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	<title>Caterina Contini &#8211; NAZIONE INDIANA</title>
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		<title>Educazione sentimentale/4: Frankenstein, o il moderno Prometeo</title>
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		<dc:creator><![CDATA[francesca fiorletta]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 29 Aug 2016 05:00:08 +0000</pubDate>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Francesca Fiorletta</strong></p>
<p style="text-align: justify;"><img fetchpriority="high" decoding="async" class="alignleft size-medium wp-image-64198" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2016/08/Poster_Frankenstein_film_1910-206x300.jpg" alt="Poster_Frankenstein_film_1910" width="206" height="300" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2016/08/Poster_Frankenstein_film_1910-206x300.jpg 206w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2016/08/Poster_Frankenstein_film_1910.jpg 500w" sizes="(max-width: 206px) 100vw, 206px" />La mia educazione sentimentale è passata attraverso libri assai differenti tra loro.<br />
Il primo pianto, probabilmente, dirotto, l’ho fatto certamente durante l’esemplare morte della sorella Beth in <i>Piccole Donne, </i>di Louisa May Alcott; il primo brivido, per nulla vago, con Agatha Christie, quando vennero rinvenute tracce di noci in uno spray per l’asma, io sono allergica alla frutta secca, e &#8211; con tutta evidenza &#8211; anche la vittima di quel giallo; il primo, fortissimo, senso di libertà, con Caterina Contini, che in <i>Ipazia e la notte </i>descriveva minuziosamente gli slanci romantici e ribelli della geniale scienziata ante litteram, pure figlia di cotanto padre; la prima pulsione erotica, credo, con gli interminabili amplessi de <i>L’insostenibile leggerezza dell’essere</i> di Milan Kundera, e anche con i “lascia e prendi” degli eroici amanti ne <i>La casa degli spiriti</i> di Isabel Allende. E fin qui, siamo intorno ai dieci anni. <span id="more-64197"></span><br />
Ma se c’è un libro che raccoglie tutti questi sentimenti insieme, la paura, la tensione, la volontà (di potenza), l’amore familiare, l’attrazione fisica, la nostalgia, il rimpianto, la passione, insomma in sintesi tutti quei passi che stiamo necessariamente compiendo quando dichiariamo il nostro percorso di “educazione sentimentale”, ebbene, quel libro è senza ombra di dubbio <i>Frankenstein, o il moderno Prometeo </i>di <a href="https://it.wikipedia.org/wiki/Mary_Shelley">Mary Shelley</a>.<br />
La storia la conosciamo tutti: il dottore crea in laboratorio (stiamo parlando comunque dei primi anni dell’Ottocento) una creatura che, probabilmente anche suo malgrado, costitutivamente, ontologicamente, si rivelerà essere un mostro vero e proprio, incapace di provare sentimenti basilari e fondamentali per la continuazione della specie, come ad esempio, per dirne una, la principale: l’empatia. Ma il dottore, tutta quella serie di vicende dolorose e agghiaccianti che seguiranno, poteva ben immaginarsele anche prima, non stiamo certo parlando di uno sprovveduto (benché sempre di “medicina” dell’Ottocento si tratta). E allora, perché lo fa?<br />
Lo fa, evidentemente, per regalarsi l’illusione di riuscire a governare il mondo, il cosiddetto (tremendamente) altro da sé, per trovare una sorta di requie alla sete panica che attanaglia ogni singolo individuo che abbia mai calcato il suolo di questo nostro pianeta, in ogni tempo e in ogni luogo: esercitare una qualche forma di potere sul tempo, sullo spazio, lenire le angosce, acuire i sentimenti, in pratica, sostanzialmente, indirizzare la vita. La propria e l’altrui.<br />
Proprio questo si rivelerà alla fine essere il fatale errore, l’estrema follia della mente umana, <em>troppo umana!</em>, che in ogni momento, pur alzando gli occhi a un cielo luminoso, lontano, vagheggiato e sempre inconoscibile, ricadrà ineluttabilmente nell’entropia, nel caos, nel disastro dei sensi e della ragione: ricadrà, volente o nolente, sbatacchiato dal peso della gravità, della relatività, della vita stessa, che proprio non permette a niente e nessuno di farsi condizionare, tantomeno ovviamente oltraggiare.<br />
Una lezione di sensibilità e coraggio, questo <i>Prometeo moderno</i>, ma anche un monito per il futuro: imparare a non temere il nuovo, il diverso, imparare anche ad amare ciò che ci sembra più assurdo, improbabile; tendere all’inarrivabile, anche con la consapevolezza che ci si scotterà, ci si farà male; verrà il dolore e non potremo evitarlo, verrà la morte delle persone a noi care, e non potremo far altro che accoglierla, metabolizzarla, superare il lutto e andare avanti per la nostra strada; verrà lo sviluppo tecnologico, i “nuovi media”, la “realtà aumentata”, i droni e i Pokemon Go, e noi saremo pronti e malleabili per farceli camminare sulla testa, e li cattureremo in palestre immaginarie, architettate ad arte dall’industria dei consumi; verranno le guerre, la carestia, la peste bubbonica, saremo “minacciati dal terrorismo”, tante persone saranno costrette a scappare dai loro paesi e busseranno alle nostre porte, sbarcheranno sulle nostre spiagge mentre siamo in vacanza, e noi sì, smettiamo di negarlo, avremo paura, tanta paura, perché guardare in faccia la sofferenza fa soffrire sempre, a tutti i livelli, ma sapremo anche ricordarci dell’empatia, e riconoscerci negli occhi di milioni di altri “mostri” così tanto differenti da noi da sembrarci pressoché irreali; sapremo capire che se le case crollano dopo una scossa di terremoto si possono allo stesso modo ricostruire, e che se un uomo uccide una donna forse non dipende tanto dalla società post berlusconiana (il mostro uccide “la mostra”, e siamo nell’800, ancora).<br />
<a href="https://it.wikipedia.org/wiki/Joseph_Conrad">Joseph Conrad</a> pubblica <i>Cuore di tenebra</i> per la prima volta nel 1902, e cosa vede nello sguardo dell’altro lo sappiamo tutti. “<em>L’orrore</em>” di Kurtz è l’orrore dell’umanità, che tutto sommato non smette ancora di varcare confini, fare scoperte, esplorare mondi, immaginare un futuro, e dannatamente amare.</p>
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