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	<title>carta strampalata &#8211; NAZIONE INDIANA</title>
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		<title>carta st[r]ampa[la]ta n.48</title>
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		<pubDate>Wed, 11 Apr 2012 06:30:00 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[di Fabrizio Tonello Gentile Dottor Baricco, come vedrà dai commenti qui sotto, i capitoli che mi ha inviato per la Sua tesi “Una certa idea di mondo” al fine di conseguire il dottorato in “Tuttologia comparata” richiedono ancora parecchio lavoro. In particolare, ho trovato il capitolo relativo a La guerra del Peloponneso di Donald Kagan, [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><img fetchpriority="high" decoding="async" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2012/04/baricco21.jpg" alt="" title="baricco21" width="300" height="230" class="alignleft size-full wp-image-42193" /> di <strong>Fabrizio Tonello</strong></p>
<p>Gentile Dottor Baricco,</p>
<p>come vedrà dai commenti qui sotto, i capitoli che mi ha inviato per la Sua tesi “Una certa idea di mondo” al fine di conseguire il dottorato in “Tuttologia comparata” richiedono ancora parecchio lavoro. In particolare, ho trovato il capitolo relativo a <em>La guerra del Peloponneso</em>  di Donald Kagan, consegnatomi attraverso il quotidiano <em>la Repubblica</em> di domenica 25 marzo, molto carente. Dallo svolgimento mi sembra di intuire che le materie guerresche La appassionino ma che la mancanza di abitudine a scrivere in modo accurato abbia reso l&#8217;elaborato impreciso e superficiale.<br />
Prima di entrare nel merito di questo capitolo, tuttavia, vorrei fare alcune osservazioni sui capitoli che mi ha mandato nei mesi scorsi. Comincerò dall’uso della lingua: nel capitolo su <em>Fantozzi totale</em> (8 gennaio), per esempio, Lei scrive, riferendosi alla realtà: “Il gioco era mandarla in mona convocando,  al suo posto, il surreale”. Ora, l’espressione “mandarla in mona” (nel senso di “mandare al diavolo” o simili) potrebbe essere accettabile da parte di uno scrittore veneto in grado di mescolare con grazia espressioni popolari e raffinate, rimandi dialettali e chiarezza cristallina della lingua. Temo che la frase, nel contesto del capitolo, suoni goffa e artificiosa.<br />
Ho trovato piuttosto interessante il capitolo su <em>Storia delle idee del calcio</em> (26 febbraio) anche se mi ha dato l’impressione che il Suo sport preferito sia il baseball. Per esempio, Lei cita un video di 6 minuti su Olanda-Uruguay del 1974, di cui dice “Il risultato non me lo ricordo nemmeno (beh, diciamo che non vinsero gli uruguagi) ma l&#8217;elementare contrapposizione di due culture, una morente e l&#8217; altra straripante,è così luminosa che la capirebbe anche un bambino”.<br />
Le due culture, in questo caso, non sarebbero quelle descritte da Charles Snow nel 1959 nella sua conferenza <em>The Two  Cultures</em> (che, sfortunatamente, non vedo in bibliografia) bensì la cultura calcistica olandese e quella uruguagia. L’approccio è interessante ma la Sua conclusione mi lascia perplesso: la “contrapposizione di due culture, una morente e l&#8217; altra straripante,è così luminosa che la capirebbe anche un bambino”. Ora, la “cultura straripante” del calcio olandese vinse quel campionato del mondo, e magari anche i successivi? Non proprio: l’Olanda arrivò facilmente in finale ma in quella sede fu sconfitta dalla Germania, una squadra di giocatori “forti, tosti [che] menavano come fabbri e giocavano un calcio pratico ed efficace”, ovvero una rappresentante di ciò che Lei definisce la “cultura morente”. Al terzo posto si piazzò la Polonia: altri undici giocatori “forti, tosti [che] menavano come fabbri e giocavano un calcio pratico ed efficace” (se non vado errato, il capocannoniere del torneo fu un polacco, Lato, con 7 reti, seguito da un altro polacco, Szarmach, con 5 reti a pari merito con l’olandese Neeskens). Per l’Olanda, un secondo posto fra due squadre che rappresentavano la “cultura morente” non sembra poi un risultato così “straripante”.<br />
Proseguiamo: nel capitolo inviatomi il 4 marzo, Lei esamina criticamente <em>La principessa sposa</em> di William Goldman e scrive: &#8220;Nella sostanza, si tratta di una avventurosa storia d&#8217; amore: lei è la ragazza più bella del mondo (…) e lui è uno che la ama sopra ogni cosa (&#8230;) Ed ecco il dialogo: Lui: «Tu preferisci vivere con il Principe piuttosto che morire col tuo amore». Lei: «Preferisco vivere che morire, lo ammetto». Lui: «Parlavamo d&#8217; amore, signora». Ovviamente Flaubert è un&#8217; altra cosa”. Ecco, direi anch’io che Flaubert è un’altra cosa: La pregherei di scegliere un <em>case-study</em> differente per il capitolo sulle storie d’amore.<br />
Veniamo ora a <em>La guerra del Peloponneso</em> di Donald Kagan, un capitolo che Lei inizia così: “E&#8217; noto che la più difficile manovra militare è la ritirata: quasi impossibile eseguirla senza fare boiate”. Più oltre, riferendo di una votazione dell’assemblea ateniese: “Votarono, decisero e andarono a dormire. Una nave salpò per portare a Mitilene l&#8217; agghiacciante verdetto (non esistevano mail)”. Come Le accennavo qui sopra, la mescolanza di registri letterari “alti” e “bassi” richiede una certa competenza linguistica, qui assente. Ma veniamo alla sostanza.<br />
Lei vuole “dedicare” il Suo capitolo “a quei centocinquantamila”  che hanno acquistato in edicola <em>La costituzione degli Ateniesi</em> di Aristotele, affrontando il tema di come funzionasse la democrazia nell’Atene classica. Di certo, un lodevole proposito. Lei quindi prende in esame un libro che “aiuterà a collocare qualsiasi nozione sulla democrazia ateniese nel suo giusto contesto”. Non potrei essere più d’accordo. Mi permetto, tuttavia, di osservare che scegliere <em>La guerra del Peloponneso</em> di Donald Kagan a questo fine è un po’ come studiare la democrazia italiana attraverso <em>L’addestramento ginnico-militare nell’esercito italiano: 1946-1990</em> di Angela Teja e Sergio Giuntini, pubblicato dall’Ufficio storico dello Stato Maggiore dell’Esercito nel 2007. Libro eccellente, peraltro.<br />
Discutendo delle decisioni di Atene di sterminare i cittadini di Mitilene, Lei scrive: “A mente fredda, le sparate dei demagoghi di turno sembrarono meno convincenti, e il parere sobrio di alcuni moderati improvvisamente più condivisibile. Così decisero di cambiare il verdetto, condannando a morte solo i diretti responsabili del tradimento (…). Il problema però era che la nave era ormai partita, con il suo verdetto tragico a bordo. Allora (…) fecero salpare una seconda nave (…). Ai rematori diedero viveri in abbondanza e promisero un premio se fossero riusciti a raggiungere la prima nave. Ora dovete immaginare quelle due navi che si inseguono, nel silenzio del mare tra Atene e l’isola di Lesbo, e ditemi se non se c’è un modo più bello di riassumere la traballante coscienza etica di qualsiasi democrazia”.<br />
Temo che se Lei avesse consultato le fonti che doveva consultare avrebbe scoperto che “la traballante coscienza etica di qualsiasi democrazia” c’entra una sega (come scriverebbe Lei se fosse al mio posto). Infatti, si sa che furono <em>gli ambasciatori di Mitilene</em> a fare pressione per riconvocare l’assemblea e votare di nuovo per revocare l’ordine. E furono gli stessi ambasciatori  a fornire “viveri in abbondanza” e a “promettere un premio” se l’equipaggio della seconda nave fosse riuscito a raggiungere la prima nave in tempo. Se vuol controllare, vada al libro III della <em>Guerra del Peloponneso</em> di Tucidide (qualsiasi edizione) cap. 36 e soprattutto 49: “Siccome gli ambasciatori mitilenesi prepararono vino e farina per la nave e fecero grandi promesse…” (cito dall’edizione Boringhieri del 1963, p. 231).<br />
Infine, ritengo opportuno che Lei esamini più a fondo il tema della <em>La costituzione degli Ateniesi</em> di Aristotele. Qui manca una certa chiarezza filologica. Per esempio, sarebbe stato opportuno citare, almeno in nota, che molti classicisti, per esempio Carlo Augusto Viano e P. J. Rhodes, sono dell’avviso che questo testo non sia di Aristotele ma di un suo allievo fino ad ora mai identificato con precisione. Un allievo che Rhodes definisce “a lazy student” che “did not consult very many books” (cito da <em>The Athenian Constitution</em> nell’edizione Penguin del 1984, p. 19). Viano è più circospetto: “potrebbe esser nata intorno ad Aristotele, ma non essere di sua mano” (<em>Politica e Costituzione di Atene</em>, UTET, 2006, p. 39). Il paragonare quest’opera di dubbia attribuzione a “uno Stradivari” risulta poco appropriato, Le pare?<br />
Devo purtroppo concludere che l’elaborato fin qui non è sufficiente ma sono certo che, impegnandosi di più, potrà migliorare. </p>
<p>Con viva cordialità,</p>
<p>Fabrizio Tonello</p>
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		<title>carta st[r]ampa[la]ta n.47</title>
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		<pubDate>Wed, 21 Mar 2012 13:30:54 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[di Fabrizio Tonello Gentile Signorina/Signora Mariarosa Mancuso, come vedrà dai miei commenti qui sotto la Sua tesina “Addio al radical chic”, consegnatami domenica 18 marzo attraverso il suppemento “La lettura” del Corriere della sera, è piuttosto carente. Dallo svolgimento mi sembra di intuire che la materia era per lei interessante ma che la mancanza di [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/2012/03/21/carta-strampalata-n-47/david-ashley-chic/" rel="attachment wp-att-41987"><img decoding="async" class="alignleft size-medium wp-image-41987" style="margin: 4px;" title="david-ashley-chic" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2012/03/david-ashley-chic-240x300.jpg" alt="" width="240" height="300" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2012/03/david-ashley-chic-240x300.jpg 240w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2012/03/david-ashley-chic.jpg 360w" sizes="(max-width: 240px) 100vw, 240px" /></a>di <strong>Fabrizio Tonello</strong></p>
<p>Gentile Signorina/Signora Mariarosa Mancuso,</p>
<p>come vedrà dai miei commenti qui sotto la Sua tesina “Addio al radical chic”, consegnatami domenica 18 marzo attraverso il suppemento “La lettura” del <em>Corriere della sera</em>, è piuttosto carente. Dallo svolgimento mi sembra di intuire che la materia era per lei interessante ma che la mancanza di abitudine a scrivere in modo preciso (mi riferisco tanto alla lingua quanto ai contenuti) ha lasciato il segno, rendendo l&#8217;elaborato sciatto e superficiale.</p>
<p>Comincerò dall’uso dei dati che Lei ha inserito a sostegno delle Sue argomentazioni. Con riferimento alle dimissioni dell’on. Silvio Berlusconi, Lei scrive: “Le trasmissioni televisive «contro», sempre a rischio di chiusura e di censura, dovrebbero godersi la vittoria. E invece no: gli spettatori calano, lo share diminuisce (o comunque non decolla).” gli spettatori calano? Dal grafico sembrerebbe piuttosto il contrario: “Invasioni barbariche” passa da 904.000 spettatori nel 2010-2011 a 923.000 nel 2011-2012, un aumento piccolo ma pur sempre un aumento.</p>
<p>Sempre nell’appendice statistica, Lei mette insieme due trasmissioni di Serena Dandini, “Parla con me” e “The show must go off”, trasmesse da due reti diverse (Rai e La sette) in orari diversi e in giorni diversi. Le sembra una procedura di comparazione scientificamente accettabile? Quanto aveva preso all’esame di Metodologia?<br />
<span id="more-41986"></span></p>
<p>Proseguiamo: la tesina è priva di coerenza nella dimensione temporale. Mi limiterò a citare uno dei molti strafalcioni: nella seconda colonna si parla di “un party in casa del compositore Leonard Bernstein, ospiti d’onore le Black Panthers” che sarebbe avvenuto nel 1966. <em>Le</em> Black Panthers? Stiamo parlando di un gruppo musicale femminile dell’epoca, come le <em>Supremes</em>? Forse Lei intendeva riferirsi ad alcuni militanti di sesso maschile del Black Panther Party, che difficilmente avrebbero potuto essere a New York nel 1966, visto che il Black Panther Party for Self-Defense fu fondato solo nell’ottobre di quell’anno a Oakland, in California. Il party a cui Lei fa riferimento fu tenuto in realtà nel 1970, precisamente il 14 gennaio, e diede spunto a Tom Wolfe per scrivere l’articolo oggetto della Sua tesina. Articolo sulla rivista <em>New York</em> dell’8 giugno 1970 che palesemente Lei non ha letto in originale.</p>
<p>Coerenza e omogeneità della materia trattata: Lei mescola disinvoltamente il 1970 con il 2012, Leonard Bernstein con Umberto Eco, Giorgio Faletti con Sabina Guzzanti, e addirittura Maurizio Viroli con Bernard de Mandeville: non Le sembra che il lettore, in questo minestrone, possa faticare a raccapezzarsi?</p>
<p>Criticando il libro di Maurizio Viroli <em>L’intransigente</em>, Lei definisce <em>Il legno storto dell’umanità</em> di Isaiah Berlin e <em>La favola delle api </em>di Bernard de Mandeville “due realistici resoconti del mondo in cui viviamo”. Sorvolando sul fatto che Mandeville pubblicò il suo testo nel 1714, cioè 298 anni prima del “mondo in cui viviamo”, Le sembra che due opere filosofiche possano essere definite “resoconti”? Secondo il <em>Nuovo Dizionario Enciclopedico Sansoni</em> un resoconto è una “relazione particolareggiata di un fatto”: i libri che Lei cita si riferiscono a fatti precisi, di cui illustrano lo svolgimento?</p>
<p>Spiegando le tesi di <em>Il legno storto dell’umanità</em>, Lei scrive che “prende spunto da una frase di Kant per mettere in guardia dalle teorie che intendono risanare l’umanità raddrizzandone a forza le storture”. Un po’ scolastico, non le pare? Da una tesina ambiziosa come la Sua ci si sarebbe aspettato una discussione critica un po’ approfondita. Per esempio, avebbe potuto ricordare che non esiste alcun “libro” con questo titolo scritto da Isaiah Berlin: fu il curatore Henry Hardy a scegliere come titolo di un volume che contiene otto saggi di argomento non omogeneo la citazione di Kant. L’edizione inglese, tradotta  da Adelphi nel 1994, ha come sottotitolo “<em>Capitoli</em> della storia delle idee”  e soltanto il primo saggio, <em>La ricerca dell’ideale</em> ha a che fare con il “legno storto dell’umanità”. Il saggio, che occupa appena 24 pagine, è in realtà il testo di una conferenza tenuta a Torino in occasione di un premio della Fondazione Agnelli attribuito al filosofo inglese.</p>
<p>Ora, Lei potrebbe sostenere che queste precisazioni sono superflue ma purtroppo non è così: la precisione filologica è una dote di cui un critico non può fare a meno (e Lei si presenta come un critico particolarmente ambizioso e severo nel Suo elaborato!). Vorrei poi aggiungere che il contesto in cui Lei inserisce la citazione mi sembra inappropriato (un errore frequente da parte degli studenti frettolosi) poiché Berlin mette in guardia “dalle teorie che intendono risanare l’umanità raddrizzandone a forza le storture”. Raddrizzandone <em>a forza</em> le storture è il passo chiave: nell’originale il riferimento è palesemente al nazismo e al comunismo sovietico (la conferenza fu tenuta nel 1988) e difficilmente esso può essere esteso alle teorie di Viroli, a meno che Lei non voglia sostenere che mettere in galera i ladri e i corrotti costituisce un “raddrizzare a forza” l’umanità. Posizione libertaria interessante per un seminario, ma che Lei non argomenta in alcun modo nell’elaborato.</p>
<p>L’altro autore citato, Mandeville, a suo avviso “mostra i pericoli e la miseria di una società totalmente virtuosa”. Sintesi ardita, non c’è che dire. Personalmente avrei scelto una frase dell’autore per sintetizzarne il lavoro: “I vizi privati, attraverso l’accorta amministrazione di un abile politico, possono divenire pubblici benefici” (p. 267 dell’edizione Laterza del 1987). Le parole chiave di questa conclusione di Mandeville sono <em>accorto</em>, <em>abile</em> e <em>possono.</em></p>
<p>Sarebbe stato interessante affrontare il tema di come una società fondata sui vizi privati possa produrre politici abili, i quali amministrano accortamente,  presumibilmente nell’interesse generale, cioè secondo un’idea di virtù pubblica. Se dobbiamo credere alla tesi di fondo dell’autore, sembra più realistico pensare che i “politici abili” usino la loro accortezza per soddisfare i loro vizi privati, ovvero mangiare spaghetti al caviale, intrattenersi con minorenni in “cene eleganti” ad Arcore o simili. Possiamo dire che questi comportamenti abbiano prodotto “pubblici benefici” all’Italia? (naturalmente, spaziare in una dimensione spaziotemporale di tre secoli è operazione intellettualmente assai ardita, che Lei avrebbe dovuto giustificare adeguatamente).</p>
<p>In ogni caso Mandeville sembrava meno sicuro nelle sue conclusioni (“<em>possono</em> divenire pubblici benefici”) di quanto Lei non appaia essere nel Suo elaborato, scrivendo nel modo <em>tranchant</em> che Le è consueto: le parole d’ordine di Occupy Wall Street sono “banali e generiche”, gli “anti-moderni hanno ormai dalla loro soltanto Beppe Grillo”.</p>
<p>Infine, sono rimasto estremamente deluso dal piccolo, e inutile, plagio, da Lei commesso dove scrive “Ha vinto l’Italia che piace ai radical chic: (…) se tira tardi la notte è per leggere Kant”. L’immagine appartiene a Giuliano Ferrara, che il 12 febbraio 2012, sul <em>Giornale</em> (p.1) aveva scritto che Viroli “è schierato con il <em>demi-monde</em> che legge Kant la sera”.</p>
<p>Peccato, devo purtroppo concludere che la Sua tesina non è sufficiente. Si ripresenti all’appello di giugno.</p>
<p>Molto cordialmente,</p>
<p>Fabrizio Tonello</p>
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		<title>carta st[r]ampa[la]ta n.46</title>
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		<pubDate>Thu, 23 Feb 2012 07:54:47 +0000</pubDate>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/2012/02/23/carta-strampalata-n-46/singular-or-plural-1/" rel="attachment wp-att-41735"><img decoding="async" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2012/02/singular-or-plural-1-300x150.jpg" alt="" title="singular-or-plural-1" width="300" height="150" class="alignleft size-medium wp-image-41735" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2012/02/singular-or-plural-1-300x150.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2012/02/singular-or-plural-1.jpg 600w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" /></a></p>
<p>di <strong>Fabrizio Tonello</strong></p>
<p>Carissimi amici italiani, vi mando il più affettuoso saluto dalla Nuova Caledonia, dove sto sorseggiando un long drink al latte di cocco mentre aspetto di tuffarmi tra i coralli e i pesci tropicali. Mi dispiace che voi siate bloccati sotto la neve in compagnia di Alemanno: io ho appena concluso un accordo miliardario con FaceGooglAmazon per un nuovo software e penso di starmene qui per qualche annetto. L’idea del mio rivoluzionario software, <em>Plural</em>, è venuta leggendo “Nòva”, il supplemento tecnologie del “Sole 24 Ore” del 5 febbraio, tutto dedicato al ruolo che avrà la Rete nel rivoluzionare l’insegnamento. Basta con le aule! Abbasso le spiegazioni! Stop ai metodi autoritari e cattedratici!  D’ora in poi, <em>La didattica va a lezione di tablet</em>  (p. 51). L’articolo spiegava che all’università di Padova hanno creato Wecampus, “uno spazio dove sono gli allievi delle università a segnalare i documenti che trovano interessanti e possono aggiungere commenti”.<br />
<span id="more-41734"></span></p>
<p>L’ho provato ed effettivamente è uno strumento utilissimo: “Quella carogna di Diritto Costituzionale mi ha dato 18 e rovinato la media!”; “Per fare Storia Contemporanea c’è un manuale di 1000 pagine!”; “Se fate gli esami in aula M, ricordatevi di arrivare presto e sedervi nei posti in alto, lontano dalla cattedra, dove si può copiare tranquillamente”; “Tonello mi ha chiesto la data dell’arresa del generale Lee a Potomattox!”. Altri commenti utili e partecipativi, che generalmente iniziano con “Quella troia della (<em>omissis</em>)” oppure “Quello stronzo di<em> (omissis</em>)”, sono stati eliminati grazie a una nuova funzionalità del software, che quando incontra una parola inclusa nell’apposita lista “Espressioni frequenti nelle toilette dell’Ateneo”, cancella il post.</p>
<p>Un altro articolo nella stessa pagina riferisce di un sondaggio effettuato da YouGov con la domanda: “Ti nascondi quando controlli la posta e le news a tavola con la tua compagna o la tua famiglia?” Certo che no: mentre la mia compagna metteva in tavola il brasato al Barolo (unico cibo adatto alla stagione) ho detto: “Urca! Lo sapevi che, secondo il Tg1, Monti indossa il loden e la Fornero usa le sovrascarpe per la neve?”. In quel momento ho sentito una puntura sul palmo della mano sinistra, quella che uso per tenere il telefonino: era il forchettone del brasato che, dopo aver attraversato l’iPhone 4S (per fortuna in garanzia) mi si era piantato nel palmo. Ho pagato 88 euro di ticket all’ospedale Maggiore e adesso non lo faccio più, però forse dovrei dirlo a quelli di YouGov perché aggiornino i risultati della ricerca.</p>
<p>L’articolo successivo, <em>Nessun progresso senza internet in aula</em>, riferiva le dichiarazioni del collega Paolo Ferri dell’università Milano Bicocca e diceva, tra l’altro, che è stata annunciata un’alleanza tra Apple e alcuni grandi editori “per l’insegnamento delle scienze naturale”. Diceva proprio così: “delle scienze naturale”. A quel punto sono andato in biblioteca Sala Borsa, ho preso in prestito vari manuali su come fondare una start-up (più chic che dire: come aprire una partita Iva) e mi sono messo al lavoro. Due giorni e due notti usando il mio Macintosh del 1985 (un po’ vecchiotto ma per certe cose funziona ancora benissimo) e il software <em>Plural </em>era pronto. L’ho mandato al mio amico Pietro Falcone a Londra per i test e, dopo 6 ore, la risposta è arrivata: “Funziona”.</p>
<p>A quel punto ho telefonato a Mark Zuckerberg e gli ho detto: “Ehi Mark, vecchio mio, sospendi la quotazione in Borsa: ti cedo i diritti di un nuovo software che farà raddoppiare gli iscritti a Facebook nel giro di due mesi”. Zuckerberg sulle prime era un po’ scettico ma poi gli ho spiegato come funzionava <em>Plural</em> e lui, dopo una rapida consultazione con Jeff Bezos di Amazon e il fantasma di Steve Jobs appositamente evocato da Vanna Marchi, ha deciso di creare FaceGooglAmazon, una nuova società con capitale sociale di 36 fantastiliardi di dollari, che nasce per sfruttare al meglio <em>Plural. </em>Io mi sono accontentato delle briciole, ho firmato e mi sono fatto portare in Nuova Caledonia.</p>
<p>Sull’aereo ho finito di leggere il giornale perché sulla copertina di “Nòva” c’era un titolo stuzzicante: <em>A scuola s’impara meglio con il libri formato tablet.</em> Proprio così: “il libri”. Ho pensato che forse avrei dovuto contrattare di più con Zuckerberg, date le infinite occasioni di utilizzazione di <em>Plural</em>, ma ormai quel che era fatto era fatto. E poi io non sono un tipo avido. Sceso a Nouméa, ho trovato ad aspettarmi una copia ancora fresca d’inchiostro di “Nòva” del 12 febbraio, inviata da Sarkozy con il suo aereo personale in cambio della promessa di fare il ministro delle Tecnologie se verrà rieletto alle prossime elezioni in Francia. C’era un articolo sul nuovo software del mio collega padovano Massimo Marchiori intitolato <em>La risposta di Fb a Volunia?</em>. Tra le altre cose diceva: “La sperimentazioni di Fb partirà con i giochi”.</p>
<p>“La sperimentazioni”, un altro cliente assicurato: anche al Sole 24 Ore dovranno comprare <em>Plural</em>, il magico software che insegna le concordanze tra articolo e sostantivo oppure tra soggetto e verbo. Niente più problemi con singolare e plurale, comprate <em>Plural…</em></p>
<p>[<strong>nota della Redazione</strong>: <em>Nazione Indiana</em> non accetta messaggi pubblicitari né sollecitazioni all’acquisto, pertanto l’articolo del prof. Tonello è stato troncato qui].</p>
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		<title>carta st[r]amp[al]ata n.45. Febbraio, piovono libri. A milioni.</title>
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		<dc:creator><![CDATA[chiara valerio]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 06 Feb 2012 09:30:17 +0000</pubDate>
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<p>di <strong>Fabrizio Tonello</strong></p>
<p>E’ domenica, la settimana è stata faticosa, uno ha voglia di poltrire a letto e tutto andrebbe bene se, improvvisamente  la mia compagna, che è uscita sfidando il freddo, non scodellasse sul comodino il supplemento culturale del “Corriere della sera” di domenica 29 gennaio dove compare in grande evidenza un articolo di Richard Nash intitolato <em>Il libro perfetto per il lettore perfetto.</em> “Leggilo –mi dice- è pieno di dati interessanti”.</p>
<p>Il testo, alle pagine 12-13, inizia così: “Nel 1990 l’editoria statunitense ha pubblicato 25.000 titoli. Nel 2010 ne ha pubblicati 2.800.000. Mentre la popolazione è cresciuta del 25%, i libri sono aumentati del 2.120%. Questo enorme aumento non comprende gli ebook, riguarda solo i libri stampati”.<br />
<span id="more-41581"></span></p>
<p>Fin da piccolo, mi sono sempre piaciuti i numeri, le percentuali, le frazioni. Mi sembravano utilissimi per trovare la risposta a domande del tipo: “Se ieri in spiaggia avevo dieci biglie e ne ho perse due, più un’altra che si è rotta, e ogni biglia costa 50 lire, quanto dovrò chiedere alla mamma per avere 20 biglie?”. Da tempo non gioco più però mi è rimasto un sesto senso che mi dice quando i numeri stampati su un giornale o un libro sono sospetti. Nel caso dell’articolo di Nash anche le nipotine pesaresi avrebbero fatto una sonora pernacchia prima di finire di leggere il paragrafo.</p>
<p>Per esempio, è possibile che un paese dove si pubblicano 25.000 titoli passi a pubblicarne 2.800.000 nel giro di vent’anni? Cioè che l’industria editoriale americana di oggi sia oltre <em>cento volte</em> (per la precisione 112 volte) quello che era nel 1990? A me pare difficile, a lume di buon senso, ora vedremo perché. Prima di discutere di libri, ristampe, ebook e altre diavolerie vorrei però far umilmente notare al signor Nash (“un analista della transizione al digitale dell’editoria” lo definisce il “Corriere”) che se i suoi numeri di partenza sono giusti, passare da 25.000 titoli a 2.800.000 rappresenta un aumento non del 2120% bensì dell’11200%, come qualsiasi nipotino in possesso di matita e quaderno gli potrà confermare. Quindi, delle due l’una: o i titoli del 2010 <em>non </em>sono 2.800.000 ma, per esempio, il 2120% di 25.000, cioè 530.000 oppure i titoli sono davvero 2.800.000 ma rappresentano un aumento dell’11200% rispetto al dato di partenza del 1990 e allora bisogna spiegare il mistero di questa incredibile crescita.</p>
<p>Una rapida indagine in Rete (45 secondi circa) permette di scoprire che la seconda ipotesi è quella giusta: <em>in un certo senso</em> i libri pubblicati negli Stati Uniti due anni fa sono circa 2.800.000, come si può accertare <a href="http://www.bowker.com/index.php/press-releases/633-print-isnt-dead-says-bowkers-annual-book-production-report">qui</a>. Ma questa cifra cosa include? Nash implica che si tratti di libri nuovi (“10 mila nuovi titoli alla settimana sono una valanga” scrive più avanti nell’articolo) e in particolare romanzi, che “contengono tante informazioni ambigue da confondere qualsiasi metodo predittivo”. Infine, Nash conclude: “Dopo aver trascorso dieci anni a scoprire gli scrittori trascurati del XX secolo, sto ora cercando di aiutare tutti gli scrittori, pubblicati da qualsiasi editore, a farsi scoprire dai lettori” (facendo capire che sono “due milioni”).</p>
<p>Purtroppo le cose non stanno proprio così.</p>
<p>I 2.800.000 titoli citati da Nash esistono realmente ma non sono affatto “nuovi” libri se non nel senso che, appena usciti dalla legatoria, hanno un buon odore di carta, inchiostro e colla. Come scrive l’autorità mondiale nel campo del mercato librario americano, si tratta prevalentemente di libri “print on-demand” prodotti da aziende specializzate in titoli per i quali il copyright è scaduto. Quindi si pubblica un sacco di Shakespeare, Harriet Beecher Stowe, Dante e Platone in piccolissime tirature perché non ci sono avidi eredi da soddisfare e occhiuti avvocati  pronti a chiedere il pagamento dei diritti d’autore. Il fatto che si ripubblichino <em>Amleto</em> e la <em>Divina Commedia</em> o <em>La capanna dello zio Tom </em>fa certamente piacere, ma di lì a sostenere che il mercato editoriale è cresciuto dell’11200% in vent’anni ce ne corre.</p>
<p>Come scrive il sito Bowker.com, “These books, marketed almost exclusively on the web, are largely on-demand titles produced by reprint houses specializing in public domain works and by presses catering to self-publishers”. Traduzione: quando non si tratta di testi del passato molto passato, i titoli sono quelli stampati dalle cosiddette <em>vanity presses</em>, cioè tipografie mascherate da case editrici che stampano 300 copie delle poesie adolescenziali del signor Smith per permettergli di presentarsi come “poeta” ai cocktail della sua città. Magari ci sono anche i trattati di fisica che dimostrano come Einstein avesse torto, i romanzi erotici scritti da presidi in pensione e altri simili capolavori. Se non vado errato, Umberto Eco scrisse circa 40 anni fa (ovvero assai prima di Internet, dello Web 2, delle piattaforme di condivisione on line ecc.) della “editoria della quarta dimensione”, cioè di quei prodotti che non avevano i requisiti minimi di professionalità per stare sul mercato editoriale normale ma trovavano una loro circolazione sotterranea tra i familiari, gli amici e i sodali dei maestri di montagna, dei farmacisti di paese e dei commercialisti con velleità letterarie.</p>
<p>Ecco, adesso abbiamo la nuova editoria della quarta dimensione, che viene pudicamente definita “non-traditional sector” e rappresenta circa il 90% dei libri pubblicati, (per la precisione 2.776.260 contro i 316.480 dell’editoria tradizionale). Come si diceva, il “non-traditional sector” è composto prevalentemente da ristampe di opere fuori diritti e ciò che rimane non sono “nuovi scrittori” in attesa di essere scoperti (visto che le grandi case editrici sarebbero ben felici di accaparrarsi l’autore del prossimo bestseller) bensì i dilettanti allo sbaraglio che nessuno pubblicherebbe se non sborsassero di tasca loro i soldi necessari alle microtirature da inviare a parenti e amici. La differenza rispetto a 40 anni fa è soltanto che il volume di spazzatura è aumentato di oltre cento volte.</p>
<p>E’ comprensibile che Nash, che cerca di vendere i servizi della sua società Small Demons, inventi attraenti favolette per dare l’impressione al lettore che<em> proprio</em> <em>lui</em> potrebbe essere il prossimo scrittore scoperto da milioni di entusiasti della letteratura <em>underground</em> ma non necessariamente il “Corriere” ha interesse a stampare i numeri in libertà dell’intraprendente americano.</p>
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		<title>carta st[r]amp[al]ata n.44</title>
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		<pubDate>Sun, 25 Sep 2011 13:08:15 +0000</pubDate>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/09/mariastella_gelmini_10_410x307_tendenzeonline.info_.jpg"><img loading="lazy" decoding="async" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/09/mariastella_gelmini_10_410x307_tendenzeonline.info_-300x224.jpg" alt="" title="mariastella_gelmini_10_410x307_tendenzeonline.info" width="300" height="224" class="aligncenter size-medium wp-image-40189" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/09/mariastella_gelmini_10_410x307_tendenzeonline.info_-300x224.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/09/mariastella_gelmini_10_410x307_tendenzeonline.info_.jpg 390w" sizes="auto, (max-width: 300px) 100vw, 300px" /></a></p>
<p>di <strong>Fabrizio Tonello</strong></p>
<p>Documenti esaminati dal <em>Financial Times</em>, da <em>Le Monde</em>, dall’<em>Asahi Shinbun</em> e da <em>Nazione Indiana</em> rivelano finalmente la verità sul tunnel tra Ginevra e l’Abruzzo, la cui esistenza è stata rivelata dal comunicato stampa di Mariastella Gelmini il 23 settembre. Secondo il ministro della Pubblica Istruzione, “alla costruzione del tunnel tra il Cern e i laboratori del Gran Sasso, attraverso il quale si è svolto l’esperimento, l’Italia ha contribuito con uno stanziamento oggi stimabile intorno ai 45 milioni di euro”.</p>
<p>L’opera doveva restare supersegreta in quanto il suo scopo era la fuga in Svizzera di Berlusconi in caso di arresto su mandato di cattura delle procure di Napoli, Roma, Bari, Milano (seguono le altre 101 procure italiane, qui omesse per brevità).<br />
<span id="more-40188"></span><br />
Come sappiamo, dopo il 25 luglio Mussolini fu arrestato dai carabinieri e condotto proprio al Gran Sasso ma, poiché nel 1943 non esisteva il tunnel, il Duce fu costretto a far intervenire i paracadutisti tedeschi guidati da Otto Skorzeny rischiando che scoppiasse un casino. Il giovane Silvio, che già allora giocava con la sabbia per scavare buche che gli permettessero di arrivare a tirare le trecce delle bambine in spiaggia, pensò subito che se proprio uno doveva scappare in Svizzera ci voleva un traforo, non quei voli militari che non si sa mai come possono andare a finire.</p>
<p>Detto fatto, nel 1994 Berlusconi divenne Presidente del consiglio e immediatamente affidò al ministro Lunardi la costruzione dell’opera, appaltata alla ditta della moglie dello stesso Lunardi, la <em>Rocksoil</em>, per ragioni di segretezza. I primi problemi nacquero quando il governo cadde, ma un breve incontro alle isole Cayman con il nuovo primo ministro, Lamberto Dini, permise ai lavori di proseguire. I primi 10 milioni dello stanziamento furono impiegati da Lunardi per studiare la tecnologia più adatta e cercare i fornitori più affidabili in giro per il mondo: fruttuosi contatti vennero stretti nel corso di numerosi viaggi a Cannes, Ibiza, Miami Beach, Acapulco, Bali, alle Maldive e alle Laccadive.</p>
<p>Esaurita la fase preliminare, e tornato Berlusconi al governo nel 2001, i lavori per il tunnel da 732 chilometri furono effettivamente iniziati. Se scavare sotto le montagne abruzzesi e umbre non provocò difficoltà, il primo problema nacque quando gli ingegneri si accorsero che il tragitto più breve passava sotto Firenze, anzi esattamente sotto il campanile di Giotto. Poiché le vibrazioni avrebbero potuto insospettire il sacrestano e infastidire i turisti, fu scelta una variante che passava invece da Lucca, percorso fortemente caldeggiato dall’allora presidente del Senato Marcello Pera. La deviazione costò 5 milioni di euro, in aggiunta ai 20 già spesi per raggiungere la Toscana.</p>
<p>Nel 2006 il tunnel raggiunse Torino ma l’esito delle elezioni rese necessario creare un’attività di copertura che potesse giustificare la continuazione dei lavori (i trafori, con il via vai dei camion, fanno un sacco di polvere) e quindi fu ideato il progetto di Alta Velocità  ferroviaria attraverso la val di Susa, in direzione di Lione. Naturalmente tutti sapevano che la TAV non aveva nessun senso e che si trattava di una bufala colossale, ma Berlusconi avvisò Sarkozy di qual era il vero scopo della faccenda e il governo francese decise di fingere di crederci. Costo del colloquio: 3 milioni di euro.</p>
<p>Nel 2008 Silvio tornò a Palazzo Chigi e decise che il tunnel per la Svizzera sarebbe probabilmente stato necessario molto presto, quindi si decise di accelerare ulteriormente i lavori nonostante il percorso (con la deviazione lungo la finta Torino-Lione) si fosse allungato di molto. La ditta Lunardi, però, chiese una revisione dei prezzi dovendo tenere a libro paga non soltanto Tarantini e Lavitola ma anche Ruby Rubacuori, Patrizia d’Addario, Barbara Monteleone, Nicole Minetti e le gemelle Kessler. Gli ultimi 7 milioni di euro se ne andarono così e Tremonti rifiutò tutte le richieste di ulteriori stanziamenti a meno che il traforo non fosse fatto passare da Sondrio. Di qui l’ira di Berlusconi e la rottura fra i due.</p>
<p>Di tutto il governo, solo la Gelmini pensava che il tunnel fosse effettivamente stato completato. L’ex consigliere comunale di Desenzano del Garda e avvocato di Reggio Calabria era convinta che, vantando la costruzione dell’opera a scopi scientifici, avrebbe preso due piccioni con una fava: attribuirsi il merito dell’esperimento in quanto ministro dell’Università e della Ricerca e nello stesso tempo occultare meglio lo scopo reale del tunnel.</p>
<p>Purtroppo Silvio, tutto preso dalle nuove e più giovani ragazze, si era scordato di avvisare Mariastella che il piano di fuga verso la Svizzera era stato abbandonato quando Ghedini gli aveva fatto sapere che esisteva un trattato di estradizione con l’Italia e che difficilmente avrebbe potuto dichiararsi “prigioniero politico” per ottenere asilo. La nuova destinazione pare sia la Russia, dove Putin ha graziosamente offerto a Berlusconi e alle Olgettine una grande dacia in Siberia.</p>
<p>Quanto al tunnel, le chiavi sono state provvisoriamente affidate a Renzo Bossi, il “Trota”, che sta studiando la possibilità di una corsa ciclistica fra Bussolengo (l’entrata piemontese) e i laboratori del Gran Sasso (uscita abruzzese). I fisici che lavorano qui hanno però manifestato una certa reticenza perché il traffico di biciclette potrebbe disturbare i neutrini.</p>
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		<title>carta st[r]amp[al]ata n.43</title>
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		<pubDate>Sun, 18 Sep 2011 08:55:31 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[di Fabrizio Tonello C’è un burlone che si aggira per le redazioni italiane. Un astuto militante per i diritti umani, probabilmente iscritto ad Amnesty International, Human Rights Watch e altre organizzazioni consimili. Il simpatico falsario è riuscito a piazzare un lungo articolo, “Le tre lezioni dell’11 settembre” sulla pagina degli editoriali della Stampa di domenica [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/09/Franco-Frattini.jpg"><img loading="lazy" decoding="async" class="aligncenter size-medium wp-image-40118" title="Franco-Frattini" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/09/Franco-Frattini-300x222.jpg" alt="" width="300" height="222" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/09/Franco-Frattini-300x222.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/09/Franco-Frattini.jpg 450w" sizes="auto, (max-width: 300px) 100vw, 300px" /></a></p>
<p>di <strong>Fabrizio Tonello</strong></p>
<p>C’è un burlone che si aggira per le redazioni italiane. Un astuto militante per i diritti umani, probabilmente iscritto ad Amnesty International, Human Rights Watch e altre organizzazioni consimili. Il simpatico falsario è riuscito a piazzare un lungo articolo, “Le tre lezioni dell’11 settembre” sulla pagina degli editoriali della <em>Stampa</em> di domenica scorsa, diffondendo le tesi care a tutti i veri democratici: “Non si può vincere il terrorismo solo con gli eserciti”, il concetto di <em>global war on terror</em> è una cazzata, occorre “coinvolgere attivamente le società civili per sviluppare il dialogo tra civiltà e culture diverse”, dobbiamo “migliorare i meccanismi di integrazione all’interno delle nostre società multiculturali” (già echeggiano le urla di Borghezio e i grugniti di Bossi mentre il dentista Calderoli impugna minacciosamente il trapano).</p>
<p>L’illuminato opinionista criticava, inoltre, i “regimi dittatoriali e sanguinari” del Medio Oriente, che l’Occidente aveva “cinicamente accettato” di sostenere. Per fortuna, “questi patti sono stati irreversibilmente spazzati via dal vento delle rivoluzioni arabe”. Insomma: un editoriale che avrebbe potuto ben figurare sul <em>Manifesto. </em>L’anonimo collaboratore della <em>Stampa </em>ha però voluto esagerare e, invece di ricorrere a uno pseudonimo, si è firmato “Franco Frattini, ministro degli Esteri”.</p>
<p><span id="more-40117"></span></p>
<p>Frattini? <em>Quel</em> Frattini? Il sorridente personaggio comparso decine di volte a fianco di Gheddafi con la sua aria da parrucchiere, anzi da <em>Hair Stylis</em>t, come direbbero a Washington? Il Frattini che, nel 2004 criticava Prodi perché “fa finta di dimenticare che la vera apertura a Gheddafi è venuta da Berlusconi. Quando Berlusconi voleva rimuovere l&#8217; embargo europeo sulla Libia, non ho sentito mezza parola di Prodi su questa posizione della presidenza italiana” (<em>Repubblica</em>, 3 gennaio 2004).</p>
<p>Come si sa, l’embargo fu poi effettivamente cancellato, dando l’avvio a una serie di incontri, abbracci e baciamano culminati nella visita del dittatore libico a Roma, l’anno scorso. Fu in quella occasione che, parlando del simpatico colonnello accompagnato dalle sue amazzoni, l’autentico Frattini disse: “Gheddafi ci apre le porte in tutta l’Africa” (<em>la Stampa</em>, 2 settembre 2010) aggiungendo poi che chi criticava il leader libico per la sua frase su “islamizzare l’Europa” era semplicemente “gente che non capisce la politica internazionale”.</p>
<p>Il Frattini-Frattini (quello che rischia sempre di restare fuori dalle riunioni internazionali perché gli uscieri lo scambiano per il <em>coiffeur</em> di Angela Merkel) ha una lunga storia di ammirazione per il <em>capataz</em> di Tripoli, di cui vantava fino a 7 mesi fa le capacità di innovare sul piano della teoria e della pratica politica: “Faccio l’esempio di Gheddafi. Ha realizzato una riforma che chiama dei congressi provinciali del popolo: distretto per distretto si riuniscono assemblee di tribù e potentati locali, discutono e avanzano richieste al governo e al leader. Cercando una via tra un sistema parlamentare, che non è quello che abbiamo in testa noi, e uno in cui lo sfogatoio della base popolare non esisteva, come in Tunisia. Ogni settimana Gheddafi va lì e ascolta. Per me sono segnali positivi” (<em>Corriere della sera</em>, 22 febbraio 2011).</p>
<p>Altro che Montesquieu! Chi ha bisogno di Rousseau? Tocqueville, chi era costui? Il filosofo politico da studiare è Gheddafi, che cerca  “una via tra un sistema parlamentare, che non è quello che abbiamo in testa noi” e uno in cui funzioni “lo sfogatoio della base popolare”. Ecco, come mai Thomas Jefferson, James Madison e John Stuart Mill nel gettare le basi del costituzionalismo moderno non avevano pensato allo “sfogatoio”?</p>
<p>Meno di un mese dopo, l’autentico Frattini, posando per un attimo l’asciugacapelli, dichiarava al <em>Sole-24 ore</em>: “Gheddafi non si può mandare via”. E, interpretando con la consueta abilità la situazione sul terreno, aggiungeva: “La Cirenaica è ormai di nuovo quasi completamente nelle mani di Tripoli” (16 marzo 2011). Su <em>Repubblica</em> (23 giugno), l’attivissimo ministro degli Esteri, faceva poi sapere che era necessario uno stop «umanitario immediato delle ostilità» in Libia, per creare corridoi che aiutino la popolazione sottoposta ai bombardamenti di Gheddafi soprattutto nelle zone di Misurata e delle “montagne occidentali” (la geografia non è mai stata il suo forte).</p>
<p>Come si vede, il Frattini-Frattini ha cercato di salvare l’amicone del Caimano anche quando la Nato stava bombardando le sue milizie da settimane e settimane: vi sembra possibile che proprio lui, neanche tre mesi dopo, abbia definito quello di Gheddafi un regime “dittatoriale e sanguinario”, con cui l’Occidente aveva “cinicamente accettato”  patti di ogni genere? Certo che no: suvvia, compagno editorialista, la burla è durata abbastanza. Se sei Luciano Canfora o Nicola Tranfaglia, firmati con nome e cognome.</p>
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		<title>carta st[r]amp[al]ata n.42</title>
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		<pubDate>Fri, 09 Sep 2011 07:30:03 +0000</pubDate>
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<p>di <strong><a href="http://www.lettere.unipd.it/infolettere/pub/docente_public.php?doc=264">Fabrizio Tonello</a></strong></p>
<p>I grandi uomini si riconoscono per la visione storica, la capacità di elevarsi al di sopra delle contingenze del momento, di guardare oltre le piccolezze della vita quotidiana. Giulio Tremonti, per esempio, è andato a Rimini al meeting di Comunione e Liberazione senza preoccuparsi di quisquilie come la Borsa di Milano dove ormai gli operatori più solidi sono le donne delle pulizie a stipendio fisso: &#8220;Waterloo fu vittoria o sconfitta?&#8221; si è chiesto il ministro mentre i pragmatici ciellini, preoccupati per i loro <em>danè</em>, lo guardavano straniti. E il ministro si è anche risposto da solo: &#8220;Fu una vittoria per l&#8217;Inghilterra e per l&#8217;Atlantico ma fu una sconfitta per l&#8217;Europa&#8221;.</p>
<p><em>Belin!</em>, come direbbero a Genova: l’unità europea avrebbe bisogno di un Napoleone che tenga lontani gli odiati banchieri inglesi e noi che non ci avevamo pensato. Al posto dell’inetto presidente della Commissione UE José Barroso, che è portoghese, quindi praticamente brasiliano, ci vorrebbe un leader autentico, magari un po’ italiano e un po’ francese, come Bonaparte che era nato in Corsica. Forse Tremonti pensava a se stesso, essendo anch’egli uomo di frontiera (Sondrio) benché più italo-svizzero che italo-francese. O forse a Rimini si sentiva una reincarnazione di Mario Appelius, con il suo radiofonico “Dio stramaledica gli Inglesi!” del 1940-42.<br />
<span id="more-40031"></span><br />
Ma poiché che il ministro del Tesoro mette sul tappeto una questione storica, andiamo a dare un’occhiata a quello che successe nella pianura belga nell’anno di grazia 1815. Per esempio: l’esercito “inglese” di cosa era fatto? Di un terzo di soldati nati nelle isole britanniche, ci informa lo storico Alessandro Barbero (<em>La battaglia</em>, Laterza, 2003) mentre il 26% provenivano dai Paesi Bassi e il 39% da vari regni e principati tedeschi. Insomma, il duca di Wellington aveva qualche difficoltà a farsi capire dai suoi stessi soldati e nessuno cantava <em>God Save The King</em>, inno di cui pure ci sarebbe stato bisogno perché il re era Giorgio III, che era matto e aveva dovuto essere rinchiuso già nel 1811.</p>
<p>Certo, si possono costruire gli imperi anche con truppe coloniali e mercenarie, quindi si potrebbe sostenere che Waterloo fu una vittoria della Gran Bretagna anche se nei suoi reggimenti c’erano dei poveracci provenienti da mezza Europa, arruolati “perché hanno messo incinta la ragazza, altri perché sono ricercati e molti di più per la smania di ubriacarsi” come disse lo stesso Wellington. Il problema è che la battaglia non fu vinta dagli inglesi, che nel pomeriggio erano disperati e stavano per cedere di fronte agli assalti dei francesi, ma dai prussiani, che arrivarono al momento giusto.</p>
<p>Ricapitoliamo: la coalizione che combatteva Napoleone era europea e comprendeva anche austriaci e russi (che non fecero in tempo ad arrivare). Delle truppe effettivamente impiegate a Waterloo il 18 giugno, due terzi erano tedesche. I prussiani erano stati sconfitti a Ligny due giorni prima e si erano ritirati verso Wavre, lasciando gli inglesi alle porte di Bruxelles: Waterloo è 12 chilometri a sud della capitale belga. Il piano di Napoleone era di distruggere anche gli inglesi prima che i due pezzi dell’esercito alleato potessero riunirsi.</p>
<p>In realtà, la battaglia iniziò tardi e Napoleone, già alle 13, aveva intravisto le avanguardie  prussiane verso Est, dalla parte di Chapelle-St. Lambert. Gli attacchi della cavalleria di Ney verso le 15,30 furono un tentativo disperato di sfondare il centro della linea di Wellington prima dell’arrivo dei rinforzi prussiani. Era una scommessa rischiosa e i quadrati di fanteria inglesi riuscirono a respingere le cariche, senza farsi prendere dal panico; i corazzieri francesi fallirono nel tentativo di aprire un varco nelle linee di Wellington, una falla che sarebbe poi stata sfruttata dalla fanteria provocando il collasso dello schieramento nemico prima che le truppe di von Bülow rovesciassero la situazione.</p>
<p>Come finì è noto: il centro inglese resse, i prussiani investirono l’ala destra dello schieramento francese, la Vecchia Guardia si trovò presa tra due fuochi e, improvvisamente, il panico si diffuse fra le esauste truppe di Napoleone, come si legge anche nella <em>Certosa di Parma</em> di Stendhal: “Il reggimento, attaccato all’improvviso da nugoli di cavalleria prussiana, dopo aver creduto tutto il giorno nella vittoria, batteva in ritirata o per meglio dire scappava in direzione della Francia”. Il protagonista Fabrizio del Dongo chiede informazioni alla vivandiera che lo ha raccolto e questa risponde: “Siamo spacciati, piccino mio; c’è che la cavalleria dei prussiani ci accoppa a sciabolate, nient’altro che questo c’è”. Gli alleati rimasero padroni del campo, Wellington e Blücher si incontrarono verso le dieci di sera, qualche giorno dopo Napoleone abdicò e fu esiliato a S. Elena.</p>
<p>Waterloo inaugurò un’era di dominio anglosassone sull’Europa? Gli avidi banchieri della City iniziarono allora a succhiare il sangue delle indifese nazioni sul continente? La perfida Albione ci ha sfruttato per quasi duecento anni come suggerisce Tremonti? Non proprio. Il Congresso di Vienna, che si concluse negli stessi giorni, finì con il trionfo della Russia (che inghiottì la Polonia e la Finlandia) e soprattutto della Prussia, che pose le basi dell’unificazione tedesca impadronendosi del Reno-Westfalia e riducendo a 38 gli staterelli tedeschi (da 360 che erano). Ci sarebbero voluti altri 56 anni, ma l’impero tedesco alla fine sarebbe stato proclamato nel 1871. Se proprio si vuol parlare di “egemonia atlantica” sull’Europa occorre spostare le date parecchio più in qua: dopo due guerra mondiali ci fu il piano Marshall (1948) e la fondazione della NATO (1949). Quanto all’imperialismo inglese, sarebbe stata tenuto fuori dalla Comunità Europea fino al 1973.</p>
<p>Durante un comizio in Piemonte in aprile 2010, il nostro aspirante storico delle relazioni internazionali disse a una platea entusiasta: “Noi non leggiamo libri, mangiamo agnolotti”. Sugli agnolotti non posso che essere d’accordo: il mio nonno materno era di Casteggio, poi emigrato a Venezia; ogni domenica, dopo avermi concesso una seconda porzione, mi dava anche un affettuoso scappellotto dicendo: “Stüdia, cit!”. Ecco, il problema di Tremonti è che da piccolo gli davano gli agnolotti senza dirgli di studiare.</p>
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		<title>carta st[r]ampa[la]ta n. 15</title>
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		<pubDate>Mon, 10 May 2010 08:30:31 +0000</pubDate>
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		<category><![CDATA[banca centrale europea]]></category>
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					<description><![CDATA[di Fabrizio Tonello Documenti venuti in possesso di Nazione Indiana, in collaborazione con il Financial Times, rivelano che un nuovo piano di salvataggio della Grecia è stato segretamente concordato fra il cancelliere tedesco Angela Merkel, il direttore del Fondo Monetario Internazionale Dominique Strauss-Kahn, il presidente della Banca Centrale Europea Jean-ClaudeTrichet e il primo ministro greco [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/05/partenone1.jpg"><img loading="lazy" decoding="async" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/05/partenone1-300x195.jpg" alt="" title="partenone1" width="400" height="265" class="aligncenter size-medium wp-image-33940" /></a></p>
<p>di <strong>Fabrizio Tonello</strong></p>
<p>Documenti venuti in possesso di <em>Nazione Indiana</em>, in collaborazione con il <em>Financial Times</em>, rivelano che un nuovo piano di salvataggio della Grecia è stato segretamente concordato fra il cancelliere tedesco Angela Merkel, il direttore del Fondo Monetario Internazionale Dominique Strauss-Kahn, il presidente della Banca Centrale Europea Jean-ClaudeTrichet e il primo ministro greco George Papandreu. L’incontro decisivo è avvenuto ieri, domenica, a Salonicco, dove era presente anche il governatore della Banca d’Italia Mario Draghi, che però non ha preso parte alla riunione finale in cui si è firmato l’accordo in 12 punti.<br />
<span id="more-33683"></span><br />
1. In cambio di un finanziamenti deliberati dal vertice dei ministri delle Finanze europei sabato, la Grecia uscirà dalla moneta europea e adotterà come valuta la “nuova dracma”; la parità è stata approssimativamente fissata in 1000 nuove dracme per un euro. Le banconote europee attualmente in circolazione in Grecia saranno ritirate dalla Banca centrale ellenica e inviate in Germania come anticipo sul pagamenti dei debiti futuri, che rimarranno denominati in euro.</p>
<p>2. Le riserve in oro di Atene saranno immediatamente consegnate all’ambasciata tedesca, che provvederà al loro trasferimento in Germania via mare: il trasporto sarà probabilmente effettuato dalla corazzata <em>Bismarck</em>.</p>
<p>3. La Olympic Airways viene assorbita dalla Luftwaffe, che aprirà immediatamente collegamenti giornalieri tra Berlino, Francoforte, Monaco di Baviera e le isole di Karpatos, Creta e Rodi, per consentire l’afflusso di turisti tedeschi sulle spiagge greche. Le somme spese in valuta in queste località saranno versate nello speciale “Sinking Fund” a copertura degli interessi del debito accumulato. Le inutili e improduttive linee aeree tra Atene e le isole, o tra Atene e le altre città greche, verranno soppresse. L’aereoporto di Atene sarà diretto da un alto funzionario dell’Unione Europea, il signor Hans-Otto-Karl-Heinz-Georg Heidegger.</p>
<p>4. Salonicco viene dichiarata zona franca e il traffico di merci e persone dalla città sarà regolato da una commissione internazionale presieduta da Meyer Rotschild (il bis-bis-bis-bisnipote del fondatore della storica dinastia bancaria ).</p>
<p>5. La marina militare viene abolita: le navi utilizzabili saranno riadattate a piroscafi da crociera sulla linea Brema-Atene, le altre saranno vendute come rottame di ferro alle acciaierie indiane Tata. La lotta contro i pirati uscocchi nel mar Ionio e nel mare Egeo, che hanno dichiarato ieri ad <em>Al-Jazeera</em> di agire per conto dell’agenzia di rating americana Moody’s, verrà affidata congiuntamente alla marina tedesca e a quella francese.</p>
<p>6. Il museo archeologico di Atene, uno dei tipici enti inutili e clientelari che hanno condotto la Grecia al dissesto finanziario, verrà privatizzato. Ci sarà un’asta internazionale per la sua gestione ma fonti bene informate assicurano che il candidato favorito è l’agenzia artistica internazionale IG-Farben, con sede a Dachau, nei pressi di Monaco di Baviera. La IG-Farben ha già previsto una grande mostra di reperti greci, tra cui la maschera funebre di Agamennone, la statua in bronzo di Poseidone e i piatti d’oro provenienti dal tesoro delle tombe reali di Micene, che dovrebbe aprire nel maggio del 2011 a Berlino, per una durata di 99 anni, quindi fino al maggio 2110.</p>
<p>7. La commissione tripartita Germania-Fondo Monetario-Banca Centrale Europea si insedierà lunedì prossimo ad Atene per decidere sulle nomine del ministro dell’economia, del governatore della banca centrale, del direttore dell’agenzia delle entrate, del capo di stato maggiore dell’esercito, del direttore delle dogane, del conservatore della biblioteca nazionale e del responsabile della raccolta differenziata dei rifiuti, e di altre cariche minori.</p>
<p>8. Il monte Olimpo dovrà trovare una funzione produttiva e, a questo scopo, è stato gemellato con la stazione sciistica di Garmisch-Partenkirchen il cui sindaco George-Heinz-Karl-Otto-Hans Rommel ha lanciato l’idea di una pista da sci di fondo larga 250 metri e lunga 1.900 chilometri che dovrebbe congiungere la cittadina nelle alpi bavaresi con la Grecia passando per l’Austria, la Slovenia, la Croazia, la Bosnia e la Macedonia. L’impresa italiana di costruzioni Anemone ha espresso interesse per il progetto con un comunicato del suo nuovo presidente Guido Bertolaso, attualmente residente in Lichtenstein.</p>
<p>9. L’oracolo di Delfi, notoriamente inaffidabile e propenso a fare previsioni economiche assolutamente incombatibili con le regole della finanza europea, verrà sostituito da uno spettacolo multimediale/multisensoriale curato dai redattori delle pagine finanziarie della <em>Süddeutsche Zeitung</em>.</p>
<p>10. Il grande cavallo di legno con cui il primo ministro Papandreu si era presentato all’incontro di Salonicco per farne dono alla Merkel in segno di buona volontà verrà ospitato nel parco giochi “Schliemann” che nascerà sull’isola artificiale al largo della città.</p>
<p>11. Per rilanciare il turismo e rimpinguare le riserve di valuta, il Partenone (nella foto) profitterà di un’espansione: la costruzione attuale verrà inglobata dentro una cupola di vetro circondata da quattro torri alte 200 metri disegnate dal celebre architetto Norman Foster che, deluso dai risultati delle elezioni inglesi del 6 maggio, ha deciso di prendere la cittadinanza tedesca. Foster ha già annunciato di voler costruir un hotel “ecocompatibile” di 9.000 stanze, tutte dotate di jacuzzi individuale. Il Partenone attuale diventerà la reception dell’Hotel Zeus.</p>
<p>12. Per conquistare quote di mercato sul fronte del turismo cinese e giapponese, la pensione completa all’hotel Zeus inizialmente costerà appena 125.000 nuove dracme (125 euro) a persona al giorno, compresa l’assistenza di 4 iloti spartani messi a disposizione di ogni camera: su indicazione della Banca Centrale Europea la schiavitù è stata ripristinata già ieri sera con un decreto urgente del governo Papandreu.</p>
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