<?xml version="1.0" encoding="UTF-8"?><rss version="2.0"
	xmlns:content="http://purl.org/rss/1.0/modules/content/"
	xmlns:wfw="http://wellformedweb.org/CommentAPI/"
	xmlns:dc="http://purl.org/dc/elements/1.1/"
	xmlns:atom="http://www.w3.org/2005/Atom"
	xmlns:sy="http://purl.org/rss/1.0/modules/syndication/"
	xmlns:slash="http://purl.org/rss/1.0/modules/slash/"
	>

<channel>
	<title>casa &#8211; NAZIONE INDIANA</title>
	<atom:link href="https://staging.nazioneindiana.com/tag/casa/feed/" rel="self" type="application/rss+xml" />
	<link>https://staging.nazioneindiana.com</link>
	<description></description>
	<lastBuildDate>Thu, 21 Sep 2017 13:41:31 +0000</lastBuildDate>
	<language>it-IT</language>
	<sy:updatePeriod>
	hourly	</sy:updatePeriod>
	<sy:updateFrequency>
	1	</sy:updateFrequency>
	<generator>https://wordpress.org/?v=7.0.2</generator>
<site xmlns="com-wordpress:feed-additions:1">211417809</site>	<item>
		<title>La casa al mare &#8211; Luca Lucchesi</title>
		<link>https://staging.nazioneindiana.com/2017/09/21/racconto-luca-lucchese/</link>
					<comments>https://staging.nazioneindiana.com/2017/09/21/racconto-luca-lucchese/#comments</comments>
		
		<dc:creator><![CDATA[giuseppe schillaci]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 21 Sep 2017 12:00:46 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[indiani]]></category>
		<category><![CDATA[inediti]]></category>
		<category><![CDATA[berlino]]></category>
		<category><![CDATA[casa]]></category>
		<category><![CDATA[mare]]></category>
		<category><![CDATA[palermo]]></category>
		<category><![CDATA[racconti]]></category>
		<category><![CDATA[sicilia]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.nazioneindiana.com/?p=69669</guid>

					<description><![CDATA[La casa al mare racconto inedito di Luca Lucchesi &#160; Il mare è guasto. Ci risiamo. Ora di pranzo, sono sola, ho fame. Gli schiamazzi arrivano dal ristorante. È chiuso. Un compleanno, dieci anni. – Adesso tutti seduti! È arrivato il momento del karaoke! Non c’è proprio verso di odiarli questi bambini. Anche se un po’ [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<h3 style="text-align: center"><em><strong>La casa al mare</strong></em></h3>
<h3 style="text-align: center">racconto inedito di Luca Lucchesi</h3>
<p><img fetchpriority="high" decoding="async" class="wp-image-69768 aligncenter" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/09/Casa-al-Mare-Acquarello_Luca-Lucchesi-300x206.jpeg" alt="" width="390" height="268" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/09/Casa-al-Mare-Acquarello_Luca-Lucchesi-300x206.jpeg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/09/Casa-al-Mare-Acquarello_Luca-Lucchesi-768x528.jpeg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/09/Casa-al-Mare-Acquarello_Luca-Lucchesi-1024x704.jpeg 1024w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/09/Casa-al-Mare-Acquarello_Luca-Lucchesi-100x70.jpeg 100w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/09/Casa-al-Mare-Acquarello_Luca-Lucchesi.jpeg 1073w" sizes="(max-width: 390px) 100vw, 390px" /></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Il mare è guasto. Ci risiamo. Ora di pranzo, sono sola, ho fame.</p>
<p>Gli schiamazzi arrivano dal ristorante. È chiuso. Un compleanno, dieci anni.</p>
<p>– Adesso tutti seduti! È arrivato il momento del karaoke!</p>
<p>Non c’è proprio verso di odiarli questi bambini. Anche se un po’ mi scoccia dover cucinare.</p>
<p>La prima che va al microfono è la festeggiata: abito da prima comunione, imbuto bianco rovesciato sulla vita, la testa in alto, strozzata. Il testo scorre sul televisore in alto ma lei non guarda neanche. Deve essersi preparata. La conosce a memoria. L’animatrice passa il microfono ad un bambino che per fortuna si vergogna. Per un po’ non canta più nessuno.</p>
<p>Io e Leonardo ci frequentiamo da sette anni. Sul nostro tavolo di ieri hanno messo i regali. Al posto di Leonardo c’è seduto un orso di peluche a grandezza naturale. La mia sedia l’hanno usata per ammucchiare le scatole vuote di tutte le fate e principesse in mostra sul tavolo. È una cosa strana da vedere. Come una metafora. Scatto una foto con il telefonino. Gliela mando. Mi poggio al muretto, guardo sotto: il mare si sta mangiando l’ultima striscia di spiaggia. Il messaggio non parte. Non c’è rete oggi alla scogliera.</p>
<p>Ieri era domenica ma il mare era calmissimo. Con Leonardo siamo stati in acqua fino al tramonto. Poi siamo venuti qui a mangiare la pizza. “Un rosso di sera bel tempo si spera, per favore.” Il cameriere ci ha messo un po’ a capire. Ha fatto una risata di cortesia. Ci ha portato il rosso della casa. Leonardo non è di queste parti. Io ci vengo solo d’estate. Sono di qua. Ma nessuno ci scommetterebbe.</p>
<p>Risalgo a casa. Non so se spalancare le porte all’afa o innalzare una trincea di serrature e imposte. Devo decidermi e fare montare il condizionatore.</p>
<p>Un signore accorcia la cenere della sigaretta sui gerani dei miei vicini. Deve essere uno che ha portato il figlio alla festa di sotto. Mi alzo di scatto e gliene dico due. Lui si scusa ma non lo so da dove mi è uscito il coraggio.</p>
<p>La mia vicina è morta la settimana scorsa. La casa è bellissima, grande. Sembra costruita per custodire un tesoro. È proprio attaccata alla mia.</p>
<p>Magari la trovavo che stendeva la biancheria. Poi un discorso tirava l’altro. Era bello parlare con la signora. Era facile.</p>
<p><em>Dentro</em> casa non ci siamo invitate mai. Rimanevamo solo in piedi, così, come due vicine di casa appoggiate alla ringhiera che separa i loro terrazzini.</p>
<p>Da me ci sono le belle-di-notte. La signora me le annaffiava quando non c’ero. Io non mi sarei mai permessa di ricambiare il favore. Quei gerani sono davvero una cosa preziosa.</p>
<p>Ho incrociato l’avvocato ieri mattina. Io e Leonardo ci prendevamo il caffè in terrazza. Gli ho fatto le condoglianze. Non sono brava in queste cose. Mi ha detto che non viene più volentieri adesso che è solo. Preferisce rimanere in città. I figli non scendono più come prima. Il lavoro, i nipoti. Le cose che la vita mette davanti.</p>
<p>“Senza di lei questa casa è un ulivo marcio”. Ha detto così. Io non l’ho mai visto un ulivo marcio. Mi sono commossa. Leonardo mi ha abbracciato, ma era una di quelle cose teatrali sue, come al solito. L’avvocato poi ci ha chiesto se lo accompagnavamo a cena stasera. Ma Leonardo è andato via stamattina presto. Ci andrò da sola.</p>
<p>La moglie dell’avvocato se la sarebbe presa subito casa mia. “Tu sei sola, che ci fai qui? È un posto per famiglie! Pigliati qualcosa in un posto più alla moda!” E rideva.</p>
<p>Certo sarebbe un bell’affare se decidesse di venderla. Sfondando la parete della cucina potrei allargare. Casa mia è proprio minuscola. A malapena sono riuscita a mettere un divano-letto per gli ospiti. Forse Leonardo si convincerebbe pure a portare Nanni.</p>
<p>Lei è rimasta in cinta quando già ci frequentavamo da più di un anno. Dopo Nanni io mi sono allontanata. Lui si strappava i capelli. Per quattro anni è andata avanti così. La solitudine si mangiava ogni giorno un pezzo della mia rabbia. Poi lo scorso inverno mi è venuto a trovare a lavoro e mi ha detto che aveva chiesto il divorzio. Secondo me però è stata lei a chiederlo. La causa dovrebbe chiudersi quest’autunno. Sono cose lunghe.</p>
<p>Quando passo la mano sui fianchi sento la seta che si spettina. Ho messo il vestito leggero, quello turchese. Adesso non ho più un granello di rabbia addosso. Mi è rimasta solo una solitudine grassa nel cuore.</p>
<p>Abbiamo ordinato un antipasto della casa e una grigliata di pesce del giorno. L’avvocato dice che è fresco sicuro.</p>
<p>Leonardo non ha ancora risposto al mio messaggio. Gliel’ho rimandato di pomeriggio quando sono andata in paese a fare la spesa. Mi ha dato un passaggio il figlio di Concetta. Sono stata per più di un’ora in giro ma niente. Ho solo ricevuto un messaggino da Sara. È a Dubai a trovare la figlia. Lavora in uno di questi grattacieli. Mi ha mandato una foto con la vista dal suo hotel. Mi è venuta una vertigine a guardarla.</p>
<p>Un giorno farò anche io una figlia. Se ne andrà a studiare anche lei lontano e a lavorare se ne andrà ancora più lontano. Chissà quando la rivedrò a nostra figlia. Una volta all’anno. Magari qui nella casa al mare, una casa più grande, con uno squarcio nella parete della cucina.</p>
<p>La prima bottiglia se ne è andata. Sono un po’ brilla. Lo dico all’avvocato. Lui stringe i pugni sul tavolo, poi si mette a ridere.</p>
<p>– Tanto non devi guidare.</p>
<p>– Così ubriaca non sono.</p>
<p>– L’unico pericolo sono gli scogli e il mare in tempesta.</p>
<p>– Come vi siete conosciuti con la… <em>signora?</em></p>
<p>Sono molto imbarazzata. “<em>La signora</em>”, “<em>la moglie dell’avvocato”</em>. Non ci siamo mai presentate. Io ero la sua vicina di casa, lei la mia. Non c’era bisogno di chiamarsi per nome.</p>
<p>– …<em>Costanza.</em></p>
<p>Lo sussurra. Sembra anche lui sentire per la prima volta il suono di quel nome. Leonardo non mi chiama mai per nome. Io non faccio altro che dire <em>Leonardo</em>, <em>Leonardo</em>. Lui dice <em>amore</em>, <em>gioia</em>, <em>piccolina</em>.</p>
<p>– Tutto questo cemento è colpa di mio padre in un certo senso. O forse è grazie a lui se non è andata peggio. Seguiva i lavori alla marina. Costanza si metteva su quello scoglio quando smontava dalla tonnara. Io ero il figlio dell’ingegnere ma a lei non l’avrebbe intimorita nemmeno il figlio di dio in persona. Non dimenticherò mai l’odore delle mani di Costanza quando le ho baciate la prima volta…</p>
<p>Il vento è fastidioso. Per fortuna la veranda un po’ ripara. Mi giro istintivamente a contemplare le nostre due case.</p>
<p>– Voglio vendere. A <em>voi</em> interesserebbe?</p>
<p>– A <em>noi</em>?</p>
<p>– Sì, a te e Leonardo dico.</p>
<p>Poi dico una cosa stupida.</p>
<p>– Da qui sembriamo appoggiate l’una alla schiena dell’altra.</p>
<p>Il tavolo vibra, Leonardo finalmente. Il vento deve aver trascinato le antenne dal monte fino a quaggiù. Mi sento un burattino appeso ai fili elettromagnetici della Wind.</p>
<p>&lt; Che fai? &gt;</p>
<p>Chiedo al cameriere di farci una foto. La mando a Leonardo.</p>
<p>&lt; Salutami l’avvocato. Te l’ha regalato lui l’orso? &gt;</p>
<p>&lt; No era la festa di compleanno di una bambina stamattina… &gt;</p>
<p>&lt; Ah, OK &gt;</p>
<p>&lt; Che c’hai? &gt;</p>
<p>Il messaggio non parte, ci risiamo.</p>
<p>L’avvocato tossisce. Che figura. Gli faccio vedere la foto, sorride.</p>
<p>– Potreste essere tu e Leonardo fra quarant’anni. Lui, se è fortunato, invecchia come me. Su di te invece non ho alcun dubbio…</p>
<p>Arrossisco.</p>
<p>– Costanza si è ammalata l’anno scorso. Un bel regalo che ci ha fatto Gesù bambino per Natale. Sono entrato in salotto e ho visto l’albero: sulla punta, a mo’ di stella, c’era una bottiglia di alcool che ancora sgocciolava. Costanza era in cucina che preparava, come se niente fosse. Mia figlia si è spaventata, si è fatta il segno della croce. Mio genero ha tolto la bottiglia e ha portato l’albero fuori in giardino. Abbiamo fatto un falò. I bambini a piangere, non ti dico. Tumore al cervello non operabile. “Farà cose straordinarie, la troverete estrosa, una specie di pazza allegria. Poi il cancro andrà in giro e si prenderà il resto di lei. Un mese o un anno, non dipende da noi”. Sto medico è una cosa inutile. E noi ce lo siamo tenuti una vita. Di giorno Costanza dormiva, di notte la portavo a passeggio sul lungomare. Se c’era la luna piena si faceva il bagno, nuda, e voleva che la fotografassi. Io ovviamente non ci ho mai avuto il coraggio di scattare, facevo finta, prendevo il cellulare e lo puntavo verso di lei, facevo solo il gesto, così. Mi diceva: “Te le guardi quando ti senti solo”. Era una cosa bellissima: la luna piena; Costanza nuda che si tuffava in acqua…</p>
<p>Io ordino un caffè, lui prende un amaro.</p>
<p>Sono scesa in spiaggia. Un po’ sola, un po’ Concetta mi ha fatto compagnia. L’avvocato l’ho incrociato, ma niente più di buongiorno e buonasera. Ci siamo ripresi la nostra lontananza di vicini, come se nulla fosse. Mostrarsi vulnerabili è la cosa più difficile.</p>
<p>Faccio la valigia. Chiudo acqua e gas, stacco la luce. Di solito lasciavo le chiavi alla signora. Bussavo e gliele facevo scivolare sotto la porta.</p>
<p>Ora che ci conosciamo la potrei chiamare per nome.</p>
<p>Le direi: “io sono Anna. Costanza è un nome bellissimo. Se lo avessi saputo prima, il nostro sarebbe stato un rapporto diverso. Ti avrei invitata in casa, per cena. Ti avrei chiesto di svelarmi il segreto dei tuoi gerani”.</p>
<p>&nbsp;</p>
<hr />
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><i>Luca Lucchesi è nato e cresciuto (un po’) a Palermo. Dal 2009 vive a Berlino dove si occupa, sotto variegate spoglie, di cinema e televisione. Gli piacerebbe un giorno mettere la testa a posto e cominciare a scrivere sul serio. La Casa al Mare è un estratto dalla raccolta inedita di racconti “Nacusilia”.</i></p>
]]></content:encoded>
					
					<wfw:commentRss>https://staging.nazioneindiana.com/2017/09/21/racconto-luca-lucchese/feed/</wfw:commentRss>
			<slash:comments>6</slash:comments>
		
		
		<post-id xmlns="com-wordpress:feed-additions:1">69669</post-id>	</item>
		<item>
		<title>Fiaba</title>
		<link>https://staging.nazioneindiana.com/2011/03/05/fiaba/</link>
					<comments>https://staging.nazioneindiana.com/2011/03/05/fiaba/#comments</comments>
		
		<dc:creator><![CDATA[francesca matteoni]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 05 Mar 2011 09:00:21 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[diari]]></category>
		<category><![CDATA[mosse]]></category>
		<category><![CDATA[territorio]]></category>
		<category><![CDATA[casa]]></category>
		<category><![CDATA[fiaba]]></category>
		<category><![CDATA[Francesca Genti]]></category>
		<category><![CDATA[performance]]></category>
		<category><![CDATA[poesia]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.nazioneindiana.com/?p=38297</guid>

					<description><![CDATA[di Francesca Genti Venerdì 4 febbraio 2011 a Torino il collettivo Ubique ha ospitato nella sua sede la mia performance fiaba, un avvenimento piccolo e marginale, ma di cui voglio rimarcare l’importanza. Da tempo sognavo e organizzavo questa azione ed ero sicura che sarebbe venuta bene. Il primo segno della sua buona riuscita era stato [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/03/22.jpg"><img decoding="async" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/03/22-300x225.jpg" alt="" title="2" width="300" height="225" class="alignleft size-medium wp-image-38302" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/03/22-300x225.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/03/22.jpg 320w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" /></a>di <strong>Francesca Genti</strong></p>
<p>Venerdì 4 febbraio 2011 a Torino il collettivo Ubique ha ospitato nella sua sede la mia performance <strong><em>fiaba</em></strong>, un avvenimento piccolo e marginale, ma di cui voglio rimarcare l’importanza.</p>
<p>Da tempo sognavo e organizzavo questa azione ed ero sicura che sarebbe venuta bene.<br />
Il primo segno della sua buona riuscita era stato sicuramente la mia GIOIA nel pensarla e prepararla, e per gioia intendo lunghi momenti in cui tutta me stessa era trasferita nel progetto senza le interferenze (ansia da prestazione, senso di inferiorità e\o superiorità che i luoghi in cui andavo a leggere mi creavano, avversione e nervosismo per un certo coté poetico-mondano in cui mi sarei trovata) che altre letture e contesti mi avevano suscitato.</p>
<p>La performance consisteva essenzialmente in una lettura <em>ad personam</em>. <span id="more-38297"></span><br />
Avevo montato una casetta (la cui vera funzione è quella di serra) in mezzo a una stanza e i partecipanti vi entravano uno ad uno. A questo punto si sedevano su un piccolo sgabello e io gli mostravo un “campionario” di temi: città, animali, solitudine, distruzione, odio, amore, ispirazione, sesso, gatti, sole, cielo: loro  sceglievano i temi e io leggevo le poesie corrispondenti.<br />
Tengo a precisare che questa idea di fare scegliere loro il tema della poesia non andava nella direzione di un gioco fine a se stesso, ma in quella di rafforzare l’intimità tra me che leggevo e loro che ascoltavano, di essere in quei pochi minuti in una situazione simile all’innamoramento: <em>in simbiotico stato di beanza</em>.<br />
Alla fine della lettura, a mia discrezione, facevo un dono all’ascoltatore: una biglia, un bottone, una busta contenente un messaggio segreto, fogli con vecchi collages che ho realizzato negli anni.</p>
<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/03/8.jpg"><img decoding="async" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/03/8-300x225.jpg" alt="" title="8" width="300" height="225" class="alignright size-medium wp-image-38300" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/03/8-300x225.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/03/8.jpg 320w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" /></a></p>
<p>Avevo fissato la durata delle performance a circa tre quarti d’ora, è durata più di tre ore, la gente entrava e usciva ringraziandomi, qualcuno addirittura con gli occhi umidi di commozione, persone sconosciute mi abbracciavano come fossi stata da tempo loro amica, nessuno si è lamentato per il tempo che ha dovuto aspettare in fila. </p>
<p>Alla fine della lettura non avevo più la voce e mi facevano male le gambe, ma mai come in quel momento ho realizzato quanto la poesia fosse qualcosa di davvero potente e necessario. Non che prima ne dubitassi, ma avevo sperimentato più che altro il lato introverso della sua forza, quello generato nel momento della scrittura, per la prima volta il 4 febbraio ho sperimentato invece la sua azione benefica e intensa sugli altri. </p>
<p><strong>IL SÉ RABBERCIATO </strong></p>
<p>	un grande classico dell’innamoramento<br />
	un evergreen  dell’inizio-relazione<br />
	la cartina tornasole dell’amore<br />
	è l’inverarsi di questa situazione:</p>
<p>	tu e l’altro asserragliati in una stanza<br />
	a parlare di sé per ore e ore<br />
	imperlati di parole e di sudore<br />
	in simbiotico stato di beanza.</p>
<p>	la parola è un filo di cotone<br />
	tu: sartina in eterno apprendistato<br />
	armata di bottone ago empatia<br />
	per donargli il tuo\suo Sé Rabberciato.</p>
<p>	poi, insieme, farne l’autobiografia.</p>
<p><strong>C’È UN ASTRONAUTA CHE STA DENTRO LA MIA PELLE </strong></p>
<p>viaggiava in una stella. io in una pancia.<br />
fino allo sbarco. qui. pianeta terra.<br />
una radiosa mattina. anni settanta.<br />
dal gorgo dell’infanzia cominciò l’esilio.<br />
per sette lunghi lustri. per mano. scivolammo.<br />
facendoci coraggio. nel folto dei decenni.</p>
<p>la strada era sbagliata. o illuminata male.<br />
soldi di cioccolato brillavano alla luna.<br />
e al sole si scioglievano. svanendo.<br />
ci sdraiavamo. allora. in mezzo ai giorni.<br />
guardando il cielo. stupendo e rovinato.<br />
intonaco di villa in decadenza.</p>
<p>le sentinelle dell’eternità. dal cielo.<br />
ci spiavano. nascoste nelle nuvole.<br />
non viste. sparavano colpi di cannone.<br />
bestiale si abbatteva il temporale.<br />
nella pelle. al riparo. l’astronauta.<br />
viaggiava dentro il sangue. palombaro.</p>
<p>mi riparavo. all’ombra di una pagina.<br />
bianca. luna di carta. vicina e siderale.<br />
e piano piano. passato il temporale.<br />
veniva a galla. di nuovo. l’astronauta.<br />
dal covo caldo. del mio corpo astrale.<br />
bagnato ancora. del mio sangue caldo.</p>
<p>lasciava. le sue orme. sulla carta.</p>
<p> <strong>LUNA</strong></p>
<p>Ciao Luna che sei dolce, pezzata, commovente:<br />
caramella, mucca piccola, spicchio di cipolla trasparente.<br />
facci dormire, dai!, dacci il sogno e la salvezza:<br />
Il tuo raggio è puro latte, è oblativa tenerezza.</p>
<p>Tu, Luna, che contieni tutti i sogni che sogniamo,<br />
e gli strati di illusioni e i calzini che perdiamo<br />
lavali per noi, nei tuoi crateri, al posto nostro<br />
noi qui giù li muteremo un po’ in sangue, un po’ in inchiostro.</p>
<p>Bianca Luna che ci nutri con l’albume del tuo pianto<br />
facci crescere e invecchiare senza perdere l’incanto.<br />
Luna cavaliere, in viaggio dentro il cielo<br />
con la parola-spada e lo scudo-pensiero.</p>
<p>Gatta Luna che scompari nella notte liquirizia<br />
che ci lasci solitarie con le stelle baby-sitter<br />
non vogliamo avere paura della nostra oscurità:<br />
il tuo esserci in assenza è la sola verità.</p>
]]></content:encoded>
					
					<wfw:commentRss>https://staging.nazioneindiana.com/2011/03/05/fiaba/feed/</wfw:commentRss>
			<slash:comments>21</slash:comments>
		
		
		<post-id xmlns="com-wordpress:feed-additions:1">38297</post-id>	</item>
		<item>
		<title>Giornata internazionale dei migranti</title>
		<link>https://staging.nazioneindiana.com/2009/12/18/giornata-internazionale-dei-migranti/</link>
					<comments>https://staging.nazioneindiana.com/2009/12/18/giornata-internazionale-dei-migranti/#comments</comments>
		
		<dc:creator><![CDATA[andrea inglese]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 18 Dec 2009 14:57:11 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[diari]]></category>
		<category><![CDATA[dispatrio]]></category>
		<category><![CDATA[casa]]></category>
		<category><![CDATA[giornata internazionale dei migranti]]></category>
		<category><![CDATA[Mario Benedetti]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.nazioneindiana.com/?p=27850</guid>

					<description><![CDATA[Tra le tante voci dei migranti &#8211; che potete ascoltare su www.radio1812.net/it &#8211; aggiungerei quella del poeta uruguaiano Mario Benedetti: QUESTA E&#8217; LA MIA CASA Non c&#8217;è dubbio. Questa è la mia casa qui avvengo, qui mi inganno immensamente. Questa è la mia casa ferma nel tempo. Arriva l&#8217;autunno e mi difende, la primavera e [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>Tra le tante voci dei migranti &#8211; che potete ascoltare su <a href="http://www.radio1812.net/it">www.radio1812.net/it</a> &#8211;<br />
aggiungerei quella del poeta uruguaiano <strong>Mario Benedetti</strong>:</p>
<p>QUESTA E&#8217; LA MIA CASA</p>
<p>Non c&#8217;è dubbio. Questa è la mia casa<br />
qui avvengo, qui<br />
mi inganno immensamente.<br />
Questa è la mia casa ferma nel tempo.<br />
<span id="more-27850"></span><br />
Arriva l&#8217;autunno e mi difende,<br />
la primavera e mi condanna.<br />
Ho milioni di ospiti<br />
che ridono e che mangiano,<br />
s&#8217;accoppiano e dormono,<br />
giocano e pensano,<br />
milioni di ospiti che si annoiano,<br />
che hanno incubi e attacchi di nervi.</p>
<p>Non c&#8217;è dubbio. Questa è la mia casa.<br />
Tutti i cani e i campanili<br />
ci passano davanti.<br />
Ma la mia casa è sferzata dai fulmini<br />
e un giorno si spaccherà in due.</p>
<p>E io non saprò dove ripararmi<br />
perché tutte le sue porte danno fuori dal mondo.</p>
]]></content:encoded>
					
					<wfw:commentRss>https://staging.nazioneindiana.com/2009/12/18/giornata-internazionale-dei-migranti/feed/</wfw:commentRss>
			<slash:comments>2</slash:comments>
		
		
		<post-id xmlns="com-wordpress:feed-additions:1">27850</post-id>	</item>
		<item>
		<title>Scrivere dalla foresta dei segni. Appunti sull’arte di Federico Gori</title>
		<link>https://staging.nazioneindiana.com/2009/10/20/scrivere-dalla-foresta-dei-segni-appunti-sull%e2%80%99arte-di-federico-gori/</link>
					<comments>https://staging.nazioneindiana.com/2009/10/20/scrivere-dalla-foresta-dei-segni-appunti-sull%e2%80%99arte-di-federico-gori/#comments</comments>
		
		<dc:creator><![CDATA[francesca matteoni]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 20 Oct 2009 09:15:13 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[indiani]]></category>
		<category><![CDATA[alberi]]></category>
		<category><![CDATA[alfabeti]]></category>
		<category><![CDATA[arte contemporanea]]></category>
		<category><![CDATA[assenze]]></category>
		<category><![CDATA[bosco]]></category>
		<category><![CDATA[casa]]></category>
		<category><![CDATA[federico gori]]></category>
		<category><![CDATA[francesca matteoni]]></category>
		<category><![CDATA[osip mandel'stam]]></category>
		<category><![CDATA[Sigur Ros]]></category>
		<category><![CDATA[tempo]]></category>
		<category><![CDATA[visioni]]></category>
		<category><![CDATA[werner herzog]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.nazioneindiana.com/2009/10/20/scrivere-dalla-foresta-dei-segni-appunti-sull%e2%80%99arte-di-federico-gori/</guid>

					<description><![CDATA[di Francesca Matteoni per Federico e Lucia ### Alberi. Quando vedo per la prima volta le opere di Federico Gori è come essere avvolta da una foresta mai conosciuta prima eppure piena di indizi familiari. Vedo i segni, i graffi e si confondono in una sensazione di smarrimento e conforto propria di certi spazi solitari, [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><img decoding="async" src="http://farm3.static.flickr.com/2615/4014723839_580d43bec0.jpg" alt="" /></p>
<p>di <strong>Francesca Matteoni</strong></p>
<p><em>per Federico e Lucia</em></p>
<p>###</p>
<p>Alberi. Quando vedo per la prima volta le opere di <a href="http://www.federicogori.it"><strong>Federico Gori </strong></a>è come essere avvolta da una foresta mai conosciuta prima eppure piena di indizi familiari. <span id="more-24444"></span>Vedo i segni, i graffi e si confondono in una sensazione di smarrimento e conforto propria di certi spazi solitari, che si aprono nell’intimo mentre si cammina, si osserva l’esterno. Alberi &#8211; sono la materia prima su cui Federico lavora, ma una volta che l’opera è finita non sono più alberi ciò che attraversiamo. È piuttosto la dimensione spirituale a mostrarsi,  il potere evocativo dei luoghi che si  fa tratto pittorico, si trasforma in un alfabeto essenziale, intraducibile in una qualsiasi lingua parlata. Un fortissimo impatto emotivo. Un’epifania. Tutto in questa selva è già trascorso.</p>
<p>###</p>
<p>La partenza è una fotografia. Federico scatta personalmente le foto nei boschi del suo luogo natio – tronchi, ramaglie, quel caos ordinato in cui spesso crediamo di riconoscere volti e figure. Ma la fotografia perde presto il suo sembiante: subisce vari passaggi attraverso i quali viene scomposta, distrutta, traslata in gesti pittorici. L’artista usa la tecnica del <em>transfert</em>, portando l’immagine da un materiale all’altro: la fotografia viene fotocopiata, l’inchiostro del processo di copia si scioglie in pittura su di un altro supporto di alluminio. Quello che ottiene è la traccia base su cui agisce manualmente, distorcendola, traendone fuori qualcosa di imprevedibile. Del suo intervento Federico dice: “Dipingo in parte per addizione, grazie agli inchiostri e agli smalti, ed in parte per sottrazione, per via dei solventi chimici con cui bagno continuamente i lavori. Ad un certo punto, succede sempre fortunatamente, trovo qualcosa in quelle immagini a cui affezionarmi, questo significa che l&#8217;opera è finita”.</p>
<p>###</p>
<p><img decoding="async" src="http://farm3.static.flickr.com/2600/4014723385_bde8aabb0d.jpg" alt="" /></p>
<p>Sulla superficie appaiono ora grafie, simboli ignoti, come se tutti i rumori di un bosco, gli scricchiolii, i versi degli animali, la brezza, si trasformassero in un tratto visibile, un linguaggio non decodificabile, in qualche modo estraneo allo stesso autore, a sua volta un tramite umano piegato all’ascolto. Tracce in cui si intravedono spiriti, note musicali, zampe di volatili, scheletri di foglie. Si torna allora alle pitture rupestri della preistoria, quella tensione primordiale a essere (restare), testimoniare di ciò che si è visto e amato. Conoscere la lingua del mondo attorno, la sua bellezza ruvida e totalizzante, prima di creare la comunicazione, volgere tutto all’uso e alla necessità. Siamo in quello spazio dove accogliere è ancora più importante che capire. Un universo che ci stranisce, perché mentre ci esalta ci annulla, c’investe del peso della nostra assenza.<br />
Penso a due versi di <strong>Osip Mandel’stam</strong></p>
<p><em>Scoli via la fanghiglia dell’istante:<br />
rimarrà il caro disegno, intatto.</em></p>
<p>L’esperienza diventa tempo ed il tempo viene dilavato a segno nel luogo abitato, una fessura nella quale viaggiamo più volte in percorsi complessi, mai lineari. Ogni ritorno coincide con una scoperta.</p>
<p>###</p>
<p><img decoding="async" src="http://farm4.static.flickr.com/3489/4015486448_399f4dab81.jpg" alt="" /></p>
<p>Nell’immagine non c’è niente di umano. Ci attrae proprio per questa mancanza: ci invita ad essere esplorata, ma ci avverte anche di vivere in un luogo impossibile, la terra di un’immaginazione che si dissolve o sprofonda nelle ombre del bianco e nero. Questo luogo è una terra ideale, dove non siamo divisi dal resto – l’essere umano è secondario, non riconoscibile, partecipa di una pienezza della quale non è il centro. Dobbiamo procedere dove non siamo attesi né previsti. Ci trasformiamo nella vegetazione che appare in ogni dove sul cammino. Le piante sono fatte di linfa, di pensiero, di memorie, di paesaggi a venire. Come in quello strano libro di <strong>Werner Herzog, <a href="http://www.ibs.it/code/9788877467096/herzog-werner/sentieri-nel-ghiaccio.html"><em>Sentieri nel ghiaccio</em></a></strong>, in cui il regista intraprende un viaggio a piedi, partendo da Monaco di Baviera, dentro un’Europa vecchia,  ma imprevedibile  &#8211; ora che sta nella lentezza di un cammino &#8211;  convinto così di prolungare la vita di una cara amica che lo attende nella sua casa di Parigi. <em>“Paesaggio ondulato, molto bosco, e tutto mi è così sconosciuto. Quando ci si avvicina, i paesi fanno finta di essere morti”. “I tronchi degli alberi fumano come esseri viventi”. “Discesa per un bosco solitario, il cammino attraversato ad ogni passo da abeti rossi abbattuti, i rami grondano”. “Fosca,  severa solitudine del bosco intorno”. “Ho camminato, camminato, camminato”</em>. Nel suo andare diventa solo sguardo, consumazione di tutto l’esistere in quella natura che da sempre ci è sostanza e antagonista, anche quando noi crediamo di essere  gli unici con il diritto di dimenticare. <em>“Fa bene la solitudine? Si fa bene. Solo che dà delle prospettive drammatiche”</em>.  La prospettiva della solitudine è questo scomparire. Essere dimenticati dal mondo. E il mondo dimentica continuamente quello che noi invece non possiamo che ricordare – l’immagine vortica e s’infrange: rami esili, filamenti in frantumi verso l’aria. Questo posto che si ricorda è per l’artista l’infanzia. Un’infanzia dove nessuno è mai entrato, un altrove primitivo, al riparo dal futuro, come dal passato (dal sapore morto delle cose). L’arte è allora quell’ammettere un vuoto dove si affacciano il sapere e l’inventare da un cerchio di fatica, protezione. </p>
<p> ###</p>
<p><img decoding="async" src="http://farm4.static.flickr.com/3092/4014722561_583252c63b.jpg" alt="" /></p>
<p>Tutto è così terso nell’attesa che sembra quasi di percepire un cenno di stelle &#8211; anche se è giorno, anche se l’aria tende all’incolore &#8211; di <em>oltrevita</em>. Davanti a questi segni ora si ascolta. Come si vedono le parole, le poesie, così si possono ascoltare i quadri, le opere “visive”. Perché quando si entra in quel vuoto, una musica ci viene incontro, ci toglie il sillabario della lingua. E varie sono le suggestioni musicali del lavoro di Federico, dai <strong>Radiohead</strong> agli islandesi <strong>Sigur Rós </strong>o ai loro conterranei <strong>Múm</strong> – tutte esperienze artistiche nelle quali tramite gli strumenti, la voce, la purezza dell’elettronica (un suono non umano, un suono ‘altro’),  si tende contemporaneamente all’idea di sparizione e ad una presenza emotiva dentro chi ascolta. In particolare i Sigur Rós, che hanno un legame profondo con la loro terra originale e cantano in <em>Vonlenska</em>, da <a href="http://www.youtube.com/watch?v=hme5jf2Z_ow"><em><strong>Von</strong></em></a>: speranza. Un amalgama sonoro, dove la voce si rende al tutto, ai molti esseri inconoscibili che stanno come noi in un paese – siano animali, vite minerali, la tempra dell’erba o delle piante, le forme astratte dei desideri. </p>
<p>###</p>
<p><img decoding="async" src="http://farm3.static.flickr.com/2600/4015485586_fd0c36e0c0.jpg" alt="" /></p>
<p>L’ultima parola è sacrificio. Si scava a fondo ai piedi degli alberi, nelle radici divelte e risospinte nel terreno. Quel sacrificio che se non salva, rende almeno dignità all’occhio, al dirsi parte, al trattenere di ogni passaggio un segno. Il nucleo che è nel lavoro d’artista, quel sentire male dentro, quello scrivere un proprio spazio e perderlo negli altri. Il farsi con costanza traduzione di ogni tempo sperato. Il sacrificio del tendere al nulla e tuttavia flettersi alla salita come nei tronchi un nutrimento d’acqua in cerchi fino a toccare le foglie – uscire. Respirare. </p>
<p>###<br />
 <em><br />
11 ottobre 2009, Torri (Volotto) per T.</p>
<p>Cosa succede quando entriamo in un bosco. La sensazione del silenzio umano che acuisce i rumori. L’odore del terriccio e delle cortecce umide. Invisibili tracce animali, ovunque. Nella radura, ci concentriamo sulle castagne a terra, sui ricci che si aprono tra le prime foglie cadute, secche, e l’affiorare delle radici. Gli alberi. Ma noi non li vediamo davvero. Vediamo invece  pezzi di tronchi, il bellissimo grigio cenere dei castagni con poche macchie verdastre, o in alto tutto il cielo a strappi nelle fronde. Noi scorgiamo frammenti di un alfabeto arboreo che non sappiamo decifrare e che tuttavia ci suggerisce continuamente suoni, sguardi. Sono gli stessi alberi di quando le foglie allungate, ovali erano penne indiane per fare un copricapo e nascondevo segreti in un tronco cavo. Ora sentiamo soltanto il cadere dei ricci dalle chiome, il modo in cui inciampano tra i rami, trovano terra. Tu ed io chini a riempire le mani e le ceste, in un mondo attutito, poco distante dalla strada. Vorrei portarti indietro in questi stessi boschi, dove stavo sul finire dell’estate. Vorrei che amarti fosse tenerti dentro un’infanzia. Cosa è reale? Quale passaggio di tempo? E quando andremo via si ricorderanno di noi gli alberi? Qui. È tutto molto limpido. Non dobbiamo parlare. Noi non siamo mai stati.</em></p>
]]></content:encoded>
					
					<wfw:commentRss>https://staging.nazioneindiana.com/2009/10/20/scrivere-dalla-foresta-dei-segni-appunti-sull%e2%80%99arte-di-federico-gori/feed/</wfw:commentRss>
			<slash:comments>7</slash:comments>
		
		
		<post-id xmlns="com-wordpress:feed-additions:1">24444</post-id>	</item>
		<item>
		<title>Il punto vulnerabile</title>
		<link>https://staging.nazioneindiana.com/2008/11/16/il-punto-vulnerabile/</link>
					<comments>https://staging.nazioneindiana.com/2008/11/16/il-punto-vulnerabile/#comments</comments>
		
		<dc:creator><![CDATA[max rizzante]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 16 Nov 2008 09:00:39 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[dispatrio]]></category>
		<category><![CDATA[africa]]></category>
		<category><![CDATA[altri]]></category>
		<category><![CDATA[canzoni]]></category>
		<category><![CDATA[casa]]></category>
		<category><![CDATA[città]]></category>
		<category><![CDATA[Inglese]]></category>
		<category><![CDATA[letteratura]]></category>
		<category><![CDATA[mano]]></category>
		<category><![CDATA[morte]]></category>
		<category><![CDATA[musica]]></category>
		<category><![CDATA[Neri]]></category>
		<category><![CDATA[pace]]></category>
		<category><![CDATA[penso]]></category>
		<category><![CDATA[poesie]]></category>
		<category><![CDATA[poveri]]></category>
		<category><![CDATA[racconti]]></category>
		<category><![CDATA[racconto]]></category>
		<category><![CDATA[romanzo]]></category>
		<category><![CDATA[scrittori]]></category>
		<category><![CDATA[scuola]]></category>
		<category><![CDATA[speranza]]></category>
		<category><![CDATA[stato]]></category>
		<category><![CDATA[taxi]]></category>
		<category><![CDATA[tempo]]></category>
		<category><![CDATA[terra]]></category>
		<category><![CDATA[traduzione]]></category>
		<category><![CDATA[visioni]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.nazioneindiana.com/2008/11/16/il-punto-vulnerabile/</guid>

					<description><![CDATA[di Nikos Kachtitsis Non voglio l’eternità, ho solo chiesto tempo Demetrios Capetanakis La pianta del loto e il loto Tu sei la pianta mistica che mi ha condotto fin qui nel mezzo del crudele febbraio. La pianta che mi ha nutrito con il suo latte innocente l’anno scorso. Tu sei la pianta del loto e [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p align="center"><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/11/nikos-1-jpg.jpg" target="_blank"><img decoding="async" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/11/nikos.jpg"/></a></p>
<p><strong>di Nikos Kachtitsis</strong></p>
<p><em>Non voglio l’eternità,<br />
ho solo chiesto tempo</em><br />
Demetrios Capetanakis</p>
<p><strong>La pianta del loto e il loto</strong></p>
<p>Tu sei la pianta mistica<br />
che mi ha condotto fin qui<br />
nel mezzo del crudele<br />
febbraio.<br />
La pianta che mi ha nutrito<br />
con il suo latte innocente<br />
l’anno scorso.</p>
<p>Tu sei la pianta del loto<br />
e io sono il loto<br />
che matura lentamente<br />
ma una volta maturo<br />
muore di disgusto.<span id="more-10997"></span></p>
<p><strong>Qui giace</strong></p>
<p>Mi guardo attorno come se<br />
fossi appena tornato<br />
da un funerale<br />
con il fazzoletto impregnato<br />
di profumi acri.<br />
Non seppelliscono<br />
i loro morti?<br />
Non ci sono cimiteri qui<br />
né cipressi<br />
né oleandri<br />
né mirti</p>
<p><strong>Morte sotto chiave</strong></p>
<p>La mia controparte,<br />
un collezionista di chiavi<br />
medievali,<br />
vive altrove,<br />
in Lituania, penso,<br />
o forse a Samarcanda.</p>
<p>Non commetterà<br />
un suicidio<br />
finché non ci incontreremo di nuovo<br />
a Edimburgo</p>
<p><strong>Sradicato</strong></p>
<p>Ricordi, lasciatemi in pace!</p>
<p>L’umida,<br />
terra ostile odora<br />
come la fossa<br />
appena scavata<br />
della pallida fanciulla<br />
dei nostri ricordi.</p>
<p>La salamandra<br />
compone la canzone<br />
della timidezza<br />
e io raccolgo foglie rosse, insetti e fiori selvaggi<br />
per il tuo album</p>
<p><strong>Abbandonato</strong></p>
<p>Non posso camminare più a lungo<br />
su questo viale del Tempo<br />
senza indossare<br />
i miei guanti gialli<br />
e la maschera della severità.<br />
Poiché ci sono migliaia<br />
di occhi sospettosi<br />
che mi osservano<br />
da dietro i cespugli.</p>
<p>Sono stato gettato<br />
nell’era sbagliata,<br />
ma attendo pieno di speranza<br />
che venga il giorno<br />
in cui i girasoli<br />
e le magnolie<br />
fioriranno per sempre.</p>
<p>Quel giorno dovrò punire<br />
il serpente che ha iniettato<br />
il suo veleno nella mia carne</p>
<p><strong>La sinfonia della nebbia</strong></p>
<p>Amo essere amico<br />
della nebbia,<br />
sebbene senta<br />
un chiaro fardello<br />
di disgusto in gola<br />
quando parlo con lei.</p>
<p>Eppure, quando si ritira,<br />
in silenzio, a passi svelti e evasivi<br />
tra le rovine,<br />
è il momento in cui soffro<br />
davvero,<br />
e in ansia attendo<br />
che ritorni<br />
con nuove visioni<br />
e una nuova musica</p>
<p><strong>L’uomo con il cilindro</strong></p>
<p>Sono sempre più sicuro<br />
che durante una notte triste,<br />
mentre vagabondavo da solo<br />
in una strada immersa nella nebbia,<br />
una mano si è sporta<br />
dal finestrino di un taxi nero,<br />
gettandomi<br />
in un fatale,<br />
irreparabile errore.</p>
<p>Ma quell’errore<br />
forse è stata la cosa più bella<br />
della mia vita,<br />
la migliore<br />
e l’ultima<br />
esperienza</p>
<p><strong>Ospedali vuoti</strong></p>
<p>Il crepuscolo è grigio<br />
nella squallida via Aftoktonias.<br />
Tutte le banderuole<br />
indicano la tomba<br />
dell’usignolo<br />
che è stato ucciso la notte scorsa<br />
e sono prese da attacchi isterici.</p>
<p>C’è un occhio terrestre<br />
in un angolo remoto di questo<br />
desolato parco che spia<br />
le statue d’acciaio<br />
e le figure solitarie<br />
che s&#8217;aggirano senza scopo<br />
lungo i sentieri nebbiosi<br />
fischiettando canzoni funebri.</p>
<p>Quando mi sbarazzerò<br />
di questo testimone<br />
dovrò comprare una pistola<br />
per uccidere il fantasma<br />
che è appollaiato sul mio cranio<br />
e che mi accusa quando sono assente.</p>
<p>A mezzanotte i poveri poeti,<br />
con i manoscritti nelle tasche<br />
dei loro frusti abiti neri,<br />
stanno intorpiditi dal gelo<br />
sulla banchina di marmo<br />
del porto<br />
in attesa disperata dell’Uomo<br />
che viene da un luogo misterioso<br />
e che non giungerà mai<br />
perchè non esiste.</p>
<p>Quando ero giovane<br />
odiavo una ragazza magra<br />
e avrei voluto torturarla tutto il tempo<br />
dentro il mio giardino.</p>
<p>Dopo un terribile terremoto<br />
che ha scosso l’ospedale<br />
e l’intera città,<br />
i vetri delle finestre dell’edificio vuoto,<br />
gli specchi, i vasi,<br />
ogni cosa giace frantumata in mille pezzi<br />
e il vento porta<br />
bare di ferro dall’orizzonte.</p>
<p>Qualcuno tende la mano giallognola<br />
per afferrare dal piatto un’arancia sbucciata&#8230;<br />
ma invano: non può raggiungerla</p>
<p><strong>Il punto vulnerabile</strong></p>
<p>Da un capo all’altro di questo vasto<br />
palmo di Tempo<br />
la superficie terrestre ha cominciato<br />
a sgretolarsi a causa della corrosione,<br />
mentre la sua orbita continua<br />
a sibilare furiosamente<br />
nel Caos.</p>
<p>E non smetterà mai,<br />
a meno che un architetto<br />
non martelli la Terra<br />
sul suo punto più vulnerabile.</p>
<p>Ma fino ad allora<br />
c’è tempo in abbondanza,<br />
gli edifici sono costruiti<br />
con ossa umane<br />
senza finestre,<br />
la gente rompe gli orologi<br />
per fermare il tempo<br />
e si spalma sul volto<br />
creme variopinte<br />
per proteggersi<br />
dal caldo incipiente.</p>
<p>Così gli anni passano,<br />
si cresce nel terrore<br />
ma illudendosi sempre di più<br />
che si sopravviverà<br />
al disastro finale. </p>
<p>(traduzione di Massimo Rizzante)</p>
<p><strong>Nota</strong><br />
Nikos Kachtitsis, scrittore greco, nasce nel 1926. Tra il 1949 e il 1952, durante il servizio militare, scrive in inglese la sua unica raccolta poetica, <em>Vulnerable Point </em>(la plaquette, formata da 14 poesie, sarà pubblicata da Kachtitsis per la sua stessa casa editrice Anthelion Press di Montréal nel 1968). Dopo il 1952 è in Africa. Ritornato ad Atene, riparte nel 1956 per Montréal, dove vivrà, insegnando il francese e l’inglese e lavorando come interprete giudiziario fino alla morte, avvenuta nel 1970. Il suo primo racconto è del 1959. Seguono due altri racconti e nel 1964 esce il suo primo romanzo <em>O exostis</em> (tradotto in francese con il titolo <em>Hôtel Atlantique</em>, Hatier, 1995). Il suo secondo romanzo <em>O eroes tes Gandes</em> (<em>L’eroe di Gand</em>) esce nel 1967. Sebbene la sua creazione sia composta da poche opere, scritte lontano da ogni consorteria o scuola letteraria, Kachtitsis ha tenuto lunghi scambi epistolari con i più importanti scrittori e poeti greci del suo tempo (della sua corrispondenza sono già stati pubblicati in Grecia due volumi). Oggi occupa un posto solitario nella letteratura del suo paese.</p>
]]></content:encoded>
					
					<wfw:commentRss>https://staging.nazioneindiana.com/2008/11/16/il-punto-vulnerabile/feed/</wfw:commentRss>
			<slash:comments>11</slash:comments>
		
		
		<post-id xmlns="com-wordpress:feed-additions:1">10997</post-id>	</item>
		<item>
		<title>Il mondo di Christina</title>
		<link>https://staging.nazioneindiana.com/2007/12/28/il-mondo-di-christina/</link>
					<comments>https://staging.nazioneindiana.com/2007/12/28/il-mondo-di-christina/#comments</comments>
		
		<dc:creator><![CDATA[antonio sparzani]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 28 Dec 2007 07:00:59 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[diari]]></category>
		<category><![CDATA[andrew wyeth]]></category>
		<category><![CDATA[anna sullivan]]></category>
		<category><![CDATA[casa]]></category>
		<category><![CDATA[famiglia]]></category>
		<category><![CDATA[francesca matteoni]]></category>
		<category><![CDATA[helen keller]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.nazioneindiana.com/2007/12/28/il-mondo-di-christina/</guid>

					<description><![CDATA[di Francesca Matteoni Sfoglio un libro ricevuto da poco, Memory and magic, il catalogo di una mostra sul pittore realista americano Andrew Wyeth. Mi sembra appropriato, sottintende la memoria come tema costante dell’artista, la magia come attitudine dello sguardo. Le scene rurali, la quieta solitudine del paesaggio, la concentrazione sui particolari, come il tessuto sottile [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><img loading="lazy" decoding="async" alt="" src="http://farm5.static.flickr.com/4060/4668889462_1384e69a30.jpg" class="alignnone" width="440" height="300" />di <strong>Francesca Matteoni</strong></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify">Sfoglio un libro ricevuto da poco, <em>Memory and magic</em>, il catalogo di una mostra sul pittore realista americano Andrew Wyeth. Mi sembra appropriato, sottintende la memoria come tema costante dell’artista, la magia come attitudine dello sguardo. Le scene rurali, la quieta solitudine del paesaggio, la concentrazione sui particolari, come il tessuto sottile di una tenda che ondeggia sul chiaro del vetro, le foglie intrappolate nel ghiaccio o la prospettiva scelta per raccontare una foresta di sempreverdi – il loro riflesso capovolto nel lago, l’immersione e l’uso delle figure umane come strumenti di un messaggio, trasformano la realtà in una dimensione dello spirito.</p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify"><span id="more-5063"></span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify">Nel 1948 Wyeth dipinse uno dei suoi quadri più famosi – <em>Christina’s World</em>, Il mondo di Christina. Una figura esile di donna in abito rosa è seduta sul crinale di una collina, tra l’erba gialla e marrone di un autunno incipiente. Si appoggia con le mani al terreno, dando le spalle allo spettatore, in una torsione del busto verso la cima del colle, dove si stagliano una fattoria e, poco lontano sulla sinistra, un granaio.<o :p> </o></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify">Christina Olson, la donna dietro l’immagine, era la vicina di casa di Andrew e Betsy Wyeth, a Cushing nel Maine. Abitava con il fratello Alvaro in una modesta fattoria: soffriva di una disabilità motoria, ma per tutta la vita rifiutò l’uso della sedia a rotelle. Quando la paralisi delle gambe fu totale, Christina iniziò a trascinarsi per la casa, portandosi dietro il peso del corpo.</p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify">Quindi la figura protesa verso la salita, come sbilanciata nel desiderio di ciò che è all’apice, è anche una donna che realmente coabita con un impedimento fisico, che arranca con fatica verso una destinazione. Nella forma dipinta desiderio e fatica sono compagni indissolubili.<o :p> </o></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify">A dirla tutta, come spiega nel saggio che accompagna le tavole del libro Anne Classen Knutson, nonostante la figura <em>sia </em>Christina Olson, c’è ben poco di veritiero nel quadro di Wyeth, a partire dalla modella per l’immagine. Solo le braccia e le mani (i punti di leva), appartengono alla Olson: per il resto posò Betsy, la moglie del pittore. Immagino che sia ancora per la fatica: una simile posizione avrebbe sfiancato Christina, più di altri a causa del suo handicap. La fattoria stessa non è riprodotta fedelmente, ma, soprattutto, nel contesto reale non c’era nessuna pendenza, nessun terreno inclinato. Inventando la collina Wyeth crea un senso della distanza, dà alla scena un valore simbolico, trasmette le sue proprie intenzioni, la misura di un sentimento piuttosto che una resa oggettiva di un paesaggio.<o :p> </o></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify"><em>Wyeth percepiva la casa degli Olson, che non era mai stata modernizzata, come una capsula di tempo da un’altra era. Gli Olson stessi erano parte di una discendenza nel New England che risaliva fino al diciassettesimo secolo, quando uno dei loro antenati aveva presieduto ai processi delle streghe di Salem. Per Wyeth, quindi, Christina divenne “un simbolo della gente del New England nel passato – come realmente erano”.</em><o :p><br />
</o>
</p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify">Dunque ciò che la donna scorge, guardando la fattoria sulla collina, è il passato. Ma quale esattamente? Il passato di un paese e di una famiglia o un tempo interiore, che ci riguarda tutti, anche se siamo nati altrove, se siamo stati nomadi, se sono state altre le montagne o le pianure?<o :p></o></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify"><em>“Sento la solitudine di quella figura – forse la stessa che sentivo quando ero ragazzo</em>”, scrisse il pittore. E ancora: <em>“È stata la mia esperienza quanto la sua”</em>.<o :p> </o></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify">Che cos’è il mondo di Christina?</p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify">La casa, la storia familiare a cui la protagonista si volge con la caparbietà con cui rifiuta ogni supporto esterno per le gambe? È il suo corpo svantaggiato e solitario che lei difende dal compromesso di relazione con gli altri e con l’ambiente, come un pegno dell’identità?</p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify">O è la nostalgia del pittore, l’anelito verso il padre perso tre anni prima, N.C. Wyeth, pittore a sua volta, che per primo trasmise al figlio la necessità della completa identificazione con i soggetti della sua arte, l’attenzione che permette di essere contemporaneamente l’osservatore e l’oggetto?<o :p> </o></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify"><em>N.C. insegnò a suo figlio non solo a memorizzare la forma concreta di una cosa, ma nel caso di una brocca, per esempio, a conoscerla così bene che avrebbe potuto rivelare “la forma del suo interno come il fenomeno della sua cavità, il suo peso, la sua pressione sul suolo, il suo odore, la partizione dell’aria”.</em><span><br />
</span>
</p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify">O ancora è il mistero del passato di ognuno, il legarsi fluido degli incontri, degli episodi vissuti, che confluisce nel paese amato e perduto della nostra appartenenza?<o :p> </o></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify">Guardando l’immagine, c’è un&#8217;altra vita di ostinazione e diversità che mi viene in mente: la storia di Helen Keller, nata in Alabama nel 1880, rimasta cieca e sorda a poco più di un anno di vita in seguito ad una malattia, e di Anna Sullivan, <em>Anna dei Miracoli</em>, la donna, anch’essa parzialmente cieca, che fu sua maestra per quasi cinquant’anni.<span>  </span><o :p><br />
</o>
</p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify">La bambina Helen è selvaggia, testarda, viziata – per troppo amore, troppa pietà i genitori non le negano nulla. Non si accorgono che quella che per loro resta una terribile sciagura <em>è</em> a tutti gli effetti la natura della figlia, non comprendono che non è la bambina che loro vedono e assecondano, ma lo spettro della malattia, il senso ineluttabile di una colpa al quale tentano di porre rimedio. Anna al contrario, la vede per come è, lavora perché la bambina non diventi altro da sé, ma abiti interamente il suo corpo, lo possa toccare e non solo dibattersi o crogiolarsi al suo interno, come in una scatola chiusa. Non le fornisce nessuno strumento utile: fa di Helen lo strumento di se stessa, aiutandola nella scoperta di un linguaggio, l’unica proprietà dell’essere umano, ciò che mostra il luogo dove le cose sono sempre state. Non sapevamo che esse erano là, pur percependole, perché non avevamo la parola, il significato, per dirle. Quando con le mani sotto la pompa Helen comprende e ripete il suono “acqua”, non varca l’ingresso di una qualche società civile, ma attinge al senso interiore di vista e udito, una verità individuale riconosciuta nella più universale delle sostanze: traccia i confini della sua propria casa di tempo ed esperienza. Desiderio e fatica.<o :p> </o></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify">La forza dell’acqua gelida sulla pelle della bambina è la stessa che la cima del colle esercita sulla donna nel quadro. Ma l’artista, consapevole del suo linguaggio, fa un passo ulteriore, ponendo la donna di schiena, svincola il nome di Christina dal contingente storico e precario della sua persona, ci indica ciò che lui ha immaginato e ci permette di immaginare qualcosa di nostro, privato. Il nostro corpo frontale entra nella tela, prende posto come un’ombra al termine della luce, negli abiti, i muscoli, la magrezza della figura protagonista.<o :p> </o></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify">Ecco, noi percepiamo gli oggetti all’interno della fattoria come lei li ricorda: una lampada ad olio accesa su di un vecchio tavolo di legno. Un soffitto di travi che nascondono un nido di ghiri. Le finestre grandi, gli stipiti arrugginiti, l’assenza di tendaggi. Le coperte di lana stese e rincalzate sui letti del piano superiore. E più oltre scorgiamo il margine di un’altra terra, altri volti domestici, un campo di ulivi nel tardo pomeriggio, le torri antiche di una città, una periferia industriale, una porta da cui entriamo ed usciamo più volte, che svela la sua irraggiungibile solidità. Noi non vediamo gli occhi di Christina. Il modo in cui si illuminano o affievoliscono eternamente consumati nel guardare. <em>Siamo </em>quegli occhi appena prima della pagina seguente, l’autunno concluso, la stanza del sonno.</p>
]]></content:encoded>
					
					<wfw:commentRss>https://staging.nazioneindiana.com/2007/12/28/il-mondo-di-christina/feed/</wfw:commentRss>
			<slash:comments>25</slash:comments>
		
		
		<post-id xmlns="com-wordpress:feed-additions:1">5063</post-id>	</item>
	</channel>
</rss>

<!--
Performance optimized by W3 Total Cache. Learn more: https://www.boldgrid.com/w3-total-cache/

Page Caching using Disk: Enhanced 

Served from: staging.nazioneindiana.com @ 2026-08-05 04:40:06 by W3 Total Cache
-->