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	<title>Carlo Mastelloni &#8211; NAZIONE INDIANA</title>
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		<title>&#8220;Il Sintomo&#8221; di Fiorentino e Mastelloni</title>
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		<pubDate>Sat, 05 Jul 2014 06:35:01 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[di Ornella Tajani Naso di cane, Scugnizzi, Vito e gli altri: è l’atmosfera fumosa, violenta e soffocante di un film poliziottesco quella evocata da Il sintomo (Marsilio, 2014), il nuovo romanzo di Francesco Fiorentino e Carlo Mastelloni. Come nel precedente Il filo del male (Marsilio, 2010), anch’esso scritto a quattro mani, la narrazione prende le [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Ornella Tajani</strong></p>
<p><em>Naso di cane, Scugnizzi, Vito e gli altri</em>: è l’atmosfera fumosa, violenta e soffocante di un film poliziottesco quella evocata da <em>Il sintomo</em> (Marsilio, 2014), il nuovo romanzo di Francesco Fiorentino e Carlo Mastelloni. Come nel precedente <em>Il filo del male</em> (Marsilio, 2010), anch’esso scritto a quattro mani, la narrazione prende le mosse dall’arrivo del protagonista nel luogo natio abbandonato anni prima, in una sorta di dramma dell’eterno e imprescindibile ritorno.<span id="more-48433"></span></p>
<p>Il viceprefetto Guido Dominici sbarca nella Napoli del dopoterremoto, torrida e come perennemente avvolta in una foschia malsana, per sorvegliare l’operato della polizia locale alle prese con vari delitti di camorra, forse frutto di lotte tra due clan avversi: le indagini rimbalzano da Ruoppolo, questore tenace seppur dai modi poco ortodossi, al <em>mappino</em> Senese, uomo pieno di agganci e dagli interessi più che loschi, fino al praticante notaio Spoto, che si ritrova invischiato in una faccenda da cui, nello zelo e l’ambizione di giovane poco abbiente, cercherà di trarre il maggior profitto.</p>
<p>Dalle chiese del centro storico in cui Spoto cerca rifugio nella calura estiva, agli appartamenti medioborghesi del Vomero, fino alle cene a Posillipo in cui la crème partenopea non parla che di sarti, cravatte di Marinella e quadri d’autore, il romanzo percorre l’intera città: tra ricatti, funerali spiati dai balconi, killer russi e confraternite religiose legate ad ambigue fondazioni americane c’è spazio persino per Pierre Bourdieu, che Dominici sospetta come l’amante di sua moglie e al quale giura odio eterno dopo aver letto <em>La distinzione</em> e aver scoperto di essere classificato nella categoria delle persone dal gusto medio.</p>
<p>Ma allora cos’è il sintomo? È la manifestazione del malessere che subito coglie il viceprefetto appena rimette piede nella città che, per un’antonomasia sempre sbrigativa, si ostina a non voler cambiare, ma è anche il segnale di un disagio esistenziale che lo riguarda, e che l’esperienza napoletana non potrà evitare di mettere a nudo. Impastato in un italiano a tratti accuratamente regionale, caratterizzato tanto da sonorità dialettali quanto da quel modo di parlare della Napoli bene che racchiude «il suggello stesso del privilegio», <em>Il sintomo</em> articola una narrazione che non necessariamente condurrà alla diagnosi di una malattia precisa: forse perché, proprio a partire dagli anni ’80, la criminalità napoletana cambia volto e ramifica attività e legami che diventano inafferrabili; e forse perché non vuole essere un romanzo giallo, ma uno spaccato storico e sociale incorniciato in un noir, all’interno del quale l’ordine non può ricostituirsi. E però, quasi per antifrasi, sono proprio due indizi da antologia a farcelo capire nelle ultime pagine: il questore Ruoppolo che al cinema si addormenta davanti a un film poliziesco, e il desiderio di Dominici di estraniarsi dalla propria vita per tornare al più presto alla lettura di un buon giallo nel quale, alla fine, «tutto torna e si chiarisce». Qui, invece, come magnificamente scrisse Dürrenmatt in <em>La morte della Pizia</em>, con una frase che già altre volte è stata applicata alla ragnatela del mondo camorristico, la verità resiste soltanto finché non la si tormenta.</p>
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