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		<title>Idiozia d&#8217;arte &#038; d&#8217;integralismo</title>
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		<dc:creator><![CDATA[andrea inglese]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 15 Sep 2014 05:00:05 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[di Andrea Inglese Non sono uno che ogni due minuti punta il dito sull’integralismo e si dispera per la fragilità della cultura occidentale. Cerco, con spirito non pregiudiziale, di portare uno sguardo il più possibile equilibrato sugli avvenimenti. I demoni, però, sono demoni, e come tali, ad un certo punto, vanno giudicati. L’integralismo è essenzialmente [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/09/Idiozia.jpg"><img fetchpriority="high" decoding="async" class="alignleft size-medium wp-image-48830" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/09/Idiozia-300x225.jpg" alt="Idiozia" width="300" height="225" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/09/Idiozia-300x225.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/09/Idiozia.jpg 802w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" /></a> di <strong>Andrea Inglese</strong></p>
<p>Non sono uno che ogni due minuti punta il dito sull’integralismo e si dispera per la fragilità della cultura occidentale. Cerco, con spirito non pregiudiziale, di portare uno sguardo il più possibile equilibrato sugli avvenimenti. I demoni, però, sono demoni, e come tali, ad un certo punto, vanno giudicati. L’integralismo è essenzialmente demoniaco, ossia va considerato come una forma di possessione, e quindi di riduzione, d’impoverimento, della natura complessa e multiforme dell’uomo. L’integralista religioso è un uomo posseduto, ossia un uomo monodimensionale, ossessivo, deficiente.<span id="more-48826"></span></p>
<p>Ogni religione coltiva un lato idiota dell’essere umano. La beatitudine evangelica dei “poveri di spirito” è certo da considerarsi come una sorta di leva, di perno finalizzato al rovesciamento dei valori e delle gerarchie sociali. La povertà di spirito funge, nel migliore dei casi, come acido corrosivo delle finte grandezze morali, che sono in realtà forme di predominio e privilegio materiale. Tutto ciò lo sappiamo. Ma la povertà di spirito è anche quella che ogni chiesa predilige nel popolo, perché rende quest’ultimo docile, spaurito, di fronte alla grandezza delle verità ultime, che solo le gerarchie religiose sono in grado di maneggiare. Vi è un nucleo idiota, ottenuto tramite semplificazione feroce e imbecille della realtà, che il pensiero religioso addita ai credenti, come tesoro inestimabile. Questa idiozia è ciò che fornisce la terribile forza del fanatismo: quella impermeabilità assoluta nei confronti della sensatezza, ossia del pensiero in movimento, incarnato, paradossale. Si dirà che non c’è moltissimo da difendere nella cultura occidentale. Io comincerei col difendere la sensatezza contro l’imbecillità. E ricorderei che l’imbecillità, se non viene utilizzata in forma minoritaria dagli artisti, come arnese scassinatore di dogmi e certezze collettive, è l’anticamera del fascismo. L’imbecillità di uno può aiutare l’intelligenza di molti, ma l’imbecillità di molti non fa che spazzare via l’intelligenza di uno.</p>
<p>In Corsica, ad Ajaccio, affascinante cittadina di mare sulla costa occidentale, vi è un museo notevolissimo: in un grande palazzo ottocentesco, con opere importanti, allestito con cura e intelligenza. Quest’estate vi ho passato un pomeriggio intero. È il museo Fesch, nato dalla collezione di Joseph Fesch, cardinale e zio di Napoleone. Attualmente, per la sua collezione di pittura italiana, è considerato in Francia il secondo museo per importanza dopo il Louvre. Vi ho scoperto dei magnifici dipinti di Luca Giordano, Francesco Providoni, Francesco Guarino, Salvatore Rosa, Giovanni Angelo Cannini, Angelo Caroselli, per non parlare di Veronese, Bellini, Tiziano, o Poussin e Antoon Van Dyck. Insomma, un museo di cui non solo gli abitanti di Ajaccio dovrebbero andar fieri, ma anche la Corsica tutta.</p>
<p>Adoro i musei, in quanto sono luoghi paradossali: gli unici, ad esempio, in cui un ateista come me può trovarsi a dialogare con angeli e santi. Nel caso specifico, il museo di Fesch è risultato particolarmente accogliente, e ho potuto soggiornarvi per ore, sedendo su delle poltroncine rosse situate in mezzo alle  sale e contemplando i magnifici giochi d’ombra, prodotti dalle persiane semichiuse e dagli orli di luce incandescente del golfo. Oltre a me, parecchi turisti avevano rinunciato alla camminata sul porto, per indugiare nella penombra dei corridoi, soffermandosi su certi granchioni scomposti e riversi, nella natura morta di Francesco Boselli. E in mezzo, dunque, a dipinti rinascimentali e seicenteschi, spiccavano delle grandi riproduzioni fotografiche, a colori caldi, potenti, di Andres Serrano, artista newyorchese. Di lui non sapevo nulla, e ho potuto quindi contemplare le sue opere senza filtri concettuali e critici. Ho scattato anche foto delle sale, dove le fotografie di Serrano &#8211; dettagli di salme d&#8217;obitorio &#8211; dialogavano armoniosamente con la tenebrosità di alcuni dipinti caravaggeschi del XVII secolo. Raramente ho potuto constatare un connubio così pertinente ed efficace tra arte contemporanea e pittura antica, all’interno di uno spazio museale.</p>
<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/09/museo-Flesch.jpg"><img decoding="async" class="aligncenter size-medium wp-image-48828" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/09/museo-Flesch-300x225.jpg" alt="museo Flesch" width="300" height="225" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/09/museo-Flesch-300x225.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/09/museo-Flesch.jpg 802w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" /></a></p>
<p><a href="http://www.liberation.fr/photographie/2014/09/07/piss-christ-le-musee-d-ajaccio-ferme-sous-la-pression-d-integristes-corses_1095473">Un articolo del quotidiano “Libération”</a> (7 settembre) riportava la notizia di una chiusura forzata del Museo Fesch di Ajaccio, nella giornata di sabato 6, ottenuta da un gruppetto di integralisti cattolici che protestavano contro la mostra temporanea di Andres Serrano. Ho scoperto così che una delle fotografie appese nel museo s’intitola <em>Piss Christ</em> e presenta un crocefisso immerso in un boccale d’urina, prodotta &#8211; pare &#8211; dall’artista stesso. La giustificazione che Serrano dà del suo lavoro è tutt’altro che blasfema, e si rifà a quella fascinazione per l’urina, lo sperma, la saliva, il sangue, che è propria in realtà di una corrente del cattolicesimo, particolarmente attratta dal supplizio di Cristo e dalla mortificazione della carne. <em>Piss Christ</em> è un po’ la quadratura del cerchio: come scandalizzare i cattolici integralisti, pur radicandosi nella tradizione cattolica.</p>
<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/09/Piss_Christ_by_Serrano_Andres_1987.jpg"><img decoding="async" class="aligncenter size-medium wp-image-48827" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/09/Piss_Christ_by_Serrano_Andres_1987-204x300.jpg" alt="Piss_Christ_by_Serrano_Andres_(1987)" width="204" height="300" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/09/Piss_Christ_by_Serrano_Andres_1987-204x300.jpg 204w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/09/Piss_Christ_by_Serrano_Andres_1987.jpg 640w" sizes="(max-width: 204px) 100vw, 204px" /></a></p>
<p>L’arte, come ho detto, vuole la sua dose d’idiozia. E non si può negare che <a href="http://www.csulb.edu/~jvancamp/361_r7.html">la trascrizione della seduta del senato statunitense</a> dedicata alla discussione di <em>Piss Christ</em> vale, dal punto di vista della letteratura umoristica, forse di più della foto stessa di Serrano nell’ambito delle arti visive. L’idiozia degli integralisti, invece, piuttosto che sollevare discussioni paradossali, opera per soppressione immediata della libertà, per censura, occultamento, limitazione delle opportunità date alle persone di fare un’esperienza, elaborarla, trarne una valutazione. L’idiozia artistica apre, crea cortocircuiti intellettuali, moltiplica l’ambiguità. Quella portata collettivamente, e ammantata di autorità religiosa, prepara il mondo alla semplificazione crudele: delle idee, degli oggetti artistici, degli stili di vita e, in definitiva, degli esseri umani, che vanno mondati dalle protuberanze aberranti.</p>
<p style="text-align: right;">.</p>
<p>Ps</p>
<p>Qualcuno potrebbe obiettare che i veri integralisti sono quelli che tagliano le teste, non quelli “bonari” che fanno semplicemente chiudere un museo. Ma l’integralismo non è da confondere con una saga dell’orrore, che in qualche modo i media occidentali attualmente assecondano. Non esiste nessun privilegio integralista dell’orrore. Quando, ad esempio, un sofisticatissimo drone statunitense bombarda dei civili, come è accaduto in questi anni in Afghanistan, Yemen, Iraq, Libia, Somalia, Pakistan e Gaza, chi va a filmare i pezzi di corpi? Chi ha potuto vedere le oltre 2000 foto classificate di torture, che sono state prese nelle varie postazioni americane in Iraq ed Afghanistan, dopo il caso di Abu Ghraib? L’orrore non è privilegio né di chi vuole il Califfato né di chi decide l’uso dei droni, con il sostegno di un Congresso eletto democraticamente. Se differenza esiste, è da cercare però nelle radici di questo orrore. Nell’integralismo islamico, come in quello cattolico, vi è una vicenda specifica di idiozia da mettere a fuoco. Nell’orrore dei massacri e delle torture realizzate dagli Stati Uniti, ben più che la demenza gioca un ruolo determinante il cinismo, un cinismo freddo e dissimulatore, che può comodamente e profondamente abitare i centri del potere statale di una nazione moderna e democratica.</p>
<p>*</p>
<p><em>Immagini</em></p>
<p>1) Demone</p>
<p>2) Museo Fesch (interni)</p>
<p>2) Andres Serrano, <em>Piss Christ</em>, 1987</p>
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		<title>L’utente al guinzaglio. Qualche appunto preliminare sulle strategie punitive di Facebook</title>
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		<dc:creator><![CDATA[andrea inglese]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 24 Jun 2014 06:49:55 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[Di Ornella Tajani Che Facebook sia un eccezionale generatore di ossessioni è ormai fuor di dubbio. Fra quelle che riguardano il rapporto tra il singolo utente e il resto della comunità, l’ossessione principale mi pare si articoli in tre bisogni: essere cercati, apprezzati, riconosciuti. Per cui diventa sempre più importante che io mi renda: disponibile, [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>Di <strong>Ornella Tajani</strong></p>
<p>Che Facebook sia un eccezionale generatore di ossessioni è ormai fuor di dubbio. Fra quelle che riguardano il rapporto tra il singolo utente e il resto della comunità, l’ossessione principale mi pare si articoli in tre bisogni: essere cercati, apprezzati, riconosciuti. Per cui diventa sempre più importante che io mi renda: disponibile, attraente, precisamente identificabile. Il che significa che a) passo sempre più tempo su FB, b) mi sforzo di essere divertente, colta, accattivante e c) mi impegno a restituire ai miei amici l’immagine di me in cui mi piace riconoscermi – e non, ovviamente, quella più veritiera.<span id="more-48354"></span><br />
Non è certo la più grave delle menzogne: anche nella vita reale* cerco di espormi sotto una luce che mi esalti. Ma, nella vita reale, so per certo che prima o poi sarò scoperta: uscirò, volontariamente o meno, dal raggio di luce che avevo diligentemente posizionato, dando all’altro la possibilità di vedere le mie macchie e paure, cioè tutto ciò da cui avevo cercato di epurare la mia immagine.<br />
Facebook, invece, concede molti più filtri e la verità –più o meno presunta- si condensa in una serie di elementi prêt-à-porter. Una regola importante è ad esempio quella dell’omissione: ci sono cose che evito di dire, scrivere, postare &#8211; non (solo) per pudore, ma (soprattutto) perché corrono il rischio di risultare antiestetiche.</p>
<p>Posso barare, insomma, ma non troppo: nella mia identità-24-ore occorre anche quel pizzico di verità che è uno degli elementi attrattivi del mezzo, in maniera simile al libro commercializzato con la fascetta “Una storia vera”. È necessario che io avvolga il mio profilo in una patina di realtà, sia perché è questo quel che pretendo dagli altri, sia perché altrimenti percepirei tutto il sistema come inutile, o poco divertente. Il gioco è tutto nell’ambiguità: ciò che leggo sulla bacheca di X potrebbe essere vero, perché so per certo che alcune delle informazioni inserite da X sono vere. Un esempio è quello della professione: raramente si mente sulla propria attività lavorativa, fatta eccezione per chi scrive cose inequivocabilmente, e più o meno intelligentemente, false. Al limite la si omette, forse perché è una delle informazioni più rapidamente verificabili.</p>
<p>Nella sincerità che Facebook sembra richiedere ai suoi utenti sta uno dei suoi apparenti paradossi: posso affermare di trovarmi alle Hawaii pur comodamente seduta in un soggiorno sulla Tiburtina; posso crearmi un secondo profilo nel giro di tre minuti, con dati completamente falsi, a patto di usare un indirizzo email reale; ma non mi è permesso cambiare il mio nome più di tot volte. Quindi, almeno per ora, posso farmi una e trina ed essere al contempo Ornella, Giancarlo e Rita – ma Ornella, a parte una limitatissima libertà, deve restare Ornella. Esaurito il numero di cambi concesso, sono condannata a restare sotto pseudonimo – e forse non è un caso che, spulciando on line, non sia così semplice capire quanti sono i cambi consentiti.</p>
<p>È uno dei meccanismi punitivi di Facebook: il sistema che si nasconde dietro il vessillo del buon compromesso tra libertà e sicurezza ha le sue regole, che non vanno trasgredite. Il rispetto della propria identità è una di queste, e vale per tutti. Nel novembre 2011 il social network è arrivato a bloccare l’account di Salman Rushdie perché quello con cui lo scrittore è noto a tutti è in realtà il suo secondo nome; la richiesta di diventare Ahmed Rushdie ha provocato una piccola rivolta su Twitter, alimentata da qualche caustico messaggio del protagonista: «è come chiedere a J. Edgar di farsi chiamare John Hoover», e poco tempo dopo l’account originario è stato ripristinato.</p>
<p>Naturalmente dietro questa rigidità non c’è niente di etico: i cambiamenti di nome sono limitati perché confondono i sistemi che raccolgono dati e schedano gli utenti a fini commerciali. Facebook deve poter ricollegare con certezza, a un unico account e nome, le preferenze espresse dall’utente; ed è emblematico che, nelle policies sull’argomento, all’utente si richieda come prima cosa di usare non il nome che ha sul passaporto o sulla carta d’identità, ma quello che compare «sulla sua carta di credito»: il nome del cliente, non quello dell’individuo.</p>
<p>Per le stesse esigenze di chiarezza e “trasparenza”, da vari mesi non è più possibile conservare un profilo invisibile per evitare di essere reperiti attraverso il motore di ricerca: se ci sei, bisogna che ti si veda. Il progressivo allargamento delle maglie della privacy, che comporta la riduzione delle limitazioni che l’utente può selezionare, è sintetizzato<a href="http://www.eff.org/deeplinks/2010/04/facebook-timeline"> qui</a>, per quanto riguarda il periodo 2005-2010, e <a href="http://mattmckeon.com/facebook-privacy/">qui</a>, con un grafico che richiama alla mente un’epidemia.</p>
<p>Diverse volte si è associato il social network al Panopticon di Jeremy Bentham, il carcere progettato in modo che una sola guardia potesse sorvegliare al tempo stesso tutti i carcerati, senza che questi riuscissero a capire chi era sotto controllo &#8211; concetto ampiamente utilizzato da Foucault e ripreso in tempi più recenti anche da Bauman, a proposito della globalizzazione e dell’era Internet. Bauman ha suggerito l’opportunità di sostituire a questo, come modello rappresentativo, il Synopticon: non più i pochi guardano i molti, ma i molti guardano i pochi, ossia le celebrità. Per quanto riguarda specificamente Facebook, però, il caso mi pare essere un altro ancora: molti guardano molti; molti sorvegliano molti. Io sono sorvegliata, e posso eventualmente essere punita: da FB, dalla comunità e dal singolo.</p>
<p>Difatti i meccanismi di punizione previsti da Facebook non richiedono necessariamente l’intervento “del sistema in persona”. Un caso di punizione da parte della comunità è ad esempio quello del gradimento: se pubblico un post che non riceve alcun like, l’algoritmo matematico che regola il social network mi fa scendere di un gradino nella scala della popolarità, il che significa che il mio post successivo sarà un po’ meno “sponsorizzato” o visibile sulle <em>home</em> altrui. Laddove cambiando il mio nome troppo spesso avevo trasgredito la regola dell’identità, stavolta non ho assolto il mio compito d’essere interessante: che io sia interessante è per Facebook essenziale, in modo ch’io riesca ad attirare sulla mia bacheca una schiera di internauti sempre più numerosa. Lo step che porterà al vendere spazi pubblicitari sulle bacheche degli utenti più popolari è dietro l’angolo; non c’è niente di fantascientifico nell’idea di nuovi lavori come l’agente pubblicitario o il consulente d’immagine che operino unicamente all’interno del social network. E tuttavia, il democratico Facebook, in quanto sistema, non può punirmi perché non so essere interessante: fa in modo così che a farlo sia la comunità.</p>
<p>Un caso molto affine ma non identico è quello dell’utente poco assiduo: meno scrivo e meno i miei post saranno cliccati; più parlo e più sarò apprezzata. È statistico ma è al tempo stesso una guerra al pudore: il mezzo stimola in modo subliminale a pubblicare sempre di più. Se non lo faccio sono condannata a una marginalizzazione via via crescente. In maniera speculare, come è spiegato in <a href="http://arstechnica.com/business/2013/12/facebook-collects-conducts-research-on-status-updates-you-never-post/">questo</a> articolo, Facebook si interessa sempre di più a quello che non diciamo: nella follia del collecting data, i vari sistemi ora si occupano anche di scoprire <em>che cosa avevo scritto e ho infine deciso di non pubblicare</em> sulla mia bacheca o in un commento a un post altrui; basta che il contenuto del messaggio che non ho inviato sia superiore ai cinque caratteri e che la mia indecisione sia durata più di dieci minuti. L’imperativo è dire, e il corollario è scoprire perché non si dice, o non si dice abbastanza.</p>
<p>Concludo con l’esempio di punizione da parte del singolo, che esula solo apparentemente dal discorso su quel che Facebook vuole o non vuole da noi. Si tratta della possibilità di bloccare un utente amico nel caso in cui questi ci abbia fatto un torto o ci abbia infastiditi in qualche modo: magari in un modo che infastidisce anche Facebook, ad esempio con la pubblicazione di contenuti sconvenienti ma non abbastanza da consentire al sistema di intervenire. Il termine tecnico è <em>bannare</em>. Un po’ di tempo fa mi è capitato, in una conversazione con un’amica francese, di tradurre erroneamente il termine alla lettera, <em>bannir</em> (laddove in francese si dice semplicemente <em>bloquer</em>), e di sentirmi rispondere con un sorriso «Bannir, c’est un peu violent». Il termine però non è meno violento dell’azione: bannare un amico significa avere la possibilità di punirlo cancellandolo completamente. Non solo io sparirò dalla sua lista di amici e lui dalla mia, ma qualsiasi suo commento, anche su altre bacheche, diventerà per me invisibile, e così i miei commenti per lui. Il nostro passato virtuale sparirà e non sarà più possibile cercarci neanche attraverso il motore di ricerca.</p>
<p>È un’operazione che rientra nelle iperpossibilità che il virtuale offre. Nella vita quotidiana non esiste un equivalente della messa al bando in stile Facebook: se smetto di rivolgere la parola a qualcuno, ciò non significa che non possa capitarmi di ritrovarmelo al bar o a una festa; magari un comune conoscente mi darà involontariamente qualche notizia di lui. Bannandolo invece non corro nessuno di questi rischi: l’altro utente è, a tutti gli effetti, come morto.<br />
È una libertà che Facebook mi concede per rendere più dolce la mia integrazione, ma è anche una delega di sorveglianza che il sistema rilascia al singolo. Bastone e carota al tempo stesso, in modo che molti guardino molti e molti sorveglino molti.</p>
<p>*Mi è stato fatto notare che ormai la vita sui social media non è meno reale di altre, e che dunque è desueto continuare a tracciare una linea di demarcazione fra le due. Concordo; ma è pur vero che, all’interno di un discorso, ogni tanto mi capita ancora di dover indicare specificamente quella porzione di vita in cui interagisco con oggetti diversi da uno schermo. In attesa di trovare una migliore definizione (o forse di eliminare definitivamente l’esigenza della separazione), continuo per il momento ad appiccicarle la vecchia etichetta.</p>
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		<title>Zero Dark Thirty. La cancellazione dell’alterità del nemico e l’esibizione della tortura</title>
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		<dc:creator><![CDATA[andrea inglese]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 11 Feb 2013 11:54:10 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[di Andrea Inglese Sono andato a vedere Zero Dark Thirty. Quando ho saputo che negli Stati Uniti avevano già sfornato un prodotto per raccontare cinematograficamente l’uccisione di Bin Laden, sono rimasto lievemente incredulo e ammirato. A nemmeno due anni di distanza dall’evento, la grande macchina narrativa hollywoodiana aveva già fagocitato, elaborato, e confezionato una versione [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/02/bigelow.jpg"><img loading="lazy" decoding="async" class="aligncenter size-full wp-image-44885" alt="bigelow" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/02/bigelow.jpg" width="275" height="183" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/02/bigelow.jpg 275w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/02/bigelow-96x63.jpg 96w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/02/bigelow-38x25.jpg 38w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/02/bigelow-128x85.jpg 128w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/02/bigelow-120x80.jpg 120w" sizes="auto, (max-width: 275px) 100vw, 275px" /></a></p>
<p>di <strong>Andrea Inglese</strong></p>
<p>Sono andato a vedere <i>Zero Dark Thirty</i>. Quando ho saputo che negli Stati Uniti avevano già sfornato un prodotto per raccontare cinematograficamente l’uccisione di Bin Laden, sono rimasto lievemente incredulo e ammirato. A nemmeno due anni di distanza dall’evento, la grande macchina narrativa hollywoodiana aveva già fagocitato, elaborato, e confezionato una versione dei fatti da vendere in giro per il mondo con l’intento di far sognare, divertire ed emozionare un pubblico globale. <span id="more-44884"></span>Dopotutto non mi ero perso né <i>Thor </i>né <i>The Avengers</i>, perché avrei dovuto privarmi di un western mediorientale, magari incalzante e spettacolare come <i>Syriana</i>? Oltretutto, m’incuriosiva come Hollywood avrebbe trattato uno degli episodi salienti, il più epico, della guerra contro Al Qaida. Un episodio, per altro, da catalogare nella controversa serie degli omicidi politici. Un episodio, quindi, al tempo stesso trionfale e vergognoso, che va celebrato ma anche nascosto: un trionfo senza esibizione del corpo del nemico trucidato, che è stato fatto sparire con grande premura e cautele in fondo al mare.</p>
<p>Solo una volta entrato in sala, mi sono reso conto che il regista era Kathryn Bigelow, di cui mi era rimasto impresso il notevole <i>Strange Days</i>, tra i migliori film distopici e perturbanti dell’ultimo ventennio. La mia curiosità era ulteriormente accresciuta. Mi chiedevo come ci fosse arrivata la Bigelow dietro la macchina da presa del western terroristico, e soprattutto come lo avrebbe trattato.</p>
<p>In termini strettamente cinematografici, mi verrebbe da dire che <i>Zero Dark Thirty</i> è un film quasi riuscito: i personaggi e i contesti sono abbastanza credibili, la temibile retorica patriottica statunitense è contenuta, il ritmo è implacabile, l’operazione militare che ha portato all’uccisione di Bin Laden scorre nei tempi lenti e tesi del miglior cinema di guerra, come nella seconda parte di <i>Full Metal Jacket</i> per intenderci. Il problema, si dirà, è che nonostante i suoi pregi cinematografici <i>Zero Dark Thirty</i> rimane dall’inizio alla fine inscritto in una narrazione patriottica, filogovernativa, che mai mette in crisi il quadro ideologico generale della guerra al terrorismo islamico. Verissimo, ma è ingenuo forse aspettarsi qualcosa di diverso. Sarebbe stato davvero anomalo scegliere di raccontare l’uccisione di Bin Laden, il più cattivo dei cattivi, l’indifendibile promotore della guerra santa contro l’Occidente, per trasformarla in occasione d’arringa contro i suoi esecutori. La Bigelow sceglie di raccontare la storia di un successo militare, dalle sue fasi germinali alla conclusione felice. Ciò che fa da sfondo a questa operazione militare non è mai interrogato né esplorato. In altre parole, si considera <i>legittima</i> su un piano etico e politico la guerra contro il terrorismo e, di conseguenza, l’azione specifica che in essa s’inserisce.</p>
<p>Non sono rimasto particolarmente deluso da questa assenza di critica, perché in qualche modo me l’aspettavo. Avendo visto in anticipo locandina e trailer, mi ero reso conto di non trovarmi di fronte a un <i>Redacted </i>girato da Brian De Palma. Ma il film della Bigelow dice qualcosa in più e qualcosa di diverso, rispetto alla vicenda dell’avventurosa caccia al nemico, in cui costanza e coraggio vengono premiati. La prima cosa che mi ha sorpreso è il carattere di enorme <i>sintomo</i> di questo film. <i>Zero Dark Thirty</i> dovrebbe trarre il proprio fascino dalla capacità di restituire visibilità, seppure in forma fittizia, a quell’evento mediatico maggiore, di cui noi spettatori globali, consumatori indefessi d’attualità geopolitica, siamo rimasti privi. Il cinema della Bigelow dovrebbe permetterci di vedere ciò che i media non ci hanno concesso di vedere, se non attraverso ridicoli cartoni animati in 3D o fotomontaggi circolanti in rete. Il problema è che noi, per tutto il film, non abbiamo sotto gli occhi che i soliti impiegati della CIA e i soliti soldati dei reparti speciali, e i soliti vertici dell’esercito, dei servizi segreti e del potere politico. E anche quando seguiamo i soldati statunitensi fin dentro al suo nascondiglio pakistano, noi Bin Laden non lo vediamo né da vivo né da morto. Per qualche secondo, dopo la sparatoria cruciale, appare un’immagine sfuocata di un tipo con la barba grigia disteso per terra. Finzione cinematografica e censura mediatica si sovrappongono millimetricamente alla fine del film. Bin Laden rimane senza volto, tanto nel <i>reportage</i> giornalistico che nella ricostruzione hollywoodiana. Ma non è solo il grande e carismatico capo a rimanere senza volto, per chissà quale tardiva prudenza e pudicizia. In <i>Zero Dark Thirty</i> sono tutti i membri di Al Qaida a non avere volto, consistenza <i>morale</i>: il nemico, il fanatico arabo-musulmano, è sempre poco più di una comparsa. Questo completo azzeramento dell’<i>altro</i> produce alla fine un effetto caratteristico: il film rafforza in noi la percezione dell’<i>irrealtà </i>di Al Qaida, sorta di entità mitica, terribile e affascinante, invisibile e pervasiva, che di tanto in tanto irrompe violentemente nella quotidianità arcinota dell’Occidente. Dopo un decennio di guerra al terrorismo, i nemici terroristi non hanno perso nulla della loro mitizzata, inesplorata, alterità: guardano verso gli Stati Uniti come delle sfingi, privi di storia, di cultura, di motivazioni, di enunciati. Al Qaida non è altro che un idolo terrificante, che possiede da anni i soliti tratti caratteristici: lingua araba, religione musulmana, spietatezza fanatica. Questa assoluta incapacità studiare il proprio nemico, d’indagare la sua umanità, le sue motivazioni, per aberranti che siano, questa inibizione alla comprensione elementare dell’altro da sé, mi sembra un aspetto ben più inquietante del prevedibile patriottismo del film.</p>
<p>A ben guardare, Bin Laden e i suoi soldati sono pretesti per raccontare una storia <i>tutta americana</i>. Il personaggio principale del film della Bigelow è una donna in carriera, che si muove in un contesto di uomini, superiori gerarchicamente o suoi pari, e contro di essi deve battersi in continuazione per far valere i propri talenti. Si tratta di un soggetto tipicamente <i>liberal </i>con forti coloriture femministe. Contro l’opinione di tutti, è la donna che avrà visto giusto. E la sua carriera, nonostante gli ostacoli prodotti da una persistente cultura maschilista, sarà coronata da successo, grazie all’abbinamento di fine intelligenza e grande forza di carattere. Una tale vicenda poteva svolgersi interamente in ambiente statunitense, all’interno di una grande azienda o di un’istituzione federale, senza che ci fosse bisogno di tirare in ballo la “guerra al terrore”.</p>
<p>La seconda cosa che mi ha colpito del film è l’esibizione della tortura perpetrata da agenti della CIA contro prigionieri arabi. È singolare che tutti i detrattori di questo film abbiano sostenuto che, proprio in virtù delle scene dedicate alla tortura, la Bigelow appoggi, legittimi, contribuisca a normalizzare l’uso della tortura come mezzo efficace per ottenere la sconfitta del nemico. Sul <i>Guardian</i>, il quotidiano britannico indipendente, è avvenuto un acceso dibattito sul film, incentrato proprio sula questione della tortura. Dico subito che io considero le lunghe scene di tortura del film ciò che lo salva, ciò che non fa quadrare i conti e ciò che, in definitiva, mostra un versante della mentalità statunitense più avanzata di quella europea. Il mostrare con efficace realismo pratiche di tortura significa fuoriuscire dalla politica dell’<i>eufemismo</i>, che ha governato e tutt’ora governa non solo la propaganda politica nella sua legittimazione della guerra, ma anche l’infinito commento mediatico <i>embedded</i>. Ma più in generale significa avallare la denuncia <i>giornalistica</i>, tutta il portato delle inchieste scomode e coraggiose che hanno puntato il dito sulle pratiche di tortura realizzate sotto la presidenza Bush e diventate, in seguito, sempre meno difendibili sotto una presidenza democratica e con un presidente, per di più, Nobel per la pace. È il cinema <i>commerciale</i> che nel mondo odierno sancisce la definitiva realtà di ciò che il giornalismo <i>impegnato</i> ha in precedenza denunciato. I ruoli sono invertiti: è ormai la finzione che certifica ciò che il <i>reportage</i> ipotizza. Per questo non è irrilevante che un film a diffusione mondiale racconti come la tortura sia stata sotto la presidenza Bush una pratica ordinaria e sancita politicamente.</p>
<p>Žižek ha scritto sul <i>Guardian</i> il 25 gennaio un articolo intitolato:<b> </b><i>Zero <a href="http://www.guardian.co.uk/commentisfree/2013/jan/25/zero-dark-thirty-normalises-torture-unjustifiable">Dark Thirty: Holliwood’s gift to American Power</a></i>. Anche al centro della sua riflessione vi è l’esibizione cinematografica della tortura. La conclusione di Žižek è la seguente: “Per ciò che riguarda l’argomento “realista”: la tortura è sempre esistita, allora non è meglio alla fine parlarne pubblicamente? Questo è, precisamente, il problema. Se la tortura è sempre stata praticata, perché quelli al potere ora ce ne stanno parlando apertamente? C’è una sola risposta: per normalizzarla, per abbassare i nostri criteri etici”. La tesi complottista di Žižek è alquanto strana se si pensa che nel film è proprio l’avvento della presidenza Obama a limitare l’uso di queste pratiche, e ciò corrisponde per altro a una circostanza reale: nel 2009 Obama introdusse come procedimento per gli interrogatori dei prigionieri l’<a href="http://www.humanrightsfirst.org/our-work/law-and-security/torture-and-accountability/appendix-m-of-the-army-field-manual/further-reading/"><em>US Army Field Manual</em> <i>on Interrogation</i></a>, che pur non eliminando del tutto la possibilità di abusi, escludeva chiaramente tecniche d’interrogatorio come il <i>waterboarding</i>. Ma la critica più pertinente nei confronti della tesi di Žižek viene da un regista, che non si può considerare di simpatie guerrafondaie: Michael Moore. In un post su Facebook, Moore ha difeso apertamente il film della Bigelow, sostenendo che esso non può che rendere odiosa la tortura. In sintesi Moore dice: non bisogna accettare nemmeno per un attimo i termini del discorso posti dagli avversari, che vorrebbero discutere sull’efficacia o meno della tortura. L’unica domanda pertinente è quella che si chiede se la tortura sia giusta o sbagliata. “E, dopo aver visto il comportamento brutale degli agenti CIA per i primi 45 minuti del film, non posso credere che qualsiasi persona con una coscienza finisca per sostenere che questo è moralmente giusto. Voi sarete disgustati da queste scene di tortura, perché ciò è stato fatto in vostro nome e con i soldi delle vostre tasse. Noi lo abbiamo finanziato.”</p>
<p>Il gigionesco Moore, militante fracassone, si mostra ben più sottile del neolacaniano Žižek. Moore fondamentalmente crede che esista una forza intrinseca nel linguaggio cinematografico, e che questa forza trascenda i confini di ogni esplicita argomentazione di tipo discorsivo, fosse pure orientata a giustificare l’uso della tortura. Non solo sostiene, questo, ma crede anche, per una sorta di democratica fiducia negli esseri umani, che le persone non siano generalmente prive di una base etica, e che questa base etica, per implicita che sia, difficilmente può restare indifferente alla <i>vista</i> di un torturatore alle prese con la sua vittima.</p>
<p>La questione sollevata da Moore nei confronti del film della Bigelow è la medesima che sollevai io all’uscita del film <i>Diaz</i> di Daniele Vicari (<a href="https://www.nazioneindiana.com/2012/05/03/diaz-il-film-e-le-polemiche/">proprio su NI</a>). Le accuse più forti nei confronti di <i>Diaz</i> venivano da quei compagni che sostenevano <i>Diaz</i> non fosse un film di denuncia, e che mostrare la violenza gratuita delle forze dell’ordine in sé non significava nulla, perché non era esplicita tutta l’analisi del contesto politico delle giornate di Genova. Io credo che qui, come nel caso della Bigelow, ci sia non tanto un errore ideologico, ma un errore cognitivo, ed esso riguarda una sottostima della specificità dei linguaggi artistici in senso lato, che siano cinematografici, plastici o letterari. Ed è strano che questo errore venga spesso da gente che appartiene alla sinistra. Sono stati proprio dei grandi critici marxisti che ci hanno permesso di leggere Balzac e Baudelaire, ad esempio, come degli implacabili e lucidissimi pittori del capitalismo ottocentesco, ben al di là delle opinioni politiche che essi proclamavano apertamente. Ma a questo errore cognitivo si aggiunge, a mio parere, una concezione particolarmente pessimista nei confronti dell’essere umano. Infatti, portando alle logiche conseguenze il discorso di Žižek, l’unico spettatore buono è uno spettatore che deve venir esplicitamente indottrinato. Non è sufficiente che ad esso si mostri l’osceno e disgustoso teatro della tortura, o del massacro gratuito, come in <i>Diaz</i>. Si ritiene, infatti, che lo spettatore medio sia fascista per costituzione, o comunque sia privo di struttura etica, ed è dunque il cineasta che lo deve educare per benino, con grandi <i>smile </i>che annuiscano o disapprovino, a seconda del tenore delle scene.</p>
<p>Quali che siano i convincimenti personali della Bigelow, o le sue esplicite intenzioni, c’è un dettaglio capitale che ha inserito nelle scene di tortura del terrorista islamico. Un dettaglio che non lascia adito a dubbi sull’intento di normalizzare o meno l’uso della tortura. Al prigioniero viene fatto indossare un collare chiodato, che è la terminazione di un lungo guinzaglio per cani. Questo dettaglio rientra perfettamente nella lucida analisi che Primo Levi fa nel capitolo quinto dei <i>Sommersi e salvati</i> dedicato alla “violenza inutile”. Nel contesto dell’interrogatorio, quel guinzaglio <i>non serve a niente</i>. Esso non produce nessuna violenza diretta sul prigioniero. Non è uno strumento di pressione, per barbaro che sia, finalizzato a estorcere delle informazioni. Il guinzaglio e il suo collare sono il <i>plus-valore</i> della tortura istituzionalizzata: sono il premio personale fuori busta paga, il godimento privato fuori dal ruolo, dei torturatori. Ma questo ci dice ben prima di ogni dibattito sulle statistiche di successo o insuccesso, che la tortura non è mai <i>strumentale</i>. La sua pratica si è posta da sempre su un terreno così lontano dall’umano, dai sui limiti, che essa non può possedere contorni definiti, che non siano quelli dell’arbitrario e infondato godimento del carnefice.</p>
<p><i>Zero Dark Thirty</i> rimane, nonostante queste riflessioni sull’esibizione della tortura, un film mostruoso, mostruoso per la sua incapacità di includere, esplorare, sondare l’umanità del nemico, dell’altro da sé. Ciò nonostante mostra la vitalità del cinema statunitense, anche di quello hollywoodiano. E mostra forse una capacità degli Stati Uniti di misurarsi con le proprie enormi contraddizioni in modo più vitale di quanto riesca a fare l’Europa. In Francia, la diffusione della <i>Battaglia di Algeri</i> di Gillo Pontecorvo del 1966 fu proibita fino al 1971. In Italia, come ricorda <a href="http://www.storicamente.org/06_dibattiti/jedlowski_colonialismo.htm">qui Paolo Jedlowski</a>, <em>The Lion of the Desert</em>, un film a diffusione internazionale del 1981 è stato <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Il_leone_del_deserto">censurato in Italia</a> fino al 2009. Il film raccontava episodi della resistenza libica contro le truppe coloniali fasciste dirette da Rodolfo Graziani. Quanto al film <i>Diaz</i>, è uscito undici anni dopo i fatti che ricostruisce. (In pratica la memoria pubblica italiana, nel migliore dei casi, ha i tempi della Cassazione.)</p>
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		<title>Se usi i creative commons Amazon ti censura</title>
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		<pubDate>Fri, 06 Jul 2012 11:47:39 +0000</pubDate>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><em><img loading="lazy" decoding="async" class="alignleft size-medium wp-image-42933" title="obey-carpenter" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2012/07/obey-carpenter-300x168.jpg" alt="" width="300" height="168" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2012/07/obey-carpenter-300x168.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2012/07/obey-carpenter-1024x576.jpg 1024w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2012/07/obey-carpenter.jpg 1920w" sizes="auto, (max-width: 300px) 100vw, 300px" />Riporto dal sito di <a href="http://www.quintadicopertina.com/index.php?option=com_content&amp;view=article&amp;id=207:se-usi-i-creative-commons-amazon-ti-censura&amp;catid=50:il-blog&amp;Itemid=68" target="_blank">Quintadicopertina</a>, il partner di <a href="http://www.alfabeta2.it" target="_blank">alfabeta2</a> per l&#8217;edizione digitale in ebook. Amazon gli ha chiuso l&#8217;account di vendita, con una decisione grottesca e inaccettabile che mi auguro Amazon ritiri immediatamente, rispondendo pubblicamente dell&#8217;accaduto &#8211;  Jan Reister.</em></p>
<p>Questa mattina l&#8217;account di <a href="http://www.quintadicopertina.com/index.php?option=com_content&amp;view=article&amp;id=207:se-usi-i-creative-commons-amazon-ti-censura&amp;catid=50:il-blog&amp;Itemid=68" target="_blank">Quintadicopertina</a> su Amazon è stato bloccato. <strong>Una censura decisa unilateralmente da Amazon</strong>: non possiamo aggiungere ebook, vedere lo stato delle vendite né altro. Una mail da Amazon ci avverte che il blocco è dovuto a violazioni del copyright che Quintadicopertina avrebbe fatto pubblicando materiale che si trova liberamente in rete. Nello specifico Quintadicopertina avrebbe pubblicato un numero di alfabeta2 all&#8217;interno del quale si trovano  contenuti liberamente leggibili in rete.</p>
<p>Dove si trovano questi contenuti &#8220;liberamente leggibili in rete&#8221;? La mail di Amazon non lo dice, ma noi lo sappiamo. Si trovano nel sito di <a href="http://www.alfabeta2.it" target="_blank">alfabeta2</a> che essendo, a differenza di Amazon, un progetto principalmente culturale e non commerciale, spesso e volentieri mette gratuitamente on-line parti della rivista per chi non volesse o potesse comperarla ma volesse comunque partecipare alle discussioni sui temi di cui si parla all&#8217;interno della rivista. A questo Amazon non sta bene, <strong>con buona pace dell&#8217;open content</strong>.</p>
<p>Ma c&#8217;è un altro punto importante che riguarda l&#8217;ennesima censura della major di distribuzione nei confronti degli editori, cito:</p>
<blockquote><p>&#8220;Please be advised that we won’t accept content that is freely available on the web unless you are the exclusive copyright owner of that content. For example, if your content comes from a source that allows you and others to re-distribute it, and that content is freely available on the web, we won’t accept it and make it available for sale in the Kindle store.&#8221;</p></blockquote>
<p>Leggete bene: quella frase significa &#8220;niente creative commons&#8221;. Un giornalista scrive un articolo e lo mette on-line con CC che permettono il riutilizzo anche commerciale? Scordatevi di poterlo inserire in un vostro ebook assieme ad altri articoli. Quel solo articolo farebbe sì che Amazon censuri il vostro testo, bloccandovi ogni operazione fino alla rimozione dell&#8217;ebook. <strong>Scordatevi ogni operazione di scrittura collettiva, di traduzione, di lavoro editoriale basata su materiali prodotti in creative commons</strong>.</p>
<p>Di fronte al grande entusiasmo per l&#8217;arrivo di questo soggetti trasversali a cui gli editori svendono libertà sempre più importanti nella gestione di materiali culturali, dal prezzo di copertina (deciso da Apple per tutti gli editori italiani) alla scelta dei materiali che possono o non possono essere inseriti in un ebook, come avviene oggi con Amazon: lanciamo un allarme.</p>
<p>Originale su <a href="http://www.quintadicopertina.com/index.php?option=com_content&amp;view=article&amp;id=207:se-usi-i-creative-commons-amazon-ti-censura&amp;catid=50:il-blog&amp;Itemid=68" target="_blank">Quintadicopertina</a>. Anche su <a href="http://www.alfabeta2.it/2012/07/06/amazon-censura-gli-ebook-di-alfabeta2/" target="_blank">alfabeta2</a>. Immagine di <a href="http://3oneseven.com/18/obey-carpenter/" target="_blank">milo</a></p>
<p><strong>Aggiornamento 10/7/2012</strong>: l&#8217;account di Quintadicopertina è stato riattivato da Amazon.</p>
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		<title>Sul concetto di Volto nel figlio di Dio</title>
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		<pubDate>Mon, 23 Jan 2012 11:00:31 +0000</pubDate>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/2012/01/23/sul-concetto-di-volto-nel-figlio-di-dio/romeo-castellucci-sul-concetto-di-volto-nel-figlio-di-dio-ph-klaus-lefebvre/" rel="attachment wp-att-41460"><img loading="lazy" decoding="async" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2012/01/romeo-castellucci-sul-concetto-di-volto-nel-figlio-di-dio-ph-klaus-lefebvre-197x300.jpg" alt="" title="romeo-castellucci-sul-concetto-di-volto-nel-figlio-di-dio-ph-klaus-lefebvre" width="297" height="400" class="aligncenter size-medium wp-image-41460" /></a></p>
<p>di <strong>Massimo Marino</strong>, <strong>Oliviero Ponte di Pino</strong> e <strong>Attilio Scarpellini</strong></p>
<p>Lo spettacolo di Castellucci deve andare in scena. <strong>Un appello</strong></p>
<p>I “se” e i “ma” su uno spettacolo o su un’opera d’arte sono materia del dibattito critico o delle sempre legittime reazioni del pubblico. Ma quando la censura preventiva prende il posto del dissenso e diviene intimidazione, non è più questione di questa o quella interpretazione, è la libertà stessa di interpretare che viene messa in pericolo. E’ quanto sta accadendo con lo spettacolo di Romeo Castellucci “Sul concetto di Volto nel figlio di Dio” in programmazione al Teatro Franco Parenti di Milano: un’orchestrata campagna di minacce e di anatemi lo ha preceduto nel tentativo, sfacciatamente dichiarato, di non farlo andare in scena. Di fronte allo sconfortante avanspettacolo dell’intolleranza che si traveste da diritto di critica e dell’intimidazione che si richiama alla libertà di parola, pensiamo di non potere e di non dovere restare indifferenti. Tanto meno indifferenti nel momento in cui l’offensiva integralista contro lo spettacolo ha rivelato la sua vera natura investendo la persona della direttrice del Franco Parenti André Ruth Shammah  con le espressioni dell’antisemitismo più classico ed abietto.  Non si tratta di scegliere tra chi dice di aver scritto il suo spettacolo come una preghiera e chi, senza averlo visto, lo accusa di essere blasfemo (due cose che in molte opere d’arte del novecento si sono spesso confuse senza che questo generasse guerre di religione). Si tratta semplicemente di garantire a Romeo Castellucci la prima ed essenziale libertà di ogni arte e di ogni artista: quella di essere compreso o frainteso con cognizione di causa, di essere giudicato secondo la sua opera e non secondo il pregiudizio di un manipolo di fondamentalisti che agita la fede in Cristo come una clava identitaria. Chiediamo ai cittadini, agli intellettuali, agli artisti e a chiunque consideri la libertà dell’espressione artistica un cardine irrinunciabile della nostra esistenza civile, di non lasciare Romeo Castellucci e la sua opera nel cerchio di solitudine che l’alleanza tra il fanatismo di pochi e la reticenza di molti rischia di creargli attorno. “Sul concetto di Volto nel figlio di Dio” deve andare in scena.</p>
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		<title>La notte delle biblioteche</title>
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		<pubDate>Thu, 27 Oct 2011 06:00:04 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[[A fronte dei pesanti tagli alle biblioteche e dopo gli avvenimenti dell&#8217;11 ottobre, quando un&#8217;assemblea convocata nella Biblioteca centrale nazionale di Roma è stata impedita da agenti di polizia in tenuta antisommossa, l&#8217;Associazione Italiana Biblioteche, insieme ad altre realtà, ha deciso di promuovere l&#8217;appello che viene riportato di seguito. Nazione Indiana sostiene questo appello e [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p align="center"><a title="Come in to the Booth.  Asks Questions About Your Libraries. di New York Public Library, su Flickr" href="http://www.flickr.com/photos/nypl/3110117432/"><img decoding="async" class="alignnone" src="http://farm4.static.flickr.com/3270/3110117432_851a2af9c9.jpg" alt="Come in to the Booth.  Asks Questions About Your Libraries." width="350" /></a></p>
<p>[<em>A fronte dei pesanti tagli alle biblioteche e dopo gli avvenimenti dell&#8217;11 ottobre, quando un&#8217;assemblea convocata nella Biblioteca centrale nazionale di Roma è stata impedita da agenti di polizia in tenuta antisommossa, l&#8217;Associazione Italiana Biblioteche, insieme ad altre realtà, ha deciso di promuovere l&#8217;appello che viene riportato di seguito. Nazione Indiana sostiene questo appello e invita tutti a firmarlo. <a title="appello dell'aib" href="http://www.aib.it/aib/cen/iniz/in1110.htm" target="_blank">Potete farlo su questa pagina</a></em>]</p>
<p>L&#8217;<a title="aib" href="http://www.aib.it" target="_blank">Associazione Italiana Biblioteche</a>, il <a title="forum del libro" href="http://www.forumdellibro.org/" target="_blank">Forum del Libro</a>, l&#8217;<a title="associazione bianchi bandinelli" href="http://www.bianchibandinelli.it/" target="_blank">Associazione Bianchi Bandinelli</a>, <a title="generazione tq" href="http://www.generazionetq.org/" target="_blank">Generazione TQ</a> e i <a title="presidi del libro" href="http://www.presidi.org/" target="_blank">Presìdi del libro</a>, con il sostegno di <a title="ifla" href="http://www.ifla.org/" target="_blank">IFLA</a> &#8211; International Federation of Library Associations and Institutions, ed <a title="eblida" href="http://www.eblida.org/" target="_blank">EBLIDA</a> &#8211; European Bureau of Library, Information and Documentation Associations, promuovono un appello a tutta la società italiana, per chiedere un&#8217;inversione di rotta che porti maggiore attenzione e maggiori risorse per le biblioteche italiane, prima che sia troppo tardi.<span id="more-40498"></span></p>
<p>Le biblioteche sono un servizio essenziale per la vita culturale, sociale e civile del Paese e rappresentano un presidio di democrazia fondato sulla libertà di espressione e sul confronto delle idee.</p>
<p>Le biblioteche costituiscono un&#8217;infrastruttura della conoscenza che raccoglie, organizza e rende disponibili i prodotti della creatività e dell&#8217;ingegno, fornisce accesso a una pluralità di saperi e di informazioni, agevola l&#8217;attività dei ricercatori e degli studiosi, tutela la memoria culturale della nazione, offre a tutti i cittadini occasioni di crescita personale e culturale, favorisce l&#8217;acquisizione di competenze che possono essere spese nella vita sociale e lavorativa.</p>
<p>In Germania i frequentatori delle biblioteche superano gli spettatori delle partite del campionato di calcio; negli Stati Uniti l&#8217;investimento sulle biblioteche è parte integrante degli interventi governativi per contrastare la crisi economica; in Francia, Gran Bretagna e Spagna le biblioteche nazionali ottengono finanziamenti e dispongono di personale, attrezzature, risorse adeguate a un paese ad economia avanzata.</p>
<p>Mentre in queste nazioni le biblioteche sono considerate servizi indispensabili, da tutelare in quanto bene comune, da promuovere perché grazie ed esse è possibile costruire una coscienza civica fondata sulla centralità della cultura e dell&#8217;istruzione, in Italia, per colpa della crisi economica e di una politica culturale miope, le biblioteche sono allo stremo e hanno bisogno del supporto di tutti coloro che hanno a cuore le sorti della cultura.</p>
<p>Moltissime biblioteche (statali, di ente locale, universitarie, scolastiche, di istituti culturali) hanno subito pesanti tagli ai bilanci e al personale, blocchi all&#8217;aggiornamento delle raccolte e riduzioni all&#8217;orario di apertura, e ciò rende spesso impossibile l&#8217;esercizio delle funzioni più elementari, pregiudicando il diritto dei cittadini alla cultura, all&#8217;istruzione, alla conoscenza, alla condivisione dei valori su cui si è costruita la nostra storia.</p>
<p>Un paese senza biblioteche efficienti è un paese senza memoria e senza futuro. Per ogni biblioteca che chiude, si restringono gli spazi di democrazia e di libertà. Uno Stato che ha paura di discutere i problemi delle biblioteche e della cultura, riducendo la richiesta di dare vita a un dibattito pubblico sul loro ruolo e sulla loro crisi a un problema di ordine pubblico – come è avvenuto <a title="comunicato stampa aib" href="http://www.aib.it/aib/cen/stampa/c1110a.htm" target="_blank">martedì 11 ottobre davanti alla Biblioteca nazionale centrale di Roma</a>, dove cittadini che volevano difendere le biblioteche e valorizzarne la funzione hanno trovato i cancelli sbarrati e sono stati accolti da poliziotti in tenuta antisommossa – è uno Stato che tradisce l&#8217;interesse pubblico, che nega a chi ha a cuore le sorti delle biblioteche persino la possibilità di parlarne.</p>
<p>Roma, 22 ottobre 2011</p>
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		<title>Censure: il passato davanti</title>
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		<dc:creator><![CDATA[gherardo bortolotti]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 02 May 2011 06:32:45 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[allarmi]]></category>
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		<category><![CDATA[biblioteche]]></category>
		<category><![CDATA[censura]]></category>
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		<category><![CDATA[Marshall McLuhan]]></category>
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					<description><![CDATA[Censure: il passato davanti / Giambattista Tirelli [In via sperimentale, Nazione Indiana mette a disposizione questo articolo anche come ebook, nei formati .epub e .mobi (file zip scaricabile qui)] Al mio coraggioso Marco che onora le virtù civiche. Svolgeremo alcune considerazioni motivate innanzitutto dalla volontà di comprendere se per le biblioteche pubbliche si pone, e [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<h2 style="text-align: justify;">Censure: il passato davanti / Giambattista Tirelli</h2>
<p style="text-align: justify; font-size: 80%;">[In via sperimentale, Nazione Indiana mette a disposizione questo articolo anche come <em>ebook</em>, nei formati .epub e .mobi (<a title="articolo in formato .mobi" href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/05/censure_il_passato_davanti_giambattista_tirelli.zip" target="_blank">file zip scaricabile qui</a>)]</p>
<p style="text-align: right;"><em>Al mio coraggioso Marco che onora le virtù civiche.</em></p>
<p style="text-align: justify;">Svolgeremo alcune considerazioni motivate innanzitutto dalla volontà di comprendere se per le biblioteche pubbliche si pone, e in quali termini, una questione <em>censura</em>, la cui pericolosità potrebbe derivare dal suo svilupparsi <em>nelle cose</em>: da un’insufficiente comprensione della natura degli interessi che la ripropongono, nonché dalla mancata percezione dei possibili approdi cui potrebbero condurre le tecnologie della comunicazione istantanea globalizzata.</p>
<p style="text-align: justify;">Proveremo ad attualizzare qualche categoria analitica ampiamente utilizzata dagli storici che si sono occupati di censura libraria. Speriamo che lo sforzo di mantenere agganciati, entro un continuo argomentativo, passato e presente e futuro, non offra il fianco a fondate critiche di anacronismo.<span id="more-38915"></span></p>
<h3 style="text-align: justify;">1. “Con le stesse sinistre operazioni”</h3>
<p style="text-align: justify;">Un apprezzabile e essenziale lavoro di Mario Infelise, dedicato a evidenziare ragioni e forme della plurisecolare censura libraria, si conclude avanzando considerazioni che possono ben fungere da sostanziale asse metodologico di altri ragionamenti tesi a mettere in luce tanto le variabili quanto le costanti politiche e culturali che hanno motivato e motivano l’intervento delle forze dominanti &#8211; del <em>potere</em> – nei processi di comunicazione sociale al fine di influire su dinamiche e esiti della formazione intellettuale e morale dei governati, o per dirlo altrimenti, dell’opinione pubblica e quindi sugli orientamenti collettivi cruciali per il consenso ai governanti (considerati non solo sotto il profilo istituzionale).</p>
<p style="text-align: justify;">Va accolto l’invito a evitare valutazioni semplicistiche, e in ultima analisi cieche, ricorrenti a schemi interpretativi manichei, dove si confrontano in secca contrapposizione il bene e il male, l’oppressione e la libertà; dove si sottovalutano le questioni che fondano le legislazioni, o si dimenticano le sinergie del punire giuridicizzato col sorvegliare del conformismo sociale, delle intolleranze ideologiche (secolari e religiose) a danno delle minoranze ritenute devianti.<a name="testo1" href="#nota1"><sup>1</sup></a></p>
<p style="text-align: justify;">Ben sappiamo che non è storicamente data governabilità equiparabile alla pura coercizione. Sempre si esprime, invece, tramite una miscela di costrizioni e persuasioni assai variamente dosate, condizionata dalla natura dei poteri vigenti e dalla loro articolazione più o meno complessa, nonché dall’efficacia delle autonome forze imperative. Non è riscontrabile censura che non sia affiancata da interventi positivi – compresi compromessi e studiate passività – a sostegno dell’ortodossia, o comunque utili a depotenziare gli antagonismi. Proprio così allora: “non è possibile definire una volta per tutte il quadro entro il quale la libertà di espressione può essere esercitata poiché esso tende a configurarsi in maniera sempre nuova, a seconda dell’evolversi delle tecnologie dell’informazione, in funzione dei sistemi istituzionali e di esigenze di carattere sociale”,<a name="testo2" href="#nota2"><sup>2</sup></a> dove le componenti economiche sono sempre presenti e rilevanti.</p>
<p style="text-align: justify;">Sospettiamo tuttavia che cogliere come “spesso la repressione si sia manifestata in epoche [diverse e anche] lontane con le stesse sinistre operazioni”<a name="testo3" href="#nota3"><sup>3</sup></a> dia giustificato segno a non pochi sforzi storicizzanti, nel senso di necessitarne le conclusioni: a fronte di radicali cambiamenti, nel tempo, degli strumenti (i <em>media</em>) di diffusione delle idee registrate e quindi delle armi della battaglia culturale, gli aspiranti all’<em>egemonia repressiva</em> hanno messo in campo strategie (e tattiche conseguenti) sempre tese a realizzare un più o meno penetrante controllo, a seconda delle necessità richieste dalle circostanze, della disponibilità materiale e concettuale delle risorse informative rivolte a utilizzatori reali e potenziali. Insomma: che la critica ai novelli fautori della “licenza de’ superiori” possa con pertinenza ricorrere ad antiche obiezioni, forse è indizio di involuzioni conservatrici nella dimensione politico-sociale, più che di una pigrizia metodologica da ascrivere a chi le indaga.</p>
<p style="text-align: justify;">Vorrà pur dire qualcosa &#8211; l’esempio s’impone &#8211; che sia del presente ravvicinato (A. D. 2011, era della <em>rete</em>) la minacciata iniziativa di privare le biblioteche pubbliche del glorioso territorio veneto delle pubblicazioni dovute ad autori sgraditi a personaggi dell’amministrazione locale.</p>
<p style="text-align: justify;">La vicenda risulta tanto più preoccupante quanto più i suoi promotori sembra non ne colgano l’enormità, le implicazioni eversive rispetto alle logiche democratiche generali. Dalla stampa locale veneziana si apprende infatti che l’assessore regionale all’istruzione ribatte all’accusa di illiberalità rivendicando la liceità del proprio autonominarsi gestore della “censura morale”, e pure del dare “un indirizzo politico” a insegnanti e bibliotecari affinché non diffondano i libri di autori nemmeno giudicati per le loro opere, ma in ragione delle opinioni manifestate relativamente a un fatto politico-giudiziario specifico.<a name="testo4" href="#nota4"><sup>4</sup></a></p>
<p style="text-align: justify;">L’imperdonabile colpa dei reprobi è la stessa contestata dai coscritti romani &#8211; era il 25 d.C. &#8211; a Cremuzio Cordo, ossia di non aver chiamato anch’essi <em>bandito</em> chi ritenuto per diffusa opinione tale.</p>
<p style="text-align: justify;">Lo storico accadimento è proprio Mario Infelise a ricordarcelo,<a name="testo5" href="#nota5"><sup>5</sup></a> a proposito di origini della censura, citando il Tacito degli Annali, dove racconta che il nostalgico delle virtù repubblicane Cremuzio, certo della condanna, “uscì dal senato e si lasciò morire di fame. I senatori decretarono il rogo, per mano degli edili, dei suoi libri; ma sopravvissero, prima nascosti e poi divulgati.”<a name="testo6" href="#nota6"><sup>6</sup></a></p>
<p style="text-align: justify;">Bisogna qui sottolineare che l’auspicio dei nostri contemporanei insipienti veneti (tridentini espurgatori <em>ad honorem</em>) sarebbe di rendere indisponibili ai cittadini documenti già accessibili, cioè eliminarli funzionalmente: ancora roghi di fatto.</p>
<p style="text-align: justify;">Distruzione e occultamento dei libri sono azioni analoghe per scopo e risultato; almeno finché la segregazione è efficace e dà, a chi la mette in atto, l’accesso esclusivo ai supporti documentari in termini di consultazione e studio. Si pensi all’organizzazione delle biblioteche impiegate nella battaglia controriformista. Spesso previdero la realizzazione di ricetti <em>segreti</em> destinati a ospitare i libri proibiti ai fedeli, ma non ai custodi dell’ortodossia dottrinaria e perciò documentaria. L’obbiettivo, naturalmente, era il non impedirsi la conoscenza degli avversari necessaria a meglio contrastarli. Inscindibile conoscenza bibliografica e di contenuti.<a name="testo7" href="#nota7"><sup>7</sup></a></p>
<p style="text-align: justify;">È evidente il prioritario scopo della censura applicata alla biblioteca: definire il profilo culturale &#8211; filosofico, scientifico, letterario – della raccolta e determinare così le condizioni della sua reale disponibilità (pubblicità).<a name="testo8" href="#nota8"><sup>8</sup></a></p>
<p style="text-align: justify;">L’episodio che vede affannarsi mediocri protagonisti risulta paradigmatico della variegata fenomenologia censoria prima tratteggiata, nella quale sembra ineluttabile che gli intolleranti riescano “solo a provocare disonore a sé e notorietà alle loro vittime.”<a name="testo9" href="#nota9"><sup>9</sup></a></p>
<p style="text-align: justify;">A noi immersi nei flussi gratuiti della comunicazione di massa è familiare l’effetto pubblicitario indotto dalle pressioni proibizioniste in generale, e in particolare da quelle esercitate in campo culturale. Per l’ostracismo librario la cosa è ampiamente provata e documentata (anche nelle carte dell’Inquisizione) per ogni tempo e luogo.</p>
<p style="text-align: justify;">Ma a fronte delle dure repliche della realtà, le Chiese e gli Stati dovettero compiere una progressiva conversione strategica delle pratiche censorie e puntare più sulla risposta culturale che sulla non risolutiva azione repressiva preventiva. La Chiesa cattolica, in particolare, non lesinò i mezzi tipografici e le risorse intellettuali necessari a dispiegare in tale chiave una controffensiva che divenne permanente: inaugurata per contrastare la Riforma, si prolungò prima contro i Lumi e poi &#8211; ancora si manifesta &#8211; in antagonismo alle varie declinazioni della laicità (spesso tacciate di laicismo).</p>
<p style="text-align: justify;">Le pretese di controllo culturale dichiarate dagli aspiranti censori padani presentano rozze caratteristiche da rimarcare: l’apparente inconsapevolezza intorno alla irrealizzabilità pratica dei limitati obiettivi prospettati &#8211; interdizione in una <em>Provincia sola</em> &#8211; dovuta innanzitutto alla molteplicità dei canali di comunicazione alternativi; la mancata promozione di <em>buoni maestri</em>. Si tratta, ci sembra, di eclatanti prove del fatto che si sentono impegnati non in una contesa per far prevalere autonome letture della realtà, ma solo a impedire l’espressione di quelle giudicate avverse; non nella controversia delle idee, ma nell’eliminazione dei termini di confronto.</p>
<p style="text-align: justify;">Con la miltoniana Areopagitica possiamo ripetere che la loro proposta censoria non può “sottrarsi al novero dei tentativi inutili e vani. E chi avesse voglia di scherzare non potrebbe fare a meno di paragonarla alla trovata di quel bell’ingegno che pensò d’imprigionare le cornacchie chiudendo il cancello del parco”;<a name="testo10" href="#nota10"><sup>10</sup></a> eppoi ribadire che “la migliore e più ferma soppressione del falso ne è la confutazione.”<a name="testo11" href="#nota11"><sup>11</sup></a></p>
<p style="text-align: justify;">Altri costruttori del consenso sociale, assai più avvertiti, sanno invece quali siano le leve su cui agire per stare nella partita per l’egemonia. Sì, non si può evitare di <em>buttarla in politica</em>.</p>
<p style="text-align: justify;">Sia però prima concesso rammentare che la nemesi della censura brandita da chi fu censurato è di antica data e sempre palesa le incoerenze degli immemori delle ingiustizie patite. Ancora John Milton non sbagliava, a metà Seicento, a cogliere la gigantesca contraddizione insita nelle misure di controllo preventivo della stampa disposte dai <em>riformati</em>, nonostante rivendicasse orgogliosamente d’esserne parte. Il poeta denunciava, con precoce sensibilità, un sopruso non nuovo e destinato a perpetuarsi nei secoli, fino a manifestarsi negli autentici tradimenti consumati da sedicenti epigoni del pensiero liberaldemocratico, dunque anche <em>sub specie</em> Popolo della libertà.</p>
<h3 style="text-align: justify;">2. Privatizzatori di risorse strategiche</h3>
<p style="text-align: justify;">Le grandi linee dell’effettuale e formale mutamento costituzionale cui ambisce la destra italiana, e persegue con aperta determinazione e qualche risultato, rivelano il disegno di spostare decisamente gli equilibri dei poteri a favore dell’esecutivo,<a name="testo12" href="#nota12"><sup>12</sup></a> appropriarsi dei principali spazi di iniziativa legislativa e piegare a domestiche priorità l’azione della magistratura.</p>
<p style="text-align: justify;">Fulcro dell’autentico rivoluzionamento istituzionale è la frantumazione degli interessi per agevolare la preminenza delle alleanze che derivano potere dalla forza economica e dalla collocazione strategica nelle sedi dove si prendono le fondamentali decisioni sistemiche.</p>
<p style="text-align: justify;">Sia a livello sociale che culturale lo scenario prevede il trionfo dei cosiddetti gruppi forti, rinvigoriti dal vantaggio di competere con concorrenti polverizzati (presupposto per evoluzioni oligopolistiche sovranazionali) e dall’estenuazione dall’immateriale condizionamento che promana dal comune sentire.</p>
<p style="text-align: justify;">La governabilità del processo necessita di una riunificazione in larga parte ideologica della rappresentanza sociale, anche cementata da un individualismo alimentato dal rapporto diretto con l’individualità mitica di un capo.</p>
<p style="text-align: justify;">L’accreditamento della specialità individuale del <em>leader</em> è fattore della lotta per il consenso, necessariamente combattuta con le armi di persuasione collettiva e in primo luogo con i media di massa, nei quali la televisione ha ruolo cruciale.</p>
<p style="text-align: justify;">La linea scelta dalla destra governante, un ipotetico leniniano-mcluhaniano potrebbe riassumerla con la formula “Esecutivizzazione + mediasettizzazione”.</p>
<p style="text-align: justify;">Non c’è populismo senza quota di popolo abbagliato. E ben si badi: l’estensione sufficiente di questo segmento sociale sedato è, almeno nelle cosiddette democrazie rappresentative, quella che consente la vittoria elettorale; dunque una frazione non necessariamente grande di cittadini, il cui peso può essere reso più determinante attraverso i meccanismi elettorali che premiano la maggioranza relativa.</p>
<p style="text-align: justify;">Il dividere per imperare è tattica sempre produttiva e mentre cerca di strutturare assetti neocorporativi, parallelamente destruttura gli istituti del pubblico interesse per creare i presupposti oggettivi della loro delegittimazione.<br />
La marginalizzazione del ruolo pubblico, in economia e nei processi educativi, attraverso la parcellizzazione degli interessi e della loro rappresentazione istituzionale, è la sostanza essenziale delle politiche di appropriazione privata della produzione sociale. Il loro inesorabile esito, ripetiamolo, è il trionfo dei soggetti forti, cioè un riassetto strutturale oligopolistico. Esempio clamoroso, leggibile quale esperimento di laboratorio, lo si è avuto con la riconversione postcomunista dell’ex Unione Sovietica. Lì l’inversione dell’economia si è appoggiata all’irresistibile azione dello Stato forgiato dal socialismo reale: interessi privati prima <em>creati</em> a tavolino e poi garantiti dalla cogenza della nuova legalità. In altri termini: utilizzare la forza autoritativa statale in direzione autolimitativa per aprire spazi ai processi di privativizzazione e in siffatto modo costituzionalizzarli a posteriori; fare acquisire a nuovi ceti, in una partita truccata, forza regolatrice (censoria) poco avversabile perché incorporata nei meccanismi di costruzione e espressione della rappresentanza politica. L’ordinario si fa costituzionale.</p>
<p style="text-align: justify;">Anche i nostri privatizzatori di risorse strategiche sembra agiscano secondo logiche orientali,<a name="testo13" href="#nota13"><sup>13</sup></a> certo adeguandole a uno scenario dove complessa è l’articolazione dei poteri e degli interessi consolidati, e dove la statualità forte affidata al primato dell’esecutivo (declinazione della statualità di parte, privatizzata) è in costruzione ma fortemente contrastata: proprio strani questi predicatori liberali che razzolano come neogiacobini (autoinvestiti della rappresentanza integrale del popolo sovrano).<a name="testo14" href="#nota14"><sup>14</sup></a></p>
<p style="text-align: justify;">La privatizzazione forzata &#8211; garantita dallo Stato &#8211; non può sopportare riaggregazioni intorno a un ampio “per sé” proteso a raggiungere lo sbocco politico generale. Di qui la perseveranza con cui la destra lavora a minare le basi socioculturali favorevoli alla formazione di siffatta sintesi, a inaridire dunque il terreno da cui potrebbe trarre alimento. Ecco la contrazione degli spazi d’iniziativa economica pubblica di qualche rilevanza; la balcanizzazione della scuola e dei riferimenti pedagogici, con il lento e inesorabile ridimensionamento di quella statale (infatti la si vuole piegare alle convenienze delle imprese &#8211; necessariamente di breve periodo, vista la rapidità del mutamento del globale quadro economico in cui competono &#8211; utilizzando motivazioni derisorie degli studi interdisciplinari d’impianto umanistico). Di qui l’attacco all’unità sindacale dei lavoratori imperniato sulla promozione della contrattazione individuale; la diminuzione fino all’insignificanza del contributo pubblico a sostegno ai progetti culturali senza finalità di lucro, e così marginalizzare le produzioni indipendenti; l’indebolimento fino allo stremo dei canali pubblici di informazione/autoformazione, fra i quali si situano le biblioteche. Non si ipotizzano un altro teatro, un diverso cinema, biblioteche riposizionate, bensì drastici rovesciamenti o liquidazioni di tutto quanto non sia collocabile in sorvegliate dinamiche economiciste.</p>
<p style="text-align: justify;">L’opzione non prevede <em>entrismi</em> ma il più rapido smantellamento possibile degli istituti del pluralismo e di quelli concepiti per realizzare equilibri frutto del libero confronto che concretizza il <em>contratto sociale</em>.</p>
<p style="text-align: justify;">Risultato prevedibile? La moltiplicazione dei conflitti d’interesse conseguente all’esasperata granulare polarizzazione socioculturale.</p>
<p style="text-align: justify;">In tale contesto stanno le biblioteche pubbliche: scandalosamente gratuite, solo indirettamente produttive di ricchezza materiale, e <em>di tutti</em> per vocazione; intrinsecamente avversarie dei particolarismi, sia nella versione dei localismi identitari che degli specialismi strumentali; mezzi della cittadinanza consapevole.</p>
<p style="text-align: justify;">Verso <em>queste</em> biblioteche la censura da attendersi dalle autorità neocorporative è la più radicale: il progressivo indebolimento fino alla consunzione.</p>
<p style="text-align: justify;">Previsioni diverse potrebbero essere giustificate per il futuro di <em>altre</em> biblioteche: pubbliche solo per afferenza istituzionale e campo per ruoli innocui variamente interpretabili (compreso il ritorno a prioritarie funzioni celebrative del campanile).</p>
<p style="text-align: justify;">Ma, qui giunti, è inevitabile interrogarci sul presente che viviamo, il quale suscita l’allarme di Giovanni Solimine fino a denunciare che “di questo passo si va inesorabilmente verso la chiusura.”<a name="testo15" href="#nota15"><sup>15</sup></a></p>
<p style="text-align: justify;">I giochi non sono fatti, almeno finché la lotta politica generale resta aperta a sbocchi alternativi. Anche per questo non sono accettabili ignavie di chi si dice pensieroso per le sorti delle biblioteche pubbliche, né incoerenze teoriche e operative.</p>
<p style="text-align: justify;">I bibliotecari presi dall’<em>economia della biblioteca</em> (come se fosse ambito di una indifferenziata <em>economia della cultura</em>), dalle mirabolanti virtù del mercato, quando non abbiano personali spinte all’innamoramento (comprese le ambizioni accademiche) temiamo non siano immuni dalla subalternità a un pensiero che ha fatto passi da gigante nel lavoro di disseminazione della sfiducia, del disprezzo anzi, verso ogni richiamo all’utilità non immediatamente monetizzabile.</p>
<p style="text-align: justify;">Eppure la biblioteca pubblica non può lavorare che rivolgendosi a tutti i cittadini, rifacendosi cioè a un canone culturale nemmeno indirettamente specialistico (proprio non orientato all’economicismo) e dunque confermando anch’essa, alla luce dei cambiamenti e dei bisogni generali della società servita, l’apertura privilegiata a ricontestualizzate istanze umanistiche, ch’è come dire democratiche: “non per profitto”.<a name="testo16" href="#nota16"><sup>16</sup></a></p>
<p style="text-align: justify;">Non riteniamo perciò una forzatura polemica interpretare come frutto censorio l’opacità delle biblioteche pubbliche derivata da gestioni non all’altezza della loro missione: pseudoservizi che si autoperpetuano prescindendo dal valore d’uso. Sicché ai bibliotecari incapaci è giustificato imputare la connivenza coi censori in stretta accezione, sotto forma di oggettiva compartecipazione al sistema che questi costruiscono.</p>
<p style="text-align: justify;">Chi combatte le interdizioni può legittimamente appellarsi alla deontologia professionale dei bibliotecari, ma ancor più deve pretendere da essi che la interpretino come dovere di onorare il <em>mestiere</em>.<a name="testo17" href="#nota17"><sup>17</sup></a></p>
<p style="text-align: justify;">Quando poi volgiamo l’attenzione ai titolari istituzionali delle biblioteche &#8211; non di unica casacca &#8211; non di rado li vediamo disinteressati al loro produttivo funzionamento, o addirittura scientemente impegnati a minarne la vitalità.<br />
Si sa della cura rivolta dalle organizzazioni censorie al controllo della vita quotidiana, del loro insinuarsi nell’intimità dei fedeli/sudditi affinché interiorizzassero il timore di inesorabili punizioni per ogni cedimento a tentazioni trasgressive, fra le quali avevano posto significativo le private letture. E particolarmente perniciosa era ritenuta la lettura di autori contemporanei non allineati, giacché il loro intervenire sul presente li faceva percepire come incombenti pericoli per l’ordine costituito e la sua credibilità. Fu così per i <em>philosophes</em> e, guarda caso, lo è per Roberto Saviano in alcune verdi contrade.</p>
<p style="text-align: justify;">Se non stupisce che i dominanti siano assai sensibili a tutto ciò che contribuisce a plasmare i connotati della contemporaneità di cui partecipano, allora ben si spiegano le coazioni a ripetere verificabili nelle interferenze di non isolati amministratori locali nella scelta dei periodici da mettere a disposizione del pubblico nelle biblioteche comunali, e innanzitutto dei quotidiani e dei settimanali. Operazioni immancabilmente aperte dall’invocazione di maggiore pluralismo politico-culturale e altrettanto immancabilmente sfocianti nel suo impoverimento, nella riduzione dell’ampiezza e della varietà dell’offerta informativa.</p>
<p style="text-align: justify;">Deprimenti criteri selettivi del personale impiegato nelle biblioteche pubbliche e tagli dei finanziamenti destinati al loro funzionamento ordinario, non sono tipici dei soli momenti di crisi economica generale; si registrano anche in fasi di relativa prosperità e perlopiù inaugurati decurtando le somme destinate al rinnovamento delle raccolte (scelta coerente di una volontà tesa a prosciugare le fonti della ricchezza ideale).</p>
<h3 style="text-align: justify;">3. “Se mi portano via i neuroni devo stare zitto?”</h3>
<p style="text-align: justify;">La recrudescenza delle iniziative censorie è sempre contestuale all’importanza e all’intensità dei movimenti di antagonismo politico e culturale, ma acuisce parallelamente alla crescita quantitativa e all’efficacia della diffusione degli strumenti di comunicazione che li fanno conoscere. Lo si è visto nella fase di spettacolare dilatazione della produzione libraria dovuta alla stampa tipografica, quando i ceti egemoni si sono trovati a fare i conti con la necessità di controllare gli ampi effetti liberatori dovuti alla nuova tecnologia (<em>miracolosa</em>) presentatasi come radicale rottura delle pratiche artigianali di copiatura manoscritta. Bisogna tuttavia rilevare un dato importante: mentre la sorveglianza della pur ristretta e disseminata produzione calligrafica era sostanzialmente impensabile, la nuova stampa seriale offriva possibilità di controllo dovute al fatto che richiedeva una struttura tecnica e una organizzazione difficilmente occultabili. Solo la moltiplicazione e la diffusione territoriale delle officine di stampa ricostituirono condizioni di obiettiva incontrollabilità della produzione libraria e della sua circolazione: controprova di quanto più la produzione è concentrata, tanto più il suo controllo è facilitato. E si è già potuto constatare che ciò vale anche per la <em>rete</em>, per “Internet bifronte” che “aiuta i dimostranti e difende i regimi”.<a name="testo18" href="#nota18"><sup>18</sup></a></p>
<p style="text-align: justify;">C’è una dialettica <em>centralizzazione produttiva/controllabilità</em> cui è indispensabile porre attenzione. Ne è lontano esempio il rovesciamento funzionale conosciuto da famosissime opere d’informazione bibliografica.<a name="testo19" href="#nota19"><sup>19</sup></a></p>
<p style="text-align: justify;">La circolazione dei documenti stampati è stata favorita anche dall’efficacia dei mezzi di segnalazione al pubblico, cioè dall’incisività informazionale dei repertori bibliografici: di quegli strumenti a lungo definiti “biblioteche”, a loro volta, proprio perché potenti disseminatori di notizie librarie, controllati dalle autorità custodi dell’ortodossia intellettuale e dei costumi.</p>
<p style="text-align: justify;">La <em>biblioteca repertorio</em> quale ideale progetto della raccolta reale insinua riflessioni angoscianti se volgiamo lo sguardo al futuro del controllo delle memorie registrate, del processo documentario di produzione/circolazione/fruizione, alla luce delle vicende del passato.</p>
<p style="text-align: justify;">Pensiamo al ribaltamento di finalità conosciuto dalla <em>Bibliotheca universalis</em> di Konrad Gesner: concepita dall’autore anche per aiutare “la costituzione di biblioteche pubbliche, ‘le sole &#8211; affermava &#8211; in grado di conservare i libri a lunghissima scadenza e, nello stesso tempo, a tenerli a portata di mano per l’uso immediato del lettore’”,<a name="testo20" href="#nota20"><sup>20</sup></a> venne cinicamente e proficuamente utilizzata dai censori cattolici. Nell’appassionato lavoro bibliografico gesneriano, pur ritenendolo eretico, essi trovarono, bell’e pronte, “già accuratamente raggruppate, grazie alla classificazione, le opere filosofiche e teologiche che si volevano inserire nell’Indice dei libri proibiti.”<a name="testo21" href="#nota21"><sup>21</sup></a> E non ci può confortare che a sua volta l’<em>Index</em> cattolico sia spesso servito a facilitare le ricerche (certo assai rischiose) operate dai <em>riformati</em>, oltre che dagli avidi di pagine rese ancor più desiderabili dai divieti di lettura totale o parziale.</p>
<p style="text-align: justify;">L’inquietudine ci prende immaginando che a un attacco censorio incisivo possa essere esposto l’equivalente fisico della universale biblioteca repertorio, ed è accresciuta dall’ambivalente presa d’atto che le tecnologie digitali possono compattare il ciclo della <em>documentalità</em> al punto di far coincidere il momento della produzione dei contenuti con quello della pubblicazione.</p>
<p style="text-align: justify;">Tommaso Giordano, in un lucido recente intervento, ha proposto agli interlocutori di riflettere sull’urgenza di dare soluzione ai problemi che la conservazione di lungo periodo delle memorie registrate deve affrontare passando dal trattamento dei documenti analogici a quello delle risorse digitali. Ha formulato un chiaro quesito: <em>se</em> e <em>come</em> non banali virtù, storicamente accertate, della tradizionale organizzazione conservativa sperimentata in contesto analogico dovranno/potranno venire salvaguardate in ambiente digitale (da considerare in tutta la sua enorme novità e non solo sotto il profilo tecnologico). Egli risponde positivamente e sostiene la necessità di continuare a impegnare, in puntuali pratiche cooperative, molteplici soggetti istituzionali e biblioteche di ogni tipologia, con la consapevole ambizione di “tutelare la diversità culturale e la libertà intellettuale”.<a name="testo22" href="#nota22"><sup>22</sup></a></p>
<p style="text-align: justify;">Il vice direttore della Biblioteca dell’Istituto universitario europeo di Fiesole sembra convinto sia preferibile optare per assetti organizzativi distribuiti, e sia possibile farlo senza perdere i vantaggi che in termini di efficacia ed economie di scala possono venire dall’impiego delle tecnologie elettroniche.</p>
<p style="text-align: justify;">Il quadro così abbozzato è tuttavia osservabile con ulteriori preoccupazioni se pensiamo alle implicazioni antropologico-culturali dei processi di conservazione delle memoria; se li riferiamo alla individuale capacità umana di memorizzare e mantenere l’accesso incondizionato al memorizzato, in altre parole di salvaguardare la sovranità su esso. Si tratta nientemeno dell’orizzonte ove ora si collocano le grandi questioni &#8211; queste sì permanenti &#8211; implicate dalla censura.</p>
<p style="text-align: justify;">Mantengono formidabile forza euristica molti costrutti metaforici mcluhaniani, e rimane intatta l’attualità dell’invito a considerare che “possiamo, se vogliamo, riflettere sulle cose prima di produrle”<a name="testo23" href="#nota23"><sup>23</sup></a>: a farlo in anticipo sui punti di svolta oltre i quali non è più possibile il recupero di margini sufficienti a compiere scelte correttive sostanziali, dove il “<em>medium</em> […] ha il potere di imporre agli incauti i propri presupposti.”<a name="testo24" href="#nota24"><sup>24</sup></a> Infatti la strada su cui già siamo incamminati punta a una meta interpretabile come altro arrivo di tappa sul lungo percorso di esternalizzazione tecnologica della sensorialità umana: amputazione, per sostituirli, di organi non più in grado di svolgere in modo adeguato, per dimensione e velocità, le funzioni richieste dalla dinamica sociale.</p>
<p style="text-align: justify;">Ancora una volta si tratta di surrogare facoltà intellettuali della specie. Di nuovo l’operazione prevede amputazioni degli organi di senso per convertirli in aggeggi (ora elettronici) con ingigantite capacità di stoccaggio e elaborazione. Ma la dolorosità dell’intervento reclama l’anestesia preventiva: narcosi che intorpidisca il corpo e con esso la coscienza di una perdita.</p>
<p style="text-align: justify;">L’astuzia insita nel processo sta nell’avallare l’assunto che non si tratterebbe di vere sottrazioni, giacché quei prolungamenti sarebbero sempre a libera disposizione. Però è lecito sospettare non sia così: avremo a che fare con un miraggio procurato, paragonabile alla sindrome nota in neurologia come dell’<em>arto fantasma</em>.</p>
<p style="text-align: justify;">Resteranno attive nelle teste le aree una volta dedite al controllo delle parti corporee protesizzate. Lì, allucinate, continueranno a percepire segnali in realtà dovuti a un’assenza. Proprio la condizione “di chi è ipnotizzato dal suo proprio essere, amputato ed estensivamente assunto in una nuova forma tecnica.”<a name="testo25" href="#nota25"><sup>25</sup></a> L’effetto è dovuto al marchingegno che ricorre a “una massiva riorganizzazione delle aree topografiche cerebrali [dove] le zone che controllano le parti del corpo rimaste intatte”<a name="testo26" href="#nota26"><sup>26</sup></a> integrano , entro un nuovo equilibrio, quelle ormai senza compiti informativi.</p>
<p style="text-align: justify;">Nulla sembra cambiato, ma tutto lo è: si è ridisegnato “contemporaneamente l’intero campo dei sensi”<a name="testo27" href="#nota27"><sup>27</sup></a>. Come nella testa di Ahab risarcito con un arto d’avorio, ma il cui “corpo dilaniato e l’anima squarciata sanguinarono l’uno nell’altra e, confondendosi, lo fecero impazzire.”<a name="testo28" href="#nota28"><sup>28</sup></a></p>
<p style="text-align: justify;">È ormai qui il tempo del sistema nervoso centrale fuori di noi, dell’intera memoria elaborata posta (migrata/amputata) sul web e da riattivare/rielaborare in <em>streaming</em>. E l’avvento dell’ebook ci sta dentro.</p>
<p style="text-align: justify;">Il dibattito mantenuto nell’orizzonte della <em>rivoluzione materiale del libro</em> è puro diversivo, proprio in senso militare: scaramuccia per distogliere l’attenzione dal fronte dove si combattono le battaglie decisive con in palio la presa sull’encefalo del mondo.</p>
<p style="text-align: justify;">Le armi spianate, per lo più fatte di rassicurante plastica, non sono però caricate a salve. Nei conflitti avviati, o che incombono, non è certo l’acciaio che serve. Si manovrano attrezzi variamente siglati, tipo quanto “concepito per vivere esclusivamente su internet e per dominare [?] la grande nuvola di codici binari che sovrasta le nostre vite moderne”<a name="testo29" href="#nota29"><sup>29</sup></a>: cirri digitali di tessuto cerebrale.</p>
<p style="text-align: justify;">Quel che s’intravede ha poco da spartire coi timori di Ray Bradbury: non le memorie registrate messe al rogo, ma tolte quelle psichiche. E non si tratta di cronaca marziana.</p>
<p style="text-align: justify;">Induce qualche turbamento che proprio nella fase in cui sono venuti meno gli ostacoli materiali per la conservazione ravvicinata di immense risorse documentarie coordinate – impregiudicata la più ampia ed efficiente condivisione &#8211; si ipotizzi di spostare e concentrare le archiviazioni, e i software di elaborazione, in remoto, alla possibile mercé di pochi depositari sovrani (magari uno, onnipotente).</p>
<p style="text-align: justify;">Forse non è peregrina la messa in guardia affinché non ci si debba trovare, stupiti e inermi, a onorare una resa nemmeno trattata; a constatare di avere consegnato sensi e senso “agli interessi commerciali [dominanti], alle manipolazioni di coloro che cercano di trarre profitti prendendo […] i nostri occhi, le orecchie e i nervi [e scoprire che] in realtà non abbiamo più diritti.”<a name="testo30" href="#nota30"><sup>30</sup></a></p>
<p style="text-align: justify;">La chiara visione storica di quali sono stati i fattori organizzativi e istituzionali che hanno messo a rischio mortale la disponibilità delle fonti indispensabili all’esercizio e allo sviluppo della libertà di studio e ricerca e del diritto all’informazione attivo e passivo &#8211; e al contrario di quali ne hanno favorito la difesa e la crescita &#8211; dovrebbe fungere da bussola anche per le scelte strategiche di ristrutturazione del sistema di produzione, conservazione e trasmissione del sapere raccolto con tecnologie digitali.</p>
<p style="text-align: justify;">Crediamo allora sia indispensabile puntare all’assetto multipolare, nel quale sedi operative e fonti trattate abbiano autorità e gradi di ridondanza sufficienti a minimizzare le possibilità di interdizione (proibire) o manipolazione (espurgare) a opera di chiunque. Il suo obiettivo centrale non può che essere l’effettivo libero uso individuale e sociale delle risorse documentarie, a cominciare da quelle cumulate nella lunga era della registrazione analogica.<br />
I problemi pratici da affrontare sono certo complessi, ma la loro soluzione non può ricorrere a scorciatoie tecnicistiche, e ancor meno prescindere da un rigoroso principio direttivo democratico.</p>
<p style="text-align: justify;">Segnaliamo la necessità di uscire dall’equivoco mascherato dal disinvolto uso della formula “possesso/accesso” per sottolineare l’essenzialità del secondo elemento della coppia rispetto alla presunta scarsa rilevanza funzionale del primo; come se la piena disponibilità di una risorsa fosse del tutto indipendente dalla sua effettiva titolarità. No, non è mai stato così. La sottovalutazione è forse stata coperta anche dall’equivoco linguistico, giacché l’accesso non è altro che possesso. La distinzione gravida di conseguenze è tra proprietà e possesso. Alla proprietà si connette il diritto di completa disponibilità delle cose.</p>
<p style="text-align: justify;">L’organizzazione policentrica delle condizioni di conservazione e recupero delle memorie (ovviamente pensiamo alle raccolte pubbliche) dovrebbe basarsi sul mantenimento integrale della sovranità d’uso derivante dalla proprietà. Per le biblioteche le implicazioni di ciò sono manifeste, innanzitutto rispetto agli accordi con partner commerciali per la digitalizzazione e la messa a disposizione delle preesistenze analogiche, e nondimeno per la stesura degli articolati contrattuali d’acquisizione della disponibilità non effimera della produzione documentaria corrente.</p>
<p style="text-align: justify;">Nella contesa lanciata dai tagliatori di teste necessita tenere “conto della sterminata capacità che l’uomo ha di ipnotizzare se stesso fino a perdere la consapevolezza dell’esistente sfida [e] che, per sopravvivere, la forza di volontà è necessaria quanto l’intelligenza”<a name="testo31" href="#nota31"><sup>31</sup></a>, [p.76] giacché questa non si dispiegherà senza che quella l’incalzi.</p>
<p style="text-align: justify;">È il caso &#8211; ecco l’eco gramsciana &#8211; di appellarci a quell’intelligenza avvertita che “oggi […] abbiamo anche bisogno della volontà di essere straordinariamente informati e consapevoli”<a name="testo32" href="#nota32"><sup>32</sup></a> su come e dove si vuole montare la ghigliottina a cui intendono trascinarci.</p>
<p style="text-align: justify;">Ma pure possiamo farci dare voce da un infuriato e lungimirante artista e ripetere con lui: “Ce l’ho con l’energia nera che ci sta sommergendo, con la perdita del pensiero, dell’anima, della consapevolezza. Con i direttori di riviste patinate che si credono giornalisti, con l’omicidio plurimo della cultura, con la delinquenza intellettuale. Perché se mi portano via i risparmi da una banca posso incazzarmi, ma se mi portano via i neuroni devo stare zitto?”<a name="testo33" href="#nota33"><sup>33</sup></a></p>
<p style="text-align: center; margin-top: 10px; margin-bottom: 20px;">* ** *** * *** ** *</p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;"><a name="nota1">[1]</a> Si veda, a riguardo di approcci problematizzanti: La censura nel secolo dei Lumi : una visione internazionale / a cura di Edoardo Tortarolo ; saggi di Patrizia Delpiano … [et al.]. – Torino : UTET libreria, 2011. <a href="#testo1">&uArr;</a></p>
<p style="text-align: justify;"><a name="nota2">[2]</a> I libri proibiti : da Gutenberg all’Encyclopedie / Mario Infelise. &#8211; Roma : Laterza, 1999, p. 123. <a href="#testo2">&uArr;</a></p>
<p style="text-align: justify;"><a name="nota3">[3]</a> Ibidem. <a href="#testo3">&uArr;</a></p>
<p style="text-align: justify;"><a name="nota4">[4]</a> Non diamo ulteriore conto della questione (peraltro assai nota grazie all’eco avuta anche sulla stampa nazionale) per l’ovvio motivo che non può avere qui, da nessun punto di vista, oggettiva importanza. Chi volesse documentarsi veda, nel sito dell’Associazione italiana biblioteche, all’URL: &lt;<a title="AIB" href="http://www.aib.it/aib/cen/stampa/c1101.htm" target="_blank">http://www.aib.it/aib/cen/stampa/c1101.htm</a>&gt; (ultima consultazione 01.05.2011). <a href="#testo4">&uArr;</a></p>
<p style="text-align: justify;"><a name="nota5">[5]</a> I libri proibiti / M. Infelise, cit., p. 3. Anche Luciano Canfora ha in più d’una occasione ricordato l’episodio: Studi di storia della storiografia romana. &#8211; Bari : Edipuglia, 1993, p. 221-239 &#8212; Libro e libertà. &#8211; Roma ; Bari : Laterza, 1994, p. 64-65. <a href="#testo5">&uArr;</a></p>
<p style="text-align: justify;"><a name="nota6">[6]</a> Riscontrabile in qualunque ed. di: Annali / Cornelio Tacito,  Libro IV, 34-35. <a href="#testo6">&uArr;</a></p>
<p style="text-align: justify;"><a name="nota7">[7]</a> Sulla “necessità di conoscere gli scritti dei loro avversari per poterne dare confutazioni argomentate” (p. 41), si veda: Vicende censorie in Inghilterra tra ‘500 e ‘600 / Luigi Balsamo, p. 31-52, in: La censura libraria nell’ Europa del secolo XVI : convegno internazionale di studi, Cividale del Friuli, 9-10 novembre 1995 / a cura di Ugo Rozzo. &#8211; Udine : Forum, 1997. <a href="#testo7">&uArr;</a></p>
<p style="text-align: justify;"><a name="nota8">[8]</a> A proposito di <em>condizioni di disponibilità</em> appaiono esemplari gli ostacoli frapposti dalla Chiesa romana controriformista alla stampa e alla circolazione della Bibbia volgarizzata. Sono illuminanti le ricerche dedicate a questo tema da Gigliola Fragnito: La Bibbia al rogo : la censura ecclesiastica e i volgarizzamenti della Scrittura : 1471-1605. &#8211; Bologna : Il mulino, 1997 &#8212; Proibito capire : la Chiesa e il volgare nella prima età moderna. &#8211; Bologna : Il mulino, 2005. <a href="#testo8">&uArr;</a></p>
<p style="text-align: justify;"><a name="nota9">[9]</a> Annali / Tacito, cit., ibidem. <a href="#testo9">&uArr;</a></p>
<p style="text-align: justify;"><a name="nota10">[10]</a> Rimandiamo a una delle recenti riproposizioni del celeberrimo testo miltoniano: Areopagitica : discorso per la libertà di stampa / John Milton ; introduzione, traduzione, note e apparati di Mariano Gatti e Hilary Gatti. &#8211; Milano : Bompiani, 2002, p. 35. <a href="#testo10">&uArr;</a></p>
<p style="text-align: justify;"><a name="nota11">[11]</a> Ivi, p. 85. <a href="#testo11">&uArr;</a></p>
<p style="text-align: justify;"><a name="nota12">[12]</a> Bisognerà pur dire che non è mancata la corrività dello schieramento opposto, promotore di una profonda revisione dell’Amministrazione locale nel segno dell’ampliamento non bilanciato dei poteri dei sindaci e dei presidenti delle giunte regionali, e dei loro assessori. L’operazione, nobilitata dal richiamo alla “governabilità”, ha dato i frutti che necessariamente produce ogni deriva dirigista che sente come inutile zavorra le procedure del controllo democratico formale e sostanziale. Gli inconsulti furori censori (o apologetici) di qualunque “governatore”, o sindaco, o assessore, sarebbero impensabili entro un quadro normativo dove i loro poteri personali fossero del tutto compatibili con i princìpi di <em>garanzia</em>. <a href="#testo12">&uArr;</a></p>
<p style="text-align: justify;"><a name="nota13">[13]</a> È stato indagato con approccio eccessivamente psicologistico l’evidente trasporto berlusconiano verso le figure di conclamati oligarchi e per Vladimir Putin in primo luogo. <a href="#testo13">&uArr;</a></p>
<p style="text-align: justify;"><a name="nota14">[14]</a> “Come giustamente è stato notato, l’intenzione del contrappeso del giudizio di costituzionalità non è di natura giacobina, ma moderata, in quanto i giacobini non ammettevano contrappesi all’esercizio del potere legislativo e spostavano tutto il discorso sul principio assoluto e non contrastabile del popolo sovrano.” Così a p. 32 di: Costituzionalizzare la censura / Antonio Trampus, p. 3-41, in : La censura nel secolo dei Lumi / a cura di E. Tortarolo, cit. <a href="#testo14">&uArr;</a></p>
<p style="text-align: justify;"><a name="nota15">[15]</a> L’Italia che legge / Giovanni Solimine. &#8211; Roma ; Bari : Laterza, 2010, p. 51. <a href="#testo15">&uArr;</a></p>
<p style="text-align: justify;"><a name="nota16">[16]</a> L’allusione, forse troppo scontata, evoca: Non per profitto : perché le democrazie hanno bisogno della cultura umanistica / Martha C. Nussbaum. – Bologna : Il mulino, 2011. <a href="#testo16">&uArr;</a></p>
<p style="text-align: justify;"><a name="nota17">[17]</a> Cfr.: La censura in biblioteca : ma non c’è l’etica del bibliotecario? / Fausto Rosa. &#8211; <em>AIB Notizie</em>, 2 (2010), p. 4-5. Disponibile anche all’URL: &lt;<a title="AIB" href="http://www.aib.it/aib/editoria/n22/0202.htm3" target="_blank">http://www.aib.it/aib/editoria/n22/0202.htm3</a>&gt; (ultima consultazione 01.05.2011). <a href="#testo17">&uArr;</a></p>
<p style="text-align: justify;"><a name="nota18">[18]</a> La citazione riproduce il titolo dell’articolo di Andreas Whittam-Smith, giornalista del quotidiano inglese The Indipendent, ripreso su L’unità del 7 febbraio 2011. <a href="#testo18">&uArr;</a></p>
<p style="text-align: justify;"><a name="nota19">[19]</a> La nostra mente va alla valenza esemplare dei fondamentali studi dedicati da Luigi Balsamo all’opera di Konrad Gesner e alle opposte fatiche normalizzatrici del gesuita Antonio Possevino. Riviamo ad alcuni suoi magistrali lavori: La bibliografia : storia di una tradizione. &#8211; Firenze : Sansoni, 1984 &#8212; Il canone bibliografico di Konrad Gesner e il concetto di biblioteca pubblica nel Cinquecento, p. 77-95, in: Studi di biblioteconomia e storia del libro in onore di Francesco Barberi / a cura di Giorgio De Gregori e Maria Valenti con la collaborazione di Giovanna Merola. &#8211; Roma : Associazione italiana biblioteche, 1976 &#8212; Antonio Possevino S. I. bibliografo della Controriforma e diffusione della sua opera in area anglicana. &#8211; Firenze : Olschki, 2006. <a href="#testo19">&uArr;</a></p>
<p style="text-align: justify;"><a name="nota20">[20]</a> La bibliografia / L. Balsamo, cit., p. 29. <a href="#testo20">&uArr;</a></p>
<p style="text-align: justify;"><a name="nota21">[21]</a> Ivi, p. 37. L’autore sottolinea l’imprevisto uso fatto delle <em>Pandectae</em> a fini selettivi. <a href="#testo21">&uArr;</a></p>
<p style="text-align: justify;"><a name="nota22">[22]</a> L’occasione è stata il convegno “L’Italia delle biblioteche. Scommettendo sul futuro nel 150º anniversario dell’unità nazionale”, Milano, Palazzo delle Stelline, 3-4 marzo 2011. Citiamo dal fascicoletto lì distribuito, riportante la versione provvisoria dell’intervento: Dalla memoria cartacea alla memoria digitale : verso nuovi modelli di riferimento / Tommaso Giordano, p. 7. <a href="#testo22">&uArr;</a></p>
<p style="text-align: justify;"><a name="nota23">[23]</a> Gli strumenti del comunicare / Marshall McLuhan. &#8211; Milano : Garzanti, 1977, p. 54. <a href="#testo23">&uArr;</a></p>
<p style="text-align: justify;"><a name="nota24">[24]</a> Ivi, p. 20. <a href="#testo24">&uArr;</a></p>
<p style="text-align: justify;"><a name="nota25">[25]</a> Ivi, p. 15. <a href="#testo25">&uArr;</a></p>
<p style="text-align: justify;"><a name="nota26">[26]</a> Lo spavento per l’arto fantasma / Bianca Fossati, p 18-20, in: <em>Occhio clinico : rivista di pratica medica</em>, 2 (feb. 2008), p. 20. Raggiungibile all’URL &lt;<a title="arto fantasma" href="http://www.occhioclinico.it/cms/files/oc080218.pdf" target="_blank">http://www.occhioclinico.it/cms/files/oc080218.pdf</a>&gt; (ultima consultazione 01.05.2011). Nel contributo si ricorda anche la sofferenza del capitano Ahab. <a href="#testo26">&uArr;</a></p>
<p style="text-align: justify;"><a name="nota27">[27]</a> Gli strumenti del comunicare / M. McLuhan, cit., p. 51. <a href="#testo27">&uArr;</a></p>
<p style="text-align: justify;"><a name="nota28">[28]</a> Moby Dick / Herman Melville ; introduzione di Vito Amoruso ; traduzione di Lara Fantoni. &#8211; Roma : La repubblica, 2004, p. 242. <a href="#testo28">&uArr;</a></p>
<p style="text-align: justify;"><a name="nota29">[29]</a> Così all’URL &lt;<a title="Repubblica" href="http://www.repubblica.it/tecnologia/2010/12/27/news/prova_cr-48-10547730/index.html?ref=search" target="_blank">http://www.repubblica.it/tecnologia/2010/12/27/news/prova_cr-48-10547730/index.html?ref=search</a>&gt; (ultima consultazione 01.05.2011), sotto la firma di Paolo Pontoniere, a proposito del Cr-48 di Google. <a href="#testo29">&uArr;</a></p>
<p style="text-align: justify;"><a name="nota30">[30]</a> Gli strumenti del comunicare / M. McLuhan, cit., p. 74. Qui sia permesso respingere quella che abbiamo inteso come intimazione alla concretezza. Alludiamo al passaggio conclusivo dell’ interessante articolo: Ebook, DRM e biblioteche : una mappa sintetica sulle prospettive del “digital lending” per libri e altri media in Italia / Giulio Blasi, in: <em>Bibliotime</em>, 3 (nov. 2010). Il contributo è raggiungibile all’URL &lt;<a title="Bibliotime" href="http://didattica.spbo.unibo.it/bibliotime/num-xiii-3/blasi.htm" target="_blank">http://didattica.spbo.unibo.it/bibliotime/num-xiii-3/blasi.htm</a>&gt; (ultima consultazione 01.05.2011). Non sappiamo se anche il sociologo canadese soffrisse di “tic ‘crociano italico’”: propensione all’indugio del filosofare invece che fare, a occuparsi “di storia della tecnologia” piuttosto che innovare. Chissà. Azzardiamo tuttavia che la sua tensione a capire postulasse tutt’altro che l’immobilità. Ci piace pensare che esortasse, semplicemente, a valutare la pericolosità di ogni nuovismo acritico (tautologia, ovviamente). <a href="#testo30">&uArr;</a></p>
<p style="text-align: justify;"><a name="nota31">[31]</a> Gli strumenti del comunicare / M. McLuhan, cit., p. 76. <a href="#testo31">&uArr;</a></p>
<p style="text-align: justify;"><a name="nota32">[32]</a> Ibidem. <a href="#testo32">&uArr;</a></p>
<p style="text-align: justify;"><a name="nota33">[33]</a> Così Alessandro Bergonzoni nella veramente bella intervista rilasciata a Sara Chiappori e apparsa, il 5 marzo 2011, nelle pagine milanesi del quotidiano <em>La Repubblica</em>. Titolo della conversazione: “Non sono soltanto un comico ma uno che ricerca l’invisibile”. Leggibile all’URL: &lt;<a title="Repubblica" href="http://ricerca.repubblica.it/repubblica/archivio/repubblica/2011/03/05/non-sono-soltanto-un-comico-ma-uno.html" target="_blank">http://ricerca.repubblica.it/repubblica/archivio/repubblica/2011/03/05/non-sono-soltanto-un-comico-ma-uno.html</a>&gt; (ultima consultazione 01.05.2011). <a href="#testo33">&uArr;</a></p>
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		<title>Ancora contro la censura in biblioteca</title>
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		<dc:creator><![CDATA[gherardo bortolotti]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 25 Jan 2011 11:17:22 +0000</pubDate>
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		<category><![CDATA[Cesare Battisti]]></category>
		<category><![CDATA[Mauro Guerrini]]></category>
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					<description><![CDATA[[In merito all&#8217;iniziativa lanciata dall&#8217;Assessore alla Cultura della Provincia di Venezia, Raffaele Speranzon, ecco la lettera inviata il 19 gennaio scorso dall&#8217;Associazione Italiana Biblioteche al Presidente della Regione Veneto e al Presidente della Provincia di Venezia. Non è la prima volta che l&#8217;AIB si occupa della ingerenze politiche in Veneto: qui un caso simile.] Al [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>[<em>In merito all&#8217;iniziativa lanciata dall&#8217;Assessore alla Cultura della Provincia di Venezia, Raffaele Speranzon, <a title="la lettera sul sito aib" href="http://www.aib.it/aib/cen/stampa/c1101l.htm" target="_blank">ecco la lettera</a> inviata il 19 gennaio scorso dall&#8217;<strong>Associazione Italiana Biblioteche</strong> al Presidente della Regione Veneto e al Presidente della Provincia di Venezia</em>. <em>Non è la prima volta che l&#8217;AIB si occupa della ingerenze politiche in Veneto: <a title="post su nazione indiana" href="https://www.nazioneindiana.com/2009/10/22/censura-bibliotecaria-lettera-ad-un-sindaco/" target="_blank">qui un caso simile</a>.</em>]</p>
<p>Al Presidente della Regione del Veneto<br />
Luca Zaia<br />
Palazzo Balbi &#8211; Dorsoduro 3901<br />
30123 Venezia</p>
<p>Al Presidente della Provincia di Venezia<br />
Francesca Zaccariotto<br />
Palazzo Ca&#8217; Corner, San Marco 2662<br />
30124 Venezia</p>
<p>Egregio Presidente,</p>
<p>sono venuto a conoscenza dalla stampa dell&#8217;intento, da parte di un suo Assessore, di intraprendere iniziative volte a eliminare dagli scaffali delle biblioteche civiche e scolastiche del territorio tutti i libri i cui autori firmarono nel 2004 una petizione a favore di Cesare Battisti.<br />
<span id="more-37915"></span><br />
Desidero pertanto sottoporre alla Sua attenzione la posizione dell&#8217;<strong>Associazione Italiana Biblioteche</strong>. L&#8217;Associazione esprime la propria <strong>solidarietà e vicinanza ai parenti delle vittime</strong>. In uno stato di diritto sorretto da istituzioni democratiche e da una società libera e aperta, chiunque sia condannato a quattro ergastoli con sentenze passate in giudicato deve scontare la propria pena. In democrazia, tuttavia, <strong>non sono ammissibili liste di proscrizione</strong>, censure, divieti espliciti o impliciti di accesso ai documenti della biblioteca. Immaginare provvedimenti di questo tipo, oltre che violare la nostra carta costituzionale, produrre un imbarbarimento del nostro vivere civile e costituire un precedente gravissimo, rischia di danneggiare gli stessi sacrosanti tentativi di far estradare nel nostro paese Battisti.</p>
<p>Questo tipo di iniziative è in netto contrasto con le <strong>finalità della biblioteca pubblica</strong>, che è strumento essenziale per la democrazia solo se viene garantita la pluralità delle opinioni e l&#8217;accesso senza filtri o pregiudiziali ideologiche &#8220;a ogni genere di conoscenza e informazione&#8221;, come recita il Manifesto UNESCO per la biblioteca pubblica.</p>
<p>Intraprendere azioni simili implica anche una sorta di dichiarazione di <strong>sfiducia nei confronti della società civile e dell&#8217;intelligenza dei cittadini</strong>, che evidentemente non sono ritenuti in grado di formarsi un giudizio critico sulla questione senza un intervento censorio da parte delle istituzioni.</p>
<p><strong>Le biblioteche sono l&#8217;emblema stesso della libertà e della democrazia</strong>, sono un patrimonio di tutti. La censura è la negazione delle ragioni per cui le biblioteche vengono finanziate dalla collettività.</p>
<p>A nome dell&#8217;Associazione Italiana Biblioteche mi appello a Lei e alla alta carica istituzionale che ricopre affinché impedisca ogni intervento che miri a limitare direttamente o indirettamente l&#8217;accesso alle collezioni e ai documenti delle biblioteche.</p>
<p>Nell&#8217;anno che celebra il centocinquantesimo dell&#8217;unità d&#8217;Italia l&#8217;Associazione Italiana Biblioteche si augura che vengano evitati provvedimenti illiberali e che prevalga piuttosto il rispetto per il nostro vivere civile e democratico.</p>
<p>Confidando sulla sensibilità per le questioni di libertà e democrazia che La contraddistingue e su una risposta positiva a questo appello, Le porgo distinti saluti.</p>
<p>Il Presidente dell&#8217;Associazione Italiana Biblioteche<br />
Prof. <strong>Mauro Guerrini</strong></p>
]]></content:encoded>
					
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		<title>Hai firmato l&#8217;appello per Battisti? Che si brucino i tuoi libri&#8230;</title>
		<link>https://staging.nazioneindiana.com/2011/01/21/su-battisti/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[andrea inglese]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 21 Jan 2011 14:00:47 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[indiani]]></category>
		<category><![CDATA[censura]]></category>
		<category><![CDATA[Cesare Battisti]]></category>
		<category><![CDATA[Indice]]></category>
		<category><![CDATA[Lello Voce]]></category>
		<category><![CDATA[veneto]]></category>
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					<description><![CDATA[Lello Voce I fatti credo siano ormai conosciuti da tutti: dall’invito a escludere dalle biblioteche veneziane i libri degli autori firmatari – nel 2004 – di un appello per la liberazione di Cesare Battisti, scrittore ed ex membro della formazione terroristica PAC, partito da un Consigliere comunale del PDL di Martellago, sino all’entusiastica adesione dell’Assessore [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><strong>Lello Voce</strong></p>
<p>I fatti credo siano ormai conosciuti da tutti: dall’invito a escludere dalle biblioteche veneziane i libri degli autori firmatari – nel 2004 – di un appello per la liberazione di Cesare Battisti, scrittore ed ex membro della formazione terroristica PAC, partito da un Consigliere comunale del PDL di Martellago, sino all’entusiastica adesione dell’Assessore Provinciale veneziano, il Signor Speranzon, ex MSI confluito nel PDL, che ha rincarato la dose, dichiarandoci persone ‘non gradite’ in Provincia di Venezia e invitando, con fare minaccioso, tutti i Comuni a comportarsi così, o a prendersene la responsabilità ( e dunque ad accettarne le conseguenze… quali, viene da chiedersi…).<br />
All’Indice siamo finiti in tanti, autori con posizioni letterarie e politiche molto diverse, accomunati dal solo fatto di avere osato dire una parola in difesa del diabolico terrorista rosso, di aver sollevato qualche dubbio sulla versione ufficiale dei fatti.<span id="more-37877"></span></p>
<p>Intanto vale la pena di precisare che il sottoscritto non ha firmato quell’appello perché condivida, o abbia mai condiviso, le scelte politiche di Battisti e dei PAC. In quegli anni facevo tutt’altro, sono figlio della ‘generazione chimica’, un ex indiano metropolitano, innamorato di Radio Alice e di Gregory Corso, di Laing, Benjamin, Danilo Dolci e dei poeti-cantanti brasiliani, che non ha mai avuto nessun tipo di vicinanza, né alle Brigate Rosse, né a qualsivoglia gruppo, o gruppuscolo che abbia creduto di risolvere per via armata le contraddizioni stridenti della nostra nazione. A loro, anzi, ascrivo parte rilevante delle responsabilità per aver trasformato la mia giovinezza in una sorta di triste e sgradevole altalena tra bombe, posti di blocco, cecchini appostati sui tetti e gambizzazioni. Di aver contribuito, insomma a limitare la mia libertà e la mia felicità….<br />
I PAC e Battisti non fanno eccezione.<br />
Ma sono abituato a ragionare con la mia testa, ad informarmi, a cercare di capire…</p>
<p>Sono giunto così alla conclusione che buona parte delle accuse che pendono sul capo di Battisti siano infondate, che sia in atto – nei suoi confronti &#8211; un accanimento abbastanza evidente, soprattutto mi sono convinto che sia giunto il momento per cercare una soluzione ‘politica’ che faccia i conti con quegli anni, una soluzione che coincida con una comprensione approfondita, coraggiosa e senza infingimenti di ciò che furono i ’70, per raggiungere la quale, tutti, Battisti compreso, ma anche Moretti, Faranda, Zorzi, Freda, Delle Chiaie, Fioravanti, Mambro, Mori e tutti i suoi colleghi Alti Gradi, i politici, i magistrati, i componenti degli apparati segreti dello stato sopravvissuti a quell’epoca, dovrebbero avere infine il coraggio di dire a questa nazione verità che le vengono negate da troppo tempo.</p>
<p>Per questo ho firmato quell’appello: perché credo che sia ora di fare chiarezza, di sollevare i veli, di rifiutare scorciatoie, di smascherare ciò che va smascherato, chiunque si celi sotto la maschera..<br />
Solo così, a mio parere, saremo al sicuro dal ripetersi di certe tragedie, che attendono sempre, acquattate dietro l’angolo della Storia.</p>
<p>In seconda battuta va detto con estrema chiarezza, così che ciò che segue non sembri puro ‘ideologismo’, che il caso Battisti ha la maligna capacità di far perdere la bussola anche a ‘teste’ ben più pensanti e democratiche di quelle dell’Inclito Speranzon.</p>
<p>Mi riferisco al recente, e abbastanza stupefacente, intervento di un intellettuale del valore di Tabucchi su Le Monde, in cui lo scrittore si scaglia contro alcuni intellettuali francesi come Levy, Sollers, Vargas, colpevoli di aver difeso lo scrittore ‘armato’, sulla base dell’assunto che in Italia i magistrati siano una categoria al di sopra di ogni sospetto, che ciò che stabiliscono loro sia, senza ombra di dubbio, la verità. Caso Battisti compreso, ovviamente.</p>
<p>Se persino Tabucchi si lascia irretire dalle generalizzazioni, dalla facilità di un falso sillogismo, grazie al quale, in base ai meriti che una parte di questi magistrati ha acquisito nella lotta alla Mafia, o contro la corruzione politica, ma dimenticando le responsabilità che molti di questi stessi magistrati hanno avuto nell’alzarsi della nebbia che copre tanti snodi tragici di questo paese, da Piazza Fontana a Genova 2001, se ne conclude che qualsiasi magistrato sia, per preconcetto, (a prescindere, come avrebbe detto Totò) un magistrato giusto, non siamo semplicemente alla frutta, siamo andati ben oltre, siamo ormai, letteralmente, all’amaro.</p>
<p>Non provo particolare simpatia nemmeno per Henry Bernard Levy, ma è superficiale presunzione sperare di risolvere il dibattito, come Tabucchi pur fa, appellandosi ad una, tutta supposta, integrale bontà di una categoria in quanto tale: quella dei magistrati.<br />
Ci sono gli ‘ermellini di lotta’, ma ci sono stati, ed, ahimè, ci sono ancora, anche quelli che negli anni Settanta chiamavamo gli ‘ermellini di guardia’, quelli che credono ai ‘malori attivi’, alle pallottole deviate al volo da sassi volanti, quelli che si sono dedicati per anni all’insabbiamento dei processi scomodi, quelli che al Cavalier B. si sono venduti, ecc.<br />
Tabucchi ha forse dimenticato vicende che pure dovrebbero essergli notissime? Davvero crede che una faccenda triste e tragica come quella della lotta armata possa essere risolta in modo così manicheo, dividendo il mondo in buoni e cattivi? Solo attraverso le sentenze dei tribunali? Non gli pare eccessivamente ‘manzoniano’?<br />
Ha dimenticato che lo stesso Gran Lombardo affermava, in uno dei suoi cantucci scavati nel Romanzo, che chi commette il male non è colpevole solo per il male che commette, ma anche per il turbamento in cui induce l’animo degli offesi?<br />
Che senso ha, dunque, criticare aspramente un intellettuale per il solo fatto di non accettare pedissequamente ciò che questo, o quel giudice italiano hanno affermato nelle loro sentenze? Ha fatto di meglio persino Napolitano, che pure Tabucchi non perde occasione di accusare (spesso a ragione) di pavidità e superficialità istituzionale…<br />
Tabucchi sa bene che qui in Ytaglia, spesso, le verità giuridiche e quelle storico-politiche non coincidono affatto.<br />
Che ciò accada proprio all’indomani del Diktat di Marchionne è poi particolarmente preoccupante, fa temere che, ancora una volta, la Sinistra Parlamentare non sappia interpretare e gestire il disagio acuto di vaste porzioni della popolazione, affidandolo, tutto intero, a questo, o a quell’avventurismo e consegnandosi, mani e piedi, a una metafisica e apodittica idea di ‘legalità’, e penso a Saviano e alla sua malaccorta, tristissima, presuntuosa lettera agli studenti che erano in piazza il 14 dicembre scorso.</p>
<p>Ma infine arriviamo al punto. Al punto nero. A Speranzon: che di questo soprattutto interessa discutere qui ed ora.</p>
<p>Al di là della violenta arroganza che la sua richiesta si porta dietro, e che credo sia evidente a tutti, con i suoi sinistri echi orwelliani, ciò che colpisce di più è l’idea che si possa proibire, o comunque impedire la lettura di questo, o quel libro (o disco, o piece teatrale) sulla base delle posizioni che l’autore esprime su tutt’altre faccende.<br />
Qui cioè, non si chiede di escludere dalle biblioteche venete, dalla presentazioni pubbliche, ecc alcuni libri che parlano del caso Battisti, cosa che, in sé, sarebbe già abbastanza disgustosa. No, si fa di più, si chiede di escludere dei libri che parlano di tutt’altro, sulla base del fatto che a scriverli sono state persone politicamente sgradite al Signor Assessore.<br />
Siamo al di là dell’incubo: siamo al delirio puro…<br />
A quando la proibizione dei libri di tutti coloro che pensano che il Signor B. sia un malversatore, a quando quella di coloro che prendono posizione contro il Federalismo padano, o di ci coloro che si dichiarano gay, o che sono favorevoli a politiche antiproibizioniste nel campo degli stupefacenti? A quando l’esclusione dalle biblioteche comunali di Milano di tutti gli autori che tifano per la Roma, o per il Napoli?<br />
Non fosse tragico, sarebbe, benjaminianamente, farsesco.</p>
<p>Conoscevo i trascorsi neo-fascisti dell’Assessore, ma credevo che lui avesse tutto l’interesse a non farli conoscere ad altri.<br />
Mi sbagliavo: adesso se qualcuno aveva qualche dubbio, si sarà obiettivamente convinto che il lupo (nero) perde il pelo, ma non il vizio, e che se anche il sarto dello Speranzon è nel frattempo cambiato con il suo abito, quello celato dal doppiopetto blu, stile commercialista, è sempre il buon vecchio seguace di Almirante.<br />
L’abito non fa il monaco, né l’assessore democratico.<br />
Non a caso non ricordo di averlo mai sentito prendere posizione a proposito di gente come Zorzi, Izzo (che in Italia è restato, e forse avremmo fatto meglio – a conti fatti – a spedirlo a fare il cameriere in uno dei ristoranti giapponesi di Zorzi), il Fronte Veneto Skinheads, Freda ecc., l’elenco sarebbe davvero tristemente lungo.</p>
<p>Ma c’è di più: a molti potrà sembrare strano, ma il Signor Speranzon è una figura istituzionale, rappresenta, in campo culturale, la volontà di tutti i cittadini della Provincia di Venezia, dunque decidere di escludere dalla fruizione testi comprati con pubblica pecunia mi pare ai limiti del peculato, oltre che smaccatamente illegittimo.<br />
Il sindacato di polizia COISP ha tutto il diritto di invitare al boicottaggio nei nostri confronti, tanto di cappello, anche se mi permetto di suggerire sommessamente che, alla luce di tanti episodi che hanno viste coinvolte le nostre forze dell’ordine, anche recentemente, l’invito di un poliziotto a non leggere libri ha – in sé – qualcosa di sinistro.<br />
Speranzon, invece, in quanto rappresentante di un Istituzione, dovrebbe guardarsi bene dal fare certe dichiarazioni.<br />
Sinistro è, peraltro, anche il ricatto celato tra le righe del comunicato, che fa capire che le misure censorie non saranno prese nei confronti di quegli autori che ritireranno la loro firma dall’appello: non ci fosse nessun’altra ragione, basterebbe questa a indurmi a rifirmarlo, non sono abituato a cedere ai ricatti.<br />
Altra educazione, altro patrimonio genetico, per quanto mi concerne…</p>
<p>Va detto inoltre che, in un territorio come il nostro, dove l’arroganza neofascista è giunta sino all’assassinio per futili motivi, in cui l’intimidazione, la violenza fisica come strumento lecito di lotta politica la fanno da padrone, posizioni di questo genere, che si uniscono al coro di aggressivi, leonini, ruggenti grugniti di molti esponenti leghisti, possono suonare come un invito e un’autorizzazione a fare di più.<br />
Di questo, Speranzon e i suoi sodali, non possono che assumersi tutta la responsabilità.</p>
<p>Infine: Speranzon ci invita ad avere rispetto delle vittime e dei loro parenti. Ha ragione. Questo rispetto io non l’ho fatto mai mancare, per nessuna delle vittime e per nessuno dei loro parenti, quale che fosse il suo credo politico. Sono anni, infatti, che, come tantissimi altri, chiedo che sia loro concesso il rispetto più grande: quello che finalmente toglierà il segreto di stato sui tanti, troppi episodi oscuri che hanno afflitto la storia recente del nostro paese, coinvolgendo centinaia di vite innocenti con e senza divisa.<br />
Né credo di averlo fatto mancare firmando quell’appello. Se la verità ufficiale non mi convince, se chiedo chiarezza, rispetto della legalità nazionale ed internazionale, se pongo dei dubbi, se approfondisco, non credo di stare mancando di rispetto a chicchessia, meno che mai ai parenti delle vittime, a meno che non si pensi che qualsiasi colpevole, fosse pure del tutto innocente, è comunque meglio di nessun colpevole.<br />
Questo non servirebbe, né alle vittime del terrorismo rosso e nero, né ai loro congiunti, meno che mai alla democrazia.<br />
Una cosa così può far comodo solo a chi si trova splendidamente a suo agio al centro del pogrom.<br />
E’ per questa ragione che rifirmerei quell’appello, è per questa ragione che credo che le dichiarazioni e le iniziative di Speranzon non siano solo fasciste, ma sostanzialmente ridicole e latamente pornografiche…</p>
<p>AGGIORNAMENTO 1</p>
<p>Al peggio, scriveva Montale, non c’è mai fine. Quanta ragione aveva…<br />
Così, alla luce di quanto riportato oggi da un quotidiano veneto, mi tocca riintervenire su questa desolante faccenda della censura sui libri dei reprobi (io e qualche decina di altri colleghi di ogni età, sesso e credo politico, tra cui nomi prestigiosi e ‘storici’ della cultura italiana e internazionale, come Agamben, Sollers, o Balestrini) che hanno firmato nel 2004 l’appello per Cesare Battisti…</p>
<p>Le novità, ad oggi, sono queste:</p>
<p>a) L’Assessora all’Istruzione della Regione Veneto, la PDL <strong>Donazzan</strong>, non paga di aver già messo in serio imbarazzo sin le stesse le Curie venete decidendo, unilateralmente e a loro insaputa, di spendere soldi pubblici per regalare Bibbie a tutti gli alunni delle scuole della Regione, e facendosi beffe di quanto aveva dichiarato la Presidente della Provincia di Venezia, Zaccariotto, sua collega di maggioranza, la quale si era affrettata, <em>cum grano salis</em>, a delegittimare immediatamente l’iniziativa dell’improvvido Assessore Speranzon, oggi dichiara che, con il <em>placet</em> dello stesso Governatore Zaia, scriverà una lettera a tutti i Presidi del Veneto ( e attraverso di loro agli insegnanti), invitandoli a non diffondere tra i giovani le opere degli autori messi al bando. A chi le contesta di operare una censura, risponde, con supposto preventivo acume, che la sua non è un’imposizione (e come potrebbe?), ma un “indirizzo politico”.<br />
Ora dato per scontato quanto ho già detto a proposito di censura di testi che parlano di tutt’altro che della vicenda Battisti e di censura più in generale, sento la necessità di informare l’Assessora che tra i suoi compiti istituzionali non è compreso quello di dare “indirizzi politici” agli insegnanti della scuole della Repubblica, i quali non dipendono da lei, né di diritto né di fatto, e la cui libertà di insegnamento è garantita da uno specifico articolo della nostra Carta Costituzionale.<br />
C’è una tendenza a privatizzare le Istituzioni, qui in Italia, che ha ormai passato ogni segno, come se svolgere un ruolo istituzionale fosse il <em>passe partout</em> per ogni e qualsiasi operazione, come se – amministrando questa, o quella Istituzione &#8211; se ne divenisse proprietari.<br />
E ciò è molto triste, oltre che affatto democratico e latamente eversivo.<br />
Per altro verso, essendo io un insegnante, come la Sra. Donazzan può facilmente comprendere, il mio imbarazzo è doppio.<br />
Posto che io non passo il mio tempo a parlare ai miei allievi delle mie mediocrissime opere, ma a spiegar loro Dante, Petrarca, Boccaccio, Leopardi, Foscolo, Pasolini, Fortini, Sanguineti, Gramsci, ecc.. (tutta gente, mi rendo conto, che nell’opinione dell’Assessora andrebbe evidentemente esclusa dai programmi, visto ciò che costoro pensavano della libertà, della censura e della stessa Unità d’Italia), come farò a continuare ad insegnare?<br />
Se i miei libri sono da bruciare, che fare della mia didattica?<br />
Sta forse suggerendo di licenziarmi? E quale sarebbe la ‘giusta ragione’? Quella di aver espresso liberamente un mio parere, un mio giudizio politico, che non coincide con il Suo?<br />
C’è qualcuno che può avvertire l’Assessora che persino Lei vive in una società liberale, democratica, in uno stato di diritto e che non può permettersi di trattare questa Regione come se fosse una <em>dependance</em> di casa sua?<br />
Leggo anche che il Governatore Zaia dichiara di “ non avere difficoltà a confermare che ci sono delle persone [noi firmatari] che non ci rappresentano degnamente”. Stia certo il Governatore che anch’io la penso come lui… ma al suo proposito, evidentemente. Chi nomina certi Assessori non può certamente garantire il governo democratico e liberale di una regione, né rappresentarla con soddisfazione mia e di qualsiasi sincero democratico…</p>
<p>b) Rinfrancato dall’insperato aiuto, l’ex missino Speranzon torna all’attacco, alla faccia della sua Presidente e ora dice di voler organizzare un pubblico dibattito all’Ateneo Veneto (chissà se quelli dell’Ateneo ne sanno qualcosa…) a cui avrebbe già accettato di partecipare quel fulgido esempio di libera intellettualità a nome Stefano Zecchi, a cui noi saremmo, a suo parere, in qualche modo obbligati a partecipare perché ‘dobbiamo’ (imperativo!) spiegare perché difendiamo un criminale.<br />
Mi spiace Assessore: lei organizzi ciò che vuole, ma io a un dibattito così non parteciperò mai…<br />
Intanto perché non ho nulla da dire sul caso Battisti: ho firmato un appello per le ragioni che ho già esposto nel mio precedente intervento, non sono l’avvocato di Battisti, non ho partecipato, né praticamente, né moralmente, alle sue scelte politiche e dunque per questo dibattito deve rivolgersi altrove.<br />
Se vuole possiamo discutere della Legislazione emergenziale dell’Italia di allora, o degli anni di piombo. Ma questa è altra faccenda.<br />
Per altro verso è ben altro ciò di cui voglio discutere: della sua volontà censoria, del suo credere di essere in diritto di decidere cosa si legga in Veneto, cosa si insegni e addirittura &#8211; visto che, come Consigliere comunale di Venezia (eh già: è anche Consigliere Comunale di Venezia, il personale politico qua è ridotto al minimo, non si tratta di cumulo di cariche, ma di austerity…) dice di voler impegnare il Comune a dichiararci “ospiti non graditi” &#8211; sin chi gira per le calli della città.<br />
E’ questo il problema che interessa davvero discutere in una democrazia. Non altro.<br />
Resta un mistero: come farà il povero Agamben a recarsi al lavoro, visto che insegna Estetica proprio allo IUAV di Venezia?<br />
Sposteranno la facoltà a Chioggia, o anche lui sarà licenziato?</p>
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		<title>Mandiamoli in pensione i direttori artistici gli addetti alla cultura</title>
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		<dc:creator><![CDATA[marco rovelli]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 14 Jul 2010 13:54:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[allarmi]]></category>
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		<category><![CDATA[teatro on off]]></category>
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					<description><![CDATA[di Marco Rovelli L&#8217;assessore alla cultura della Provincia di Milano, il berlusconide Novo (sic) Umberto Maerna, ha convocato i responsabili  di tre teatri per sollecitarli (anzi, per consigliarli amichevolmente, direi, è più consono allo stile) a non inserire nell&#8217;Invito al teatro &#8211; a cui la Provincia stessa eroga un contributo finanziario &#8211; alcuni spettacoli osceni. [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<div id="_mcePaste">di <strong>Marco Rovelli</strong></div>
<div><strong><br />
</strong></div>
<div id="_mcePaste">L&#8217;assessore alla cultura della Provincia di Milano, il berlusconide Novo (sic) Umberto Maerna, ha convocato i responsabili  di tre teatri per sollecitarli (anzi, per consigliarli amichevolmente, direi, è più consono allo stile) a non inserire nell&#8217;Invito al teatro &#8211; a cui la Provincia stessa eroga un contributo finanziario &#8211; alcuni spettacoli <em>osceni</em>. Così il Teatro della Cooperativa dovrebbe evitare amichevolmente di presentare la <em>Trilogia del benessere</em>, tre atti unici di Renato Sarti, il primo dei quali andato in scena nel 1991 per la regia di Giorgio Strehler, che raccontano storie di carcere, prostituzione, tossicodipendenza, e <em>Chicago Boys</em>, un cabaret tragico sui crimini del neoliberismo. E l&#8217;<em>Out Off</em> dovrebbe amichevolmente evitare di presentare Orgia di Pasolini &#8211; quel pervertito. &#8220;Messaggi poco positivi per i giovani&#8221;, dicono. Ma come. Il nostro presidente fa vanto di ricevere a palazzo schiere angeliche di signorine, giù giù fino ai fascistissimi consiglieri provinciali che comiziano da trans-balconi in delirio cocastico. Ma questi sono lussi della casta eletta, s&#8217;intende. E poi il popolo mica può capire le sottigliezze di letterati pervertiti. Si torni ai telefoni bianchi.</div>
<div id="_mcePaste">Sono andato a vedermi il curriculum di Maerna. Dite, prego: se questo è un assessore alla cultura.<span id="more-36100"></span></div>
<div id="_mcePaste"><strong>Vicepresidente e Assessore con deleghe a Cultura &#8211; Beni culturali ed eventi culturali &#8211; Politiche per l&#8217;integrazione</strong></div>
<div id="_mcePaste">Novo Umberto Maerna è nato a Milano il 6 Settembre 1956 e risiede a Magenta in provincia di Milano.</div>
<div id="_mcePaste">Diplomato Perito Industriale, Specializzazione Elettronica, nel Luglio 1975 presso l&#8217;Istituto Tecnico Industriale Statale &#8220;Omar&#8221; di Novara, si laurea in Ingegneria Elettronica presso il Politecnico di Milano nell&#8217;Aprile 1982.</div>
<div id="_mcePaste">Il primo impiego dall&#8217;Ottobre 1983 al Gennaio 1987 è presso la Società GTE Telecomunicazioni, ora SIEMENS Telecomunicazioni, di Cassina de Pecchi (MI) con la mansione di Progettista di Sistemi Elettronici per Telecomunicazioni e successivamente con l&#8217;incarico di Proposal Engineer con il compito di effettuare analisi tecniche, elaborare proposte e formulare offerte di sistemi di telecomunicazioni per Società Pubbliche del Far Est (Cina, Thailandia, principalmente).</div>
<div id="_mcePaste">Dal Febbraio 1987 al Dicembre 1989 è impiegato presso la Società SIXCOM S.p.a. del gruppo OLIVETTI operante nel settore dell&#8217;ingegneria telematica e delle reti locali e geografiche con la mansione di Responsabile del Marketing di Prodotto alle dirette dipendenze del Direttore Marketing.</div>
<div id="_mcePaste">Dal Gennaio 1990 al Marzo 1991 lavora presso la Società HESA S.p.a. di Milano Rappresentante Italiana della Multinazionale Giapponese HAMAMATSU PHOTONICS K.K. JAPAN con l&#8217;incarico di Sales Engineer alle dirette dipendenze del Direttore Commerciale.</div>
<div id="_mcePaste">Dall&#8217;Aprile 1991 è impiegato presso la Società: HAMAMATSU PHOTONICS ITALIA, Società a Responsabilità Limitata e filiale italiana della multinazionale giapponese HAMAMATSU PHOTONICS K.K operante nel settore dell&#8217;optoelettronica e dei sistemi di analisi di immagine per l&#8217;industria e la ricerca, con le seguenti mansioni:</div>
<div id="_mcePaste">•	Aprile 1991: Sales Marketing Manager (Direttore Marketing e Vendite);</div>
<div id="_mcePaste">•	Novembre 1999: General Manager (Direttore Generale);</div>
<div id="_mcePaste">•	Dal Gennaio 2003: Managing Director (Amministratore Delegato) e membro del Consiglio di Amministrazione della Società.</div>
<div id="_mcePaste">Inoltre:</div>
<div id="_mcePaste">•	1988 &#8211; 1993 Membro C.D.A. Municipalizzata ASM (acqua, gas e servizi) presso la città di Magenta.</div>
<div id="_mcePaste">•	1999 &#8211; 2004 Assessore c/o Amministrazione Provinciale di Milano con deleghe all’ Agricoltura, Parchi, Protezione Civile, Cave, Edilizia Varia.</div>
<div id="_mcePaste">•	Dal 1/12/2004 al 14/04/2005 Vicesindaco e Assessore con delega ambiente e polizia locale e sicurezza c/o il Comune di Segrate (MI).</div>
<div id="_mcePaste">•	Dal 15/04/2005 Vicesindaco e Assessore con delega al commercio e attività produttive c/o il Comune di Segrate (MI).</div>
<div id="_mcePaste">•	Dal 15/01/07 Vice Presidente e componente C. d A. di AMSA</div>
<div id="_mcePaste">•	Da Aprile 09 Vice Coordinatore Vicario del Pdl della Città di Milano</div>
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