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	<title>Carmen Pellegrino &#8211; NAZIONE INDIANA</title>
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		<title>Non avere paura, sono le mani di Dio. Storie di ordinaria pedofilia</title>
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		<dc:creator><![CDATA[marco rovelli]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 29 Sep 2010 06:01:06 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[indiani]]></category>
		<category><![CDATA[inediti]]></category>
		<category><![CDATA[Carmen Pellegrino]]></category>
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					<description><![CDATA[di Carmen Pellegrino &#160; Quasi contemporaneamente alla visita di Ratzinger in Gran Bretagna e alle sue ammissioni sulla piaga della pedofilia nella Chiesa (&#8220;L&#8217;autorità della Chiesa non è stata sufficientemente vigilante, né sufficientemente veloce e decisa nel prendere le misure necessarie”), è uscito in Italia un libro che in maniera significativa contribuisce a rompere il [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/09/fiducia.jpg"><img decoding="async" class="alignleft size-thumbnail wp-image-36736" title="fiducia" alt="" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/09/fiducia-150x150.jpg" width="150" height="150" /></a></p>
<p>di <strong>Carmen Pellegrino</strong></p>
<p>&nbsp;</p>
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<div id="_mcePaste">Quasi contemporaneamente alla visita di Ratzinger in Gran Bretagna e alle sue ammissioni sulla piaga della pedofilia nella Chiesa (&#8220;<em>L&#8217;autorità della Chiesa non è stata sufficientemente vigilante, né sufficientemente veloce e decisa nel prendere le misure necessarie</em>”), è uscito in Italia un libro che in maniera significativa contribuisce a rompere il muro della consegna del silenzio. Si tratta di <a href="http://www.amazon.it/gp/product/8895797175/ref=as_li_ss_tl?ie=UTF8&amp;camp=3370&amp;creative=24114&amp;creativeASIN=8895797175&amp;linkCode=as2&amp;tag=bamaulion-21" target="_blank"><em>Liberami dal male</em></a> (edizioni Ad est dell’equatore, prefazione di R. Saviano), scritto senza artifici letterari da Mario Gelardi, già noto al grande pubblico come autore teatrale e regista (è suo l’adattamento teatrale di <em>Gomorra</em>).<span id="more-36735"></span></div>
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<div id="_mcePaste">Con una prosa asciutta, magistralmente intervallata da passi scelti di preghiere, Gelardi racconta la storia di Marco Marchese, un bambino siciliano entrato in seminario a 12 anni (nel 1994) per il desiderio acerbo di farsi prete, e costretto poi a subire le attenzioni morbose e gli abusi del diacono, don Sergio. In quei corridoi lunghi e stretti, in quelle stanze fredde scopre tutto sul sesso. Quello sbagliato, però, quello di un adulto con un bambino, quello di un superiore con un “sottoposto” inerme: &#8220;<em>Non devi parlarne con nessun</em>o&#8221;, gli ripete il diacono, &#8220;<em>il nostro è un rapporto unico, non è peccato e quindi non lo devi neanche confessare</em>&#8220;.</div>
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<div id="_mcePaste">Marco è  un bambino docile, timido, timorato di quel Dio che secondo don Sergio lo accarezza attraverso le sue mani; è bello Marco, ha capelli neri e occhi verdissimi, e una fottuta paura di raccontarsi quello che gli sta accadendo (“<em>avvicinò la sua bocca al mio viso e iniziò a baciarmi fino a sfiorarmi le labbra. Mi baciò intensamente come nessuno aveva mai fatto, come avevo visto fare solo in televisione. Non riuscivo a capire cosa stava accadendo</em>”). Introietta tutto, e ne risente precocemente: uno stato di agitazione costante lo prende a ogni inizio di giornata; ha continui spasmi alla pancia e poi lo stomaco come stretto in pugno, respira a fatica all’avvicinarsi dell’ora in cui avvengono gli abusi, e piange da solo. Ma piangere da soli non aiuta, Marco lo sa. E allora piange di notte, e piange tanto che non si ferma più. Poi una volta ci pensa a farla finita, ingurgita medicine e certo starà meglio di prima. Solo che lo salvano. E non capiscono niente, non lo sentono il suo grido muto e disperato. Ma come potrebbero? Che ne sanno di come ci fai i conti con una vita a singhiozzi? Che ne sanno di una fede che non muore in un Dio che non scende a cercarti, che non sente, non vede quello che fanno in suo nome?</div>
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<div id="_mcePaste">E’ stanco Marco ma don Sergio è il tramite di Dio, con lui prega e anima la messa. Tanto tra un po’ lui andrà a fare il prete in qualche parrocchia e non lo vedrà più. Sì, andrà così, tra poco tutto passerà e non ricorderà più niente</div>
<div id="_mcePaste"><em>(Liberami dal male, Signore Gesù, se del male è stato fatto su di me, sulla mia anima, sul mio corpo…fa che da questo stesso momento possa ritornare in piena grazia)</em></div>
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<div id="_mcePaste">Solo che non va così, e anche quando il diacono lascia il seminario non lo libera dalla voragine a cui lo ha costretto; gli si impone come padrino di cresima e anche da lontano lo cerca, lo manda a prendere, lo vuole. Tanto lui è un ponte verso Dio, no? ”e se non riuscissi a portarti più vicino a Dio, non sarei stato un vero amico”. E’ solo Marco, sull’orlo di tutti gli abissi. Ma tace e aspetta, e intanto cresce. In fondo è forte Marco, ma che può mai questa forza sua? E poi, diciamocelo, anche se un ragazzino è stato stuprato in un seminario, non c&#8217;è bisogno di alzare un polverone, certe vicende vanno taciute, sotterrate nel silenzio, che poi un ragazzino esagera sempre, si sa, s’impressiona, e certo non gli si può permettere di infangare con gli scalpitii suoi l’onorabilità di certe istituzioni. Pregasse piuttosto, o facesse discernimento. In ogni caso tacesse, per Dio.</div>
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<div id="_mcePaste">Ribellarsi è dunque inutile, come è inutile scrostare muri di indifferenza o cercare di fermare la centrifuga del tempo che non riesce più a trattenere nulla. Allora meglio lasciare tutto, rinunciare ai sogni e fuggire via, tanto loro, i preti, il culo se lo parano sempre, in questa vita e in quell’altra.</div>
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<div id="_mcePaste">Come in un film dell’orrore, quei luoghi che dovevano essere i più sicuri, al riparo da sputi e bestemmie del mondo di fuori, diventano all&#8217;improvviso la peggiore delle trappole, il teatro triste di un rituale imposto dopo la messa, protetto dal segreto della confessione; l&#8217;altra faccia della pedofilia, subdola, silenziosa, in agguato nell&#8217;oscurità di seminari, chiese, sacrestie. Un crimine odioso, “una carneficina di bambini e sogni”, un reato declassato a peccato, da assolvere e dimenticare, dopo averlo coperto di penitenze e inni. E su tutto una cortina di silenzio nero. E poi depistaggi, menzogne, pressioni delle curie sulle famiglie per metterle a tacere, e i fedeli mobilitati in massa, e le omelie e i grani dei rosari snocciolati durante qualche processo.</div>
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<div id="_mcePaste">Era il 2009 e un’inchiesta del settimanale <em>l’Espresso </em>portava alla luce uno dei più tristi, gravi e inquietanti casi di abusi sessuali  praticati in Italia da preti e religiosi su bambini sordomuti. Una galleria dell’orrore scoperchiata dalle denunce di almeno 15 degli ex allievi dell’Istituto Provolo di Verona, una scuola che da un secolo accoglieva i bambini sordomuti delle famiglie più povere del Nord-est contadino, che nella più nera penuria di mezzi affidavano i loro figli alle cure pietose dei preti. Un’accusa di gruppo, sottoscritta da oltre 60 ex allievi entrati bambini lì dentro. Quasi mezzo secolo di sevizie tra le mura dell’edificio al riparo da ogni intrusione, uno stillicidio di violenze, abusi, percosse, anche in confessionale, persino sotto l’altare.</div>
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<div id="_mcePaste">Ricorda Giuseppe: &#8220;Tre ragazzini e tre preti si masturbavano a vicenda sotto la doccia&#8221;. E Bruno, che era il &#8216;bello&#8217; della sua classe, tira fuori l&#8217;incubo che lo tormenta da una vita: &#8220;Sono diventato sordo a otto anni, a nove frequentavo il Provolo che ho lasciato a 15 anni. Tre mesi dopo la mia entrata in istituto e fino al quindicesimo anno sono stato oggetto di attenzioni sessuali, sono stato sodomizzato e costretto a rapporti di ogni tipo dai preti e fratelli”.</div>
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<div id="_mcePaste">Padroni di un universo apparente, ripetono un rituale che è sempre lo stesso: una stanza scarna con il Cristo in croce appeso, un ragazzino nudo, carezze: &#8220;Non avere paura, sono le mani di Dio&#8221;. Sullo sfondo il pianto soffocato di un bambino che diventa adulto così, senza averne sospetto.</div>
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<div id="_mcePaste">Eppure il cattolicesimo, fra tutte le religioni, è quella con il maggior numero di simboli infantili,  e forse per questo, come si fa con i bambini, continuamente dispensa premi e punizioni. Il buon cattolico è colui che osserva, crede, obbedisce, confessa ogni sorta di prurigine e si pente prima di fare la comunione, meglio se tutte le domeniche, con l’ostia somministrata dal sacerdote. Una ideologia potente, che prevede tappe di controllo continuato dalla nascita (battesimo) alla morte (estrema unzione); una ideologia del sacrificio perpetuato in ogni celebrazione liturgica, con un rischio ben segnalato dalla psicoterapia: inculcare il sacrificio di vittime innocenti come un rituale sacro, espiatorio, purificatore può confondere, in più di qualche caso, le menti.</div>
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		<title>Sudd al Sud</title>
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		<dc:creator><![CDATA[marco rovelli]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 19 Oct 2009 08:00:50 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[indiani]]></category>
		<category><![CDATA[territorio]]></category>
		<category><![CDATA[Carmen Pellegrino]]></category>
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					<description><![CDATA[di Carmen Pellegrino Parlano i politici dei mali “storici” del sud. Parlano ai giovani di colpe antiche che hanno fatto sprofondare il sud in un tempo immobile, e per le quali possono avere compensazioni solo immaginarie. Creano concatenazioni di pensieri, ora sinceri, ora menzogneri.  Ultimo viene Franceschini: “Arrivare al Sud è difficile.  Andarsene è molto, [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><img decoding="async" class="alignnone" title="le sud" src="http://www.di-arezzo.it/multimedia/images/bourges/couv/ebr160.jpg" alt="" width="144" height="118" /></p>
<p>di <strong>Carmen Pellegrino</strong></p>
<p>Parlano i politici dei mali “storici” del sud. Parlano ai giovani di colpe antiche che hanno fatto sprofondare il sud in un tempo immobile, e per le quali possono avere compensazioni solo immaginarie. Creano concatenazioni di pensieri, ora sinceri, ora menzogneri.  Ultimo viene Franceschini: “Arrivare al Sud è difficile.  Andarsene è molto, troppo facile”. Parlano tutti in preda a un vorticare di fantasmi e nomi sussunti sotto quella che è ormai una categoria di pensiero: la questione meridionale. Golosamente dissotterrano ferite inscritte in solchi profondi, ineluttabilità, speranze negate, ansie di riscatto e di ribellione sostenibile (di rivoluzione, invece, non parlano mai).<br />
Ripropongono, come per effetto di una surrettizia coazione a ripetere, il lungo periodo di una questione  meridionale che ha fissato per il sud i tratti di una irrimediabile separatezza, una mappa mentale costruita per lacerazioni continue e ustioni sentimentali. <span id="more-24468"></span>Anche i vescovi ne parlano: “un clamoroso silenzio avvolge la questione meridionale”.<br />
Tutti ricapitolano in qualche centimetro quadrato d’aria l&#8217; intera vicenda di una irrisolta questione, che è parola muta scelta dalla storia; usano codici frettolosi per significare una realtà complessa, fatta dei colori dell&#8217; identità, di paradossi e sentimenti con una loro forma, di emozioni lente, di incompiutezze e trafitture.<br />
Questione meridionale: un ricordo da dimenticare alla maniera di Georges  Perec (“devi dimenticare come si spera, come si ha iniziativa, intraprendenza, come si riesce, come si persevera”)  mentre lo si esibisce agli altri, a quelli che meridionali non sono. Una umanità minore ingobbita sotto il peso di una faglia storica profonda, che è una ferita, la scheggia di “una storia che non è più nostra” (Pasolini).<br />
Mentre si viene come sopraffatti dalla sensazione di un ritardo definitivo, di fronte al quale si rivela inadeguato qualsiasi tentativo di riscatto, subite ormai tutte le decostruzioni possibili, può aiutare recuperare le intuizioni di Ernesto De Martino, che ebbe l’audacia di contrapporre all&#8217; Italia del boom economico, del progresso a rate e delle illusioni delle sorti mirabili, il riaffiorare di arcaismi, simbolismi, magie che appartenevano agli strati più remoti del sud, incarnati dalle contadine lucane che si percuotevano il petto, dalle tarantolate che si arrampicavano come ragni, da operatori magici specializzati, in quadro mitico di forze occulte, possessioni, fatture, esorcismi. Era quello il lato oscuro del progresso, della trasformazione antropologica del Paese, a cui il sud stava pagando due tributi pesantissimi: l’emigrazione e l’arretratezza.<br />
Proprio in questi giorni sta nascendo al sud un laboratorio politico-culturale, che si vorrebbe come  un nuovo luogo del pensiero e dell’iniziativa, di partecipazione politica e culturale, di riflessione sul Mezzogiorno e sui suoi nodi irrisolti. Nel logo della fondazione, che si chiama Sudd e avrà la sua sede operativa a Napoli, in un appartamento al terzo piano tra via Porta di Massa e Corso Umberto, c’è una spaccatura grafica che simboleggia una faglia, una ferita fortemente evocativa.<br />
Diciamolo subito: il presidente della fondazione è Bassolino e, a fronte della messe di attacchi, ora velati e succinti ora frontali, di chi vede in Sudd un’operazione strategica del governatore, evocando in termini apologetici o sospettosi il nesso tra cultura e politica, tra  rapporti reali e la loro metafora; a margine della percezione di una realtà frammentaria, in continua fuga verso un futuro sempre meno prevedibile per il quale si invoca il “nuovo” che però non si sa quale volto potrebbe assumere, una garanzia c’è, ed ha il nome e il volto di Diego Belliazzi, chiamato a dirigere Sudd.<br />
Diego Belliazzi ha 40 anni e lunga storia politica alle spalle, vissuta con atteggiamento e convinzione militante; non si è arricchito con la politica, non ha rendite di posizione: vive del suo stipendio di insegnante, scorrazza per la città su una Volkswagen polo del ’94 comprata usata nel 2001 e fa un viaggio all’anno, su voli rigorosamente low cost! E’ umile Diego, si rimbocca le mani nei lavori di ristrutturazione della sede di Sudd, seguendo da vicino operai, elettricisti, tecnici e arrossendo di rabbia quando qualcuno dall’ironia grossolana gli suggerisce di assoldare per i lavori manuali qualche immigrato che lavori in nero a basso costo.<br />
Decisamente refrattario alle dimensioni precostituite e alle ortodossie preventive, legge molto e cita Rosa Luxemburg ed Emma Goldman, guardando con entusiasmo alla liberazione di energie provenienti da fonti le più diverse. Per lui Sudd dovrebbe essere un’officina sperimentale, il luogo degli attraversamenti culturali che violino finalmente le frontiere che cingono di palizzate odiose Napoli e la Campania. Ogni attraversamento però, se non è invenzione lessicale, presume coraggio e aperture alle confluenze, procedendo per differenzazioni anche sconvenienti, non per determinismi.<br />
Mettendoci la sua faccia è riuscito a conquistarsi le simpatie anche di una parte dei militanti della sinistra più radicale, non intruppati in alcun partito. Se avrà la possibilità di lavorare al meglio, riuscirà a fare di Sudd un laboratorio in cui narrazioni, alternative culturali, rifrazioni del pensiero avranno lo spazio per dispiegarsi, evitando le fumate intermittenti che hanno trasformato altre esperienze del genere in accumuli ossificati di diffidenze, sospetti e tensioni. Con lui una nuova generazione di militanti civili, del lavoro, della cultura e dell’arte, per cercare di costruire una nuova “narrazione” del sud, una lettura più autentica e articolata di quello che è oggi Napoli, e la Campania, e il Mezzogiorno.<br />
“E’ stata l’assenza del Mezzogiorno dalla vera lotta politica – scriveva Guido Dorso ne la Rivoluzione meridionale &#8211; che ha reso possibile prima l’insuccesso del socialismo e poi il successo del fascismo, tra il 1919 ed il 1922…<br />
I migliori figli del Mezzogiorno, che vivono ogni giorno in se stessi questa terribile tragedia politica che è la questione meridionale, aspettano con ansia i segni augurali per iniziare questa colossale impresa di civiltà, e temono nel più riposto angolo del cuore che i loro ragionamenti non siano frutto di fantasia”.</p>
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		<title>La morte “per sbaglio” di  Petru Birladeanu</title>
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		<dc:creator><![CDATA[marco rovelli]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 13 Sep 2009 09:30:48 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[allarmi]]></category>
		<category><![CDATA[camorra]]></category>
		<category><![CDATA[Carmen Pellegrino]]></category>
		<category><![CDATA[immigrazione]]></category>
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					<description><![CDATA[di Carmen Pellegrino Come si racconta una morte? E una morte tragica? E una morte “per sbaglio”? Come si portano in superficie trafitture, lacerazioni, smottamenti di coscienza che lasciano un irrimediabile senso di umiliazione e vergogna? C’è come un senso di straniamento sottile nel descrivere una morte, c’è come una resistenza emotiva da vincere, cercando [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/09/agguato-napoli.jpg"><img decoding="async" class="alignnone size-thumbnail wp-image-21963" title="agguato-napoli" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/09/agguato-napoli-150x150.jpg" alt="agguato-napoli" width="150" height="150" /></a></p>
<p>di <strong>Carmen Pellegrino</strong></p>
<p>Come si racconta una morte? E una morte tragica? E una morte “per sbaglio”? Come si portano in superficie trafitture, lacerazioni, smottamenti di coscienza che lasciano un irrimediabile senso di umiliazione e vergogna? C’è come un senso di straniamento sottile nel descrivere una morte, c’è come una resistenza emotiva da vincere, cercando segmenti narrativi che riducano lo iato profondissimo tra reticenza e condivisione. C’è questo nella breve storia della morte di Petru Birladeanu, un ragazzo di nazionalità romena che suonava l’organetto nella stazione Cumana di Napoli, quartiere Montesanto, una morte avvenuta “per sbaglio” e poi confinata nel campo della marginalità, della irrilevanza più ostinata.<br />
Siamo a Napoli, il 26 maggio 2009, è un martedì, quasi verso sera, e fa già caldo. L’ultimo taglio di luce rimbalza sulle strade, attraversa il tufo dei vicoli porosi, immobili in un perpetuo andirivieni. Nei pressi della stazione cumana c’è sempre gente di passaggio, Montesanto è nel cuore antico della città, salgono lungo i muri, sulle facce le ombre della sera che viene.<span id="more-21962"></span><br />
Improvvisamente un commando di 8 persone su quattro motociclette attraversa contromano la via Pignasecca fino alla stazione della Cumana. Sono sicari e sparano colpi a raffica, li sparano in aria. Va in scena un ordinario e sanguinario show tra clan rivali per il controllo del territorio; è una delirante azione dimostrativa originatasi nella faida tra i Mariano (i «Picuozzo» protagonisti alla fine degli anni Ottanta della sanguinosa guerra con i De Biase «Faiano») e i Sarno di Ponticelli.<br />
Dalla Cumana sono appena usciti i viaggiatori, ma Petru con la sua fisarmonica in spalla sta risalendo la strada antistante la stazione, in compagnia della moglie Mirela.<br />
In quel momento diversi colpi vengono esplosi, alcuni ad altezza d’uomo: un ragazzino di 14 anni viene ferito a una spalla, due colpi arrivano a Petru, uno alla gamba, l’altro al torace; seppure ferito, il ragazzo cerca riparo all’interno della stazione, ma prima cade e la moglie lo aiuta a rialzarsi. «Sentiamo gli spari – ricorda Mirela che ora è in Romania- Petru mi afferra e dice ‘corri’. Vedo il sangue, ma lui mi dice che è solo un graffio e che devo correre”.<br />
I due ragazzi arrivano ai tornelli, c’è una ridda di persone impaurite, assiepate le une sulle altre quasi a scavalcarsi, ma Petru si accascia: uno dei proiettili gli è arrivato al cuore e al polmone attraverso il torace, bucandoli. Intorno si fa presto il vuoto, gli resta accanto la moglie e più nessuno. Qualcuno chiama i soccorsi, a poche centinaia di metri c’è l’ospedale Pellegrini, ma i soccorsi tardano, non arrivano.<br />
Petru è a terra, si tiene la mano sul petto, agonizza lento, il suo dolore diventa muto, solo lamenti soffusi: «Per 5 minuti ha parlato. Per 10, mi ha guardato fisso negli occhi e, quando io gridavo, lui scuoteva la testa e mi stringeva più forte la mano. Per mezz&#8217; ora il corpo di mio marito Petru è rimasto per terra e nessuno ha fatto niente. Ci guardavano tutti e c&#8217;era anche chi mi scattava fotografie. È arrivata un&#8217; ambulanza, ma non era per noi era per il bambino ferito».<br />
Il giovane era venuto in Italia da Iasi, con la moglie e uno dei suoi due figli; suonava la fisarmonica sui treni ma nel suo paese era un calciatore, un centravanti del Poli Iasi, la serie A romena; “era romeno- sottolinea Mirela- non rom (“Petru canta in piata Cumana, dar era fotbalist. A fost jucator la Poli Iasi, echipa romaneasca din Seria A…. Petru era roman, nu rrom”). Aveva 33 anni.</p>
<p>Nelle ore successive si diffonde la notizia, presto smentita, che fosse proprio Petru l&#8217;obiettivo dei sicari; si rintraccia subito nel “rom” l’esempio paradigmatico dello straniero malvivente, punito per qualche oscuro regolamento di conti. Ma l’evidenza maldestramente sottaciuta emerge rapidamente: Petru, che non c’entrava niente con i sicari, è morto ammazzato accidentalmente, o &#8220;per sbaglio&#8221; come poi è stato scritto. Della vicenda si è parlato poco sui giornali, male nei telegiornali. Anzi, in qualche caso la notizia della morte del giovane è stata fatta seguire proditoriamente dai servizi sulla scomparsa della piccola Angela Celentano, avvenuta nel 1996, mettendo così foscamente in connessione due vicende lontane nel tempo e nello spazio.<br />
Come per una inquietante assonanza ritorna alla memoria il pogrom del maggio 2008 consumatosi contro i campi nomadi di Ponticelli, periferia est di Napoli, in seguito al presunto tentativo di rapimento di una neonata da parte di una giovanissima rom. I campi rom, sparsi sotto i cavalcavia e su terreni abbandonati, vennero brutalmente assaltati, incendiati e messi in fuga i rom che li abitavano. La ferocia iniziò con l’accoltellamento di un romeno &#8220;regolare&#8221;, un operaio che abitava nei paraggi. Non c’entrava niente, ma si sa, “quelli lì” son tutti uguali.<br />
Difficile non leggere in queste tensioni xenofobe e razziste la conseguenza più immediata di politiche sociali e mutamenti nella legislazione che hanno sapientemente intercettato e cavalcato confuse insicurezze e vecchie paure, attuando politiche sull’immigrazione (un velo semantico, questo, che ne nasconde la natura profonda) totalmente inadeguate, che rivelano quasi un’ossessione che insegue e sovrasta i suoi artefici. Politiche destrutturanti che hanno favorito, se non determinato, il formarsi vorticoso di un nuovo senso comune che riproduce indolenze ed emarginazione, atti di discriminazione e violenza su base “etnica”, oltre che una odiosa cultura del sospetto, per lo più pretestuosa, che attinge largamente a un groviglio di retoriche patriottiche, vecchi sentimenti nazionalistici, miopie da paura del “diverso”, mai del tutto sradicate.<br />
Emiliano Di Marco, militante napoletano pacifista, da sempre in lotta al fianco degli immigrati, portavoce dell’associazione Assopace, ha efficacemente descritto gli scenari dischiusisi con l’approvazione del “ddl sicurezza”, riassumendoli nella loro crudezza: “c’è poco da aggiungere a quanto già detto da Adriano Sofri, Dario Fo, Andrea Camilleri, il cardinale Tettamanzi, padre Zanotelli […] su questo provvedimento: è una legge razzista, una legge che porterà ancora più dolore e che per certi aspetti si spinge anche più in là delle leggi razziali del 1938, laddove verrà impedito alle donne straniere in condizione di irregolarità amministrativa di poter riconoscere i propri figli nati in Italia, costringendo questi bimbi che non hanno nessuna colpa ad essere figli di nessuno, al rischio di essere tolti dalle loro famiglie e dati in affido. Con la Legge 24 luglio 2008, n. 125 verranno impediti i matrimoni misti, se lo straniero o la straniera non hanno il permesso di soggiorno, saranno inoltre ammesse le “ronde” una norma che introduce alla privatizzazione della pubblica sicurezza, uno degli aspetti più controversi ed ignobili di questo intero dispositivo. Questo paese, che non ha imparato niente dalla propria storia meticcia ed emigrante, si vergognerà a lungo del ‘pacchetto sicurezza’”.</p>
<p>Si può cercare di resistere in molti modi a politiche reazionarie, discriminatori, razziste, predisponendosi ad esempio a una seria e responsabile disobbedienza civile, affermando strenuamente principi non negoziabili e mettendo in atto gesti forti e simbolici che si oppongano a rivendicazioni identitarie, in grado di produrre diversità fittizie e simulacri che sono alla base dei meccanismi di dominio<br />
A Napoli, ad esempio, sulla vicenda di Petru Birladeanu, è dal basso che sono arrivate spinte propulsive di autentica solidarietà, attraversando il guado di indifferenza che ha ricoperto quella morte. Una parte della società civile, quella migliore che non è una pura aggregazione di individui, ha dimostrato di saper opporre una virtuosità incoercibile all’indifferenza generalizzata. Agli inizi di luglio è stato fondato un gruppo, su iniziativa di un giovane docente napoletano, Luigi Maria Sicca, che in poco tempo è riuscito a coinvolgere giovani e meno giovani, raccogliendo opinioni e sensazioni eterogenee e mettendo insieme pezzi sparsi di sensibilità diverse; in poco tempo sono state raccolte più di 3000 adesioni con una proposta: intestare la fermata di Montesanto della stazione Cumana o la piazza antistante a Petru. La proposta è stata presentata in consiglio comunale e alla municipalità competente ed è tuttora in via di discussione. Ovviamente non sono mancate levate di scudi, rivendicazioni di parte, una sequela di ansie di primogenitura e tensioni legate al &#8220;dover onorare anche tutti gli altri morti”, come se esistesse una gerarchia al loro interno, in una inquietante lotta tra morti e paludati calcoli propagandistici.<br />
Ma i sostenitori della proposta non si sono fatti fiaccare, vigilano, insistono e continuano a tenere vivo il dibattito, animando discussioni che sollecitano gare di solidarietà e dimostrando che anche i gesti simbolici possono generare cambiamenti, contribuendo a spezzare la spirale di indifferenza che ormai sembra inesorabilmente sovrastarci, e a cui i politici locali non sembrano volersi sottrarre, largheggiando prima in promesse, poi in solenni dichiarazioni che fanno sempre bene in vista di competizioni elettorali, e ora chiudendosi in una muta battaglia di “carte bollate”.<br />
Non si può prevedere se una proposta che nella sua radicalità presenta tratti di dirompenza verrà accettata o meno; è prevedibile invece che in una estenuante lotta per gli spazi verrà proposta l’apposizione di una “rassicurante” targa che non scontenti quanti, attraverso oscurità dialettiche, si sono fatti paladini di proposte in senso totalmente contrario, e l’installazione di una teca protetta che custodisca nella stazione la fisarmonica di Petru.<br />
Non di gesti rassicuranti ci sarebbe bisogno, non senza forme particolari di ricomposizione che ne impediscano lo stemperarsi in generico rituale evocativo; occorrerebbe un sovvertimento, anche solo simbolico, in grado di dare un segnale forte, di favorire mutamenti strutturali e culturali, ma Napoli, si sa, è come un alchimista che riesce sempre a trasmutare le sue ferite in arte.</p>
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		<title>Sergio Piro, o delle turbolenze in aria chiara</title>
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		<dc:creator><![CDATA[marco rovelli]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 03 Mar 2009 08:50:58 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[diari]]></category>
		<category><![CDATA[indiani]]></category>
		<category><![CDATA[Carmen Pellegrino]]></category>
		<category><![CDATA[psichiatria]]></category>
		<category><![CDATA[Sergio Piro]]></category>
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					<description><![CDATA[[Lo scorso anno, alla presentazione del mio &#8220;Lavorare uccide&#8221; all&#8217;Istituto italiano per gli studi filosofici di Napoli, conobbi Sergio Piro. Rimasi colpito dalle sue parole potenti, e dalla &#8220;verità&#8221; che di quella persona si percepiva. Sergio Piro è morto il 7 gennaio 2009. Il 20 febbraio scorso, nella stessa sala dove l&#8217;ho conosciuto, Sergio Piro [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><span><span><em><img loading="lazy" decoding="async" class="alignnone size-thumbnail wp-image-15149" title="piro1" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/03/piro1-150x150.jpg" alt="piro1" width="150" height="150" /></em></span></span></p>
<p><em>[Lo scorso anno, alla presentazione del mio &#8220;Lavorare uccide&#8221; all&#8217;Istituto italiano per gli studi filosofici di Napoli, conobbi Sergio Piro. Rimasi colpito dalle sue parole potenti, e dalla &#8220;verità&#8221; che di quella persona si percepiva. Sergio Piro è morto il 7 gennaio 2009. Il 20 febbraio scorso, nella stessa sala dove l&#8217;ho conosciuto, Sergio Piro è stato ricordato da allievi, studiosi, giornalisti, operatori del settore psichatrico, amici. Ho chiesto a Carmen Pellegrino di ricordare la sua figura per tutti i lettori di Nazione Indiana.]</em>  m.r.</p>
<p>di <strong>Carmen Pellegrino</strong></p>
<p>Sergio Piro era un uomo in rivolta. Fu lo psichiatra &#8211; per quanto nella definizione non si ritrovasse pienamente &#8211; che contribu<span style="font-family: Times New Roman;">ì</span> in maniera decisiva al superamento dei manicomi in Italia, e per primo introdusse al sud le teorie su una psichiatria diversa, il cui nucleo fondante era la terapia alternativa opposta alla costrizione dell<span style="font-family: Times New Roman;">&#8216;</span>istituzione manicomiale, orientando la prassi di <span style="font-family: Times New Roman;">&#8220;</span>cura<span style="font-family: Times New Roman;">&#8220;</span> delle malattie mentali verso forme finalmente non oppressive, democratiche, rispettose in primo luogo della dignit<span style="font-family: Times New Roman;">à</span> umana.<span id="more-15147"></span> In Campania <span style="font-family: Times New Roman;">è</span> suo lo spirito della legge 1/83, legge regionale tra le pi<span style="font-family: Times New Roman;">ù</span> avanzate in materia psichiatrica, la cui mancata applicazione ha determinato un vulnus che ha riconsegnato all<span style="font-family: Times New Roman;">&#8216;</span>abbandono progressivo pazienti e famiglie.</p>
<p>Dietro un&#8217;apparente gracilità si celava un combattente in lotta contro le sperequazioni sociali, contro le violazioni dei diritti non negoziabili, contro le contraddizioni di una società stretta tra l’ebbrezza di una opulenza invereconda e l’emarginazione impietosa delle sue parti mute. E dalla decodifica del linguaggio di alcune di quelle parti mute iniziò i suoi studi:</p>
<p>&#8220;Io sono partito dall&#8217;analisi del linguaggio all&#8217;inizio degli anni &#8217;50, dall&#8217;Empirismo logico e dalla Glottologia, per accostarmi al fatto che i malati mentali &#8220;parlino&#8221; e non siano considerati solo &#8220;produttori di sintomi&#8221;. Intorno agli anni &#8217;50, sembrera&#8217; strano, nessuno si preoccupava di interpretare il linguaggio schizofrenico, bensi&#8217; questo veniva soltanto considerato come sintomo (il sintomo della schizofasia, il sintomo della stereotipia, il sintomo del mutacismo&#8230;) e poi veniva classificato. Invece io ho tentato di decifrare questo linguaggio, a volte riuscendovi a volte no&#8221;.</p>
<p>Era arrivato a Napoli nel 1934, proveniente da Olbia, e la transizione fu di per sé difficile perché la città gli parve &#8220;aggressiva, pericolosa, sfacciata&#8221;: <em>&#8220;Io venivo da un ambiente molto più chiuso, molto più formale […] in quel momento mi sentii gettato in un mondo disordinato […] pieno di trappole, coloritissimo e mutevole&#8221;.</em>A Napoli si laureò in Medicina e Chirurgia, nel 1951; fu poi medico volontario presso la Clinica delle malattie nervose e mentali dell&#8217;Università degli Studi di Napoli e conseguì la specializzazione in neuropsichiatria a Cagliari, nel 1956, con una tesi sulla <em>Semantica del linguaggio schizofrenico</em>. Dal giugno del 1959 al febbraio del 1969 fu Direttore dell&#8217;ospedale psichiatrico Materdomini di Nocera Superiore, dove avviò un esperimento di psichiatria alternativa che diede vita a una <em>comunità terapeutica</em>, la seconda in Italia dopo quella di <em>Basaglia</em>a Gorizia. In seguito fu membro della segreteria nazionale di Psichiatria Democratica e poi del coordinamento nazionale.</p>
<p>In una nota della Cgil-Campania diramata poco dopo la sua morte si legge: <em>&#8220;Piro non è stato solo uno psichiatra, ma un costruttore lucido di libertà e democrazia&#8221;</em>. E’ proprio così: Piro era un uomo in rivolta, non fermo alla solidarietà &#8220;metafisica&#8221;, che è già un apprezzabile trascendersi nell’altro, di fronte allo &#8220;spettacolo&#8221; dell’altrui oppressione, ma un irriducibile costruttore di alternative, di vie praticabili verso la liberazione dell’individuo stretto tra le catene incrociate della discriminazione e della emarginazione. In questo senso Albert Camus, ne <em>L’homme révolté</em>, ha efficacemente scritto: <em>&#8220;Che cos&#8217;è un uomo in rivolta? Un uomo che dice no. Ma se rifiuta, non rinuncia tuttavia: è anche un uomo che dice di sì, fin dal suo primo muoversi&#8221;</em>. Rifiuto, quindi, ma nello stesso tempo creazione di qualcosa che non esiste ancora, qualcosa da inventare. Sergio Piro determinò &#8220;prese di coscienza&#8221; in luoghi che tradizionalmente se ne sarebbero detti al riparo, avviò moti di rivolta prima confusi poi via via più consapevoli, intraprendendo quella lunga marcia attraverso le istituzioni che fu il tratto più autentico delle lotte del lungo ’68. Fu proprio contro l’emarginazione della follia, contro il confinamento delle sofferenze psichiche nel campo della marginalità più angusta, che quelle lotte raggiunsero i risultati più convincenti, secondo una linea evolutiva che investiva la medicina nel suo complesso, rilevandone le pratiche e le applicazioni più immediatamente discriminatorie.</p>
<p>Le prime lotte antimanicomiali in Campania furono organizzate proprio al Materdomini di Nocera Superiore, al confine tra le province di Avellino e di Salerno. Era lo stesso periodo dell’esperienza di Basaglia a Gorizia. Da lì derivò un movimento di lotta che si estese ai numerosi manicomi della regione, civili e giudiziari, tutti fittamente popolati.</p>
<p>Le condizioni per l<span lang="IT">&#8216;</span><span>affermazione di una lotta antimanicomiale in Campania non erano le pi<span style="font-family: Times New Roman;">ù</span> favorevoli, mancando del tutto i servizi territoriali, per nulla incentivati da un sistema politico che presentava &#8220;<em>la maggiore contraddittoriet<span style="font-family: Times New Roman;">à</span> possibile fra momenti francamente conservatori e clientelari e momenti di innovazione tecnocratica capitalistica&#8221;</em>. Inoltre, dei cinque manicomi civili presenti nella regione, due erano privati e uno a gestione di un<span style="font-family: Times New Roman;">・</span>opera pia; le cliniche psichiatriche private erano copiosamente presenti sul territorio, mentre mancava totalmente un polo ufficiale nel campo della cultura psichiatrica che promuovesse metodi di cura non tradizionali.</span> </p>
<p> Al Materdomini Piro trovò ad accoglierlo infermieri che versavano in condizioni molto disagiate: scarsamente istruiti, totalmente privi di tutela sindacale, sottopagati rispetto ai colleghi del servizio pubblico (gli uomini percepivano 32.000 lire al mese, le donne 17.000; queste ultime, nel caso di una gravidanza inattesa, subivano il licenziamento immediato), potevano contare al massimo su una organizzazione sindacale clandestina, tutta da organizzare. All’arrivo del nuovo direttore decisero, prima cautamente poi con sempre maggiore convinzione, di rivolgersi a lui per un aiuto, quale che fosse.</p>
<p>&#8220;<em>[prima di allora] i miei rapporti con il movimento operaio erano stati in genere quelli tipici dell’intellettuale dell’epoca: posizione sicuramente antifascista, antirazzista, antimilitarista, progressista al massimo e voto ogni cinque anni al partito più avanzato. […] Ma nel presente caso, bisognò rimboccarsi le maniche e scendere in campo. Negli anni 1961-62 il mio più autentico compito di direttore fu quello di proteggere le spalle ai sindacalisti clandestini e agevolare l’organizzazione. I rapporti con gli infermieri divennero sempre più aperti, sinceri e positivi: nell’agosto 1962 un improvviso sciopero &#8220;selvaggio&#8221;, unanime e compatto, scosse il silenzio feudale dell’ospedale. […] L’amministrazione cedette sull’intera linea: aumento notevolissimo di salario, diritti sindacali, commissione interna. […] Questa nuova situazione avviò un processo di lotta di classe che doveva direttamente coinvolgermi, completamente a fianco dei lavoratori e tuttavia in una difficile situazione in quanto gestore tecnico del potere, fino al 1965, quando la situazione istituzionale […] si pose come fatto principale&#8221;</em>.</p>
<p>Nei suoi ripetuti incontri con i lavoratori, egli sosteneva fortemente la necessità che per la classe operaia il riscatto del malato di mente costituisse un comune obiettivo di lotta, in quanto riscatto dallo &#8220;sfruttamento padronale&#8221;. E fu la strada giusta:</p>
<p>&#8220;<em>Gli infermieri di Materdomini erano ben consapevoli di tutto questo e essi, più di me e di chiunque altro, hanno fatto, nei limiti che la struttura ha tollerato, tutto il possibile per la liberazione dei ricoverati</em>&#8220;<em>.</em>Una posizione, quella di Piro, decisamente controcorrente, che faceva di lui un direttore &#8220;sovversivo&#8221;, inviso a chi aveva antica vocazione alla perpetrazione dell’aureo principio del &#8220;ciascuno al suo posto&#8221;. Del resto, la strutturazione dei rapporti all’interno delle strutture sanitarie era irriducibilmente verticistica e gerarchizzata:</p>
<p>&#8220;<em>Era come una piramide </em>&#8211; riferiva un<span style="font-family: Times New Roman;">・</span>infermiera triestina, descrivendo il clima che regnava nel manicomio prima dell<span style="font-family: Times New Roman;">&#8216;</span>arrivo di Basaglia &#8211; <em>al vertice c<span style="font-family: Times New Roman;">&#8216;</span>era il direttore, poi i primari, poi gli infermieri. Il primario era una figura astratta, che passava, faceva il suo giro con la caposala e poi basta. Noi infermieri dovevamo stare sempre zitti. La caposala dava gli ordini e poi se ne andava. Non avevamo un rapporto coi medici. Bisognava eseguire gli ordini senza chiedere niente&#8221;</em>.</p>
<p>Tra il ’66 e il ’67, nonostante gli enormi ostacoli frapposti dall’amministrazione ospedaliera, Piro riuscì a promuovere al Materdomini l’operatività di una equipe determinata e moderna, con medici, psicologici, sociologi, assistenti sociali e studenti, e ad avviare i lavori per la costruzione di un nuovo padiglione, creando le premesse perché l’intera assistenza psichiatrica fosse ispirata a principi comunitari.</p>
<p>&#8220;<em>Nella primavera 1968 il nuovo padiglione era finito. […] I ricoverati furono trasferiti e nello stesso giorno si tenne, senza che ancora vi fossero né le panche né i tavoli, la prima assemblea: i cancelli di questo reparto davano su un ampio spazio interno e finché rimasi a Materdomini non si chiusero mai&#8221;</em>.</p>
<p>Il principio ispiratore della <em>comunità terapeutica</em> era il <em>rovesciamento istituzionale</em>, l’eliminazione della violenza <em>addizionale</em> dell’istituzione manicomiale. Il rovesciamento istituzionale doveva necessariamente passare attraverso l’eliminazione dei mezzi di contenzione fisica; la riduzione delle terapie psicofarmacologiche immobilizzanti; la propaganda capillare tra i malati di mente circa l’illiceità di ogni mezzo violento; le assemblee di reparto che confluissero nell’assemblea generale; la liberazione dal ricatto delle punizioni; la libertà d’espressione; l’istituzione di commissioni elette dai ricoverati che controllassero i vari aspetti della vita ospedaliera, e commissioni di ricoverati che venissero autorizzati a vigilare sulle attività dei medici e degli infermieri; le attività creative (teatro, cinema, stampa del giornalino) che favorissero la socializzazione; il ridimensionamento del predominio medico attraverso l’intervento di volontari nello spazio libero.</p>
<p>Anche al Materdomini lo &#8220;slegamento&#8221; dei ricoverati sottoposti a contenzione avvenne molto prima che si concludesse il periodo prescritto, giustificandolo con lo scopo terapeutico (&#8220;il paziente terapeuticamente viene sciolto&#8221;); i pazienti legati al Materdomini erano circa 300.</p>
<p>&#8220;<em>La scomparsa della violenza addizionale (o almeno una sua notevole riduzione) determin<span style="font-family: Times New Roman;">ò</span> il superamento di un tipo di contraddizione istituzionale di cui le botte e la camicia di forza sono l<span style="font-family: Times New Roman;">&#8216;</span>aspetto pi<span style="font-family: Times New Roman;">ù</span> vistoso, ma il silenzio, il ricatto morale, l<span style="font-family: Times New Roman;">&#8216;</span>ozio, la dipendenza, la mancanza di spazio e movimento, il tragico spreco di tempo rappresentano gli elementi pi<span style="font-family: Times New Roman;">ù</span> distruttivi&#8221;</em>.</p>
<p>Nel ’69 cominciarono a giungere al Materdomini gruppi di volontari del movimento studentesco, con un’affluenza molto maggiore rispetto agli anni precedenti; proprio l’apertura al movimento studentesco si offrì come pretesto al &#8220;padrone&#8221; per il licenziamento del direttore, che giunse il 19 febbraio ’69:</p>
<p>&#8220;<em>la repressione colpì il 19/2/1969 con lettera protocollata 492. In questa lettera si imponeva di limitare l’abolizione della contenzione fisica ai soli soggetti controllabili con psicofarmaci (il che era inutile perché la contenzione fisica era già stata eliminata); richiedeva maggiore oculatezza (sic) nella libertà da concedere agli infermi; impediva l’intervento in ospedale di &#8220;visitatori&#8221;; allontanava tutti i volontari; stabiliva che l’assunzione del personale medico o di assistenza sociale fosse esclusivo fatto dell’amministrazione; ribadiva l’indispensabilità dell’ordine religioso in ospedale&#8221;</em>.</p>
<p>Di fatto, proibendo l<span style="font-family: Times New Roman;">&#8216;</span>afflusso di volontari, che operavano tutti in zona <span style="font-family: Times New Roman;">&#8220;</span>non pericolosa<span style="font-family: Times New Roman;">&#8220;</span> e sotto la diretta responsabilit<span style="font-family: Times New Roman;">à</span> del direttore, limitando drasticamente gli spazi dei ricoverati e assumendo solo personale gradito al <span style="font-family: Times New Roman;">&#8220;</span>padrone<span style="font-family: Times New Roman;">&#8220;</span>, <span style="font-family: Times New Roman;">&#8220;</span><em>l<span style="font-family: Times New Roman;">&#8216;</span>amministrazione aveva distrutto la comunit<span style="font-family: Times New Roman;">à&#8221;</span></em>.</p>
<p>Il valore aggiunto che origina dalle differenze, dalle dissipazioni, dagli sconfinamenti <span style="font-family: Times New Roman;">&#8220;</span>impertinenti<span style="font-family: Times New Roman;">&#8220;</span>, che divengono forza creativa e feconda, raramente determina entusiasmi e approvazioni, e chi emerge per contrasto e non per similitudine e allineamento rischia il confinamento, la <span style="font-family: Times New Roman;">&#8220;</span>sconfessione<span style="font-family: Times New Roman;">&#8220;</span>. E<span style="font-family: Times New Roman;">&#8216;</span> toccato anche a Sergio Piro, poco amato a Napoli anche per la sua feroce opposizione a ogni ipocrisia. Al riguardo, scrive bene Roberta Moscarelli, <span style="font-family: Times New Roman;">&#8220;</span><em>era in odio al blocco di potere di questa citt<span style="font-family: Times New Roman;">à</span>, ai politici e a molti psichiatri, soprattutto ai tanti pseudodemocratici. Perch<span style="font-family: Times New Roman;">é</span> lui li conosceva uno per uno, sapeva di ognuno da dove veniva e dove era arrivato e come. Era sulla scena politica fin dalla Resistenza, era una memoria viva di questa citt<span style="font-family: Times New Roman;">à</span>: lo temevano, bench<span style="font-family: Times New Roman;">é</span> non gestisse ormai da anni alcun potere. E perch<span style="font-family: Times New Roman;">é</span> non sono riusciti mai, neanche per un momento, a sterilizzare e a museificare la valenza rivoluzionaria dei suoi studi, la sua esperienza di lotta. Non potendo appropriarsene, l&#8217;hanno dunque rimossa, tradita, negata, cancellata&#8221;</em>.</p>
<p>A tutto questo Sergio reagiva agitando gli strumenti che pi<span style="font-family: Times New Roman;">ù</span> gli erano congeniali, ovvero un<span style="font-family: Times New Roman;">&#8216;</span>innata capacità critica, un<span style="font-family: Times New Roman;">&#8216;</span>intelligenza lucidissima fuori da ogni intruppamento, in grado di leggere <span style="font-family: Times New Roman;">&#8220;</span>dentro<span style="font-family: Times New Roman;">&#8220;</span> le cose oltrepassandole con occhio felino (si definiva &#8220;<em>amico dei matti e dei gatti<span style="font-family: Times New Roman;">&#8220;</span></em>), un<span style="font-family: Times New Roman;">&#8216;</span>incontenibile ironia che era prima di tutto autoriferita, e il sano ottimismo di chi sapeva di essere riuscito a formare intere schiere di intellettuali, di operatori del settore psichiatrico, di compagni che nel suo ricordo porteranno avanti battaglie rumorose e non politicamente corrette.</p>
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