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	<title>Chandra Livia Candiani &#8211; NAZIONE INDIANA</title>
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		<title>Vista dalla luna</title>
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		<dc:creator><![CDATA[antonio sparzani]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 04 Apr 2019 05:00:28 +0000</pubDate>
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		<category><![CDATA[Chandra Livia Candiani]]></category>
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					<description><![CDATA[di Giorgio Morale Un canto all’infanzia sterminata. Vista dalla luna di Chandra Livia Candiani Con una copertina rosso fiammante Vista dalla luna di Chandra Livia Candiani (Salani, marzo 2019) è un libro terribile: comprende due raccolte, “Vista dalla luna”, composta tra il gennaio 1999 e l&#8217;aprile 2000, e “La porta”, composta tra il dicembre 2005 [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Giorgio Morale</strong></p>
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<p>Un canto all’infanzia sterminata. <em>Vista dalla luna</em> di <strong>Chandra Livia Candiani</strong></p>
<p>Con una copertina rosso fiammante <em>Vista dalla luna</em> di Chandra Livia Candiani (Salani, marzo 2019) è un libro terribile: comprende due raccolte, “Vista dalla luna”, composta tra il gennaio 1999 e l&#8217;aprile 2000, e “La porta”, composta tra il dicembre 2005 e il gennaio 2006, accomunate dal tema dell&#8217;infanzia . “Puttana vestita di nero”, “Ti ammazzo di botte”, “Ti spezzo in due / te ne dò tante da levarti il fiato” sono alcune delle imprecazioni che ci colpiscono nelle prime pagine. Ciò è inusuale in un libro di poesia, e in particolare in un libro di poesia in cui si parla di infanzia, e per questo determina quella “esplosione di senso” tipica della scrittura poetica.</p>
<p>Non è la prima volta che la poesia dà voce ai dolori dell’infanzia, che convivono con la sua<br />
mitizzazione. Sin dalle origini della concezione moderna di infanzia, nella temperie romantica, Novalis dice nei “Frammenti”, che “Dove ci sono bambini c’è un’età dell’oro” ma pressappoco negli stessi anni Hölderlin scrive: “Quando un pargolo io era, sovente dal frastuono / dalla sferza<br />
degli uomini / in salvo un dio mi trasse”, facendoci intendere molto con quella reticenza: “sferza<br />
degli uomini”. Ma non ricordo un componimento poetico in cui la sofferenza dell’infanzia sia<br />
espressa così nudamente, con una chiarezza disarmante, senza nulla di semplice e fanciullesco,<br />
nulla di grazioso, senza mediazioni culturali, senza teorizzazioni o artifici; ma esaltata dalle<br />
caratteristiche del dettato di Chandra Livia Candiani: necessità del dire, espressa dal presente<br />
atemporale in cui si colloca la voce poetica; concretezza delle situazioni, delle <em>dramatis personae</em>,<br />
delle voci; attenzione al dettaglio e vocazione alla “precisione” che infondono energia alle parole e<br />
fanno sentire la palpabile violenza che può crescere nell’ambiente familiare; estrema naturalezza<br />
che va alle cose stesse liberandosi di scorie ideologiche e di poetiche sovrapposte al vissuto, che<br />
dopo aver dominato il Novecento ancora oggi da molti vengono anteposte ai testi; il nitore del<br />
verso, non edulcorato, non allusivo, non estetizzante, sostenuto dal coraggio di chi nella poesia<br />
scommette la propria vita, “arrischiante”, come dice Heidegger dei poeti, i quali “osano spingere<br />
l’esperienza umana fino al suo limite”. E anche in questo come negli altri libri di Chandra Livia<br />
Candiani c’è un “io leggero” ottenuto tramite una forma di distanziamento e di alleggerimento della<br />
soggettività: in questo caso protagonista delle due sezioni del libro, “Vista dalla luna” e “La<br />
porta”, sono prima un “Io” di cui si parla in terza persona e poi “la bambina”.</p>
<p>“<em>Le parole di Io dentro il petto” sono “un fuoco d’alfabeto</em>”.<br />
Leopardi scrive che, poiché “la vita è sventura”, una volta nato il bambino, “La madre e il genitore /<br />
il prende a consolar dell’esser nato”. In “Vista dalla luna” le violenze e le angosce terribili sofferte<br />
dalla bambina che si chiama “Io” sono provocate da una “normale” situazione familiare tra le mura<br />
di una “normale” casa borghese, l’inferno che la psicanalisi dice da un secolo. L’immobilità di<br />
tempo e spazio in una situazione coercitiva e compressa diventano nella poesia concentrazione della<br />
parola: “Forchetta sedia tavolo / sedia tavolo forchetta”. Intanto “i grandi si sbranano”. Il padre “è<br />
l’orco”. La madre non è “angelo della casa” e della casa non è “se non l’uragano”, semmai degli<br />
angeli ha “l’indifferenza”. Essa “ha un cancello / nero e acuminato ferisce / le dita dei bambini<br />
imprevisti”, essa non vede nemmeno la bambina mentre l’accompagna a scuola, la esclude dalla<br />
“reggia / della sua visuale”, la bambina per la madre è “il numero sfuggito all’ultima / delle sue<br />
somme, la cifra / che non torna”. La bambina è “quel buco bianco” che “fa sbattere il quaderno contro il muro / e urlare”. Ha solo “le carezze di farina della luna / madre imprestata”: la luna – la natura – come l’equivalente del dio che trasse in salvo Hölderlin pargolo.</p>
<p>È terribile la preghiera della bambina all’“uomo della polverina del sonno” perché l’aiuti a superare<br />
la paura della notte: “non mandarmi prego la mamma / non mandarmi ti imploro il papà”. Invoca<br />
invece: “mandami il lupo / che mi insegni ad attraversare / il corridoio di casa / che mi trasporti / in<br />
cima al mattino / senza la vertigine delle ore, / mandami prego / l’orco che mi inghiotta / in un<br />
boccone e non mi imbocchi / ferendo la forchetta di rossa / rugiada”. Invoca “un ripostiglio di sogni<br />
caldi”. Questa infanzia è “una lunga ripetuta / ferita”, sottolineata dal commento dei familiari:<br />
questa bambina “Non vuole essere capita”. D’altra parte “da sole non si tossisce / e non si piange,<br />
ma si ricama / con le mani nell’aria / lievi trine / di paesi sognati, / laghi di ghiaccio e cioccolato, /<br />
pareti innamorate, / silenziose sciocchezze”. A completare il quadro di questa infanzia viene ciò che<br />
è fuori dalla casa e che ha la stessa indifferenza e la stessa insignificanza: c’è il “niente è accaduto /<br />
dell’asfalto”, “la Messa in cui sgozzano i cerbiatti”, la scuola in cui “si imparano / le case dove non<br />
abita nessuno / gli alberi in fila come soldati”. Dappertutto “nessuno arde, mentre “le parole di Io<br />
dentro il petto” sono “un fuoco d’alfabeto / senza lingua senza / senso”.</p>
<p><em>“Un minuscolo poema lungo una notte”</em><br />
Allo stesso modo ne “La porta” incombe nella vita domestica “l’assassino, / Senza nome. / Dal<br />
nome troppo conosciuto”, che sta dietro la porta. “Ogni anno una nuova cicatrice”. Ma anche qui “il<br />
buio / … diventa un nido”. E come dice Rilke nella quarta Elegia, nell’infanzia si vive “cosí,<br />
nell’intervallo ch’è tra il balocco e il mondo”. Per sopravvivere la bambina “mette in fila sul banco /<br />
giovani / animali di zucchero”, “disegna un puma” e “attraverso il puma / la bambina / consente al<br />
cuore. / La velocità”. Finché</p>
<blockquote><p>Dorme.<br />
La parola.<br />
La bambina<br />
la prende.<br />
Sulla lingua.<br />
Come un fiocco<br />
di neve.<br />
Un alfabeto.<br />
Gelido.<br />
Si scioglie.</p></blockquote>
<p>E la bambina “Conserva le parole in un sacco / buio / apre le parole al vento. /…/ parla con l’aria”,<br />
scrive “un minuscolo poema / lungo una notte”. Un vascello leggero che arriva fino a noi.</p>
<p>Ha ragione una scrittrice colta e raffinata come Cristina Campo quando ne “Gli imperdonabili” dice<br />
che l’infanzia è l’età a cui si torna sempre, e lo conferma Chandra Livia Candiani nella introduzione<br />
a <em>Vista dalla luna</em>: “L’infanzia è un luogo assoluto, senza tempo, luogo di transito, in cui non si può<br />
sostare, ma tornare sempre”. Ha ragione Cristina Campo quando dice che “la vecchiezza, spesso<br />
dimentica di tanta parte della vita trascorsa, ricorda con limpidità sempre maggiore l’infanzia”, che<br />
l’infanzia è “non già il proprio passato, ma… il futuro”. Il futuro di “Io” è “un fuoco d’alfabeto”,<br />
“le parole… dentro il petto”, le “silenziose sciocchezze”. Così si invera anche che l’infanzia è “la<br />
storia delle proprie verità” come dice Marina Cvetaeva, ed è l’età delle vocazioni: da Esiodo che<br />
racconta che da fanciullo si vide affidare l’investitura poetica dalle Muse, a Leopardi che scrive:<br />
“fanciullo io venni / A pormi con le Muse in disciplina”. Non sempre è vero però ciò che scrive<br />
Cristina Campo, che l’infanzia è una condizione estatica, e non sempre chi racconta la propria<br />
infanzia “sembra dotato… di potere augurale” e provoca un rapimento che sospende “il moto delle<br />
sfere”, da cui ci si ridesta “con una desolazione più feroce del rapimento”, al punto che la<br />
vecchiezza “può chiamarsi anche esilio”. All’infanzia si ritorna sempre, ma non sempre essa è “uno<br />
stato di felice natura” come la definisce Garcia Lorca.<br />
<em><br />
“Sterminata… significa sia smisurata che annientata”</em><br />
Va nominata infatti, per completare il quadro del libro e dell’infanzia che è in esso contemplata,<br />
l’introduzione della stessa Chandra Livia Candiani che ricorda “l’infanzia sterminata” di oggi.<br />
“Sterminata è un aggettivo a doppio taglio” leggiamo nell’introduzione. “Significa sia smisurata che<br />
annientata”: annientata dalle guerre, dalle migrazioni, dagli abusi, dai crimini familiari. In un tempo<br />
in cui “nelle scuole si insegna… a non sentire” e in cui “le bambine e i bambini guardano nel vuoto<br />
mentre i grandi affondano nel cellulare”. Anche con questo Chandra Livia Candiani ci dona un libro<br />
necessario, che tocca un elemento decisivo della nostra umanità.</p>
<p>“Vista dalla luna” è la genealogia de “La bambina pugile” (Einaudi 2014) e di “Fatti vivo”<br />
(Einaudi 2017) e rappresenta una parte di quegli inediti che nel 2005 Vivian Lamarque lamentava<br />
non vedessero la luce. Il lettore di Chandra Livia Candiani può capire da “Vista dalla luna” perché<br />
la bambina pugile “Ha lottato tutta la notte / contro la notte” e trovare la ragione del “sonno della casa” di<br />
“Fatti vivo”. Può comprendere da quale ferita viene quella apertura al mondo che ha ispirato la<br />
dedica de “La bambina pugile”: “… ai vivi, ai morti, e ai mai nati, ai sopravvissuti, a tutti gli<br />
oggetti del lavoro umano, tavoli, sedie e letti, e pane e vino, e orti, e a tutti i cari, furiosi o delicati,<br />
animali,… agli alberi vecchi e giovani, solitari e socievoli, al fondo del mare, alle onde una a una, ai<br />
granelli di sabbia, alle nuvole, alle montagne, ai sassi, alle conchiglie, ai fiumi, alla terra terra,…<br />
alla notte, alla luce, all’universo che non finisce…”.</p>
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		<title>Il silenzio è cosa viva</title>
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		<dc:creator><![CDATA[antonio sparzani]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 20 Oct 2018 05:00:21 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[diari]]></category>
		<category><![CDATA[Antonio Sparzani]]></category>
		<category><![CDATA[Chandra Livia Candiani]]></category>
		<category><![CDATA[giorgio morale]]></category>
		<category><![CDATA[poesia italiana contemporane]]></category>
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					<description><![CDATA[di Giorgio Morale La prosa dei poeti: Il libro Il silenzio è cosa viva di Chandra Livia Candiani (Einaudi 2018, € 12) ha come sottotitolo L’arte della meditazione, con un chiaro riferimento alla pratica del Buddhismo da parte dell’autrice. Esso però si può definire con un’espressione nietzschiana “un libro per tutti e per nessuno”. I [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Giorgio Morale</strong><br />
<img decoding="async" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/10/Candiani-copertina-2-175x300.jpg" alt="" width="175" height="300" class="alignleft size-medium wp-image-76287" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/10/Candiani-copertina-2-175x300.jpg 175w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/10/Candiani-copertina-2.jpg 250w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/10/Candiani-copertina-2-200x342.jpg 200w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/10/Candiani-copertina-2-160x274.jpg 160w" sizes="(max-width: 175px) 100vw, 175px" /></p>
<p><em>La prosa dei poeti</em>: Il libro <em>Il silenzio è cosa viva</em> di <strong>Chandra Livia Candiani</strong> (Einaudi 2018, € 12) ha come sottotitolo <em>L’arte della meditazione</em>, con un chiaro riferimento alla pratica del Buddhismo da parte dell’autrice. Esso però si può definire con un’espressione nietzschiana “un libro per tutti e per nessuno”. I libri per tutti e per nessuno sono libri che sfuggono alle etichette e che proprio per questo spingono un po’ più in là la nostra percezione della realtà, e perciò la coscienza individuale e il livello di libertà e di scelta. Per spiegarlo farò due premesse. Per la prima ci soccorrono alcune frasi di Roman Jakobson. “Le suddivisioni operate dai libri scolastici sono di una semplicità rassicurante” scrive Roman Jakobson (Poetica e poesia), “da una parte la prosa, dall’altra la poesia. C’è invece una differenza sorprendente fra la prosa di un poeta e la prosa di un prosatore”. Leggendo la prosa dei poeti, continua Jakobson, “proviamo un senso di involontario stupore per la loro padronanza dei mezzi dell’altro linguaggio, mentre avvertiamo al tempo stesso, inevitabilmente, come un’intonazione straniera nell’accento e nella forma interna della lingua: sono splendide irruzioni dalle vette della poesia alla prosa della pianura”. </p>
<p><em>La lingua delle schegge e dei frammenti</em>: Il libro di Chandra Candiani è un magnifico esempio della prosa di un poeta. Lo fanno essere tale la cura della parola, la struttura della sintassi, il ritmo del discorso, il ricorso a procedimenti poetici come la similitudine, la ripetizione, gli elenchi, l’aneddoto e la citazione, l’inserimento di testi poetici prodotti dai bambini nei corsi di poesia tenuti da Chandra Candiani nelle scuole. E ancora: il tono entusiasta con cui si realizza la mescolanza di andamento narrativo e immediatezza di intuizione, gli inserti autobiografici – memorie e percezioni, gioie e paure, ferite e mancanze – che sono la materia viva di cui è fatto il discorso e costruiscono lo sguardo sul mondo che abbiamo amato nelle raccolte poetiche La bambina pugile (Einaudi 2015) e Fatti vivo (Einaudi 2017). A compiere un’analisi intertestuale, troveremmo molte ricorrenze tra Il silenzio è cosa viva e i volumi di poesia di Chandra Candiani. Ci sono brani, ne Il silenzio è cosa viva, ad esempio quello intitolato Imparare a tremare, come quello intitolato Frantumi, che per intensità e modalità di scrittura sono vera prosa e vera poesia. Anche per dire la pratica della meditazione viene infatti usata la lingua della poesia, “la lingua delle schegge, dei frammenti”, così come nei volumi di poesia ci sono brani “didattici”: ricordiamo fra tutti la serie delle Mappe ne La bambina pugile. </p>
<p><em>Buddhismo anonimo</em>: Per quanto riguarda il contenuto, una premessa doverosa parte dal concetto di “cristianesimo anonimo” coniato da Karl Rahner. Con questa espressione il teologo tedesco intende dire che anche gli appartenenti a fedi diverse dalla cristiana – come i non appartenenti a nessuna fede – possono essere portatori di Verità non meno dei cristiani. “Cristianesimo anonimo”, spiega Rahner, significa che “chiunque segue la propria coscienza, sia che ritenga di dover essere cristiano oppure non-cristiano, sia che ritenga di dover essere ateo oppure credente, è accetto e accettato da Dio e può conseguire quella vita eterna che nella nostra fede cristiana noi confessiamo come fine di tutti gli uomini” (La fatica di credere). Negli anni attorno al Concilio Vaticano II questo concetto contribuì a rinnovare la Chiesa e a favorire un dialogo tra Chiesa cattolica e movimenti di liberazione. Ho preso le mosse da Rahner perché leggendo Il silenzio è cosa viva, per associazione, è nata in me la formula “Buddhismo anonimo”. Chandra Livia Candiani, per esperienze e scelta, ha maturato una vera e propria adesione al Buddhismo, ed è di Buddhismo che lei parla in questo libro, ma a me che leggo e non sono buddista il libro comunica una dimensione che fa parte della condizione umana in quanto tale, a prescindere dalla fede.<br />
Quando si comincia a meditare? Contribuisce a ciò una prefazione assolutamente personale, in cui appare la domanda: “Quando si inizia ad avvertire qualcosa di più grande di noi? Quando ho iniziato io a ‘meditare’? Forse intorno ai nove anni, chiusa in bagno in ginocchio, mentre fuori gli adulti si stanno massacrando?”. Anche nell’esperienza di chi scrive, quindi, il Buddhismo viene prima dell’adesione adulta al Buddhismo, la pratica della meditazione prima della consapevolezza della sua pratica, tanto che si perde nei ricordi dell’infanzia. Si riconosce la pratica della meditazione, dice Chandra Candiani, per il suo essere “un movimento di ritorno a un luogo dimenticato” dove si sta bene, “così vuotamente bene”. E tra i guadagni della pratica troviamo scoperte umane che ognuno di noi vorrebbe fare: “a me ha dato il corpo. Ho scoperto di respirare. Mi ha insegnato a sentire. Mi ha fatto percepire il momento e il luogo. Mi ha insegnato ad assaporare qualsiasi cosa stessi vivendo, senza esclusione. Mi ha messo al mondo”. Una nuova nascita, insomma, la nascita consapevole, che prosegue giorno dopo giorno anche quando diventa insegnamento: “L’insegnamento non è una cosa esterna, è il mio stesso vivere”.</p>
<p><em>Qui e ora</em>: Anche l’incipit del libro, il primo capitolo, non solo ha un carattere personale, ma anzi, come la poesia lirica, parte nel qui e ora e non nell’atemporalità dei trattati. Il tempo è quello della biografia di Chandra Candiani, con le sue occorrenze imprevedibili e inevitabili: “Tre giorni fa è morta mia sorella. L’ultima rimasta. Non ho ancora cancellato il suo numero dal cellulare”. Come nella lirica moderna, il testo sembra farsi in tempo presente, nel mentre chi scrive vive ciò di cui parla, tanto da essere persino in dubbio di riuscire a completare la sua opera: “Forse non scriverò questo libro”. Il luogo è precisato nel primo capitolo del libro, è la stanza della meditazione. Con un andamento leggermente narrativo, Chandra Candiani ci accoglie alla soglia del libro come un’ospite sulla soglia di casa e ci introduce nella stanza della meditazione. Con un’avvertenza: “non si tratta di chiudere fuori il mondo”, ma di “Essere tutti lì dove siamo”. Ci descrive la stanza e dai dettagli concreti ha inizio inavvertitamente quel viaggio che lei compie da trent’anni per “imparare a essere qui”. Soltanto “Ci vuole del tempo e qualche indicazione perché ci si risvegli a dove è il corpo”. E “man mano che ci apriamo a essere dove è il corpo e a sentire come stiamo in quel momento, il qui si dilata, diventa immenso,… fino a farci assaporare la spaziosità fondamentale in cui abitiamo, non solo la spaziosità della coscienza ma quella dell’universo stesso”. Chi scrive svolge davanti a noi questo suo viaggio, ci porta dentro la sua interiorità, e così facendo induce un percorso simile anche in noi.</p>
<p><em>Tutto è meditazione</em>: “Una stanza vuota insegna a essere contenitore vuoto, ma pronto, capace, accogliente”. È il punto di partenza per un’apertura all’universo che da poeta Chandra Livia Candiani ha cantato ne La bambina pugile e in Fatti vivo. Gesti che ci liberano sono “inchinarsi” e “chiedere rifugio”, accogliere l’irrequietezza, assumere una postura che radichi e apra, partire dal respiro e dal corpo, “senza identificazione e insieme senza scissione”, evitando le narrazioni e le autonarrazioni della mente. Chandra Candiani descrive le sensazioni fisiche, ne narra l’evoluzione, insieme a lei avvertiamo via via l’aderire alla terra e il fluire del respiro, il contatto con il corpo e l’attenzione a ciò che ci circonda, l’ascolto e l’attesa, fino al sorgere del sentimento di essere e di una conoscenza altra rispetto a quella concettuale, che, con un’espressione presa da Emmanuel Levinas, possiamo dire che assomiglia piuttosto a una carezza, “qualcosa che viene afferrato,… che sfiora senza prendere, qualcosa che scorre. La carezza è ‘marcia verso l’invisibile’, perché la carezza ‘non sa cosa cerca’.”. Scopriamo che l’approdo non è una pace priva di scosse ma la consapevolezza che la sofferenza c’è, che la ricerca non è rivolta a uscire dalla vita quotidiana, ma a entrarci consapevolmente, cosicché la meditazione è non un anestetico, ma una Via per entrare più in intimità con quello che ci accade. Da questo punto di vista “tutto è meditazione” e come nell’insegnamento buddista il libro ci chiede “di allargare il nostro orizzonte di pratica, la nostra visuale spirituale a tutta la nostra vita”.</p>
<p><em>Meditazione e poesia</em>: Il silenzio è cosa viva si può leggere anche come un libro di poetica. Lo fanno essere tale innanzitutto affermazioni esplicite che accomunano meditazione e poesia nella biografia di Chandra Candiani. “Le misteriose vie della vita mi hanno regalato due metodi, due alleati per avvicinare e arrivare ad accogliere la paura: la poesia e la pratica del Buddhismo”. Le due pratiche sono accomunate anche dall’essere un’arte: “Meditare non è nemmeno una tecnica, ma un’arte. Dell’arte quindi ha il rischio, l’improvvisazione, lo studio e la dimenticanza dello studio, la dedizione, la leggera e misurata follia, la precarietà, la vocazione, l’invasione nella vita quotidiana, la spellatura”. Parole che possono riferirsi anche alla poesia. E c’è molto altro disseminato nel libro. La stanza della meditazione ricorda da vicino Una stanza tutta per sé di Virginia Woolf.  Come quella rivendicava non solo “una stanza tutta per sé per poter scrivere” ma al contempo decostruiva secoli di cultura patriarcale in cui il femminile non trovava posto, così questa stanza della meditazione non solo “è molto simile allo spazio del cuore”, ma si spinge oltre i limiti della cultura occidentale per trovare in altre culture le parole per dire la possibilità di un superamento delle nostre separatezze: “Si tratta di coltivare la mente-cuore. In pali, sono una parola sola: citta. E già questo fa avvertire la portata della differenza tra la nostra cultura occidentale di pensiero dissezionante e separativo e una cultura della non separatezza, del nesso”.</p>
<p><em>La vita è viva</em>: I lettori di Chandra Livia Candiani potranno trovare in questo libro l’atteggiamento di ascolto e apertura al mondo che abbiamo incontrato ne La bambina pugile, reso possibile da un io leggero che si discosta da quello della cultura occidentale: “Il rischio della solidificazione è ovunque, anche sul sentiero interiore, ed è quello di creare un io ideale, un io meditante, saggio, imperturbabile, che snocciola insegnamenti a piè sospinto”. Vi può trovare, come risultato di questa apertura, l’approdo alla realtà, alla sua bellezza e alla sua terribilità, che costituisce la trama di Fatti vivo: “Sono cosa della realtà. Briciola di misteriosi legami, ogni nodo di realtà rispecchia tutti gli altri e la rete non ha fine”. Come Fatti vivo reclamava che “Di guerrieri indifesi / ha bisogno il mondo, / di sacra ira / di occhi spalancati”, così Il silenzio è cosa viva insiste che “la vita è viva e… ci si può abbandonare a essa, senza diventare passivi, ma anzi collaborando al suo svolgimento”. La meditazione, come la poesia, è un gesto etico e politico, che sostituisce un’esperienza a una convenzione, che rifiuta una consapevolezza intesa come pacificazione in favore di una piena assunzione di responsabilità che si esplichi in risposte che vadano dalla compassione alla gioia per la gioia dell’altro e all’azione responsabile.</p>
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		<title>La poesia come ape operaia. Su Fatti vivo di Chandra Livia Candiani</title>
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		<pubDate>Fri, 16 Jun 2017 05:00:12 +0000</pubDate>
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		<category><![CDATA[mariasole ariot]]></category>
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					<description><![CDATA[&#160; nota di Giorgio Morale &#160; Silvio Perrella in un articolo su Il Mattino (19, 5, 2017) a proposito di Fatti vivo, il nuovo libro di Chandra Livia Candiani (Einaudi 2017) nota che “Chandra Livia Candiani mentre scrive è come se pregasse; i suoi sono esercizi di armonizzazione tra quel che è passeggero e quel [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>&nbsp;</p>
<p style="text-align: right;">nota di <strong>Giorgio Morale</strong></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Silvio Perrella in un articolo su <em>Il Mattino</em> (19, 5, 2017) a proposito di <em>Fatti vivo</em>, il nuovo libro di Chandra Livia Candiani (Einaudi 2017) nota che “Chandra Livia Candiani mentre scrive è come se pregasse; i suoi sono esercizi di armonizzazione tra quel che è passeggero e quel che resta e sta ‘sopra il disordine della realtà’. Scrivere versi pregando è per lei l’infinito inseguimento degli elementi primi, come la pioggia o la sete. È il tentativo di scrutare ‘il fondo/sereno delle cose’”.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Anche Antonio Prete su <em>Il manifesto</em> (21, 5, 2017) parla della poesia di Chandra Livia Candiani come preghiera: “I versi di Chandra Livia Candiani – ho vive in me le impressioni che hanno accompagnato la lettura dei precedenti suoi libri – ospitano gli oggetti, la loro aura onirica, la loro anima, circondandoli di un sentimento del tempo e trasformandoli in presenze intime… A uno sguardo che è di stupore e di preghiera, insieme. Il mostrarsi del mondo – del suo suono, del suo furore – è accolto in una parola che è insieme accoglimento dell’esistente e interrogazione di sé… La poesia è tutta ospitalità che fa rifiorire quel che accoglie, oggetto o ricordo, presenza umana o animale”.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Vorrei porre in evidenza due cose che emergono da queste citazioni. Innanzitutto il rapporto tra io e mondo, per il quale le “presenze intime” diventano “sentimento del tempo” e il “mostrarsi del mondo” diventa “interrogazione di sé”. Questo ritrovare se stessi nel mondo e scoprire nel mondo quel che si ha dentro di sé è un atteggiamento che Candiani ha portato a piena evidenza ne <em>La bambina pugile</em> e che viene approfondito in <em>Fatti vivo</em>: “sono buttata in tutto ferito, / in questo solo questo mondo”. È un atteggiamento che rende il poeta accogliente e allo stesso tempo partecipe delle gioie e dei dolori del mondo e che rende la poesia “cantico” e “preghiera”. Di accoglienza del mondo e di sentimento del tempo oggi c’è molta necessità, ed è questo che rende quella di Chandra Livia Candiani una poesia di cui il nostro tempo ha bisogno. Si tratta di una accoglienza che non arretra di fronte ad alcuni aspetti in ombra della realtà, di fronte al dolore e al male del mondo: “Il dolore degli altri / non mi sta in mano / e nemmeno in gola / più che altro sta nel petto”. Perciò la poesia di Livia Candiani esprime un desiderio di “aspirare / il cielo” ma anche di “farsi terra e polvere”. Senza opporre barriere e difese: “Lasciati bruciare”.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>In questo atteggiamento c’è anche un risvolto etico e quindi pragmatico: “L’amore è diverso / da quello che credevo, / più vicino a un’ape operaia / a un tessitore / che a un acrobata ubriaco, / più simile a un mestiere / che a un sentire”. Siamo molto lontani dall’immagine del poeta e dell’uomo come acrobata tipico delle avanguardie novecentesche. Amare è un mestiere, e accogliere implica un’azione che è quella di raccogliere quanto è violentato e disperso.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Come ha detto Erri De Luca <strong>nel suo intervento alla riunione nazionale di <em>Emergency</em>, a Genova l’1 luglio 2016,</strong> “Il mio verbo moderno è raccogliere: un raccolto di vite che non abbiamo seminato, allegato, educato”. Realizzando il significato originario del verbo dire, in greco <em>legein</em> cioè raccogliere, Chandra Livia Candiani con la parola raccoglie questo che “Mio mondo / chiamano / mio mondo / essere senza mondo”. Il respiro del poeta, metonimia per dire la parola, “porta brandelli di mondo”. Ecco infatti che nei suoi elenchi Chandra Livia Candiani raccoglie “Abu faccia sbriciolata” e i nomi dei bambini morti annegati nel Mediterraneo, “lo sgombero visto da un bambino” rom e l’uomo che chiede “Dammi da mangiare / dammi da bere”, e perfino gli animali privati del loro ambiente naturale: “elefante, leone, tigre, orso bruno, lince, storione…”</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>L’auspicio è che possa verificarsi per il lettore quello che nella prima sezione del libro dice <em>Il portone</em>: “quelli che entrano / non usciranno uguali”. E che ognuno dei lettori raccolga queste “istruzioni per farsi vivi”, perché “Di guerrieri indifesi / ha bisogno il mondo, / di sacra ira / di occhi spalancati”.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><span style="font-family: Times New Roman,serif;"><span style="font-size: medium;">Poesie tratte dalla nuova raccolta di poesie di Chandra Livia Candiani, </span></span><em><span style="font-family: Times New Roman,serif;"><span style="font-size: medium;">Fatti vivo</span></span></em><span style="font-family: Times New Roman,serif;"><span style="font-size: medium;"> (Einaudi 2017).</span></span></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>L’amore è diverso</p>
<p>da quello che credevo,</p>
<p>più vicino a un’ape operaia</p>
<p>a un tessitore</p>
<p>che a un acrobata ubriaco,</p>
<p>più simile a un mestiere</p>
<p>che a un sentire.</p>
<p>Io amavo</p>
<p>un po’ con la memoria astrale</p>
<p>e un po’ con giustizia poetica,</p>
<p>ma l’amore</p>
<p>è più vicino a una scienza</p>
<p>che a una poesia,</p>
<p>ha delle sue regole di risonanza</p>
<p>e altre di respingenza,</p>
<p>ha angoli di incidenza</p>
<p>per profili alari e luce,</p>
<p>ma non ha regole per il buio</p>
<p>e l’assenza di ali.</p>
<p>L’amore è molto simile</p>
<p>all’insonnia,</p>
<p>non devi soffrirla</p>
<p>solo ospitarla,</p>
<p>lasciare che ti squassi</p>
<p>faccia di te un sistema nervoso</p>
<p>senza isolamento,</p>
<p>una corda tesa</p>
<p>di strumento musicale ignoto.</p>
<p>Essere temi musicali</p>
<p>non è una vocazione</p>
<p>ma una disciplina di spoliazione,</p>
<p>è farsi ossi</p>
<p>limati</p>
<p>dalle onde</p>
<p>goccia che si disfa</p>
<p>nel galoppante mare.</p>
<p>*</p>
<p>Il dolore degli altri</p>
<p><span style="font-family: Times New Roman,serif;"><span style="font-size: medium;">non mi sta in mano</span></span></p>
<p><span style="font-family: Times New Roman,serif;"><span style="font-size: medium;">e nemmeno in gola</span></span></p>
<p><span style="font-family: Times New Roman,serif;"><span style="font-size: medium;">più che altro sta nel petto</span></span></p>
<p><span style="font-family: Times New Roman,serif;"><span style="font-size: medium;">nella sua memoria</span></span></p>
<p><span style="font-family: Times New Roman,serif;"><span style="font-size: medium;">luogo schivo</span></span></p>
<p><span style="font-family: Times New Roman,serif;"><span style="font-size: medium;">che fa stazione</span></span></p>
<p><span style="font-family: Times New Roman,serif;"><span style="font-size: medium;">che scartavetra le fughe.</span></span></p>
<p><span style="font-family: Times New Roman,serif;"><span style="font-size: medium;">*</span></span></p>
<p><span style="font-family: Times New Roman,serif;"><span style="font-size: medium;">Mentre morivo</span></span></p>
<p><span style="font-family: Times New Roman,serif;"><span style="font-size: medium;">annegata di promesse</span></span></p>
<p><span style="font-family: Times New Roman,serif;"><span style="font-size: medium;">piombate al fondale</span></span></p>
<p><span style="font-family: Times New Roman,serif;"><span style="font-size: medium;">col cemento,</span></span></p>
<p><span style="font-family: Times New Roman,serif;"><span style="font-size: medium;">mentre deglutivo mare</span></span></p>
<p><span style="font-family: Times New Roman,serif;"><span style="font-size: medium;">non pensavo,</span></span></p>
<p><span style="font-family: Times New Roman,serif;"><span style="font-size: medium;">elencavo pezzetti di bene</span></span></p>
<p><span style="font-family: Times New Roman,serif;"><span style="font-size: medium;">scrostato dalla pelle:</span></span></p>
<p><span style="font-family: Times New Roman,serif;"><span style="font-size: medium;">le ombre salvifiche</span></span></p>
<p><span style="font-family: Times New Roman,serif;"><span style="font-size: medium;">le ciglia sotto il sole deserto</span></span></p>
<p><span style="font-family: Times New Roman,serif;"><span style="font-size: medium;">le labbra bambine</span></span></p>
<p><span style="font-family: Times New Roman,serif;"><span style="font-size: medium;">al capezzale del latte.</span></span></p>
<p><span style="font-family: Times New Roman,serif;"><span style="font-size: medium;">L’angelo africano</span></span></p>
<p><span style="font-family: Times New Roman,serif;"><span style="font-size: medium;">è un baobab </span></span></p>
<p><span style="font-family: Times New Roman,serif;"><span style="font-size: medium;">ha radici.</span></span></p>
<p><span style="font-family: Times New Roman,serif;"><span style="font-size: medium;">Mentre morivo</span></span></p>
<p><span style="font-family: Times New Roman,serif;"><span style="font-size: medium;">mi prendeva una nostalgia</span></span></p>
<p><span style="font-family: Times New Roman,serif;"><span style="font-size: medium;">che rapiva via</span></span></p>
<p><span style="font-family: Times New Roman,serif;"><span style="font-size: medium;">verso le rapide nuvole </span></span></p>
<p><span style="font-family: Times New Roman,serif;"><span style="font-size: medium;">e lui</span></span></p>
<p><span style="font-family: Times New Roman,serif;"><span style="font-size: medium;">l’angelo</span></span></p>
<p><span style="font-family: Times New Roman,serif;"><span style="font-size: medium;">teneva teneva.</span></span></p>
<p><span style="font-family: Times New Roman,serif;"><span style="font-size: medium;">*</span></span></p>
<p><span style="font-family: Times New Roman,serif;"><span style="font-size: medium;">E gli uomini della volta celeste</span></span></p>
<p><span style="font-family: Times New Roman,serif;"><span style="font-size: medium;">salivano e scendevano</span></span></p>
<p><span style="font-family: Times New Roman,serif;"><span style="font-size: medium;">uno spezzava il pugnale</span></span></p>
<p><span style="font-family: Times New Roman,serif;"><span style="font-size: medium;">contro la tua roccia</span></span></p>
<p><span style="font-family: Times New Roman,serif;"><span style="font-size: medium;">uno scavava con la zappa</span></span></p>
<p><span style="font-family: Times New Roman,serif;"><span style="font-size: medium;">fino al tuo serbatoio buio</span></span></p>
<p><span style="font-family: Times New Roman,serif;"><span style="font-size: medium;">metteva alla luce i reperti</span></span></p>
<p><span style="font-family: Times New Roman,serif;"><span style="font-size: medium;">li nominava</span></span></p>
<p><span style="font-family: Times New Roman,serif;"><span style="font-size: medium;">erano blu</span></span></p>
<p><span style="font-family: Times New Roman,serif;"><span style="font-size: medium;">uno scardinava il tuo uscio</span></span></p>
<p><span style="font-family: Times New Roman,serif;"><span style="font-size: medium;">chiedevi:</span></span></p>
<p>“<span style="font-family: Times New Roman,serif;"><span style="font-size: medium;">Mi porti in un posto sorvegliato?”</span></span></p>
<p><span style="font-family: Times New Roman,serif;"><span style="font-size: medium;">Nessuno è invasore del paesaggio</span></span></p>
<p><span style="font-family: Times New Roman,serif;"><span style="font-size: medium;">piuttosto il paesaggio resta per loro</span></span></p>
<p><span style="font-family: Times New Roman,serif;"><span style="font-size: medium;">non si muove.</span></span></p>
<p><span style="font-family: Times New Roman,serif;"><span style="font-size: medium;">Legge interna dei dormienti</span></span></p>
<p><span style="font-family: Times New Roman,serif;"><span style="font-size: medium;">un silenzio scrive che dormi</span></span></p>
<p><span style="font-family: Times New Roman,serif;"><span style="font-size: medium;">scrive che ti alzi</span></span></p>
<p><span style="font-family: Times New Roman,serif;"><span style="font-size: medium;">scrive che voli.</span></span></p>
<p><span style="font-family: Times New Roman,serif;"><span style="font-size: medium;">Fino a qui.</span></span></p>
<p><span style="font-family: Times New Roman,serif;"><span style="font-size: medium;">Diritto marittimo</span></span></p>
<p><span style="font-family: Times New Roman,serif;"><span style="font-size: medium;">di aspettarti.</span></span></p>
<p><span style="font-family: Times New Roman,serif;"><span style="font-size: medium;">Quando una leggenda si sbriciola</span></span></p>
<p><span style="font-family: Times New Roman,serif;"><span style="font-size: medium;">gli occhi diventano sassi.</span></span></p>
<p><span style="font-family: Times New Roman,serif;"><span style="font-size: medium;">Tu ascolta il prodigioso</span></span></p>
<p><span style="font-family: Times New Roman,serif;"><span style="font-size: medium;">canta il nome</span></span></p>
<p><span style="font-family: Times New Roman,serif;"><span style="font-size: medium;">non lasciarmi in pace.</span></span></p>
<p><span style="font-family: Times New Roman,serif;"><span style="font-size: medium;">*</span></span></p>
<p><span style="font-family: Times New Roman,serif;"><span style="font-size: medium;">Dammi da mangiare</span></span></p>
<p><span style="font-family: Times New Roman,serif;"><span style="font-size: medium;">dammi da bere</span></span></p>
<p><span style="font-family: Times New Roman,serif;"><span style="font-size: medium;">dammi i soldi bui</span></span></p>
<p><span style="font-family: Times New Roman,serif;"><span style="font-size: medium;">dammi terra sotto i piedi</span></span></p>
<p><span style="font-family: Times New Roman,serif;"><span style="font-size: medium;">dammi le mani</span></span></p>
<p><span style="font-family: Times New Roman,serif;"><span style="font-size: medium;">e l’acqua per cancellarle.</span></span></p>
<p>&nbsp;</p>
<p><span style="font-family: Times New Roman,serif;"><span style="font-size: medium;"><i>Da dove vieni bruci.</i></span></span></p>
<p><span style="font-family: Times New Roman,serif;"><span style="font-size: medium;"><i>L’acqua le mani</i></span></span></p>
<p><span style="font-family: Times New Roman,serif;"><span style="font-size: medium;"><i>gli angoli acuti</i></span></span></p>
<p><span style="font-family: Times New Roman,serif;"><span style="font-size: medium;"><i>per la città dei tuoi passi</i></span></span></p>
<p><span style="font-family: Times New Roman,serif;"><span style="font-size: medium;"><i>ecco</i></span></span></p>
<p><span style="font-family: Times New Roman,serif;"><span style="font-size: medium;"><i>spiccioli</i></span></span> <span style="font-family: Times New Roman,serif;"><span style="font-size: medium;"><i>di alta e bassa marea.</i></span></span></p>
<p><span style="font-family: Times New Roman,serif;"><span style="font-size: medium;"><i>Fame è misterioso </i></span></span></p>
<p><span style="font-family: Times New Roman,serif;"><span style="font-size: medium;"><i>richiamo</i></span></span></p>
<p><span style="font-family: Times New Roman,serif;"><span style="font-size: medium;"><i>alza e abbassa regge lascia</i></span></span></p>
<p><span style="font-family: Times New Roman,serif;"><span style="font-size: medium;"><i>ti reggo mi lascio.</i></span></span></p>
<p>&nbsp;</p>
<p><span style="font-family: Times New Roman,serif;"><span style="font-size: medium;">Dove sono i miei uccelli?</span></span></p>
<p><span style="font-family: Times New Roman,serif;"><span style="font-size: medium;">Dove sono i miei cervi?</span></span></p>
<p><span style="font-family: Times New Roman,serif;"><span style="font-size: medium;">Chi non canta sui rami?</span></span></p>
<p><span style="font-family: Times New Roman,serif;"><span style="font-size: medium;">Chi non salta tra i cespugli?</span></span></p>
<p><span style="font-family: Times New Roman,serif;"><span style="font-size: medium;">Dov&#8217;è il vento,</span></span></p>
<p><span style="font-family: Times New Roman,serif;"><span style="font-size: medium;">il mio pescatore di uccelli?</span></span></p>
<p><span style="font-family: Times New Roman,serif;"><span style="font-size: medium;">Dov&#8217;è il giardiniere</span></span></p>
<p><span style="font-family: Times New Roman,serif;"><span style="font-size: medium;">che sa far ridere i crisantemi </span></span></p>
<p><span style="font-family: Times New Roman,serif;"><span style="font-size: medium;">dove sono i passi freddi </span></span></p>
<p><span style="font-family: Times New Roman,serif;"><span style="font-size: medium;">delle mucche nella notte?</span></span></p>
<p>&nbsp;</p>
<p><span style="font-family: Times New Roman,serif;"><span style="font-size: medium;"><i>Guarda, quante mani ha la pioggia</i></span></span></p>
<p><span style="font-family: Times New Roman,serif;"><span style="font-size: medium;"><i>la terra tigre d’erba sotto l’asfalto</i></span></span></p>
<p><span style="font-family: Times New Roman,serif;"><span style="font-size: medium;"><i>gli inciampi nel canto degli uccelli</i></span></span></p>
<p><span style="font-family: Times New Roman,serif;"><span style="font-size: medium;"><i>che scavalcano l&#8217;aria.</i></span></span></p>
<p><span style="font-family: Times New Roman,serif;"><span style="font-size: medium;"><i>&#8220;Devi&#8221; dicono gli alberi </i></span></span></p>
<p><span style="font-family: Times New Roman,serif;"><span style="font-size: medium;"><i>alla leggera forza che smalta il verde </i></span></span></p>
<p><span style="font-family: Times New Roman,serif;"><span style="font-size: medium;"><i>nel nero del ramo in inverno,</i></span></span></p>
<p><span style="font-family: Times New Roman,serif;"><span style="font-size: medium;"><i>guarda il cielo che non è di nessuno</i></span></span></p>
<p><span style="font-family: Times New Roman,serif;"><span style="font-size: medium;"><i>deserto di rondini e rondini.</i></span></span></p>
<p><span style="font-family: Times New Roman,serif;"><span style="font-size: medium;"><i>Mangia parole,</i></span></span></p>
<p><span style="font-family: Times New Roman,serif;"><span style="font-size: medium;"><i>vive.</i></span></span></p>
<p>&nbsp;</p>
<p><span style="font-family: Times New Roman,serif;"><span style="font-size: medium;">Dammi l’acqua</span></span></p>
<p><span style="font-family: Times New Roman,serif;"><span style="font-size: medium;">dammi la mano</span></span></p>
<p><span style="font-family: Times New Roman,serif;"><span style="font-size: medium;">dammi la tua parola</span></span></p>
<p><span style="font-family: Times New Roman,serif;"><span style="font-size: medium;">che siamo,</span></span></p>
<p><span style="font-family: Times New Roman,serif;"><span style="font-size: medium;">nello stesso mondo. </span></span></p>
]]></content:encoded>
					
		
		
		<post-id xmlns="com-wordpress:feed-additions:1">68427</post-id>	</item>
		<item>
		<title>Chandra Livia Candiani, La bambina pugile</title>
		<link>https://staging.nazioneindiana.com/2014/06/19/chandra-livia-candiani-la-bambina-pugile/</link>
					<comments>https://staging.nazioneindiana.com/2014/06/19/chandra-livia-candiani-la-bambina-pugile/#comments</comments>
		
		<dc:creator><![CDATA[antonio sparzani]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 19 Jun 2014 06:00:15 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[Chandra Livia Candiani]]></category>
		<category><![CDATA[giorgio morale]]></category>
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					<description><![CDATA[di Giorgio Morale Per alcuni le cose inutili sono indispensabili Emoziona già la dedica, nel nuovo libro di Chandra Livia Candiani (“La bambina pugile ovvero La precisione dell&#8217;amore”, Einaudi 2014, già su Nazione Indiana qui), che dice l&#8217;amore per tutto quanto costituisce il nostro essere nel mondo. “… A chi amo, a chi mi ama, [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Giorgio Morale</strong><br />
<a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/06/Chandra-Candiani.jpg"><img decoding="async" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/06/Chandra-Candiani-199x300.jpg" alt="Chandra-Candiani" width="199" height="300" class="alignleft size-medium wp-image-48322 "style="float: left; margin: 0 15px 0 0;" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/06/Chandra-Candiani-199x300.jpg 199w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/06/Chandra-Candiani.jpg 392w" sizes="(max-width: 199px) 100vw, 199px" /></a><br />
<strong><em>Per alcuni le cose inutili sono indispensabili</em></strong><br />
Emoziona già la dedica, nel nuovo libro di Chandra Livia Candiani (“<em>La bambina pugile ovvero La precisione dell&#8217;amore</em>”, Einaudi 2014, già su Nazione Indiana <a href="https://www.nazioneindiana.com/2014/03/06/la-bambina-pugile/">qui</a>), che dice l&#8217;amore per tutto quanto costituisce il nostro essere nel mondo. </p>
<blockquote><p>“… A  chi amo, a chi mi ama, ai monaci della foresta, agli indifferenti e agli spaventati dell’amore e dell’amicizia, ai vivi, ai morti, e ai mai nati, ai sopravvissuti, a tutti gli oggetti del lavoro umano, tavoli, sedie e letti, e pane e vino, e orti, e a tutti i cari, furiosi o delicati, animali,…  agli alberi vecchi e giovani, solitari e socievoli, al fondo del mare, alle onde una a una, ai granelli di sabbia, alle nuvole, alle montagne, ai sassi, alle conchiglie, ai fiumi, alla terra terra,… alla notte, alla luce, all’universo che non finisce…”.</p></blockquote>
<p><span id="more-48321"></span></p>
<p>L&#8217;io e il corpo, le relazioni e il male, l&#8217;universo e gli oggetti: è un elenco delle principali questioni affrontate dal pensiero tra fine Novecento e primi anni Duemila. Su questi temi Chandra Livia Candiani esercita una sorta di “sospensione del giudizio”, frutto di una personale e organica assimilazione della filosofia dell’esistenza occidentale e del pensiero orientale, e mette fra parentesi il modo comune di pensare: attualmente non più la metafisica della tradizione occidentale ma il suo contraltare, il deserto della condizione postmoderna, ciò che rimane della decostruzione del mondo e del senso susseguente alla messa in crisi delle tradizionali certezze a opera di gran parte della cultura contemporanea. Così oltrepassa il pensiero della crisi e innesta un “andare alle cose stesse”.</p>
<p><strong><em>“Non è più esemplare il mio io”. Io con vestito leggero</em></strong><br />
Sin da “<em>Io con vestito leggero</em>” nei componimenti di Livia Candiani l’io si pone come “leggero” in quanto non è più quello della tradizione lirica occidentale, da Petrarca al Romanticismo; quello narcisistico e solipsistico, chiuso nella sua torre d’avorio da cui parte per farsi conquistatore e legislatore del mondo. Già nella prima sezione di “<em>Io con vestito leggero</em>”, La signora, la soggettività è pressoché assente e il poeta è solo una voce; l’io arretra per lasciare emergere gli elementi naturali e il mondo verso cui il soggetto si pone in una condizione di fratellanza, di apertura e condivisione totale, per cui gli avvenimenti della natura e delle stagioni sono figura degli eventi che lo riguardano. </p>
<p>Ciò viene esplicitato ne “<strong>La bambina pugile</strong>”: “<em>l’io zittisce / e si alza il volume della voce / non solo degli uccelli / ma anche del silenzio dell’armadio</em>”. Come dice la stessa Livia Candiani in una intervista a chi scrive: “<em>Per me non è mai esistito solo il regno umano, è fondamentale nella mia vita e quindi anche nella mia poesia, entrare in contatto con altri regni, come quello animale, vegetale, minerale, e quello dei morti</em>”. Cosa tra le cose, quindi. O soggetto tra soggetti. L’ultima sezione di “<strong>Io con vestito leggero</strong>” include, senza ostentazione, dati biografico-psicologici ed elementi del contesto storico-sociale vissuto. Ma un verso lo dichiara apertamente: “<em>Non è più esemplare il mio io</em>”. Così l’io si esprime con gesti, azioni, modi di essere, avventure del corpo e dello spirito, con la molteplicità delle sue interazioni con il mondo, gli altri, le cose. In un’adesione al mondo che è la scoperta della propria mondità: io nel mondo e il mondo in me. Ne sortisce un dialogo ininterrotto con sé e il mondo e con sé attraverso il mondo reso possibile dal disporsi in una posizione di ascolto: “<em>Di chi è la voce / che mi chiede di essere / asciutta risonanza</em>”.</p>
<p>Si può vedere in questo statuto leggero dell’io una coincidenza con la lezione della cultura contemporanea e della neoavanguardia, ma per Livia Candiani si tratta soprattutto di una esperienza biografica. Nella stessa conversazione citata prima, troviamo questo: “<em>Ci sono stati anni in cui mi era più facile sentire di essere l’albero che vedevo fuori dalla finestra che quel che sentivo in questo corpo, in questa mente, mi ero estranea, forse ero mezza pazza, ma il mondo mi ha salvato, con tutti i suoi significati sospesi ne ha dato uno anche a me: accoglierlo</em>”. A fronte di scenari neocapitalistici, mercificati, svuotati di senso, e di un linguaggio massmediologico, inautentico, caotico, a fronte della frammentazione e reificazione del mondo postmoderno, Livia Candiani immette nella sua poesia una tensione alla unificazione di quanto è disperso e violentato, senza nessuna pretesa dirigistica da parte di un io onnipervasivo e senza nessuna volontà di potenza ideologica, solo con la forza di un sentire e di uno sguardo capaci di rispetto e accoglienza. </p>
<p>Negli anni successivi questa leggerezza dell’io si è incontrata con il Buddhismo Theravada e Livia Candiani ha avviato un cammino spirituale che è stato un completamento mai esibito ma anche mai celato, anzi fatto oggetto di preziose e apprezzatissime riflessioni. L’io che ne risulta non è l’io disgregato nella quotidianità postmoderna, ma non è neanche l’io esultante del mistico. Ne “<strong>La bambina pugile</strong>” appare come un io non più ostacolo ma condizione della conoscenza: “<em>La via senza di me / sempre con me / è vino senza bicchiere</em>”. È un io che s’interroga (“<em>Cosa diciamo / quando diciamo me</em>”), consapevole di essere “<em>una sola e comunissima / briciolitudine</em>”, della sua solitudine (“<em>La mia famiglia sono io</em>”), della sua molteplicità (“<em>Io è tanti /… io è un abbraccio</em>”), della relazione che lo costituisce (“<em>Io sono gli altri / sono il mondo, / mischiata a tutti, invisibile / angusta fisionomia</em>”), del suo ruolo (“<em>rifugio piccolo che spinge fuori / che spalanca l’aperto</em>”), del suo essere mondo (“<em>Sono famiglia con la neve</em>”), del suo agire nel mondo, dove “<em>stiamo facendo / dell’infinito / casa</em>”.</p>
<p><strong><em>Dietro la porta/l’assassino di fuoco</em></strong><br />
Per addivenire a questa spoliazione dell’io da incrostazioni ideologiche e del linguaggio da ogni senso comune c’è stato un prima, una tempesta che affonda nell’esperienza del male e del dolore, nelle violenze dell’infanzia e nelle ferite della vita, nell’esperienza della separazione, della fragilità, della perdita, della morte. </p>
<p>Delle violenze dell’infanzia Livia Candiani ha parlato ne “<strong>La porta</strong>”: “<em>La porta. / Era. / Di ferro. / Certe volte di ghiaccio. / Perfino / di umano / costato…</em>”. La porta. Un’altra delle figure che Livia Candiani definisce “minime” e che hanno fatto parlare di “leggerezza” della sua poesia: fiabe (“<strong>I sogni del fiume</strong>”, Biblioteca di Vivarium 2005), ninne nanne (“<strong>La barca di nebbia</strong>”, Biblioteca di Vivarium 2006), lettere mai scritte (“<strong>Io con vestito leggero</strong>”). In realtà, nonostante la “leggerezza” dovuta alla personale disciplina nell’affinare l’ascolto e alla maestria nell’arte del levare peso alle parole, quelle citate si rivelano figure forti, che mettono in comunicazione mondi diversi. Che ci regalano un’altra vista. In questo caso una porta, una soglia. E davanti alla porta, in un istante, sospesa tutta una vita. “<em>È meglio presentare una sola Immagine in tutta la vita, che produrre opere voluminose</em>” diceva Ezra Pound. Dal particolare, dalla porta, dalle parti di essa (maniglie, stipiti) si diramano corridoi, labirinti, che assecondano una geografia complessa, che costruiscono uno spazio interiore e dicono il passato, l’infanzia, la memoria. Scorrono incubi, minacce: “<em>Dietro la porta/l’assassino di fuoco</em>”.  Il verso spezzato crea un ritmo necessario, verticale. Il ritmo richiesto dalla porta. Dalla tensione trattenuta. Dallo scoprire passo passo. Non è facile aprire questa porta. “<em>La porta era / sbarrata. / Catenacci. / Di ferro. / Cocente.</em>”</p>
<p>Proviamo a spostare un punto e crolla tutto. La tensione si trasmette da una parola all’altra. Da un verso all’altro. Come diceva Ezra Pound, “<em>Nessun verso è libero per chi vuole fare un buon lavoro</em>”. Un ritmo complesso, anche, che intreccia in una ricca sintassi immagini e silenzio. Efficace, perché  crea un’attesa ritmica. Puntualmente elusa, quando serve, perché la scrittura di Livia Candiani è vigile, anche quando evoca figure della psiche. Unisce il controllo e la precisione con l’indeterminatezza obbligata del dire l’indicibile. “<em>Molti corridoi. / Conducono alla porta. / Circondano la porta. / Molti corridoi. / Davanti alla porta. / Dietro alla porta. / Invisibili.</em>”. Finché si aprono finestre, navi salpano nel mondo e attraversano il tempo, e il poema stesso è una di queste navi giunto fino a noi.</p>
<p><em><strong>Bevendo il tè con i morti</strong></em><br />
La morte e i morti sono una presenza costante nella poesia di Livia Candiani, da “<strong>Io con vestito leggero</strong>” a “<strong>Bevendo il tè con i morti</strong>” a “<strong>La bambina pugile</strong>”. Sempre in queste raccolte la morte si colloca in una prossimità con il mondo dei vivi. “<strong>Bevendo il tè con i morti</strong>”, che contiene tra le più belle poesie sulla morte e sui morti mai scritte, nasce in questa prossimità e comincia in medias res: “<em>Verso sera / i morti siedono sui fili della luce / come gocce di pioggia / che è già caduta</em>”. Qualcosa c’è già stato, ne rimangono i segni, tracce concretissime e figure archetipiche, nelle “<em>gocce di pioggia</em>”, “<em>sull’albero del giardino</em>”, ne “<em>la barca dei morti</em>”, “<em>ai vetri della finestra</em>”, sulle “<em>piastrelle in cucina</em>”. Se il perturbante è un esorcismo, “<strong>Bevendo il tè con i morti</strong>” è un’iniziazione. La presenza della morte viene recuperata, e con essa ci viene consegnata una “antica consuetudine/d’intimità”. Avviene come dice Emily Dickinson: “<em>Quando non v’è più luce / a poco a poco / prendiamo l’abitudine del buio…</em>”.<br />
Avanziamo nel libro e la vista si adegua. Guadagniamo una doppia vista e i morti li vediamo o ne sentiamo la presenza in ciò che ci circonda. Dove c’era il peso appare la leggerezza (“<em>Il morto /… trepido coltiva / la leggerezza di un bambù / per avere in vita / troppi pesi portato</em>”), il buio appare luminoso (“<em>Azzurra / è la notte / dopo il buio del corpo / per la morta / che sognava l’aperto</em>”). E con quanto struggimento leggo di “<em>tutti i delicati morti / che senza indirizzo / ora passeggiano in cerca / dell’incompiuta musica umana</em>“. Vedo me stesso da un altrove, io stesso corpo e sguardo, “<em>sono il vetro della finestra / che guarda</em>“. Si susseguono impalpabili rivelazioni (“<em>Non si addice / ai morti la tristezza</em>”, “<em>Non a casa / ma senza casa / sono i morti</em>”, “<em>e a braccia spiegate / si gettano nella dimenticanza</em>”, “<em>i portatori di pace / entrando seminano / a piccoli gesti celati / fiocchi di silenzio</em>”). Mentre anche gesti e oggetti quotidiani diventano momenti di un’avventura dello spirito, “<em>la teiera il coperchio</em>“, il pavimento di legno che canta per i morti, il bicchiere da cui si beve “<em>la vita mancata</em>”<br />
Dopo aver abitato la soglia tra i vivi e i morti, e averci condotto il lettore, Livia Candiani affronta il suo corpo a corpo con la morte nell’ultima sezione del libro, Madre eretica, dedicata alla morte della madre. Una poesia per me è il culmine di questa sezione e forse dell’intero libro, e ne costituisce una chiave d’accesso, è Mi insegno: “<em>Mi insegno/a non proferire urlo/mentre mi cadono addosso/secchi di notte…</em>”. C’è il dolore umano di fronte alla morte, l’individuo nella sua solitudine irrimediabile. “<em>Mi insegno</em>”. “<em>Mi insegno</em>” perché non ci sono maestri, ed è l’intero universo umano che urla silenziosamente. Se il dolore non ha limiti, il linguaggio è attento e maestoso, tale da inverare quanto affermava Shelley: “<em>La Poesia è uno specchio capace di rendere bello ciò che è distorto</em>” (“<em>Difesa della poesia</em>”). E anche noi come il Poeta avvertiamo il dono prezioso della poesia: “<em>Leggero è il macigno/portato con le ali…</em>”.</p>
<p><strong><em>C’è male male grande</em></strong><br />
Quasi a evidenziare una continuità con la raccolta precedente, anche “<strong>La bambina pugile</strong>” si apre con una poesia dedicata alla morte del fratello, e alla morte sono dedicati altri componimenti, tra cui l’intera sezione <em>Pianissimo per non svegliarti</em> scritta nella circostanza della morte di un’amica. Anche qui espressioni di una evidenza materiale per dire il fatto della morte (“<em>Qui la morte è il materasso strascinato / via, le luci scheletriche</em>”) e il suo prevalere sul chiacchiericcio inautentico (“<em>la morte straccia le notizie, / è contemporanea, sempre</em>”), ed espressioni di tangibile levità per dire l’indicibile di una presenza che persiste (“<em>Sei aria che sorride, / che mi circonda amorosa</em>”, “<em>ora visiti le stanze / con andatura lieve</em>”) o di un’assenza incolmabile (“<em>è così bruciante ora / accoglierci senza tocco / nel telefono che non suona / nel messaggio che non arriva</em>”). Anche qui la protesta del vivente (“<em>ogni morte è prematura</em>”, “<em>la morte non aspetta. / È un ritmo ignoto che ci spinge / alle spalle</em>”). Con il ricorso a diverse modalità di scrittura per dire l’evento, come nella poesia <em>Per zia Lù</em>, dove troviamo descrizione e dialogo: “<em>Non c’era luce / il tuo profumo scendeva le scale / la tua amica Marina ripeteva: / ”Perché?”</em>”, racconto: “<em>Ti ho toccato piano i piedi / nascosti dal tuo asciugamano / azzurro</em>”, riflessione: “<em>ogni morte è prematura / e noi manchiamo sempre / il punto e non c’è punto, solo / opera incompiuta</em>”.</p>
<p>Nel mondo dunque “<em>C’è male male grande / come feritoia e fame / di carezza…/ pezzi perduti di te di me / a ogni inciampo a ogni / passo…/ noi moriamo sai / noi moriamo</em>” (Mappa per l’infanzia). Ma Livia Candiani rifiuta un comune sentire che tende a espellere la morte e i morti dall’esperienza dei viventi  (“<em>Pensa, la relazione di ora / questa nuova faccia / dell’amore, / la chiamano lutto</em>”) e come l’amica di Pianissimo per non svegliarti dentro l’esperienza del dolore cerca “<em>il punto / in cui il male si fa conoscenza</em>”. Il male non è alieno alla condizione umana e può trovarvi una sua funzione. <em>“C’è un male / che non aggiunge male / sgombera spazio / lo vara tagliando / la corrente del superfluo /… C’è un male / che fa guarigione</em>”.</p>
<p>All’io, le ferite dell’esistenza aggiungono quell’intensità di sentire che lo rendono capace di vero dialogo. Così l’io parla all’altro, la sua ferita parla alla nostra ferita. Così la presenza dell’io e della sua ferita non è un inciampo anzi una via per un umano parlarsi. Come dice Bataille, <em>“La comunicazione richiede una mancanza, una ‘incrinatura’; entra, come la morte, da una fessura della corazza. Richiede una coincidenza di due lacerazioni, in me stesso, nell’altro</em>” (“<em>Il colpevole</em>”).</p>
<p><em><strong>Per abbracciarsi si fa così</strong></em><br />
Termino la lettura di questo libro con la forte sensazione di avere aggiunto qualcosa alla mia esperienza, di avere acquisito un sapere che meglio definisce il mio essere nel mondo – in una lingua che trascende la parola. Il respiro della poesia traduce in parole-immagini l’alito stesso delle cose. Perché “<em>La Poesia agisce in modo diverso e più divino, risveglia ed allarga la mente stessa facendone il ricettacolo di mille sconosciute combinazioni di pensiero</em>” (P.B. Shelley, “<em>Difesa della poesia</em>”). Solo alla poesia è dato “<em>trasformare l’invisibile in visibile</em>”, uscire “<em>fuori dai confini dell’anima – nella parola</em>”.</p>
<p>È significativo che anche ai lettori non accademici arrivino in modo diretto i versi di Livia Candiani. Come ha osservato Bruno Nacci, “<em>il lettore… da questa poesia viene convocato come testimone, giudice, complice, tutto fuorché esteta e declamatore di gradevoli sonorità</em>”. Perché, come dice Tzvetan Todorov, “<em>Il lettore comune… ha ragione rispetto a insegnanti, critici e scrittori quando gli dicono che la letteratura parla solo di sé, o che insegna solo a disperare. Se non avesse ragione, la lettura sarebbe condannata a sparire nel giro di breve tempo</em>” (“<em>La letteratura in pericolo</em>”). </p>
<p>È significativo che la dimensione dell’incontro abbia una posizione preminente in tutte le testimonianze su Livia Candiani. Così Alida Airaghi: “<em>Ho conosciuto Chandra Livia Candiani in una giornata primaverile del 1986… Le mie bambine, Daria e Silvia, avevano allora sette e un anno, e Vivian, presentando Chandra alla più grande, l’aveva così avvertita: “Vedi questa ragazza? È un folletto!” E in effetti, con la sua espressione di infantile stupore, i capelli corti, biondi e dritti sulla testa, il corpo agile e inquieto, Chandra ben si prestava a incarnare una vaporosa figurina boschiva</em>”. Nello stesso tono scrive Vivian Lamarque: “<em>È piccola e non pesa niente di niente, assomiglia, davvero, al Piccolo Principe, così come Saint Exupéry lo disegnò. Sa fare tante cose, parlare con i merli indiani, con gli olmi, i morti (senza tavolini però), tradurre testi buddisti per un grande editore (campa di questo), sa meditare e far meditare, disegna, recita in piccoli teatri e anche a domicilio, sa fare tante cose bene, e scrivere poesie bene… Leggeva con una voce strana, quasi straniera, che colpiva. Una voce infantile ma seria, debole ma forte… fa parte di quei poeti che almeno una volta vanno ascoltati, i loro versi vanno letti avendo quell’eco nelle orecchie</em>”.</p>
<p>Ma Livia Candiani va ascoltata anche quando non dice i suoi versi, perché alcuni parlando di poesia parlano di sé, Livia Candiani parlando di poesia parla della Poesia. Spesso anche quando parla di sé parla della poesia. Per alcuni poeti infatti poesia e vita sono tutt’uno, un percorso comune, e Livia Candiani è uno di questi. </p>
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		<title>La bambina pugile</title>
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		<dc:creator><![CDATA[renata morresi]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 05 Mar 2014 23:01:25 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[Chandra Livia Candiani]]></category>
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					<description><![CDATA[Chandra Livia Candiani È passato un anno. Ora è prima o dopo? In cappella si pregava un Dio a tempo. Venivo convocata, non eri ben caricato, non morivi secondo l’orologeria. Troppa fame troppo sonno troppa voglia di conversare troppe scuse per restare. Quando l’assistente sociale ha chiesto il nome del tuo male ho detto solo: [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: left;"><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/03/sam-harris.jpg"><img loading="lazy" decoding="async" class="size-full wp-image-47704 alignnone" alt="sam harris" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/03/sam-harris.jpg" width="468" height="557" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/03/sam-harris.jpg 468w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/03/sam-harris-252x300.jpg 252w" sizes="auto, (max-width: 468px) 100vw, 468px" /></a></p>
<p style="text-align: right;"><strong>Chandra Livia Candiani</strong></p>
<p>È passato un anno.<br />
Ora è prima o dopo?<br />
In cappella si pregava<br />
un Dio a tempo.<br />
Venivo convocata,<br />
non eri ben caricato,<br />
non morivi secondo l’orologeria.<span id="more-47697"></span><br />
Troppa fame<br />
troppo sonno<br />
troppa voglia di conversare<br />
troppe scuse per restare.<br />
Quando l’assistente sociale<br />
ha chiesto il nome<br />
del tuo male<br />
ho detto solo: “Fratello.”<br />
“Cosa?” ha chiesto lei.<br />
“Mio” ho risposto io.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Che ne ho fatto di me?<br />
La poesia sanguinaria<br />
dell’infanzia<br />
il puma tatuato nel sangue?<br />
Nel presto della corrente<br />
sono pentolino di latte<br />
che bolle e trabocca<br />
fuori c’è cielo<br />
c’è acqua<br />
cielo inquieto<br />
sopra terra arsa<br />
movimento sull’acqua<br />
e mirabolante fuoco<br />
che fa tutto insigne<br />
e incendiato,<br />
nello spazio tra le costole<br />
fluttuanti<br />
un martello sfascia<br />
ogni silenzio modesto.<br />
Dillo forte<br />
fortissimo gridalo<br />
l’urto del mondo<br />
alle porte dei sensi.<br />
“Sono qui<br />
sono qui” con sguardi<br />
come laghi<br />
semino il grazie<br />
più piccolo che c’è.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>*</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Da Chandra Livia Candiani, <em>La bambina pugile ovvero La precisione dell&#8217;amore</em> (Einaudi, 2014).</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>L&#8217;immagine è di Sam Harris, <em>Postcards from Home</em> (via burnmagazine.org).</p>
<p>&nbsp;</p>
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