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	<title>cina &#8211; NAZIONE INDIANA</title>
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		<title>Il fatale talento del signor Rong</title>
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		<dc:creator><![CDATA[gianni biondillo]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 27 Jan 2018 06:00:42 +0000</pubDate>
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		<category><![CDATA[Fabio Zucchella]]></category>
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		<category><![CDATA[letteratura cinese]]></category>
		<category><![CDATA[Mai Jia]]></category>
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					<description><![CDATA[di Gianni Biondillo Mai Jia, Il fatale talento del signor Rong, Marsilio editori, 2016, 412 pagine, traduzione di Fabio Zucchella Rong Jinzhen è stato il più geniale crittografo cinese del secolo scorso. Ma questo lo scopriremo solo a metà della lettura di Il fatale talento del signor Rong. Prima di giungere a questo punto l&#8217;autore, che [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><img fetchpriority="high" decoding="async" class="size-full wp-image-72216 alignnone" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/01/maijia.jpg" alt="" width="582" height="291" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/01/maijia.jpg 582w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/01/maijia-300x150.jpg 300w" sizes="(max-width: 582px) 100vw, 582px" /></p>
<p>di <strong>Gianni Biondillo</strong></p>
<p align="LEFT"><b>Mai Jia,</b><i><b> Il fatale talento del signor Rong</b></i><b>, Marsilio editori, 2016, </b>412 pagine, traduzione di Fabio Zucchella</p>
<p align="JUSTIFY">Rong Jinzhen è stato il più geniale crittografo cinese del secolo scorso. Ma questo lo scopriremo solo a metà della lettura di<i> Il fatale talento del signor Rong</i>. Prima di giungere a questo punto l&#8217;autore, che è anch&#8217;esso personaggio del romanzo, decide di cercare nel passato le ragioni del suo genio. Rong Jinzhen era destinato a diventare quello che è diventato. Perché aveva una antica ava capace di interpretare i sogni e un nonno professore all&#8217;università. Una dinastia di menti aperte e curiose. Una famiglia dalla testa grossa, in tutti i sensi. Rong Jinzhen ha avuto un&#8217;infanzia complicata, abbandonato dalla madre, cresciuto da un vecchio tutore inglese che lo ha educato leggendogli la bibbia e gli ha lasciato sul letto di morte un incarico gravoso, che diverrà stimolo involontario della sua intelligenza matematica. Ancora adolescente, fragile e geniale entrerà in contatto con un matematico ebreo che riconoscerà il suo talento prodigioso. Fino all&#8217;incontro con i servizi segreti.</p>
<p align="JUSTIFY">L&#8217;autore riesce a comporre una storia che avvince e allo stesso tempo non rispetta alcuna stanca regola delle spy stories all&#8217;occidentale. Sembra, quello raccontato in questo romanzo, il reportage di un giornalista curioso, di uno scrittore che nella vita vera ha lavorato per anni come crittografo e che quindi conosce un mondo fatto di muri invalicabili, di porte chiuse, di misteri da tenere segreti. Al punto che si dubita se Rong Jinzhen sia vissuto per davvero o sia solo il sogno di un crittografo diventato scrittore.</p>
<p align="JUSTIFY">Mai Jia evita orientalismi inutili. Racconta la Cina da cinese, nel secolo di Mao, della seconda guerra mondiale, dell&#8217;invasione giapponese, della rivoluzione culturale. Il tutto visto nel chiuso della testa di un genio fragile, ai limiti dell&#8217;autismo. Ai limiti della follia.</p>
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		<title>Informazione e censura sul web cinese</title>
		<link>https://staging.nazioneindiana.com/2012/02/26/informazione-e-censura-sul-web-cinese/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[jan reister]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 26 Feb 2012 08:14:12 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[china-files]]></category>
		<category><![CDATA[cina]]></category>
		<category><![CDATA[ebook]]></category>
		<category><![CDATA[pingtheworld]]></category>
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					<description><![CDATA[Internet in Cina è una grande forza di cambiamento dell&#8217;intera società fin dalla sua nascita nel 1994. Nonostante sia nota all&#8217;estero soprattutto per la censura operata dallo stato (il Great Firewall of China), la rete cinese rispecchia la frammentazione e la ricchezza della società cinese e non è interpretabile fruttuosamente con categorie rigide come democrazia/dittatura [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>Internet in Cina è una grande forza di cambiamento dell&#8217;intera società fin dalla sua nascita nel 1994. Nonostante sia nota all&#8217;estero soprattutto per la censura operata dallo stato (il Great Firewall of China), la rete cinese rispecchia la frammentazione e la ricchezza della società cinese e non è interpretabile fruttuosamente con categorie rigide come democrazia/dittatura o libertà/oppressione.</p>
<p><a href="http://www.china-files.com">China Files</a>, agenzia italiana operante da anni in Cina, ha raccolto e tradotto le voci di intellettuali, scrittori, artirsi e semplici cittadini blogger su grandi e piccoli temi sociali, politici e culturali cinesi.</p>
<p><strong>L’analisi del web</strong> è il capitolo di inquadramento del web cinese, dove viene descritta la strategia tecnologica e sociale della censura e come l&#8217;attivismo online sia non solo nato e cresciuto potentemente, ma addirittura incoraggiato in alcune circostanze. Dalle campagne anticorruzione alla selezione oculata dell&#8217;informazione, si delinea una situazione informativa estremamente sofisticata, vivace e partecipata.</p>
<p><strong>Le voci del web</strong> traduce direttamente numerosi brani di alcuni dei blogger più rappresentativi dell&#8217;attivismo cinese e cerca di inquadrare le spinte di rinnovamento sociale all&#8217;interno del più ampio movimento internazionale di rivolta nel 2011.</p>
<p><strong>Identità e conflitti</strong> affronta infine il tema centrale di cosa costituisca l&#8217;identità cinese, negli aspetti nazionali e culturali (essere cinese è qualcosa di definibile?), etnici (Han e minoranze nazionali, tibetani in primis) e sessuali (sessualità, genere e orientamento in una società con forti tensioni demografiche).</p>
<p>Una lettura veloce, stimolante e ricca di riferimenti e collegamenti in rete.Il sito degli autori è continuamente aggiornato e traduce regolarmente le voci di artisti, intellettuali e scrittori cinesi.</p>
<p><a href="http://www.china-files.com">www.china-files.com</a></p>
<p><a href="http://carattericinesi.china-files.com">carattericinesi.china-files.com/</a></p>
<p><em><strong>La danza del drago digitale. Informazione e censura: voci del web cinese</strong></em><br />
China Files, 2011 quintadicopertina – Fabrizio Venerandi Editore<br />
28.208 parole,  183.842 battute<br />
ISBN: 9788896922545 Collana <a title="Narrativa migrante, citizen media, informazione dal mondo" href="http://www.pingtheworld.it/" target="_blank">Ping The World</a><br />
ebook con licenza CC BY-NC-SA 3.0<br />
<a title="Ping the world" href="http://www.pingtheworld.it/?page_id=192">http://www.pingtheworld.it/?page_id=192</a></p>
<p>Acquistabile <a href="http://www.quintadicopertina.com/index.php?keyword=danza&amp;Search=Cerca&amp;Itemid=56&amp;option=com_virtuemart&amp;page=shop.browse&amp;vmcchk=1&amp;Itemid=56">su Quintadicopertina</a> o scaricabile direttamente qui su Nazione Indiana in formato <a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2012/02/la_danza_del_drago_digitale_china_files.epub" target="_blank">epub</a>. Se dopo averlo letto vi è piaciuto, sostenete il progetto Ping The World ed acquistate l&#8217;intera collana di ebook <a href="http://www.quintadicopertina.com/index.php?page=shop.product_details&amp;flypage=flypage_images.tpl&amp;product_id=120&amp;category_id=7&amp;keyword=collana&amp;option=com_virtuemart&amp;Itemid=56" target="_blank">a soli 10 euro</a>.</p>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>Dreamwork China</title>
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		<dc:creator><![CDATA[jan reister]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 27 Sep 2011 06:22:09 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[cinema]]></category>
		<category><![CDATA[apple]]></category>
		<category><![CDATA[cina]]></category>
		<category><![CDATA[documentario]]></category>
		<category><![CDATA[foxconn]]></category>
		<category><![CDATA[ivan franceschini]]></category>
		<category><![CDATA[tommaso bonaventura]]></category>
		<category><![CDATA[Tommaso Facchin]]></category>
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					<description><![CDATA[Dreamwork China è un progetto che nasce per dare un volto e una voce ai lavoratori migranti cinesi di nuova generazione. Fra la fine del 2010 e l’inizio del 2011, gli autori hanno viaggiato a Shenzhen e nella zona del Delta del Fiume delle Perle, dove hanno incontrato migranti, attivisti e organizzazioni della società civile [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><iframe src="http://player.vimeo.com/video/26811498?title=0&amp;byline=0&amp;portrait=0" frameborder="0" width="450" height="253"></iframe><br />
<span id="more-40146"></span><em>Dreamwork China</em> è un progetto che nasce per dare un volto e una voce ai <strong>lavoratori migranti cinesi</strong> di nuova generazione.</p>
<p>Fra la fine del 2010 e l’inizio del 2011, gli autori hanno viaggiato a<strong> Shenzhen</strong> e nella zona del Delta del Fiume delle Perle, dove hanno incontrato migranti, attivisti e organizzazioni della società civile che si occupano della promozione dei diritti sul lavoro.</p>
<p>Da questo viaggio sono nati una serie di <a href="http://www.dreamworkchina.tv/le-foto/real-woman-photoshop">ritratti fotografici</a> e un <a href="http://www.dreamworkchina.tv/il-video/dreamwork-china" target="_blank">documentario</a> in cui questi giovani lavoratori parlano di se stessi, raccontando la vita quotidiana, le aspettative, le lotte per i diritti e, soprattutto, i sogni di una nuova generazione di lavoratori nella fabbrica del mondo.</p>
<p>Il corto è un estratto dal documentario integrale (55 minuti), scritto e diretto da Tommaso Facchin e Ivan Franceschini, ritratti fotografici di Tommaso Bonaventura.</p>
<p><a href="http://www.dreamworkchina.tv/">www.dreamworkchina.tv</a></p>
<p><em>[Quest&#8217;estate Tommaso Facchin mi segnalò il documentario dandomi la sua disponibilità per eventuali proiezioni e per la sua diffusione. Mi è tornato in mente leggendo oggi un <a href="http://www.wumingfoundation.com/giap/?p=5241">articolo</a> di Wu Ming 1 che cita il documentario <a href="http://www.youtube.com/watch?v=TZhimLYFStk">Deconstructing Foxconn</a>. I tre di Dreamwork China sono italiani che fanno ricerca e documentazione sul posto, in modo originale: diamogliene atto e facciamo conoscere il loro lavoro. JR]</em></p>
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		<title>Perché l’Italia non si mobilita per Ai Weiwei?</title>
		<link>https://staging.nazioneindiana.com/2011/04/29/perche-l%e2%80%99italia-non-si-mobilita-per-ai-weiwei/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[orsola puecher]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 29 Apr 2011 13:00:39 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[a gamba tesa]]></category>
		<category><![CDATA[allarmi]]></category>
		<category><![CDATA[incisioni]]></category>
		<category><![CDATA[Ai Weiwei]]></category>
		<category><![CDATA[APPELLO ITALIANO PER L’ARTISTA CINESE AI WEIWEI]]></category>
		<category><![CDATA[cina]]></category>
		<category><![CDATA[comunicazione politica]]></category>
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		<category><![CDATA[diritti umani]]></category>
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		<category><![CDATA[Giovanna Cosenza]]></category>
		<category><![CDATA[Lettera 43]]></category>
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		<category><![CDATA[Orsola Puecher]]></category>
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		<category><![CDATA[semiotica]]></category>
		<category><![CDATA[Simone Pieranni]]></category>
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					<description><![CDATA[⇨ APPELLO ITALIANO PER L&#8217;ARTISTA CINESE AI WEIWEI &#160; di ⇨ Giovanna Cosenza Considerato l’artista cinese più famoso e influente al mondo, ⇨ Ai Weiwei è anche architetto, designer, scrittore, intellettuale, blogger e attivista politico. Lo scorso 3 aprile è stato fermato e sequestrato dalla polizia cinese senza alcuna spiegazione. Ai Weiwei è un cittadino [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p align="center"> ⇨ <a href="http://www.associazionepulitzer.it/" target="_blank"><u><strong>APPELLO ITALIANO PER L&#8217;ARTISTA CINESE AI WEIWEI</strong></u></a></p>
<p>&nbsp;<br />
di ⇨ <a href="https://www.nazioneindiana.com/tag/giovanna-cosenza/" target="_blank"><strong>Giovanna Cosenza</strong></a></p>
<blockquote><p><strong>Considerato l’artista cinese più famoso e influente al mondo,</strong> ⇨ <a href="http://en.wikipedia.org/wiki/Ai_Weiwei" target="_blank"><strong>Ai Weiwei</strong></a> è anche architetto, designer, scrittore, intellettuale, blogger e attivista politico. Lo scorso 3 aprile è stato fermato e sequestrato dalla polizia cinese senza alcuna spiegazione.</p>
<p align="right"><strong><span id="more-38902"></span></strong></p>
<p>Ai Weiwei è un cittadino cinese di 53 anni impastato dalla storia del suo paese e forgiato dalla storia globale più recente. Definito dai media internazionali come <strong>“l’Andy Warhol della Cina”</strong>, Ai ha iniziato a scuotere la pigra armonia dell’arte e della cultura cinesi a partire dal 1993, anno del ritorno in patria dopo un volontario esilio decennale a New York…</p></blockquote>
<p>Comincia così un bell’articolo di ⇨ <a href="http://www.facebook.com/profile.php?id=1102352143" target="_blank"><strong>Sara Giannini</strong></a>– ex studentessa della magistrale in Semiotica – su ⇨ <a href="http://www.roarmagazine.it/" target="_blank"><strong>Roar Magazine</strong></a> (continua a leggerlo ⇨ <a href="http://www.roarmagazine.it/fenomeni-da-baraccone-20/politica/265-la-repressione-cinese-colpisce-ancora-ai-weiwei-sequestrato-il-3-aprile-a-pechino-la-stampa-italiana-tace.html#axzz1JXZQRXxt" target="_blank"><strong>QUI</strong></a>).</p>
<p><strong>Dopo di che Sara, che oggi vive in Germania, mi scrive</strong> chiedendomi di aiutarla a diffondere la notizia, a cui aggiunge il suo stupore e la sua indignazione per il fatto che in Italia, a differenza che in molti altri paesi, il caso <strong>Ai Weiwei</strong> è del tutto trascurato dai media.</p>
<p><strong>A parte infatti alcuni brevi interventi su stampa e tv </strong>(l’ultimo due sere fa su Rai News 24), la notizia circola – poco – solo su blog e testate on line: vedi per esempio questi articoli di ⇨ <a href="http://www.lettera43.it/politica/12553/ai-weiwei-sotto-inchiesta-per-crimini-economici.htm" target="_blank"><strong>Lettera 43</strong></a> e ⇨ <a href="http://daily.wired.it/blog/made_in_china/2011/04/09/ancora-su-ai-weiwei-appello-al-mondo-dell-arte-italiana.html" target="_blank"><strong>Daily Wired</strong></a>, in cui<strong> Simone Pieranni</strong> si fa una domanda analoga a quella che mi faccio io: «Perché il mondo dell’arte italiano ancora non ha partorito almeno un comunicato di solidarietà?». Ma nemmeno la rete italiana – di solito pronta a scaldarsi per un nonnulla – fa tanto clamore (l’articolo di Pieranni su <strong>Daily Wired</strong>, per esempio, non ha nessun commento).</p>
<p>Continua <strong>Sara</strong>:</p>
<blockquote><p><strong>Questi sporadici interventi sono del tutto imparagonabili alla copertura giornalistica</strong> di Germania, Francia, Inghilterra, Svizzera e Stati Uniti (purtroppo non me la cavo bene con le lingue scandinave, ma mi sembra di aver capito che anche lì ci sia movimento). I giornali pubblicano quotidianamente articoli sul caso <strong>Ai Weiwei</strong> sia su carta stampata che online (basta digitare “Ai Weiwei” su Google News, può controllare lei stessa).</p>
<p><strong>Oltre all’informazione, anche i governi di questi stati si sono esposti pubblicamente</strong> e hanno richiesto il rilascio immediato. La Germania si è addirittura offerta di pagare un’eventuale cauzione.</p>
<p><strong>Riguardo alle manifestazioni di piazza, ebbene sì, sono arrivate anche quelle.</strong> Attraverso il gruppo ⇨ <a href="http://www.facebook.com/1001Chairs" target="_blank"><strong>Facebook 1001 Chairs for Ai Weiwei</strong></a> la comunità artistica internazionale ha organizzato un sit-in di fronte alle ambasciate cinesi di tutto il mondo tenutosi domenica 17 alle ore 13. Le 1001 sedie sono un riferimento all’opera “1001 Chairs and Chinese visitors” che <strong>Ai Weiwei</strong> ha realizzato per la scorsa edizione di ⇨ <a href="http://d13.documenta.de/" target="_blank"><strong>Documenta</strong></a> nel 2007.<br />
&nbsp;<br />
<strong>Picchi di 200-300 partecipanti a New York, Hong Kong e Berlino</strong>. (Il mio prossimo report per ⇨ <a href="http://www.roarmagazine.it/" target="_blank"><strong>Roar Magazine</strong></a> tratta esattamente di questo.)</p>
<p><strong>Vivendo in Germania, posso soltanto dirle che qui, per una lunga serie di motivi</strong> (i tedeschi sono molto sensibili al tema della libertà di espressione e dei diritti umani) la sparizione di <strong>Ai Weiwei</strong> è molto sentita e non soltanto da chi è impegnato nel mondo dell’arte.</p></blockquote>
<p>&nbsp;</p>
<p>Perciò rilancio, chiedo a chi legge di rilanciare e domando a tutti: perché i media italiani – così pronti a indignarsi per la «mancanza di libertà di espressione» se permette di parlar male di Berlusconi – trascurano <strong>Ai Weiwei</strong>?</p>
<p><strong>Troppo lontano? Poco riferito al piccolo mondo della politica nostrana?</strong></p>
<p><strong>Perché in Italia nessuno scende in piazza per Ai Weiwei</strong>? Non ce ne frega nulla dei diritti umani?</p>
<p><strong>E perché gli artisti italiani tacciono?</strong></p>
<p>da ⇨ <a href="http://giovannacosenza.wordpress.com/" target="_blank"><strong>DIS. AMB. IGUANDO</strong></a></p>
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		<title>I gelsomini appassiti della mancata rivoluzione cinese</title>
		<link>https://staging.nazioneindiana.com/2011/03/31/i-gelsomini-appassiti-della-mancata-rivoluzione-cinese/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[jan reister]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 31 Mar 2011 07:14:23 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[indiani]]></category>
		<category><![CDATA[cina]]></category>
		<category><![CDATA[ivan franceschini]]></category>
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					<description><![CDATA[di Ivan Franceschini Quattro aprile 1976, una domenica primaverile come tante in una Pechino che si sta leccando le ferite dopo i disordini della Rivoluzione culturale. Eppure c’è qualcosa di strano nell’aria. Sarà perché domani è Qingmingjie, la festa tradizionale della pulizia delle tombe, ma sono già un paio di giorni che la gente di [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <a href="http://www.cineresie.info/author/ivan-franceschini/"><strong>Ivan Franceschini</strong></a></p>
<p><strong>Quattro aprile 1976</strong>,  una domenica primaverile come tante in una Pechino che si sta leccando  le ferite dopo i disordini della Rivoluzione culturale. Eppure c’è  qualcosa di strano nell’aria. Sarà perché domani è Qingmingjie, la festa  tradizionale della pulizia delle tombe, ma sono già un paio di giorni  che la gente di Pechino sta affollando piazza Tiananmen. Depongono delle  corone di fiori ai piedi del monumento agli eroi del popolo in memoria  del primo ministro Zhou Enlai, morto in gennaio.<span id="more-38637"></span> In un solo fine  settimana, circa <strong>mezzo milione di persone</strong>, per lo più  giovani lavoratori, arriva in piazza e si ferma a commentare, a  discutere, ad arringare la folla, spesso spingendosi fino a criticare  apertamente la <a href="http://en.wikipedia.org/wiki/Gang_of_Four" target="_blank">Banda dei quattro</a>,  in questo periodo al culmine del suo potere. È una sfida che le  autorità non possono accettare, ma i cittadini non sono disposti a  mollare la presa, così la rimozione delle offerte funebri nella notte  del 4 aprile si traduce in <strong>violenti scontri c</strong>he in  breve tempo si estendono a Taiyuan, Zhengzhou, Wuhan, Xi’an, Luoyang e  Kaifeng, senza contare Nanchino, dove la protesta è scoppiata già alla  metà di marzo. Ed è proprio da Nanchino che, dipinto sulle fiancate dei  treni diretti verso la capitale, è arrivato l’annuncio che ha spinto la  popolazione di Pechino alla mobilitazione.</p>
<p><strong>16 novembre 1978</strong>. Il <em>Quotidiano del popolo</em> annuncia la revisione del verdetto ufficiale sui disordini dell’aprile  di due anni prima, definendoli un atto rivoluzionario delle masse contro  la Banda dei quattro e sovvertendo quello che fino a questo momento è  stato il discorso ufficiale: “<strong>disordini contro-rivoluzionari</strong>”.  Sul muro che fiancheggia la strada nei pressi di Xidan cominciano a  comparire manifesti e nelle città iniziano a circolare riviste non  ufficiali, scritti artigianali in cui si discutono nuove idee in campo  culturale, sociale, politico ed economico. È l’inizio del movimento del “<a title="Democracy Wall" href="http://en.wikipedia.org/wiki/Democracy_Wall" target="_blank">muro della democrazia</a>”, una nuova <strong>primavera intellettuale</strong> che tra alti e bassi durerà per almeno un biennio, fino alla fine del  1980, quando le autorità cinesi – in primis quello stesso Deng Xiaoping  che aveva cavalcato i disordini del 1976 per ascendere al potere –  decidono di marchiare come contro-rivoluzionari quegli attivisti che sul  muro promuovono idee ritenute dannose per l’ordine sociale e per il  nuovo corso di riforme. Alcuni pagano caro per il loro coraggio, come  Wei Jingsheng, un elettricista che viene condannato a quindici anni di  carcere per aver affisso pamphlet con titoli come “La quinta  modernizzazione” o “Vogliamo la democrazia o una nuova dittatura?”</p>
<p><strong>Dicembre 1986</strong>. La Cina  ormai è entrata in una nuova era di riforme ed apertura. Al potere si  trovano leader progressisti come Hu Yaobang, nella posizione di  segretario generale del Pcc, e il primo ministro <strong>Zhao Ziyang</strong>.  Eppure agli studenti ciò non basta: i cambiamenti sembrano procedere a  rilento, i prezzi sono fuori controllo e, più in generale, non si  percepisce una reale rottura con il recente passato. Ecco allora che il 5  dicembre un discorso con cui <strong>Fang Lizhi</strong>, celebre astrofisico dell’Università delle scienze e della tecnologia di Hefei, critica la lentezza delle riforme <strong>infiamma gli animi degli studenti</strong>.  Quattro giorni dopo i ragazzi dell’ateneo manifestano per tre ore per  le strade della città, protestando contro l’impossibilità di nominare i  candidati alle prossime elezioni per le assemblee parlamentari. Poco  importa che queste elezioni vengano prontamente rimandate dalle autorità  locali, nei giorni successivi manifestazioni di supporto hanno  ugualmente luogo a Wuhan, Shanghai e Pechino, mentre i campus si  riempiono di manifesti murali in cui gli studenti richiedono a gran voce  <strong>libertà e democrazia</strong>. I media ufficiali non ne parlano, ma la voce si diffonde comunque con rapidità grazie alle trasmissioni della <em>Voice of America</em>,  che moltissimi ragazzi ascoltano nel tentativo di migliorare il proprio  inglese. Inevitabile, si abbatte la scure delle autorità: le proteste  vengono debellate a colpi di burocrazia e minacce e in gennaio <strong>Hu Yaobang</strong>, additato come responsabile per l’atmosfera permissiva che avrebbe portato ai disordini, viene rimosso dal suo incarico.</p>
<h2>Oggi, un vento africano</h2>
<p>Mentre siamo immersi nella retorica  “cyber-utopica” legata alle recenti vicende iraniane, egiziane e  tunisine, ripercorrere storie come queste assume un significato del  tutto particolare. Si tratta infatti di vicende di un’altra epoca,  episodi che raccontano come anche un tempo, in assenza di quello  strumento che oggi alcuni descrivono in termini messianici come  onnipotente, ineguagliabile e soprattutto imprescindibile – Internet –  fosse possibile organizzare movimenti di massa di portata tale da  mettere in crisi più di un governo. Se la rete è davvero così  determinante al fine del successo di una mobilitazione dei cittadini, ci  siamo mai chiesti <strong>come avranno fatto le precedenti generazioni </strong>a  lottare, a volte con successo, contro regimi autoritari e repressivi  che non avevano niente da invidiare agli attuali? È proprio da storie  come quelle dei cittadini cinesi degli anni Settanta e Ottanta che  scopriamo che pur in assenza di media liberi, sindacati indipendenti,  organizzazioni politiche clandestine, ma  soprattutto senza Internet, la  gente – quantomeno in Cina – poteva comunque <strong>organizzarsi in maniera creativa</strong>,  ad esempio dipingendo delle scritte sui fianchi dei vagoni ferroviari  in viaggio tra una città e l’altra, affiggendo dei manifesti murali (<em>dazibao</em>) in luoghi pubblici, stampando riviste clandestine e viaggiando tra una città e l’altra per fungere da collegamento (<em>chuanlian</em>). Certo, si trattava di metodi più laboriosi, <strong>rischiosi</strong> e per molti versi meno versatili del web, ma a volte finivano per rivelarsi ugualmente efficaci.</p>
<p>Ciò che in Cina ha cambiato le regole del gioco è stato il <strong>1989</strong>.  Che il potenziale rivoluzionario di Internet si sia manifestato in Cina  per la prima volta in occasione delle proteste di quell’anno, non è un  mistero per nessuno. Come scrive anche Yang Guobin nel suo <em><a href="http://www.amazon.it/Power-Internet-China-Activism-Contemporary/dp/0231144202/ref=sr_1_1?ie=UTF8&amp;qid=1301474373&amp;sr=8-1">The Power of the Internet in China</a> </em>(Columbia  University Press, 2009), già allora gli studenti e gli accademici  cinesi all’estero avevano iniziato a servirsi attivamente degli  strumenti dell’e-mail e del newsgroup. Mentre la protesta in Cina  svolgeva il suo corso, si era venuta a creare una complessa rete di  comunicazioni tra gli studenti-attivisti raccolti nella capitale e i  cinesi della diaspora. Questi ultimi usavano il web non solo per  raccogliere fondi per le proteste e pubblicare dichiarazioni di  sostegno, ma anche per organizzare dimostrazioni di supporto nel mondo  intero. Pur non essendo un fattore decisivo ai fini della mobilitazione  studentesca,  la rete venne ad assumere un ruolo importante come fonte  di informazioni su quanto stava accadendo a Pechino, soprattutto dopo  quel fatidico quattro giugno in cui il flusso di immagini e notizie  dalla capitale subì un brusco arresto. Fu immediatamente chiaro che da  quel momento in poi le autorità non avrebbero potuto non tenerne conto.</p>
<p>Sappiamo  bene cos’è accaduto dopo il 1989, come la rete si sia rapidamente  trasformata in un campo di battaglia tra le autorità cinesi e le forze  sociali più progressiste all’interno del paese. Abbiamo sentito parlare  fino alla nausea di censura, manipolazione dell’informazione e  sorveglianza sul web. Abbiamo letto un’infinità di commenti sul “partito  dei cinquanta centesimi”, i commentatori prezzolati che sul web  promuovono le linee di pensiero ufficiali e confondono le acque attorno  alle notizie più sensibili. Abbiamo seguito con apprensione i processi  ai netizen accusati di aver diffuso questo o quel post in cui si  denunciava un caso di corruzione o un esproprio forzato ai danni di  contadini o cittadini. Abbiamo sentito tutti parlare del fatto che  alcuni siti in Cina sono inaccessibili o spariscono da un giorno  all’altro. Ma, soprattutto, nelle ultime settimane abbiamo seguito tutti  con passione la vicenda della cosiddetta “rivoluzione dei gelsomini”,  un fenomeno nato interamente sul web, una vera e propria “mobilitazione  2.0”.</p>
<h2>Poca partecipazione e poche idee</h2>
<p>Eppure per molti versi i “gelsomini”  sono stati una profonda delusione. Al di là della mancata partecipazione  da parte dei cittadini, dov’erano le idee in questa “rivoluzione”?  Dov’era il dibattito? Dov’erano la versione contemporanea dei <em>dazibao </em>e dei caratteri dipinti sulle fiancate dei vagoni ferroviari? Non si è visto nulla di tutto questo, solo una grande quantità di <strong>analisi e commenti scritti da stranieri per essere letti da stranieri</strong>.  A differenza delle mobilitazioni del passato, con i “gelsomini” non si è  capito quali fossero gli attori in gioco, da dove fosse partita  l’iniziativa, quali fossero gli <strong>obiettivi</strong>. Le  mobilitazioni precedenti certamente non erano organizzate a tavolino, ma  quantomeno nascevano da un malessere diffuso e crescevano per  iniziativa di alcuni individui o gruppi sociali piuttosto definiti, come  ad esempio l’astrofisico Fang Lizhi, l’elettricista Wei Jingsheng, gli  studenti dell’Università di Pechino o di Hefei. In tutte quelle  occasioni c’erano delle persone che ci mettevano la faccia e soprattutto  proponevano delle <em>idee</em>. Oggi non più, è rimasta solo la fredda impersonalità del web e il gelido linguaggio di qualche post di origine misteriosa.</p>
<p>Che si sia ottimisti o meno nei  confronti del “potere di Internet”, quello che la vicenda dei  “gelsomini” ha dimostrato non essere cambiato minimamente nella Cina  degli ultimi trent’anni è piuttosto l’<strong>elasticità delle autorità cinesi</strong> nel rispondere a questo tipo di sfide. L’enfasi che i media stranieri  hanno riservato al recente appello alla mobilitazione nasce con ogni  evidenza dal desiderio di leggere in Cina un germoglio di quello stesso  cambiamento che in questi mesi ha avuto luogo in paesi come l’Egitto e  la Tunisia, realtà che – nonostante la corsa mediatica ad individuare  qualsiasi analogia possibile immaginabile – con la Cina condividono poco  più che una forma autoritaria di governo. In qualsiasi altro momento  probabilmente la notizia di un <em>tweet</em> anonimo che chiamava i  cittadini a radunarsi la domenica di fronte al McDonald di Wangfujing a  Pechino o in qualche altro luogo vagamente simbolico in altri centri  urbani sarebbe caduta nel vuoto, scartata come l’ennesima bizzarria  mediatica di un culto come il <a href="http://en.wikipedia.org/wiki/Falun_Gong" target="_blank">Falungong</a>.  Non in questo caso. La medesima ragione che inizialmente deve aver  spinto gli anonimi autori della chiamata alle armi a pubblicare il loro  appello, successivamente ha spinto i media di tutto il mondo a  raccogliere ed enfatizzare la notizia: l’assunto era semplicemente che i  cambiamenti in corso dall’altro lato del mondo, veicolati da Internet,  inevitabilmente avrebbero messo in crisi anche l’apparato di potere di  Pechino.</p>
<p>Ci sono alcune analogie storiche che  sarebbe opportuno prendere in considerazione qualora si volesse  sostenere questa tesi. Se la leadership di Pechino è sopravvissuta al  crollo dell’Unione Sovietica e al collasso a catena dei regimi comunisti  nei paesi dell’Europa orientale – realtà con cui aveva vere e proprie  affinità elettive – è pensabile che quanto sta avvenendo in Tunisia ed  Egitto possa rappresentare un significativo punto di rottura dal punto  di vista politico per la Cina di oggi? Per rimanere con i piedi per  terra, sarebbe necessario non dimenticare un paio di cose. Innanzitutto,  bisognerebbe tenere bene a mente che non tutti i sistemi autoritari  sono uguali. Cina, Egitto e Tunisia di fatto hanno ben poco in comune,  anche se ci piace immaginarli come paesi gemelli, idealmente accumunati  dal fatto che i loro cittadini subiscono sistematiche violazioni dei  propri diritti politici, economici, sociali e culturali. In secondo  luogo, sarebbe il caso di tenere presente che non è poi così scontato  che la narrazione di sommovimenti sociali avvenuti altrove vada del  tutto a svantaggio degli interessi del Partito.</p>
<h2>La lezione polacca</h2>
<p>Per un ennesimo parallelo storico, basta pensare agli echi della vicenda di <strong>Solidarnosc </strong>nella  Cina degli anni Ottanta. In uno studio del 1990 in cui analizzava  l’effetto della “lezione polacca” sulla leadership cinese, Jeanne Wilson  sottolineava come sin dall’inizio la copertura mediatica cinese delle  vicende polacche fosse connotata da un certo dualismo: da un lato vi era  l’esigenza di raccontare l’evolvere degli avvenimenti come un fatto di  oggettivo interesse nel campo della politica estera; dall’altro vi era  l’esplicita tendenza a trattare quanto avveniva in Polonia come una <strong>critica interna</strong> ai processi politici in atto sulla scena domestica cinese. Ecco allora  che sui media, che in una prima fase avevano raccontato addirittura con  simpatia l’emergere di Solidarnosc, si rincorrevano tre differenti  letture: la situazione polacca indicava la necessità della stabilità  sociale, della guida del Partito e del socialismo; le vicende polacche  sottolineavano la necessità di riforme economiche; i disordini in  Polonia erano dovuti a ragioni economiche, specificamente l’aumento dei  prezzi e il declino negli standard di vita dei cittadini. Qualcosa di  familiare? A quanto pare, pur tra mille tentennamenti, già negli anni  Ottanta il Partito era un maestro nell’arte dello <em>spinning</em>.  Purtroppo, se alla fine la Polonia diede veramente una lezione alla  Cina, questa non ebbe gli effetti che alcuni avrebbero sperato: per  affrontare una nuova ondata di scontento operaio sorta nel cortile di  casa, le autorità di Pechino scelsero di adottare provvedimenti  draconiani, reprimendo con violenza le proteste e arrivando persino a  cancellare il diritto di sciopero dalla nuova carta costituzionale.  In definitiva, la vicenda di Solidarnosc finì per <strong>influenzare negativamente il movimento operaio cinese</strong>,  mettendo in allerta le autorità e portando queste ultime ad adottare il  pugno di ferro anche contro le forme più innocue di dissenso per molti  anni a venire.</p>
<p>In conclusione, cosa ci rimarrà di  questi “gelsomini”? Probabilmente ben poco, se non una società civile  ancora più spaurita e debole di quanto non fosse prima, una leadership  cinese ancora più diffidente nei confronti del mondo esterno e dei media  ancor più prudenti. Tutto questo a dispetto della retorica su Internet.  Se la storia ci insegna qualcosa, è che non basta qualche <em>tweet </em>per fare una rivoluzione. Non in Cina, quantomeno.</p>
<p><em>Pubblicato il 30/3/2011 su <a href="http://www.cineresie.info/gelsomini-appassiti-rivoluzione-cinese/">Cineresie.info</a>.</em></p>
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		<title>Il luogo del riposo</title>
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		<pubDate>Tue, 30 Nov 2010 07:30:47 +0000</pubDate>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/11/CIMG1072.jpg"><img decoding="async" class="alignnone size-full wp-image-37316" title="CIMG1072" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/11/CIMG1072.jpg" alt="" width="480" height="299" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/11/CIMG1072.jpg 480w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/11/CIMG1072-300x186.jpg 300w" sizes="(max-width: 480px) 100vw, 480px" /></a></p>
<p>di <strong>Gianni Biondillo</strong></p>
<p>Giunto da una Parigi gelida, l’aria umida e calda che mi investe uscito dall’aereo pare uno schiaffo che toglie il fiato. È notte all’aeroporto internazionale Hassan Djamous &#8211; guida dell’esercito durante la guerra libico-ciadiana e “casualmente” anche cugino dell’attuale presidente Idriss Déby &#8211; e il nostro è l’unico aeromobile presente sulla pista. D’altronde, come scoprirò in seguito, non esistono voli interni nel Ciad se non quelli umanitari organizzati dall’Onu, e quelli internazionali sono sporadici. Con la Libia, l’Etiopia, la Francia e poco altro ancora.<br />
A piedi raggiungo l’edificio aeroportuale, dove un paio di trabiccoli ammazza zanzare dai neon viola sono completamente ricoperti di cadaveri di insetti a formare una lanugine che fodera le griglie. “Cominciamo bene” penso, vagamente ipocondriaco, conscio che i ceppi di malaria falcipara presente in Ciad sono i più tignosi e mortali e che della profilassi se ne fanno un baffo. Dentro all’edificio il caldo e l’umido non si mitigano, e neppure la presenza di insetti dalle fogge inimmaginabili; alcuni, zampettanti, sono di tale fattura e dimensione che paiono transgenici ai nostri occhi di europei che hanno della natura un’idea pacificata. <span id="more-37315"></span><br />
I controlli alla dogana sono lenti e in realtà poco minuziosi. In sé non è un problema se non fosse che lo spray antizanzare è nel bagaglio da stiva e un immotivato terrore panico sta prendendo piede. Ho voglia di ricoprirmi di uno strato liquido e urticante che mi isoli, forse non solo dalle zanzare, ma anche dalla nuova realtà che sto attraversando e che, inutile negarlo, un po’ mi spaventa. Il cinese che sedeva al mio fianco sull’aeroplano, e che aveva copiato come fossimo a scuola le cose che scrivevo sul documento da compilare per la dogana, mi supera e scompare nella notte ciadiana. Rido all’idea che possa girare nel cuore dell’Africa un mio doppio, un Gianni Biondillo dagli occhi a mandorla. Poi recupero i bagagli, abbraccio Franca e Antonello, i due cooperanti che sono venuti a prendermi all’uscita, e m’accorgo che ho il collo già infestato di punture di zanzare, come facessero anch’esse parte del comitato d’accoglienza. Benvenuto a N’Djamena, insomma. Spruzzarsi lo spray, a posteriori, ha il valore di un inutile e patetico rito apotropaico.<br />
Ci fermiamo da Côté jardins, un locale all’aperto come se ne possono incontrare all’idroscalo milanese o in un qualunque stabilimento balneare nostrano. Mi offrono un mojito colmo di ghiaccio tritato che, seguendo le terroristiche istruzioni sanitarie impartitemi alla partenza, rifiuto. Tutto attorno facce europee. Sono i vari collaboratori di Ong, diplomatici, medici, dipendenti FAO, UNHCR. Qui tutti giocano alla movida, spensierati, senza che i problemi dell’Africa facciano capolino nei loro discorsi. Ma appena fuori, girando per le strade dissestate della città, l’Africa si palesa ai miei occhi sottoforma di un uomo sdraiato in mezzo alla carreggiata, probabilmente ubriaco; chi guida lo evita indifferente e tira dritto. “Abbiamo la consegna di non fermarci mai, di notte”, mi dice. Anche se si è coinvolti in un incidente. Bisogna correre verso una sede protetta, chiudersi dentro e poi, solo poi, avvertire la polizia.<br />
Mi depositano in una specie di ostello gestito da suore francesi. È notte, fa caldo, sono stremato dalla stanchezza, eppure prima di andare a dormire spruzzo insetticida al piretro ovunque nell’ambiente; poi mi sdraio al riparo della zanzariera e penso spaventato che un caldo così io non lo potrò assolutamente sopportare ancora per molto. Praticamente svengo.<br />
<a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/11/CIMG1410.jpg"><img loading="lazy" decoding="async" class="alignnone size-full wp-image-37317" title="CIMG1410" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/11/CIMG1410.jpg" alt="" width="480" height="289" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/11/CIMG1410.jpg 480w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/11/CIMG1410-300x180.jpg 300w" sizes="auto, (max-width: 480px) 100vw, 480px" /></a><br />
All’alba, uscito sulla veranda, un volo caotico di libellule mi da il buongiorno. Saranno la presenza costante di questi giorni, le libellule. La stagione delle piogge è finita da poco, prolungandosi più del dovuto, lasciando dietro di sé una natura esplosa che rimette in moto come ogni anno la catena alimentare: insetti, libellule, girini e rane ovunque. Ma anche pozzanghere, fango e una epidemia endemica di colera che strema e falcidia la popolazione locale. I manifesti intimidatori in giro per la città che raffigurano un uomo con la dissenteria che vomita pare non facciano effetto sulle locali abitudini igieniche. La gente vive in condizioni sanitarie che dirsi precarie è ottimistico. Mentre attraversiamo il viale Bokassa (non oso chiedere se in memoria del noto megalomane antropofago), nell’ordinato caos cittadino &#8211; a Roma o Palermo ho visto un traffico peggiore-, un uomo abbigliato col tradizionale <em>bou bou</em> arabo, si accovaccia, abbassa i pantaloni e defeca direttamente in una fogna a cielo aperto. Lo fa davanti a tutti e al contempo con discrezione. Dato l’uso che qui tutti hanno di stringerti la mano ad ogni incontro, mi ritrovo ansioso a lavarmi le mani decine di volte al giorno, eppure ogni volta sono sporche, come se la guerra fra la mia cultura paranoico-igienista europea e “il resto del mondo” fosse inevitabilmente impari.<br />
<a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/11/CIMG0772.jpg"><img loading="lazy" decoding="async" class="alignnone size-full wp-image-37323" title="CIMG0772" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/11/CIMG0772.jpg" alt="" width="480" height="291" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/11/CIMG0772.jpg 480w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/11/CIMG0772-300x181.jpg 300w" sizes="auto, (max-width: 480px) 100vw, 480px" /></a><br />
N’Djamena è una città oggettivamente brutta. Un milione di abitanti che vivono in una maglia urbana fatta di edifici bassi, di nessun valore architettonico, neppure la chiesa cattolica o la nuova moschea, non ostante le dimensioni imponenti, sono interessanti. L’impianto urbanistico porta con sé la reminiscenza delle città di fondazione francesi, con i gran boulevard alberati e le rotonde monumentali, ma occorre un occhio allenato per accorgersene. Sembra quasi la sinopia di una città della quale s’è perduto l’originale affresco e sulla quale ognuno ha lasciato il suo incoerente graffito. Per festeggiare l’indipendenza il presidente Déby ha progettato un viale monumentale che taglia la città demolendo tutto quello che incontra. Opera smisurata e inutile che ha raso al suolo quel poco che resta della Fort-Lamy francese ma che non è stata ancora sostituita a nulla di nuovo. Ciò che vedo è solo un cantiere di demolizione e già qualche casa abusiva che cresce sulla terra battuta. L’anniversario, nel frattempo è passato e tutto è rimandato al prossimo anno. Al cinquantunesimo. Oppure chissà, <em>sine die</em>!<br />
Dovremmo partire subito, ma la elefantiaca burocrazia ciadiana ci vincola a restare per alcuni giorni. I ministeri diroccati che ci tocca visitare per ottenere i permessi sono il sunto kafkiano dell’apparato pubblico, dove in ogni ufficio che incrociamo per uno che mette un timbro ce n’è almeno un altro che sta seduto, mani sul grembo, a non fare assolutamente nulla. D’altronde N’djamena significa qualcosa come “il luogo del riposo”. Prendiamocela con calma! Parlo come un leghista, penso spaventato, mentre leggo il cartello che chiede ai presenti di non sputare sui muri.<br />
<a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/11/CIMG0784.jpg"><img loading="lazy" decoding="async" class="alignnone size-full wp-image-37318" title="CIMG0784" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/11/CIMG0784.jpg" alt="" width="480" height="226" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/11/CIMG0784.jpg 480w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/11/CIMG0784-300x141.jpg 300w" sizes="auto, (max-width: 480px) 100vw, 480px" /></a><br />
La vita sta altrove, al mercato centrale. Un mare di gente che compra, tratta, vende. Un universo multicolore di venditori di farina di miglio, parrucchieri, macellai col banchetto di carne tagliata a tocchi senza alcun rispetto per la nomenclatura standard dei tagli di carne bovina, sarti piegati sulle macchine da cucire, ambulanti con angurie aperte in due colme di mosche fameliche. Uomini, donne, bambini. Bambini ovunque. Non c’è nulla di più retorico di chi torna e mostra le infinite fotografie fatte ai bambini africani, ma la verità è che non puoi fare altrimenti, i bambini sciamano a nugoli, come le libellule. Il Ciad è un popolo giovane, con una speranza di vita estremamente bassa e una mortalità infantile spaventosa. Avere otto, dieci figli per una donna è normale, la probabilità che alcuni di loro moriranno ancora infanti è conteggiata, quindi occorre farne qualcuno in più per pareggiare con la morte. Ecco forse perché chi ce la fa, chi supera i primi anni critici &#8211; quelli dove la malaria, il colera, la malnutrizione e la povertà endemica sterminano senza pietà &#8211; poi sorride a tutto e a tutti, grato quasi di essere ancora vivo.<br />
<a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/11/CIMG0825.jpg"><img loading="lazy" decoding="async" class="alignnone size-full wp-image-37321" title="CIMG0825" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/11/CIMG0825.jpg" alt="" width="480" height="249" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/11/CIMG0825.jpg 480w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/11/CIMG0825-300x155.jpg 300w" sizes="auto, (max-width: 480px) 100vw, 480px" /></a><br />
Eppure, tranne la gran parte a nord del paese che è arida e desertica, il sud del Ciad è ricco di acqua e vegetazione. Un granaio naturale. Se ne sono accorti i cinesi, che si stanno comprando il Ciad e l’intera Africa. Me lo spiega Michele Falavigna, Coordinatore umanitario per le Nazioni Unite, a casa sua, una villa coloniale che si affaccia sul fiume Chari, che fa da confine col Camerun. Lui parla e io guardo oltre frontiera. Un braccio di terra, quello del Camerun, che si insinua fra il Ciad e la Nigeria, per cercare uno sbocco più a nord verso il lago Ciad che nel volgere di un paio di decenni è stato prosciugato da una politica agricola degli stati confinanti gretta, cieca e affamata. I cinesi sono ovunque in Ciad, mi dice Falavigna. Ce n’è anche uno con la mia identità in giro per la città, gli vorrei dire, ma evito la battuta. Hanno dichiarato che vogliono fare del Ciad un paese da importatore a esportatore di riso nel giro di cinque anni. E se lo dicono lo fanno. Così come hanno ottenuto le concessioni dei pozzi petroliferi ciadiani, più a sud, e dove, già che c’erano, hanno costruito strade asfaltate e lampioni che si alimentano con cellule fotovoltaiche. Dove siano i cinesi in città non lo so, non si vedono, esattamente come era qui in Italia, prima che si palesassero comprando tutti i bar nazionali, ma le loro merci sono ovunque. Al mercato, per dire, tutto ciò che non fosse deperibile era di fabbricazione cinese: tessuti, abiti, borse, telefonini, motociclette. Decido di incontrarli nel posto più ovvio e straniante: <em>Chèz Wou</em> (notare il gioco di parole) un ristorante cinese arredato esattamente come fossimo in via Paolo Sarpi o nella Chinatown di San Francisco. Pochi i cinesi, in realtà, chi ci serve ha la pelle scura. Però mangio bene. D&#8217;altronde dopo aver mangiato la <em>boulle</em>, polenta gommosa di farine di miglio e arachidi, piatto unico della dieta ciadiana, tutto pare buonissimo.<br />
<a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/11/CIMG1461.jpg"><img loading="lazy" decoding="async" class="alignnone size-full wp-image-37322" title="CIMG1461" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/11/CIMG1461.jpg" alt="" width="480" height="261" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/11/CIMG1461.jpg 480w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/11/CIMG1461-300x163.jpg 300w" sizes="auto, (max-width: 480px) 100vw, 480px" /></a><br />
I permessi per partire verso sud, dove vedrò i campi di riso cinesi, sono finalmente arrivati. Ma prima di partire io e i miei compagni di viaggio veniamo ricevuti dal sindaco della capitale, Madame MbaÏlemdana Fatimé Marie-Thérèse. Il primo sindaco donna di una capitale africana. Il Ciad è una repubblica laica, non uno stato confessionale. La maggioranza della popolazione è musulmana, anche se a sud i cristiani e gli animisti sono più numerosi. Ma l’islam, qui, non conosce i fondamentalismi di altre regioni africane. Anche il sindaco è musulmana. Si presenta a noi col capo scoperto e la chioma raccolta sulle spalle, ha una grossa cicatrice sulla spalla ma non fa nulla per nasconderla. Mi piace, così, di pelle. Sarà per la mole da cantante di gospel, o per lo sguardo deciso di chi sa il fatto suo; sguardo da manager, quello che nei fatti è. Ci accoglie in un ufficio dall’aria condizionata discreta, e ci racconta, con la giusta enfasi, di quello che N’djamena è e vuole essere. Una capitale moderna, ovviamente. Ecologica -non a caso il sindaco ha bandito tutti i sacchetti di plastica, roba da fare invidia alla Moratti-, al passo coi tempi. Le faccio notare che la capitale di una nazione non può avere una sola libreria, piccola e mal fornita, e un museo cadente e sgarrupato. Lei con orgoglio mi rammenta del cantiere del nuovo grande museo. L’avevo visto, il giorno prima, dalla terrazza del Kempinski, uno dei pochi alberghi di lusso della città, costruito grazie alla munifico contributo di Mohammed Gheddafi, amico intimo di Déby. Edificio dal gusto monumental-mediterraneo, sono pronto a scommettere che il progettista è italiano, con le facciate in travertino e l’atrio d’ingresso pavimentato in rosso veronese e serpentino. Il museo era lì di fronte. Costruendo, come tutta la città, e già obsoleto.<br />
Riassumendo: la burocrazia elefantiaca, la corruzione endemica, le grandi opere infinite, la spazzatura per strada, il capo del governo dittatore democratico amico personale di Gheddafi. Tutto ciò mi ricorda qualcosa!<br />
<a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/11/CIMG0764.jpg"><img loading="lazy" decoding="async" class="alignnone size-full wp-image-37324" title="CIMG0764" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/11/CIMG0764.jpg" alt="" width="480" height="296" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/11/CIMG0764.jpg 480w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/11/CIMG0764-300x185.jpg 300w" sizes="auto, (max-width: 480px) 100vw, 480px" /></a><br />
Facciamo una pausa ristoratrice da <em>l’Amandine</em>, pasticceria dal gusto parigino che resiste come un soldato giapponese dopo la fine del conflitto in territorio nemico, e siamo pronti alla partenza. Poi lo vediamo: un centro di massaggi cinesi. Come dei liceali pruriginosi decidiamo di entrare. Le luci rosse e i vestiti succinti ci fanno capire che siamo dentro un lupanare, le ragazze, un po’ intimidite un po’ divertite, ci mostrano le stanze dove esercitano. Poi lo vedo, il mio doppio cinese, il Gianni Biondillo dagli occhi a mandorla. Forse un ingegnere, o un tecnico, forse un operaio specializzato, chi lo sa. A decine di migliaia di chilometri da casa sua. <em>Mens sana in corpore sano</em>, avrà pensato. Il Ciad, forse, è davvero l’ultima frontiera. Sono in un moderno far west dove però i cow boys parlano in mandarino. Esco. C’è solo il tempo di un mojito, con molto ghiaccio, e che si fottano le mie ansie igieniste. Il fuoristrada è pronto per il lungo viaggio. Ma questa è un’altra storia.</p>
<p>[<em>pubblicato su </em>L&#8217;Unità <em>in due puntate, il 2 e il 16 novembre scorsi. Le orribili fotografie sono del sottoscritto.</em>]</p>
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		<title>Cinesi in Italia: cittadinanza e illegalità</title>
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		<dc:creator><![CDATA[jan reister]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 26 Nov 2010 06:42:41 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[cina]]></category>
		<category><![CDATA[cittadinanza]]></category>
		<category><![CDATA[immigrazione]]></category>
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					<description><![CDATA[﻿ di Andrea Pia (via Tommaso Facchin) The Guardian del 17 novembre esce con un bell’articolo sull’immigrazione cinese a Prato. L’autore, John Hopper, descrive il suo ingresso nella Chinatown  cittadina passeggiando lungo via pistoiese: “Dopo la panetteria, al numero 29, L’Italia evapora”. Il trenta per cento dei residenti a Prato e’ di origine cinese (circa 50,000 persone) [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>﻿<a href="http://www.flickr.com/photos/41045296@N04/4481933750/"><img loading="lazy" decoding="async" class="alignnone size-full wp-image-37298" title="cinesi-italia-fiorenzo-digifiore" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/11/cinesi-italia-fiorenzo-digifiore.jpg" alt="(c) 2010 Fiorenzo Digifiore, per gentile concessione dell'autore" width="450" height="300" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/11/cinesi-italia-fiorenzo-digifiore.jpg 450w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/11/cinesi-italia-fiorenzo-digifiore-300x200.jpg 300w" sizes="auto, (max-width: 450px) 100vw, 450px" /></a></p>
<p>di <strong>Andrea Pia</strong> (via <a href="http://caracina.wordpress.com/2010/11/23/cinesi-in-italia-cittadinanza-illegalita/">Tommaso Facchin</a>)</p>
<p><strong>The Guardian</strong> del 17 novembre esce con un <a href="http://www.guardian.co.uk/world/2010/nov/17/made-in-little-wenzhou-italy" target="_blank">bell’articolo</a> sull’immigrazione cinese a Prato. L’autore, John Hopper, descrive il suo ingresso nella Chinatown  cittadina passeggiando lungo via pistoiese: “Dopo la panetteria, al numero 29, L’Italia evapora”. Il trenta per cento dei residenti a Prato e’ di origine cinese (circa 50,000 persone) e  sono quasi 5000 le aziende possedute (2,700 quelle registrate secondo <a href="http://http//libreriamondadoriprato-infolibro.blogspot.com/2010/07/lassedio-cinese-silvia-pieraccini.html" target="_blank">Silvia Pieraccini</a>) da imprenditori cinesi in citta’.<span id="more-37292"></span></p>
<p>Questo crescente aumento della popolazione cinese a Prato ha causato in passato problemi fra la popolazione italiana, le forze dell’ordine e la comunita’ cinese. Hopper descrive il problema in termini di profitabilita’ economica, interesse politico e rispetto della legge. Gli immigrati cinesi spesso clandestini ricevono paghe ridottissime e lavorano in locali sfacciatamente al disotto degli standard di siucrezza vigenti in Italia. Il gigantesco giro economico (1,8 miliardi di euro sempre secondo Silvia Pieraccini) rimane il larga parte “sommerso” andando cosi’ ad aumentare la capacita’ di reclutamento in Cina e a cronicizzare il fenomeno di una immigrazione per sua natura temporanea ed orientata al guadagno individuale. “Perche’ dovrei integrarmi? Staro’ qui forse per 10 anni in modo da mettere da parte dei soldi in modo da potermeli poi godere in Cina” dice un lavoratore cinese a Hopper. La realta’ pero’, ci ricorda l’autore, e’ ben diversa, dato che il 32% dei neonati pratesi ha madrea cinese.</p>
<p>Penso che l’articolo di Hopper debba farci rifletter su alcuni punti relativi alla situazione degli immigrati (in questo caso cinesi) nel nostro paese. Mi chiedo: e’ ancora possibile ed <strong>economicamente vantaggioso</strong>mantenere nell’illegalita’ un numero cosi’ grande di lavoratori?<br />
Credo che ci siano alucni buoni motivi per poter sostenere che <strong>a) </strong>l’attuale sistema di cittadinanza italiana sia uno svantaggio per l’economia del paese e che <strong>b)</strong> sostenere che l’immigrazione in Italia sia un problema prettamente di legalita’ significa necessariamente ammettere che il problema vero risieda nell’incapacita’ di adottare nella sua interezza il principio di legalita’ sul territorio italiano.</p>
<p>Per quanto riguarda il primo punto: e’ di oggi la notizia che sul quasi milione di minori stranieri residentti in italia,<strong>6 su 10 siano nati nel nostro paese</strong>. Questo puro fatto statistico comporta che un sempre maggior numero di persone fara’ in un prossimo futuro esperienza dell’iniquità del sistema di cittadinanza italiano basata sulla <em>ius sanguinis</em>, principio per il quale,  in soldoni, la cittadinanza viene passata per via paterna (ed in parte materna) senza essere in alcun modo  legata al paese di nascita (sto approssimando). Con iniqua non intendo che questo sistema possa essere percepito come ingiusto dal sottoscritto ma che questo e’ incompatibile con alcune delle Convenzioni Europee per i Diritti Umani  sottoscritte dal nostro paese (un esempio, la legge italiana discrimina in base al genere violando la <a href="http://www.un.org/womenwatch/daw/cedaw/" target="_blank">Convention on the Elimination of All Forms of Discrimination against Women</a>ratificata dallo Stato Italiano il 22 Settembre del 2000).</p>
<p>Senza voler entrare in una questione di merito sulla condotta dello Stato Italiano e sulla adeguatezza del sistema dei diritti umani alla presente situazione della societa’ italiana, rimane pur vero che la mancata possibilita’ per questi giovani figli di immigrati di venir riconosciuti come cittadini italiani, e come giuridicamente pari ai propri concittadini, potra’ avere (e ritengo abbia gia’ ora) diverse ricadute sul piano socio-economico. Spesso infatti il mancato riconoscimento della persona giuridica appartenente ad un individuo puo’ portare anche al suo mancato riconoscimento sociale (per quanto strano possa sembrare). In questo senso l’incapacita’ della societa’ italiana di vedere nei <a href="http://www.liberainformazione.org/news.php?newsid=6166" target="_blank">fatti di Rosarno</a> una autentica violazione dei diritti umani, ad esempio, ha impedito  l’emergere di un discorso pubblico che additasse gli errori commessi e riflettesse sulle mancanze del sistema giuridico in vigore nel paese. Lo stesso vale per la Prato “sinizzata”: il semplice fatto che le forze dell’ordine non  riescano a far rispettare le norme sulla sicurezza sul lavoro nelle imprese “cinesi”  indica non tanto che a Prato le forze dell’ordine manchino di fondi adeguati, quanto come, in definitiva,  queste persone non venendo percepite come “italiane” siano trattate con un altro metro di giudizio. Se non c’e’ cittadinanza non ci sono ne’ diritti ne’ doveri.</p>
<p>E finalmente arriviamo alla <strong>questione economica</strong>. Mi sembra che questa mancanza di attenzione riservata ai cinesi di Prato, che nell’articolo di Hopper si muovono in uno spazio grigio fatto di impunita’ e disinteresse, possa incidere fortemente sulle dinamiche economiche del paese. Primo perche’ il fatturato di molte di queste aziende genera economia “informale”, insicurezza dal punto di vista degli attori economici e infine mancate entrate per l’Erario. Secondariamente perche’ l’impossibilita’ per questi lavoratori migranti di pensarsi giuridicamente “italiani” concorre ad aumentare una concezione temporanea della migrazione che puo’ si’ legittimare comportamenti illeciti ma, ancora peggio, ostacolare chi volesse dal diventare completamente partecipe nella vita sociale e lavorativa della propria regione di residenza . Questa situazione e’ ancora piu’ grave se si pensa alla futura generazione di italiani “misconosciuti”: in che modo potranno pensare di vivere in un paese che chiede loro soldi ma non conferisce loro nessun diritto ad autorappresentarsi?</p>
<p>Questo ci porta al mio secondo e ultimo punto. E’ davvero l’immigrazione un problema di sola legalita’? Se la legge fosse rispettata, e tutte le persone aventi diritto diventassero cittadini Italiani a tutti gli effetti (dopo un po’ di purgatorio s’intende) e i clandestini venissero tutti rimpatriati, avrebbero gli italiani un paese veramente piu’ stabile e sicuro? Ho qualche dubbio. Riconoscere l’incompatibilita’ giuridica dello <em>ius sanguinis</em> con la <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Convenzione_europea_per_la_salvaguardia_dei_diritti_dell%27uomo_e_delle_libert%C3%A0_fondamentali" target="_blank">Carta dei Diritti Umani</a> porterebbe infatti all’Italia qualche problema strutturale in piu’: ora si dovrebbero far rispettare le norme sulla tutela dei lavoratori anche per in nuovi cinesi “italianizzati”; ora si dovrebbero prendere in considerazione nuovi e piu’ flessibili sistemi di welfare; ora una intera serie di argomentazioni ideoligche largamente usate  in politica vedrebbero diminuire la loro efficacia; ora si dovrebbe riflettere seriamente sul sistema di rappresentazione democratica e sui gruppi che questo tende ad escludere. Forse, in definitiva, lo ius sanguinis conviene perche’ risparmia agli italiani tanto lavoro su se stessi e sulla propria identita’. Ovviamente questi sono problemi che non riguardano solamente il nostro paese e spesso sono legati a traiettorie economiche di lungo corso. Migranti del resto lo siamo tutti nell’arco della nostra vita e spesso ci e’ piu’ facile non “integrarci”, evitando cosi’ ulteriori doveri.</p>
<p>Un aneddoto: Mark e’ un amico di lontane origini Italiane. Dopo un’avventuroso viaggio in Basilicata fatto di tante cene in case di sconosciuti e molte notti passate in polverosi archivii sembra aver tutte le carte per provare di essere cittadino Italiano. Alcuni parenti a Potenza emigrarono negli stati Uniti intorno agli anni 80 del XIX secolo. Mark e’ sulla buona strada per ottenere la cittadinanza e con essa il passaporto italiano che grazie a <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Accordi_di_Schengen" target="_blank">Schengen </a>gli permettera’ di viaggiare in Europa finalmente senza visti e burocrazia schiumante. Secondo voi Mark e’ piu’ italiano di un ragazzo di Prato nato da genitori cinesi? Che differenza c’e’ fra una cittadinanza di “carta” e una di “vita”?</p>
<p><a href="http://www.flickr.com/photos/41045296@N04/4481933750/">Fotografia</a> di Fiorenzo &#8220;Digifiore&#8221; 2010 tutti i diritti riservati &#8211; per gentile concessione dell&#8217;autore</p>
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		<title>Il nobel per la pace a Liu Xiaobo</title>
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		<dc:creator><![CDATA[jan reister]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 10 Oct 2010 06:51:57 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[indiani]]></category>
		<category><![CDATA[cina]]></category>
		<category><![CDATA[democrazia]]></category>
		<category><![CDATA[Lui Xiaobo]]></category>
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					<description><![CDATA[Liu Xiaobo è stato insignito del Premio Nobel per la pace «per il suo impegno non violento a tutela dei diritti umani in Cina» l&#8217;8 ottobre 2010. È il primo cinese a ricevere il riconoscimento per la pace. Ecco una rassegna stampa specializzata, da parte della comunità italiana di esperti di cose cinesi &#8211; Jan [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><em><a href="https://secure.wikimedia.org/wikipedia/it/wiki/Liu_Xiaobo">Liu Xiaobo</a> è stato insignito del Premio Nobel per la pace «per il suo impegno non violento a tutela dei diritti umani in Cina» l&#8217;8 ottobre 2010. È  il primo cinese a ricevere il riconoscimento per la pace. Ecco una rassegna stampa specializzata, da parte della comunità italiana di esperti di cose cinesi &#8211; Jan Reister<span id="more-36858"></span></p>
<p></em><a href="http://www.china-files.com/page.php?id=8230">Nobel a Liu Xiaobo: a chi conviene</a> di Roberto Onorati 9/9/2010 China Files<br />
Al di là della gioia per il Nobel assegnato a Liu Xiaobo, una presa di posizione così netta da parte della comunità internazionale nei confronti del gigante cinese porta con sé una serie di messaggi impliciti che è bene analizzare nel dettaglio. L&#8217;apertura economica della Cina la rende più vulnerabile.</p>
<p><a href="http://www.china-files.com/page.php?id=8227">Nobel a Liu Xiaobo: i dissidenti all&#8217;estero</a> di Andrea Pira 9/9/2010 China Files<br />
Liu Xiaobo libero subito e con lui liberi tutti i detenuti politici. È questo il messaggio per Pechino. Le varie anime di quella che alcuni definiscono dissidenza, ma che per altri può essere identificata come la società civile cinese, festeggiano l&#8217;assegnazione del premio Nobel per la Pace all&#8217;intellettuale condannato a 11 anni di carcere per sovversione.</p>
<p><a href="http://www.china-files.com/page.php?id=8224">Nobel a Liu Xiaobo: le reazioni della rete cinese</a> di Matteo Miavaldi 9/9/2010 China Files<br />
Lo davano per favorito già da alcuni giorni, ed il comitato di Oslo non ha deluso le aspettative: alle cinque di pomeriggio, ora locale in Cina, mentre davanti ai giornalisti di tutto il mondo il portavoce danese annunciava la vittoria di Liu Xiaobo, i netizen cinesi hanno letteralmente invaso Twitter.</p>
<p><a href="http://www.china-files.com/page.php?id=8221">Il Nobel per la pace a Liu Xiaobo</a> di Simone Pieranni, 8/9/2010 China Files<br />
Liu Xiaobo ha vinto il Nobel per la Pace 2010. C&#8217;erano molti modi per seguire la premiazione. Ho scelto Twitter, via proxy, seguendo in un clima irreale l&#8217;attesa, le riflessioni in 140 caratteri e infine il premio. Molti i cinesi entusiasti della novità, mentre sarà difficile, probabilmente, leggere qualcosa al riguardo sui media ufficiali.</p>
<p><a href="http://www.cineresie.info/liu-xiaobo-testo-della-sentenza/">Liu Xiaobo: testo della sentenza</a> di Tommaso Facchin (30/12/2009 Cineresie<br />
Traduco, con qualche taglio, il testo della sentenza nel processo a carico di Liu Xiaobo, condannato a undici anni il 25 dicembre 2009 a Pechino. Devo dire che leggendo un testo di questo tipo, per la prima volta mi sono reso davvero conto di cosa significhi essere processati per le proprie parole. Mai le virgolette ” ” mi sono apparse così… spietate.</p>
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		<title>Lo scandalo delle nuove schiavitù: uno sguardo all’Italia, dalla Cina</title>
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		<dc:creator><![CDATA[jan reister]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 31 Aug 2010 07:39:33 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[di Ivan Franceschini, foto Veronica Badolin A volte è il caso di ripetere anche ciò che è ovvio. Zaher, 18 anni, afgano, clandestino: morto a Mestre nel 2008, schiacciato dalle ruote del camion nel cui cassone si era nascosto dopo essere sceso da una nave arrivata dalla Grecia. Qudrat, 24 anni, afgano, arrivato a Forlì da Patrasso [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/08/afgani-450.jpg"><img loading="lazy" decoding="async" class="alignnone size-full wp-image-36488" title="afgani-450" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/08/afgani-450.jpg" alt="" width="450" height="306" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/08/afgani-450.jpg 450w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/08/afgani-450-300x204.jpg 300w" sizes="auto, (max-width: 450px) 100vw, 450px" /></a></p>
<p>di <a href="http://www.cineresie.info/author/ivan-franceschini/">Ivan Franceschini</a>, foto <a href="http://www.flickr.com/photos/veronicabadolin/" target="_blank">Veronica Badolin</a></p>
<p>A volte è il caso di ripetere anche ciò che è ovvio.</p>
<p><a href="http://www.globalproject.info/it/in_movimento/Porto-di-Venezia-Siamo-tutti-Zaher-Rezai/648" target="_blank">Zaher</a>, 18 anni, afgano, clandestino: morto a Mestre nel 2008, schiacciato dalle ruote del camion nel cui cassone si era nascosto dopo essere sceso da una nave arrivata dalla Grecia. <strong>Qudrat</strong>, 24 anni, afgano, arrivato a Forlì da Patrasso dopo 22 ore nascosto in un camion, permesso di soggiorno di un anno per motivi umanitari: la sua prima esperienza di lavoro in Italia è stata presso una scuderia di Mira, 300 euro per due mesi di lavoro in nero; è stato cacciato non appena il datore di lavoro, italianissimo, ha capito che il ragazzo voleva essere regolarizzato.<span id="more-36487"></span></p>
<p>E poi<strong> Zaidullha</strong>, 19 anni, afgano di etnia pashtun, arrivato in Italia dalla Grecia in stato di semicongelamento dopo 36 ore di viaggio su un camion frigorifero, permesso di soggiorno di tre anni per assistenza sussidiaria: da otto mesi lavora in un’impresa edile veronese di proprietà di un italiano, i primi tre mesi a titolo gratuito come “prova”, i cinque successivi in nero. <strong>Amir</strong>, 18 anni, afgano di etnia azara, permesso di soggiorno sussidiario di tre anni: ha lavorato per due mesi presso un’azienda agricola nei pressi di Mogliano Veneto, otto ore al giorno per circa 200 euro al mese; ora che lo “stage” è finito, continua a lavorare anche dieci ore al giorno, compresa mezza giornata al sabato per uno stipendio di 400 euro, con contratto a chiamata per salvare le apparenze in caso di controlli. Come loro molti altri. I nuovi <strong>schiavi</strong>.</p>
<p>Vite spezzate, solitudine, salari da fame, violenza, tutto questo <strong>in Italia</strong>, a pochi passi dalle nostre case.  I giornali italiani sono pieni di storie come queste, al punto che l’ennesima morte sul lavoro di un immigrato ormai non fa più notizia. La settimana scorsa nei pressi di Firenze <a href="http://firenze.repubblica.it/cronaca/2010/08/20/news/operaio_senegalese_muore_sul_lavoro_a_campi-6390518/index.html?ref=search" target="_blank">un lavoratore senegalese</a>, irregolare e impiegato in nero, è morto schiacciato dal muletto che stava manovrando. Invece di soccorrerlo, i compagni per paura si sono dati alla macchia.  Si è scoperto che il macchinario che utilizzava era privo delle più elementari misure di sicurezza. Se ne è stupito qualcuno?</p>
<p>E, nonostante tutto, noi continuiamo a puntare il dito sulla Cina, dipingendola come una terra di frontiera, un luogo desolato senza compassione né legge, il trionfo del darwinismo sociale. I cinesi sono i <strong>nuovi barbari</strong>, sfruttatori senza pietà né rispetto per la vita umana. Ansiosi di criticare la discriminazione istituzionalizzata dei migranti provenienti dalle campagne in Cina, non ci accorgiamo dei drammi causati dalla miopia delle nostre<strong>politiche sull’immigrazione</strong>. Ci stupiamo del dramma dei lavoratori cinesi malati di silicosi e delle ecatombi nelle miniere dello Shanxi e ogni anno ci troviamo con un’ondata di morti “bianche” che nessuno sa spiegare. Ci indigniamo per le storie di schiavitù nelle fornaci di mattoni clandestine nelle campagne cinesi e ci dimentichiamo della schiavitù per mano dei caporali nelle piantagioni dell’Italia meridionale.</p>
<p>Ma certo! Nonostante tutto noi rimaniamo convinti che tra l’Italia e la Cina ci sia un abisso di differenza. Nell’immaginario collettivo, l’Italia è un paese sviluppato, con uno stato di diritto forte e un apparato di tutele e garanzie perfettamente funzionale e funzionante. I problemi sopra descritti – sempre ammesso che esistano – sono solamente degenerazioni, realtà marginali in un sistema altrimenti perfettamente funzionante. Sempre nell’immaginario collettivo, in Cina invece queste degenerazioni<em> sono</em> il sistema: schiavitù, sfruttamento e morte non sono altro che la regola. È lo stesso <strong>orientalismo</strong> strisciante cui accennava Flora Sapio qualche tempo fa su <a href="http://www.cineresie.info/torture-cinesi/" target="_blank">questo stesso blog</a>.</p>
<p>Ma non è tutto qui. La Cina è la nostra grande <strong>giustificazione</strong>. Guardiamo altrove per non vedere i problemi che abbiamo in casa e così facendo ci illudiamo di vivere nel migliore dei mondi possibili. Proprio la settimana scorsa sul <a href="http://www.corriere.it/economia/10_agosto_20/ipadcity-assunzioni-di-massa-sideri_ab23c682-ac28-11df-9663-00144f02aabe.shtml" target="_blank">Corriere della Sera</a> un giornalista descriveva drammaticamente le condizioni di lavoro dei lavoratori migranti a Shenzhen, scrivendo con un certo candore che in fondo la città “non si presenta all’occhio come un inferno in terra”. E l’Italia allora? Come si presenta all’occhio?</p>
<p>Ricordando queste cose non intendo unirmi al coro, sempre più forte, di coloro che sostengono il <strong>relativismo</strong>dei valori o esaltano la direzione in cui si sta muovendo la Cina. Non mi propongo di minimizzare la gravità dei problemi del lavoro nella fabbrica del mondo, né di far passare il messaggio che, in fondo, in Cina si sta addirittura “meglio” che da noi, qualunque cosa questo significhi. No, niente di tutto questo. Nessuno vuole fare paragoni al ribasso o al rialzo. Chi mi segue sa che ho sempre scritto in maniera molto critica di quanto accade nella fabbrica del mondo e intendo continuare a farlo ogni volta che mi sembrerà il caso. Ma nel mettere in luce i<strong>limiti dello sviluppo cinese </strong>non intendo perdere di vista il problema di fondo, quell’ovvietà che forse a volte è opportuno ripetere, cioè il fatto che anche a pochi passi dalle nostre case esiste lo <strong>sfruttamento</strong>, la discriminazione e finanche la schiavitù. In fin dei conti, reinterpretando il classico detto del Vangelo, anche nel caso in cui il nostro vicino avesse una trave nell’occhio, forse non dovremmo dimenticarci della pagliuzza nel nostro. Magari non è poi così piccola.</p>
<p>[In questo post parlo soprattutto di ragazzi afgani perché quella è la realtà di cui per ragioni personali ho maggiore conoscenza. Per chi fosse interessato a leggere qualcosa di più sulla situazione degli immigrati clandestini in Italia consiglio il bellissimo libro di <a href="https://www.nazioneindiana.com/author/marco-rovelli/" target="_blank">Marco Rovelli</a>, <a href="http://www.ibs.it/code/9788807171772/rovelli-marco/servi-il-paese-sommerso.html" target="_blank"><em>Servi</em></a>, edito da Feltrinelli &#8211; IF]</p>
<p>Pubblicato su <a href="http://www.cineresie.info">Cineresie</a>: <a href="http://www.cineresie.info/nuova-schiavitu-italia-cina-relativismo/">Lo scandalo delle nuove schiavitù: uno sguardo all’Italia, dalla Cina</a></p>
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		<title>Xinjiang. La Nuova Frontiera un anno dopo</title>
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		<dc:creator><![CDATA[jan reister]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 21 Jul 2010 04:46:19 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[indiani]]></category>
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		<category><![CDATA[cina]]></category>
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					<description><![CDATA[Il 5 luglio dell&#8217;anno scorso gli scontri tra uiguri, musulmani di origine turca, e cinesi han nella regione del Xinjiang fecero 197 morti secondo la versione ufficiale, e 1700 feriti. Nell&#8217;anniversario degli scontri  China Files, progetto di informazione diretto per la versione italiana da Simone Pieranni, invita alla riflessione intorno a quanto accaduto un anno [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/07/20100320_xingjiang_6216-450.jpg"><img loading="lazy" decoding="async" class="alignnone size-full wp-image-36170" title="20100320_xingjiang_6216-450" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/07/20100320_xingjiang_6216-450.jpg" alt="Kashgar foto di Alessandro Vecchi" width="450" height="302" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/07/20100320_xingjiang_6216-450.jpg 450w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/07/20100320_xingjiang_6216-450-300x201.jpg 300w" sizes="auto, (max-width: 450px) 100vw, 450px" /></a></p>
<p>Il 5 luglio dell&#8217;anno scorso gli scontri tra uiguri, musulmani di origine turca, e cinesi han nella regione del Xinjiang fecero 197 morti secondo la versione ufficiale, e 1700 feriti. Nell&#8217;anniversario degli scontri  <a href="http://china-files.com/speciale_xj/index.html">China Files</a>, progetto di informazione diretto per la versione italiana da Simone Pieranni, invita alla riflessione intorno a quanto accaduto un anno fa in Xinjiang: l&#8217;intenzione è quella di dotare i lettori di strumenti per elaborare una propria opinione sui fatti, senza cadere in facili visioni in bianco e nero. Attraverso questi articoli si cerca di offrire spunti a chi volesse approfondire l&#8217;argomento, provando a dare l&#8217;idea della complessità di quanto accade in terra cinese. <em>Fotografia di Alessandro Vecchi</em><span id="more-36169"></span></p>
<h3><a href="http://www.china-files.com/it/link/7895/speciale-xinjiang-cosa-accadde-un-anno-fa">Cosa accadde un anno fa</a>, di Andrea Pira</h3>
<p>Il 5 luglio dell&#8217;anno scorso gli scontri tra uiguri, musulmani di origine turca, e cinesi han fecero 197 morti secondo la versione ufficiale, e 1700 feriti. Nell&#8217;anniversario del massacro l&#8217;armonia è sorvegliata da migliaia di telecamere antisommossa installate nelle strade, nelle scuole, nei supermercati e nei mezzi pubblici del capoluogo dello Xinjiang. Mentre per le vie della città girano pattuglie di poliziotti armati di pistole e sfollagente.</p>
<h3><a href="http://www.china-files.com/it/link/7878/speciale-xinjiang-fidarsi-di-un-rumor-intervista-a-james-millward">Fidarsi di un rumor, intervista a James Millward</a>, di Simone Pieranni</h3>
<p>I disordini di Urumqi sono stati gli incidenti più violenti nello Xinjiang dopo le dimostrazioni di Ghulja nel 1997 e forse anche dopo la furia delle guardie rosse della rivoluzione culturale. Tuttavia, voglio suggerire che essi per molti aspetti costituiscono un punto di partenza, più che un punto di arrivo di modelli del passato&#8230;</p>
<h3><a href="http://www.china-files.com/it/link/7862/speciale-xinjiang-cosa-e-cambiato">Cosa è cambiato</a>, di Elena Caprioni</h3>
<p>Cosa è accaduto nei dodici mesi seguenti? Secondo le fonti ufficiali, 197 persone sono morte (156 han, 10 uiguri e 11 hui), 35 persone sono state condannate a morte, di cui 9 già eseguite (8 uigure e un han) e circa 1400 persone arrestate delle quali non si conosce l’etnia di appartenenza&#8230;</p>
<h3><a href="http://www.china-files.com/it/link/7868/speciale-xinjiang-gli-uiguri-di-pechino">Gli uiguri di Pechino</a>, di Miranda Lu</h3>
<p>Gli uiguri di Pechino sono una piccola comunità di circa duemila persone. Il senso di appartenenza al gruppo è molto forte, le condizioni di vita sono spesso complesse e, in caso di difficoltà, i primi cui si chiede sostegno sono coloro che vengono dallo stesso villaggio o dalla stessa area del Xinjiang. Sono tutti cinesi, ma è difficile sentirglielo dire, la loro percezione è quella di essere “stranieri in terra straniera”, o “figli di un dio minore”&#8230;</p>
<h3><a href="http://www.china-files.com/it/link/7875/speciale-xinjiang-il-record-di-adili-wuxor">Il record di Adili Wuxor</a>, di Cecilia Attanasio Ghezzi</h3>
<p>Una fune tesa da un&#8217;estremità all&#8217;altra del Nido d&#8217;uccello, stadio simbolo delle Olimpiadi Pechino 2008, e un record: 198 ore e 33 minuti a camminare sospesi nel nulla, con il solo aiuto di un bilanciere. A conquistare il primato mondiale è Adili Wuxor, un cinquantenne uiguro, di professione funambolo&#8230;</p>
<h3><a href="http://www.china-files.com/it/link/7865/speciale-xinjiang-gli-incidenti-di-massa-in-cina">Gli incidenti di massa in Cina</a>, di Daniele Massaccesi</h3>
<p>Sono proteste spontanee che si riscontrano specialmente nelle zone rurali e hanno all’origine un malcontento sociale fortemente in crescita: nascono da dispute nei confronti di funzionari locali corrotti, espropri forzati di abitazioni o terreni, compensi non pagati, ingiustizie ai danni dei cittadini, soprusi compiuti dal potente di turno e coperti dalla polizia complice e corrotta&#8230;</p>
<h3><a href="http://www.china-files.com/it/link/1805/lunita-pluralistica-della-nazione-cinese">L&#8217;unità pluralistica della nazione cinese</a>, di Mauro Crocenzi</h3>
<p>Oggi, l’antagonismo politico tra Cina e Occidente si nutre della tensione fra nazionalismo cinese e nazionalismo locale: nel mondo occidentale le rivendicazioni nazionali tibetana ed uighura incontrano il favore dell’opinione pubblica, poggiando su un generale consenso nei confronti dei principi di autodeterminazione dei popoli e di stato-nazione, secondo cui ogni nazione è legittimata ad essere un’unità politica&#8230;</p>
<h3>La <a href="http://www.china-files.com/it/link/1390/xinjiang-la-scheda">scheda</a> del Xinjiang e <a href="http://www.china-files.com/it/link/1388/xinjiang-bibliografia-essenziale">bibliografia</a> essenziale, di Daniele Massaccesi</h3>
<p>La regione cadde sotto l’influenza della dinastia cinese han a cominciare dal secondo secolo avanti Cristo. Da allora in poi questa area dell’Asia centrale conobbe fasi alterne, di relativa autonomia e di sottomissione agli imperatori cinesi e mongoli.</p>
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