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	<title>Cicerone &#8211; NAZIONE INDIANA</title>
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		<title>Inerzia, quale delizia!</title>
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		<dc:creator><![CDATA[antonio sparzani]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 02 Apr 2017 05:00:05 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[di Antonio Sparzani Dopo aver conosciuto la singolare inerzia del pigro Sole, conviene forse, per meglio comprendere l’idea d’inerzia e quanto le sta intorno, rifarsi alle origini almeno (perché altre parole appariranno lungo la strada) delle parole inerzia e accidia nelle letterature classiche. L’antecedente etimologico immediato per la prima è naturalmente il latino classico inertia, [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Antonio Sparzani</strong><br />
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<p>Dopo aver conosciuto la singolare <a href="https://www.nazioneindiana.com/2005/08/29/cara-inerzia/">inerzia</a> del pigro Sole, conviene forse, per meglio comprendere l’idea d’inerzia e quanto le sta intorno, rifarsi alle origini almeno (perché altre parole appariranno lungo la strada) delle parole inerzia e accidia nelle letterature classiche. L’antecedente etimologico immediato per la prima è naturalmente il latino classico <em>inertia</em>, formato da <em>in – ars</em>, cioè assenza di arte, di attività, con lo slittamento di significato verso l’idea di non-fare in generale, e quindi inattività, pigrizia, inettitudine. L’antecedente etimologico del secondo è invece greco (esiste in latino un verbo <em>acedior</em>, d’uso assai raro e che significa mi intristisco, divento scontroso) ed è il sostantivo, anche qui piuttosto raro, <em>akēdìa</em> (ἀκηδία), talvolta akēdeia (ἀκήδεια), non usato dagli scrittori attici, ma solo in testi più tardi, tipicamente medici, per indicare spossatezza, esaurimento, abbattimento dello spirito.</p>
<p>Certo che se però si desse un’occhiata ad esempio al recente libro del monaco eremita Gabriel Bunge, intitolato <em>Akedia, il male oscuro</em> (Qiqajon, 1999) e riguardante la ricchissima dottrina di Evagrio Pontico, uno dei “padri del deserto” (IV secolo), potrebbe farsi un’idea dell’importanza della parola, e del suo contenuto, nella problematica etica del monachesimo delle origini.</p>
<p>L’antecedente greco più interessante invece è senz’altro <em>arghìa </em>(ἀργία), che proviene da <em>aerghia</em> (ἀεργία), astensione dall’azione, dall’opera, indolenza, pigrizia.<br />
Arghìa è abbastanza frequente anche negli scrittori di epoca classica, e senz’altro poi in Platone e Aristotele. Per farci qualche idea concreta conviene citare un passo dell’aristotelica <em>Etica a Nicomaco</em>, nel quale Aristotele parla del sonno; discute in verità della facoltà della nutrizione, che compete alla parte non razionale dell’anima ed è comune a tutti gli esseri e non è quindi specificamente umana: tale facoltà, egli sostiene, si esercita soprattutto nel sonno, dove il bene e il male differiscono molto poco, ed è naturale che sia così perché il sonno è arghìa dell’anima, almeno quanto a quello per cui essa è buona o cattiva (Arist., Eth. Nic., 1102b2-11). E Demostene menziona, in un passo dell’orazione contro Eubulide (Dem., 57, 32), una legge sull’arghia: questa legge risaliva, sembra, a Dracone, e prevedeva la pena di morte per il reo, mentre Solone, nella sua riforma, aveva alleviato la pena, trasformandola, per chi fosse stato riconosciuto colpevole per tre volte, in <em>atimia</em>, ovvero nella perdita dei diritti civili. Una motivazione per la durezza della pena era l’incapacità del colpevole di arghia di conservare il patrimonio paterno e quindi il danno che ne derivava all’intera famiglia.</p>
<p>Nella letteratura latina il corrispondente <em>inertia</em> è pure usato in senso per lo più negativo; una citazione che menziona a questo proposito un’opposizione molto interessante si trova in Cicerone, nel <em>Brutus</em> (il protagonista è proprio quel Bruto che due anni dopo assassinerà Caio Giulio Cesare, suo padre adottivo,<em> tu quoque Brute</em>, ecc., – con ogni probabilità Cicerone era complice della congiura). L’opera comincia con il dolore per la morte dell’amico e avversario nell’arte oratoria Quinto Ortensio Ortalo, che Cicerone comunque grandemente stimava come uomo e come oratore, e prosegue lamentandosi dei calamitosi tempi presenti nei quali – Cicerone, repubblicano senza mezzi termini, era un convinto avversario di Cesare – le sorti della repubblica erano minacciate dalla tirannide. Così si lamenta Cicerone:</p>
<blockquote><p>“Se c’è mai stato nel nostro paese un momento in cui il prestigio e la parola di un uomo dabbene avrebbero potuto strappare le armi dalle mani degli adirati cittadini, ciò si è avuto indubbiamente quando il baluardo della pace è crollato per gli errori o i timori degli uomini. Così ci è capitato che, quantunque vi fossero altre sventure maggiormente degne di compianto, noi dovessimo soprattutto affliggerci per la seguente considerazione: quando, dopo aver esercitato altissimi uffici, noi avremmo dovuto rifugiarci nel porto non dico dell’ozio e dell’infingardaggine, ma di una libera attività moderata e decorosa [portum confugere …. non inertiae neque desidiae, sed oti moderati atque honesti], e la nostra eloquenza cominciava a incanutire […], proprio allora sono state impugnate le armi…” (Brutus, II, 7-8).</p></blockquote>
<p>Questa traduzione ci aiuta in un punto importante: il latino <em>otium</em>, qui contrapposto a <em>inertia</em>, non ha la connotazione negativa che il nostro ozio possiede. Otium era il tempo libero onestamente dedicato agli studi preferiti, alle lettere, a ciò che non è utile, ma è bello in sé. Giustamente il traduttore (G. Norcio, UTET, Torino 1976) rende anzi inertia con l’italiano ozio e otium con libera attività. E in questo senso la parola ha un equivalente quasi sovrapponibile in greco: è la <em>skholḗ</em>, (σχολή), tutta diversa dall’arghìa; è il tempo che si ha la libertà di dedicare a quel che più ci piace, non alle pressanti necessità della vita.<br />
Si può istituire un parallelo perfetto, (come illustra Benveniste nel suo bellissimo <em>Il vocabolario delle istituzioni indoeuropee</em>, Einaudi 1976) tra il latino <em>negotium </em>(da nec-otium) e la greca <em>askholía </em>(ἀσχολία); entrambi indicano occupazione, affari, assenza di tempo libero. Naturalmente gli usi che di una parola si fanno in una letteratura ricca e complessa come quella latina, o greca, non sono inscatolabili in formule rigorose e presentano casi estremi e anguillesche ambiguità.</p>
<p>Vorrei citarvi un ultimo passo dell’Ippolito di Euripide, nel quale la protagonista femminile, l’infelice Fedra, costretta da Afrodite, che arde di vendetta, a ardere d’amore per il figliastro Ippolito, dialogando con la fedele nutrice, e con il coro di donne di Trezene, riflette su “come si corrompa la vita degli uomini”; ecco le sue parole:</p>
<blockquote><p>“E mi sembra che la gente volga al peggio non per predisposizione mentale: sono tante le persone sane di intelletto! Per me, la faccenda si prospetta così. Noi abbiamo una reale conoscenza del bene ma non ci impegniamo a praticarlo o per pigrizia o perché si antepongono al bene altri piaceri. Sono tanti i piaceri nella vita: le lunghe chiacchierate, il tempo libero – un delizioso male, il senso di vergogna.” (vv. 377-385).</p></blockquote>
<p>Quello che qui traduciamo ‘tempo libero’ è per l’appunto la skholḗ, e il ‘delizioso male’ è <em>terpnòn kakón</em>, un ossimoro che esprime la contraddizione tra la dolcezza di abbandonarsi al piacere di un uso libero del tempo e il rischio sempre presente della peccaminosa pigrizia.<br />
Ma, a parte pochi maliziosi esempi come questo, l’uso di <em>skholé </em>nella letteratura di epoca classica è pressoché costantemente senza connotazioni negative.<br />
Dunque un campo semantico, quello che stiamo delineando, ancora esteso tra il non fare tout-court e il non fare le cose quotidiane e necessarie per la vita materiale, per dedicarsi però, con tutto l’agio richiesto, ad attività piacevoli per lo spirito. La storia delle parole naturalmente è strana e spesso imprevedibile e gli esiti italiani inerzia e ozio non rispecchiano affatto i significati degli antecedenti latini di cui s’è detto. Però è in questo campo semantico che si gioca quella minima analisi che vorrei un po’ alla volta portare avanti.</p>
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