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	<title>Carl Gustav Jung &#8211; NAZIONE INDIANA</title>
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		<title>Un pensare per campi. Divinazione e Sincronicità in Marie-Louise von Franz</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Giorgiomaria Cornelio]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 17 Nov 2019 08:00:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[indiani]]></category>
		<category><![CDATA[Carl Gustav Jung]]></category>
		<category><![CDATA[Chiara Babuin]]></category>
		<category><![CDATA[Divinazione]]></category>
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					<description><![CDATA[&#160; di Chiara Babuin [con un estratto dal libro]   &#160; Marie-Louise von Franz è stata una delle più importanti e prolifiche figure della psicologia analitica. Fedele allieva e collaboratrice di Carl Gustav Jung, von Franz è conosciuta soprattutto per aver intrecciato i suoi studi di lingua e filologia classica alla psicologia, generando diverse opere sulla [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>&nbsp;</p>
<p style="text-align: center;">di <strong>Chiara Babuin</strong></p>
<p style="text-align: center;">[con un estratto dal libro]</p>
<p><strong> <img fetchpriority="high" decoding="async" class="aligncenter wp-image-81511" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/11/446701880_110056-646x1024.jpg" alt="" width="551" height="862" /></strong></p>
<p>&nbsp;</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Marie-Louise von Franz</strong> è stata una delle più importanti e prolifiche figure della psicologia analitica. Fedele allieva e collaboratrice di Carl Gustav Jung, von Franz è conosciuta soprattutto per aver intrecciato i suoi studi di lingua e filologia classica alla psicologia, generando diverse opere sulla simbologia archetipica della fiaba, quest’ultima intesa junghianamente come l’espressione più pura dell’inconscio collettivo.</p>
<p style="text-align: justify;">Di fatto, il tratto forse più caratteristico della psicanalista svizzera è il suo eclettismo, che nella sua vita le ha permesso di trattare moltissimi temi.<br />
Proprio in questi giorni, grazie a <strong>Edizioni Tlon</strong>, è uscito uno dei testi più affascinanti della sua vasta ricerca psicanalitca e filosofica. Stiamo parlando di <strong><em>Divinazione e Sincronicità: psicologia delle coincidenze significative</em></strong>, che si presenta come una raccolta di lezioni, tenute dalla dottoressa von Franz, al C. G. Jung Institute di Zurigo, nel 1969.</p>
<p style="text-align: justify;">La nuova traduzione di<strong> Nicola Bonimelli</strong> sin dal titolo rende giustizia al tema cardine del libro, cioè quelle “coincidenze significative”, tratto caratteristico dei sistemi di divinazione (come l’IChing e i Tarocchi), che fanno storcere il naso agli scettici e, spesso, ai matematici.</p>
<p style="text-align: justify;">Ma andiamo con ordine. “&#8230;prima di procedere nei dettagli legati ai problemi della divinazione, dobbiamo ricordare ciò che Jung ha detto della sincronicità“, puntualizza la psicologa proprio all’inizio del libro. Che cos’è dunque la sincronicità? È una particolare concezione del tempo, introdotta nel mondo occidentale da Jung, mentre stava studiando l’<em>I Ching. Il Libro dei Mutamenti</em>, il testo oracolare cinese.</p>
<p style="text-align: justify;"><em>“Il pensiero sincronico, che in Cina è il modo classico di pensare, è un pensare per campi, per così dire.</em></p>
<p style="text-align: justify;"><em>Nella filosofia cinese questo pensiero si è sviluppato e articolato molto più che nelle altre civiltà; lì la domanda non è perché sia accaduto qualcosa, o quale fattore abbia causato un certo effetto, ma: quali eventi amano accadere insieme, in un modo significativo e nello stesso momento? I cinesi si chiedono sempre: “Cosa tende ad accadere insieme nello stesso tempo?”. Perciò il centro del loro concetto di campo è un istante temporale in cui sono stretti gli eventi a, b, c, d, e così via. [&#8230;] il pensiero sincronico può essere considerato un campo di pensiero, il cui centro è il tempo.</em></p>
<p style="text-align: justify;">Scrive von Franz, chiosando Jung, che nella sua celebre introduzione all’ I Ching del 1949, definì la sincronicità come “un concetto che formula un punto di vista diametralmente opposto a quello causale”.</p>
<p style="text-align: justify;">Si hanno dunque due concezioni temporali: quella causale, in cui i fatti si manifestano nella realtà secondo il rapporto di causa-effetto, cioè in un prima e un dopo (pensiero occidentale); e la concezione sincronica in cui un evento si manifesta grazie alla contingenza acausale di fatti oggettivi, indipendenti tra loro. In poche parole: il pensiero occidentale si basa sul concetto di <em>causalità</em>, mentre quello cinese su quello<em> casualità</em>.</p>
<p style="text-align: justify;">Da questi due pensieri, dice e dimostra von Franz in <em>Divinazione e Sincronicità</em>, si determinano anche due visioni del mondo diverse. Ed è in questa fase che la studiosa svizzera chiama in causa la scienza e i matematici del suo tempo argomentando come la loro disciplina non potrà mai cogliere la verità delle cose, poiché nell’approccio scientifico il caso, l’accidente è “una scocciatura” che tentano in tutti i modi di debellare e/o ignorare. La loro iper razionalizzazione del reale è una via fallimentare, perché se i loro sistemi matematici sono volti a eliminare costantemente la particella del caso, significa che questa costante è l’essenza stessa della realtà.</p>
<p style="text-align: justify;"><em>“È evidente che sono due approcci del tutto complementari, volendo utilizzare il linguaggio della scienza contemporanea. Gli esperimenti eliminano il caso, l’oracolo lo mette al centro; l’esperimento si basa sulla ripetizione, l’oracolo si basa su un unico atto. Il primo si basa sul calcolo delle probabilità, il secondo si serve del numero unico e individuale per ottenere informazioni.”, conclude costruttivamente la psicologa.</em></p>
<p style="text-align: justify;">Oltre a dissertare sui limiti del metodo scientifico, von Franz in <em>Divinazione e Sincronicità</em> parla diffusamente di numeri naturali e di come la capacità dell’uomo di fare conoscenza del mondo tramite la misura (e quindi i numeri), abbia etimologicamente a che fare con la narrazione del mondo stesso “in tedesco la parola che significa «raccontare» è <em>erzählen</em>, che deriva da <em>Zahl</em>, numero. <em>Erzählen</em> è «enumerare» immagini archetipiche. In francese «raccontare» è <em>raconter</em>, affine a <em>compter</em>, contare enumerare; Nora Mindell mi ha segnalato che, in cinese, la parola «enumerare», <em>Suan</em>, vuol dire contare il <em>chi</em>, cioè l’origine, del <em>lai</em>, cioè contare l’origine di ciò che accadrà, di ciò che sta per accadere.”</p>
<p style="text-align: justify;">E anche l’italiano si allinea a questo legame: la parola <em>cunto</em> in napoletano designa sia il racconto, che le scritture contabili di registrazione delle operazioni economiche.</p>
<p style="text-align: justify;">E ancora, nel libro, la brillante allieva di Jung parla di fiabe, archetipi, oracoli africani e miti Maya che avevano a che fare con la sincronicità. Insomma, von Franz pare suggerire che “tutto ciò che noi chiamiamo tempo sia un’idea archetipica che non ha ancora raggiunto propriamente la coscienza in noi. Non sappiamo ancora che cosa sia il tempo e sembra che sia venuto il momento in cui l’archetipo del concetto di tempo si avvicina alla soglia della coscienza.”</p>
<p style="text-align: justify;"><em>Divinazione e Sincronicità &#8211; piscologia delle coincidenze significative</em> è un saggio di notevole importanza per la comprensione di uno degli aspetti più complessi e illuminanti della ricerca junghiana. Il tempo ha a che fare con la nostra origine e il nostro posto nel mondo. Studiarlo e conoscerlo è parte integrante e necessaria di un possibile percorso di autoconoscenza</p>
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<p style="text-align: center;">Estratto da</p>
<p style="text-align: center;"><span style="letter-spacing: 0.05em;"><strong>Lezione 5</strong>: </span><em style="letter-spacing: 0.05em;"><strong>Unus mundus</strong></em></p>
<p>&nbsp;</p>
<p><img decoding="async" class="aligncenter wp-image-81517" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/11/rb0015_enlarge.jpg" alt="" width="659" height="663" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/11/rb0015_enlarge.jpg 725w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/11/rb0015_enlarge-150x150.jpg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/11/rb0015_enlarge-298x300.jpg 298w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/11/rb0015_enlarge-144x144.jpg 144w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/11/rb0015_enlarge-250x252.jpg 250w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/11/rb0015_enlarge-200x201.jpg 200w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/11/rb0015_enlarge-160x161.jpg 160w" sizes="(max-width: 659px) 100vw, 659px" /></p>
<h6 style="text-align: center;">&#8220;Mandala of Auspicious Beginnings,&#8221; in <em>Chibetto &#8220;mandara&#8221; sh usei</em> (Tibetan Mandalas: The Ngor Collection).</h6>
<p>&nbsp;</p>
<div class="page" title="Page 151">
<div class="layoutArea">
<div class="column">
<p style="text-align: justify;">Nel suo scritto sulla sincronicità Jung sostiene che, poiché nell’evento sincronico il regno fisico e quello psichico coincidono, dev’esserci da qualche parte una realtà unitaria dei due mondi, alla quale egli diede il nome latino di unus mundus, uno o unico mondo, un concetto già presente nel pensiero di alcuni filosofi medioevali. Jung prosegue dicendo che non siamo in grado di visualizzare questo mondo e che trascende completamente la nostra capacità di cogliere la realtà in modo cosciente. Possiamo solo dedurre o supporre che vi sia da qualche parte una tale realtà, una realtà psicofisica, potremmo dire, che si rivela sporadicamente negli eventi sincronici. In seguito, nel Mysterium coniunctionis, egli affermò che il mandala è l’equivalente psichico interiore dell’unus mundus.</p>
<p style="text-align: justify;">Ciò significa, come sapete, che il mandala rappresenta un’unità ultima di realtà interiore ed esteriore. Indica un contenuto psichico trascendentale, che possiamo afferrare solo i modo indiretto, simbolicamente. Le varie forme del mandala sembrano indicare una simile unità. Gli eventi sincronici sono l’equivalente parapsicologico dell’unus mundus e anch’essi indicano quella stessa unità dell’universo psichico e fisico. Perciò non sorprende di trovare nella storia combinazioni di questi due motivi, del mandala e degli antichi tentativi divinatori per af<span style="letter-spacing: 0.05em;">ferrare la sincronicità: io chiamo questi mandala divinatori. </span><span style="letter-spacing: 0.05em;">Ci sono molte tecniche divinatorie che si servono di un mandala: le più note sono il tema natale e i transiti, in astrologia. Vi ho già parlato dei due ordini del mondo che i cinesi riportavano su due tavolette, che poi facevano ruotare in senso contrario a scopo divinatorio. Nell’antichità troviamo molti altri mandala del genere: per esempio, le cosiddette “sfere divinatorie” della medicina antica. Il medico prendeva in considerazione l’età del paziente, il giorno del mese e la posizione della luna al momento in cui si era ammalato e faceva ruotare tali informazioni su un mandala matematico fino a ottenere una prognosi. Se il risultato ricadeva sulla metà inferiore della sfera, il paziente era destinato a morire; se cadeva sulla metà superiore, la prognosi era positiva.</span></p>
<div class="page" title="Page 152">
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<div class="column">
<p style="text-align: justify;">Tali cerchi o sfere vanivano usati anche per i fini divinatori più generali: per esempio, se uno schiavo era fuggito, si poteva interrogare quel tipo di oracolo per sapere se sarebbe tornato, se sarebbe stato ritrovato, oppure se era perduto per sempre. Il metodo era lo stesso: si prendeva l’età dello schiavo, il giorno in cui era fuggito e alcuni altri numeri, che venivano riportati sulle sfere e, a seconda del risultato, si riteneva di poter prevedere l’esito della circostanza.</p>
<p style="text-align: justify;">A ogni modo, queste tecniche piuttosto assurde mostrano che nella mente di coloro che le inventarono era presente, sullo sfondo, l’idea che la possibile conoscenza sugli eventi fosse legata all’unus mundus; perciò la divinazione prendeva la forma di un mandala.</p>
<p style="text-align: justify;">La cosa più notevole è che, quando si usava un man- dala a fini divinatori, si trattava spesso di strutture co<span style="letter-spacing: 0.05em;">stituite da un doppio mandala: cioè, in generale, di due ruote sovrapposte, una, che era mantenuta fissa, per un aspetto della realtà, e un’altra, che veniva ruotata, per un aspetto ulteriore.</span></p>
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<div class="page" title="Page 153">
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<div class="column">
<p style="text-align: justify;">In Cina il doppio mandala era costituito, come ho già detto, dal Vecchio Ordine Celeste, una certa disposizione dei sessantaquattro esagrammi dell’I Ching, e dal Giovane Ordine Celeste, che conteneva una diversa disposizione degli stessi trigrammi ed esagrammi. Nel Vecchio Ordine Celeste non vi sono processi energetici temporali, bensì una sorta di dinamismo in equilibrio, mentre il Giovane Ordine Celeste è un processo energetico ciclico.</p>
<p style="text-align: justify;">Jung, nel suo scritto sulla sincronicità, pervenne anche alla conclusione che gli eventi sincronici non sono solo sporadici accadimenti privi di ordine. Alla fine dell’opera egli suggerisce l’ipotesi che gli eventi sincronici siano fenomeni casuali di ciò che egli chiama «ordinamento acausale». In altre parole, possiamo supporre che nella realtà psichica, così come nella realtà fisica vi sia una specie di ordine atemporale costante e che gli eventi sincronici ricadano nell’ambito di quest’ordine, di cui sono singole attualizzazioni sporadiche.</p>
</div>
<div class="page" title="Page 153">
<div class="layoutArea">
<div class="column">
<p>Come esempio di ordine acausale nel mondo fisico, Jung cita il decadimento radioattivo degli atomi. Egli lo chiama acausale perché non è possibile spiegare in modo causale il motivo per cui esso debba avvenire in un certo ordine numerico piuttosto che in un altro. È, per così dire, una storia che è semplicemente così com’è. Come esempio di ordine acausale nel mondo psichico, Jung rimanda alle proprietà degli interi naturali. Per esempio, non possiamo spiegare in modo causale il fatto c<span style="letter-spacing: 0.05em;">he alcuni interi siano numeri primi, né il fatto che formino precisamente la specifica sequenza che formano: anche questo è un dato che è semplicemente così com’è, irriducibile a una causa. Domande come “perché?” o “da dove proviene?” sono irrilevanti in simili contesti; possiamo solo dire che le cose stanno così.</span></p>
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		<title>La Boutique du Diable</title>
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		<dc:creator><![CDATA[francesca matteoni]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 30 Apr 2016 05:00:40 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[diari]]></category>
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					<description><![CDATA[di Vincenzo Bagnoli Non credo di ricordarmi come riuscii a trovarla. Non fu facile, comunque; soprattutto perché non la stavo nemmeno cercando. Tutte le sere andavo a piedi alla radio dove allora lavoravo: gli studi non erano vicini, ma mi piaceva camminare ed ero abituato a percorrere chilometri senza difficoltà, provando anche diversi tragitti attraverso [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Vincenzo Bagnoli</strong></p>
<figure id="attachment_60969" aria-describedby="caption-attachment-60969" style="width: 630px" class="wp-caption aligncenter"><img decoding="async" class="wp-image-60969" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2016/04/magna2.jpg" alt="Fonte:https://mycuriouscabinet.wordpress.com/" width="630" height="378" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2016/04/magna2.jpg 1024w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2016/04/magna2-300x180.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2016/04/magna2-768x461.jpg 768w" sizes="(max-width: 630px) 100vw, 630px" /><figcaption id="caption-attachment-60969" class="wp-caption-text">Fonte:https://mycuriouscabinet.wordpress.com/</figcaption></figure>
<p style="text-align: justify;">Non credo di ricordarmi come riuscii a trovarla. Non fu facile, comunque; soprattutto perché non la stavo nemmeno cercando. Tutte le sere andavo a piedi alla radio dove allora lavoravo: gli studi non erano vicini, ma mi piaceva camminare ed ero abituato a percorrere chilometri senza difficoltà, provando anche diversi tragitti attraverso la periferia per rendere meno noiose quelle mie passeggiate. Talvolta azzardavo anche qualche «deriva metropolitana» psicogeografica, lasciando che fossero i miei passi a guidarmi: ma quella volta dovevano avermi tratto in inganno, perché la strada sembrava molto più lunga del solito, più faticosa, e più rigida del normale la sera invernale. C’era qualcosa che non tornava. Un po’ disorientato, mi ero fermato a un incrocio, quando la scorsi.</p>
<p style="text-align: justify;">Si trovava in un seminterrato, sul fianco di un palazzo un po’ discosto dalla via che stavo percorrendo. L’insegna, dipinta a mano e priva di illuminazione, recava scritto solo «La boutique du diable»; non si vedeva quasi dalla strada, nel lungo e fioco crepuscolo metropolitano; ma qualcosa mi aveva indotto a sporgermi sul cortile esterno che, sotto il piano stradale, dava accesso ai garage, come se avessi già saputo che doveva essere lì. Scesa una breve scaletta, notai anche la piccola vetrina, un riquadro grande quanto una finestra, in cui stava la scritta in neon rosa «cartomanzia» e, su un fondale optical a larghe righe bianche e nere, erano esposti vecchi fumetti di Brunner, Steranko e Druillet, romanzi erotici e di fantascienza del secolo scorso, LP e singoli degli anni Settanta: <em>Led Zeppelin IV</em>, <em>The Idiot</em>,<em> Voyage of the Acolyte</em>,<em> Over-Nite Sensation</em>, <em>Quicksand</em>, <em>Tubular Bells</em>. Sul fondo, le gambe di un manichino con calze a rete, abbastanza volgari.</p>
<p style="text-align: justify;">La porta lì accanto, una normale porta di legno verniciata di nero e piena di graffiti, non offriva invece nulla allo sguardo di chi avesse voluto curiosare all’interno; nemmeno lasciava intuire se il negozio fosse chiuso o aperto. Malgrado questa sua refrattarietà (o forse a causa di questa), non esitai a spingerla e a farmi avanti, senza annunciarmi o chiedere permesso, un po’ stupito di questa mia sfrontatezza.</p>
<p style="text-align: justify;">Appena entrato, non vidi nessuno nella quasi oscurità: l’unica sorgente luminosa era uno stretto finestrino a vasistas posto così in alto, vicino al soffitto, che mi era impossibile capire se affacciasse all’esterno o su una bocca di lupo. A terra e sui banconi che riempivano tutto lo spazio c’era quello che mi aspettavo di trovare: pile di albi a fumetti, di cassette vhs, di dischi a 33 giri, a 45 giri, pacchi di cartoline; alle pareti scaffali carichi di libri e libri, un grande specchio dall’aria antica e su un espositore, accanto al quale pendeva appeso un poster di <em>Apocalypse Now</em>, alcuni cofanetti e piccole scatole. Senza sorpresa mi trovai a sfogliare affascinato e felice una rivista per ragazzi in cui avevo letto da piccolo le storie bizzarre di Redipicche. Molte altre figure ammiccavano dalle copertine, ognuna allusiva di una storia, più o meno nota; e ogni storia richiamava ricordi della mia infanzia. Ma più di tutto ero attratto dall’espositore. Mi avvicinai per esaminare il contenuto di quei cofanetti, sapendo già cosa aspettarmi: dovevano essere carte da gioco. Avevo ancora le ossa gelate e la stanza non era riscaldata: così, mentre cercavo di aprire una delle scatole, un brivido rese i miei movimenti goffi e il mazzo mi cadde a terra. Raccolsi in fretta le carte e, dopo averle rimesse in ordine, ne girai una. Erano tarocchi e la carta riproduceva il Bagatto.</p>
<p style="text-align: justify;">«Una mano fortunata, la sua», mi dice la voce della Regina di Cuori alle mie spalle, «proprio come quella del caro Athanasius. Il Bagatto è un buon inizio: “vidi me stesso in lui riflesso come in uno specchio, e credetti di osservarmi attraverso i suoi occhi”».</p>
<p style="text-align: justify;">Trasalendo per la sorpresa, poiché il locale mi era parso deserto, mi volto per cercare di guardare la mia interlocutrice in viso, nell’incerto chiarore che filtrava appena nel seminterrato. È seduta mollemente a un tavolo, posto nell’angolo da cui si può tenere d’occhio l’ingresso e l’intero locale, e mi sorride; davanti a lei è seduta un’altra donna, dall’aria austera, che in grembo tiene un libro aperto, come se stesse leggendo, ma pare invece concentrata sulle carte che stanno sul tavolo, quasi  fosse intenta a una partita.</p>
<p style="text-align: justify;">«Athanasius? Lei allude a Kirchner?», domando, mentre mi accosto di qualche passo, nel tentativo di trarmi d’imbarazzo con un’arguzia.</p>
<p style="text-align: justify;">«Ma no», mi spiega paziente l’altra donna: «il signor Athanasius era un cliente, un affezionato cliente&#8230;».</p>
<p style="text-align: justify;">«Che proprio come questo signore aveva i suoi momenti d’impaccio. È vero, Madame Sosostris?», chiede ironica la Regina di Cuori, raccogliendo da una pila accanto a sé un LP e mettendosi poi a leggere con attenzione le note sul retro della copertina.</p>
<p style="text-align: justify;">«Non hanno proprio la destrezza di un prestidigitatore, certi signori», replica divertita l’altra, sempre fissando le sue carte: «avranno forse intuito, come dicono di avere, una qualche sveltezza d’occhio. Ma non di mano».</p>
<p style="text-align: justify;">«Gli uomini spesso presumono da loro stessi più di quanto si dovrebbe&#8230;», sospira la Regina posando ai suoi piedi l’album: è <em>Aquila</em>, del 1970, una rarità.</p>
<p style="text-align: justify;">L’altra commenta, con una punta di asprezza: «spesso presumono di sapere anche quello che li aspetta, quello che troveranno dietro l’angolo, piombando in una casa, in una storia&#8230;».</p>
<p style="text-align: justify;">Tento allora di giustificare tanto la mia presenza quanto la goffaggine con il freddo patito.</p>
<p style="text-align: justify;">«C’è freddo», ammette Madame Sosostris, che ha l’aria di non essere proprio in salute; si aggiusta l’ampio scialle per coprirsi meglio, poi aggiunge in modo vago:</p>
<p style="text-align: justify;">«Il cielo promette qualcosa&#8230;».</p>
<p style="text-align: justify;">«Neve?» chiedo io; ma dallo sguardo che ottengo per risposta mi rendo conto che è una domanda fuori luogo e abbasso vergognosamente gli occhi. Dalla copertina di una rivista musicale David Tibet, con l’immancabile gatto in braccio, e un severo John Balance mi fissano con silenzioso rimprovero.</p>
<p style="text-align: justify;">«Io direi piuttosto&#8230; come una notte di brina e un presagio di sgomento», obietta, prendendomi del tutto alla sprovvista, una voce maschile di cui non riesco ancora a scoprire la provenienza.</p>
<p style="text-align: justify;">Davanti al mio muto smarrimento, la Regina di Cuori torna a prendere la parola e declama con posa teatrale:</p>
<p style="text-align: justify;">«Domande, domande&#8230; “L’intera vita altro non è che una serie di domande divenute forme”&#8230;». Poi, nel tono di una confidenza: «Vede, noi stiamo qui – qui sotto – come domande che contengono già la loro risposta».</p>
<p style="text-align: justify;">«Così come è sopra è anche sotto», proclama l’altra, con il timbro perentorio di chi affermi una verità assoluta, e con solennità chiude il libro: prima che lo metta da parte faccio in tempo a scorgere sulla costa il nome di Jodorowsky. Incuriosito, vorrei indagare su quella lettura, ma vengo per la terza volta colto di sorpresa da un altro intervento:</p>
<p style="text-align: justify;">«Lo sa che in ogni vita c’è una storia, vero?», mi avverte da una poltrona poco discosta da noi la voce di un lettore, intento a sfogliare le vecchie riviste e i libri della pila al suo fianco: «E ogni vita può essere anzi raccontata attraverso una serie d’immagini ricorrenti, sempre le stesse, incredibilmente, spaventosamente simmetriche, che comprendono l’intero arco dell’esperienza».</p>
<figure id="attachment_60970" aria-describedby="caption-attachment-60970" style="width: 284px" class="wp-caption alignleft"><img loading="lazy" decoding="async" class="wp-image-60970 size-medium" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2016/04/Frye-284x300.jpeg" alt="Northrop Frye" width="284" height="300" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2016/04/Frye-284x300.jpeg 284w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2016/04/Frye-768x811.jpeg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2016/04/Frye-970x1024.jpeg 970w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2016/04/Frye.jpeg 1137w" sizes="auto, (max-width: 284px) 100vw, 284px" /><figcaption id="caption-attachment-60970" class="wp-caption-text">Northrop Frye</figcaption></figure>
<p style="text-align: justify;">La Regina di cuori lo guarda compiaciuta. Quasi cogliendone un gesto o un desiderio inespresso, una ragazzina bionda esce sollecita dall’ombra per versare da una teiera d’argento un tè caldo, che poi raffredda con il liquido contenuto in un altro bricco; quindi pone la tazza sul <em>coffee table</em> davanti alla poltrona del lettore. Mentre lui si piega in avanti per posare il libro e prendere la tazza, cerco di scoprire che cosa stesse leggendo, e nella poca luce del crepuscolo che appena cominciava a rischiararsi del plenilunio intravedo l’inquietante <em>Book of Job</em> di William Blake.</p>
<p style="text-align: justify;">«E cosa c’è, dunque, in questo racconto?» gli chiede la voce maschile che avevo sentito prima. Ora che i miei occhi si stanno abituando alla penombra distinguo l’uomo cui appartiene: siede con le gambe accavallate su una poltrona più in disparte, nell’altro angolo, davanti a una nicchia nel muro – una specie di finestra chiusa, forse il retro della vetrina – e tiene lo sguardo fisso su quella, quasi cercasse di guardare fuori. Un altro lettore, penso, ma poi mi accorgo che quello che tiene in mano con noncuranza, poggiato sul ginocchio, è in realtà un disco: riconosco la copertina dorata di <em>Hunky Dory</em>.</p>
<p style="text-align: justify;">«Una varietà di elementi e funzioni», gli risponde il lettore, riprendendo con la mano libera il suo libro, «ma ricorrenti: tanto che dalle nostre storie si potrebbe tracciare un alfabeto di figure, un mazzo di illustrazioni che copra l’intero arco dell’immaginazione&#8230;».</p>
<p style="text-align: justify;">«Molto di più ancora», argomenta l’altro, con lo sguardo ancora rivolto al muro, come per attraversarlo: «se proviamo a concentrare la nostra attenzione allo strato più profondo, possiamo scoprire che dietro quelle figure vi sono forme primordiali, capaci di raccontare la sua esperienza, la mia, e quella degli uomini vissuti millenni fa o che devono ancora nascere. Prototipi universali per le idee che dentro ognuno di noi si manifestano attraverso fantasie e immagini simboliche&#8230;».</p>
<p style="text-align: justify;">La discussione s’interrompe quando, da una porta sul retro che pare immettere nelle cantine, entra salendo da una ripida scala un vecchietto magrissimo e curvo, dai grandi occhiali da vista, accompagnato dal frastuono di un macchinario che si spenge non appena richiude dietro di sé l’uscio, facendo piombare la stanza nel silenzio. Il suo grembiule grigio fa pensare che possa essere il portinaio o un custode: senza dire una parola posa la lampada con cui si faceva luce nel sotterraneo su una pila di LP, in cima alla quale noto una copia di <em>Force the Hand of Chance</em>, degli Psychic TV. Poi, sempre tenendo lo sguardo a terra, brandisce la scopa come un’arma antica e si mette a spazzare il pavimento nei pressi dello specchio, andando qua e là, con movimenti obliqui, senza ordine logico, come un rabdomante.</p>
<p style="text-align: justify;">Mentre tutti tacciono provo allora a guardare quali immagini ci siano in me.</p>
<p style="text-align: justify;"><em>c’è una gita scolastica a Vienna c’è il sonno le MS e la sindrome di Stendhal al Kunsthistorische Museum i postumi della Vecchia Romagna c’è questa notte da solo conosci te stesso coca cola e aspirina le prime tracce di una vita che vivrai il mangiacassette poi cut to</em></p>
<p style="text-align: justify;"><em>c’è una stanza al pianterreno lontana dalla città sperduta nel grigiore di una strada suburbana l’alba e una pioggia che dura da giorni l’odore di caffè di umidità pena fino al quaranta per cento lontana da tutti eppure vicina alla fine e all’inizio della storia cut to</em></p>
<p style="text-align: justify;"><em>c’è un sole rosso che scende in estate e l’ombra scura in fondo alla valle di alta montagna all’orlo del mare ci sono due bambini in un giardino c’è l’aria di città del nordeuropa e un cielo vuoto il vento veloce ci sono giorni deserti e binari gli arpeggi elettrici nell’autoradio ci sono strade polverose cut to</em></p>
<p style="text-align: justify;"><em>c’è un marciapiede ruvido alla fine di un pomeriggio di ottobre c’è il cinema la nebbia vaga risalita lungo la</em><em> fondovalle il grigio dei tetti </em><em>in fondo allo spazio alla fine del mondo c’è il double-feature negli anni teneri schegge di vetro un gioco al massacro tutti i racconti di Lovecraft cut to</em></p>
<p style="text-align: justify;"><em>c’è il giradischi la camera al buio la città vista dall’alto il rumore della puntina che cade e cerca il microsolco frusciando l’attacco di batteria il sintetizzatore che disegna la colonna sonora di quelle ore di sera le note del basso che increspano appena la superficie con piccole onde la copertina dei dischi l’odore del vinile le note a calare con cui finisce Atmosphere o Christine i titoli di coda fade to black</em></p>
<p style="text-align: justify;">A spezzare il silenzio è questa volta Madame Sosostris, che riprende il discorso interpellando il lettore:</p>
<figure id="attachment_60971" aria-describedby="caption-attachment-60971" style="width: 450px" class="wp-caption alignright"><img loading="lazy" decoding="async" class="wp-image-60971" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2016/04/Jung-300x174.jpeg" alt="Carl Gustav Jung" width="450" height="261" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2016/04/Jung-300x174.jpeg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2016/04/Jung-768x446.jpeg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2016/04/Jung-1024x594.jpeg 1024w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2016/04/Jung.jpeg 1502w" sizes="auto, (max-width: 450px) 100vw, 450px" /><figcaption id="caption-attachment-60971" class="wp-caption-text">Carl Gustav Jung</figcaption></figure>
<p style="text-align: justify;">«Chi può dirlo, davvero, cosa ci sia, in queste storie? Forse solo ombre, forse solo i “suoni e furori” senza senso dell’idiota, che non significano nulla, come dice il suo poeta&#8230; Noi viviamo sommersi dalle parole senza nemmeno capire il senso di quello che ci diciamo, ombre a nostra volta, come quelle dei racconti».</p>
<p style="text-align: justify;">«“La vita è un’ombra che cammina e che si pavoneggia”&#8230;», ricorda pensieroso il lettore, seguendo il filo dell’allusione di Madame, con la tazza in mano e lo sguardo perso della semioscurità. Anche la sua voce, mi viene da pensare, è quella di un’ombra, uguale alle ombre del racconto: un’ombra fra le ombre.</p>
<p style="text-align: justify;">Sorseggia il tè, poi continua, esitante, quasi parlando fra sé:</p>
<p style="text-align: justify;">«Quindi&#8230; ogni storia che possiamo raccontare è l’ombra di quell’ombra&#8230; uno spettro, l’ombra di un vuoto, fatto di lontananza e assenza&#8230;»</p>
<p style="text-align: justify;">«&#8230;come lo spazio nero che fra poco riempirà nel cielo la distanza fra una stella e l’altra», sentenzia l’altro uomo, con un gesto vago in direzione della nicchia</p>
<p style="text-align: justify;">«“Del nulla versato nel vuoto”», cita sarcastica Madame Sosostris, per rivolgersi poi a me con un cenno d’intesa: «Come vede anche il saggio ermeneuta finisce talvolta col trovarsi in qualche impaccio&#8230; così come forse i professori suoi amici spesso s’ingannano molto».</p>
<p style="text-align: justify;">Il lettore scrolla le spalle e torna immergersi nel libro; nella penombra della stanzetta non lo vedo quasi più, confuso nella poltrona, ma lo sento borbottare per tutta risposta:</p>
<p style="text-align: justify;">«Crede di essere più furba, lei, che non ha nemmeno il coraggio di portare il suo nome?»</p>
<p style="text-align: justify;">«E chi lo ha, questo coraggio? Lei forse&#8230;?», lo canzona Madame, mentre il lettore poggia anche la tazza, che continuava a tenere in mano, per nascondersi meglio dietro il libro: «E poi di nomi ne ho avuto fin troppi: mi hanno chiamato Sibilla, Lenormand, Osmond, Hyde Lees, Blavatsky&#8230;».</p>
<p style="text-align: justify;">Quindi, voltandosi di nuovo verso di me, ritorna seria:</p>
<p style="text-align: justify;">«Tu puoi credere di essere in questi nomi, e nelle tue parole, ma quella che racconti è la tua ombra: non credere in te stesso».</p>
<p style="text-align: justify;">Come recitando l’antifona, subito la Regina di Cuori canticchia:</p>
<p style="text-align: justify;">«Don’t deceive with belief».</p>
<p style="text-align: justify;">«La conoscenza arriva con la liberazione della morte&#8230;», conclude l’altro uomo, sempre guardando la finestra che non c’è: «ossia quel momento in cui puoi vedere la tua ombra sulla riva dell’al di là e riconoscere l’altra parte di te, quando puoi prendere coscienza del tuo essere anche un’ombra fra le ombre, e non il sole che immagini di essere dentro di te, ma piuttosto un “conquistatore che non ha ancora conquistato sé stesso” ed è trascinato dagli eventi&#8230;».</p>
<p style="text-align: justify;">Da fuori risuona il latrare insistente di un cane; come un richiamo, come un allarme. «Dev’essere la luna piena che agita i cani», suggerisce la Regina di Cuori.</p>
<p style="text-align: justify;">«I cani ci avvertono delle insidie che ci aspettano al varco», la corregge l’uomo col disco, fissando la sua finestra chiusa, quasi cercasse di avvistare attraverso di essa quelle insidie.</p>
<p style="text-align: justify;">«Il cane è amico dell’uomo: è appunto per questo che bisogna guardarsi da lui», ammonisce beffarda Madame Sosostris.</p>
<p style="text-align: justify;">«E perché?», si stupisce l’uomo che continua a tenere lo sguardo sul muro: «Non bisogna temere l’incontro col cadavere. Siddhartha Gautama, mentre viaggiava incontro al destino sul carro guidato da Cianna, ne trasse un fondamentale insegnamento. Come dicevo, accettare la morte significa superare la limitatezza del proprio io, l’insensatezza dei suoni e furori di cui ognuno di noi, come il folle da voi menzionato, riempie la vita. Perciò non bisogna temere di presentarsi sulla sponda d’Acheronte a incontrare le ombre, come hanno fatto anche Gilgamesh, Orfeo&#8230;».</p>
<p style="text-align: justify;">«E Dante!», aggiunge il lettore, riscuotendosi: «Anche lui ha dovuto fare quel viaggio per riconoscersi, per ritrovarsi, sulle orme di tanti eroi antichi: Ulisse, Enea, Paolo&#8230;».</p>
<p style="text-align: justify;">«In effetti ogni iniziazione passa attraverso l’esperienza della tomba», riconosce Madame Sosostris.</p>
<p style="text-align: justify;">«Come il mio dolce Lucio&#8230;», cinguetta affettuosamente la Regina di Cuori.</p>
<p style="text-align: justify;">L’uomo col disco continua con convinzione:</p>
<p style="text-align: justify;">«E non bisogna certo temere d’incontrare la propria stessa ombra. Anzi, è necessario incontrarla, come Medardo incontra Vittorino, perché non si può lasciarla sola, ignorarla: quanto più è nascosta, tanto più diventa nera e densa».</p>
<p style="text-align: justify;">Anche il lettore sembra animarsi:</p>
<p style="text-align: justify;">«A Goethe di solito avveniva d’incontrarsi su un ponte, o altre volte lungo un sentiero che portava da una riva all’altra di un fiume. E Apollinaire, frequentatore di ponti a sua volta, quando era in attesa d’incontrarsi per conoscersi, vede sfilare un corteo di tutti coloro che non sono lui, e che pure lo compongono: coloro che ama, i giganti coperti di alghe, abitanti di città sommerse nelle profondità di mari che sono il sangue delle sue vene, e mille altre tribù&#8230; “tutti quelli che sopraggiungevano e non erano me / portavano a uno a uno i pezzi di me stesso / A poco a poco fui costruito come s’innalza una torre”».</p>
<figure id="attachment_60972" aria-describedby="caption-attachment-60972" style="width: 310px" class="wp-caption alignleft"><img loading="lazy" decoding="async" class="wp-image-60972" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2016/04/Burroughs.jpeg" alt="William Burroughs" width="310" height="518" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2016/04/Burroughs.jpeg 600w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2016/04/Burroughs-179x300.jpeg 179w" sizes="auto, (max-width: 310px) 100vw, 310px" /><figcaption id="caption-attachment-60972" class="wp-caption-text">William Burroughs</figcaption></figure>
<p style="text-align: justify;">Senza nemmeno alzare la testa, anzi continuando con cura meticolosa nella sua occupazione, fa udire la sua voce (più distinta e forbita di quanto mi aspettassi) anche l’anziano inserviente:</p>
<p style="text-align: justify;">«Ma in quei casi non si trattava che di una proiezione della coscienza e non del vero doppio».</p>
<p style="text-align: justify;">L’uomo alla finestra che non c’è annuisce:</p>
<p style="text-align: justify;">«Esatto, non era propriamente ciò che i cabalisti chiamano il “soffio delle ossa”, Habal Garmin, del quale si dice che come discese incorruttibile nella tomba, così risorgerà il giorno del giudizio universale. E invece per vederci chiaro ci è necessario proprio compiere quella discesa, ci è necessario il rigore della morte!».</p>
<p style="text-align: justify;">«E anche noi ce ne stiamo sepolti qui sotto, “dans la nuit du tombeau”, non per non vedere, ma per dissolvere le apparenti superfici, secondo quel ben noto metodo suggerito da Blake&#8230;», mi spiega  con fare complice Madame Sosostris.</p>
<p style="text-align: justify;">«Lo stesso metodo usato dai suoi colleghi&#8230;», propone l’uomo col disco al lettore, che approva:</p>
<p style="text-align: justify;">«Da chi vuole operare sull’insieme di corpo e anima, per usare le parole del poeta: quindi anche dai suoi».</p>
<p style="text-align: justify;">«Già: ed è operazione, che si compie appunto nel mondo infero&#8230;», conferma l’altro.</p>
<p style="text-align: justify;">«Oh ma che immagine sinistra&#8230;», geme a disagio la Regina di Cuori.</p>
<p style="text-align: justify;">«“Dev’essere il diavolo”&#8230;.», ridacchia il lettore.</p>
<p style="text-align: justify;">«In fin dei conti, è questa la parte che dobbiamo accogliere, a volte, ed è anche la parte della gioia», arguisce l’uomo posando solo per un attimo su di me lo sguardo, per poi rivolgere di nuovo verso la finestra chiusa il viso.</p>
<p style="text-align: justify;">«Non lo giudichi male, per questa stranezza», mi sussurra premurosa la Regina di Cuori: «il nostro amico è una persona per bene. Certe volte ha degli scatti, dei momenti di rabbia, ma non ha malvagità. Ed è solido il suo intelletto&#8230;».</p>
<p style="text-align: justify;">«Come la sua casa&#8230; finché reggerà!», insinua malignamente il lettore.</p>
<p style="text-align: justify;">«Penso che abbia saputo cavarsela meglio di altri suoi conoscenti, non crede?» controbatte Madame Sosostris: «Meglio di Roderick, col suo Scorpione obliquo e Sagittario retrogrado; meglio del signor K., con tutti i suoi problemi con la giustizia&#8230; E meglio di quel giovane cavaliere&#8230; il tenente Willi si chiamava?».</p>
<p style="text-align: justify;">«Sì, sì, mi pare, Willi&#8230; poveretto!», le risponde subito la Regina: «Le loro case non erano molto solide, per una ragione o per l’altra, e sono andate in rovina».</p>
<p style="text-align: justify;">«La vostra ossessione per cose materiali come gli edifici è ammirevole», brontola il lettore.</p>
<p style="text-align: justify;">«Mai quanto la sua e quella dei suoi amici, principi della “tour abolie”&#8230;», ribatte ridendo Madame Sosostris: «Oltre a quello che ha appena menzionato, era per esempio un emulo di Hiram un altro ‛maestro Guglielmo’ ancora, quello che pose la torre al centro della sua ‘visione’; e Antonin ci ha rimesso la salute mentale, quando scese alle fondamenta del tempio di Emesa per erigere fino al cielo il fallo&#8230;».</p>
<p style="text-align: justify;">Ma s’interrompe quando l’uomo seduto in disparte, sempre senza degnarci di un’occhiata, sbuffa, irritato. Allora il lettore le domanda incredulo:</p>
<p style="text-align: justify;">«E che vuole giudicare da queste disavventure? Tutta la vita è una lotteria di Babilonia? O una partita a carte con l’inferno? Chi crede questo&#8230;»</p>
<p style="text-align: justify;">«Lo credeva in un certo senso Gherman, ricordate?», prorompe divertita la Regina di cuori.</p>
<p style="text-align: justify;">«Ah, la regina di picche lo ha tratto in inganno!», esclama Madame Sosostris.</p>
<p style="text-align: justify;">«Ma con ragione&#8230; e il tre, il sette e l’asso: un bello scherzo, davvero», sogghigna l’altra.</p>
<p style="text-align: justify;">«Davvero credete che ci sia solo questo caos?» sbotta il lettore: «Che non si abbia diritto di mettere ordine, o almeno di cercare un ordine? Allora – parlando di diavolo – perché non tornate a invitare il vostro vecchio padrone, Edward? Lui apprezzava il caos e un certo procedere a ruota libera&#8230;».</p>
<p style="text-align: justify;">«Oh, quel brutto muso!» mugola la regina di cuori, versandosi costernata un’altra tazza di tè.</p>
<p style="text-align: justify;">Madame Sosostris si affretta a rispondere, ma in modo pacato:</p>
<p style="text-align: justify;">«Apprezzo la delicatezza che ha voluto usarmi nel non ricordare l’altro nome con cui voleva farsi chiamare. Ma lei comunque sa bene che su questo negozio non può ormai vantare alcun diritto, quindi non lo chiami nemmeno padrone. E comunque, mio caro, i suoi sforzi ai miei occhi sono sempre encomiabili: di certo ne è avvertito».</p>
<p style="text-align: justify;">«E d’altronde anche lei non fa che fare questo», nota conciliante l’altro: «“comunicare con Marte conversare con gli spiriti”, eccetera eccetera&#8230; e soprattutto “sfidare l’inevitabile / con carte da gioco” significa tentare interpretazioni».</p>
<p style="text-align: justify;">L’uomo che continua a guardare la nicchia precisa: «Certamente non è solo un gioco di carte. Chi gioca cela la morte interiore. Invece quello che vogliamo fare tutti noi in fondo è proprio “to explore wombs, or tombs, or dreams”»</p>
<p style="text-align: justify;">«“I consueti passatempi e droghe”, lo concedo», dice Madame Sosostris. E poi, rivolta al lettore: «ma è la freddezza con cui lei e altri, per esempio quel suo amico italiano, pensate di poter arrivare ad avere sempre ragione che mi rende inquieta. E inquieta in generale io resto sul futuro, né penso che si possa avere calcolato tutto con esattezza&#8230; l’essere umano è un materiale oscuro, opaco. Un corpo nero: difficile calcolarne con esattezza la massa».</p>
<p style="text-align: justify;">Mi guardo nell’antico specchio opaco: anche il mio doppio, nell’oscuro riflesso, non è che un corpo nero, un’ombra.</p>
<p style="text-align: justify;">A quel punto interviene la Regina di Cuori, garrula: «A me non dispiace vederla così: la vita è una partita a carte e a ogni giocatore capitano carte diverse, ma chi manovra come si conviene gli <em>atout</em>, vince&#8230;», e accenna maliziosa all’angolo in cui sta un separé decorato con figure <em>liberty</em>. Mi accorgo solo allora, tanto erano immobili e silenziosi, che dietro a quello, sotto a un bizzarro lampadario rococò nel quale non brilla nessuna luce, vi sono un uomo e una donna immersi nell’ombra che si tengono per mano e si guardano negli occhi. Con la mano libera lui regge un curioso bastone da passeggio, decorato con una testa di fanciullo come pomo e due serpenti intrecciati lungo l’asta; lei tiene invece un ombrellino <em>belle époque</em> appoggiato sulla spalla.</p>
<p style="text-align: justify;">«Loro, vede, non prestano neanche più attenzione ai libri, alle storie, presi come sono l’una dell’altro&#8230;», continua soddisfatta la Regina di Cuori. «André, sapete, l’ha cercata per tutta la città», aggiunge materna: «prima quando veniva qui s’interessava molto alle nostre cose&#8230;».</p>
<p style="text-align: justify;">«Anche Nadja è una dei nostri!», taglia corto l’altra, infastidita: «Se non l’avesse conosciuta qui, non avrebbe mai potuto trovarla!».</p>
<p style="text-align: justify;">«Eh, forse nemmeno cercarla&#8230;», sospira il lettore.</p>
<p style="text-align: justify;">Le due donne lo guardano. Il lampadario spento continua a pendere inutilmente e come quello resta sospeso anche il discorso.</p>
<figure id="attachment_60973" aria-describedby="caption-attachment-60973" style="width: 270px" class="wp-caption alignright"><img loading="lazy" decoding="async" class="wp-image-60973" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2016/04/Meyrink.jpeg" alt="Gustav Meyrink," width="270" height="270" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2016/04/Meyrink.jpeg 1000w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2016/04/Meyrink-150x150.jpeg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2016/04/Meyrink-300x300.jpeg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2016/04/Meyrink-768x768.jpeg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2016/04/Meyrink-60x60.jpeg 60w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2016/04/Meyrink-144x144.jpeg 144w" sizes="auto, (max-width: 270px) 100vw, 270px" /><figcaption id="caption-attachment-60973" class="wp-caption-text">Gustav Meyrink,</figcaption></figure>
<p style="text-align: justify;">«Ma tutte queste chiacchiere dove ci porteranno?» chiede spazientita la Regina di Cuori.</p>
<p style="text-align: justify;">«Da nessuna parte, dovresti saperlo», replica bonariamente madame Sosostris: «è un libro che non comincia e non finisce questo che stiamo leggendo, un libro che cambia ogni volta che lo apriamo&#8230;»</p>
<p style="text-align: justify;">«Non sono forse così tutti i libri?», constata il lettore senza nome.</p>
<p style="text-align: justify;">Madame Sosostris si volge soddisfatta dalla sua parte, sorridendo:</p>
<p style="text-align: justify;">«E non è così la tua stessa vita, lettore?».</p>
<p style="text-align: justify;">Dall’angolo in penombra, dove pure non posso vederlo distintamente, non giunge risposta; ma sono sicuro che ha ricambiato il sorriso.</p>
<p style="text-align: justify;">«Bisogna saper accogliere il mistero del torrente che scroscia dalle cime verso le valli», suggerisce allora l’uomo con il disco.</p>
<p style="text-align: justify;">«E quello della nuvola che dal vuoto della valle sale alle cime», conclude l’anziano dal grembiule grigio.</p>
<p style="text-align: justify;">Noto solo adesso che sull’ultimo bancone, il più vicino all’uomo seduto in disparte presso la nicchia, c’è un giradischi acceso. Il piatto sta girando ipnoticamente: sembra quasi invitarmi ad avvicinarmi, prendere dalle sue mani l’album di cui sembra dimentico e provare ad appoggiarvi la puntina, per sentire la voce di Bowie cantare della «warm impermanence». Ma non sono sicuro che l’apparecchio sia collegato a un amplificatore, e soprattutto non sono sicuro che gli altri gradirebbero.</p>
<p style="text-align: justify;">«È tardi», mi avverte Madame Sosostris, come se avesse letto il mio pensiero: «è quasi sera».</p>
<p style="text-align: justify;">«Brilla già la stella di Venere», dice l’uomo alla finestra che non c’è, sempre come se vedesse attraverso di essa.</p>
<p style="text-align: justify;">«Questa è l’ora del giorno in cui si muore&#8230;», cantilena Madame Sosostris con aria assente: «e poi si torna a vivere in corpi composti da una muta alchimia con cenere e metano, neve e fango, nel gelo dei colori all’orizzonte&#8230;.».</p>
<p style="text-align: justify;">«È l’ora del giorno senza parole», seguita l’uomo, «e senza nome per il suo segreto. È qui che si combatte, in vista delle verità addolorate dell’alba, la battaglia contro i suoni e i fantasmi che ci abitano, per l’ascesa al trono del proprio ‘io’»</p>
<p style="text-align: justify;">«Un vigile silenzio intenso e grigio&#8230; accettare, andare avanti, durare.  Non c’è corona o manto bianco», soggiunge il lettore mentre fissa l’anziano, sempre intento a spazzare nel suo modo bizzarro: «e l’incoronazione può avvenire solo qui, sotto un sole oscuro, nell’ombra in cui il futuro dorme “come il mare nel raggio sanguigno della luna”&#8230;»</p>
<p>«&#8230;sotto il sole rosso del profondo, l’enigmatico sole della notte, che risplende nel punto più profondo della corrente scura di fiumi sotterranei, dove sono il nero scarabeo e il sangue dell’eroe ucciso&#8230;», fa di rimando l’altro uomo.</p>
<p style="text-align: justify;">«Vorrei versare anche per lei una tazza di tè», mi dice premurosa la Regina di Cuori, «ma credo che il mondo là fuori la aspetti».</p>
<p style="text-align: justify;">«Da Kether a Malkuth», sentenzia Madame Sosostris, riprendendo il suo volume. È un’altra citazione? Le sue parole mi ricordano qualcosa che è rimasto sospeso in me, ma non riesco a ricordare cosa. La sento mormorare, mentre rivolge la sua attenzione alle figure sul tavolo: «in questa carta un viaggiatore stanco: cammina, ma fino a quando non so&#8230; germe di sole piantato la sera all’equinozio e sotto la luna che schiude promesse lontane e note, sempre in sospeso e sempre mancate, nel segno di stelle ormai tramontate. Fante di spade davanti all’ignoto, poi cavaliere per una regina, sempre sospeso e al bivio di vie&#8230;»</p>
<p style="text-align: justify;">Il vento fa sbattere la porta d’ingresso che avevo lasciato socchiusa alle mie spalle: dopo aver urtato sullo stipite, questa torna adaprirsi, come se una mano l’avesse spinta e fosse poi sparita al mio volgere lo sguardo. È un richiamo?</p>
<p style="text-align: justify;">«Si è alzato il vento», osserva la Regina di Cuori: «mi piace questo vento che soffia all’improvviso nei giorni d’inverno, carico di promesse».</p>
<p style="text-align: justify;">«The trumpet of a prophecy», mormora Madame Sosostris, di nuovo assorta nelle sue carte.</p>
<p style="text-align: justify;">Il lettore immerso nell’ombra sembra anche stavolta coglierne l’allusione e recita a memoria:</p>
<p style="text-align: justify;">«O tu / che porti sul tuo carro i semi alati / al loro cupo invernale letto / dove giaceranno freddi e sepolti / come un cadavere nella sua tomba / finché la tua azzurra sorella di primavera suonerà<strong> /</strong> la sua squillante chiarina sulla terra sognante e riempirà / di vive tinte e odori ogni collina e piano».</p>
<p style="text-align: justify;">È un richiamo anche questo? Un invito ad andare? È ora di uscire da qui?</p>
<p style="text-align: justify;">Vai, ammicca scanzonato John Foxx dalla prima pagina di un numero del «New Musical Express», con la giacca sulla spalla, l’asta del microfono in mano e lo sguardo rivolto in alto.</p>
<p style="text-align: justify;">«Vai», mi dice una voce alle spalle: «ti aspetta la tua ombra».</p>
<p style="text-align: justify;">All’uscita Venere splendeva davvero, ormai bassa sul luminescente orizzonte urbano che non lascia vedere molte altre stelle; presto sarebbe stata cancellata dal fulgore del plenilunio. Per la strada solo la corsa incessante delle automobili, come trascinate da una corrente continua. Nessun essere umano, tranne me stesso, rimasto là ad attendere la mia ombra, appoggiato alla ringhiera sul cortile, lo sguardo rivolto all’ultimo piano di un grattacielo, dove un’unica finestra era illuminata.</p>
<p><em><strong>Fonti:</strong></em></p>
<p>G. Apollinaire, <em>Corteo</em> (1913)<br />
L. Apuleio, <em>Le metamorfosi</em> (II sec.)<br />
A. Artaud, <em>Eliogabalo</em> (1934)<br />
Asvagoşa, <em>Le gesta del Buddha</em> (II sec.)<br />
W. Blake,<em> Il matrimonio di cielo e inferno</em> (1790-93) e <em>Il libro di Giobbe</em> (1823-26)<br />
A. Breton, <em>Nadja</em> (1928),<em> L’amour fou</em> (1937)<br />
W.S. Burroughs, <em>Lettere dello yage</em> (con A. Ginsberg, 1953-1963) e <em>Il pasto nudo</em> (1959)<br />
L. Carrol, <em>Alice nel paese delle meraviglie</em> (1865)<br />
P. Celan, <em>Corona</em> (1952)<br />
Guy Debord, <em>Théorie de la dérive</em> (1956)<br />
G. Deleuze e F. Guattari, <em>Mille piani</em> (1980)<br />
T.S. Eliot, La terra desolata (1922), <em>Quattro quartetti</em> (1943)<br />
N. Frye, <em>Fearful Symmetry: A Study of William Blake</em> (1947)<br />
G.I. Gurdjieff,<em> Incontri con uomini straordinari</em> (1960)<br />
E.T.A. Hoffmann, <em>Gli elisir del diavolo</em> (1815-16)<br />
A. Jodorowsky, <em>La via dei tarocchi</em> (con M. Costa, 2004)<br />
C.G. Jung, <em>Anima e morte</em> (1934), <em>Liber novus/Libro rosso</em> (1913-30) [p. 274]<br />
F. Kafka, <em>Il processo</em> (1914-17)<br />
Lao Tsu, <em>Daodeching</em> (IV-III sec. a.C.)<br />
H:P. Lovecraft, <em>La chiave d’argento</em> (1929) e<em> Attraverso le porte della chiave d’argento</em> (1932)<br />
G. Meyrinck, <em>Il Golem</em> (1913-1914)<br />
G. de Nerval, <em>Chimere</em> (1853)<br />
A.S. Puskin, <em>La dama di picche</em> (1833)<br />
A. Schnitzler, <em>Gioco all’alba</em> (1927)<br />
W. Shakespeare, <em>Macbeth</em> (1606)<br />
P.B. Shelley, <em>Ode al vento dell’ovest</em> (1820)<br />
P.D. Uspenskij, <em>Il simbolismo dei Tarocchi</em> (1913)<br />
W.B. Yeats, <em>La torre</em> (1928)</p>
<p>Aquila, <em>Aquila</em> (1970)<br />
D. Bowie, <em>Hunky Dory</em> (1971)<br />
Coil, <em>Horse Rotovator</em> (1986)<br />
Current 93, <em>Thunder Perfect Mind</em> (1992)<br />
C. Debussy, L<em>a chute de la maison Usher</em> (1908-17)<br />
S. Hackett, <em>Voyage of the Acolyte</em> (1975)<br />
House of Love, <em>The House of Love</em> (1988)<br />
Iggy Pop, <em>The Idiot</em> (1977)<br />
Joy Division, <em>Licht und Blindheit</em> (1980)<br />
Led Zeppelin, <em>IV</em> (1971)<br />
M. Oldfield, <em>Tubular Bells</em> (1973)<br />
Psychic Tv, <em>Force the Hand of Chance</em> (1982)<br />
F. Zappa, <em>Over-nite Sensation</em> (1973)</p>
<p>L. Bottaro, <em>Redipicche</em> («Corriere dei Piccoli», 1972)<br />
F. Brunner, <em>Doctor Strange</em> («Marvel Premiere», 1973-74; «Doctor Strange: Master of the Mystic Arts», 1974)<br />
P. Druillet, <em>Lone Sloane</em> (Le Mystère des Abîmes, 1966; «Pilote», 1970-72; «Metal Hurlant», 1975-80)<br />
J. Steranko, <em>Nick Fury Agent of S.H.I.E.L.D.</em> («Strange Tales», 1965-69, 1972)</p>
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		<title>Pauli e la psiche #1</title>
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		<dc:creator><![CDATA[antonio sparzani]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 28 Nov 2015 06:00:53 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[indiani]]></category>
		<category><![CDATA[Antonio Sparzani]]></category>
		<category><![CDATA[C.G. Jung Institut]]></category>
		<category><![CDATA[Carl Alfred Meier]]></category>
		<category><![CDATA[Carl Gustav Jung]]></category>
		<category><![CDATA[psicologia analitica]]></category>
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					<description><![CDATA[di Antonio Sparzani Il 24 aprile 1948 fu creato – il progetto era cominciato prima della guerra, ma si dovette rimandarlo – a Küsnacht, sobborgo di Zurigo, il Carl Gustav Jung Institut, come fondazione dedicata alla ricerca e alla cura in psicoterapia, senza scopo di lucro. Ne fecero parte, come membri fondatori, oltre ovviamente allo [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Antonio Sparzani</strong></p>
<figure id="attachment_58378" aria-describedby="caption-attachment-58378" style="width: 300px" class="wp-caption alignleft"><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/11/Jung-la-torre-a-Bollingen.jpg"><img loading="lazy" decoding="async" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/11/Jung-la-torre-a-Bollingen-300x200.jpg" alt="La &quot;torre&quot; che Jung si costruì a Bollingen, sul lago di Zurigo" width="300" height="200" class="size-medium wp-image-58378" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/11/Jung-la-torre-a-Bollingen-300x200.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/11/Jung-la-torre-a-Bollingen-120x80.jpg 120w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/11/Jung-la-torre-a-Bollingen.jpg 600w" sizes="auto, (max-width: 300px) 100vw, 300px" /></a><figcaption id="caption-attachment-58378" class="wp-caption-text">La &#8220;torre&#8221; che Jung si costruì a Bollingen, sul lago di Zurigo</figcaption></figure>
<p>Il 24 aprile 1948 fu creato – il progetto era cominciato prima della guerra, ma  si dovette rimandarlo – a Küsnacht, sobborgo di Zurigo, il <em>Carl Gustav Jung Institut</em>, come fondazione dedicata alla ricerca e alla cura in psicoterapia, senza scopo di lucro. Ne fecero parte, come membri fondatori, oltre ovviamente allo stesso Jung (1875–1961), Carl Alfred Meier (che ne divenne il primo presidente), Kurt Binswanger, Jolande Jacobi-Székács e Liliane Frey-Rohn, tutti seguaci del tipo di analisi psicologica proposto e fortemente promosso da Jung. Questi formarono una specie di Consiglio direttivo dell&#8217;<em>Institut</em>, che si chiamò <em>Curatorium</em>.<br />
D’altra parte Jung da una quindicina d’anni conosceva il grande fisico (v. ad es. <a href="https://www.nazioneindiana.com/2012/10/21/un-biglietto-nel-calice-dargento/">qui</a>) Wolfgang Pauli (1900–1958), che in un primo tempo (1932-34) aveva curato e col quale poi aveva mantenuto una straordinaria, e del tutto unica, corrispondenza tesa a cercare e costruire un vero ponte di comunicazione tra fisica e psicologia – loro dicevano, usando una parola inesistente in latino ma creata ad hoc, una “correspondentia” – e tale era la fiducia e la stima che ormai legava i due che Jung gli chiese di fungere da “patron” scientifico dell’<em>Institut</em>, con il compito di garantire che nella pratica analitica seguita al suo interno non si perdessero quei criteri di scientificità che Jung, dopo l’interazione con Pauli, riteneva ormai fondamentali.<br />
Pauli dal canto suo aveva caldeggiato la fondazione dell’Institut, come si può leggere in una lettera del 23/XII/1947 a Jung,</p>
<blockquote><p>Egregio professor Jung,<br />
in risposta alla sua lettera del 9 dicembre, vorrei confermarLe per iscritto, ancora una volta, che accolgo con grande piacere la fondazione di un Istituto che ha lo scopo di coltivare e promuovere la direzione di ricerca da Lei inaugurata, e do il mio consenso a mettere il mio nome sulla lista dei fondatori. Il convergere delle Sue ricerche verso l’alchimia è per me un importante segno che lo sviluppo tende a una stretta fusione della psicologia con l’esperienza scientifica dei processi nel mondo dei corpi materiali. Probabilmente si tratta di un cammino piuttosto lungo, del quale noi esperiamo solo l’inizio e che sarà connesso con una costante critica relativizzatrice del concetto di spazio-tempo.</p></blockquote>
<p>e volentieri accetta di diventarne ufficialmente il garante scientifico.<br />
Passano alcuni anni, nel 1956 il presidente è ancora Meier, che si dimetterà dalla carica l’anno seguente. Ma Pauli è assai preoccupato: nell’<em>Institut</em> non si è abbastanza scientifici, dato anche che Jung, ormai ottantunenne, si sta ritirando dalla pratica professionale. Così Pauli prende carta e penna e scrive, in data 22/VII/1956:</p>
<blockquote><p>Egregio signor presidente,<br />
con grande preoccupazione sono venuto a conoscenza che in questi ultimi anni lo standard scientifico presente nei problemi e nell’attività riguardanti il <em>Curatorium </em>è stato sempre meno applicato.<br />
Nella mia veste di garante scientifico dell’Institut, ritengo mio compito far valere il punto di vista delle scienze della natura, e sono quindi a richiedere ufficialmente a Lei, quale Presidente, alcuni chiarimenti.<br />
Mi e ben noto che accanto all’aspetto scientifico della psicologia vi sia quello delle scienze dello spirito, ma non ritengo sia mio compito occuparmi di questo. E a questo proposito vorrei far osservare che mentre prima la psicologia veniva senz’altro annoverata tra le scienze dello spirito, è stato proprio C.G. Jung che ha sottolineato il carattere scientifico delle proprie idee e che proprio seguendo queste ha potuto costruire con i suoi lavori una contiguità tra la psicologia dell’inconscio e le teorie scientifiche. È mia opinione che questo passo in avanti sia ora messo in pericolo dal comportamento pratico della direzione del C.G. Jung Institut. Prendiamo per esempio la questione della valutazione dei risultati dell’attività didattica accademica del Presidente. Ho dovuto constatare con sorpresa che è stato seriamente preso in considerazione il criterio aritmetico-formale del numero di frequentanti, indipendentemente dalle richieste che il docente pone al frequentante. Un’idea così assurda richiede una urgente correzione, da qualsiasi fattore sia stata provocata. È infatti un’ovvietà per qualunque scienziato, o matematico, che l’unico criterio sensato per il successo di un’attività didattica sia il numero e la qualità degli studenti che di quell’attività hanno beneficiato. Le chiedo dunque anzitutto di informarmi su quali siano gli studenti in grado di utilizzare in maniera autonoma, praticamene o teoricamente, la psicologia appresa da Lei. (Non parlo qui degli analisti, dato che la loro formazione non proviene dal Suo corso). Sarebbe poi di particolare interesse sapere se tra questi ve ne siano alcuni che Lei raccomanderebbe per lavori scientifici che Lei non ha tempo di eseguire. Un’altra domanda riguarda il livello intellettuale generale della prassi psicoterapeutica. Qui sta il maggior pericolo, che essa si abbassi a una produzione in serie completamente ascientifica, che sia governata solo da un principio formale-aritmetico (a sfondo economico), nel quale – nel tempo a disposizione – si riesca a trattare (o “sbrigare”) col minimo dispendio di pensiero e il maggior numero possibile di pazienti. Prima si presentava ancora, per il terapeuta, la necessità di pensare, nel caso il paziente non facesse facilmente progressi. Cosa che oggi è scarsamente necessaria, dato che col metodo della produzione in serie il medico può ben permettersi di mandar via con decisione quei pazienti che minacciano di chiedere troppo al suo apparato pensante. Così, a causa della forte richiesta di medici, si instaura, al posto di una personalità individuale del medico, sempre più una sorta di coscienza di gruppo degli psicoterapeuti. Per quel che sono le mie esperienze (nella misura in cui ciò sia in linea di principio possibile con i terapeuti fuori dal loro gabinetto di studio) tutto questo si risolve in un atteggiamento egocentrico del medico nella “sua” – rispettivamente “nostra” – relazione con il paziente e nella sua (del medico) totale estraniazione dai normali e naturali prodotti dell’inconscio (sogni, fantasie, ecc.) che non si verificano nella “sua” relazione. Ma è proprio il loro studio scientifico che dovrebbe formare la base per la conoscenza dei disturbi nel normale svolgersi di questi fenomeni nelle neurosi e in altri diversi casi patologici. Trascurando completamente questa zona di normalità nell’uomo moderno (e non parlo qui di miti, fiabe, storia delle religioni o altro) il C.G. Jung Institut appoggia una progressiva completa eliminazione del carattere scientifico delle di idee di C.G. Jung in fatto di psicologia nella pratica psicoterapeutica reale, che dunque assume il carattere ascientifico di una produzione in serie. Pongo perciò ancora – con preghiera di chiarimenti in merito – il problema generale di quali misure l’Istituto C.G. Jung intenda prendere per combattere – almeno per ciò che attiene ai suoi membri – le aberrazioni e in generale gli abusi dell’odierna pratica analitica.</p></blockquote>
<p>Da un lato queste righe mi sembrano stranamente moderne – anche nel campo analitico esiste il pericolo della “produzione in serie” – dall’altro mi sembrano testimoniare la forza con cui un fisico teorico di livello altissimo come Pauli sosteneva la possibilità di un modo “scientifico” di affrontare i problemi psicologici.<br />
Il seguito di questa lettera alla prossima puntata.</p>
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		<title>Pauli e la guerra</title>
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		<dc:creator><![CDATA[antonio sparzani]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 27 Jul 2014 06:00:07 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[Antonio Sparzani]]></category>
		<category><![CDATA[bomba atomica]]></category>
		<category><![CDATA[Carl Gustav Jung]]></category>
		<category><![CDATA[Enrico Fermi]]></category>
		<category><![CDATA[II guerra mondiale]]></category>
		<category><![CDATA[Joseph Robert Oppenheimer]]></category>
		<category><![CDATA[Leslie Groves]]></category>
		<category><![CDATA[Los Alamos National Laboratory]]></category>
		<category><![CDATA[Wolfgang Pauli]]></category>
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					<description><![CDATA[di Antonio Sparzani Non mi stanco di cercare di imparare cose di e su Wolfgang Pauli (Vienna 1900 – Zurigo 1958), uno dei grandi protagonisti non solo della scienza ma della cultura del secolo scorso, di cui ho dato già qualche elemento ad esempio qui. Del resto sto ancora sforzandomi di trovare qualche illuminato editore [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Antonio Sparzani</strong><br />
<a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/07/Wolfgang-Ernst-Pauli.jpg"><img loading="lazy" decoding="async" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/07/Wolfgang-Ernst-Pauli.jpg" alt="Wolfgang Ernst Pauli" width="199" height="253" class="alignleft size-full wp-image-48545 "style="float: left; margin: 0 15px 0 0;"/></a><br />
Non mi stanco di cercare di imparare cose di e su <strong>Wolfgang Pauli</strong> (Vienna 1900 – Zurigo 1958), uno dei grandi protagonisti non solo della scienza ma della cultura del secolo scorso, di cui ho dato già qualche elemento ad esempio <a href="https://www.nazioneindiana.com/2007/07/08/complementarita-e-dintorni-8/">qui</a>. </p>
<p>Del resto sto ancora sforzandomi di trovare qualche illuminato editore disponibile a fare una bella edizione italiana dello straordinario venticinquennale carteggio tra lui e <strong>Carl Gustav Jung</strong>, citato <a href="https://www.nazioneindiana.com/2012/10/21/un-biglietto-nel-calice-dargento/">qui</a> e oggetto, nella lunga serie di commenti a <a href="https://www.nazioneindiana.com/2008/04/18/holderlin-la-veduta/">questo post</a>, di una sterile polemica. </p>
<p>Quello che oggi voglio raccontare è un flash, costituito da uno scambio di lettere con Oppenheimer, avvenuto a metà del 1943, in piena seconda guerra mondiale. <span id="more-48544"></span></p>
<p>Occorre sapere che Pauli aveva prodotto i risultati per i quali avrebbe poi ottenuto il premio Nobel (l’invenzione dello <em>spin</em> dell&#8217;elettrone e il <em>principio di esclusione</em>) nei primi anni venti e che già nel 1928 il Politecnico Federale di Zurigo gli aveva offerto una cattedra, fatto abbastanza eccezionale per una persona così giovane. Trasferitosi a Zurigo, Pauli aveva chiesto la cittadinanza svizzera che gli fu negata. Per di più, essendo viennese di nascita, fu costretto, dopo l’<em>Anschluss</em>, ad avere la cittadinanza tedesca, cosa che lo preoccupava non poco avendo egli alcuni nonni ebrei. Per questa ragione accettò, appena gli venne proposta, un’offerta dell’<em>Institute for Advanced Study</em>, di Princeton, N.J., di un soggiorno come <em>visiting professor</em> per due anni. Tra l’altro ebbe difficoltà ad organizzare il viaggio, sempre con la moglie Franziska (“Franca”) Bertram per gli Stati Uniti, riuscendo solo finalmente ad imbarcarsi su uno degli ultimi piroscafi da Lisbona a New York.</p>
<p>A Princeton Pauli era ovviamente assai stimato dai colleghi fisici, ma l’atteggiamento della burocrazia era assai meno favorevole, trattandosi di un immigrato praticamente apolide, o comunque con cittadinanza del nemico. La cittadinanza statunitense gli venne infatti per il momento rifiutata.<br />
Nel frattempo la maggioranza degli scienziati USA si davano da fare per la guerra, aiutati in ciò tra gli altri dal nostro illustre concittadino <strong>Enrico Fermi</strong>, emigrato nel 1938 negli USA, anch’egli in seguito alle leggi razziali, dato che la moglie Laura Capon era ebrea.<br />
Nel 1942 era partito il progetto Manhattan per la costruzione della bomba: capo scientifico del progetto era <strong>Joseph Robert Oppenheimer</strong>, mentre il capo militare era il generale <strong>Leslie Groves</strong>, li vedete qui accanto.<br />
<a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/07/Oppenheimer-and-Groves-at-Ground-Zero.jpg"><img loading="lazy" decoding="async" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/07/Oppenheimer-and-Groves-at-Ground-Zero-218x300.jpg" alt="Oppenheimer and Groves at Ground Zero" width="218" height="300" class="alignright size-medium wp-image-48546" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/07/Oppenheimer-and-Groves-at-Ground-Zero-218x300.jpg 218w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/07/Oppenheimer-and-Groves-at-Ground-Zero-745x1024.jpg 745w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/07/Oppenheimer-and-Groves-at-Ground-Zero-900x1236.jpg 900w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/07/Oppenheimer-and-Groves-at-Ground-Zero.jpg 1323w" sizes="auto, (max-width: 218px) 100vw, 218px" /></a><br />
Nel 1943 fu decisa la costruzione di quello che sarebbe diventato il <strong>Los Alamos National Laboratory</strong>, noto in una prima fase come <em>Progetto Y</em>, o “<em>sito Y</em>” e che diventò operativo nel settembre 1943. Già prima dunque di questa data Oppenheimer era in ottimi rapporti con Pauli e nel maggio gli scrisse questa lettera (traduzione mia di queste lettere dall’inglese, che in queste occasioni anche Pauli usava; non ho invece trovato traccia di scambi tra Pauli e Weisskopf che giustifichino il punto di partenza del ragionamento di Oppenheimer.</p>
<blockquote><p>Los Alamos, 20 maggio 1943</p>
<p>Caro Pauli,<br />
 Weisskopf è stato qui non molto tempo fa e ci ha parlato della tua incertezza sul dover o meno entrare nella ricerca direttamente connessa con la guerra. Difficile dare a questa domanda una risposta che abbia una validità non temporanea, ma la mia sensazione è che al momento sarebbe per te uno spreco e un errore dedicarti a questo. Sei più o meno l’unico fisico in questa nazione che può collaborare a tener vivi quei principi della scienza che non sembrano immediatamente importanti per la guerra ed è un compito certamente degno di essere assolto.<br />
Inoltre vi è una motivazione pratica: ci sono stati e ci saranno alcuni che, per complicazioni legali, non possono lavorare su problematiche militari e per i quali dunque la tua guida potrebbe essere decisiva. In modo che si potrebbe sperare che, quando la guerra sarà finita, ci saranno ancora persone in questo paese che sanno cosa sia un mesotrone e che hanno un metodo di studio non immediatamente diretto ad un obiettivo preciso. Questa è soltanto la mia privata opinione e ritengo che col tempo potranno anche arrivarti delle pressioni per lavorare su problemi di guerra, ma certo io le considererei non come qualcosa da cercare, piuttosto qualcosa da cui guardarsi.<br />
C’è un suggerimento che molti di noi hanno più volte proposto e che credo vada preso seriamente, anche se so che ne riderai. Una delle cose che ci preoccupa è che nessuno dei fisici del nostro campo sta pubblicando articoli sulla Physical Review, per la buonissima ragione che nulla di quello che essi fanno può essere reso pubblico. Dev’essere evidente per il nemico che stiamo facendo buon uso dei fisici e in qualche modo ritengo che anche questo stesso fatto costituisca un elemento di informazione sulla natura del lavoro che stiamo facendo. Così ci siamo spesso chiesti se il tuo grande talento sia per la fisica che per le burle non potrebbe essere opportunamente usato chiedendoti di pubblicare qualche lavoro sotto il nome di quelli che al momento non possono pubblicare quello che in realtà fanno. Ciò ti darebbe una possibilità di esprimere nel modo più appropriato possibile la tua valutazione delle loro qualità e avresti allo stesso tempo la deliziosa opportunità di discutere con te stesso in pubblico senza alcuna interferenza. Penso che certo non dovresti intraprendere questo senza il consenso degli interessati, ma so che Bethe, Teller, Serber ed io saremmo ben felici di darti il nostro consenso e non ho dubbi che altri farebbero lo stesso. Non scartare troppo leggermente questa possibilità. [ . . . . ]</p>
<p>Joseph Robert Oppenheimer</p></blockquote>
<p>Ed ecco la risposta di Pauli:</p>
<blockquote><p>Princeton, 19 giugno 1943</p>
<p>Caro Oppenheimer!<br />
Grazie assai della tua lettera del 20 maggio; apprezzo molto che tu così tanto sottolinei il valore della continuazione del puro lavoro scientifico. Mentre da un lato ho udito punti di vista analoghi da altri scienziati, i non scienziati che mi pagano (la fondazione Rockefeller e il direttore dell’Institute for Advanced Study di Princeton) stanno diventando sempre più, diciamo così, riluttanti al riguardo.  Questo porta a una difficoltà pratica nell’attuazione della tua proposta di pubblicare dei miei lavori col nome di altri. Anche se sarei lieto di essere d’aiuto nel modo che suggerisci, temo di dover pubblicare le poche cose che ho al momento con il mio nome, per dimostrare ai sopra nominati paganti che dopotutto produco qualche lavoro in virtù del loro denaro, temendo infatti che il loro senso della burla sia piuttosto poco sviluppato.<br />
Inoltre non credo che la tua proposta raggiungerebbe lo scopo di convincere il nemico che le persone che figurassero come autori non fossero occupate, oltre a qualche lavoro scientifico, con i problemi militari &#8212;  e l’intera donchisciotteria sarebbe stata invano. [ . . . . ]<br />
Wolfgang Pauli</p></blockquote>
<p>Naturalmente molti commenti potrebbero essere fatti su un tale scambio, ma per il momento preferisco lasciarli a chi legge. Aggiungo solo che nel 1945 a Pauli venne conferito il premio Nobel per la fisica, premio che non poté andare a ritirare per problemi appunto di passaporto. Subito dopo, naturalmente, sia gli USA che la prudente Svizzera gli conferirono la cittadinanza.</p>
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		<title>Animus e Anima: Beppe e Maria tra Jung e Collodi</title>
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		<dc:creator><![CDATA[renata morresi]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 11 Apr 2013 04:00:19 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[beppe grillo]]></category>
		<category><![CDATA[Carl Gustav Jung]]></category>
		<category><![CDATA[Federico Boni]]></category>
		<category><![CDATA[maria de filippi]]></category>
		<category><![CDATA[Massimo Recalcati]]></category>
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										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: left"><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/04/Beppe.jpg"><img loading="lazy" decoding="async" class="alignnone size-large wp-image-45366" alt="Beppe" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/04/Beppe-754x1024.jpg" width="700" height="950" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/04/Beppe-754x1024.jpg 754w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/04/Beppe-220x300.jpg 220w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/04/Beppe.jpg 1699w" sizes="auto, (max-width: 700px) 100vw, 700px" /></a></p>
<p style="text-align: right"><strong>Francesca Palazzi Arduini</strong></p>
<p>Sembra incredibile ma oggi l’Italia offre due personaggi dai nomi biblici, Giuseppe “Beppe”, e Maria, come catalizzatori sociali dell’opinione pubblica e dell’affettività. Maria, severa ma compiacente amica che conduce all’espressione dei propri sentimenti, dell’affettività, del proprio talento artistico, e guida benevola le persone nell’espressione di sé, amorevole Avvocata (termine usato anche per la Madonna che intercede e aiuta) di tutti che permette a tutte/i di esprimersi perché ognuno può essere anche solo per un attimo al centro dell’attenzione. Maria la sacerdotessa della tv  fatta dalla gente, distinta e discreta manovratrice in sordina di un immenso potere gestito dietro le quinte, forse vestale di ritualità, di sottomissione e di gioco cruento paludato poi sullo schermo da una infinita dimostrazione di lealtà. Maria l’Anima, la parte permeabile e ‘passiva’ di noi, che gestisce le nostre timidezze e invita pacata ad aprire i cuori, poi si fa l’Altra, colei che ragiona, che ammonisce le passioni incontrollate e il trascendere, che invita all’equilibrio tra i desideri e la realtà.</p>
<p>A questo personaggio che “fa parlare” e spesso solo guarda e tace, dittatrice della scena televisiva, per ogni età, e regna nei salotti e nelle cucine, fa da contraltare il Re delle piazze, Giuseppe detto Beppe. Lo stereotipato principio maschile quanto cozza con Maria! Lui è incontrollato, la scena dal vivo è solo sua, non fa parlare gli altri se non per concedergli un millesimo del suo spazio, gli altri sono coloro di cui è portavoce, ai quali fa da promoter, che vuole portare con sé alla vittoria … ma sono pur sempre quasi muti e grigi nell’arena. Il pubblico, i militanti, gli elettori, possono se vogliono scrivere dei loro desideri in uno spazio che è il regno di Giuseppe, e anche sua proprietà. La rabbia, l’aggressività verbale, l’intolleranza di chi non ne può più, è espressa da Lui, che gesticola, urla, sfida e impreca. Compito della sua Massa è lavorare per giungere agli scopi indicati come comuni. Lì, nella banale e quotidiana manovalanza, c’è per loro soddisfazione e parola, lì le energie di Beppe confluiscono come a Pentecoste nel loro discorso. Viene in mente il breve saggio “Psicologia del reclutatore”, nel quale Patrizia Santovecchi, citando G. Le Bon, scrive: “<i>Il leader deve saper cogliere le aspirazioni segrete della folla e proporsi come colui che è capace di realizzarle; come l’incarnazione stessa di tali desideri</i>”. Ma chi oserà riconoscere l’incredibilità, e la scontatezza, di questa situazione psicologica? Pochi, in una società nella quale l’inconscio, lo dice bene Recalcati, è non più un sintomo di qualcosa da scoprire ma un difetto da truccare.</p>
<p>Se Maria gestisce quindi il suo potere con dedizione ma non si pone come modello con la sua vita privata e le sue opinioni personali, che semmai dirigono il gioco ma non si paludano da Verità, lui, contrariamente al Giuseppe evangelico, salta alla ribalta con prepotenza e afferma di possedere la Verità. Ogni cosa che dice è una trovata risolutiva, ogni accenno che fa è dimostrazione di saperne più degli altri, di avere in mano la soluzione dei problemi, con la parola. La parola diventa arma che sconfigge la complessità, le lunghe frasi e le tematiche pesanti per la loro storia e la loro composizione si sciolgono in poche frasi, la parola d’ordine è: unanimità. Così chi lo sostiene lo fa per disperazione politica, passando sopra a quella veemenza e allo strisciante superleaderismo (come  definito da Federico Boni), o perché “ha scoperto i problemi dell’economia ascoltandolo”. Qui Beppe è l’ago che rompe la bolla autistica del cittadino senza più classe sociale e appartenenze e lo introduce in una nuova più accogliente bolla totale, la “piattaforma”, progetto di una connessione web non più caotica ma da lui amministrata ed ispirata sulla base di una visione generale non del tutto esplicita<b>.</b></p>
<p>Anche la vita privata di Beppe è poi oggetto che incarna i desideri del giovane maschio italiano: Beppe ha vissuto e vive di parole, artista e libero da condizionamenti, è ciò che  l’italiano mite, precario o sottomesso al lavoro non sa e non può; fa jogging, nuota e va in barca, ha una moglie (il nome non importa, non è nemmeno compagna di lotte o first lady, è lì e basta) piacevole e non italiana, un discreto conto in banca accumulato con i click degli AdWords di Google. Non vecchio né giovane, ondeggia nella mezza età, capace di catalizzare con spirito giovanile, la chioma brizzolata del saggio richiama il personaggio di Pinocchio. Ecco un’altra versione di animus e anima nell’inconscio collettivo italiano: La Fata turchina è Maria. Il Grillo parlante, che ha avuto il compito di fare da Super-io al burattino di legno, è Beppe. E si sa, il Super-io è bravo a stabilire le regole e ha il compito di punire le trasgressioni, è concentrato fuori da sé, un po’ come Travaglio (ma senza Complessità aperta in mano). Mentre Maria quindi è incarnazione dell’interno, del principio femminile, vero o falso che sia, del dialogo e dell’emotività, Beppe è l’incarnazione della rabbia punitiva verso gli altri e liberatoria verso se stessi, la fase finale della ricerca di libertà (dalle tasse, dai caporali? La libertà svolazzante del mondo virtuale diviene modello per quello reale,  ben differente nella sua concretezza materiale), quella libertà spesso venduta dai truffatori del Paese dei balocchi o della Casa delle libertà, a caro prezzo, agli ingenui cittadini. Giuseppe è a volte anche Mangiafuoco nella fantasia degli italiani (e di Bersani), la  volontà che si crede potenza, della finalità del rendere tutti unanimi, della conquista della maggioranza assoluta che trasforma tutti i burattini.</p>
<p>Così, gli adepti di Maria vengono scelti per ubbidienza e dedizione ma premiati con lo spettacolo di se stessi, mentre quelli di Beppe il Reclutatore restano incagliati nel sogno del potere assoluto, raggiungendo il quale, allora  e solo allora, sarà possibile ottenere ciò che si vuole, sconfiggere il “sistema” corrotto ed essere protagonisti, al fianco di Beppe, della Storia. Già le cinque stellette sembrano cucite sulle mostrine … riuscirà la massa a vedersi per quello che è e rendersi autonoma? L’Animus scuote la testa: l’altro, il contagioso, il marcio, il corrotto, il vecchio, l’ottuso, è il pericolo; facendo questo mostra una realtà inesistente, in cui tutti i mali sono stati causati da Altri. L’interlocutore, cioè, è presentato sempre come nemico e come un falso, al massimo come un inetto. Gli individui non iscritti, quindi  “nemici” o incapaci, scompaiono dietro l’ombra delle loro opposte e varie fazioni: non può esservi dialogo perché solo noi stessi rappresentiamo ciò che è degno e meritevole, non c’è bisogno di rappresentazione, di scenario e di soggetti differenti, con diverse storie, visioni ed esigenze. La politica dunque è un gioco senza senso (che brutta parafrasi del ‘Bene comune’ e di Simone Weil!), giostrato da chi si diverte a presentarsi “diverso” ma non lo è, perché l’unica “differenza” valida e vera deve essere contenuta in chi segue Beppe e lo sceglie come voce. L’iperbole del partitismo si accartoccia nel totalitarismo digitale per Beppe, l’iperbole dell’emozione si allarga nel circo della banalità per Maria. Così il qualunquismo diviene virtù, sia quello che ha solo amici, di Maria, che quello che ha solo Nemici, di Beppe.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p style="text-align: right"> 3 aprile 2013</p>
<p>*</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>[Testo preparatorio per il lavoro d’artista di Saverio Feligini alla quinta Biennale d’arte contemporanea promossa da Satura, Genova 2013. Di Saverio Feligini è l&#8217;immagine collage in apertura.]</p>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>Un biglietto nel calice d&#8217;argento</title>
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		<pubDate>Sun, 21 Oct 2012 06:00:19 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[di Antonio Sparzani «Il Suo etichettare le idee [Vorstellungen] distinguendo quelle di origine spirituale (ideale) da quelle di origine fisica (o fisiologica) e la Sua corrispondente definizione della fisica come scienza delle idee della seconda categoria fa rivivere dentro di me alcuni ricordi giovanili. Vi è tra i miei libri un astuccio polveroso che custodisce [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Antonio Sparzani</strong><br />
<img loading="lazy" decoding="async" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2012/10/calice-argento-Jugendstil-224x300.jpg" alt="" title="calice argento Jugendstil" width="224" height="300" class="alignleft size-medium wp-image-43892" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2012/10/calice-argento-Jugendstil-224x300.jpg 224w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2012/10/calice-argento-Jugendstil.jpg 588w" sizes="auto, (max-width: 224px) 100vw, 224px" /></p>
<p>«Il Suo etichettare le idee [<em>Vorstellungen</em>] distinguendo quelle di origine spirituale (ideale) da quelle di origine fisica (o fisiologica) e la Sua corrispondente definizione della fisica come scienza delle idee della seconda categoria fa rivivere dentro di me alcuni ricordi giovanili.</p>
<p>Vi è tra i miei libri un astuccio polveroso che custodisce un calice d’argento <em>Jugendstil</em>, che a sua volta contiene un biglietto. Mi pare ora che da questo calice e da questa barbuta epoca si levi uno spirito quieto, benevolo e costantemente gaio. E scorgo come esso Le stringa amichevolmente la mano, come saluti la Sua definizione di fisica come un rallegrante segno di un magari tardivo ma profondo punto di vista; e prosegue aggiungendo quanto adatte siano le Sue etichette al proprio laboratorio ed esprime infine la propria contentezza per il fatto che i giudizi metafisici del tutto in generale (come egli accuratamente diceva) “siano stati relegati al regno delle ombre di un primitivo animismo”.<br />
<span id="more-43891"></span><br />
Questo calice è un calice di battesimo e sul biglietto è scritto, con una grafia cerimoniosamente ornata secondo il gusto dell’epoca “Dr. E. Mach, Professore all’Università di Vienna”. Si dà il caso infatti che mio padre intrattenesse rapporti assai amichevoli con la sua famiglia, che ne subisse completamente l’influsso spirituale, e che Mach avesse già amichevolmente chiarito che avrebbe ricoperto il ruolo di mio padrino di battesimo. Egli era una personalità ben più forte del sacerdote cattolico, ed il risultato sembra quindi essere che io sono stato battezzato antimetafisico piuttosto che cattolico. In ogni caso il biglietto rimane nel calice e nonostante le scorribande intellettuali della mia vita successiva, rimane tuttavia un’etichetta che mi porto appresso, e cioè: “di derivazione antimetafisica”. Di fatto, semplificando un po’, Mach considerava la metafisica come l’origine di tutti i mali della terra – dunque, psicologicamente parlando, come il diavolo in persona – e quel calice col suo biglietto resta un simbolo per l’<em>aqua permanens</em> che scaccia tutti i cattivi pensieri metafisici.» </p>
<p>Così scrive Wolfgang Pauli a Carl Gustav Jung, suo corrispondente da quasi vent’anni, il 31 marzo 1953, come per dare di sé una ulteriore caratterizzazione generale, oltre quelle che Jung certo già ben conosceva, avendo avuto Pauli in analisi all’inizio degli anni trenta e avendo poi tenuto con lui un regolare carteggio. Ernst Mach era morto nel 1916, ma l’ultima volta che Pauli gli fece visita, assieme al padre, fu nel 1914 nella tenuta dei Mach a Vaterstetten, vicino a Haar, un sobborgo di Monaco di Baviera. Nella stessa lettera qui citata, Pauli descrive molto piacevolmente il laboratorio di Mach, tutto pieno di apparecchi dei tipi più diversi e prosegue ricordando come Mach avesse sempre qualche nuovo esperimento da fargli vedere, per mostrargli quanto la pura riflessione teorica sulla realtà potesse essere ingannevole e quanto fosse invece importante la verifica sperimentale. «Il suo pensiero – così conclude Pauli questa parte della lettera – seguiva strettamente i dati provenienti dai sensi, dagli strumenti e dagli apparati»  </p>
<p>Così dunque fu iniziato alla conoscenza uno dei maggiori fisici teorici del Novecento (Wolfgang Ernst ― il nome del maestro e padrino di battesimo ― Friedrich Pauli, nato a Vienna il 25 aprile del 1900 da famiglia ebrea di lingua tedesca proveniente da Praga) che mai e in nessun campo fu uomo a una dimensione, sì invece curioso e disponibile nei confronti dei campi di ricerca più diversi, compresi quelli davvero eterodossi per un fisico militante: non rinunciò mai a voler esaminare con le sue forze – che, occorre riconoscerlo, erano davvero smisurate – qualsiasi nuovo ambito di conoscenza del quale vedesse qualche barlume davanti a sé.</p>
<p>[Il brano citato è tradotto da: Wolfgang Pauli und C. G. Jung, <em>Ein Briefwechsel, 1932-1958</em>, C. A. Meier (Hrsg.), Springer-Verlag, Berlin etc. 1992, lettera [60], cit. pp. 104-05.]</p>
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		<title>Ballata del fiore azzurro</title>
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		<dc:creator><![CDATA[antonio sparzani]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 29 May 2008 12:00:41 +0000</pubDate>
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		<category><![CDATA[Werner Heisenberg]]></category>
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					<description><![CDATA[di Antonio Sparzani Via, via, vieni via di qui, niente più ti lega a questi luoghi, neanche questi fiori azzurri&#8230; via, via, neanche questo tempo grigio pieno di musiche e di uomini che ti sono piaciuti (Paolo Conte, Via con me, 1981) Di fiori azzurri ce ne son diversi in natura, ognuno con la sua [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Antonio Sparzani</strong><br />
<a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/05/fiordalisi3.jpg"><img loading="lazy" decoding="async" class="aligncenter size-medium wp-image-6001" title="fiordalisi3" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/05/fiordalisi3-300x198.jpg" alt="" width="300" height="198" /></a></p>
<p style="text-align: right;">Via, via, vieni via di qui,<br />
niente più ti lega a questi luoghi,<br />
neanche questi fiori azzurri&#8230;<br />
via, via, neanche questo tempo grigio<br />
pieno di musiche<br />
e di uomini che ti sono piaciuti<br />
(Paolo Conte, <a href="http://www.youtube.com/watch?v=44wqc2gbbfY&amp;feature=related">Via con me</a>, 1981)</p>
<p>Di fiori azzurri ce ne son diversi in natura, ognuno con la sua sfumatura di celeste, d’azzurro, o d’indaco, fino al blu intenso, fino a  sfumare nel violetto. Vengono in mente il fiordaliso, (cliccate sul  campo qua sopra, fiordalisi e papaveri), il nontiscordardimé (la <em>myosotis alpestris</em>), o altri fiori di prato di cui non so il nome, fino alle ombre blu della genziana e di certi anemoni.</p>
<p>Ma nella mia testa uno dei primi ricordi di mitico fiore azzurro spunta fuori da una poesia che da ragazzetto avevo sentito decine di volte recitare da Arnoldo Foà, in uno di quei quarantacinque giri che allora usavano, di poesie dette da grandi attori: era questa una scelta di poesie di Federico Garcia Lorca, <span id="more-6000"></span>di cui allora nulla sapevo tranne quelle liriche che affascinavano me come credo molti di quella generazione, dal <em>Lamento per la morte di Ignacio Sànchez Mejìas</em>, a <em>La sposa infedele</em>. L’editore Guanda pubblicò nel 1960 un bellissimo volume con testo a fronte: una ricca scelta di poesie, curate e tradotte da Carlo Bo. Fortunatamente nel volume c’erano quelle del disco e così potevo ascoltare col testo davanti, il massimo della vita.<br />
<em>Bella e il vento</em>, così Bo traduceva <em>Preciosa y el aire</em>: metafora dell’inseguimento amoroso, chiara quante altre mai, ma che alla mia immaginazione di adolescente manteneva tuttavia qualcosa di misterioso.</p>
<p><em>Su luna de pergamino<br />
Preciosa tocando viene,<br />
Al verla se ha levantado<br />
el viento que nunca duerme.<br />
San Cristobalon desnudo,<br />
lleno de lenguas celestes,<br />
mira a la niña tocando<br />
una dulce gaita ausente.<br />
– Niña, deja que te levante<br />
tu vestido para verte.<br />
Abre en mis dedos antiguos<br />
la rosa azul de tu vientre. </em></p>
<p>La “rosa azzurra del tuo ventre” rimaneva nella mia fantasia di allora, una metafora, un fiore, alludeva a qualcosa che apparteneva a un mondo ancora del tutto sconosciuto, appena intravisto o intuito, più mitico che sensuale.</p>
<p>La ricorrenza del fiore azzurro non s’è fermata nella mia vita e s’è anzi ripetuta un buon numero di volte. È di cinque anni dopo un altro punto alto delle mie letture, e cioè <em>I fiori blu</em> di Raymond Queneau, che considero, nella mia del tutto soggettiva classifica interna, uno dei grandissimi della modernità. Il romanzo, continuo parallelo percorso di due straordinari personaggi, Cidrolin e il Duca d’Auge, ognuno dei quali sogna l’altro, fino a quando le parallele si incontrano, si apre con un &#8220;esame della situazione storica&#8221;, eccolo nella traduzione di Italo Calvino</p>
<p>“Il venticinque settembre milleduecentosessantaquattro, sul far del giorno, il Duca d&#8217;Auge salì in cima al torrione del suo castello per considerare un momentino la situazione storica. La trovò poco chiara. [<em>le duc d&#8217;Auge se pointa sur le sommet du donjon de son château pour y considérer, un tantinet soit peu, la situation historique. Elle était plutôt floue</em>.]. Resti del passato alla rinfusa si trascinavano ancora qua e là. Sulle rive del vicino rivo erano accampati un Unno o due; poco distante un Gallo, forse Edueno, immergeva audacemente i piedi nella fresca corrente. Si disegnavano all&#8217;orizzonte le sagome sfatte di qualche diritto Romano, gran Saraceno, vecchio Franco, ignoto Vandalo. I normanni bevevan calvados.”<br />
Dopo mille surreali quotidiane avventure, alla fine del romanzo, ecco che il Duca, incontrato finalmente il suo doppio e infine liberatosene, ispeziona di nuovo la situazione storica:<br />
“All&#8217;indomani le acque s&#8217;erano ritirate nei letti e ricettacoli consueti e il sole era già alto sull&#8217;orizzonte, quando il Duca si svegliò. Si avvicinò ai merli per considerare un momentino la situazione storica. Uno strato di fango ricopriva ancora la terra, ma qua e là piccoli fiori blu stavano già sbocciando.”</p>
<p>Di cosa siano metafora questi piccoli fiori non è così chiaro come per Lorca. Calvino, che è stato il grande traduttore italiano del libro, ne accenna nella sua “nota del traduttore” a fine volume, raccontando di averne personalmente chiesto a Queneau : “Ricordo anche che gli domandai del titolo <em>Les fleurs bleues</em>, che richiede soltanto una traduzione letterale (la scelta di «blu» anziché «azzurri» m’era parsa più scattante e queneauiana)  ma che resta misterioso come significato in rapporto al libro. Mi spiegò il significato francese dell’espressione, che indica ironicamente le persone romantiche, idealiste, nostalgiche d’una purezza perduta, ma non mi diede altri lumi sul valore di questa immagine nell’insieme della vicenda del Duca d’Auge  e di Cidrolin, questione sulla quale i commentatori di Queneau ancor oggi continuano a discutere.”</p>
<p>Ma in quei piccoli fiori dal colore del cielo ci sono metafore, o, per meglio dire, ricordi, citazioni, di altro. Una fonte ineludibile, che anche Calvino ricorda, è il romanzo principale di Novalis[1], <em>Enrico di Ofterdingen</em>, che narra degli errabondi cammini del personaggio medioevale Enrico alla ricerca del fiore azzurro. Ecco l’incipit:</p>
<p>“I genitori erano già a letto e dormivano, 1&#8217;orologio batteva i suoi monotoni rintocchi, sulle finestre strepitanti sibilava il vento; la stanza veniva a tratti rischiarata dal bagliore lunare. Il giovane era inquieto sul suo giaciglio e si ricordava dello straniero e dei suoi racconti. «Non sono stati i tesori a risvegliare in me una brama così indicibile» disse tra sé. «Ogni avidità è lontana da me: tuttavia, ardo dal desiderio di vedere il fiore azzurro. Mi viene sempre in mente e non posso cantare d&#8217;altro o pensare ad altro. Una sensazione simile non l&#8217;avevo mai provata: è come se ne avessi sognato una volta, o mi fossi assopito in un altro mondo. Infatti, nel mondo in cui vivo abitualmente, chi si preoccuperebbe dei fiori? E del resto non ho mai sentito parlare di una passione così strana per un fiore….»”<br />
Ed ecco il passaggio centrale in originale:<br />
“Der Jüngling lag unruhig auf seinem Lager, und gedachte des Fremden und seiner Erzählungen. «Nicht die Schätze sind es, die ein so unaussprechliches Verlangen in mir geweckt haben», sagte er zu sich selbst; «fern ab liegt mir alle Habsucht: aber die blaue Blume sehn&#8217; ich mich zu erblicken. Sie liegt mir unaufhörlich im Sinn, und ich kann nichts anderes dichten und denken.”[2]</p>
<p>Qui il fiore azzurro assume valenze simboliche molto generali. È, così si dice, il “simbolo dei simboli”, il viaggio di Enrico è il viaggio dell’iniziazione alla <em>Menschenwerdung</em>, al diventare uomo, il fiore azzurro è il simbolo dell’esperienza umana per eccellenza, la presenza della simbologia alchemica è molto forte. Al qual proposito ecco la coda della ballata:</p>
<p>Carl Gustav Jung, nel secondo capitolo di  <em>Psicologia e alchimia</em>, riporta molto sinteticamente, commentandoli, un certo numero di sogni (sognati da “un giovane di cultura scientifica”), contenenti &#8220;immagini di natura archetipica che si presentano in sogno e che descrivono  il processo di centratura ovvero di formazione di un nuovo centro  della personalità&#8221; (ediz. Bollati Boringhieri 1998, p. 45); ecco la descrizione e parte del commento del sogno n. 17 (ibid. p. 83):<br />
<a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/05/fiore_azzurro1jpg.jpg"><img loading="lazy" decoding="async" class="alignright size-full wp-image-6002" title="fiore_azzurro1jpg" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/05/fiore_azzurro1jpg.jpg" alt="" width="210" height="365" /></a><br />
&#8220;Dopo un lungo vagabondare, il sognatore trova sulla  strada un fiore azzurro. Il vagabondare è un vagare per strade senza meta, e per  questa ragione è anche una ricerca e una trasformazione: ed ecco che lungo la strada, involontariamente, il sognatore s&#8217;imbatte in un fiore azzurro, accidentale figlio della natura, ricordo amabile di un&#8217;epoca lirica e romantica, nato in una stagione in cui la visione scientifica del mondo non si era ancora dolorosamente scissa dal mondo dell&#8217;esperienza reale, o meglio, quando questa scissione era appena agli inizi e lo sguardo era rivolto all&#8217;indietro, a quello che già si presentava come passato.<br />
Il fiore è di fatto come un accenno amichevole, un numen dell’inconscio, che mostra a chi è stato privato della via sicura e dell’appartenenza a ciò che per gli uomini significa salvezza, il luogo e il momento in cui egli può incontrare fratelli e amici in spirito, e trovare quel germe che vorrebbe veder sviluppato anche in se stesso. Ma per il momento il sognatore non ha nemmeno una lontana intuizione dell’oro solare che connette il fiore innocente ai riprovevoli misteri dell’alchimia e alla blasfema idea pagana della <em>solificatio</em> [l’iniziando viene incoronato in quanto Elio – Sole, n.d.r.]. Il «fiore d’oro dell’alchimia» è infatti a volte anche un fiore «azzurro», il «fiore di zaffiro dell’ermafrodito».&#8221;</p>
<p>Questo accenno di Jung  a “una stagione in cui la visione scientifica del mondo non si era ancora dolorosamente scissa dal mondo dell&#8217;esperienza reale”, scritto nei primi anni quaranta del secolo scorso, è interessante assai e mi offre su un piatto d’argento l’occasione di un commento. Forse sembra una strana affermazione, eppure esprime la prima sgradevole sensazione che sperimenta un profano avvicinandosi alla scienza contemporanea.</p>
<p>Occorre purtroppo considerare questo elementare ragionamento: quando si vuol arrivare a descrivere fenomeni lontani dalla immediata percezione si usano appunto strumenti lontani dalla umana intuizione; intuizione che si forma nella nostra primissima infanzia su esperienze macroscopiche, i bambinelli non giocano con elettroni e quarki. È insensato per uno scienziato immaginarsi un elettrone (che è molto lontano da una immediata percezione) come un pianetino che gira intorno al nucleo-sole, perché in questo modo viene fuori un modello che fa acqua da tutte le parti; anche se naturalmente è una tentazione irresistibile, cosa si vuol mai che sia un elettrone, un pezzettino di materia, piccolo quanto si vuole, che dovrà pur muoversi in qualche modo, no? No. Per la fisica del Novecento maturo no.<br />
La breccia verso la fisica quantistica s’aprì definitivamente quando Werner Heisenberg nel 1925 decretò che il concetto di orbita era insensato perché non misurabile e che solo di ciò che è misurabile si può parlare. Chi vuole può ricordarsi che nei primissimi anni venti era uscito il <em>Tractatus</em> di Wittgenstein, con la sua conclusiva e tagliente proposizione numero 7.</p>
<p>Jung  nasce nel 1875, la generazione di Rilke, di Thomas Mann e di Ravel, quattro anni più vecchio di Einstein, troppo presto per gli sbarellamenti della fisica contemporanea (troppo arditi anche per Einstein, che mai li accettò), che, come dice Jung, “scinde la visione scientifica dall’esperienza reale”.<br />
L&#8217;accordo finale della ballata sarà allora questa provocazione assai azzardata, sulla quale meditare: c’era forse una bella consonanza, in pieno Ottocento, tra anima romantica e visione positivistica del mondo. Il meccanicismo era talmente umano!</p>
<p>[1] Novalis è lo pseudonimo (dal latino “campo che si dissoda per la prima volta”) che si scelse<br />
Georg Friedrich Philipp Freiherr [= barone] von Hardenberg (Oberwiederstedt, 1772 –  Weißenfels, 1801), uno dei grandi ispiratori e iniziatori del movimento romantico in Europa.</p>
<p>[2] riporto l’originale perché è una delle prime volte in cui viene lanciato il verbo <em>sich sehnen</em>, tendere a (<em>Sehne</em> è la corda tesa, e anche il tendine), bramare, desiderare ardentemente, tipico del primo spirito romantico, dal quale il sostantivo <em>Sehnsucht</em>, desiderio ardente, ma anche tensione, anelito, struggimento, nostalgia, vero marchio di un’epoca.</p>
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