta poi anche peggio quando continuiamo a invocare categorie storicamente e scientificamente superate come quella di ‘inesperienza’. Stiamo ancora a ripetere una favoletta che non era vera ai tempi nemmeno ai tempi di Benjamin? Ma lasciamola a uno Scurati, che pensa di essere il nuovo dio del romanzo e non riesce a fare altro che scrivere ripetizioni di <em>Delitto e castigo</em>. Oggi, noi, abbiamo un’esperienza del mondo che i Greci o gli Illuministi se la sognavano, se la mettiamo nei termini di ‘informazione’. E l’esperienza, ci spiegano i neuroscienziati, è <em>prima di tutto</em> informazione. O forse noi crediamo che Tucidide o Erodoto sapessero cose incredibili, avessero sperimentato chissà quale visione del mondo che noi, meschini, non siamo in nessun modo in grado di raggiungere? O vogliamo aggiungere, come fa Scurati, che un povero disgraziato che è stato sotto il fuoco dei nemici, sotto bombe al napalm, al fosforo, all’uranio impoverito  ecc., non ha fatto un’esperienza, perché lui, l’inesperto, guardava il tutto bevendosi una birra davanti alla TV? Proponiamogli di far cambio, e vediamo se accetta.</p>
<p>Ovviamente, sto semplificando. La questione è senza dubbio delicatissima, però le nostre riflessioni devono partire non da posizioni ‘veteroumanistiche’, come in fondo sono quelle che, con l’alibi dell’inesperienza, consentono poi di non guardare davvero il ‘deserto del reale’. Cominciamo a dire che chiunque, e soprattutto gli scrittori, oggi fanno un’esperienza <em>nuova</em> del reale, e il problema è proprio quello di veicolarla in una forma narrativa che riesca a darne il senso, risarcendo, per riprendere un’intuizione questa sì ancora fondamentale di Benjamin (e Adorno), proprio quello che la pura informazione (nel senso più ampio del termine) non può dare. Tolstoj non era sui campi di battaglia contro Napoleone, ma aveva una sua propria esperienza della guerra, solo che, come scrittore, ha capito che la sua ricostruzione del senso della storia si poteva ottenere solo parlando di un evento epocale, e non di una delle tante guerre che da sempre, purtroppo, accadono senza che il mondo se ne accorga. Il grande scrittore deve, secondo me, essere in grado di individuare nel presente aspetti della realtà di cui non ci eravamo accorti, deve saper guardare più a fondo, deve individuare più senso negli eventi di quanto ce ne sia nelle cronache dei mass media. Altrimenti, il suo romanzo sarà sempre e soltanto un abbellimento del già noto. </p>
<p>Insomma, la nostra idea di esperienza, così come quella di realtà, comprende oggi anche la conoscenza di quello che un tempo avremmo chiamato il fantastico, e ora il virtuale, l’immaginario ecc.: però dobbiamo cominciare a fondare i nostri discorsi su questi argomenti non solo giurando sulle parole di Hegel o Lacan o Baudrillard, ma anche tenendo conto di quelle degli esperti di scienze cognitive, di opere come il bellissimo dialogo tra Changeux e Ricoeur su <em>La natura e la regola</em>, dove davvero si discute sui rapporti tra genetica, neurobiologia, filosofia e, dulcis in fundo, arte (e specifico che non voglio in nessun modo usare il cognitivismo come spiegazione, ma credo che non possiamo nemmeno far finta che molte spiegazioni sinora date di fenomeni estetici o linguistici o stilistici possano e debbano essere inserite in un quadro rinnovato, che tenga conto dei presupposti riguardanti in particolare l&#8217;inconscio cognitivo, senza con questo cadere in un facile determinismo).</p>
<p>Finiamola con i proclami o i lamenti sul romanzo dell’irrealtà o l’irrealtà del romanzo, e cominciamo a cercare i romanzi che, sulla base di un’originale rilettura della tradizione, sappiano anche affrontare il nostro completo cambiamento di conoscenze sull’identità, sui limiti tra sensoriale e intellettivo, su cos’è mimesis da un punto di vista del cervello, anche in funzione artistica, e su temi che finalmente ci portino fuori dall’orticello in cui sembra che l’unica questione sia quanto siamo postmoderni, o se siamo più realistici se parliamo di frutta al mercato anziché di operai nelle fabbriche, per riprendere una nota polemica fra grandi pittori. Un esempio perfetto, in questo senso, ce l’abbiamo già, ed è<em> Le particelle elementari</em> di Houellebecq.</p>
<p>Con tutto questo, non voglio certo tirarmi indietro quando si parla di canone del presente o di una seria discussione sui valori che vogliamo individuare nella letteratura d’oggi. Questo credo che rimanga un compito fondamentale per chi, come me, vorrebbe che in Italia ci fosse un riconoscimento forte per le opere migliori: così come ci sono i Pulitzer o i Goncourt, e nel bene o nel male si sa che quelle premiate sono opere con cui bisogna confrontarsi. Per quel che valeva, personalmente mi ero impegnato, assieme a Enzo Golino, Andrea Cortellessa, Guido Mazzoni e altri, nell’ambito di un premio, lo “Stephen Dedalus”, che voleva segnalare ogni anno alcune opere di narrativa e di poesia davvero significative: e, tra l’altro, siamo stati fra i primi a premiare <em>Gomorra </em>e gli unici ad avere il coraggio di dare un riconoscimento ufficiale a <em>Troppi paradisi</em>. Non lo dico per commemorare un premio che è già defunto, causa taglio totale dei finanziamenti: lo dico per indicare quella che credo una prospettiva indispensabile &#8211; e da riprendere &#8211; cioè di unire gli sforzi per far sì che le opere che collettivamente o a grande maggioranza consideriamo importanti abbiano tutto il riscontro che meritano, in un mercato dominato dai giallini, dai numerini, dai baricchini ecc. ecc.</p>
<p>Quanto poi a chi interpreta meglio ora la contemporaneità, il nostro essere qui adesso, io mi sono espresso nel libro, ma ho anche scritto un contributo su <em>Gomorra e il Naturalismo 2.0</em>, in cui propongo delle ipotesi su come andare oltre il ‘fenomeno’ Gomorra, persino oltre i suoi importanti risvolti umani e sociali, per capire perché quel testo è diventato così importante per noi. Il saggio intero è ancora inedito, ma una sua parte, con altre considerazioni sul rapporto fra noir, fiction, auto fiction ecc., è stato pubblicato nell’Almanacco Guanda dal titolo<em> Il romanzo della politica. La politica nel romanzo</em>, curato da Ranieri Polese e in libreria in questi giorni. Invito tutti a guardarlo perché i tanti testi che vi compaiono sono molto interessanti nel loro insieme. Si va da analisi molto dettagliate, come quella di Andrea Cortellessa su Siti, a resoconti di autentici processi, come quello Previti-Cordelli (con acute considerazioni di Franco e dei suoi avvocati, certamente da lui ispirati, sul rapporto realtà-finzione), a dichiarazioni di scrittori ma anche di esperti e giornalisti, per esempio sull’ormai dimenticata stagione di Tangentopoli, a fumetti notevolissimi come quelli di Alberto Rebori. Il mix è utilissimo per comparare i modi possibili per parlare del presente. </p>
<p>E mi pare che emerga bene un punto, che ancora non ho trovato evidenziato nel nostro dibattito: le ricette per ottenere adesso un riscontro di pubblico sono ormai talmente vincolanti che opere ‘fuori mercato’ quasi mai acquistano un rilievo di pubblico. Per esempio, oggi un romanzo storico è incasellato in uno statuto che è molto più vicino al fantasy che non all’allegoria del presente: è chiaro che non è sempre stato così, ma questo pone dei problemi su come fare romanzo storico che sia anche un’interpretazione del presente. A mio parere Littell ci riesce in modo notevolissimo (altrove proverò a spiegare perché, ma intanto so che usciranno vari contributi interessanti nel prossimo numero di “Allegoria”), Genna, tanto per dire, meno. Però, va riconosciuto a Genna che uno dei tentativi più ambiziosi di fare storia italiana senza trascurare il presente ma nemmeno senza appiattircisi è stato <em>Dies irae</em>. Ragionare sui limiti di quella operazione (prima di tutto, secondo me, per l’appunto stilistici), e sul suo quasi totale insuccesso di pubblico, potrebbe essere interessante, se ci poniamo in una prospettiva un po’ meno militante e un po’ più critica.</p>
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		<title>Due sonetti</title>
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		<pubDate>Wed, 27 Aug 2008 14:55:55 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[diari]]></category>
		<category><![CDATA[canone]]></category>
		<category><![CDATA[forme chiuse]]></category>
		<category><![CDATA[Marco Palasciano]]></category>
		<category><![CDATA[poesia]]></category>
		<category><![CDATA[sonetti]]></category>
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					<description><![CDATA[di Marco Palasciano [Palasciano prosegue, in altre forme, un&#8217;invettiva scagliata in coda a uno sberleffo di Gernhardt, offrendo in tal modo una riflessione sulle reincarnazioni moderne del sonetto. DP] 1. «In principio…» o forse è tutto un nastro di Möbius, perforato pentagramma dai cui segni esce luce: ed ecco un astro, una stella cometa, ogni [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p class="MsoNormal" style="text-align: left;" align="left">di <strong>Marco Palasciano</strong></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"><em><span style="color: #003366;">[Palasciano prosegue, in altre forme, un&#8217;invettiva scagliata in coda a uno sberleffo di <a href="https://www.nazioneindiana.com/2008/08/23/materiali-per-una-critica-della-piu-celebre-forma-poetica-di-origine-italiana/" target="_blank">Gernhardt, </a>offrendo in tal modo una riflessione sulle reincarnazioni moderne del sonetto. DP]</span></em></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"><strong>1.</strong></p>
<p>«In principio…» o forse è tutto un nastro<br />
di Möbius, perforato pentagramma<br />
dai cui segni esce luce: ed ecco un astro,<br />
una stella cometa, ogni altra fiamma</p>
<p>o cristallo di neve – onde l’impiastro<br />
di molecole insieme babbo e mamma<br />
d’alghe, e vermi, e del bipede (disastro)<br />
che pensa in lui s’arresti l’anagramma.<span id="more-7675"></span></p>
<p>Cosí non è; ché un centro non esiste,<br />
se non esiste alcun principio o fine;<br />
e mi spiace che ciò ti renda triste.</p>
<p>Godi, invece, ché è poco quel che hai perso:<br />
fuor del tuo guscio, vedi le divine<br />
prospettive; e t’è guscio l’universo.</p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify;">
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify;">
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"><strong>2.</strong></p>
<p>L’Alta Poesïa, il Fiore luminoso<br />
che intorno a noi vapora le ali eterne,<br />
che tutto il concernibile concerne<br />
e forma forme che capir non oso,</p>
<p>è immobile, e al contempo è mar furioso;<br />
è lume razional che nulla sperne,<br />
e arte che in supralterne e subalterne<br />
sparte le cose; è sadico e amoroso; …</p>
<p>o tale appare a me, che porto meco<br />
le mie categorie e fuor del cono<br />
che proietta il mio mondo sono cieco</p>
<p>e scambio per l’oggetto ricercato<br />
quanto prevedo in base a ciò che sono<br />
o che mi credo e che non son mai stato.</p>
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