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		<title>La terra, il paesaggio, la letteratura</title>
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		<pubDate>Fri, 05 Dec 2014 06:01:19 +0000</pubDate>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Angelo Ferracuti</strong></p>
<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/2014/12/05/suolo-1-titolo-provvisorio-pardini/images-28/" rel="attachment wp-att-49998"><img decoding="async" class="alignleft size-full wp-image-49998" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/12/images.jpg" alt="images" width="147" height="150" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/12/images.jpg 147w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/12/images-60x60.jpg 60w" sizes="(max-width: 147px) 100vw, 147px" /></a>Girando parecchio l’Italia, negli ultimi periodi mi sono reso ancora di più conto di come il paesaggio marchigiano, fermano, mi appartenga interiormente in modo molto forte per intima consonanza. Come questo condizioni il mio umore, un’idea estetica in generale, persino lo stile, la scrittura che adopero, l’organizzazione dello spazio, e come non riesco a staccarmene, nonostante poi la vita di provincia sia in realtà abbastanza claustrofobica e fisiologicamente noiosa.</p>
<p>Sono nato in una famiglia contadina, e di quel mondo ho ancora molta nostalgia. Quindi sono un assiduo frequentatore dei “luoghi persi” di cui parla il poeta Umberto Piersanti, amo molto la terra, la natura, gli alberi, e vado spesso in cerca di silenzio in un mondo frastornante, dove i rumori di sottofondo sono una parte del dominio, del caos, della confusione, e confondono le idee. Nelle nostre campagne ritrovo l’armonia, l’ordine e il disordine naturale, la quiete.</p>
<p>Quando vado in un&#8217;altra regione, la prima cosa che mi viene da fare è un paragone di paesaggi, e anche di abitudini, di riti quotidiani, quali sono le diversità tra il luogo di residenza, e quello dove sono arrivato. Spesso mi accorgo che il mio occhio si è in qualche modo allenato su queste colline marchigiane, sui paesi arroccati, nei piccoli luoghi, che basta spostarsi di pochissimi chilometri e si scorge oppure si arriva direttamente al mare. Almeno dalle mie parti. Certo nel nord delle Marche non è sempre così, se penso a Falconara, con quel Moloch orribile della raffineria dell’Eni, una città di mare dove il mare non si vede mai. Ma il paesaggio della Sardegna, per esempio, è più impegnativo da un punto di vista strettamente naturalistico, più selvatico e roccioso, a volte soffoca, la stessa cosa vale per quello abruzzese, tanto per fare degli esempi tangibili, mentre in Calabria in pochi chilometri si passa dall’alta montagna al mare, in modo molto netto, quasi violento, e le speculazioni edilizie, gli sfregi della ‘ndrangheta, hanno irreparabilmente violentato cittadine e costa, molti luoghi da quelle parti sono inguardabili.</p>
<p>Il nostro paesaggio è assolutamente conservato meglio, anche se sulla costa non c’è più un tratto di spiaggia libera, tutti i piccoli chalet degli anni ’60 dalle tinte pastello si sono quadruplicati di dimensioni, diventando spesso ristoranti, campi di calcio, luoghi del brutto, del cattivo gusto e del consumismo di massa in salsa spettacolar-televisiva, dove gli zombie saltellano nell’acqua. La costa marchigiana che si vede dal treno è spesso così, e non è un bello spettacolo.</p>
<p>Anche da noi ormai vince l’idea che il paesaggio non deve essere tutelato ma sfruttato come le persone, il consumo di suolo della nostra Regione è tra i più alti d’Italia, si cementifica molto. Sono tutt’altro che uno specialista di queste cose, ma nel 1998, in occasione del bicentenario leopardiano, proprio per onorare questo illustre antenato, scrissi un racconto che uscì in un libro (gli altri scrittori erano Gilberto Severini, Claudio Piersanti, Eraldo Affinati e Laura Pariani) al quale tengo molto e la dice lunga su come la penso. La letteratura può dire tutto ciò che in genere non si può dire, e resta una forma, una rappresentazione del mondo spesso avversa che si materializza rispetto a quella del potere. La letteratura mostra cose che possono esistere, che possono accadere, e anche i loro paradossi. E’ un altro modo di vedere il mondo, spesso di chi è stato sconfitto ma non ha perso la speranza di cambiare. In realtà nella società dell’eterno presente, dove l’esperienza di molte vite si gioca sull’attimo, così come suggerito dalle culture neoliberiste che con impeto necrofilo, una idea di distruzione, cavalcano il mito del consumo, credo che l’attenzione per il paesaggio, per lo sviluppo compatibile delle città, dei paesi, e dentro questo il recupero di una socialità, interessi davvero una minoranza di persone e venga percepito come qualcosa di anacronistico. La maggioranza vede ormai tutto come qualcosa da consumare, dal sesso a una gita in barca, annullando tutto quel sentimento del tempo che ci hanno insegnato gli antichi. Quindi, siccome lo spettacolo deve continuare, è questo che vuole il potere, tutto deve essere consumato, da una funzione religiosa a un film pieno di rapporti anali con protagonisti uomini e animali, la suora che canta il rock e il festival di musica sacra, la religione di questo tempo è non fermare “lo sviluppo”, “la crescita”. Ma nella foga avevo dimenticato il mio racconto, che si intitola “Un barbaro”, al quale sono molto legato, e l’antologia, “La città raccontata”, curata da Daniele Garbuglia. Ebbene a Recanati, nel natio borgo selvaggio, questo vecchio impazzisce, prende in mano lo schioppo, si barrica in casa e dal balcone comincia a sparare contro i manovali che stanno costruendo un palazzo di fronte alla sua casa colonica e stanno cancellando “la vista” dell’ermo colle. Arrivano i carabinieri, e il figlio, che vive in un comune vicino, avvertito da questi ultimi, e, nonostante da fuori tutti cerchino di convincerlo alla resa, il vecchio leopardiano continua a combattere finché non resta ucciso nel conflitto a fuoco con i militari. Ovviamente non è un invito ad imbracciare le armi, come dicevano una volta i cattivi maestri, ma a non smettere di lottare e di pensare con quelle pacifiche del pensiero, di cui anche la letteratura è parte.</p>
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		<title>I colori della terra</title>
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		<pubDate>Fri, 05 Dec 2014 06:00:05 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[di Vincenzo Pardini Aristide, d’estate, aveva preso a tornare nella sua terra. Calzati i vecchi scarponi che teneva nella casa nativa, si inerpicava lungo la mulattiera di infanzia e adolescenza. Era cambiata. Cespugli e alberelli si stavano impossessando dell’impiantito di sassi e di pietre, le selve dei castagni s’erano infittite, alcuni di quelli antichi erano [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/2014/12/05/suolo-1-titolo-provvisorio-pardini/images-28/" rel="attachment wp-att-49998"><img decoding="async" class="alignleft size-full wp-image-49998" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/12/images.jpg" alt="images" width="147" height="150" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/12/images.jpg 147w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/12/images-60x60.jpg 60w" sizes="(max-width: 147px) 100vw, 147px" /></a>di <strong>Vincenzo Pardini</strong></p>
<p>Aristide, d’estate, aveva preso a tornare nella sua terra. Calzati i vecchi scarponi che teneva nella casa nativa, si inerpicava lungo la mulattiera di infanzia e adolescenza. Era cambiata. Cespugli e alberelli si stavano impossessando dell’impiantito di sassi e di pietre, le selve dei castagni s’erano infittite, alcuni di quelli antichi erano crollati come guerrieri sconfitti. Anche la terra che traspariva tra i sassi del percorso era diversa; da rossiccia e compatta, era divenuta scura, e non ospitava più l’andirivieni delle grosse formiche nere.</p>
<p>Bambino, Aristide aveva sempre osservato la terra, specie quando suo padre la rivoltava con la vanga, e le zolle erano d’un marrone umido, analogo a quello del cioccolato, e sapeva di radici. D’estate, verso sera, osservava i grilli nell’erba. Gli pareva emanassero odore di pulviscolo bruciato dal sole. La stesso che sollevavano le vacche al rientro dai pascoli; i muli, invece, parevano calpestarlo, tanto comprimevano il terreno con gli zoccoli. Scomparse le atmosfere di infanzia e adolescenza, la terra aveva assunto un’altra fisionomia. Una sera, all’inizio del tramonto, si spinse fino all’orlo dei precipizi, sotto i quali si estendeva la pianura. Erano anni che non vi era andato e ne rimase stupefatto e smarrito. La pianura non aveva più i colori della terra, ma quelli grigi, uniformi e artificiali dei capannoni dell’industria, dai quali fuoriuscivano volute di fumo bianco e compatto che, lento e inesorabile, si sollevava verso la montagna. Arrabbiato e deluso, Aristide si sentì vecchio, molto vecchio. La terra era ormai prigioniera e ammalata; malattia che si stava trasferendo a all’intero Creato.</p>
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		<title>La fabbrica della terra</title>
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		<pubDate>Thu, 05 Dec 2013 06:03:11 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[di Marino Magliani Questa è la storia di un contadino ligure al quale se chiedete brav&#8217;uomo, cosa fate nella vita, non vi potrà neanche dire che fa il contadino, perché qui si sono rubati persino le parole. Vi dirà semplicemente che va in campagna. Cosa fate brav&#8217;uomo, su e giù per queste frane polverose e [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Marino Magliani</strong></p>
<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/12/5decemb1.jpg"><img decoding="async" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/12/5decemb1.jpg" alt="5decemb1" width="121" height="272" class="alignleft size-full wp-image-47074" /></a> Questa è la storia di un contadino ligure al quale se chiedete brav&#8217;uomo, cosa fate nella vita, non vi potrà neanche dire che fa il contadino, perché qui si sono rubati persino le parole. Vi dirà semplicemente che va in campagna. Cosa fate brav&#8217;uomo, su e giù per queste frane polverose e appese? Vado in campagna. Qui le frane erano una cattedrale, immaginate lunghi muri a curvare come una cassa toracica, una mulattiera che fa da dorsale e tiene tutto collegato. Ma poi è arrivato il neorealismo, e prima ancora è arrivata la mosca a deporre le uova nelle olive e a divorare le foglie e gli ulivi hanno patito, e poi è arrivata la sete e gli ulivi hanno patito, poi hanno deciso che l&#8217;ulivo spagnolo e quello pugliese, nato su pianori larghi e dolci, doveva fare concorrenza alle ceppaie di qui che occupano mezza terrazza e tra muro e ceppaia non ci passa un trattore. Poi è uscito uno a dire che si poteva fare il dop e il doc ma per poco i grandi dell&#8217;olio ligure non lo fanno frustare perché col dop non potrebbero comprare le olive in Spagna e sostenere che è olio di olive liguri, e allora sono arrivati i rovi. E ora in campagna ci si passa di sbieco. Ma i rovi non rovinano mica, pare che  conservino il territorio come fa una banca, mantengono intatto il paesaggio sotto la cortina minerale e chi ci entra si dissangua, ma poi il premio è la Liguria com&#8217;era una volta: i muretti, le falci arrugginite, le bottiglie piene di terra e di lumache morte che sono state le bottiglie dei falciatori assetati. Tutto, là dentro, è rimasto com&#8217;era. Ecco, per ultimo sono arrivati quelli come me a guardare le cose che sono dentro i rovi. Ma non funziona, non se lo crede mica nessuno che i rovi conservano, sono le cose dei libri. I rovi nascondono la verità che sotto i rovi crollano i muri, e sotto i rovi i condotti si riempiono di terra e l&#8217;acqua sfonda, gonfia la terra, e nelle notti di pioggia si sentono le piccole frane della cattedrale. I muri costruiti con pietre d&#8217;arenaria davanti, e le scaglie e il buon <i>grotto </i>dietro a fare da drenaggio. L&#8217;arenaria non soffre il sole, il <i>grotto </i>sì, si sfarina subito, e ben lo sapevano gli antenati. E i muri che crollano non si rifanno più, neanche quelli su quel 10% di terra coltivata, non c&#8217;è tempo, pare, non ci sono i soldi, figuriamoci che non c&#8217;è neanche il tempo per pulire le terrazze col decespugliatore, che significherebbe tempi lunghi, ma bisogna trovare il modo di far concorrenza agli uliveti spagnoli, a quelli pugliesi, e allora si usano gli erbicidi e il veleno entra nelle radici dell&#8217;erba che la natura ha inventato per trattenere il sugo della terra, e le piogge slavano, la notte gli scrittori escono ad ascoltare le pietre che rotolano. Non c&#8217;è neanche più poesia, una volta sì, il turista e lo scrittore, ai tempi del neorealismo, cercavano legittime difese affezionandosi a quel senso di decadenza, l&#8217;accarezzavano, si facevano impietosire, la ruralità era una malattia con la quale si conviveva degnamente, poi, l&#8217;ho detto, hanno vinto i rovi, e con loro i cinghiali, e le gazze si mangiano i nidi. E la notte l&#8217;usignolo tace. E il contadino è l&#8217;uomo che va in campagna. Si va andando, diceva uno. Io me ne sono andato. Dicono che la saliva della Liguria sia uno sputo di cemento, e questa è la storia di un contadino ligure al quale il padre ha lasciato un terreno di circa tremila metri quadri su una collina che è diventata lo sputo di cemento. E allora tutti a consigliare all&#8217;uomo di non andare più in campagna ma di costruirci due villette, ora che il Comune ha reso edificabile il terreno. Ma l&#8217;uomo ha incrociato le braccia e detto no, è terra che è sempre stata coltivata e tale resterà. Niente ville. Altri, sul resto della collina &#8211; ognuno sul suo pezzo di cattedrale che gli appartiene &#8211; hanno provveduto. Hanno tagliato i rovi e fabbricato. È la fabbrica della terra. Qui non si dice costruire, qui si fabbrica. Uno fabbrica, dall&#8217;oggi al domani. Come dire uno inventa. Circa 120 villette, le cui concessioni sono state rilasciate diligentemente dal Comune. Progetti approvati, cartelloni, foto dall&#8217;alto e impatto ambientale, calcoli del cemento armato, calcolo degli oneri naturalmente e infine, all&#8217;interno di un comune che non supera i 1000 abitanti, sono spuntate le 120 opere. Solo che poi è arrivata la Provincia (alcuni vivevano già nelle villette) e con lei la Procura. Tutto bloccato, tutti fuori, macché, scherziamo! Il Comune non poteva rilasciare concessioni, sono zone agricole. Rischio abbattimento e multe agli inquilini per colpa di un Comune distratto. Ma forse c&#8217;è ancora una soluzione, dicono, trasformare la collina in zona residenziale, dotarla di più articolati impianti idrici, luce, fogne, grandi parcheggi e giardini. Giochi per bambini. Solo che per &lt;&lt; residenziare la collina &gt;&gt; occorre terra nuda, libera, senza villette. terra non fabbricata insomma. E non è facile trovarla. Così il Comune ha proposto all&#8217;uomo che andava in campagna di concedere i suoi numeri catastali &lt;&lt; liberi da vincoli&gt;&gt; per il nobile scopo di salvare dall&#8217;abbattimento la parte di villette ignobilmente inquisiste e sequestrate dalla procura. Offrire dunque, a un prezzo generoso, i suoi miserabili tremila metri quadri di terra che vorrebbe destinare &#8211; per ubbidire a un volere del padre &#8211; alla triste coltivazione di verdure liguri, tondo liscio, borlotti, fagiolini pigri, cuor di bue blu di verderame, patate bintje, e un filare di nostralina acida. Offrire dunque la terra al Comune, che l&#8217;accetta, perché le ruspe non spianino i sogni di una generazione. E questa è la storia di uno che a breve deve decidere se andarsene davvero, e comunque vedersi  espropriare il terreno, o diventare parcheggiatore.</p>
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		<title>La terra con la t minuscola</title>
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		<pubDate>Wed, 05 Dec 2012 16:25:34 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[di Giacomo Sartori Oggi è la giornata mondiale del suolo. Il suolo è quella sostanza sporca che chiamiamo comunemente terra, nello stesso modo cioè della Terra, il globo terrestre, che invece i suoi quarti di nobiltà li ha. La terra, il suolo, è quella pellicolina fangosa che riveste le parti emerse della Terra. Un velino [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/2012/12/05/la-terra-con-t-minuscola/image26_ridotta/" rel="attachment wp-att-44252"><img loading="lazy" decoding="async" class="alignleft size-full wp-image-44252" title="Image26_ridotta" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2012/12/Image26_ridotta.jpg" alt="" width="448" height="305" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2012/12/Image26_ridotta.jpg 448w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2012/12/Image26_ridotta-300x204.jpg 300w" sizes="auto, (max-width: 448px) 100vw, 448px" /></a>di <strong>Giacomo Sartori</strong></p>
<p>Oggi è la giornata mondiale del suolo. Il suolo è quella sostanza sporca che chiamiamo comunemente terra, nello stesso modo cioè della Terra, il globo terrestre, che invece i suoi quarti<span id="more-44249"></span> di nobiltà li ha. La terra, il suolo, è quella pellicolina fangosa che riveste le parti emerse della Terra. Un velino da niente dal quale dipende tutto il nostro avvenire, perché solo su di esso cresce il cibo che mangiamo, vale a dire le piante coltivate. Basta un niente per stracciarlo o devastarlo, e invece poi per riformarsi impiega migliaia d’anni, decine di migliaia d’anni. Ma noi non potremo aspettare qualche decina di migliaia d’anni, se lo mettiamo fuori uso, come stiamo facendo. Che la Terra vada rispettata cominciamo a saperlo tutti, che anche la terra sia preziosa ne sono coscienti ancora in pochi. Perfino molti agricoltori non lo sanno, o lo hanno dimenticato.</p>
<p>Il cemento, ma anche l’agricoltura industriale, stanno distruggendo i suoli. Basta guardarsi in giro in questo periodo: i suoli sono sempre più chiari, vale a dire sempre più poveri di sostanza organica. E in molte regioni vengono strappati via dalla pioggia, finiscono nel mare. E stendiamo un velo pietoso sui rifiuti tossici camorristici. Di questo l’economia non se ne cura, perché l’economia non si occupa del futuro non immediato, e comunque l’agricoltura è una insignificante voce nell’economia globale. Solo che noi non mangiamo caselli di autostrada o telefonini, con tutto il rispetto per l’industria e le altre attività, mangiamo cereali, leguminose e pomodori eccetera. Questi prodotti ora sono sufficienti: il miliardo di persone che hanno fame dipende sono dalla sperequazione. Presto invece non saranno abbastanza: la popolazione mondiale cresce, e nei paesi in via di sviluppo diventa più esigente, mangia più carne. Per nutrire gli animali ci vogliono stratosferiche quantità di cereali e di leguminose, gli identici alimenti che mangiamo noi. E adesso ci è venuta la bella idea di trasformare i cereali, il cibo, in benzina, spendendo quasi altrettanta energia che quella ottenuta. Per venircene fuori bisognerebbe avere altri suoli a disposizione. Solo che i suoli coltivabili sono già tutti coltivati, se si eccettuano i fazzoletti residui di foresta tropicale, che hanno altre importantissime funzioni.</p>
<p>Noi lo roviniamo e lo devastiamo il suolo, anche in Italia, anche nella nostra regione, e non pensiamo al futuro. C’è chi è convinto che con la genetica si otterranno delle superpiante che risolveranno tutti i problemi. Finora – anche se certo l’ingegneria genetica in futuro porterà grossi miglioramenti &#8211; le piante modificate non hanno l’aumento delle rese annunciato, e anzi danno crescenti problemi. Questa è la realtà attuale. E comunque mettere a punto piante modificate è molto costoso, e le varietà prodotte sono quindi poche. E adatte ai suoli più ricchi, alle pratiche agricole più generose. Quando invece la limitazione alla produzione agricola viene nella maggior parte dei casi dai suoli, sempre più sterili e sempre più poveri, e dalle limitazioni sociali, non dai limiti genetici.</p>
<p>Per vincere la fame nella maggior parte dei casi andrebbero benissimo le vecchie varietà rustiche e resistenti alle malattie, migliorando un minimo le pratiche agricole e lasciando coltivare chi sa coltivare. Contrariamente a quello che si pensa comunemente i modi di coltivare tradizionali sono più produttivi (come rese a ettaro), più intensivi, dell’agricoltura industriale, che in genere è estensiva (l’Europa occidentale è un’eccezione), e danneggia l’ambiente. A noi sembra fantascienza, ma nei tre quarti del globo solo le pratiche agricole tradizionali, opportunamente supportate, potranno produrre il necessario per sfamarci senza rovinare i suoli, e quindi con la necessaria sostenibilità. Lo dice la FAO, lo dicono le persone che conoscono a fondo l’agricoltura mondiale (e non solo la nostra, che è minoritaria).</p>
<p>Agricoltura tradizionale o industriale, colture di qualità o comuni, e industria o non industria, strade o non strade, se roviniamo e eliminiamo i suoli ci tagliamo l’erba sotto i piedi. Il Trentino ha varato una legge di salvaguardia dei terreni agricoli, si spera che il disegno di legge del governo sia approvato e faccia altrettanto. Ma non basta. Bisogna che ci rendiamo conto che la terra è poca e fragile, e che impariamo a rispettarla. Le tecniche ci sono, e spesso non sono nemmeno più costose, anzi. L’unica soluzione è che ci riconciliamo con quell’umile straterello, e prendiamo atto che dipendiamo da lui. A questo serve la giornata mondiale del suolo.</p>
<p><em>(questo testo è apparso sul quotidiano &#8220;Trentino&#8221; del 4 dicembre, in occasione della &#8220;giornata mondiale del suolo&#8221; indetta dalla FAO, il 5 dicembre: <a href="http://www.fao.org/globalsoilpartnership/events/detail/en/c/161407/">http://www.fao.org/globalsoilpartnership/events/detail/en/c/161407/</a> e <a href="http://www.facebook.com/pages/World-Soil-Day-December-5/165018620273203">http://www.facebook.com/pages/World-Soil-Day-December-5/165018620273203</a>, e del convegno workshop del 4 e 5 dicembre &#8220;L’Uomo e il Suolo: una storia infinita&#8221; al Museo di Scienze Naturali di Bolzano)</em></p>
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		<title>Irpinia tumefatta</title>
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		<pubDate>Sat, 28 Jan 2012 09:30:41 +0000</pubDate>
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		<category><![CDATA[discussione]]></category>
		<category><![CDATA[Franco Arminio]]></category>
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					<description><![CDATA[di Franco Arminio Caro Latouche, quando ero bambino aspettavo con ansia la neve. Ero, come tutti i bambini, desideroso di non andare a scuola. Il mio maestro non era un tipo mite, ma a quei tempi era normale che un maestro maltrattasse i suoi allievi. E allora la neve era una delle poche speranze che [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/2012/01/28/41461/latouche_disegno/" rel="attachment wp-att-41462"><img loading="lazy" decoding="async" class="alignleft  wp-image-41462" title="latouche_disegno" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2012/01/latouche_disegno-300x291.jpg" alt="" width="300" height="291" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2012/01/latouche_disegno-300x291.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2012/01/latouche_disegno.jpg 335w" sizes="auto, (max-width: 300px) 100vw, 300px" /></a>di <strong>Franco Arminio</strong></p>
<p>Caro Latouche,</p>
<p>quando ero bambino aspettavo con ansia la neve. Ero, come tutti i bambini, desideroso di non andare a scuola. Il mio maestro non era un tipo mite, ma a quei tempi era normale che un maestro maltrattasse i suoi allievi. E allora la neve era una delle poche speranze che avevo, oltre alle malattie, per non andare a scuola. Quando nevicava c’era un altro motivo per cui ero contento. La neve bloccava quel poco di vita motorizzata che c’era nel paese. Mi piaceva che la vita si fermasse, perfino il fatto che andava via la corrente mi dava una certa esultanza, perché con la corrente andava via la modernità. Niente televisione, ma chiacchiere e partite a carte davanti al fuoco.<br />
<span id="more-41461"></span><br />
Erano gli anni sessanta. L’Irpinia cominciava a crescere, era una crescita lenta, che non cambiava l’aria dei luoghi. Le cose nuove, le cose moderne, si sistemavano prendendosi solo una parte della scena. Poteva essere la carta da parati, potevano essere i termosifoni o anche solo il cestino di plastica sulla tavola, comunque era un addobbo superficiale, il paese come focolare e grembo di tutti rimaneva ben vivo.</p>
<p>Poi arrivò il terremoto e la ricostruzione. Qui l’idea della crescita fu quanto mai nefasta. La rottamazione del mondo contadino divenne sempre più veloce e il cesto delle comunità cominciò a perdere molti fili. Lo sviluppismo portò a immaginare piani urbanistici assolutamente sovradimensionati. E il risultato adesso è sotto gli occhi di tutti: ci sono più case che abitanti. E quei pochi che sono rimasti abitano per lo più nelle periferie. I paesi hanno il buco al centro. Da qui la sensazione di vuoto che danno a chi li attraversa e a chi li abita, il loro rianimarsi solo nel mese di agosto o quando c’è qualche funerale. Siamo passati dallo sviluppismo alla desolazione. E i dirigenti politici di allora, che curiosamente sono in gran parte anche quelli di adesso, appaiono come sigillati nelle loro fumose manfrine, tesi a preservare poteri e privilegi.</p>
<p>L’Irpinia di oggi si presenta tumefatta, ammaccata dalla modernizzazione incivile, ma è un luogo molto interessante, perché qui più che altrove si sta provando a dire e a fare qualcosa di diverso. La tua analisi dei guasti prodotti dallo sviluppismo qui trova una palese conferma, ma anche i tuoi ragionamenti sulla necessità di trovare un’altra strada, qui possono trovare un terreno propizio. Magari del mio lavoro parlerò durante la pubblica conversazione che faremo domani. Ora mi preme farti cenno al fatto che a dispetto di tanti sfregi, l’Irpinia è ancora una provincia bellissima. La sua bellezza non è fatta di luoghi famosi e pezzi firmati. Bisogna andarsela a cercare, è una bellezza diffusa sopratutto sui bordi e nelle zone più alte. Penso che ti possa dare belle suggestioni fare un giro in posti come Montefusco, Montaguto, Trevico, Senerchia, Monteverde, Cairano. Proprio in quest’ultimo paese abbiamo fatto per due anni un festival di arti e di pensieri adiacenti all’idea della decrescita. L’Irpinia ha sempre avuto un’economia fragile. E forse questa fragilità ha sempre tenuto viva una certa predisposizione al pensiero. E da questo umore pensoso nascono pericoli e opportunità. Da una parte l’accidia, la maldicenza, e altri prodotti tipici della mentalità provinciale, dall’altra una vena utopica che porta a concepire quello che manca come una risorsa. E allora a Cairano parlavamo di museo dell’aria. E sull’altopiano del Formicoso ci siamo opposti tenacemente a chi voleva esportare i rifiuti in una terra considerata vuota.</p>
<p>Insomma, caro Latouche,<br />
qui ci può essere una significativa ricaduta locale del tuo pensiero.<br />
A questo proposito mi piacerebbe che tornassi in Irpinia per mostrarti quanto sono pieni i nostri vuoti.</p>
<p>Nei prossimi mesi nell’ambito del parco letterario dedicato al grande irpino Francesco De Sanctis, ci saranno una serie di incontri con pensatori ed artisti molto vicini alla tua sensibilità e in generale molto attenti ai luoghi. Non a caso il primo incontro sarà col geografo Franco Farinelli. Mi piacerebbe che l’ultimo incontro fosse con te. Sarebbe incoraggiante che questo tuo primo passaggio irpino ti convincesse a impiantare qui una sorta di laboratorio della decrescita. Non siamo stati bravi a seguire le sirene dello sviluppo, sicuramente saremo meno zoppicanti su una strada in cui si sta bene o si sta male tutti assieme e non ognuno per conto suo.</p>
<p>Io non sono un esperto di economia. La mia critica alla modernità si basa sul malessere che sento in me e che vedo in giro. La dittatura dell’economia mi pare abbia portato a una sorta di autismo corale. Prima era come se la vita di ognuno uscisse da un fondo comune. Adesso questo fondo si è molto assottigliato. Mi viene da pensare a uno zoccolo di luce, consumato dal buio delle infinite transazioni quotidiane per curare i nostri interessi personali. Molti sono riusciti ad affrancarsi dalle miserie materiali anche di un recente passato, ma per tutti adesso c’è lo zoccolo della miseria spirituale. Come se la vita di ognuno, anche quella più ricca, fosse comunque impoverita dallo squallore di fondo in cui girano le cose.<br />
La mia adesione alla decrescita è emotiva prima che intellettuale. Sento la necessità di restare qui, ma di restare contribuendo a inventare nuove comunità. Io le chiamo comunità provvisorie. E con questa espressione penso alla certezza dei danni che il modello capitalista arreca al pianeta e alle persone che ancora possiamo dire umane. Non altrettanta chiarezza c’è sull’alternativa. Forse ci vuole che maturi proprio un’altra percezione, un’altra idea del nostro stare al mondo. E forse il fallimento del comunismo è stato dovuto al fatto che non era poi un modello veramente alternativo al capitalismo. In attesa che arrivi un nuovo umanesimo, che a me piace immaginare possa venire da posti come questo, forse si possono tracciare strade provvisorie, strade che non sono dirette verso il sol dell’avvenire, ma che permettano almeno di farci un poco meglio compagnia.</p>
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