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	<title>Cesare Lombroso &#8211; NAZIONE INDIANA</title>
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		<title>Lombroso senza l&#8217;apostrofo</title>
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		<dc:creator><![CDATA[francesco forlani]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 11 Oct 2013 05:00:39 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[a gamba tesa]]></category>
		<category><![CDATA[dispatrio]]></category>
		<category><![CDATA[Cesare Lombroso]]></category>
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					<description><![CDATA[Da “il Reportage”, n.16, ottobre-dicembre 2013 L’ultima casa del dottor Lombroso di Juan Terranova traduzione di Maria Nicola 1. Il Museo di Antropologia Criminale Cesare Lombroso dell’Università di Torino si trova in via Pietro Giuria 15. Condivide l’edificio, noto come Palazzo degli Istituti Anatomici, con il Museo di Anatomia Umana Luigi Rolando e il meno [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><em>Da “<a href="http://www.ilreportage.eu./">il Reportage”,</a> n.16, ottobre-dicembre 2013</em></p>
<p><strong>L’ultima casa del dottor Lombroso</strong><br />
di<br />
<strong>Juan Terranova</strong><br />
traduzione di Maria Nicola<br />
<a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/10/uff_lombroso_3s600x600.jpg"><img fetchpriority="high" decoding="async" class="alignleft  wp-image-46554" alt="uff_lombroso_3~s600x600" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/10/uff_lombroso_3s600x600.jpg" width="420" height="280" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/10/uff_lombroso_3s600x600.jpg 600w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/10/uff_lombroso_3s600x600-300x200.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/10/uff_lombroso_3s600x600-120x80.jpg 120w" sizes="(max-width: 420px) 100vw, 420px" /></a></p>
<p><strong>1.</strong><br />
Il Museo di Antropologia Criminale Cesare Lombroso dell’Università di Torino si trova in via Pietro Giuria 15. Condivide l’edificio, noto come Palazzo degli Istituti Anatomici, con il Museo di Anatomia Umana Luigi Rolando e il meno prevedibile Museo della Frutta Francesco Garnier Valletti. Quest’ultimo presenta una collezione di “migliaia di frutti artificiali modellati dall’eccentrico Francesco Garnier Valletti”. Il pieghevole promette “un tuffo nel passato”, oltre che “un’occasione per riflettere sul tema, attualissimo, della biodiversità”. L’ingresso ai tre musei del Palazzo degli Istituti Anatomici – quello della frutta, quello dei corpi e quello di Lombroso – costa 10 euro. Ogni mercoledì l’accesso è gratuito e l’orario è dalle 10 alle 18 tutti i giorni, tranne la domenica che è giorno di chiusura.</p>
<p><strong>2.</strong><br />
Con i suoi soffitti alti e i colori ocra, elegante e austero, il Palazzo degli Istituti Anatomici ripete il gesto architettonico generale della città. Gli eccellenti e saldi pavimenti di legno così come l’accurata lucentezza delle vetrine accentuano l’atmosfera da gabinetto scientifico dell’Ottocento. Nell’atrio già si vedono alcuni ritratti di criminali eseguiti a matita. Poco più avanti, pagato il biglietto, si entra nella prima sala intitolata “Motori, farmaci, telefono, lampadine”, dove si assiste alla proiezione simultanea di una serie di filmati. Dagli schermi, due personaggi discutono del progresso. Il giovane è enfatico e convinto; il vecchio, scettico. Astuzia del curatore: in pochi minuti i responsabili del museo ci avvertono che per capire Lombroso, per capire quell’entusiasmo, occorre risalire a un’epoca di intensi cambiamenti. Un’epoca in cui, nel giro di pochi anni, si scoprono o si inventano l’anestesia, la genetica, il motore elettrico, il motore a scoppio, la lampadina, la radio e il telegrafo senza fili. E ciascuna di queste scoperte o invenzioni genera a sua volta o perfeziona una disciplina destinata a percorrere tutto il Novecento.<br />
La seconda sala ci presenta qualcosa di più “anatomico”. Uno scheletro completo ritto dietro un vetro saluta il nostro ingresso. Sono le ossa dello stesso Cesare Lombroso, esibite per sua volontà. Che cosa significa essere ricevuti dai resti ossei del padrone di casa organizzati come se ancora potesse camminare? Questo fantasma ci dà il benvenuto in un luogo di scienza che è anche una tomba collettiva e un testamento pubblico. La sua presenza dimostra molte cose, alcune delle quali di così difficile interpretazione da sfuggire al visitatore e forse anche ai curatori, agli studiosi e allo stesso criminologo. Primo dato oggettivo: Lombroso era basso. Lungo di braccia, il suo scheletro ricorda quello di un primate evoluto. E, con buona approssimazione, dalle fotografie come dai ritratti, si può dedurre che fosse un piccoletto grassoccio, non certo un atleta.<br />
Che altro? Cesare Lombroso nasce nel 1835 nel Regno Lombardo-Veneto, governato in quel momento da Vienna. Studia medicina a Pavia. Nel 1859 si arruola come medico militare e presta servizio nella seconda Guerra d’Indipendenza. Nel 1870 elabora la sua teoria dell’”atavismo criminale”, che stabilisce un nesso tra l’inclinazione al crimine all’ereditarietà. Sei anni dopo pubblica la sua opera di riferimento, L’uomo delinquente, e diventa professore all’Università di Torino. Nel 1898 inaugura il suo museo di psichiatria e criminologia. Nel 1904 abbandona il seggio di consigliere comunale della città di Torino e lascia il Partito Socialista. Lombroso, socialista? Il museo insiste parecchio su questo punto. “Progresso” e “socialismo” sono concetti suggeriti persino dalla sottile ed efficace illuminazione delle sale. La seconda stanza si intitola “Misurare, misurare” e mostra gli strumenti meccanici di cui il dottore si serviva per esaminare i suoi pazienti. Lombroso li usava con metodicità ossessiva, ma non li aveva inventati. Il “craniografo”, per esempio, è opera del francese Paul Broca. Ciò dimostra che la sua mania non era solitaria e che nel momento in cui lui intraprende le sue indagini vi era già un’attiva tradizione antica e moderna alla quale rifarsi. Una citazione del dottore accompagna gli apparecchi: “Per molti il progresso si riduce a certe macchine meravigliose come il telegrafo e il vapore. Per me, invece, il vero carattere che distingue la nostra epoca dalle epoche antiche sta nel trionfo della cifra sulle opinioni vaghe, sui pregiudizi, sulle vane teorie”.</p>
<p><strong>3.</strong><br />
La terza sala del museo è ampia. Si intitola “Il mio museo” e occupa il centro indiscusso dell’esposizione. Vi si raccolgono tre tipi di materiali perfettamente esibiti. Da un lato ci sono “i corpi del reato”: una spaventosa collezione di pugnali, coltelli e strumenti perforanti; passepartout e grimaldelli; maschere e funi di diverse grossezze che furono usate per legare o per strangolare. Una grande stanga di legno biancastro, arma favolosa e primitiva insieme, presiede, eccezionale, la serie. Lombroso dice di voler combattere i pregiudizi e l’ignoranza. Di qui il valore dei “documenti”. Accompagnano queste prove materiali una trentina di maschere in cera che riproducono il volto di criminali morti in carcere. Donate a Lombroso da Lorenzo Tenchini, professore di anatomia all’Università di Parma, sono realistiche, volgari nel loro significato e raffinate nella fattura. Ciascuna accompagnata dalla sua etichetta – “Ladro italiano”, “Brigante”, “Stupratore”, “Assassino tedesco” –, riproducono nei particolari le fattezze di persone morte più di cent’anni fa e che pure non cessano di esistere in questa imperturbabile materia inerte. Che cosa direbbero queste copie se potessero parlare? Ma né le armi né le facce di lontani disadattati sociali possono rivaleggiare con le file di crani, un imponente monumento barocco fatto con le teste disseccate di, come minimo, trecento persone. Secondo una tradizione nella quale si inserì anche Leonardo da Vinci, che praticava autopsie alla luce delle candele e contro le leggi della Chiesa, Lombroso si spinse a depredare vecchi cimiteri abbandonati. Dall’azione delle armi alla mimesi statica della cera, per giungere, infine, alla sua biologica nudità, l’oggetto di studio del criminologo si moltiplica, soverchiante. Non sono cinque pugnali, sono trecento. Non sono dieci crani, sono seicento. Duplice brutalità, dunque, quella di questa sala centrale del Museo di Antropologia Criminale. In primo luogo, lungi dal denunciarla, essa accoglie l’evidenza di uomini e donne violenti capaci di uccidere servendosi di un lungo chiodo o di un coltello dalla lama finemente istoriata. In secondo luogo, la fredda scienza applicata a questi delinquenti li espone senza il beneficio di una santa sepoltura. Non c’è bisogno di pensare al mito, né ad Antigone. Qui è tutta un’altra cosa, ma che cosa? Qui la nostalgia per un mondo passato e saldo si mescola con la “sensibilità artistica” dell’esperto museografo addetto all’allestimento.</p>
<p><strong>4.</strong><br />
Nella sala numero quattro si dà conto di un episodio centrale nella vita professionale di Lombroso. Intitolata “La rivelazione”, questa piccola stanza racconta la storia di una scoperta. Nell’agosto del 1864 il dottore esamina il cranio trapanato e vaporoso di Giuseppe Villella, un ladro condannato a sette anni di carcere e morto di scorbuto, solitario e maligno perfino nella sua reclusione. In quel momento, a cadavere ancora fresco, Lombroso non trova nulla. Ma sei anni dopo, “in una grigia e fredda mattina del dicembre 1870”, scopre nel suo cranio una fossetta occipitale mediana che aveva lo scopo di ospitare una parte del cervelletto. Così Villella – o per meglio dire il suo cranio – si trasforma nel paziente zero della nuova scienza che metterà fine al crimine. La microcefalia, che si riflette in quella cavità, era, secondo Lombroso, ciò che impediva ai delinquenti di sviluppare appieno le emozioni, togliendo loro la possibilità di lavorare e di vivere da onesti cittadini. Lì c’erano le prove. La scienza aveva parlato. E invece no. Un testo su un pannello si affretta a informarci che le misure e le forme del cervello sono variabili e che non esiste prova alcuna che possano determinare comportamenti delittuosi. Una frase fa da punto d’appoggio: “La scienza procede per errori”. Il senso di questa massima, la tranquillità che ci infonde, traballa un po’ quando scopriamo, subito dopo, tre modelli tridimensioni di piante carnivore. Nella sua ricerca di prove sull’atavismo, ovvero il ripresentarsi di caratteristiche evolutive superate, Lombroso giunse a collezionarle, quasi si trattasse di piante criminali, di esseri involuti, disfunzionali, sbagliati. I tre modelli aggiungono, da una teca, il giusto tocco fantascientifico al genere “giallo” cui il museo è consacrato. (…)</p>
<p>per continuare la <em>visita</em> si raccomanda vivamente la lettura su <a href="http://www.ilreportage.eu./">“il Reportage” </a></p>
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		<title>carta st[r]ampa[la]ta n.32</title>
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		<dc:creator><![CDATA[chiara valerio]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 16 Sep 2010 08:30:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[indiani]]></category>
		<category><![CDATA[Cesare Lombroso]]></category>
		<category><![CDATA[chiara valerio]]></category>
		<category><![CDATA[fabrizio tonello]]></category>
		<category><![CDATA[festivaletteratura di Mantova]]></category>
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					<description><![CDATA[di Fabrizio Tonello I giornali bisogna leggerli attentamente. E’ come con le facce: ci vorrebbe una pagina intitolata “Lombroso sei tutti noi” su Facebook. Ai suoi tempi, il criminologo veronese non avrebbe avuto dubbi: vi pare che uno col riporto dei capelli come Alfonso Marra possa fare il presidente della Corte d’Appello di Milano? Il [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/09/marra_280xFree.jpg"><img decoding="async" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/09/marra_280xFree.jpg" alt="" title="marra_280xFree" width="280" height="188" class="alignleft size-full wp-image-36618" /></a></p>
<p>di <strong>Fabrizio Tonello</strong></p>
<p>I giornali bisogna leggerli attentamente. E’ come con le facce: ci vorrebbe una pagina intitolata “Lombroso sei tutti noi” su Facebook. Ai suoi tempi, il criminologo veronese non avrebbe avuto dubbi: vi pare che uno col riporto dei capelli come Alfonso Marra possa fare il presidente della Corte d’Appello di Milano? Il CSM si è spaccato a metà ed è dovuta intervenire la P3, la caritatevole associazione di Carboni e Verdini, per farlo nominare: Lombroso lo avrebbe immediatamente fatto accomodare in una stanzetta bianca e con le sbarre alle finestre per studiarlo meglio.<br />
<span id="more-36616"></span><br />
Ora, da qualche giorno sto leggendo attentamente il <em>Giornale</em> di Feltri e devo dire che in cambio di 1,20 euro, meno del prezzo di un cappuccino, ci si diverte più che a Disneyland. Prendete il titolo di prima pagina lunedì: “Fallisce il nuovo attacco di pm e sinistra: cade la pista Berlusconi-P3”. Non so a voi, ma a me “cade la pista Berlusconi- P3” fa subito pensare “restano aperte le altre piste”, non proprio una cosa lusinghiera per il noto trapiantato che compare in camicia nera nella foto sotto il titolo. Anche perché nella foto sembra Al Capone dopo l’arresto (caro Ghedini, prima di querelare Nazione Indiana se la prenda con il foto-editor del <em>Giornale</em>).</p>
<p>Comunque, il “cade la pista P-3” mi fa pensare che i requisiti per governare oggi non siano cose di altri tempi come il senso dello Stato, l’integrità politica e personale, la devozione al bene collettivo, la visione del futuro dell’Italia: dalle parti di Feltri si accontentano dell’insufficienza di prove. Esagero? </p>
<p>Vediamo il numero di sabato della stessa testata, che ha in prima pagina una bella foto di Rubina Affronte, la studentessa accusata di aver lanciato un fumogeno contro Raffaele Bonanni. A p. 8 c’è un articolo basato sulle dichiarazioni del ministro Sacconi che dice “Andava arrestata”. Sorvoliamo sul fatto che neppure nella Russia di Putin o nella Libia di Gheddafi sono i ministri a decidere se un cittadino va arrestato o no (ho aperto su Facebook una sottoscrizione per spedire a Sacconi alcuni trattatelli sulla divisione dei poteri, cominciando da Montesquieu). Per quale motivo, secondo il ministro del Welfare, la Affronte andava arrestata? Attenzione, attenzione.</p>
<p>“I reati contro la persona non possono avere inferiore dignità rispetto ai reati contro il patrimonio”. Sacconi dice proprio così: vuole la par condicio dei reati contro il patrimonio. Se lasciate a piede libero quelli di Askatasuna, fate uscire anche Carboni, Balducci e alcuni altri amici che non hanno mai indossato la keffiah né lanciato sampietrini. Ora sì che ci capiamo: a noi del governo che facciamo solo reati contro il patrimonio, in genere pubblico, ci arrestate ogni due per tre e ci tocca fare leggi per abbreviare la prescrizione a getto continuo per tentare di scapolarla, quelli dei centri sociali affumicano un sindacalista amico nostro e manco li sbattete in galera. Povero Sacconi, ministro del welfare de noantri: gli resta solo di iscriversi ad Askatasuna e mettersi nelle mani di Giancarlo Caselli (Ghedini, Lei che ne pensa?).</p>
<p>Se a p. 8 si chiede la par condicio, a p. 5 sotto il titolo “Quanti incontri tra Fini e i giudici” si pubblica la prova schiacciante del “tradimento” del presidente della Camera: una foto in cui lo si vede a colloquio con un magistrato. E non un magistrato come Vincenzo Carbone, quello che divenne primo presidente della Corte di Cassazione grazie al TAR del Lazio e poi chiedeva agli amici cosa avrebbe fatto dopo essere andato in pensione. No, a Pescara il voltagabbana Fini osava addirittura parlare con un procuratore capo di provincia, uno di quelli che magari domani ti arrestano per reati contro il patrimonio: Nicola Trifuoggi.</p>
<p>Certo, gli incontri dei nostri ministri e sottosegretari con mafiosi doc, oligarchi russi, ricercati dall’Fbi, preti pedofili irlandesi, narcotrafficanti messicani, pirati somali, truffatori internazionali, magnaccia pugliesi, camorristi napoletani o gangster marsigliesi sono logici e per il <em>Giornale</em> assai commendevoli: se invece Fini viene scoperto a discutere con qualcuno che di professione dà la caccia a queste brave persone la cosa è intollerabile: “flirta con le toghe” (11/9/2011, p. 5). </p>
<p>E cosa si dicevano i due cospiratori Fini e Trifuoggi? “L’uomo [Berlusconi] confonde il consenso popolare con una sorta di immunità”. Ma no! Che idea! Berlusconi non ha mai pensato all’ immunità: infatti le 24 leggi e leggine per depenalizzare il falso in bilancio, creare il “legittimo impedimento”, teorizzare la non processabilità del presidente del consiglio e forgiare scudi giuridici regolarmente cancellati dalla Corte Costituzionale, tutto questo è un’ossessione degli avvocati per estorcere a Silvio parcelle immeritate. Berlusconi, lui, dice “sono innocente” e se ne va a testa alta con la chioma al vento (seguito da Ghedini sempre più disperato).</p>
<p>Lasciamo da parte la politica dove, si sa, è facile farsi prendere la mano e passiamo alle pagine culturali del quotidiano di Feltri. Lunedì 13 settembre, la pagina 23 se la prende con il festival letteratura di Mantova, evidentemente confuso con la “settimana rossa” di cui la città fu protagonista 91 anni fa, nel 1919: “Libri pochi, slogan molti. In piazza il solito show da carrozzone itinerante”.</p>
<p>A giudicare dalle dimensioni del tendone-libreria in piazza delle Erbe e dalle numerose bancarelle nelle strade del centro i libri non erano affatto pochi ma Luigi Mascheroni è granitico nelle sue certezze: “Dovrebbero soprattutto far leggere i libri, invece fannosolo parlare gli autori”. Ora abbiamo capito: far parlare gli autori è notoriamente controproducente, la gente capisce cosa vogliono dire e i libri non li compra più nessuno perché diventano un doppione. Per l’anno prossimo si potrebbe tentare una formula diversa: nessun autore e invece lettura obbligatoria ad alta voce di almeno 300 pagine di Naipaul prima di essere ammessi entro la cinta daziaria della città. E solo dopo aver superato un esame orale di lettura dei cosiddetti diari di Mussolini, tenuto dal noto storico Marcello Dell’Utri, si verrebbe ammessi a Palazzo Ducale.</p>
<p>Mascheroni deplora che quest’anno siano stati “più affollati i dibattiti che i reading” e aggiunge, palesemente disgustato: “Hanno più successo i giornalisti dei poeti”. Infatti, l’intera pagina accanto a quella dove scrive l’inviato a Mantova è dedicata a chi? Al giornalista Pietro Calabrese recentemente scomparso.</p>
<p>I giornali del lunedì sono i più interessanti e, come dicevamo all’inizio, bisogna leggerli attentamente. Se si arrivava a p. 33 del <em>Giornale</em>, infatti, si trovava un lungo articolo sulla seconda giornata di campionato: “Trionfo dei lillipuziani”. Cristiano Gatti commentava così le vittorie del Chievo sul Genoa, del Cagliari sulla Roma, del Cesena sul Milan e del Brescia sul Palermo: “conviene celebrare e festeggiare questo tsunami pauperista senza andare troppo oltre” scriveva l’ammirato redattore che poi, temendo di essersi spinto un po’ in là, ha subito aggiunto di non voler fare del “facile terzomondismo”.<br />
Terzomondismo.</p>
<p>Vincono il Cesena, il Brescia, il Chievo (un quartiere di Verona) e festeggiarli sarebbe “terzomondismo”.<br />
Ma alle pagine sportive del Giornale sono infiltrati bolscevichi o non hanno mai sentito parlare dei confini della Padania? Passi per Cesena, che secondo Bossi fa sempre parte del Nord ma è città infida, vogliamo guardare su Google Maps dove sono Brescia e Verona? Mi par già di sentire le telefonate a Feltri del sindaco di Brescia Adriano Paroli e di quello di Verona Flavio Tosi: il povero redattore rischia di venire incaricato di seguire il campionato promozione della Sicilia occidentale in men che non si dica. </p>
<p>A Sciacca avrà senz’altro molto tempo libero per leggere Frantz Fanon e approfondire la categoria “terzomondismo”. </p>
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		<title>Io sola sempre in cella colla mia tristezza&#8230;</title>
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		<dc:creator><![CDATA[giorgio vasta]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 21 Dec 2004 09:31:27 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[indiani]]></category>
		<category><![CDATA[Cesare Lombroso]]></category>
		<category><![CDATA[Giorgio Vasta]]></category>
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					<description><![CDATA[di Giorgio Vasta Pubblico a seguire la trascrizione di una lettera di implorazione di una donna sordomuta, tre volte recidiva per furto, vissuta presumibilmente nella Torino del secondo Ottocento. Questa lettera, insieme ad altri materiali analoghi, è contenuta nel volume Palimsesti del carcere. Storie, messaggi, iscrizioni, graffiti dei detenuti delle carceri alla fine dell&#8217;Ottocento, di [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Giorgio Vasta</strong></p>
<p><img decoding="async" alt="sbarre.jpg" src="https://www.nazioneindiana.com/archives/sbarre.jpg" width="219" height="270" align="left" border="0" hspace="4" vspace="2" />Pubblico a seguire la trascrizione di una lettera di implorazione di una donna sordomuta, tre volte recidiva per furto, vissuta presumibilmente nella Torino del secondo Ottocento. Questa lettera, insieme ad altri materiali analoghi, è contenuta nel volume <em><a href="http://www.amazon.it/gp/product/8820725630/ref=as_li_ss_tl?ie=UTF8&amp;camp=3370&amp;creative=24114&amp;creativeASIN=8820725630&amp;linkCode=as2&amp;tag=bamaulion-21" target="_blank">Palimsesti del carcere</a>. Storie, messaggi, iscrizioni, graffiti dei detenuti delle carceri alla fine dell&#8217;Ottocento</em>, di Cesare Lombroso (Ponte alle Grazie, 1996). Si tratta di una lettera secondo me straordinaria, una sequenza di parole nella quale la sintassi non è altro che una eco sempre più sfumata, un miraggio, un presentimento, un incubo, un abbaglio, un fil di ferro annodato in grumi e poi riallungato in filamenti di lingua. Principalmente, è un testo che <em>usa </em>le parole come se fossero utensili. Il sottinteso è: il cucchiaio serve a mangiare la minestra, il martello e i chiodi a fare dei buchi nel muro, e le parole a parlare, semplicemente a parlare, a dire, a implorare di andare via, al limite di andare in &#8220;altra carcere&#8221;, che è pur sempre un andare.<br />
Cercherò nel tempo di pubblicare altre <em>zone</em> di linguaggio analoghe, zone che mi sembrano esserci definitivamente precluse.<br />
<span id="more-792"></span><br />
<em>Sig. Procuratore del Re,</em></p>
<p><em>Io sono debole perché sempre piangere per mia passione sordomuta, e anche grande miserabile carcere. </em><em>Non posso parlare qualche donne proibito, epperciò io sola sempre in cella per amara. Io ho ricevuto il suo biglietto, ho rubato alcuni abiti ed oggetti per un valore lire cento e lire 25; ma io aveva restituito tutti gli abiti alla sartoria Ditta Levi. Basta, non so altri abiti. Martedì sono due mesi in carcere, 15 gennaio. Il mio marito non può portarmi il cibo, perché il mio marito è povero; pagare due balie. Io pazienza molto e mangio il pane puro e la minestra. Ho male alla testa, che alcuni mesi io caderò. Io confido Lei ha la pietà di me, chiedo darmi la libertà provvisoria. Io sono il freddo e sono vecchia, bisogna bevere il caffè, mai. Io desiderio sapere quanti mesi per libertà provvisoria? Se la sua risposta già per sapere quanti mesi sarò tranquilla sapere bene, se il Procuratore non dia la libertà provvisoria o forse un anno ancora in carcere. Lei è come un buon padre per me povera; ma un anno ancora io non posso stare in carcere, ne dispiaccio perché non parlo mai colle donne. Prego sig. Procuratore sa mettermi altra carcere, all&#8217;Ergastolo molte donne parlano il permesso insieme la mia consolazione.<br />
Io sola sempre in cella colla mia tristezza, non voglio più stare in carcere&#8230;</em></p>
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