<?xml version="1.0" encoding="UTF-8"?><rss version="2.0"
	xmlns:content="http://purl.org/rss/1.0/modules/content/"
	xmlns:wfw="http://wellformedweb.org/CommentAPI/"
	xmlns:dc="http://purl.org/dc/elements/1.1/"
	xmlns:atom="http://www.w3.org/2005/Atom"
	xmlns:sy="http://purl.org/rss/1.0/modules/syndication/"
	xmlns:slash="http://purl.org/rss/1.0/modules/slash/"
	>

<channel>
	<title>christian raimo &#8211; NAZIONE INDIANA</title>
	<atom:link href="https://staging.nazioneindiana.com/tag/christian-raimo/feed/" rel="self" type="application/rss+xml" />
	<link>https://staging.nazioneindiana.com</link>
	<description></description>
	<lastBuildDate>Sun, 12 Jul 2015 12:52:55 +0000</lastBuildDate>
	<language>it-IT</language>
	<sy:updatePeriod>
	hourly	</sy:updatePeriod>
	<sy:updateFrequency>
	1	</sy:updateFrequency>
	<generator>https://wordpress.org/?v=7.0.4</generator>
<site xmlns="com-wordpress:feed-additions:1">211417809</site>	<item>
		<title>Un certo impressionismo: la scuola non è una setta di poeti estinti</title>
		<link>https://staging.nazioneindiana.com/2015/07/13/un-certo-impressionismo-la-scuola-non-e-una-setta-di-poeti-estinti/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[francesca matteoni]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 13 Jul 2015 05:38:35 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[diari]]></category>
		<category><![CDATA[inediti]]></category>
		<category><![CDATA[mosse]]></category>
		<category><![CDATA[Cesare Catà]]></category>
		<category><![CDATA[christian raimo]]></category>
		<category><![CDATA[educazione]]></category>
		<category><![CDATA[Giovanni De Feo]]></category>
		<category><![CDATA[lettori]]></category>
		<category><![CDATA[lettura]]></category>
		<category><![CDATA[new criticism]]></category>
		<category><![CDATA[poeti estinti]]></category>
		<category><![CDATA[professor Keating]]></category>
		<category><![CDATA[scuola]]></category>
		<category><![CDATA[studenti]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.nazioneindiana.com/?p=55280</guid>

					<description><![CDATA[di Giovanni De Feo Da qualche tempo gira sul web una lista di compiti delle vacanze di un professore di scienze umane, lista di vita che vanta istruzioni pittoresche come: Ballate. Senza vergogna. In pista sotto cassa, o in camera vostra. L’estate è una danza, ed è sciocco non farne parte. Un paio di settimane [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong> Giovanni De Feo </strong></p>
<p style="text-align: justify;">Da qualche tempo gira sul web una lista di <a href="http://www.huffingtonpost.it/2015/06/08/compiti-vacanze-prof_n_7533582.html">compiti delle vacanze</a> di un professore di scienze umane, lista di vita che vanta istruzioni pittoresche come:<img fetchpriority="high" decoding="async" class="alignright wp-image-55467" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/07/AttimoFuggente.jpg" alt="AttimoFuggente" width="435" height="252" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/07/AttimoFuggente.jpg 575w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/07/AttimoFuggente-300x174.jpg 300w" sizes="(max-width: 435px) 100vw, 435px" /></p>
<p><em>Ballate. Senza vergogna. In pista sotto cassa, o in camera vostra. L’estate è una danza, ed è sciocco non farne parte.</em></p>
<p style="text-align: justify;">Un paio di settimane fa <a href="http://www.internazionale.it/opinione/christian-raimo/2015/06/23/scuola-insegnanti-esami">Christian Raimo ha scritto sull&#8217;Internazionale un articolo</a> che prende spunto da quella lista per demolire un certo ‘impressionismo didattico’ che l&#8217;autore percepisce come un serio pericolo per la scuola Italiana.</p>
<p style="text-align: justify;">Poster-boy di questa deriva sarebbe il professore Keating, quello che invogliava i sui allievi a lanciare il loro &#8216;barbarico Yawp&#8217; nel film <em>L&#8217;Attimo Fuggente</em> di Peter Weir. L&#8217;articolo di Raimo critica non solo quel film ma anche altri come Ovosodo di Virzì, di cui cita la scena degli esami. In quella scena, lo ricordiamo, uno storditissimo Gabriellini, interrogato dagli insegnanti di Italiano su Leopardi, replica parlando invece delle sue letture: libri di viaggio, fumetti, saggi, tutti evidentemente lontani anni luce dagli interessi dei professori.</p>
<p style="text-align: justify;">Secondo Raimo questa scena sarebbe un esempio perfetto del soggettivismo didattico che dilaga nelle nostre scuole. Fornire liste di vita, magari libri e fumetti che nulla hanno a che fare con il programma da svolgere, e soprattutto smarcare il lavoro serio sul testo. Insegnanti preparati invece dovrebbero insegnare innanzitutto l’analisi testuale, magari secondo i dettami del New Criticism, che gli sceneggiatori de <em>L&#8217;attimo Fuggente </em>avevano preso in giro nella famosa scena dello &#8216;strappo dei libri&#8217;. Quella scena sarebbe diseducativa in quanto spingerebbe a tralasciare l&#8217;ermeneutica, vero fondamento dello studio. Citando Raimo:</p>
<p style="text-align: justify;"><em>Per fortuna però la scuola italiana aveva allora e ancora ha al centro della sua didattica l’analisi testuale; e lo studio delle discipline umanistiche – la storia, la filosofia, la storia dell’arte – si basa su diverse forme di ermeneutica. Interpretazione dell’immagine, interpretazione dei dati (…), metodo scientifico.</em></p>
<p>Chiarita la sua posizione mi chiedo: per quale ragione l&#8217;entusiasmo per la lettura dovrebbe andare a scapito del lavoro serio sui testi?</p>
<p style="text-align: justify;">Nella mia esperienza è vero propri<img decoding="async" class="alignleft wp-image-55469" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/07/Motivazione_Mezzadri-300x225.jpg" alt="Motivazione_Mezzadri" width="360" height="270" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/07/Motivazione_Mezzadri-300x225.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/07/Motivazione_Mezzadri-900x675.jpg 900w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/07/Motivazione_Mezzadri.jpg 960w" sizes="(max-width: 360px) 100vw, 360px" />o il contrario. Quando studiavo al DITALS, corso di didattica per insegnare Italiano agli stranieri, ci dicevano che l&#8217;insegnamento è composto da quattro fasi: <a href="http://www.vivereinitalia.eu/fei/wp-content/uploads/2013/02/Modelli-Operativi.pdf">motivazione,  globalità,  analisi,  sintesi e riflessione</a>. La prima di queste fasi è appunto la &#8216;motivazione&#8217;. Ovvero, la prima cosa che deve fare un insegnante è motivare lo studente a comunicare. E questo avviene innanzitutto con il desiderio di far compartecipi gli altri di un’emozione.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p style="text-align: justify;">Ebbene, per lo studio della letteratura è lo stesso. Lo dirò in modo cristallino: non ci può essere studio se prima non si è stati emozionati dalla lettura. Certo, è una condizione necessaria e non sufficiente. Prima l&#8217;impressione emotiva, poi la raccolta di dati, poi la riflessione. Però non solo una non va a scapito dall&#8217;altra, uno è <em>fondamento</em> dell&#8217;altra.</p>
<p style="text-align: justify;">Va detta una cosa, io insegno letteratura in una scuola<a href="https://it.wikipedia.org/wiki/Baccellierato_Internazionale"> International Baccalaureat</a>. È una scuola internazionale che nello studio delle materie letterarie ha come modello proprio il <em>New Criticism</em> di cui parla Raimo. Gli esami di letteratura della IB si basano in larga misura sul <em>close reading</em> –un&#8217;analisi rigorosa e minuziosa del testo– ovvero il fondamento metodologico del <em><a href="https://en.wikipedia.org/wiki/New_Criticism">New Criticism</a></em>.</p>
<p style="text-align: justify;">Esempio: all&#8217;esame IB ci si trova davanti a una poesia che non si è mai letta, di cui non si conosce l&#8217;autore, e s<img decoding="async" class="alignright wp-image-55471 size-medium" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/07/IBO-300x300.jpg" alt="IBO" width="300" height="300" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/07/IBO-300x300.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/07/IBO-150x150.jpg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/07/IBO-60x60.jpg 60w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/07/IBO-144x144.jpg 144w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/07/IBO.jpg 581w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" />i deve commentarla. Il fatto è che, esaurito il bagaglio di tecnicismi, se lo studente la poesia non la legge con emozione, se non l’ha interiorizzata, come fa a parlarne? E a che serve poi? A fare la conta dei chiasmi?</p>
<p style="text-align: justify;">Scopriamo le carte. Io sarei un epigone di Keating, ovvero uno di quelli che è diventato insegnante anche grazie a quel film. Vi dirò di più, <em>L&#8217;Attimo Fuggente</em> è il film che faccio vedere ogni anno, all&#8217;inizio del biennio finale della IB. Significa forse che salgo sulla cattedra e prescrivo marcette? In effetti dopo aver visto in classe il film lo faccio a pezzi. &#8220;Guardate&#8221; dico ai miei ragazzi &#8220;che lo studio non sarà tutto così, ci sarà da sgobbare, e sul serio&#8221;. Ma: non nego loro che lo studio della letteratura sarà fatto anche di lanci senza paracadute nei libri, di letture voraci e passione. Ovvio che il lavoro non è tutto lì, ovvio che si parlerà di critica, ovvio che si lavorerà sui testi, la IB ce lo richiede.</p>
<p style="text-align: justify;">Però come potrebbero i ragazzi dirmi qualcosa sui libri che leggiamo in classe se prima quelli non li entusiasmano? La scuola dell&#8217;obbligo non è l&#8217;Università e non può essere solo un laboratorio per specialisti. I ragazzi non hanno scelto di studiare letteratura più di quanto abbiano scelto di alzarsi alle sette tutte le mattine. Non che in quell’obbligo ci sia qualcosa di sbagliato, ma qui sta la difficoltà di un insegnante di liceo rispetto a un professore universitario. Che ogni giorno i suoi allievi avranno sempre la stessa domanda negli occhi. <em>Prof, perché dobbiamo studiare questa roba</em>? E la risposta è sempre diversa ma alla fine è sempre la stessa: perché questa roba parla di te.</p>
<p style="text-align: justify;">Non si nega affatto la critica e il <em>close reading; </em>ma tutto parte da qui, dall&#8217;entusiasmo e dall&#8217; emozione<em> </em>che una poesia e o un romanzo suscitano in noi. L&#8217;articolo dell&#8217;Internazionale sostiene che una certa tendenza soggettivista rischia di rovinare la scuola Italiana. Bene, posso dire che se la scuola Italiana si sente minacciata da una lista di compiti delle vacanze forse c’è qualcosa che non va? A me pare che nel nostro paese al scuola sia per la maggior parte nelle mani dei tetri agelasti del film Ovosodo, insegnanti che difficilmente mettono in discussione le loro scelte e che mai si sognerebbero rispondere alla domanda negli occhi dei loro studenti: <em>Prof, ma perché?</em></p>
<p>Attenzione, si sta dando per scontato che la scuola Italiana vada protetta così com&#8217;era e com&#8217;è. Allora vi chiedo: perché in Italia <a href="http://www.istat.it/it/archivio/145294">i dati di lettura</a> sono bassissimi da anni? I dati Istat parlano del 7% della popolazione che legge più di un libro l’anno. Perché si legge così poco? Davvero l’insegnamento della letteratura nelle scuole non c’entra niente? Davvero la scuola così com&#8217;è va bene?</p>
<p>&nbsp;</p>
<p style="text-align: justify;">Non so, a me pare che i Keating Italiani siano così rari che i loro compiti facciano poi notizia sui giornali. La verità è che l&#8217;apprendimento è un processo troppo complesso per esporlo tutto in un film di due ore. Chi insegna lo sa, lo studio è fatto anche di lavori ripetitivi che servono a strutturare le capacità logiche del pensiero. Nel film di Weir non ci sono, chiaro. Ma lo scopo del regista sembrava piuttosto quello di centrare il cuore dell&#8217;insegnamento della letteratura, che è poi quello dare agli studenti gli strumenti per leggere se stessi.</p>
<p style="text-align: justify;">Questa a me sembra una verità semplice ma non banale. Non è banale perché i mezzi per ottenere tale conoscenza sono molteplici e contraddittori, e possono rivolgersi molto facilmente contro l&#8217;insegnante e persino contro lo studente, come dimostra il finale stesso del film<img loading="lazy" decoding="async" class="alignleft wp-image-55472" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/07/Ecce_Bombo-300x217.jpg" alt="Ecce_Bombo" width="350" height="253" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/07/Ecce_Bombo-300x217.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/07/Ecce_Bombo-250x180.jpg 250w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/07/Ecce_Bombo.jpg 500w" sizes="auto, (max-width: 350px) 100vw, 350px" />. Però <em>L&#8217;Attimo Fuggente</em> è esemplare in questo, perché parla della &#8216;motivazione&#8217; come il cuore pulsante dell&#8217;insegnamento delle scienze umane. Un fatto piuttosto banale in didattica delle lingue straniere, ma che a quanto vedo qui fa ancora scalpore. Forse perché prenderlo su serio costringerebbe a rimettere in discussione troppe premesse?</p>
<p style="text-align: justify;">Personalmente credo che prendere Keating alla lettera salendo sui banchi sia un po&#8217; patetico. Al contrario ritengo che il film di Weir nel suo complesso sia ancora oggi una straordinaria fonte di ispirazione. Lo è perché lo studente ideale non è quello ligio che fa bene i temi, bensì chi legge per conto suo, trasversalmente, mai sazio, entusiasmando se stesso e gli altri. Il vero modello de <em>L&#8217;Attimo Fuggente</em> non è Keating, sono i suoi studenti.</p>
<p style="text-align: justify;">Chiuderò con una considerazione e una provocazione. Conoscete il titolo originale del film? È <em>Dead Poet Society</em>, dove <em>society</em> starebbe per &#8216;club&#8217;. Nel film è il nome del gruppo di studenti che si riunisce in una grotta e legge poesie fino all&#8217;estasi. Bene, la mia considerazione è che come insegnante io mi auguro studenti così, che leggano e facciano poesia in modi non tradizionali, e usino il loro senso critico su tutto lo scibile, purché li appassioni.</p>
<p style="text-align: justify;">Ed ecco la provocazione. A me sembra che la scuola che si sta cercando di proteggere sia proprio una &#8216;setta di poeti estinti&#8217;. Se lo studio della letteratura nella scuola Italiana non cambierà resterà ciò che è sempre stato, un mattone di ‘dati’ che, se non fosse per l&#8217;intraprendenza personale di certi insegnanti, non comunicherebbe altro che noia. Col risultato che a estinguersi non saranno i poeti: ma i lettori.</p>
<p>&nbsp;</p>
]]></content:encoded>
					
		
		
		<post-id xmlns="com-wordpress:feed-additions:1">55280</post-id>	</item>
		<item>
		<title>Il bonifico degli editori</title>
		<link>https://staging.nazioneindiana.com/2014/11/05/49421/</link>
					<comments>https://staging.nazioneindiana.com/2014/11/05/49421/#comments</comments>
		
		<dc:creator><![CDATA[francesco forlani]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 05 Nov 2014 13:00:39 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[a gamba tesa]]></category>
		<category><![CDATA[Carlo Baghetti]]></category>
		<category><![CDATA[christian raimo]]></category>
		<category><![CDATA[Federico Di Vita]]></category>
		<category><![CDATA[Martina Testa]]></category>
		<category><![CDATA[wired]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.nazioneindiana.com/?p=49421</guid>

					<description><![CDATA[Quando l’editoria diventa una questione di pancia di Carlo Baghetti Con un’intervista a Christian Raimo  &#160; Tra il 10 ottobre e il 14 ottobre sono apparsi on-line due articoli che parlano grosso modo dello stesso tema, anche se da prospettive molto diverse: la crisi dell’editoria. Il primo pezzo è un’intervista fatta da Tim Small a [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/11/gerard.jpg"><img loading="lazy" decoding="async" class="alignleft size-medium wp-image-49423" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/11/gerard-193x300.jpg" alt="gerard" width="193" height="300" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/11/gerard-193x300.jpg 193w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/11/gerard.jpg 323w" sizes="auto, (max-width: 193px) 100vw, 193px" /></a></p>
<p><strong>Quando l</strong><strong>’</strong><strong>editoria diventa una questione di pancia</strong></p>
<p>di</p>
<p><strong>Carlo Baghetti</strong></p>
<p><strong>Con un</strong><strong>’</strong><strong>intervista a Christian Raimo </strong></p>
<p>&nbsp;</p>
<p style="text-align: justify;">Tra il 10 ottobre e il 14 ottobre sono apparsi on-line due articoli che parlano grosso modo dello stesso tema, anche se da prospettive molto diverse: la crisi dell’editoria. Il primo pezzo è un’intervista fatta da Tim Small a <a href="http://www.minimumfax.com/libri/scheda_autore/246">Martina Testa</a>, attualmente traduttrice freelance ma che in passato ha lavorato per <a href="http://www.minimumfax.com/">minimum fax</a>; il secondo articolo è di Simone Cosimi dai toni più accesi della polemica, <a href="http://www.wired.it/play/libri/2014/10/14/cari-editori-non-puo-essere-sempre-colpa-crisi/">comparso sul sito di Wired</a><sup>.</sup></p>
<p style="text-align: justify;">I due articoli sono collegati, perché l’articolo di Cosimi prende lo spunto da alcune frasi riportate da Small, che servono al giornalista di Wired per sostanziare la sua tesi: se l’editoria è in crisi, la colpa è degli editori, i quali non hanno saputo fare bene il loro lavoro durante gli ultimi anni e le conseguenze della loro reiterata inettitudine è che oggi la maggior parte dei creativi che gravitano nell’universo editoriale, come ad esempio Federico Di Vita, sono costretti a lavorare gratis.</p>
<p style="text-align: justify;">La frase di Martina Testa incriminata e riportata interamente da Cosimi è la seguente:</p>
<p style="text-align: justify;"><em>“Intorno a quegli anni abbiamo iniziato effettivamente a parlare di soldi, di vendite, di copie, a chiederci se un libro avrebbe ripagato le spese. Forse anche per imperizia, per scarsa competenza, professionalità, quel che vuoi, ma erano cose fatte con passione più che in maniera studiata, seria. Certi discorsi non li affrontavamo proprio. Ma il fatto che non li affrontassimo era anche sintomo del fatto che forse non era necessario affrontarli. Il modo di campare – nessuno è mai diventato ricco – si trovava. Anche senza un’attenzione alla parte commerciale, anche se non sapevamo bene come si facesse, i libri, in qualche maniera, si vendevano. Forse anche da soli. Nei primi anni non parlavamo mai di questo”.</em></p>
<p style="text-align: justify;">E dopo aver riportato la frase, il giornalista di Wired conclude il suo pensiero sommando le cifre, facendo il bel segno dell’uguale e dicendo: siete degli incapaci. Basta giustificazioni.</p>
<p style="text-align: justify;">La questione, posta così, è risolta: noi bravi e preparati non veniamo pagati (si percepisce in filigrana il risentimento personale), voi incapaci continuate a posare nei salotti in cui non siamo ammessi; vi odiamo tutti, siete cattivi.</p>
<p style="text-align: justify;">Sto esagerando, ma il discorso di Cosimi è uno sfogo che rischia di essere infantile, nulla di più. Non ha alcuna sostanza critica, proprio come il fenomeno dei #coglioniNo che giustamente il giornalista cita. Detto ciò, appoggio la protesta di Di Vita &#8211; del quale ho apprezzato il testo uscito anni fa per <a href="http://www.effequ.it/wp/">Effequ</a> &#8211; e sono contento di vedere che il problema del ritardo dei pagamenti e la crisi del mondo editoriale venga dibattuto pubblicamente, così da attivare la mente di tutti alla ricerca di soluzioni pratiche e teoriche.</p>
<p style="text-align: justify;">Nessuna necessità di grida, di appendere sulla croce i colpevoli, di mettere alla gogna editori, di insultarli pubblicamente; questo è solo un metodo scandalistico che allevia il sintomo e non cura il problema, unico metodo che in Italia ha un successo clamoroso da vari anni.</p>
<p style="text-align: justify;">A star cambiando è il modo di fruire le storie da parte del pubblico, non mi riferisco unicamente alla rivalità cartaceo vs digitale, che oggi appare sempre più una scelta obbligata, ma parlo proprio del contenitore nel quale il “narrativo” è trasportato. La necessità di ascoltare storie, di viverle, è sempre nell’uomo molto forte (nessuna mutazione genetica, state tranquilli!), solo che ad essere cambiata è l’espressione, il mezzo. Il libro, mi riferisco qui al romanzo di fiction, è diventato da veicolo incontrastato di storie un mezzo tra i tanti, e anche dalle scarse potenzialità. Se ci pensiamo bene, il libro in sé è un oggetto alquanto vintage, non ha neanche un dizionario incorporato, per esplorare come si deve il linguaggio di un autore è necessario avere a portata di mano un mattone di tremila pagine (il dizionario, cioè) o un bloc-notes in cui appuntare continuamente parole; con il libro cartaceo non si possono fare verifiche in tempo reale su eventi citati da un autore (cosa che capita più spesso con i saggi che con i romanzi, ma provate a leggere Eco o Genna senza aver voglia di andare a vedere se tale personaggio o talaltro è veramente esistito); e via dicendo. La passione per il libro cartaceo sembra una questione per feticisti.</p>
<p style="text-align: justify;">Oltre i limiti fisici del libro cartaceo ce ne sono altri, strutturali, e meno gravi, perché pertengono al gusto personale dei consumatori: il romanzo è linguistico nel primo senso della parola, è attraverso il linguaggio che io esploro le immagini, intreccio le storie, vivo le narrazioni; altri tipi di narrazione allargano il senso di “linguistico” attraverso l’impiego di immagini e suoni (è il caso di alcune serie tv che raggiungono livelli narrativi di altissimo livello, in maniera molto più strutturata del lungometraggio), oppure attraverso complessi meccanismi tecnici che permettono al consumatore di creare da sé una storia (questa frase scritta trentacinque anni fa forse avrebbe fatto pensare solo a <em>Rayuela </em>di Cortázar, oggi si riferisce ai videogame).</p>
<p style="text-align: justify;">La “narratività” ha raggiunto oggi una tale stabilità che può passare attraverso moltissimi materiali senza problemi, libri certo, ma anche serie tv e videogame. Siamo circondati da storie, si sono continuamente moltiplicate in vario modo, con la conseguenza però di stravolgere il panorama che abbiamo contemplato finora: il mondo editoriale, per forza di cose, subirà una nettissima restrizione, e i primi segnali di questo violento passaggio sono, ahimè, i #coglioniNo, in particolare quelli che bazzicano il campo editoriale. Oltre questo passaggio culturale influiscono anche fattori economici di grande portata, come chiarisce meglio l’intervista a Christian Raimo.</p>
<p style="text-align: justify;">Aspetto, questo dell&#8217; affacciarsi di nuovi potenti mezzi di trasmissibilità del narrativo, che Cosimi non prende per nulla in considerazione, seppure offerti bellamente da Martina Testa che limpidamente afferma: “<em>E devo ammettere che se quando avevo 18 anni ci fosse stata la PlayStation3 con giochi come The Last Of Us, e la sua suspense, francamente col cazzo che avrei passato tutto quel tempo a leggermi Baricco”.</em></p>
<p style="text-align: justify;">La questione sembra piuttosto essere questa: gli editori hanno risposto con molta lentezza al cambio di paradigma culturale, operando scelte sbagliate e svuotando le sacche di ricchezza presenti nel paese, ma questo non vuol dire che debbano cedere e lasciarsi inglobare da armi di distruzione culturale e appiattimento generale dell’umanità come Amazon o Google, solo perché sono “più abili” nella gestione economica dell’editoria. Il narrativo, quello che passa attraverso la forma romanzo, ha ancora un buon numero di estimatori e delle grandi potenzialità di crescita, anche se il bacino economico è nettamente inferiore rispetto a quello da cui attingeva anni fa, ovvero negli anni in cui deteneva il monopolio della narrazione.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/11/140112_corde.jpg"><img loading="lazy" decoding="async" class="size-full wp-image-49424" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/11/140112_corde.jpg" alt="140112_corde" width="600" height="290" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/11/140112_corde.jpg 600w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/11/140112_corde-300x145.jpg 300w" sizes="auto, (max-width: 600px) 100vw, 600px" /></a></p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Intervista a Christian Raimo</strong><br />
<strong>Hai letto l’articolo apparso su wired.it “Cari editori, non può essere sempre colpa della crisi” scritto da Cosimi? Cosa ne pensi?</strong><br />
<em>Monnezza.</em><br />
<strong>Nel senso?</strong><br />
<em>Nel senso che riporta la fenomenologia della questione senza andare ad indagare le cause. La difficoltà delle aziende editoriali, oggi, è un dato di fatto. Dire che questa questione è solo responsabilità degli editori, per me, è fare del grillismo, non rendersi conto di quale sia il contesto sociale politico economico nel quale operano gli editori d’oggi. Quando si dànno delle colpe personali e non delle colpe legislative, sociali, economiche, non si arriva da nessuna parte. È vero, ci sono degli editori che si sono comportati male, che si comportano male, e sarebbe anche giusto fare i nomi; ci sono vari editori che non pagano o che hanno tali ritardi nei pagamenti che è come se non pagassero.</em><br />
<strong>Cosimi non centra il punto della questione, ma qual è il vero punto della questione dal tuo punto di vista?</strong><br />
<em>Ci sono tanti livelli del problema, diversi. Il migliore libro italiano sulla questione editoriale è un testo da me curato, non perché l’abbia curato io, ovviamente, si chiama </em><a href="http://www.minimumfax.com/libri/scheda_libro/655">Come finisce il libro</a><em> dello scrittore Alessandro Gazoia. C&#8217;è un problema di passaggio di paradigma storico rispetto alla cultura: stiamo passando da un paradigma storico in cui c’è l’industria culturale e, poi, un&#8217;utenza, ad uno in cui c&#8217;è un&#8217;industria culturale diffusa. Questo è innegabile: oggi gli editori sono Google, Apple, Amazon. In realtà, la distribuzione ha assunto un ruolo di agenzia culturale: questo è un passaggio fondamentale. Amazon sta creando un sistema proprietario, dove la distribuzione si è reinventata come edizione, stravolgendo la funzione della lettura come agenzia educativa, agenzia critica, facendola diventare una mera industria legata semplicemente al mercato.</em><br />
<strong>Martina Testa parla del concetto e del ruolo dell’intrattenimento, cosa ne pensi?</strong><br />
<em>La questione fondamentale è capire come il libro si lega, da una parte, alla tradizione del libro &#8211; ed è quindi fondamentale per lo sviluppo della nostra civiltà -, dall’altra, analizzare lo sviluppo che ha avuto l&#8217;industria editoriale nella formazione civile delle società attuali. Se tutto questo viene ridotto semplicemente al funzionamento dell&#8217;industria culturale, per me, viene meno una grossa parte della politica e della civiltà di un paese. Per quanto Amazon sia iper-funzionante, non ha quel ruolo di agente culturale che deve avere un&#8217;industria culturale</em>.<br />
<strong>Come si fa, secondo te, per restituire un ruolo di guida all&#8217;industria culturale?</strong><br />
<em>Con delle leggi, anche solo un paio, tassando chi ha dei regimi di monopolio. Ad esempio, Amazon paga le tasse in Lussemburgo, per dirne una, quindi non reinveste in Italia, nell&#8217;educazione alla lettura. Amazon crea reddito per gli azionisti, per i dividendi. Bisogna investire, con aiuti di Stato, nell’editoria di qualità. Non capisco come è possibile che la Fiat non vendendo le auto è sopravvissuta per decenni con aiuti di Stato e aziende che hanno avuto un ruolo centrale nell&#8217;educazione degli italiani non abbiano questo diritto. </em><br />
<em>Sono cresciuto in una cultura in cui il dibattito pubblico era alimentato da testi critici, saggistica, editoriali, commenti; questo è il modo in cui io ho imparato a fare cultura. Mi sembra un modo centrale di fare cultura: una posizione critica nei confronti della società, che si rinnova, che crea cittadini consapevoli. È una cultura del libro nata in àmbito umanistico, a cui mi rifaccio. Questo è indipendente dai supporti che si usano, può avvenire con la carta o con il digitale. Se penso all’eventualità che le fictions sostituiscano i libri, che Facebook rimpiazzi il romanzo: no, per me non è così. Sono forme di intrattenimento competitive, ma come dice Martina Testa, dedichiamo al libro una minore quantità di tempo. Per questo, vorrei dedicarmi a libri che meritano veramente.</em><br />
<strong>Non pensi che la “narratività&#8221; si stia trasferendo su altri supporti che la accolgono molto bene? Penso a Breaking Bad, a True Detective, a House of Cards, che hanno solidissimi impianti narrativi; non credi che questo vada a prendere un posto che fino ad allora era occupato quasi esclusivamente dal romanzo di fiction?</strong><br />
<em>Penso che per il romanzo questa sia una sfida ancora più interessante. Penso sia ovvio che cercheremo nella qualità di un romanzo qualcosa di competitivo con Breaking Bad. Breaking Bad è scritta da Dio, è ovvio che mi faccia appassionare. Recentemente sono andato a vedere uno spettacolo di Lucia Calamaro, che possiede una delle scritture migliori in Italia, e uscendo da lì, ho pensato che la drammaturgia italiana non sia in perdita rispetto a Breaking Bad. Ovviamente Lucia Calamaro non è una persona che ha letto solo Lacan o Proust, ma ha visto anche Breaking Bad, quindi ha pensato un teatro che sia competitivo anche con quello. Ho letto recentemente bei libri che non prescindono dall’esistenza di Breaking Bad o The Wire. Wallace ha scritto il Re Pallido dopo aver visto The Wire.</em><br />
<strong>La mia domanda era piuttosto su chi avesse un ruolo preminente nel trasmettere narrazioni…</strong><br />
<em>Quando eravamo piccoli, ci fu l&#8217;invasione dei cartoni animati giapponesi. Si credeva che questi cartoni togliessero completamente ai ragazzi la possibilità di leggere libri. Io passavo moltissimo tempo guardare la televisione, ma questo mi ha insegnato a leggere in maniera diversa i romanzi, a chiedere delle formule narrative altre. Dopo aver visto Breaking Bad, se trovo un noir scritto male, mi annoio. E magari mi guardo un&#8217;altra serie. Ma se trovo un romanzo che concilia la qualità della trama con una scrittura eccelsa, me lo “ciuccio da morire”. Limonov non è concorrente con Les revenantes sebbene siano scritti dallo stesso autore: sono due opere complesse e meravigliose, scritte da un autore che cerca di fare il meglio, sia come scenarista che come romanziere.</em><br />
<strong>Nonostante il cambiamento di paradigma pensi che il romanzo conservi il suo posto preminente e…</strong><br />
<em>…Si deve sempre reinventare. “Romanzo” vuol dire tutto e non vuole dire niente, possiede una grande plasticità: se pensiamo il romanzo… è Don Chisciotte, è Proust, ma anche Margaret Mazzantini e Daria Bignardi. Il romanzo si reinventa, rinasce dalle proprie ceneri, qualcosa di talmente classico che non morirà. Negli ultimi anni sono usciti romanzi bellissimi e la gente ha continuato a leggerli. Breaking Bad non sarebbe stato possibile senza i Demoni di Dostoevskij.</em><br />
<strong>Il romanzo come simbolo di una classe sociale è definitivamente finito?</strong><br />
<em>Questo non è vero. Anche le serie tv sono simbolo di una classe sociale. Pensa che 3,5 milioni di persone vedono le fiction di Raiuno e in confronto coloro che vedono Breaking Bad sono una minoranza.</em><br />
<strong>Che classe sociale?</strong><br />
<em>Secondo me, c&#8217;è un grande “classismo dell’intelligenza”, nel senso che la possibilità di accesso alle piattaforme più costose o la possibilità di codificare meccanismi di significato più complessi, come Breaking Bad, divide la società in maniera classista: persone intelligenti e persone non intelligenti. Tutto questo è una nuova forma di classe sociale. Noi parliamo di Breaking Bad che rivoluziona il romanzo. Ma quanta gente guarda Breaking Bad? Noi guardiamo Breaking Bad! Se vai in qualunque paese di provincia, se vai in un liceo qualunque, la gente non guarda Breaking Bad. I ragazzi stanno di fronte alla televisione, guardando una tv generalista che fa schifo. Ci sono consumi culturali per fasce alte e consumi culturali per fasce basse.</em><br />
<strong>Pensi che un diciassettenne iscritto ad un istituto tecnico nella provincia di Varese non abbia visto Breaking Bad?</strong><br />
<em>Penso che la percentuale sia molto limitata. Ci sono statistiche che dicono che gli under 18 del sud non hanno mai visto un film al cinema, non hanno mai fatto sport, non hanno un computer e non hanno mai letto un libro. Io insegno in un liceo “bene” e anche in un liceo “bene” l&#8217;accesso a prodotti culturali alti è una cosa che la maggior parte dei ragazzi non fa. La tv generalista, per il 95% delle persone, è la principale fonte di accesso all&#8217;informazione. Ci sono tassi di analfabetismo funzionale. L&#8217;ultima fiction della Rai, Nuova vita, ha avuto 9 milioni di persone di audience. Ogni fiction che vada bene, in Italia, ottiene tra 6 e 9 milioni di spettatori. Breaking Bad, in Italia, se lo hanno visto 100.000 persone, è grasso che cola.</em><br />
<strong>Ultima domanda: secondo te la nostra esperienza esistenziale è ancora “narrativizzabile”? Il romanzo ha ancora la capacità di contenere le nostre esperienze sempre più frammentarie?</strong><br />
<em>Mi sono laureato su Ricoeur, il quale pensa che le esistenze si strutturino come storie e, in questo senso, penso che ci sia un eccesso di storytelling. Oggi tutto è storia. Storia la morte, storia la malattia: c&#8217;è un eccesso di storytelling e un difetto di critica. Ovviamente, lo storytelling si adatta a varie ristrutturazioni. Oggi il romanzo deve considerare una grande quantità di sub-plot, perché non solo le nostre esistenze sono più frammentarie e meno prevedibili, ma è aumentata anche la nostra capacità di tenere insieme più livelli narrativi. Se vedi oggi una puntata di Magnum P.I. appare terribilmente noiosa con una sola linea narrativa. Una qualunque serie di oggi presenta sei o sette linee narrative e si riesce a seguirle in maniera tranquilla. Questo dipende dalla nostra percezione, che sta cambiando; è in corso la trasformazione di un&#8217;area del cervello, che si chiama “Area di Brodmann&#8221;, incaricata della funzione di multitasking, che sviluppiamo fin da piccoli giocando ai videogiochi e guardando la tv.</em></p>
<p>&nbsp;</p>
<p><b> </b></p>
<p><i> </i></p>
]]></content:encoded>
					
					<wfw:commentRss>https://staging.nazioneindiana.com/2014/11/05/49421/feed/</wfw:commentRss>
			<slash:comments>53</slash:comments>
		
		
		<post-id xmlns="com-wordpress:feed-additions:1">49421</post-id>	</item>
		<item>
		<title>Fare l&#8217;indiano</title>
		<link>https://staging.nazioneindiana.com/2013/03/20/fare-lindiano/</link>
					<comments>https://staging.nazioneindiana.com/2013/03/20/fare-lindiano/#comments</comments>
		
		<dc:creator><![CDATA[gianni biondillo]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 20 Mar 2013 07:30:54 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[indiani]]></category>
		<category><![CDATA[aldo nove]]></category>
		<category><![CDATA[Antonio Moresco]]></category>
		<category><![CDATA[carla benedetti]]></category>
		<category><![CDATA[christian raimo]]></category>
		<category><![CDATA[dario voltolini]]></category>
		<category><![CDATA[decennale]]></category>
		<category><![CDATA[Festa Indiana]]></category>
		<category><![CDATA[gianni biondillo]]></category>
		<category><![CDATA[giulio mozzi]]></category>
		<category><![CDATA[giuseppe genna]]></category>
		<category><![CDATA[Luther Blissett Project]]></category>
		<category><![CDATA[nazione indiana]]></category>
		<category><![CDATA[Ranieri Polese]]></category>
		<category><![CDATA[raul montanari]]></category>
		<category><![CDATA[Roberto Saviano]]></category>
		<category><![CDATA[tiziano scarpa]]></category>
		<category><![CDATA[valerio evangelisti]]></category>
		<category><![CDATA[wu ming]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.nazioneindiana.com/?p=45158</guid>

					<description><![CDATA[ di Gianni Biondillo (Lo scorso anno mi fu chiesto da Ranieri Polese un pezzo per il suo Almanacco che quell’anno aveva come tema l’editoria. Decisi perciò di parlare della mia esperienza sul web. Le cose che ora riporto qui non sono una novità per i lettori della rete, ma furono scritte come compendio per quelli [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/03/ZIPPO-NATIVE.jpg"><img loading="lazy" decoding="async" class="alignleft size-full wp-image-45159" alt="ZIPPO-NATIVE" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/03/ZIPPO-NATIVE.jpg" width="96" height="140" /></a> di <strong>Gianni Biondillo</strong></p>
<p>(<i>Lo scorso anno mi fu chiesto da Ranieri Polese un pezzo per il suo Almanacco che quell’anno aveva come tema l’editoria. Decisi perciò di parlare della mia esperienza sul web. Le cose che ora riporto qui non sono una novità per i lettori della rete, ma furono scritte come compendio per quelli della carta stampata. Le condivido ora in prossimità del <a href="https://www.nazioneindiana.com/2013/03/18/10-anni-fuori-dalla-pozzanghera-programma/">decennale </a>come viatico della festa.</i> G.B.)</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Il dibattito culturale nel web per me &#8211; che non sono uno storico, che racconto queste cose quasi a memoria, senza neppure andare a consultare alcunché &#8211; inizia con<a href="http://www.clarence.com/contents/cultura-spettacolo/societamenti/"> <i>La Società delle menti</i></a>, rubrica fissa del portale Clarence. Non ricordo neppure se era il 2001 o l’anno appresso. Ho saputo poi che di letteratura, sociologia, filosofia, arte, etc. se ne parlava già prima, prima ancora della diffusione del web, con le BBS, con il Luther Blissett Project e con tante altre esperienze e aggregazioni attorno al nuovo mezzo tecnologico, nuovo per davvero, oggi quasi non ce ne rendiamo conto: rammento, per dire, che mi sentivo quasi un iniziato quando andavo al Centro di Calcolo del Politecnico per potermi connettere nella rete universitaria (sarà stato attorno al 1990) e comunicare con un amico che studiava alla Pennsylvania State University. Roba da film di fantascienza. Ho visto nascere il World Wide Web, ho consultato Internet anche dopo essermi laureato, l’ho usata come una gigantesca edizione delle pagine gialle, da architetto come strumento di lavoro, ma mai come qualcosa di strettamente connesso al dibattito culturale. Da questo punto di vista ero ancora troppo legato all’idea romantica delle riviste cartacee che leggevo (Nuovi Argomenti, Alfabeta, Linea d’ombra) o alla “terza pagina” dei quotidiani. Terza pagina spostata sempre più in fondo, che diventava decima, ventesima, al punto che oggi aspetto solo che venga dislocata dietro le pagine sportive, in fondo, assieme all’oroscopo, per poi sparire del tutto, definitivamente.</p>
<p>Credo cercai su Altavista (Google ancora non aveva preso piede) qualcosa attorno alla raccolta di poesie <i>Nelle galassie oggi come oggi.</i> <i>Covers</i> di Montanari, Nove e Scarpa. Trovai un pezzo di Giuseppe Genna. Divenne il mio appuntamento quotidiano. Ogni mattina, a studio, prima di scartabellare pratiche edilizie o di mettermi a disegnare passavo dalla <i>Società delle Menti</i> a vedere che aria tirava. C’era nella gestione &#8211; al contempo pop e culta &#8211; dei temi trattati da Genna una passione che sembrava ormai scomparsa dalle succitate terze (ma sempre più in fondo) pagine culturali, che apparivano al confronto bolse, rigide, ingessate. Devo dire che a distanza di oltre un decennio Genna da una parte e il collettivo <a href="http://www.wumingfoundation.com/index.htm">Wu Ming </a>dall’altra, restano sempre un passo avanti nella scoperta e declinazione ad uso culturale delle nuove tecnologie (Facebook, Twitter, etc.). Ma quello che all’epoca non sapevo è che da lì a poco mi ci sarei ritrovato immerso fino alla cintola anch’io.</p>
<p>Perché ancora non sapevo che nel novembre del 2001, dopo lo shock degli attentati terroristici dell’11 settembre, un gruppo di scrittori, poeti, intellettuali, aveva deciso di organizzare un convegno per fare il punto della situazione. <i>Scrivere sul fronte occidentale</i>, si chiamava quel guardarsi negli occhi. Decisero di utilizzare i proventi del libro che ne nacque per mettere on line una rivista, utilizzando uno strumento ancora poco frequentato in Italia, che permetteva a chiunque di pubblicare, “postare”, senza particolari conoscenze informatiche, contenuti sul web. Un blog. Inutile dire che a gestire l’operazione fu proprio<a href="http://www.giugenna.com/"> Giuseppe Genna</a>, il quale, all’ultimo, decise di defilarsi dal progetto per portare avanti una sua pagina personale. Così nacque Nazione Indiana, nel marzo del 2003. La cosa curiosa è che in teoria doveva essere rivista on line senza commenti. Ma per un errore di gestione i commenti furono lasciati aperti, credo se ne accorse Christian Raimo che ne lasciò uno, da casa sua a Roma.</p>
<p>Seguii subito Nazione Indiana come qualcosa di davvero nuovo, dirompente. Autori più o meno miei coetanei, che non riuscivano a trovare spazio nelle asfittiche pagine culturali, al posto di lagnarsi dello status quo intraprendevano percorsi alternativi, scevri da autocompiacimenti, reciproci favori, “marchette” editoriali. (Per inciso: ancora oggi vige su Nazione Indiana l’imperativo di non pubblicare recensioni che parlino di opere dei redattori o vicendevoli elogi, così come non abbiamo mai optato né per l’utilizzo di piattaforme gratuite, che implicavano la perdita della proprietà dei contenuti che abbiamo sempre considerato <i>Creative Common</i>, né abbiamo mai voluto pubblicità di alcuna sorta, sobbarcandoci gli oneri finanziari del progetto, rendendolo così libero da ogni eventuale, involontaria o meno, pressione esterna).</p>
<p>Il blog nacque in marzo. Solo a settembre, non ostante la frequentazione quotidiana, pubblicai il mio primo commento. Sentivo, ormai, di far parte di questa comunità che si disinteressava a quel principio di autorità (e autorialità) che bloccava il dibattito cartaceo e che invece, orizzontalmente, metteva assieme autori e lettori, scrittori e utenti. Il mio primo pezzo, nell’aprile 2004, fu pubblicato di rapina da Tiziano Scarpa. Si innamorò di un mio lungo e ironico commento e decise di trasformarlo in un post. In seguito postai i miei pezzi ospitato da Dario Voltolini, o da un giovane giornalista campano <i>free lance</i> che scriveva cose inaudite e rabbiose, Roberto Saviano. Pochi mesi dopo ricevetti l’invito di far parte della redazione. La cosa interessante è che io non conoscevo di persona praticamente nessuno. Lo racconto perché trovo in qualche modo esemplare, tipico, il modo in cui sono stato arruolato. Nel corso degli anni i redattori si sono avvicendati, alcuni, nel 2006 &#8211; fra cui Scarpa stesso, Antonio Moresco, Carla Benedetti (soci fondatori e appassionate anime critiche del blog) &#8211; lasciarono Nazione Indiana per contrasti interni. Contrasti espliciti, dichiarati, pubblicati sul sito stesso, nel quale nacque una discussione calda e coinvolta. Altri se ne sono aggiunti, invitati di volta in volta dalla redazione. Dei soci fondatori, dopo nove anni, sono rimasti solo Andrea Inglese e Helena Janeczeck. Eppure, non ostante la più antica critica al blog sia sempre stata che “Nazione Indiana non è più quella di una volta” (ce lo siamo sentiti ripetere già a pochi mesi dalla nascita), credo che lo spirito del blog, la sua tonalità, le sue modalità, i suoi intenti siano sempre gli stessi. Sogno, di mio, una Nazione Indiana dove nessuno dei presenti redattori sia a firmarlo, nelle mani di 20 giovani redattori, sconosciuti, pronti a portare avanti il progetto.</p>
<p>Progetto che, sinceramente, agli albori era visto dalla critica ufficiale, accademica, come qualcosa di curioso e poco interessante. Poco più di un covo di letterati freak frustrati. La stessa modalità dei commenti aperti, la critica spesso ingenerosa ai pezzi pubblicati che ne nasceva, inorridiva la vecchia guardia. E tutt’ora urtica. Anche perché, ammettiamolo, una sorta di male interpretata idea di libertà che circola dalla sua nascita su Internet trasforma, spesso, il web in un <i>far west</i> dove tutti possono dire tutto, trivialità, insulti, aggressioni, nascosti dietro l’anonimato non tanto del nome (mai avuto problemi a relazionarmi coi nickname) ma del corpo. Discutere così, a botta calda, senza guardarsi in faccia aiuta i livorosi – i “leoni da tastiera” li ha chiamati Wu Ming 3 &#8211; a scatenarsi, trasformando, spesso, lo spazio dei commenti, in tutti i blog, in un defecatoio dove c’è chi, per fare un esempio, spiega il teorema di Pitagora e chi, come se fosse sensato, dice di non essere d’accordo col filosofo greco. Ma altrettanto spesso non è così. Per me molte discussioni con gli utenti si sono trasformate in luoghi di arricchimento, di scoperta, di condivisione. Ecco, quest’aspetto giustifica, da sempre, la ragione dei commenti aperti, anche se per noi redattori significa una continua attenzione a evitare che le discussioni deraglino nell’insulto gratuito, spesso nei confronti dei meno bellicosi (io ho una procedura standard: gli insulti a me rivolti li tengo tutti, ma se viene maltrattato un mio ospite non ho problemi a cancellare il commento ingiurioso).</p>
<p>Parlo di Nazione Indiana ma questo racconto andrebbe allargato all’intero sistema di blog e siti letterari e culturali che nel frattempo stavano nascendo in quegli anni. Ognuno con la propria identità. Come <a href="http://vibrisse.wordpress.com/">Vibrisse </a>di Giulio Mozzi (precursore e grande pioniere del mezzo), <a href="http://www.zibaldoni.it/">Zibaldoni</a>, <a href="http://www.carmillaonline.com/">Carmilla on line</a>, nata per trasferire in rete una rivista cartacea diretta da Valerio Evangelisti, o come <a href="http://loredanalipperini.blog.kataweb.it/">Lipperatura</a>, blog di Loredana Lipperini dal taglio giornalistico, <a href="http://www.minimaetmoralia.it/">Minima et Moralia</a>, <a href="http://lapoesiaelospirito.wordpress.com/">La poesia e lo spirito</a>, <a href="http://rebstein.wordpress.com/">La dimora del tempo sospeso</a>, <a href="http://www.absolutepoetry.org/">Absoluteville</a>, <a href="http://www.ilprimoamore.com">Il primo amore</a>, fondato dagli autori che uscirono da Nazione Indiana, e tanti altri. L’elenco, il blogroll, è lungo e meriterebbe di essere fatto per intero. Anche perché l’insieme dei blog culturali ha da subito “fatto rete”: autori di un sito hanno pubblicato su un altro, oppure si sono spostati da una redazione ad un’altra, ci si è letti a vicenda, anche polemizzato, ma più spesso collaborato. Cercato, cioè, di fare massa critica.</p>
<p>Il “vecchio mondo” &#8211; fatto di critici, giornalisti, scrittori, editori &#8211; legato a ritualità novecentesche, iniziò, con lentezza e farragine a sentire il peso di questa avanguardia sgangherata che dibatteva animosamente in rete. Me ne resi conto un giorno, in libreria, quando vidi il libro di un giovane scrittore che nella quarta di copertina al posto di citare firme prestigiose della carta stampata metteva in bella evidenza i commenti positivi ricevuti dai lit-blog. “Ormai al mattino” mi disse un redattore di una grande casa editrice “iniziamo la nostra rassegna stampa accendendo il computer: cosa pubblica oggi Nazione indiana? Cosa Carmilla?”</p>
<p>Il lavoro di scouting fatto dalla rete in questi Anni Zero, dove l’editoria classica sembrava sempre più ridotta a fare cassa inseguendo gli umori del momento e chiudendo perciò tutti gli spazi possibili a scritture altre, differenti, è stato enorme. Pensiamo solo a come la più reietta, dall’editoria, delle attività di scrittura, la poesia, abbia trovato uno spazio dove esprimersi per davvero. Dalla rete sono nati autori che poi hanno trovato sbocchi editoriali. La rete ha dato attenzione ad autori che altrimenti rischiavano la smemoratezza. Anche autori internazionali, di enorme spessore (e qui, con un orgoglio un po’ beota, non ho vergogna a ricordare le traduzioni inedite di autori straordinari fatte su Nazione Indiana e poi ripubblicate, senza autorizzazione, dalla carta stampata. O i premi Nobel sconosciuti dalle pagine culturali nazionali che da noi avevano da tempo trovato spazio e recensioni).</p>
<p>Insomma, qualcosa era cambiato. Agli albori capitava sovente che pezzi pubblicati sui quotidiani venissero poi riproposti dalla rete. Nel tempo accadeva sempre più spesso il contrario: discussioni scaturite dalla rete diventavano argomenti della carta stampata. Esemplare il dibattito sul New Italian Epic che nacque in rete dal testo dei Wu Ming e che si propagò ben oltre il web diventando tema di convegni universitari non solo nazionali. E sempre più spesso autori, critici, accademici curiosi iniziarono a guardare alla rete con maggiore attenzione, intervenendo dapprima magari con automatismi professorali subito cassati da chi in rete ci stava da anni (e che ora un po’ si atteggiava da carbonaro detentore della netiquette) e poi sempre più vicino ai nuovi linguaggi e modalità. In questo modo sono nate altre realtà come <a href="http://www.doppiozero.com/">DoppioZero</a>, <a href="http://www.leparoleelecose.it/">Le parole e le cose</a>, <a href="http://www.alfabeta2.it/">Alfabeta2</a>, etc. così come chi aveva battuto da subito la strada del virtuale ha nel tempo cercato altre inclusive pratiche di scambio culturale: iniziative editoriali “tradizionali” &#8211; Il Primo Amore che diventa rivista cartacea, così come lo è Alfabeta2 &#8211;  “miste”, come le Murene, librettini pubblicati da Nazione Indiana ai quali abbonarsi on line (senza cioè la classica distribuzione in libreria) – ebook, performance, manifesti – penso all’attività del movimento <a href="http://www.generazionetq.org/">Generazione TQ</a> -, marce da nord a sud del paese – il “Cammina Cammina” organizzata da Il Primo amore -, ritrovi &#8211; penso alle Feste Indiane svolte al Castello di Malaspina in Lunigiana e all’Arci Bellezza di Milano -, e tanto altro ancora.</p>
<p>Questo per dire che ormai quelle che apparivano barriere pregiudiziali che definivano spazi incapaci di comunicare fra di loro, opposti quasi, si sono dimostrate fortunatamente fragili, creando così un modo inclusivo di concepire il campo della cultura, più ampio, variegato, ricco. Fatto di continui feedback fra i vari dispositivi di diffusione della cultura non maggioritaria, non pacificata, non arresa ai modelli omologanti imposti da un centro politico e ideologico che in questi anni difficili ha banalizzato e reso marginale l’idea di cultura in Italia.</p>
<p>Nazione Indiana ha nove anni. Non so se ci sarà ancora fra nove anni. Non so neppure cosa farò io fra nove anni, magari mi dedicherò alla danza classica, chi può saperlo. Nove anni di vita, sul web, sono un’era geologica. So che questi nove anni, a guardarli ora, retrospettivamente &#8211; ora che mentre scrivo queste righe do un occhio alla posta elettronica, leggo un messaggio su skype, controllo gli aggiornamenti sui vari lit-blog, rispondo ad un commento &#8211;  a guardarli, tutti assieme, mi sembrano passati in un soffio. Gli oltre settemila post pubblicati e le decine di migliaia di contatti unici mensili, invece, mi ricordano il lavoro enorme di resistenza culturale che siamo riusciti, redattori, ospiti e lettori, a produrre, tutti assieme. Gratis, senza alcun tornaconto, per pura militanza, per pura, anarchica felicità. Per amore.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>(<i>pubblicato col titolo</i> C’era una volta il blog. E poi gli indiani uscirono dalle riserve,<i> in:</i> Fare libri. Come cambia il mestiere dell’editore,<i> (a cura di) Ranieri Polese, Guanda, 2012</i>)</p>
]]></content:encoded>
					
					<wfw:commentRss>https://staging.nazioneindiana.com/2013/03/20/fare-lindiano/feed/</wfw:commentRss>
			<slash:comments>9</slash:comments>
		
		
		<post-id xmlns="com-wordpress:feed-additions:1">45158</post-id>	</item>
		<item>
		<title>La lucidità è il risultato di uno sfregamento continuo – Un’intervista a Christian Raimo su Il peso della grazia</title>
		<link>https://staging.nazioneindiana.com/2013/01/26/la-lucidita-e-il-risultato-di-uno-sfregamento-continuo-unintervista-a-christian-raimo-su-il-peso-della-grazia/</link>
					<comments>https://staging.nazioneindiana.com/2013/01/26/la-lucidita-e-il-risultato-di-uno-sfregamento-continuo-unintervista-a-christian-raimo-su-il-peso-della-grazia/#comments</comments>
		
		<dc:creator><![CDATA[giuseppe zucco]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 26 Jan 2013 11:56:35 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[annotazioni]]></category>
		<category><![CDATA[diari]]></category>
		<category><![CDATA[inediti]]></category>
		<category><![CDATA[aldo busi]]></category>
		<category><![CDATA[american gigolo]]></category>
		<category><![CDATA[american psycho]]></category>
		<category><![CDATA[andrea de carlo]]></category>
		<category><![CDATA[arbasino]]></category>
		<category><![CDATA[audiard]]></category>
		<category><![CDATA[autofocus]]></category>
		<category><![CDATA[Bellow]]></category>
		<category><![CDATA[breat easton ellis]]></category>
		<category><![CDATA[Bresson]]></category>
		<category><![CDATA[carola susani]]></category>
		<category><![CDATA[cattolicesimo]]></category>
		<category><![CDATA[charles bukowski]]></category>
		<category><![CDATA[christian raimo]]></category>
		<category><![CDATA[coetzee]]></category>
		<category><![CDATA[corrierino delle famiglie]]></category>
		<category><![CDATA[david foster wallace]]></category>
		<category><![CDATA[demonology]]></category>
		<category><![CDATA[dilemma del prigioniero]]></category>
		<category><![CDATA[don de lillo]]></category>
		<category><![CDATA[douglas coupland]]></category>
		<category><![CDATA[dov'eri tu quando le stelle del mattino giovano in coro]]></category>
		<category><![CDATA[dreyer]]></category>
		<category><![CDATA[eluana englaro]]></category>
		<category><![CDATA[fabbricante di eco]]></category>
		<category><![CDATA[fede]]></category>
		<category><![CDATA[flannery o' connor]]></category>
		<category><![CDATA[francesco longo]]></category>
		<category><![CDATA[francesco pacifico]]></category>
		<category><![CDATA[fratelli d'italia]]></category>
		<category><![CDATA[generationx]]></category>
		<category><![CDATA[giovanni guareschi]]></category>
		<category><![CDATA[giuseppe zucco]]></category>
		<category><![CDATA[guy debord]]></category>
		<category><![CDATA[helen dewitt]]></category>
		<category><![CDATA[herzog]]></category>
		<category><![CDATA[il peso della grazia]]></category>
		<category><![CDATA[il profeta]]></category>
		<category><![CDATA[intervista]]></category>
		<category><![CDATA[jacobson]]></category>
		<category><![CDATA[jefferson]]></category>
		<category><![CDATA[Jeffrey Eugenides]]></category>
		<category><![CDATA[john cheever]]></category>
		<category><![CDATA[l'ultimo samurai]]></category>
		<category><![CDATA[la trama del matrimonio]]></category>
		<category><![CDATA[latte]]></category>
		<category><![CDATA[lo stato delle cose]]></category>
		<category><![CDATA[macchia umana]]></category>
		<category><![CDATA[ozu]]></category>
		<category><![CDATA[paul schrader]]></category>
		<category><![CDATA[piergiorgio welby]]></category>
		<category><![CDATA[porno]]></category>
		<category><![CDATA[precarietà]]></category>
		<category><![CDATA[Ratzinger]]></category>
		<category><![CDATA[René Girard]]></category>
		<category><![CDATA[richard ford]]></category>
		<category><![CDATA[richard powers]]></category>
		<category><![CDATA[rick moody]]></category>
		<category><![CDATA[roma]]></category>
		<category><![CDATA[romanzo]]></category>
		<category><![CDATA[roth]]></category>
		<category><![CDATA[safran foer]]></category>
		<category><![CDATA[sangue di cane]]></category>
		<category><![CDATA[scrittori cattolici]]></category>
		<category><![CDATA[scuola di nudo]]></category>
		<category><![CDATA[shakespeare]]></category>
		<category><![CDATA[singer]]></category>
		<category><![CDATA[storia della mia purezza]]></category>
		<category><![CDATA[taxi driver]]></category>
		<category><![CDATA[tondelli]]></category>
		<category><![CDATA[trascendente]]></category>
		<category><![CDATA[verità romanzesca e menzogna romantica]]></category>
		<category><![CDATA[veronica tommasini]]></category>
		<category><![CDATA[walter siti]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.nazioneindiana.com/?p=44731</guid>

					<description><![CDATA[di Giuseppe Zucco Giuseppe del Moro è il protagonista di questo romanzo. Dottorando, assegnista, ricercatore, alla fine un perfetto esemplare di precarietà sociale e esistenziale &#8211; soprattutto una persona distratta, ma distratta a livelli epici. Com’è nato e si è sviluppato durante la scrittura del romanzo questo personaggio? Giuseppe prima di essere un personaggio è [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Giuseppe Zucco</strong></p>
<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/2013/01/26/la-lucidita-e-il-risultato-di-uno-sfregamento-continuo-unintervista-a-christian-raimo-su-il-peso-della-grazia/il-peso-della-grazia-di-christian-raimo/" rel="attachment wp-att-44735"><img loading="lazy" decoding="async" class="aligncenter size-full wp-image-44735" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/01/Il-peso-della-grazia-di-Christian-Raimo.jpg" alt="" width="387" height="600" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/01/Il-peso-della-grazia-di-Christian-Raimo.jpg 387w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/01/Il-peso-della-grazia-di-Christian-Raimo-193x300.jpg 193w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/01/Il-peso-della-grazia-di-Christian-Raimo-61x96.jpg 61w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/01/Il-peso-della-grazia-di-Christian-Raimo-24x38.jpg 24w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/01/Il-peso-della-grazia-di-Christian-Raimo-138x215.jpg 138w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/01/Il-peso-della-grazia-di-Christian-Raimo-82x128.jpg 82w" sizes="auto, (max-width: 387px) 100vw, 387px" /></a></p>
<p><strong>Giuseppe del Moro è il protagonista di questo romanzo. Dottorando, assegnista, ricercatore, alla fine un perfetto esemplare di precarietà sociale e esistenziale &#8211; soprattutto una persona distratta, ma distratta a livelli epici. Com’è nato e si è sviluppato durante la scrittura del romanzo questo personaggio?</strong><strong></strong></p>
<p>Giuseppe prima di essere un personaggio è la voce narrante del libro. Ho capito che volevo un personaggio che fosse al tempo stesso una voce narrante molto presente, al limite dell&#8217;invadente, che cercasse da subito un rapporto di complicità con il lettore, dicendogli: ma non lo vedi anche tu il mondo così? La caratteristica fondamentale di Giuseppe è un pensiero ansioso, vibratile, mai fermo, che Giuseppe definisce “perennemente distratto”. Credo che l&#8217;ansia, questa distrazione perenne sia un modo nuovo e centrale di conoscenza della realtà oggi. Non è né una cosa bella né una cosa brutta. Alle volte sembra avvicinarci, coinvolgerci, alle volte sembra allontanarci, proteggerci rispetto al mondo.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>Alla formidabile capacità di distrarsi, Giuseppe affianca anche una memoria prodigiosa, se non maniacale, una memoria concentrata su i dettagli, i più minuti, i più trascurabili. A un certo punto, come un Funes redivivo, Giuseppe dice di se stesso: <em>Ero sempre io a fare il filologo: a riportare a uno a uno tutti i dettagli</em>. Ma questo tipo di memoria, oltre a ovviare e entrare in cortocircuito con la distrazione, in un personaggio così aderente alla fede religiosa, finisce per avvicinare qualcosa di sacro: <em>Dovrei farci più caso, alle facce delle persone, quelle sulla banchina, quelle che incontro sul treno, me le devo ricordare quando prego</em>, dice Giuseppe. Se Giuseppe ricordasse ogni cosa sarebbe Dio, un santo o un semplice hard disk, distraendosi continuamente conferma i suoi limiti umani. È così?</strong><strong></strong></p>
<p>Ho detto che volevo raccontare di una psiche secondo me un po&#8217; inedita nella narrativa. Ossia: una psiche in multitasking cognitivo. Quel tipo di attenzione, intelligenza e memoria crea un continuo overload di informazioni. Che cosa ne facciamo di questa massa enorme di informazioni quando ci sono dei sentimenti come l&#8217;amore o una relazione con Dio che ci chiedono una forma, se non di semplificazione, di intensità? Se penso agli scrittori con cui sono cresciuto durante l&#8217;adolescenza e la gioventù – da De Carlo a Ellis a Coupland a Wallace a De Lillo – riconosco una serie di personaggi che reagivano alla crescita della capacità comunicativa, dei mezzi di comunicazione con una specie di malinconia, di chiusura in sé, di anedonia, o a un&#8217;evocazione di una civiltà o di un tempo in cui tutto questa iperfetazione di comunicazione non c&#8217;era e i rapporti erano più semplici e coinvolgenti. Il mondo in cui è Giuseppe non ha questa nostalgia: lui ha accettato che i sentimenti, la percezione del mondo, la multipolarità sono la norma e che in questo mondo mutato ci può comunque essere amore, relazione, gioia.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>Quando scrivi <em>La lucidità, la lucidità è soltanto il risultato di uno sfregamento continuo</em> sembri ricapitolare la distrazione, la memoria, la vita quotidiana, il dolore sottile di questa condizione, quindi un certo modo &#8211; un modo molto contemporaneo &#8211; di stare al mondo. Quanto c’entra tutto questo con quello che noi oggi potremmo definire “realismo”?</strong><strong></strong></p>
<p>Sono realista in senso kantiano e gadameriano e wittgensteiniano e foucaultiano forse. Ossia, la realtà è il risultato dei modi in cui vediamo la realtà. E i nostri sguardi sono la storia dei nostri sguardi. E le nostre parole sono il risultato del linguaggio che ci parla. E le nostre scelte sono date dalla forza dei nostri corpi. Dire realismo per me vuol dire cercare di capire cos&#8217;è l&#8217;anima dei personaggi, non come è fatto il mondo – per come lo potrebbe raccontare la sociologia.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>Lubomir Zamalek – per tutto il romanzo, Lubo – è l’unico amico di Giuseppe. Lubo è polacco, fa mille lavori, è paranoico, se la cava sempre, si arrangia come può, <em>ha degli attacchi di delirio, spasmi incontrollati in tutto il corpo, gli viene la bava alla bocca e si caca addosso</em>. Sembra la descrizione di uno scarto umano &#8211; eppure, se non ci fosse, Giuseppe avrebbe un’esperienza del mondo più ridotta, soprattutto non avrebbe o avrebbe molto più in ritardo accesso all’amore (è proprio Lubo a permettere l’incontro tra Giuseppe e Fiora). Com’è nato invece questo personaggio, e quanto conta per te il fatto che incarni uno straniero, e dei più emarginati e/o emarginabili?</strong><strong></strong></p>
<p>Lubomir era il nome di un uomo polacco che conobbi vent&#8217;anni fa. Era venuto in Italia in bicicletta dopo la dissoluzione della cortina di ferro. Dopo un po&#8217; che era in Italia, lavoro zero, si ritrovò a bere e chiedere la carità davanti alla chiesa. Con il prete della parrocchia, riuscimmo a trovare i soldi per pagargli un biglietto per la Polonia, dove aveva moglie e figli. Stette qualche mese in Polonia a lavorare per pochissimi soldi per un lavoro massacrante, e poi tornò in Italia. La moglie, credo, l&#8217;avesse lasciato. Di nuovo davanti alla chiesa e a bere. Dopo qualche mese morì, <em>seduto</em> su una panchina davanti alla chiesa, per una febbre petecchiale. Andai insieme a questo prete a riconoscere il cadavere all&#8217;obitorio. Il personaggio di Lubo è un omaggio allo sconfitto e al povero che c&#8217;è in ognuno di noi. Ma è anche un modo per parlare dell&#8217;immigrazione provando a inventarmi un personaggio che andasse al di là degli stereotipi che si trovano nelle narrazioni italiani. Questa complessità di Lubo, la sua ambiguità, la sua innocenza che forse è ipocrisia, questa generosità che forse è autolesionismo, ho cercato di renderla innanzitutto con la lingua. Mi sono dovuto inventare una lingua che fosse un pidgin di polacco, italiano storpiato e romanaccio: questo tipo di lingua sghemba poteva dare corpo a un personaggio da commedia. Uno Zanni del 2012.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>Lubo permette che accadano le cose (un deus ex machina), sparisce quando Giuseppe sembra autonomo e inserito nel mondo, ritorna provvidenzialmente quando intorno a Giuseppe il mondo collassa (un angelo). Ma stranamente Lubo sembra una seconda personalità, o una parte della personalità di Giuseppe: se in alcuni momenti le due figure si sovrappongono (<em>In questi non-giorni confondo me stesso con Lubo</em>), in altri, ricordando qualcosa di molto freudiano, l’una sembra prevalere razionalmente sull’altra (<em>Mi tocca convincere Lubo, lui si ricorda a malapena chi è la vecchia.</em> <em>Però è un uomo disposto ad accettare che qualcuno gli faccia da super-io</em>). Quanto sono complementari questi due personaggi?</strong><strong></strong></p>
<p>Lubo è anche l&#8217;angelo custode di Giuseppe, il tramite attraverso il quale si manifesta la volontà di Dio in maniera più diretta, quindi comica alle volte. Ma Lubo è anche il tentativo di descrivere un essere umano per cui un declino non corrisponde a una forma di “precarietà”, di disagio sociologico. Quello che volevo mostrare con l&#8217;amicizia, la fusione alle volte di Lubo e Giuseppe è un cammino di empatia con l&#8217;altro che ci accade quando le cose vanno male, molto male. Se <em>Il peso della grazia </em>è un romanzo che parla di precarietà, lo è nel solo senso in cui la precarietà può diventare una condizione non solo provvisoria, ma permanente, o meglio una condizione di irreversibile declino. Cosa accade quando diventi veramente povero? Senza soldi per mangiare? Senza amici? Senza una direzione nel mondo?</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>Fiora Olivetti, un’oculista, è l’amore della vita di Giuseppe. Accanto a lei, Giuseppe sembra meno portato a distrarsi, e i dettagli, da isolati che sono nel suo campo visivo e quindi nella sua memoria, diventano parte di un tutto, di una visione d’insieme. È questa la tua idea dell’amore? L’amore come possibilità di redimere il senso evanescente della vita nella forma sensata di un racconto o di un discorso?</strong><strong></strong></p>
<p>Fiora serve a Peppe per concentrarsi, e alla narrazione per trovare un centro. Quando lei compare, tutto il mondo si calma. Per questo Giuseppe ha così bisogno di lei da subito. Questa non è la mia idea dell&#8217;amore ma l&#8217;idea di un innamoramento, ossia di uno di quei momenti in cui ci sembra di trovare una persona che quasi magicamente riesce a disinnescare con pochissimo tutto quello che sembra metterci in pericolo: l&#8217;insicurezza, la solitudine, o cos&#8217;altro.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>Giuseppe è un ricercatore, in un passo del romanzo spiega molto bene cosa faccia tutto il tempo: <em>L’oggetto su cui la mia ricerca si va a incentrare è una fiamma </em>premiscelata turbolenta, <em>o meglio, il suo fronte di fiamma, che in una fiamma premiscelata turbolenta si comporta come un’onda: prendi un’onda che esplode, che si sposta attraverso la miscela&#8230; Io, da anni, sto cercando di ingabbiare quest’onda. Quello che faccio è questo. D’altro canto però: l’idea opposta alla mia, quella che buona parte (possiamo dire la totalità) dei fisici che si occupano di questa materia sostiene da sempre, è che cercare di stabilizzare fiamme turbolente sia un controsenso, un obiettivo impossibile, o meglio, addirittura, un problema posto male. </em>Ecco, quest’idea della stabilizzazione di una fiamma turbolenta mi è parsa subito una metafora non dichiarata tanto delle azioni del protagonista davanti a una storia d’amore che poco per volta si sgretola, quanto del tuo lavoro di scrittore che deve governare un romanzo onnivoro e dall’andamento centrifugo e dispersivo. Ti ci ritrovi?</strong><strong></strong></p>
<p>Il piano metaforico di “trovare una forma al fuoco” era il cuore del romanzo fin da quando l&#8217;ho concepito. Del resto, che cos&#8217;è la nostra esistenza in fondo se non cercare un ordine nella molteplicità, un cosmos nel caos? All&#8217;inizio il personaggio era un matematico fossato con l&#8217;equazione di Riemann, che in fondo pone una questione simile: come trovare una regolarità nell&#8217;irregolarità. Poi questa metafora del fuoco mi ha convinto di più. E il personaggio è diventato un fisico. Cosa questo abbia a che fare con la letteratura? Per me molto. Nel senso che non soltanto un romanzo uno lo scrive, ma ne viene scritto. Scopre attraverso la scrittura qualcosa della propria identità e qualcosa del mondo che non sapeva all&#8217;inizio. Pubblicare un romanzo è condividere in un certo senso questo processo di conoscenza.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>Un altro personaggio fondamentale di questo libro è la città di Roma. Forse è una delle prime volte in cui trovo delle descrizioni di questa città così puntuali, dove non esiste più una divisione così netta tra centro e periferia, tra quartieri bene e quartieri popolari. In fondo, tutto sembra votato al collasso, come se il tempo fosse riazzerato, e il territorio su cui Roma è stata fondata riemergesse nella sua forma originaria: una palude, una palude in cui si sopravvive sempre ma da cui è difficile se non impossibile tirarsi fuori. Tra l’altro, parli della città come di <em>una specie di oggetto esterno che però fa parte del tuo corpo. </em>Dato che sei romano, vivi a Roma da sempre, quanto fa parte questo della tua esperienza personale?</strong><strong></strong></p>
<p>Avevo quattro nemici all&#8217;inizio, quando mi sono messo a scrivere questo romanzo. Quattro stereotipi da volere eliminare: le storie d&#8217;amore poco credibili irrazionali stupide semplicistiche, un&#8217;immagine dell&#8217;immigrazione buonista o sociologica (e di questo abbiamo detto), e poi il rapporto con la fede, e l&#8217;immagine di Roma. Mi faceva schifo come veniva rappresentata Roma in tante narrazioni contemporanee: in un modo che esiste solo nelle cartoline dei telegiornali, nel pasolinismo d&#8217;accatto, nelle sceneggiature dei Cesaroni&#8230; Roma è una città bellissima e feroce: è difficile viverci, ma è facile sopravviverci.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>Ma il romanzo, già dal titolo, già dal nome del suo protagonista, è caratterizzato dalla continua sfida e confronto con il sentimento religioso, con il sacro, il trascendente. Per tutto il romanzo però sfila soprattutto questa idea: <em>Dobbiamo smetterla di pensare la vita del prete, ma anche dei cristiani in generale, di tutti, come un luogo pacificato</em>. A chi o cosa ti riferivi quando scrivevi queste parole? E in particolare, è questa non pacificazione il peso della grazia che ogni fedele deve reggere sulle proprie spalle?</strong><strong></strong></p>
<p>Anche qui la sfida era quella di trattare la dimensione della fede, del rapporto con il trascendente e con il cattolicesimo in un modo non stereotipato. Con i miei amici scrittori cattolici, come Carola Susani, Francesco Longo o Francesco Pacifico, spesso ci chiediamo perché nel mondo anglosassone si sia potuta affermare una tradizione di narrativa ebraica, con Roth, Jakobson, Singer, Safran Foer, e in Italia l&#8217;immaginario simbolico cattolico non abbia prodotto la stessa proliferazione di storie. In più mi ponevo il problema che si pone Flannery O&#8217; Connor quando scrive i suoi saggi sulla narrativa e il rapporto con la fede. In sostanza: che farne di una dimensione trascendente in un racconto? Per rispondere alla questione per me è stato fondamentale un saggio che ho tradotto una decina di anni fa: <em>Lo stile trascendentale nel cinema</em>, la tesi di dottorato di Paul Schrader diventato poi un libro. Paul Schrader, il regista di <em>American gigolo </em>o <em>Autofocus</em>, lo sceneggiatore di <em>Taxi driver</em>, analizzava l&#8217;opera di tre registi: uno cattolico, Bresson, l&#8217;altro protestante, Dreyer, il terzo shintoista, Ozu, cercando di mostrare come attraverso la costruzione narrativa si potesse pensare di evocare la dimensione trascendente, lo spirituale, l&#8217;invisibile, senza far ricorso agli effetti speciali, a un&#8217;espressione miracolosa, prodigiosa: era quello che mi interessava fare parlando della fenomenologia del cattolicesimo oggi. Una pratica minoritaria, ma centrale per raccontare non solo l&#8217;Italia, ma l&#8217;intera condizione umana.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong><em>Sei cristiano in un modo consumista, lo sai? E questo è uno dei motivi per cui io non riesco a esserlo più, &#8211; dice lei. Essere cristiani diventa una roba d’identità, tipo avere il Mac o il pc. Se ti appassioni, sei cristiano. Se ti annoi, smetti di esserlo.</em> Da questo dialogo emerge una critica severissima ai cristiani. Eppure avere un’identità, possederla, non farsela sfuggire, è uno dei maggiori problemi, oggi. Secondo te come potrebbero andare insieme le due cose, fede e identità, senza per questo dare forma a fenomeni di integralismo religioso?</strong><strong></strong></p>
<p>È un problema questo per me cruciale. Il pontificato di Benedetto XVI da subito ha messo l&#8217;accento maggiormente sulle pratiche identitarie piuttosto che sull&#8217;ecumenismo. Non so se tutto questo sia una volontà dello Spirito Santo che guida la chiesa o una visione culturale conservatrice da cui Ratzinger non riesce a emanciparsi. Fatto sta che ci sono stati nella recente storia dei rapporti tra Chiesa e politica tre momenti critici tra 2008 e 2009 che hanno segnato per me una frattura: il Family Day, la vicenda di Piergiorgio Welby e quella di Eluana Englaro. Perché non possiamo essere cattolici e non ripartire da questo tipo di questioni, ponendoci diversamente le domande? Ossia: che senso ha il male? Dov&#8217;è Dio in un mondo che stenta a riconoscere il peccato?</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>Nell’ultima parte del romanzo, Giuseppe, lasciato da Fiora, oltre a allontanarsi da tutto e tutti, si rifugia nel porno, soprattutto nei filmati porno amatoriali. Due descrizioni mi hanno dato da pensare, questa (<em>Inseguo una traccia di autenticità dove forse non c’è. Non riesco a fissarmi a lungo sui corpi, cerco la rabbia dei movimenti, la vertigine delle ragazze che hanno orgasmi allo sfinimento su un Sybian</em>) e questa (<em>In certi momenti mi trovo a ringraziare, a lodare Dio perché su internet si può trovare una quantità di video potenzialemente infinita</em>). Riattualizzando Guy Debord, è come se tu avessi scritto tra le righe non solo che oggi il vero è un momento del falso, ma che anche il sacro è un momento del falso. Cosa ne pensi?</strong><strong></strong></p>
<p>Non lo so, credo che ribalterei Debord, in modo ottimistico si può dire. Scherzando anni fa un mio amico definì la mia scrittura e quella di Francesco Pacifico “porno-cattolica”. Ci sono molte scene di sesso nel mio libro, descritte in modo molto esplicito. Ma il porno, credo, mi serva a questo: a mostrare come non possa esistere un&#8217;oggettivazione totale, come anche nelle forme di riduzione del corpo a oggetto, resta sempre un qualcosa che sfugge a questo processo e chiede relazione. Faccio un esempio stupido: mettiamo che guardo un porno. C&#8217;è una ragazza di cui non conosco il nome di cui vedo solo la fica penetrata da un cazzo che non so a chi appartenga. Per me per quanto tutto questo mostri una spersonalizzazione, io cerco di cogliere tutto quello che invece resta personale: chi è questa ragazza che si vede nel video, perché ha accettato di girare questo filmato, si sta divertendo, che tipo di desiderio provava chi ha visto questo filmato&#8230; Immaginiamo che un giorno io incontrassi questa ragazza in un bar, cosa accadrebbe? Per quanto la rete tenda a spersonalizzare i rapporti, continuiamo a essere umani, e fin quando siamo umani, c&#8217;è un evidente bisogno di sacro che ci riguarda.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>In un romanzo così aperto al trascendete, il cui correlativo oggettivo è il cielo, il cielo che ritorna sempre, anche nella versione 2.0 di <em>pop-up </em>tra le nuvole, il cielo che in una bellissima pagina crolla in forma di nuvole sulla terra estinguendo ogni essere vivente, un peso della grazia insostenibile, se vogliamo, il corpo umano è descritto moltissimo, in maniera letterale, in ogni suo dettaglio, i denti soprattutto, per non parlare della materia di cui sono composti gli oggetti di uso comune. A un certo punto scrivi: <em>Non lo so, ero convinto che se avessi voluto cambiare delle cose veramente, in politica anche, nel mondo, avrei dovuto sapere com’era fatta la materia. </em>In che modo stanno insieme le due cose?</strong><strong></strong></p>
<p>Credo che anche questo faccia parte di una visione cattolica del mondo, che associa i processi immaginativi a dei processi creativi veri e propri. È una lezione che ho imparato da scrittori cristiani come Flannery O&#8217; Connor o John Cheever, il loro amore per il creato, e quando ho cominciato a scrivere il libro cercavo una metafora che mi facesse associare una forma di desiderio un po&#8217; schizoide di proiezione con un&#8217;idea di palingenesi vera e propria, di nuova realtà. Mi ha aiutato in questo senso il film di Audiard, <em>Il profeta</em>, in cui il protagonista vive una sorta di continua doppia realtà: una specie di sogno laterale. Ho capito che volevo che anche per Peppe fosse così. Che esprimesse il suo stato d&#8217;animo sempre con una crescita enorme dell&#8217;immaginazione, della visione. Queste visioni per me rappresentano la forza della nostra anima, l&#8217;incredibile capacità di creazione che abbiamo, quello che in fondo ci rende fatti a immagine e somiglianza di Dio da una parte, e dall&#8217;altra degli esseri sempre un po&#8217; alienati.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>Oltre al tuo libro, ho notato che per esempio anche Francesco Pacifico in <em>Storia della mia purezza</em> (Mondadori, 2010) ha riportato questioni religiose all’interno di un romanzo, e guardando oltreoceano, Jeffrey Eugenides, con <em>La trama del matrimonio</em> (Mondadori, 2011), ha fatto la stessa cosa. Come mai un tema del genere, finora così desueto, un tema per molti versi ritenuto anche imbarazzante da affrontare, sta ritornando a essere battuto con così piena consapevolezza?</strong><strong></strong></p>
<p>Con Francesco Pacifico discutiamo da anni su cosa voglia dire scrivere di persone che credono, quali simbologie usare, che tipo di sguardo avere. Credo che Francesco sia lo scrittore con cui – al di là di tutto – mi devo confrontare di più come narratore, perché parte da una ricerca molto simile alla mia. Quando l&#8217;inverno scorso ho letto l&#8217;ultimo libro di Eugenides ho detto: cazzo, ha scritto il mio stesso libro, ed è uscito prima di me. Non era così ovviamente, ma c&#8217;erano molti elementi comuni. Sia come erano poste alcune questioni, sia come erano risolte. La religione cattolica dal mio punto di vista era tanto per me quanto per Eugenides centrale per parlare di personaggi che cercano una forma di assoluto. E poi tutti e tre ci rifacciamo e in modo esplicito direi a una modellizzazione narrativa, quella di René Girard, del suo mimetismo triangolare, della sua <em>Verità romanzesca e menzogna romantica</em>.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>Smart, ciechi famosi, raccolta differenziata, aspartame, aids, Unabomber, uranio impoverito, You Tube, Obama, Banksy, bambini sequestrati degli anni ’80, chat, iphone, navigatore satellitare, google, free press: questa è una piccola sezione dei <em>miti d’oggi</em> che brillano dentro le frasi del romanzo. Quando hai iniziato a scrivere questo libro avevi anche intenzione di fare un catalogo ragionato degli oggetti su cui segretamente si deposita lo spirito del tempo?</strong><strong></strong></p>
<p>No, nessun amore per i cataloghi ragionati. Ma volevo scrivere un libro contemporaneo, e non potevo farlo se non capendo come gli esseri umani reagiscono al mondo culturale in cui sono immersi. Il nostro cervello oggi vive una strana forma di enciclopedismo, in cui le informazioni importanti sono mescolate a quelle inutili: questo produce dei cortocircuiti niente male. Mi ricordo come Andrea De Carlo negli anni &#8217;80 fu il primo scrittore italiano a far penetrare questo rumore bianco nell&#8217;emotività personale. Ma quando leggemmo il Douglas Coupland di <em>Generation X </em>o il Bret Easton Ellis di <em>American Psycho </em>capimmo che l&#8217;imene era rotto per sempre: le amenità da trivial pursuit avevano lo stesso peso di un sentimento eterno.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>Tutto il romanzo è continuamente punteggiato dalle domande che Giuseppe pone da una parte a se stesso e dall’altra al lettore, come se volessi mimare un discorso interiore. Come mai?</strong><strong></strong></p>
<p>Qui i modelli sono Shakespeare, inconsciamente, o insomma il teatro, quei personaggi che si appartano e fanno dei monologhi amletici. E poi, consapevolmente, Coetzee. Amo i personaggi che riflettono su quello che fanno, e amo quando lo fanno in modo interrogativo, anche se questo corre il rischio di diventare stucchevole, perché al contrario di quello che sembra non sono personaggi immobili. Ma sono personaggi che si trasformano sotto i nostri occhi, i pensieri riescono a mettere in scena una sorta di teatro dell&#8217;io, e a me questa drammaturgia piace da morire.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>Rispetto alle tue due precedenti raccolte di racconti, <em>Latte</em> (minimum fax, 2001) e <em>Dov’eri tu quando le stelle del mattino giovano in coro? </em>(minimum fax, 2004), lo stile che adotti qui è meno pirotecnico, meno volutamente sorprendente. Nonostante ogni pagina sia ricca di invenzioni e soluzioni formali, è come se tu avessi preferito che la sperimentazione cedesse il passo a una scrittura più compatta, una scrittura che garantisse una propria intensità emotiva senza ricorrere troppo ai trucchi del mestiere, all’effetto che David Foster Wallace aveva tradotto con “guarda, mamma, senza mani”. Com’è venuto fuori questo stile? C’è qualche altra opera e/o esperienza che ti ha spinto in questa direzione?</strong><strong></strong></p>
<p>Volevo che fosse un romanzo leggibile e con un&#8217;intensità emotiva a ogni pagina, come tu dici. Non avendo dalla mia una trama piena di colpi di scena, volevo che il lettore si appassionasse ai sentimenti dei protagonisti. Quello che ho cercato di fare è allora, utilizzare tutti i modelli letterari che mi venivano in mente che riuscissero a aiutarmi a costruire questo stile <em>caldo</em>. Il Foster Wallace più emotivo, più trasparente, meno virtuosistico, quello di racconti come <em>È tutto verde</em>, per capirci, ma il Rick Moody di <em>Demonology</em>, il Bellow di <em>Herzog</em>, il Roth della <em>Macchia umana, </em>l&#8217;Eugenides che hai citato, Walter Siti di <em>Scuola di nudo</em> (essenziale per i dialoghi), Veronica Tommasini di <em>Sangue di cane </em>(che mi è stata utile per capire come modellare la voce di Lubo), Richard Ford dello <em>Stato delle cose</em> per il tono delle descrizioni, Richard Powers del <em>Dilemma del prigioniero </em>o del <em>Fabbricante di eco</em> per la capacità di descrivere le questioni scientifiche all&#8217;interno di relazioni sentimentali credibili, l&#8217;Aldo Busi dei due primi suoi romanzi per la modulazione sonora delle frasi, l&#8217;Arbasino di <em>Fratelli d&#8217;Italia</em> per il ritmo della pagine<em>, </em>e Tondelli per la costruzione ipotattica, Charles Bukowski che mi ha dato da adulto un enorme aiuto nel riconoscere la narratibilità di ogni frammento quotidiano&#8230; tutte cose forse scontate. Ci sono degli scrittori che però vorrei citare perché sono meno scontati: Helen Dewitt e Giovanni Guareschi. La prima scrisse qualche anno fa un romanzo che mi folgorò per la capacità di mescolare insieme una visione cerebrotica e una visione sentimentale: <em>L&#8217;ultimo samurai</em>, il secondo è uno scrittore che ho divorato da adolescente, e che ha avuto per me la capacità di affinare il mio sguardo in un senso preciso: quel tono <em>famigliare </em>dello scrivere che riesce a creare intorno ai personaggi una specie di affettuosità concreta, di vicinanza, di complicità, attraverso la descrizioni dei loro piccoli tic. Credo che molta della mia formazione letteraria e sentimentale debba qualcosa ai Jefferson e al <em>Corrierino delle famiglie </em>di Guareschi.</p>
]]></content:encoded>
					
					<wfw:commentRss>https://staging.nazioneindiana.com/2013/01/26/la-lucidita-e-il-risultato-di-uno-sfregamento-continuo-unintervista-a-christian-raimo-su-il-peso-della-grazia/feed/</wfw:commentRss>
			<slash:comments>4</slash:comments>
		
		
		<post-id xmlns="com-wordpress:feed-additions:1">44731</post-id>	</item>
		<item>
		<title>Domani 22 settembre, e tutti i sabato, esce Orwell, l&#8217;inserto culturale di Pubblico</title>
		<link>https://staging.nazioneindiana.com/2012/09/21/domani-22-settembre-e-tutti-i-sabato-esce-orwell-linserto-culturale-di-pubblico/</link>
					<comments>https://staging.nazioneindiana.com/2012/09/21/domani-22-settembre-e-tutti-i-sabato-esce-orwell-linserto-culturale-di-pubblico/#comments</comments>
		
		<dc:creator><![CDATA[giuseppe zucco]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 21 Sep 2012 17:32:47 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[annotazioni]]></category>
		<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[diari]]></category>
		<category><![CDATA[camus]]></category>
		<category><![CDATA[christian raimo]]></category>
		<category><![CDATA[giornalismo culturale]]></category>
		<category><![CDATA[giuseppe zucco]]></category>
		<category><![CDATA[informazione culturale]]></category>
		<category><![CDATA[inserto culturale]]></category>
		<category><![CDATA[orwell]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.nazioneindiana.com/?p=43583</guid>

					<description><![CDATA[di Christian Raimo C’è un brano del discorso di ringraziamento che pronunciò nel 1957 Camus quando vinse il Nobel per la letteratura che dice questo: «Ogni generazione, senza dubbio, si crede destinata a rifare il mondo. La mia sa che non lo rifarà. Il suo compito è forse più grande: consiste nell’impedire che il mondo [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/2012/09/21/domani-22-settembre-e-tutti-i-sabato-esce-orwell-linserto-culturale-di-pubblico/orwell-1-2/" rel="attachment wp-att-43589"><img loading="lazy" decoding="async" class="alignnone size-full wp-image-43589" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2012/09/Orwell-11.jpg" alt="" width="947" height="365" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2012/09/Orwell-11.jpg 947w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2012/09/Orwell-11-300x115.jpg 300w" sizes="auto, (max-width: 947px) 100vw, 947px" /></a></p>
<p>di <strong>Christian Raimo</strong></p>
<p>C’è un brano del discorso di ringraziamento che pronunciò nel 1957 Camus quando vinse il Nobel per la letteratura che dice questo: «<em>Ogni generazione, senza dubbio, si crede destinata a rifare il mondo. La mia sa che non lo rifarà. Il suo compito è forse più grande: consiste nell’impedire che il mondo si distrugga</em>».</p>
<p>Se dovessi fare una dichiarazione d’intenti su cosa vorrei che facesse il piccolo inserto culturale (che uscirà da domani ogni sabato con il giornale, si chiamerà <strong>Orwell</strong>, avrà otto pagine per cominciare e poi quattro per continuare, si troverà nel cuore del quotidiano, avrà fra i suoi collaboratori scrittori, critici letterari, illustratori, fotografi, sceneggiatori, fumettisti, reporter, fisici teorici, filosofi politici, studiosi di letteratura di genere…), ricalcherei questa citazione e la finirei qui.</p>
<p>Nessuna retorica del “nuovo”, nessun enfatico proclama alla “ne vedrete delle belle” e “spaccheremo tutto”, nessuno slogan alla moda sull’innovazione… Ho imparato nel tempo che diffidare dei facili entusiasmi porta a migliorarsi un pezzetto ogni giorno, e che realizzare cose semplici è una missione tremendamente impegnativa; così un inserto culturale fatto per i lettori e non per ammiccare a qualche presunta schiera di intellettuali engagé, richiede alcune regole evidenti. Chiarezza, competenza, creatività nella scrittura, apertura mentale, laicità, interdisciplinarietà, autocritica, ironia… Ma, ancora più precisamente, ce ne sono un paio di principi che per me sono imprescindibili – tali che se usati bene possono rivelarsi delle armi politiche. Uno è la sincerità, l’altro è l’accuratezza.</p>
<p>Se non troverete traccia né dell’una né dell’altra nei nostri pezzi d’informazione culturale, nei nostri ritratti di scrittori e di artisti, nelle nostre inchieste sull’editoria, nei nostri racconti, nei nostri reportage, nei nostri pezzi di satira, nelle nostre recensioni cinematografiche, nelle nostre poesie, e anche nelle immagini che i fotografi e gli illustratori ci daranno, allora farete benissimo a lamentarvi. Altrimenti, lo vedrete anche voi, la fiducia che ci concederete finirà per farvi sembrare che un po’ di questo “Orwell” è anche vostro. Un grazie anticipato da parte mia e di tutti i collaboratori.</p>
<p>(P.s. Abbiamo già una pagina <a title="facebook orwell" href="http://www.facebook.com/orwellp" target="_blank">Facebook</a> e un account twitter <a title="twitter orwell" href="http://twitter.com/orwellp" target="_blank">@orwellp</a>)</p>
]]></content:encoded>
					
					<wfw:commentRss>https://staging.nazioneindiana.com/2012/09/21/domani-22-settembre-e-tutti-i-sabato-esce-orwell-linserto-culturale-di-pubblico/feed/</wfw:commentRss>
			<slash:comments>5</slash:comments>
		
		
		<post-id xmlns="com-wordpress:feed-additions:1">43583</post-id>	</item>
		<item>
		<title>caro sindaco, parliamo di biblioteche</title>
		<link>https://staging.nazioneindiana.com/2012/01/16/caro-sindaco-parliamo-di-biblioteche/</link>
					<comments>https://staging.nazioneindiana.com/2012/01/16/caro-sindaco-parliamo-di-biblioteche/#comments</comments>
		
		<dc:creator><![CDATA[chiara valerio]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 16 Jan 2012 13:30:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[antonella agnoli]]></category>
		<category><![CDATA[biblioteche]]></category>
		<category><![CDATA[caro sindaco parliamo di biblioteche]]></category>
		<category><![CDATA[chiara valerio]]></category>
		<category><![CDATA[christian raimo]]></category>
		<category><![CDATA[il Manifesto]]></category>
		<category><![CDATA[l'Unità]]></category>
		<category><![CDATA[laterza]]></category>
		<category><![CDATA[le piazze del sapere]]></category>
		<category><![CDATA[recensione]]></category>
		<category><![CDATA[saggistica]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.nazioneindiana.com/?p=41336</guid>

					<description><![CDATA[(Di seguito due pezzi usciti rispettivamente a mia firma su l&#8217;Unità e a firma di Christian Raimo su Il Manifesto riguardo la questione biblioteche, diffusione della cultura ed enti locali. Lo spunto è stato il libro pubblicato nel dicembre scorso da Antonella Agnoli per Editrice Bibliografica) di Chiara Valerio e Christian Raimo #1 (Chiara Valerio) [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/2012/01/16/caro-sindaco-parliamo-di-biblioteche/idea-store-2/" rel="attachment wp-att-41339"><img loading="lazy" decoding="async" class="aligncenter size-full wp-image-41339" title="idea store 2" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2012/01/idea-store-2.jpg" alt="" width="363" height="314" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2012/01/idea-store-2.jpg 363w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2012/01/idea-store-2-300x259.jpg 300w" sizes="auto, (max-width: 363px) 100vw, 363px" /></a></p>
<p><span style="color: #800000;">(Di seguito due pezzi usciti rispettivamente a mia firma su <em>l&#8217;Unità</em> e a firma di Christian Raimo su <em>Il Manifesto</em> riguardo la questione biblioteche, diffusione della cultura ed enti locali. Lo spunto è stato il libro pubblicato nel dicembre scorso da Antonella Agnoli per Editrice Bibliografica)</span></p>
<p>di Chiara Valerio e Christian Raimo</p>
<p>#1 (Chiara Valerio)</p>
<p>“La biblioteca è un servizio di base, trasversale, che offre qualcosa a tutte le categorie di cittadini: vecchi e giovani, professionisti e disoccupati, casalinghe e immigrati. Copre un arco di interessi vastissimo e quindi è un sostegno vitale anche per altre strutture culturali come i musei, i teatri, i cinema. Occorre promuovere il coordinamento e l’integrazione fra tutti questi servizi.” <strong><em>Caro sindaco, parliamo di biblioteche</em></strong> (Editrice Bibliografica, 2011) è un altro tassello che Antonella Agnoli, bibliotecaria et alia in un paese in cui (quasi) nessuno legge, sottrae al muraglione ideologico che sta intorno all’idea di cultura, di intellettuale e di privilegio culturale e che è il principale fortilizio che soffoca la mobilità tra le classi sociali nel nostro paese. Ed è quindi un altro tassello aggiunto al concetto di democrazia. Se ne <strong><em>Le piazze del sapere. <span id="more-41336"></span> Biblioteche e libertà</em></strong> (Laterza, 2009), Agnoli ha scritto che prima di fare cultura è necessario fare alfabetizzazione – e che entrare in una biblioteca in Italia significa, invece e troppo spesso, essere costretti a valutare la situazione sociale nella quale ci si trova, in base all’esperienza in altri ambienti pubblici e all’arredamento e che dunque “occorre pochissimo tempo a un potenziale lettore per capire, grazie a una quantità di indizi, quale sarà il suo posto all’interno dell’istituzione e valutare se rischia di rendersi ridicolo o di perdere la faccia” –, in questo pamphlet si rivolge direttamente alle amministrazioni locali per spiegare e dimostrare come, anche in tempo di crisi, sia possibile e pure necessario investire nelle biblioteche di pubblica lettura. Perché dire alle persone i libri che devono leggere è ideologia, lasciare che leggano e basta è democrazia. E quindi possibilità di evoluzione ancora prima che di rivoluzione. Le biblioteche di pubblica lettura, al contrario delle biblioteche di conservazione – che pure “sono state sempre un oggetto di valore collocato nelle nostra città come un vaso cinese in salotto, che potrebbe esserci oppure non esserci” – dal 1972 sono una responsabilità degli enti locali e spesso sono vissute come un “optional affidato alla buona volontà e alla lungimiranza della singola amministrazione” e non come la risorsa energetica che sono. “Nella crisi, la biblioteca è un’ancora di salvezza per i ceti più deboli, i giovani che non riescono a trovare un lavoro, i bambini che hanno bisogno di crescere in un ambiente stimolante e di fare esperienze culturali che in famiglia non potrebbero avere”. Tuttavia per essere davvero una risorsa energetica la cultura – continua Agnoli – ha bisogno di una società che pensa e che ama pensare. Tutto il lavoro saggistico, e tutto il lavoro che Antonella Agnoli ha fatto e fa sul territorio – la direzione della biblioteca di Spinea (Venezia), l’ideazione della Biblioteca San Giovanni di Pesaro, il capillare giro di presentazioni de <em>Le piazze del sapere </em>in ogni minimo comune, biblioteca, circolo di lettura, presidio del libro italiano, scuole – gira intorno al concetto che il libero accesso ai libri è condizione necessaria e sufficiente alla salute, al mantenimento e all’adattamento, in epoca di accelerazione e manipolazione dell’informazione, del concetto di democrazia e della democrazia in sé. “Non si riflette abbastanza sul paradosso di un pianeta dove l’informazione è (relativamente) alla portata di tutti mentre l’impoverimento culturale della vita collettiva è palese”. Antonella Agnoli, come tutti coloro che sono padroni di un’ortodossia, è una vera eretica, le sue proposte per le biblioteche di pubblica lettura in tempo di crisi spaziano dalla possibilità di usare i locali delle biblioteche – di conservazione e di pubblica lettura – per matrimoni, feste di compleanno, mercatini di libri usati, come location per pubblicità, tutte proposte che rappresentano la reale possibilità di aprire un luogo considerato storicamente per studiosi, studenti, curiosi e intellettuali, a tutti. La sopravvivenza di una biblioteca garantisce – e leggendo Agnoli si esclama “è vero!” – la possibilità, a chi non può consentirselo per ragioni economiche o di lingua, di accedere alla rete, alla modulistica per bollette, pensione, alla possibilità di compilare un curriculum vitae. “Come i sindaci di un secolo fa non avevano dubbi sulla necessità di realizzare le foglie e di portare l’acquedotto nei loro comuni, così oggi si deve guardare alle connessioni a banda larga come a un diritto basilare dei cittadini, un <em>bene comune</em> importante quanto l’acqua”. La biblioteca, è insomma un luogo di confronto, discussione, alfabetizzazione e cultura. “La perdita dell’abitudine a ritrovarsi e confrontarsi in piazza, al bar, dal parrucchiere è uno dei molti motivi che rendono la nostra democrazia un guscio vuoto”.</p>
<p><strong>Odio la parola vocazione, tuttavia mi pare che per lei la diffusione della cultura somigli abbastanza a una vocazione… sono stati la scuola, l’università, i libri, le persone?</strong></p>
<p>Se sono quello che sono lo devo alla politica, non certo alla scuola. Non so bene chi mi abbia insegnato a leggere e scrivere, ma sono sicura che dai 14 ai 18 anni l’unica cosa che mi interessava era andare a ballare. Se dicessi che la cultura è stata per me una vocazione fin dall’infanzia penso che finirei nell’ultimo girone dell’inferno dantesco: dopo la maturità sono andata a Roma e invece che fare l’università frequentavo giovani artisti e la cellula di Potere Operaio (prima che fosse messo fuori legge). L’università, ripresa più volte, non l’ho mai finita, c’era sempre qualche cosa di più importante da fare. Penso che negli anni Settanta  il PCI sia stato l’università di un’intera generazione.</p>
<div>
<p><strong>Perché ha deciso di lavorare su, con e per le biblioteche?</strong></p>
<p>La biblioteca l’ho scoperta quando me ne hanno data una da fondare: prima non ci ero mai entrata. Avevo fatto la campagna per il referendum sul divorzio, e poi quello sull’aborto e così avevo conosciuto il sindaco di Spinea, una città-dormitorio alla periferia di Venezia. Non sapevo nulla, ma a me piace fare cose nuove, organizzare luoghi e attività dove le persone possano stare insieme quindi ho iniziato dalla biblioteca per bambini, scommettendo che i genitori che accompagnavano i figli si sarebbero prima o poi accorti che era un posto piacevole anche per loro. Ho cercato di raggiungere le giovani coppie con figli, comprato i libri di Munari e sperato che funzionasse. Ha funzionato. Quando me ne sono andata, nel 2000, era passato in biblioteca il 50% di cittadini.</p>
</div>
<p><strong>#2</strong> (Christian Raimo)</p>
<p>Antonella Agnoli ha scritto un libretto semplice e bellissimo. S&#8217;intitola <em>Caro sindaco, parliamo di biblioteche</em>, l&#8217;ha pubblicato l&#8217;Editrice Bibliografica (in una collana d&#8217;introduzione alle biblioteche che comprende altri titoli utilissimi), costa dodici euro, è lungo un centinaio di cartelle non di più. È un libro-manifesto: puntuale nelle sue rivendicazioni come una <em>Lettera a una professoressa</em>, documentato e efficace contro l&#8217;ideologia dei social network come <em> Tu non sei un gadget </em>di Jaron Lanier, difensore di una prospettiva umanistica come <em>Non per profitto</em> di Martha Nussbaum. Leggendolo &#8211; ci si impiegano un paio d&#8217;ore &#8211; si imparano (o si fa mente locale su) diverse cose: che esistono due tipi di biblioteche pubbliche (quelle di conservazione tipo quelle della tradizione umanistica italiana; le <em> public libraries</em> tipiche di una tradizione protestante), che solo il 2% di italiani legge più di due libri al mese, che all&#8217;estero gli intellettuali non hanno il feticcio di costruirsi biblioteche domestiche e utilizzano quelle pubbliche, che a pensarci una biblioteca è un luogo di socializzazione e googlebooks no, che i volumi cartacei garantiscono meglio l&#8217;integrità e la permanenza di un testo rispetto ai loro corrispettivi digitali, che i supporti informatici cambiano nel tempo e diventano spesso non utilizzabili (leggere una cinquecentina oggi sarebbe possibile, provate a fare lo stesso con un floppy), che per trovare un testo che ci serve non abbiamo bisogno di un&#8217;infinità di possibilità ma di una selezione ragionevole, che  spesso un bibliotecario riesce a trovare quello che ci occorre meglio di un motore di ricerca, che i computer non possono essere un sostituto della scuola né di una biblioteca perché se accedo a più contenuti non è per niente detto che ne comprenda di più, che affinché arrivi la democrazia anche in Egitto o in Tunisia non bastano twitter o facebook ma serve scendere in piazza coi propri corpi e qualche volta morire, che Wikipedia non ce la fa già più a reggersi solo sul volontariato o sull&#8217;entusiasmo e che quindi tocca alle istituzioni mantenere nel tempo le grandi spinte collettive, che in Italia c&#8217;è un arretratezza culturale che sta diventando immobilismo (percentuali di lettori in diminuzione, tassi di laureati metà di quelli europei, grandi sperequazioni tra scuole rurali e scuole cittadine), che la cultura ha un bisogno vitale di infrastrutture intangibili tipo la capacità di dare valore a contesti di esperienze ricchi e complessi (e va letto o riletto il molto citato <em>Italia reloaded </em> di Coliandro e Sacco), che le biblioteche possono funzionare come luoghi sociali deputati all&#8217;incontro con l&#8217;Altro (questo capita per esempio alle donne musulmane a Whitechapel che utilizzano gli Idea Store per uscire di casa e emanciparsi frequentando un corso d&#8217;informatica all&#8217;insaputa dei mariti), che dalla crisi del 2007 le biblioteche pubbliche fanno da ammortizzatore sociale indispensabile per molti di questi nuovi poveri, che le public libraries sempre di più svolgono un ruolo di accesso alla cittadinanza (ci si va per avere una connessione gratuita a internet, o capire come presentare un documento on-line), che trovare i soldi per le biblioteche in tempi di crisi anche per un piccolo comune non è per nulla impossibile &#8211; qualche concorso Miss Bikini in meno o l&#8217;affitto delle sale magari per un matrimonio o una festa di compleanno sono solo alcune delle idee possibili, che se le biblioteche diventassero  capaci di fornire molti, moltissimi servizi (da uno sportello giuridico alla possibilità di pagare le bollette a una sede per corsi di yoga al bar per l&#8217;aperitivo) si trasformerebbero nei luoghi di riferimento per i cittadini e quindi dei presìdi democratici (<em>piazze del sapere</em>, per usare il titolo del precedente libro di Agnoli), che è basilare coinvolgere dei volontari che amplino lo spettro delle attività socioculturali da offrire, che le biblioteche &#8211; a saperle progettare &#8211; possono diventare come è accaduto in molti casi in Italia i centri propulsori di una strategia di riqualificazione urbana&#8230;</p>
<p>Insomma se io fossi un amministratore pubblico eleggerei questo <em>Caro sindaco </em> a mio libretto rosso per le prossime elezioni e scriverei il mio programma politico a partire da qui, ricavandone uno slogan semplicissimo: una biblioteca pubblica all&#8217;avanguardia in ogni quartiere e tra cinque anni l&#8217;Italia sarà diversa. Se, come racconta Agnoli, ha funzionato a Maiolati Spontini, un comune di 6132 abitanti in provincia di Ancona, perché non dovrebbe funzionare dappertutto?</p>
<p style="text-align: center;"><a href="https://www.nazioneindiana.com/2012/01/16/caro-sindaco-parliamo-di-biblioteche/copj170/" rel="attachment wp-att-41337"><img loading="lazy" decoding="async" class="aligncenter size-full wp-image-41337" title="copj170" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2012/01/copj170.jpg" alt="" width="170" height="284" /></a><br />
<strong><br />
A. Agnoli, <em>Caro sindaco, parliamo di biblioteche</em>, Editrice Bibliografica (2011), pp. 138, 11 euro.</strong></p>
]]></content:encoded>
					
					<wfw:commentRss>https://staging.nazioneindiana.com/2012/01/16/caro-sindaco-parliamo-di-biblioteche/feed/</wfw:commentRss>
			<slash:comments>5</slash:comments>
		
		
		<post-id xmlns="com-wordpress:feed-additions:1">41336</post-id>	</item>
		<item>
		<title>I padri ingannevoli</title>
		<link>https://staging.nazioneindiana.com/2011/01/11/i-padri-ingannevoli/</link>
					<comments>https://staging.nazioneindiana.com/2011/01/11/i-padri-ingannevoli/#comments</comments>
		
		<dc:creator><![CDATA[marco rovelli]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 11 Jan 2011 18:28:25 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[capitalismo]]></category>
		<category><![CDATA[christian raimo]]></category>
		<category><![CDATA[fiat]]></category>
		<category><![CDATA[mirafiori]]></category>
		<category><![CDATA[sandro pertini]]></category>
		<category><![CDATA[sergio marchionne]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.nazioneindiana.com/?p=37759</guid>

					<description><![CDATA[di Christian Raimo Piccolo quiz di inizio anno: di chi sono queste parole? “Giovani, combattete sempre per la libertà, per la pace, per la giustizia sociale. La libertà senza giustizia sociale non è che una conquista fragile, che per alcuni si risolve semplicemente nella libertà di morire di fame. Libertà e giustizia sociale sono un [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Christian Raimo</strong></p>
<p>Piccolo quiz di inizio anno: di chi sono queste parole?<br />
“Giovani, combattete sempre per la libertà, per la pace, per la giustizia sociale. La libertà senza giustizia sociale non è che una conquista fragile, che per alcuni si risolve semplicemente nella libertà di morire di fame. Libertà e giustizia sociale sono un binomio inscindibile. Lottate con fermezza, giovani che mi ascoltate, e lo dico senza presunzione, ma come un compagno di strada, tanto mi sta a cuore la vostra sorte. Io starò sempre al vostro fianco”. La soluzione completa la trovate a <a href="http://www.youtube.com/watch?v=kCP6Ag869dU" target="_blank">quest’indirizzo</a>. È il discorso di Capodanno del Presidente della Repubblica. Del 1983, era Pertini. Fa impressione, eh?<br />
Ma perché citarlo? Nelle ultime settimane, qui sulle pagine del<em>manifesto</em>, si è molto parlato, a partire dalle analisi di Recalcati e del suo <em>Uomo senza inconscio</em>, del declino di un modello paterno che rappresentasse la Legge o la Responsabilità, sostituito da un modello che invece incita al godimento compulsivo. Il rapporto tra padri e figli dovrebbe essere un tema politico forte in qualsiasi democrazia sana, e in un paese con un tasso di disoccupazione giovanile al 28,9% la questione generazionale dovrebbe porsi addirittura come un’urgenza. E invece di fatto questo non accade, non c’è vero conflitto tra giovani e adulti, e anzi la stessa area semantica del “conflitto” si vuole espulsa dal discorso politico. Se Pertini nel 1983 usava, come parole pubbliche da destinare alle famiglie che si apprestavano al cenone di fine anno, <em>lotta</em>,<em>combattere</em>, <em>giustizia sociale</em>; oggi questa stessa terminologia è praticamente tabù – al suo posto troviamo <em>confronto</em>, <em>condivisione</em>,<em>opportunità</em>. Un sintomo di maquillage linguistico che non è semplicemente una retorica di facciata, ma quello che si potrebbe definire un nuovo discorso paterno.<span id="more-37759"></span><br />
In questo senso la nuova figura di padre che sembra stagliarsi nel contesto pubblico se non è quella di un <em>padre rappresentante della Legge</em>, forse non è neanche però quella del <em>potere pappone</em> (come l’ha provato a definire Wu Ming in un <a href="http://www.wumingfoundation.com/giap/?p=1675" target="_blank">bellissimo intervento</a> in rete sempre debitore delle analisi di Recalcati, ma, proverei a dire: una figura del <em>padre ingannevole</em>.<br />
Il padre ingannevole è quello che potete vedere all’opera in due spot Fiat del 2010. Nel <a href="http://www.youtube.com/watch?v=jigaSCJOZHU" target="_blank">primo</a>, quello della fantomatica Fabbrica Italia, c’è un padre presuntamente amorevole ripreso di spalle che tiene in braccio un bambino neonato per farlo addormentare. Ma invece di una ninnananna lo culla sussurrandogli con tono da fiaba: “Va bene, dato che non vuoi dormire, adesso ti racconto di questo piano industriale… In cinque anni raddoppia la produzione di veicoli in Italia, raddoppia la produzione, raddoppiano le possibilità, e mi chiedo io cosa posso fare? Per esempio posso comprare un’auto italiana. Il colore lo scegli tu magari…”. Nell’<a href="http://www.youtube.com/watch?v=seJmEb0fcBA" target="_blank">altro spot</a> si vede uno dei bambini-icona italiani per eccellenza (Totò Cascio di <em>Nuovo cinema paradiso</em>) assistere a una proiezione di un montaggio di immagini e parole e la colonna sonora del buono-per-ogni-occasione Giovanni Allevi: le immagini sono un pot-pourri iper-sincretico di vecchie fotografie di Mirafiori, Alberto Sordi, Coppi e Bartali, terroristi, Falcone e Borsellino… Le parole dicono: “La vita è un insieme di luoghi che scrivono il tempo. Il nostro tempo. Noi cresciamo a maturiamo collezionando queste esperienze. Sono queste che poi vanno a definirci. Alcune sono più importanti di altre perché formano il nostro carattere. C’insegnano la differenza tra ciò che è giusto e ciò che è sbagliato. La differenza tra il bene e il male. C’insegnano chi vogliamo diventare. In tutto questo alcune cose si legano a noi in modo spontaneo e inestricabile, ci sostengono nell’esprimerci e nel realizzarci, ci legittimano nell’essere autentici e veri, e se significano veramente qualcosa, ispirano il modo in cui il mondo cambia, e allora appartengono a tutti noi, e a nessuno. La nuova Fiat appartiene a tutti noi”.<br />
Ispirandosi esplicitamente a Steve Jobs e ai suoi girocollo nerofumo, l’ambizione più ardita di Marchionne è quella di trasformare, come ha esplicitamente dichiarato in varie interviste, le automobili in oggetti con la stessa allure di un i-pod, prodotti il cui semplice possesso ci diano l’illusione di <em>pensare differente</em>. Il messaggio che dunque vuole passare da queste due pubblicità è che comprare una macchina Fiat non è solo una scelta di consumo, non solo risponde a certi desideri e bisogni, ma: è una scelta etica, significa fare del bene, stare dalla parte giusta. Comprare una nuova Fiat 500 o fidarsi del piano industriale di Fabbrica Italia vuol dire implicitamente avere una coscienza civile che ci fa avere a cuore la storia e il destino del nostro paese.<br />
Le nuove forme di retorica del capitale si muovono proprio in questo senso. Costruendosi come leggi simboliche, si autoaffermano come buone pratiche. Anzi fanno qualcosa in più: ci vendono il Bene. Il gadget che ci regalano insieme al Bene è il prodotto, che a quel punto può essere l’ultimo modello Fiat, un panino di McDonalds o un caffè da Starbucks. Come potete facilmente vedere in<a href="http://www.minimaetmoralia.it/www.youtube.com/watch?v=hpAMbpQ8J7g" target="_blank">quest’animazione</a>, sempre più spesso noi non compriamo prodotti ma compriamo buone pratiche. Quando ci beviamo un caffè da Starbucks, ad esempio, noi finiamo per acquisire un certo modello morale: perché Starbucks si rifornisce di caffè al commercio equo più di qualsiasi altra azienda al mondo, perché Starbucks si assicura che i contadini che coltivano quel caffè abbiano il giusto salario, perché Starbucks ci offre dei divanetti comodi con cui usare il wi-fi e fare amicizia con i compagni di merenda. Insieme al caffè noi compriamo anche il Bene, ossia il nostro sollievo dal non sentirci dei semplici consumisti.<br />
Nel video Žižek chiama questo nuovo capitalismo “capitalismo culturale”. E se ci facciamo caso la parola <em>cultura</em>, quando compriamo, ricorre sempre più spesso. Se noi non siamo più dei semplici consumatori ma diventiamo degli esploratori di una non ben precisata “cultura del consumo” (magari responsabile, magari consapevole) non cambia completamente la nostra prospettiva? Non ci sentiamo meno in colpa a non occuparci di politica o di giustizia sociale? Non ci sentiamo più sollevati se deleghiamo al nostro stesso atto di consumo il nostro impegno ambientale, politico, civile, morale?<br />
Se siete capitati su un Frecciarossa negli ultimi mesi, forse vi sarà occorso di ricevere l’offerta di un caffè Illy gratis (<em>sic</em>) al vagone ristorante, a patto che voi ascoltiate, vi chiedono, qualche minuto di spiegazione di storia del caffè da parte di un addetta Illy. Quello che accade è che voi venite sequestrati per una mezz’ora abbondante a sentire una conferenza-pubblicità del mondo come lo vede Illy: un mondo più giusto, un mondo di cui vi viene raccontata la meravigliosa storia multietnica sulla scorta del lungo cammino del caffè dalle Americhe ai bistrot parigini, e in cui alla fine vi vengono anche regalati dei depliant informativi sui corsi dell’Università del caffè sponsorizzata da Illy, dove – come recita il sito – si studia perché un giorno ci sia “un caffè perfetto in ogni luogo di consumo, da Shanghai a Seul, da Il Cairo ad Amsterdam, da San Paolo a Bangalore” e dove per esempio potete con 400 euro potete fare un corso accelerato di Cappuccino Perfetto, come vi viene reclamizzato <a href="http://www.minimaetmoralia.it/www.unicaffe.it/wps/wcm/connect/it/udctools/corsi-professionisti/corsi-al-caffe/cappuccino-facile" target="_blank">qui</a>.<br />
Se degustiamo caffè Illy o Starbucks stiamo crescendo come persone e stiamo occupandoci del futuro della Terra, se compriamo un auto Fiat oggi in Italia stiamo facendo il bene dei nostri figli.<br />
Ma il padre ingannevole, questa facies del “capitalista culturale”, ha un obiettivo ulteriore. Non gli basta vendere il Bene; vuole al contempo evitare che sia lui a imporci questa sua etica. Vuole garantirci anche la libertà di scelta. Ma per fare questo, deve togliersi la giacca e la cravatta (quella del padre repressivo, impositivo) e indossare un suasivo maglioncino blu (la legge simbolica del Super-io): sarebbe certo più difficile credere che qualcuno vestito in modo troppo formale si rivolga a noi per garantirci la libertà.<br />
Ma se uno ci pensa, la vera libertà che i padri consentono in genere ai figli è quella di un passaggio di consegne. C’è un gesto che forse più di altri esprime questo passaggio: è quando un padre insegna al figlio a farsi il nodo alla cravatta. Tra i tanti piccoli riti d’iniziazione all’età adulta, il maglioncino del padre ingannevole Marchionne oblitera proprio questo rito. Ciò significa che il padre ingannevole non obbligando mai nessuno, non si priverà mai di parte del suo potere, non riconoscerà mai nel figlio come nell’interlocutore come nella controparte sociale una vera alterità. Bensì, pieno del suo paternalismo ingannevole, vorrà anzi che siamo noi a scegliere per quello che lui pensa sia il Bene. Non gli basta, per dire, che le persone obtorto collo accettino una ristrutturazione industriale che obbliga a straordinari, comprime le pause di lavoro, vanifica decenni di conquiste di diritti, ma pretende che si sia <em>contenti</em> di questa novità.<br />
In realtà invece – a esaminarla bene da vicino – la scelta che viene offerta è una finta scelta. È quello che in psicologia si chiama ottimismo negazionista. Che vuol dire? Mettiamo voi chiediate a qualcuno di uscire per un appuntamento, e quella persona vi dica “No, non mi va”. Se siete un ottimista negazionista, voi replicherete: “Va bene, ma a parte no, ti va di uscire? <em>Secondo me ti va</em>”.<br />
La strategia di Marchionne a Mirafiori è precisamente questa. È<em>Secondo me ti va</em>. In questi giorni è in discussione la sua politica industriale, ma al tempo stesso pare praticamente diventato impossibile metterla in discussione. Così, nei prossimi giorni il referendum degli operai Fiat rischia di essere nient’altro che una scelta a <em>double-bind</em>, ossia un’opzione in cui se vincono i sì vince Marchionne e la sua “modernizzazione”; ma se vincono i no vince ugualmente – da un punto di vista morale e simbolico – Marchionne e la sua “modernizzazione”. E il sindacato vincente o perdente in termini percentuali, verrebbe tacciato di essere la forza reazionaria che tiene in ginocchio il paese. Di fronte a che tipo di scelta siamo davanti? Un doppio vicolo cieco. Per fare un esempio violento ma chiaro, prendete una madre di due bambini a cui viene chiesto di scegliere di risparmiare la vita a un figlio e di sacrificarne un altro, altrimenti verranno uccisi entrambi: come può rispondere a questo ricatto violento? Soltanto sottraendosi. Qualunque figlio sceglierà, vorrà dire aver introiettato la violenza di chi le pone quella scelta. (Ed è – sia detto a margine – proprio la resa che ha fatto il Pd, spaccandosi in modo schizoide come sempre più spesso gli accade).<br />
Come si può uscire da questo <em>double-bind</em>? Forse proprio non scegliendo. Mettendo in discussione non tanto il nuovo assetto industriale, ma proprio questa modalità di confronto tra le parti sociali. Sarebbe un grande gesto significativo mandare deserto questo referendum, annullarne la sua violenza implicita. Il 40% di Pomigliano per esempio ha significato, soprattutto in prima istanza, l’espressione di un desiderio di non-scelta. Perché la non scelta è in alcuni casi l’unica vera opzione.<br />
Ai venditori di Bene e di Libertà di scelta, ai padri ingannevoli in maglioncino che rimuovono il conflitto, bisogna contrapporre l’eleganza di una non-scelta. Avendo a questo punto imparato a farlo da soli, il nodo alla cravatta.</p>
<p>(pubblicato su il manifesto e <a href="http://www.minimaetmoralia.it">minimaetmoralia</a>)</p>
]]></content:encoded>
					
					<wfw:commentRss>https://staging.nazioneindiana.com/2011/01/11/i-padri-ingannevoli/feed/</wfw:commentRss>
			<slash:comments>10</slash:comments>
		
		
		<post-id xmlns="com-wordpress:feed-additions:1">37759</post-id>	</item>
		<item>
		<title>Cultura fuori dalla cultura</title>
		<link>https://staging.nazioneindiana.com/2010/10/24/cultura-fuori-dalla-cultura/</link>
					<comments>https://staging.nazioneindiana.com/2010/10/24/cultura-fuori-dalla-cultura/#comments</comments>
		
		<dc:creator><![CDATA[evelina santangelo]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 24 Oct 2010 13:43:01 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[allarmi]]></category>
		<category><![CDATA[Alfabeta 2]]></category>
		<category><![CDATA[Carmilla]]></category>
		<category><![CDATA[christian raimo]]></category>
		<category><![CDATA[dibattito]]></category>
		<category><![CDATA[Evelina Santangelo]]></category>
		<category><![CDATA[Gianluigi Ricuperati]]></category>
		<category><![CDATA[Giap]]></category>
		<category><![CDATA[Giorgio Vasta]]></category>
		<category><![CDATA[il Fatto Quotidiano]]></category>
		<category><![CDATA[il primo amore]]></category>
		<category><![CDATA[Il Sole 24 Ore]]></category>
		<category><![CDATA[Inchiesta Nazione Indiana]]></category>
		<category><![CDATA[La Repubblica]]></category>
		<category><![CDATA[Lipperatura]]></category>
		<category><![CDATA[responsabilità dell'autore]]></category>
		<category><![CDATA[ruolo intellettuale]]></category>
		<category><![CDATA[società civile e società intellettuale]]></category>
		<category><![CDATA[Vibrisse]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.nazioneindiana.com/?p=37000</guid>

					<description><![CDATA[(da «il Fatto Quotidiano» &#8211; venerdì 22 ottobre 2010) Non solo libri: la «società intellettuale» deve conquistare rilevanza. Oggi più che mai può farlo uscendo dai confini letterari e misurandosi con i temi politici e sociali di Evelina Santangelo «Come posso far sì che la mia attitudine critica, l’impegno civile, l’esperienza politica non sia una [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>(da «il Fatto Quotidiano» &#8211; venerdì 22 ottobre 2010)</p>
<p><em>Non solo libri: la «società intellettuale» deve conquistare rilevanza.<br />
Oggi più che mai può farlo uscendo dai confini letterari<br />
e misurandosi con i temi politici e sociali</em></p>
<p>di <strong>Evelina Santangelo</strong></p>
<p>«Come posso far sì che la mia attitudine critica, l’impegno civile, l’esperienza politica non sia una forma di intrattenimento, di mero consumo culturale, un passatempo come un altro?» Così si interroga Christian Raimo sulla Domenica del Sole 24 ore di qualche settimana fa, dando voce al disagio di quanti in Italia svolgono un lavoro intellettuale scontando la colpa singolare di appartenere a una generazione destinata a vivere la frustrazione della propria ininfluenza. La ragione di questo stato di cose, secondo Raimo: quel «deserto di cultura» in cui ormai si è tutti calati e che i giornali nella loro noncuranza contribuiscono ad alimentare. Un deserto che – come puntualizza Gianluigi Ricuperati – si nutre di quel genere di risentimento (riversato soprattutto nella blogosfera) legato al sospetto che nulla ormai in questo paese sia conseguito e conseguibile in base al merito.<span id="more-37000"></span><br />
Ora, al di là delle polemiche sull’«esistenza o meno» di un autore come Raimo che mi sembra avviliscano il dibattito (quasi chiunque in fin dei conti «esiste» per cerchie ristrette di estimatori), non c’è dubbio che, se c’è molto di vero in queste e altre considerazioni fatte da due autori che stimo, c’è anche a mio avviso una forma, diciamo, di autismo, una tendenza a orientare lo sguardo in modo selettivo, volgendolo a quegli ambiti in cui alcune intuizioni trovano conferme puntuali, esatte. Mentre sarebbe proprio il caso di dire con Giorgio Vasta (La Repubblica, 19 ottobre) che bisognerebbe davvero «cambiare postura psicologica», non solo però – aggiungerei – cercando di mettere da parte ogni alibi per emanciparsi e affrontare l’impresa di inventare un «codice culturale» non assunto di peso dai padri come un dato ereditario, ma provando anche a interrogarsi sul proprio ruolo e sulle responsabilità nuove poste, per esempio, dall’odierna frammentazione in cui finiscono per disperdersi ed essere sommerse le diverse voci che, nonostante tutto, oggi di fatto costellano il panorama culturale italiano.<br />
Ora, un bel po’ di tempo fa, il 13 febbraio, proprio sul Fatto Quotidiano pubblicavo un articolo, («Lo scrittore solo», un articolo forse troppo prematuro per i tempi, chissà) in cui, tra le altre cose, mi chiedevo che genere di responsabilità si dovessero assumere gli scrittori nell’odierno spaesamento e sradicamento, e come si potesse spezzare la doppia solitudine in cui molti vivono, ora considerati senza discrimine alcuno come intrattenitori, o produttori qualsiasi di un qualsiasi bene di consumo, ora invece concepiti come simboli cui delegare ogni battaglia etica, politica, culturale (come nel caso di Saviano). In questa doppia solitudine coglievo il segno della irrilevanza sociale dello scrittore nella sua specificità come sintesi di intelligenza immaginazione e cultura «capace di generare visioni» o di «dar voce a ciò che è senza voce», per dirla con Calvino. Concludevo poi quel pezzo con una considerazione che oggi mi sembra colga appunto i limiti e le potenzialità di questo dibattito.<br />
Quel che infatti potrebbe fare la differenza tra «l’immobilismo» generazionale di cui parla Raimo e una «nuova postura psicologica», come dice Vasta, è forse proprio una nuova postura spirituale, in cui insieme alla necessità di concepire e dar forma a visioni capaci di interrogare il proprio tempo si sentisse fortissimo il dovere di spezzare il proprio solipsismo più o meno egocentrico, collegandosi il più possibile in una sorta di discorso più vasto e intrecciato, «quel genere di discorsi a più voci – dicevo in quel pezzo – che danno rilevanza a una società letteraria, intellettuale e artistica». Una «rilevanza» che va prima di tutto conquistata.<br />
E va conquistata anche con la capacità di inventarsi luoghi dove tessere trame, riannodare fili dispersi di intelligenze, immaginazioni, saperi. E va conquistata pure – oggi più che mai – con la capacità di innestare l’ordine dei discorsi specificatamente letterari o artistici in altri discorsi scientifici, politici, sociali, identitari, tutti quei discorsi di cui dovrebbe esser fatta la vita civile di un paese civile, in modo da ricostruirne l’ossatura spirituale.<br />
Se dunque si volesse guardare con attenzione a quel che sta accadendo nella cultura chiamiamola così, «militante», di questo paese, si scorgerebbe un filo rosso che forse sarebbe il caso di afferrare e seguire. Un filo rosso con cui da più parti si sta provando a riallacciare un dialogo possibile tra quanti sentono l’urgenza di rifondare in modo laico e problematico il ruolo dell’intellettuale in un tempo e in una circostanza, tra l’altro, in cui si è diffusa la convinzione che si possa fare a meno dell’intelligenza (umanistica e scientifica) o che si debba necessariamente farne a meno per mancanza endemica di intelligenze.<br />
Lo si sta facendo in riviste come Alfabeta 2, per esempio, nel cui secondo numero si ragiona e si dà forma (in una pluralità di punti di vista) a una terza via tra «informazione culturale» e «intervento politico»: la via cioè dell’«intervento culturale», con l’intenzione dichiarata di «annodare fra loro fili discorsivi» perduti tra cultura e contesti (economico, sociale e politico). Lo si sta facendo in blog come Nazione Indiana dove si stanno raccogliendo gli esiti di un’ampia inchiesta sulla responsabilità d’autore che ha visto coinvolti, oltre allo stesso Christian Raimo, una trentina di poeti e scrittori di formazione, generazione ed estrazione diversissima (da Biagio Cepollaro a Marcello Fois, da Marco Giovenale a Laura Pugno a Ginevra Bompiani a Michela Murgia&#8230;) Lo si sta facendo travasando riflessioni o cercando di far riecheggiare discorsi tra blog e siti diversi (Vibrisse, Giap, Lipperatura, Carmilla, Il Primo Amore&#8230;) di quella Rete che sarà pure un «egodromo» ma offre anche, come dice Sergio Escobar, «stimoli formidabili e nuovi spazi per le idee». Lo si sta facendo cercando di riallacciare dialoghi possibili tra autori e critici come Andrea Cortellessa o Domenico Scarpa&#8230; appartenenti più o meno alla medesima generazione di «spaesati». Tutti tentativi (questi e altri) forse di costruire intanto una sorta di cittadella immateriale dove circolino idee capaci di misurarsi tra loro e con i vari contesti di cui è fatto lo spazio pubblico in un paese civile.<br />
Per questo forse non è propriamente un caso, ma l’ulteriore manifestazione di un processo piuttosto, quel che oggi sta succedendo anche sulle pagine della Domenica del Sole 24 ore.<br />
D’altro canto, ci sono processi che accadono insensibilmente, attraverso piccoli smottamenti privati o condivisi, affioramenti episodici, fino a quando non succede che tutto ciò si intrecci in un’esile trama. Ecco, forse siamo qui, a questa esile trama di «una piccola civiltà» possibile (che oggi, in un paese che ha perduto se stesso, non può essere solo e soltanto «letteraria», vorrei dire a Christian Raimo). E sarebbe un peccato che se ne perdesse il filo.</p>
]]></content:encoded>
					
					<wfw:commentRss>https://staging.nazioneindiana.com/2010/10/24/cultura-fuori-dalla-cultura/feed/</wfw:commentRss>
			<slash:comments>36</slash:comments>
		
		
		<post-id xmlns="com-wordpress:feed-additions:1">37000</post-id>	</item>
		<item>
		<title>Il vuoto</title>
		<link>https://staging.nazioneindiana.com/2010/10/05/il-vuoto/</link>
					<comments>https://staging.nazioneindiana.com/2010/10/05/il-vuoto/#comments</comments>
		
		<dc:creator><![CDATA[marco rovelli]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 05 Oct 2010 19:34:04 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[indiani]]></category>
		<category><![CDATA[christian raimo]]></category>
		<category><![CDATA[intellettuali]]></category>
		<category><![CDATA[stampa]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.nazioneindiana.com/?p=36829</guid>

					<description><![CDATA[di Christian Raimo Domenica scorsa apro il domenicale e vedo qualcosa di inedito: articoli di Luzzatto, Pedullà, Pacifico, De Majo, Ricuperati, Lagioia. Sono delle persone  con cui ho condiviso dei percorsi, sono intellettuali (storici, critici, scrittori, giornalisti, politici della cultura&#8230;) che per anni hanno cercato un terreno di confronto comune che non si è quasi [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<div id="_mcePaste">di <strong>Christian Raimo</strong></div>
<div>Domenica scorsa apro il domenicale e vedo qualcosa di inedito: articoli di Luzzatto, Pedullà, Pacifico, De Majo, Ricuperati, Lagioia. Sono delle persone  con cui ho condiviso dei percorsi, sono intellettuali (storici, critici, scrittori, giornalisti, politici della cultura&#8230;) che per anni hanno cercato un terreno di confronto comune che non si è quasi mai dato; trovarli tutte insieme per la prima volta dopo tanto mi ha suscitato una reazione ambivalente. Perché, mi sono chiesto, questa non è la normalità da tempo? Ma soprattutto: perché, da questo e da pochi altri piccoli esempi che si riconoscono in giro, non si potrebbe finalmente cominciare a rimodellare la forma di uno spazio di dibattito pubblico che sia al tempo stesso politico e culturale, e che non avvenga, come al solito, all’interno di nicchie autocompiaciute o autoconsolatorie?</div>
<div id="_mcePaste">Sarebbe una questione ovvia, se non fosse che in Italia – difficile non accorgersene – siamo invasi da un vuoto. Sono anni che sento i migliori giornalisti, i più interessanti intellettuali italiani, le persone che hanno a cuore il futuro politico di questo paese dar voce a un&#8217;unica geremiade che può assumere di volta in volta forme diverse ma ricorsive: non mi riconosco in un partito che non riesce a trasmettermi uno straccio di senso comunitario, scrivo per questo giornale di cui non condivido il progetto editoriale figuriamoci la linea culturale, lavoro per la rivista x perché almeno mi paga due lire, ho messo su un blog come forma di minima resistenza&#8230;<span id="more-36829"></span></div>
<div id="_mcePaste">Il vuoto è il disagio, la frustrazione, la mancanza di riconoscimento, l&#8217;impossibilità del conflitto, gli anni che passano, una generazione immobile. È l&#8217;aver a che fare con un meccanismo che potrebbe essere descritto in questi termini: la scelta che oggi si pone a uno scrittore, a un giornalista, a un intellettuale, a un semplice cittadino è questa –  come posso vivere, fare esperienza, produrre arte, agire politicamente, ribellarmi, senza che tutto ciò si esaurisca in un gesto ininfluente? Come posso far sì che la mia attitudine critica, l&#8217;impegno civile, l&#8217;esperienza politica non sia una forma di intrattenimento, di mero consumo culturale, un passatempo come un altro? È il paradosso di Winston in <em>1984 </em>di Orwell: come posso agire in modo che il mio intervento in una società che controlla la stessa parametrazione della verità sia credibile prima di tutto a me stesso? Quali parole userò, di quale retorica mi posso fidare? Quale pratica sociale avrà una sua efficacia per me e per gli altri?</div>
<div id="_mcePaste">Cominciate a riconoscervi? Metteteci anche che c&#8217;è un (non)modello relazionale che si è parallelamente imposto: e il paesaggio intorno a noi si è desertificato anche per la mancanza di rapporti personali. Al confronto, si è sostituita l&#8217;anti-politica, l’anti-intellettualismo, l&#8217;anti-elitismo di varia foggia, le crociate indiscriminate contro vecchi, professori, istituzioni&#8230;</div>
<div id="_mcePaste">E proprio mentre questa grande bolla anossica occupava l’intero orizzonte culturale trasformandolo in un immaginario collettivo nutrito solo di barzellette e recriminazioni, perdevano di corpo anche le ultime strutture residuali dell’umanismo novecentesco: le potenzialità della politica attiva, la credibilità della chiesa, la forza dell&#8217;impegno sociale, l&#8217;autorevolezza della scuola e delle università, il ruolo in generale di quello che da tre secoli in qua è stata l&#8217;opinione pubblica&#8230;</div>
<div id="_mcePaste">Come fare a resistere, ci si chiede. Così: al massimo si prova a occupare di volta in volta un pezzettino di questo vuoto. Scrittori a cui si chiede un’autorevolezza da statisti, case editrici indipendenti che si fanno succedanee nel ruolo che avevano i partiti (come è accaduto per il decreto intercettazioni o per il sostegno pubblico alla cultura), festival della letteratura o del diritto che provano a fare le veci di un’università allo sbando: tentativi apprezzabili, accidentati percorsi collettivi e prometeici sforzi individuali. Ma, proprio perché estemporanei e isolati, destinati ad avere semplicemente un valore di rifugio; compensatorio, quindi fragile. Fare politica si riduce a cliccare su facebook per salvare la vita a Sakineh. Per studiare biologia marina può bastare un abbonamento a Focus. Per farsi finanziare un&#8217;inchiesta sulla guerra in Somalia bisogna prima scrivere una decina di servizi sulle sfilate di moda a Addis Abeba&#8230;</div>
<div id="_mcePaste">Che dite? Possiamo finirla di contemplare questo deserto in una sorta di fascinazione apocalissofila e cominciare a pensare a come ricostruire una piccola civiltà culturale? Possiamo raddensare queste energie disperse iniziando a farle circuitare, e poi esplodere? Vi va di dismettere quell’espressione di disincanto che vi si legge negli occhi?</div>
<div><em>(pubblicato sul </em>Sole 24 ore<em>, il 3/10/2010)</em></div>
]]></content:encoded>
					
					<wfw:commentRss>https://staging.nazioneindiana.com/2010/10/05/il-vuoto/feed/</wfw:commentRss>
			<slash:comments>86</slash:comments>
		
		
		<post-id xmlns="com-wordpress:feed-additions:1">36829</post-id>	</item>
		<item>
		<title>Uguaglianza for dummies</title>
		<link>https://staging.nazioneindiana.com/2010/09/27/uguaglianza-for-dummies/</link>
					<comments>https://staging.nazioneindiana.com/2010/09/27/uguaglianza-for-dummies/#comments</comments>
		
		<dc:creator><![CDATA[marco rovelli]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 27 Sep 2010 05:55:55 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[christian raimo]]></category>
		<category><![CDATA[Partito Democratico]]></category>
		<category><![CDATA[uguaglianza]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.nazioneindiana.com/?p=36733</guid>

					<description><![CDATA[di Christian Raimo Mentre Berlusconi nella sua maschera di lifting e biacca che gli riduce gli occhi a due fessure e lo fa assomigliare sempre di più a una parodia di un imperatore del terzo secolo dopo Cristo, a un trimalcione sessuomane, a un fratello vecchio di Lele Mora, a Jabba the Hutt di Star [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/09/documenti.jpg"><img loading="lazy" decoding="async" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/09/documenti-150x150.jpg" alt="" title="documenti" width="150" height="150" class="alignleft size-thumbnail wp-image-36734" /></a></p>
<p>di <strong>Christian Raimo</strong></p>
<p>Mentre Berlusconi nella sua maschera di lifting e biacca che gli riduce gli occhi a due fessure e lo fa assomigliare sempre di più a una parodia di un imperatore del terzo secolo dopo Cristo, a un trimalcione sessuomane, a un fratello vecchio di Lele Mora, a Jabba the Hutt di Star Wars, va alle feste dei giovani e dice: “Diffidate da coloro che non vi fanno ridere” (i leader di sinistra), raccontando una barzelletta su Hitler redivivo che ci lasciava gelidi già vent’anni fa, la prima volta che l’abbiamo sentita; mentre sul suo settimanale di famiglia Chi tra agosto e settembre, sono usciti due profili agiografici di Piersilvio e Marina, ossia di quelli che sembrano davvero (in nome di una dawkinsiana conservazione del gene egoista) i futuri candidati premier del Pdl, corredati da foto a petto nudo e – notare bene – un paio di schede del papirologo Aristide Malnati che così commentava le immagini dei corpi palestrati: “Selvaggia bellezza a cavallo di una tecnologica moto d’acqua tra le acque cristalline di Bermuda ricorda Galatea, la più bella fra le Nereidi, dalla pelle bianco latte” (Marina) e “Il suo fisico da atleta ricorda Achille, il famoso eroe greco, un semidio invidiato dagli umani e temuto dagli dei. A capo del popolo dei mirmidoni, si distinse per imprese epiche, che culminarono con il trionfo sul rivale Ettore a Troia” (Piersilvio); mentre all’interno del patto di sindacato del Corriere della Sera acquista sempre più potere il padrone di cliniche filo-berlusconiano Giuseppe Rotelli, e ogni tanto sulle pagine del Corsera si possono trovare interviste come quella a Marina Berlusconi del 10 settembre che si scaglia contro gli eroismi a tassametro (di Vito Mancuso) e rivendica un ruolo per sé da manager che sta salvando l’Italia; mentre insomma pare sempre di più che gli ultimi fuochi di questo reame di tycoon de’ noantri non saranno gli ultimi, cosa fa la sinistra? Scrive documenti.<span id="more-36733"></span></p>
<p>Nelle ultime settimane (dopo la breve moda delle lettere) ne sono usciti un bel po’. Se ve li siete persi e avete un pomeriggio libero, potete rimettervi in pari e recuperarli in rete o in libreria: c’è il discorso finale di Bersani alla festa democratica, c’è il manifesto dei “giovani turchi” intitolato Tornare avanti, c’è il documento dei 75 della non-siamo-una-corrente di Veltroni, è appena uscito il libro di Sergio Chiamparino per Einaudi, La sfida; e ne seguiranno a breve degli altri, è abbastanza prevedibile.</p>
<p>L’aspetto comune più evidente a tutti e quattro (facciamo anche quattro e mezzo, se ci mettiamo il discorso di Fini a Mirabello, che per tempi e forme assomiglia molto a un proclama d’opposizione al governo) è proprio l’aver preso atto dell’oscurarsi ulteriore dei tempi bui, e quindi la convergenza delle analisi: il momento che stiamo vivendo, si dice e si scrive, non mostra solo i tratti di una crisi di maggioranza, ma lo stadio terminale dell’età berlusconiana. Ergo, in una specie di gara d’enfasi per descrivere l’apocalissi imminente, si cita ovunque come immagine simbolo del disgusto per questo impero in sfacelo il recente circo di Gheddafi, e si parla di crisi di sistema, di crisi conclamata, di crisi strategica, di crisi antropologica, di crisi arrivata a un punto di non ritorno&#8230;</p>
<p>In questo senso, ma quindi per fortuna, la discussione politica a sinistra sta provando a fare un salto di livello, pur con tutti i limiti delle capacità retoriche (il lirismo veltroniano, il partitismo bersaniano, il politichese dei giovani turchi&#8230; ). La progettazione politica non può riguardare solamente alleanze e emergenze parlamentari, ma deve darsi un orizzonte teorico e storico più ampio; questo lo si è capito. E allora un altro elemento di convergenza presente nelle analisi è proprio quello che evidentemente non può sfuggire allo sguardo di chiunque: l’Italia è un paese mortalmente diviso. Tra giovani e vecchi, Nord e Sud, poveri e ricchi, dipendenti pubblici e lavoratori autonomi, uomini e donne&#8230; Giustapposta all’unità centocinquantenaria che va festeggiata da qui all’anno venturo, la frantumazione sociale e civile non fa proprio una bella figura; e i richiami a un progetto comune, a un risveglio italiano, a una condivisione d’intenti, a una co-decisione, si sprecano.</p>
<p>Fatta la tara di queste convergenze forse un po’ generiche, va segnalata anche la non-ovvietà di certe posizioni. Il richiamo forte a una tradizione politica, per esempio, che si contrappone a quel gusto “nuovista”, da reset della storia, che aveva contaminato il Pd alla fondazione: non solo la Costituzione di Bersani, ma anche il dibattito politico degli anni ’70 per Chiamparino, o la Prima Repubblica per quelli di Tornare avanti. O l’attenzione magicamente risorta per la giustizia sociale, sempre un po’ adombrata a dire il vero dall’accento dato alla rivendicazione dei diritti civili, ma sufficiente per esempio, per fare pronunciare il sindaco di Torino (nel capitolo prima del peana a Marchionne&#8230;) in favore di una specie di reddito di cittadinanza. O anche l’insistenza per un recupero di una politica che sia anche critica economico-sociale piuttosto che semplice indignazione à la Grillo su questioni di sovrastruttura, si sarebbe detto un tempo. Grumi di marxismo, per dire, sparsi qua e là, che fanno sottolineare ai giovani turchi, per esempio, come il centro della loro analisi politica parta da un dato inaggirabile: “Negli ultimi venti anni, in tutti i paesi occidentali, si è assistito a un gigantesco spostamento di ricchezza dai salari ai profitti. In Italia, i redditi da lavoro sono cresciuti del 4 per cento, i redditi da capitale del 44”.</p>
<p>Ci sarebbero dunque alcuni piccoli motivi di conforto; al di là del fastidio per i protagonismi alle volte patologici (non solo Veltroni tornato a gamba tesa, ma che dire anche di un Matteo Orfini che rilascia sul Fatto un’intervista in cui proclama di non aver mai perso le primarie: quali scusa?) e al di là dello sconcerto rispetto allo pseudo-stalinismo della segreteria Pd, per cui alle critiche di Renzi da parte dei dirigenti si risponda con dei questionari inviati per e-mail sul gradimento di Bersani. Comunque, ci sono questi piccoli segnali di incoraggiamento; perché forse sta cominciando a avvenire un confronto sulle diverse visioni della società che non è stato molto possibile ai tempi della fondazione del Lingotto e delle primarie Bersani vs Franceschini e Marino. E devono arrivare ancora i contributi più pesanti: quelli di Renzi e Civati e compagnia, che si incontreranno a Firenze il primo weekend di novembre, la campagna delle primarie che organizzerà in un modo o nell’altro Vendola, e forse – buttiamola là – anche la discesa in campo di un “papa straniero”, una personalità della società civile (Altrimenti perché Veltroni ne avrebbe evocato l’avvento se non aveva già un nome in mente da investire al momento giusto? Si tratta di Montezemolo? Si tratta allora di Roberto Saviano, con cui farà un’iniziativa a Pollica il 25 settembre, accompagnato anche da Fini?)</p>
<p>Questo cauto ottimismo però si spegne nel momento in cui si è finito di leggere tutte queste pagine. Ci si ferma un momento, si riflette su quello che ci ha convinto e quello che si potrebbe obiettare, e si prova alla fine un senso inequivocabile di insoddisfazione, una perplessità radicata. Che cos’è? A che cos’è dovuta? L’impressione è che la lucidità con cui si faccia diagnosi della crisi politica non sia altrettanto utile per la terapia. Detta in modo molto spiccio, a leggere le parole di Veltroni, Fioroni, Bersani, Orfini, Fassina, Orlando, Chiamparino&#8230; un po’ ci si annoia, ci si emoziona poco, sembra roba già rifritta, non riesce a scattare un’immedesimazione empatica. Ci si fa l’idea che nonostante i tentativi di cercare di andare oltre, di iniettare speranza, di richiamarsi a un risveglio italiano, a un “tornare avanti”, non si riesca a trovare il modo di scalfire quel senso comune per cui Berlusconi e Bossi incarnano perfettamente un ideale condiviso. Primum, ma anche secundum et tertium: se stessi. Pensare al proprio benessere, fregarsene se il mio collega sta male e non si può curare, il mio vicino di casa ha un lavoro pessimo o è disoccupato, il maestro di mio figlio è sfruttato da vent’anni anni da una scuola che non ha i fondi. E se non mi interessa quello che fa il mio prossimo, perché dovrei fregarmene di chi vive in un’altra regione d’Italia? Perché dovrei sentirmi affratellato ai destini comuni dell’umanità? Perché dovrei pensare al futuro delle prossime generazioni? Perché dovrei preoccuparmi di popoli che subiscono l’incubo della desertificazione o del riscaldamento globale?</p>
<p>Su questo la destra italiana, cinica, cafona, impudicamente razzista, egoista, “territoriale”, è tuttora vincente. E lo sarà per molto. Se non si riesce a comprendere che l’elemento essenziale che manca a un discorso di sinistra è un altro: è la dimensione utopica. Un’utopia che spezzi, rovesci, cancelli l’ideale reazionario di un mondo esclusivo in cui ci si possa fare con comodità e indifferenza i fatti propri. Paradossalmente il vegliardo barzellettiere e l’uomo del popolo vestito di verde ancora incantano gli italiani proponendo ad libitum le repliche della realtà immaginaria di due regni utopici (regni appunto, in cui la successione avviene come per le casate dinastiche: Marina, Piersilvio, e il Trota). Uno è il sogno della televisione, la Fantasilandia delle barche in Costa Smeralda e delle luci degli studi di Cologno Monzese, barzellette volgari e risate registrate a gò gò, un’atmosfera da Repubblica Sociale in fondo (vi ricordate Salò o le 120 giornate di Sodoma, in cui i gerarchi fascisti raccontavano compulsivamente barzellette e si sbellicavano dalle risate? E non avete presente quel gioco pervertito che protraevano fino alla morte: non vi ricorda il sadismo dei reality?); l’altro è quella terra da fantasy di quart’ordine che si chiama Padania, con le scuole costellate di simboli druidici, le tradizioni degli aneddoti del bergamasco che dovrebbero sostituire i programmi di storia, una popolazione di immigrati da considerare come casta di cittadini di riserva. Sono cieli fatti di specchietti per le allodole, fate morgane di serie c, in certi casi assomigliano a delle distopie post-apocalittiche, ai mondi nuovi huxleyani: ma i sogni di Berlusconi e Bossi conservano la capacità di affascinare, di muovere consenso, di persuadere ancora.</p>
<p>La dimensione che allora la sinistra dovrebbe recuperare è quella di un’utopia meno ingannevole e cheap, ma che si basi su due valori banalmente progressisti che sono invece dolorosamente latitanti in tutti questi documenti: l’uguaglianza e l’internazionalismo. Un’uguaglianza di tutti i cittadini, che non sia solamente parità dei diritti, maggiore accessibilità ai servizi, etc…, ma sia anche quel principio in nome del quale, per esempio, si può trovare rivoltante che Marchionne guadagni 400 volte di più di un dipendente Fiat. E un internazionalismo per cui, sempre per fare un esempio facile, si potrebbe cominciare a capire che le battaglie per la scuola o per il lavoro sono lotte di tipo globale, e lo sfruttamento di un operaio indonesiano mi riguarda sia quando compro un paio di sneakers a 10 euro sia quando delocalizzano lì la produzione della fabbrica in cui lavoro.</p>
<p>Il vero punto dolente allora è tutto qui: è che per riuscire a convincere qualcuno della realtà di un sogno occorre che prima io stesso ne sia ammaliato. Berlusconi e Bossi sono i testimonial più  credibili del sogno bijou che mi stanno vendendo. I leader della sinistra dovrebbero cominciare a credere loro per primi che un mondo (un intero mondo) con più uguaglianza è, oltre che possibile e giusto, anche meraviglioso.</p>
<p><em>(pubblicato sul </em>manifesto<em> il 27/09/2010)</em></p>
]]></content:encoded>
					
					<wfw:commentRss>https://staging.nazioneindiana.com/2010/09/27/uguaglianza-for-dummies/feed/</wfw:commentRss>
			<slash:comments>13</slash:comments>
		
		
		<post-id xmlns="com-wordpress:feed-additions:1">36733</post-id>	</item>
	</channel>
</rss>

<!--
Performance optimized by W3 Total Cache. Learn more: https://www.boldgrid.com/w3-total-cache/

Page Caching using Disk: Enhanced 

Served from: staging.nazioneindiana.com @ 2026-08-25 11:17:34 by W3 Total Cache
-->