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	<title>cantico di stasi &#8211; NAZIONE INDIANA</title>
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		<title>Cantico di stasi / 2011</title>
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		<dc:creator><![CDATA[domenico pinto]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 11 Jan 2012 07:52:24 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[inediti]]></category>
		<category><![CDATA[cantico di stasi]]></category>
		<category><![CDATA[Marina Pizzi]]></category>
		<category><![CDATA[poesia italiana contemporanea]]></category>
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					<description><![CDATA[di Marina Pizzi 1. in un ospizio di foglie la pigrizia dell’angelo. si secca la gioia di dio pertugio di lacrime. incline al giocondo arenile balbetta d’eco la conchiglia. in mano all’armonia dell’inguine resta la giara senza l’olio santo prosciugato dal resto del mondo. mandami un calesse avrò già pianto nel dilemma scortese del fango. [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Marina Pizzi</strong></p>
<p>1.<br />
in un ospizio di foglie<br />
la pigrizia dell’angelo.<br />
si secca la gioia di dio<br />
pertugio di lacrime.<br />
incline al giocondo arenile<br />
balbetta d’eco la conchiglia.<br />
in mano all’armonia dell’inguine<br />
resta la giara senza l’olio santo<br />
prosciugato dal resto del mondo.<br />
mandami un calesse avrò già pianto<br />
nel dilemma scortese del fango.<br />
è tutta qui la resina del dubbio<br />
quando la casa crolla tutta sicura<br />
di stare in piedi. i duri fratelli<br />
hanno lasciato la casa dopo il saccheggio.<br />
in un tuono di vendetta la scaturigine<br />
del sacco chiuso a bomba. intorno le vipere<br />
spasimano gl’intrecci. l’ironia del vicolo<br />
spadroneggia sugli amanti senza riparo.<br />
2.<br />
quale imbrunire mi offuscherà la fronte<br />
nella schiera di nuvole nemiche<br />
scacchiere senza angeli di fianco.<br />
oggi il diverbio è pastore di se stesso<br />
quasi un convulso esodo di stasi<br />
verso l’ombra che per tutti c’è.<br />
in un buio di casale voglio l’occaso<br />
della pace. in primavera si addice<br />
la mia voglia di avverare aiuto<br />
almeno alle fontane senza acqua<br />
battesimali di cenere per sempre.<br />
la croce sulla fronte non basta<br />
il salario di essere felici, anzi<br />
la casta delle ronde tonifica il demonio.<br />
i prìncipi sono pochi e i sudditi<br />
immensi. così lo stato delle fosse<br />
vive, lo stato del dominio delle cose<br />
fatte ad arco per castigare meglio.<br />
3.<br />
posso dormire una notte di scalee<br />
quando le donne con lo strascico<br />
giocano a copiar principesse.<br />
presepe laconico guardarti<br />
dentro il cullare delle darsene oleose<br />
materne quanto un albero di riva.<br />
in mano alla questura di dare appello<br />
la turba che bada la scommessa<br />
di perire sasso senza turbe<br />
né baveri alzati da ubriaco.<br />
4.<br />
così si dice pianga la lucciola<br />
quando la manna si fa spazzatura<br />
presso la porta dorata del folletto.<br />
il bimbo gioca a se stesso da piccolo<br />
ma non lo sa e non è felice appieno.<br />
si sa che è uno zero lunatico questo<br />
tuo perno senza cibo sfinito nella ruggine.<br />
nella sabbia che fatica le staffette<br />
corre la fiamma a cercar di amare<br />
le zuffe di ferrosi amanti.<br />
in un duetto di fragole di maggio<br />
invento le gole di fratelli golosi<br />
così noiosi da sembrar gemelli.<br />
l’arena di truppa non fa finir la guerra<br />
né la buona cucina invita qualcuno<br />
per esorcizzare il rantolo.<br />
la pagnottella con il prosciutto è leccornia<br />
da altare. tu inventa una steppa che<br />
sappia grilli parlanti come le gemme<br />
delle favole. dividi con me questo<br />
cimitero acquatico di fuoco. io non<br />
voglio chiamarmi più marina né in altro modo.<br />
5.<br />
ho imparato a giocare con le statue<br />
in grandi mari a tuffarci insieme<br />
inguine di donna la marea<br />
sotto la guerra di perdere i bambini<br />
in preda alla resina dei barbari.<br />
in mezzo all’avarizia della bara<br />
sono rimasta cenere sgraziata<br />
dai sassolini dei venti più potenti.<br />
in mano alla paglia dei falò<br />
da viva imparai le ceneri<br />
le belle faville che non smettono.<br />
i cortili dei vivi avevano altarini<br />
acquitrini per i pesci rossi<br />
non peccatori i miti degli amori<br />
aperti a mo’ di libri sui davanzali.<br />
in barca sulla fronte dell’anarchia<br />
la chela del granchio non osò toccarla<br />
anzi si ritrasse per un fido di elemosina.<br />
6.<br />
La finestra dello scontento</p>
<p>lungo le rotte del mio sacrificare<br />
la calca della palude. nell’interno<br />
del diamante vedo il cestino<br />
delle inutili stimmate. sono molto a soffrire<br />
questo marziano d’ansia.<br />
indarno gli appunti non spiegano<br />
la disgrazia delle mosse senza rispetto<br />
le malizie che contengono l’arrivo<br />
sulle supplenze del vento sempre contro<br />
il beneficio del faro tutto stante.<br />
in gara con la rondine che vince<br />
si ritiri la noia che dà da piangere<br />
al cinereo bastone del basto dentro.<br />
qui si immola l’avarizia del contendere<br />
solo acquazzoni con le morse delle gocce.<br />
in mano alla pietà della risacca<br />
le scorie nelle mani sono l’affetto<br />
di gente morta nel giardino delle meraviglie<br />
così si dice nelle fole di vinti talami.<br />
la paura del soldato è lo steccato<br />
dinamitardo. qui se ti affretti a scappare<br />
apra la sorte il vento e l’avarizia crepi.<br />
7.<br />
quale bistro truccherà il mio zaino<br />
in perla d’indovino finalmente<br />
per correre alla maniera dell’atleta<br />
con la lancia in resta e la corona in testa.<br />
nulla parlerà di regole oceaniche<br />
visto che lo stagno piange fanciullo<br />
e la pallottola ha trascorso la nuca.<br />
così morta la ciurma della ronda<br />
nulla potrà cantare alla madre del bivacco<br />
l’accomodo di dirle una pietà.<br />
alla cometa del rantolo maniaco<br />
si scomoda il respiro per spirare<br />
la corta moda di morire sùbito.<br />
in mano al dado del sicario<br />
si ottenebra la calce del loculo<br />
quale più oscuro anfratto di bracconaggio.<br />
in mano alla caduta della rotta<br />
faccio ammenda di me nei secoli<br />
per le placente irrise che non ebbi.<br />
8.<br />
dio di cancrene stare zitto<br />
sul filo del rasoio come abaco<br />
atto al rasoterra. l’alone della terra<br />
è fiato smesso pronto per il sottomesso<br />
fato di sospiro. e sempre rantola il guasto<br />
della conca in culmine di oceano. iddio<br />
canuto questo scempio fiumara di fumo.<br />
addio al sasso che giocò al vetro rotto<br />
dentro il cortile d’infanzia. è giara di veleno<br />
l’alunno zoppo che non può scalciare<br />
contro la poca aureola del sogno.<br />
in lutto guarderò la sedia vuota<br />
dove rantolò la scherma di Ulisse<br />
il bel cerchio di restare vivi.<br />
in fondo è un cipresseto anche l’annuncio<br />
di chiamarsi al dondolo. muore la spada<br />
d’accatto quando giocare sfuggiva la cavia.<br />
oggi si accantona il bacio<br />
per un giro ancora.<br />
9.<br />
mi metterò l’occaso in riva al sangue<br />
e capirò perché la luna è piena<br />
o spicchio di capestro. l’alunno saturnino<br />
della pena gravita una roccia. dove da oggi<br />
è turno di scempio prestare il rantolo<br />
occludere la fiaccola del coraggio. in stato di<br />
omuncolo regalo assiomi miracolosi<br />
d’asma. eppur domani sia consono<br />
il re del soqquadro per la caligine<br />
del retro stato. un fato di nebbia<br />
mi epuri l’odio. non basta raccontarsi<br />
un enigma se la storia è dio. è da sùbito<br />
l’urto con la fossa certa. d’animo e conclave<br />
non avrò amore nel furto di esserci. la cenere<br />
d’olimpio dove si culla il sole senza speranza.<br />
e la darsena si acclude all’osso di sterco<br />
al comignolo che ottura il cielo<br />
verso la rottura col mito. in fase maschia<br />
non sarà riscossa espugnare il rantolo.<br />
10.<br />
finalmente avrò un bottone d’agio<br />
finalmente. e dietro l’ambito delle vene<br />
rosse non ci sarà più il sangue, ma la fine<br />
dolcissima della vita. nel ginnasio degli angeli<br />
voglio andare dove la pena non è neppure<br />
un ricordo. nelle scalee di prìncipi e tiranni<br />
resta l’odore della morte per il popolo dei<br />
gioghi. gigli secchi comprendono le tombe<br />
quando nessuno si ricorda più<br />
di quali stati fu il cruciverba e la badata<br />
stasi di dormire raccolti in un apice<br />
di piume. lo sterzo è la vendetta del morente<br />
con urli o silenzio secondo la paura.<br />
immersi in un letamaio di giullari<br />
si contamina restare stamberghe di sé.<br />
11.<br />
lasciami andare a un sinonimo di eclissi<br />
dove l’abaco conti solo miti<br />
e siluri di alfabeti miracolosi<br />
dove la cornucopia è sazia<br />
e la viltà non ha indici<br />
né sbagli di scommesse.<br />
intagli di meraviglie starti a guardare<br />
nell’eremo che soqquadra le pianure<br />
perdurando le eresie del bello<br />
sotto le cimase dell’esodo folclorico<br />
e le rotte evangeliche del sorriso.<br />
indarno il quadro scoppia di bellezza<br />
se questo deserto è prova di catrame<br />
e la trama del foglio perde la scrittura.<br />
il trono maniacale dell’estetica<br />
espunge il costato dell’arsura<br />
questa bravura di piangere per sempre<br />
nonostante le zeppe sotto la lavagna.<br />
il crudo amore inguaia la progenie<br />
misfatto editto per la solitudine<br />
tutte già belle le turbe delle spose.<br />
12.<br />
mia madre è morta di strano cuore<br />
una maretta intrisa di preghiera<br />
la mia di sapida bestemmia<br />
dove la pietà si annulla in urlo.<br />
in un covo di rettitudine blasfema<br />
ho sopportato l’agonia la gogna<br />
dell’attesa e il silenzio finale.<br />
con un pellegrinaggio di lenzuola<br />
la giornata si fa atroce come la purea<br />
di tutti i giorni e le cibarie pessime.<br />
escludo da me la veglia della gioia<br />
questa vanga di fanga e di gran fuoco<br />
quando i fiori si gettano per terra<br />
a piramide profumata. si toglie tutto<br />
anche la croce per la cenere maligna.<br />
resti o svapori poco importa alla baldanza<br />
di lucciole letargiche e fuochi fatui.<br />
i lavori degli uomini continuano<br />
a trasportare morti per furti futuri.<br />
si ruba ai morti tanto non costa niente<br />
e la baldoria non barcolla un attimo.<br />
13.<br />
l’arringa del salice piangente<br />
ingenera chissà quale soccorso<br />
verso il sudario della donna in lacrime<br />
sul crimine d’intendere l’area del pozzo.<br />
quale dolore t’infilzò la milza oh fratello<br />
del bosco? quale scoscesa realtà<br />
volle sedurti al panico? intùito vederti<br />
ormai che morta fu la nenia di<br />
baciarti oltre. così commosso l’antro<br />
del mio bene non trova strada sul dazio<br />
del sale. ora me ne andrò per far cometa<br />
il sogno. al vespro la madre non rincasa.<br />
tu sapevi che piangere è morire lungo<br />
la rotta del salario chiuso. misure d’asma<br />
non trovarla più.<br />
14.<br />
vado all’espatrio ogni notte<br />
con un tatuaggio nel cervello<br />
botta e risposta senza fine<br />
la mia carriera visitata da ferri<br />
arroventati. nei denti un faro<br />
di conchiglia. una perplessa<br />
aurora quanto un cimitero<br />
divelto. miserere del respiro<br />
continuare la scansione del<br />
tempo. vocativo d’estro volerti<br />
accanto. camminami sul petto<br />
abbi pietà del mito che ci rese<br />
fragili. passa la vendetta un canestrello<br />
di vespe. la grazia occulta della siepe<br />
è un buon cammino nonostante<br />
non sapere l’aldilà. incudine di putti<br />
verremo uccisi tutti.<br />
15.<br />
qui si sale in coda all’erba vinta<br />
alla riscossa che non sa di niente<br />
né di pane azzimo la scuola.<br />
il perno della foce è dietro l’angolo<br />
una madonna in estro di fallacia<br />
per un girotondo di perle senza<br />
viottolo. si sta conserti mappamondi<br />
in torto sull’occaso di dar spallate al mondo.<br />
16.</p>
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