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	<title>Comunismo &#8211; NAZIONE INDIANA</title>
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		<title>Milano, Bicocca</title>
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		<dc:creator><![CDATA[giacomo sartori]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 19 Dec 2019 06:00:25 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[di Roberto Antolini 1. NuovaBicocca Ho ricordi personali piuttosto tardi della grigia Bicocca dell’epoca industriale, ricordi degli anni Settanta, quando mi è capitata qualche volta l’impresa di “andare a volantinare” la Pirelli-Bicocca (che sarebbe durata ancora non molto più d’un decennio). Per qualche anno ho bazzicato la sede milanese del gruppo politico Il Manifesto, quello [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di<strong> Roberto Antolini</strong></p>
<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/12/1.-NuovaBicocca.jpg"><img fetchpriority="high" decoding="async" class="alignnone wp-image-81958" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/12/1.-NuovaBicocca.jpg" alt="" width="400" height="307" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/12/1.-NuovaBicocca.jpg 1000w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/12/1.-NuovaBicocca-300x230.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/12/1.-NuovaBicocca-768x589.jpg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/12/1.-NuovaBicocca-250x192.jpg 250w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/12/1.-NuovaBicocca-200x153.jpg 200w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/12/1.-NuovaBicocca-160x123.jpg 160w" sizes="(max-width: 400px) 100vw, 400px" /></a></p>
<p>1. NuovaBicocca</p>
<p>Ho ricordi personali piuttosto tardi della grigia Bicocca dell’epoca industriale, ricordi degli anni Settanta, quando mi è capitata qualche volta l’impresa di “andare a volantinare” la Pirelli-Bicocca (che sarebbe durata ancora non molto più d’un decennio). Per qualche anno ho bazzicato la sede milanese del gruppo politico Il Manifesto, quello radiato dal Partito Comunista nel 1969, per essersi permesso di lamentare la solitudine di Dubčeck di fronte ai carri armati sovietici che avevano stritolato la “primavera” di Praga. Il Manifesto a Milano aveva trovato una sede &#8211; un paio di stanzoni sgangherati in cui fare riunioni e piazzare telefono e ciclostile – all’interno di un cortilaccio di corso San Gottardo, subito oltre le possenti colonne della Porta Ticinese (a fianco di quella che oggi è la luccicante zona della <em>movida</em> lungo la Darsena e il Naviglio Grande, che allora però non esisteva proprio come <em>movida</em>, era solo una triste fila di bassi edifici mezzi corrosi dall’umidità lungo il canale).<br />
Entrati nel cortile, si saliva la scaletta esterna che portava alla sede del Manifesto, e qualcuno ti aspettava a fianco della stufa non sempre accesa con un gran pacco di volantini appena ciclostilati da andar a distribuire alle migliaia di operai in uscita dai turni dello stabilimento Pirelli del quartiere Bicocca (non c’erano i social-media in quegli anni, e anche la televisione era ancora primordiale e rigidamente governativa, così chi non poteva accedervi comunicava distribuendo scritti, magari roba artigianale poco digeribile, fogli ruvidi fittamente incisi da minuscoli caratteri neri, slabbrati dal ciclostile). Quel qualcuno che ti aspettava di solito aveva una cinquecento o una seicento, dove si caricavano i pacchi di volantini. E poi si partiva verso il nord di Milano, nel buio della notte. Sì, perché la Pirelli della Bicocca andava a ciclo continuo, su tre turni di lavoro, e si trattava di andar a beccare intanto gli operai del turno di notte, che saranno usciti verso le 6.<br />
Devo dire che la mia sensazione era già allora di perfetta inutilità (difatti la mia “militanza” non ha retto più che un paio di anni). Il Manifesto aveva rotto con il partito comunista per questioni di democrazia, e per la indubbia assurdità – ormai appalesata oltre ogni ragionevole dubbio, se mai ce ne erano potuti essere – dell’idea di un’URSS “stato guida”. Ma era rimasto operaista, coltivava cioè un’idea mitica della classe operaia (a volte con passi dai toni lirici, negli articoli che comparivano sul suo giornale). L’idea di una classe operaia vista come vero cuore del sistema industriale, cuore che avrebbe potuto mettersi un giorno, per scelta politica, a battere in un altro modo, aprendo così la via verso la “transizione al socialismo”. E dunque provava, Il Manifesto, ad inondare le fabbriche, in occasione di lotte “interne”, dei suoi volantini con suggerimenti “esterni” sulla linea da seguire (così come tutti gli altri gruppi post-sessantotteschi per altro). Ma la sensazione di inutilità non era soltanto politica.<br />
Arrivavamo noi dunque carichi di volantini, con le prime luci dell’alba, alle varie porte che si aprivano nei lunghissimi muri di cinta, d’una lividezza degna di un quadro “industriale” di Sironi. E tutto era silenzio intorno a noi, tranne un sordo muggire della fabbrica che stava al di là del muro, aromatizzato da qualche acre profumo industriale sparso nell’aria. Poi di colpo, nel giro di qualche minuto, usciva in fretta e furia una incredibile massa: gli operai del turno di notte. E magari qualcuno prendeva anche gentilmente i nostri volantini (erano abituati), ma chiaramente dopo un turno di notte avevano altro per la testa che mettersi a leggerli. Sciamavano via nella impaziente stanchezza della fine-turno, verso la vicina piccola stazione ferroviaria di Greco-Bicocca (proprio dietro l’enorme stabilimento) che li avrebbe riportati alle loro case nell’hinterland nord, o verso il primo caffè di un bar che coordinava i suoi orari con quelli della fabbrica (come tutto il quartiere). Nel volgere di pochi attimi si passava da una attesa sospesa, muta ed immobile, all’inondazione, alla calca incredibile, agli strusciamenti, agli scatti, alla nostra concitazione volantinatoria; fra richiami, qualche urlo, scoppi di risate. E poi di nuovo il silenzio, ed il fievole brontolio che veniva dal di là del muro di cinta. In una luce però già un po’ più intensa, segnale naturale del fatto che il tempo del nostro volantinaggio era già trascorso, avevamo fatto il nostro dovere politico, testimoniato anche da un ammassarsi di volantini per terra fra altre cartacce, che indicavano la traccia delle direzioni prese dalle frotte di operai del turno di notte. Tutto lavoro per gli spazzini, sminuzzato in un grigiore generale, nella polverosità diffusa della Milano dell’epoca, che andava ancora a carbone, gasolio, kerosene e chissà cos’altro.</p>
<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/12/2.-vecchia-Stazione-Ferroviaria-Greco-Bicocca.jpg"><img decoding="async" class="alignnone wp-image-81959" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/12/2.-vecchia-Stazione-Ferroviaria-Greco-Bicocca.jpg" alt="" width="400" height="268" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/12/2.-vecchia-Stazione-Ferroviaria-Greco-Bicocca.jpg 1000w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/12/2.-vecchia-Stazione-Ferroviaria-Greco-Bicocca-300x201.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/12/2.-vecchia-Stazione-Ferroviaria-Greco-Bicocca-768x514.jpg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/12/2.-vecchia-Stazione-Ferroviaria-Greco-Bicocca-250x167.jpg 250w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/12/2.-vecchia-Stazione-Ferroviaria-Greco-Bicocca-200x134.jpg 200w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/12/2.-vecchia-Stazione-Ferroviaria-Greco-Bicocca-160x107.jpg 160w" sizes="(max-width: 400px) 100vw, 400px" /></a><br />
2. Vecchia Stazione Ferroviaria Greco-Bicocca</p>
<p>Ho ritrovato analoghe sensazioni del fuori-fabbrica in un testo degli inizi degli anni Cinquanta, un diario di Ottiero Ottieri, pubblicato oggi col titolo di “<em>La linea gotica</em>”. Nel 1951, descrive una passeggiata a Sesto San Giovanni, con rientro a Milano passando per la Bicocca. Insomma nel tessuto più concentrato della periferia industriale milanese di nord-est, quella periferia che gli sembra un «<em>prolungamento violento della città, disarmonico, nato intorno ad una ferrovia che si avventa in mezzo con fragore, intorno ad una strada dal traffico compatto quasi che il flusso di Milano vi traboccasse accresciuto da una periferia che invece di diradarsi e naturalmente morire nella campagna, ingrossa di nuovo come un bubbone</em>». Prima Ottieri passa davanti alla fonderia Breda, scorrendo lungo un «<em>muro lunghissimo … sopra la muraglia compaiono e stridono le altissime gru a ponte, l’unica attrezzatura industriale che il muro non riesce a nascondere. Tutto il resto è segreto</em>»</p>
<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/12/3.-Sesto.-il-CarroPonte.jpg"><img decoding="async" class="alignnone wp-image-81960" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/12/3.-Sesto.-il-CarroPonte.jpg" alt="" width="400" height="268" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/12/3.-Sesto.-il-CarroPonte.jpg 1000w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/12/3.-Sesto.-il-CarroPonte-300x201.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/12/3.-Sesto.-il-CarroPonte-768x514.jpg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/12/3.-Sesto.-il-CarroPonte-250x167.jpg 250w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/12/3.-Sesto.-il-CarroPonte-200x134.jpg 200w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/12/3.-Sesto.-il-CarroPonte-160x107.jpg 160w" sizes="(max-width: 400px) 100vw, 400px" /></a><br />
3. Sesto. il CarroPonte</p>
<p>(oggi col CarroPonte dell’ex Breda ci hanno fatto un parco archeologico-industriale, serve per farci feste ed eventi vari: concerti pop, spettacoli, raduni, non mancando all’occorrenza neppure uno <em>Street Food Park Village</em>, destinato &#8211; secondo la pubblicità &#8211; a “deliziare il nostro palato”). Poi lo scrittore scende verso Milano, dove annota: «<em>sfila, con un susseguirsi di costruzioni banali, la grande Pirelli. Fra i muri della Breda e della Pirelli, come linea di confine, c’è una stradetta solitaria vuota, da innamorati</em>» (!). Ottieri la prende per spostarsi sull’altro lato della Pirelli, verso la stazione di Greco, ed anche lui ascolta il silenzio, immerso nella solitudine: «<em>la più fitta città industriale della nazione è un deserto. Il lavoro si è risucchiato tutti, dentro i muri, e Stalingrado sembra abbandonata. Non ci sono nemmeno rumori. Soltanto il puzzo di gomma della Pirelli si fa vivo, spia che qualcosa sta succedendo, mescolandosi all’aria grigia, aggiungendosi alla nebbia contro il sole giallastro</em>»<a href="#_ftn1" name="_ftnref1">[1]</a>. Stalingrado &#8211; immagino saprete tutti &#8211; era il soprannome attribuito a Sesto San Giovanni quando l’altissima concentrazione di insediamento operaio produceva esiti elettorali di tipo bulgaro, solo che in Bulgaria era l’effetto del partito unico, a Sesto no: c’era la democrazia, ed erano tutti voti veri, voti ideologicamente rossi. Nel 1997 nei pressi del CarroPonte era stata posta una lapide che diceva «A perenne ricordo di tutti i lavoratori morti a causa dello sfruttamento capitalista. Ora e sempre Resistenza. 24.04.1997 i compagni di lavoro di Sesto San Giovanni». Oggi gli operai di Sesto sono in pensione, dato che le fabbriche hanno chiuso, solo che adesso votano anche loro verde. Non fatevi illusioni: verde Padania. La vecchia Stalingrado è diventata recentemente uno dei posti con percentuali più alte di voto leghista. Insomma il cuore ex operaio si è poi messo a battere in un altro modo, ma non è la transizione al socialismo.</p>
<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/12/4.-Lapide-caduti-lavoro-Sesto.jpg"><img loading="lazy" decoding="async" class="alignnone wp-image-81961" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/12/4.-Lapide-caduti-lavoro-Sesto.jpg" alt="" width="400" height="267" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/12/4.-Lapide-caduti-lavoro-Sesto.jpg 1000w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/12/4.-Lapide-caduti-lavoro-Sesto-300x200.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/12/4.-Lapide-caduti-lavoro-Sesto-768x512.jpg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/12/4.-Lapide-caduti-lavoro-Sesto-250x167.jpg 250w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/12/4.-Lapide-caduti-lavoro-Sesto-200x133.jpg 200w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/12/4.-Lapide-caduti-lavoro-Sesto-160x107.jpg 160w" sizes="auto, (max-width: 400px) 100vw, 400px" /></a><br />
4. Lapide caduti lavoro Sesto</p>
<p>Di fronte alla Breda, Ottieri si commuove trovando in mezzo a quella desolazione industriale qualcosa d’altro:   «<em>In fondo alla strada resiste ancora una bellissima villa, ridotta a cascina, che ha il colore del mattone cotto e filtra l’aria romantica, di miele, delle antiche costruzioni di campagna</em>»<a href="#_ftn2" name="_ftnref2">[2]</a>. È l’antica Villa Torretta, villa di delizia campestre cinquecentesca appartenuta ad alcune delle più potenti famiglie nobili milanesi. Nell’Ottocento veniva a cercarvi rifugio dall’afa cittadina anche il Manzoni, ospite della famiglia Serbelloni-Busca, poi era diventata una semplice cascina, abitata da famiglie di contadini che coltivavano i possedimenti terrieri, oggi in parte rimasti verdi ed assorbiti dal tentacolare Parco Nord sviluppatosi ad ovest dell’edificio, mentre nella parte ad est i campi sono stati fagocitati invece dall’edificazione della grande Sesto San Giovanni novecentesca (arrivata a quasi 100.000 abitanti negli anni Ottanta). I campi sono stati consumati innanzitutto dalla crescita della Breda e di altre industrie, e poi dai nuovi quartieri residenziali adagiatisi intorno alle fabbriche. Nel 1903 la cascina viene acquistata dalla Breda, per farne dormitori per suoi operai, e anche i contadini che vi erano rimasti passano a lavorare in fonderia, ma senza abbandonare del tutto i campi, diventando cioè metalmezzadri. Nel 1963 la comunità di operai di origine contadina che abitava alla Torretta fonda una cooperativa edilizia che costruisce per loro case moderne in altra parte di Sesto, e così la ex-villa resta abbandonata. Oggi, finemente restaurata, è diventata il Grand Hotel Villa Torretta (che si pavoneggia della sua ripristinata loggia di tipo rinascimentale), sul confine municipale fra Sesto e Milano. Di fronte oggi si ritrova il Centro Commerciale Sarca separato dal Grand Hotel dal solo viale Sarca, che da lì si apre verso sud. Era il bordo occidentale della zona industriale della Bicocca, la via “di servizio” delle fabbriche. Chi quella Bicocca non se la ricorda, o non la ha mai vista, la può ancor oggi visitare – magia del cinema – rivedendosi il film di Antonioni “<em>La notte</em>” del 1961, che alla vecchia Bicocca è stato, in parte, girato.</p>
<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/12/5.VillaTorretta.jpg"><img loading="lazy" decoding="async" class="alignnone wp-image-81962" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/12/5.VillaTorretta.jpg" alt="" width="400" height="251" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/12/5.VillaTorretta.jpg 1000w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/12/5.VillaTorretta-300x188.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/12/5.VillaTorretta-768x482.jpg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/12/5.VillaTorretta-250x157.jpg 250w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/12/5.VillaTorretta-200x125.jpg 200w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/12/5.VillaTorretta-160x100.jpg 160w" sizes="auto, (max-width: 400px) 100vw, 400px" /></a><br />
5. VillaTorretta</p>
<p>La lunga scena girata alla Bicocca vecchia maniera è quella del vagabondaggio di Lidia (Jeanne Moreau), nella finzione moglie dello scrittore Giovanni Pontano (Marcello Mastroianni), che annoiatasi alla presentazione dell’ultimo libro del marito, fugge per vagabondare nella Milano in vorticoso processo di modernizzazione (è il primo film italiano in cui i personaggi si lamentano del traffico automobilistico) e poi si fa portare da un taxi proprio alla Bicocca. Antonioni, con la sua concentrazione assoluta sulle immagini (a cui funzionalizza le storie), ci offre così, in questo film, una preziosa testimonianza visiva della Bicocca di quel tempo, salvandola dalla distruzione-creativa degli anni.</p>
<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/12/6.-La-notte.-Jeanne-Moreau.jpg"><img loading="lazy" decoding="async" class="alignnone wp-image-81963" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/12/6.-La-notte.-Jeanne-Moreau.jpg" alt="" width="400" height="242" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/12/6.-La-notte.-Jeanne-Moreau.jpg 625w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/12/6.-La-notte.-Jeanne-Moreau-300x181.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/12/6.-La-notte.-Jeanne-Moreau-250x151.jpg 250w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/12/6.-La-notte.-Jeanne-Moreau-200x121.jpg 200w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/12/6.-La-notte.-Jeanne-Moreau-160x97.jpg 160w" sizes="auto, (max-width: 400px) 100vw, 400px" /></a><br />
6. La notte. Jeanne Moreau</p>
<p>Lidia girovaga in un miscuglio fra periferia industriale ed ex campagna: distributori di benzina, mura di cinta e cancellate, edifici produttivi, depositi a cielo aperto di macerie, campi oggi assorbiti nel Parco Nord (ma ancora riconoscibili) e spazi sterrati dove si scontrano bande di teddy boys. In inquadrature lunghe compaiono anche pezzi dell’apparato industriale: il CarroPonte, un serbatoio Breda, ed una infilata di viale Sarca in cui si riconosce la torre piezometrica. Originariamente serbatoio d’acqua al servizio delle varie industrie, costruita nel 1913 in forme storicistiche che richiamano una torre medioevale, è stata risparmiata dalla demolizione di tutto il resto ed ora fa parte del campus dell’Università della Bicocca e con il suo slancio di 45 m. si pone come punto di riferimento visivo e segno di continuità fra la nuova e la vecchia Bicocca.</p>
<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/12/7.-viale-Sarca-oggi-con-torre-piezometrica.jpg"><img loading="lazy" decoding="async" class="alignnone wp-image-81964" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/12/7.-viale-Sarca-oggi-con-torre-piezometrica.jpg" alt="" width="400" height="268" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/12/7.-viale-Sarca-oggi-con-torre-piezometrica.jpg 1000w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/12/7.-viale-Sarca-oggi-con-torre-piezometrica-300x201.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/12/7.-viale-Sarca-oggi-con-torre-piezometrica-768x514.jpg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/12/7.-viale-Sarca-oggi-con-torre-piezometrica-250x167.jpg 250w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/12/7.-viale-Sarca-oggi-con-torre-piezometrica-200x134.jpg 200w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/12/7.-viale-Sarca-oggi-con-torre-piezometrica-160x107.jpg 160w" sizes="auto, (max-width: 400px) 100vw, 400px" /></a><br />
7. Viale Sarca oggi, con torre piezometrica</p>
<p>La “rigenerazione” del vecchio quartiere industriale in un’area mista di zona universitaria/terziario/ricerca e spazi residenziali – il nuovo «<em>centro storico della periferia diffusa</em>»<a href="#_ftn3" name="_ftnref3">[3]</a> secondo la felice espressione del progettista Vittorio Gregotti &#8211; ha programmaticamente salvato anche altri pezzi di apparato industriale come icone dell’epoca precedente, come vezzeggiate radici del presente potremmo dire: è il caso della ex torre di raffreddamento dello stabilimento Pirelli, ora incastonata nel cuore del nuovo centro direzionale Pirelli progettato dallo studio Gregotti, o del capannone Breda ora trasformato &#8211; lasciandogli la sua riconoscibile forma &#8211; nello spazio espositivo chiamato “Pirelli Hangar Bicocca”. O, ancora, di altri capannoni Breda, d’antico mattone lombardo, ora ristrutturati in sedi per aziende creative.</p>
<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/12/8.-torre-di-raffreddamento-ora-inserita-allinterno-del-Centro-direzionale-Pirelli.jpg"><img loading="lazy" decoding="async" class="alignnone wp-image-81965" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/12/8.-torre-di-raffreddamento-ora-inserita-allinterno-del-Centro-direzionale-Pirelli.jpg" alt="" width="400" height="319" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/12/8.-torre-di-raffreddamento-ora-inserita-allinterno-del-Centro-direzionale-Pirelli.jpg 1000w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/12/8.-torre-di-raffreddamento-ora-inserita-allinterno-del-Centro-direzionale-Pirelli-300x239.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/12/8.-torre-di-raffreddamento-ora-inserita-allinterno-del-Centro-direzionale-Pirelli-768x612.jpg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/12/8.-torre-di-raffreddamento-ora-inserita-allinterno-del-Centro-direzionale-Pirelli-250x199.jpg 250w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/12/8.-torre-di-raffreddamento-ora-inserita-allinterno-del-Centro-direzionale-Pirelli-200x159.jpg 200w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/12/8.-torre-di-raffreddamento-ora-inserita-allinterno-del-Centro-direzionale-Pirelli-160x128.jpg 160w" sizes="auto, (max-width: 400px) 100vw, 400px" /></a><br />
8. Torre di raffreddamento ora inserita all&#8217;interno del Centro direzionale Pirelli</p>
<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/12/9.-ingresso-Pirelli-HangarBicocca.jpg"><img loading="lazy" decoding="async" class="alignnone wp-image-81966" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/12/9.-ingresso-Pirelli-HangarBicocca.jpg" alt="" width="400" height="268" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/12/9.-ingresso-Pirelli-HangarBicocca.jpg 1000w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/12/9.-ingresso-Pirelli-HangarBicocca-300x201.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/12/9.-ingresso-Pirelli-HangarBicocca-768x514.jpg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/12/9.-ingresso-Pirelli-HangarBicocca-250x167.jpg 250w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/12/9.-ingresso-Pirelli-HangarBicocca-200x134.jpg 200w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/12/9.-ingresso-Pirelli-HangarBicocca-160x107.jpg 160w" sizes="auto, (max-width: 400px) 100vw, 400px" /></a><br />
9. Ingresso Pirelli-HangarBicocca</p>
<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/12/10.-padiglioni-ex-Breda-ristrutturati-in-sede-di-imprese-creative.jpg"><img loading="lazy" decoding="async" class="alignnone wp-image-81968" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/12/10.-padiglioni-ex-Breda-ristrutturati-in-sede-di-imprese-creative.jpg" alt="" width="400" height="281" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/12/10.-padiglioni-ex-Breda-ristrutturati-in-sede-di-imprese-creative.jpg 1000w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/12/10.-padiglioni-ex-Breda-ristrutturati-in-sede-di-imprese-creative-300x211.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/12/10.-padiglioni-ex-Breda-ristrutturati-in-sede-di-imprese-creative-768x540.jpg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/12/10.-padiglioni-ex-Breda-ristrutturati-in-sede-di-imprese-creative-250x176.jpg 250w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/12/10.-padiglioni-ex-Breda-ristrutturati-in-sede-di-imprese-creative-200x141.jpg 200w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/12/10.-padiglioni-ex-Breda-ristrutturati-in-sede-di-imprese-creative-160x112.jpg 160w" sizes="auto, (max-width: 400px) 100vw, 400px" /></a><br />
10. Padiglioni ex-Breda ristrutturati in sede di imprese creative</p>
<p>Alla fine Lidia telefona al marito da un chiosco di fronte alla Breda e gli dà appuntamento alla Torretta, ancora cascina scalcinata. Dove Pontano/Mastroianni se ne esce con un «è strano, non è cambiato niente qui», a cui Lidia/Moreau risponde premonitoriamente «cambierà, cambierà molto presto», che sintetizza l’ideologia del film, che a sua volta dà voce allo spirito del tempo.<br />
Se viale Sarca finisce verso nord a Sesto con Villa Torretta, a sud raccoglie ancora dei pezzi della Bicocca d’un tempo. È ancora perfettamente conservato nella sua forma di città-giardino il Borgo Pirelli, anche se molto malandato, gestito com’è dalla agenzia regionale ALER, che non provvede ad un minimo di manutenzione. Si tratta di 27 villette a due piani (con 2 o 4 alloggi) attorniate ciascuna da un proprio piccolo giardino, fatte costruire allo IACP (Istituto Autonomo Case Popolari) dalla Pirelli subito dopo la Prima Guerra Mondiale, per i propri dipendenti “meritevoli”. Completa l’operazione edilizia pirelliana degli anni Venti il “casone”, una palazzina liberty di 4 piani che raccoglieva i negozi necessari al sostentamento degli abitanti, ed ulteriori appartamentini per operai. Al piano terra è ospitato il bar “Tempi Moderni”, che fra aria liberty dell’edificio e nome così altisonante &#8211; rafforzato all’interno da manifesti dell’omonimo film di Charlie Chaplin &#8211; si presenta come un’isola di antica modernità sopravvissuta ad un coetaneo quartiere industriale che invece è stato tutto cancellato.</p>
<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/12/11.Borgo-Pirelli.jpg"><img loading="lazy" decoding="async" class="alignnone wp-image-81969" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/12/11.Borgo-Pirelli.jpg" alt="" width="400" height="268" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/12/11.Borgo-Pirelli.jpg 1000w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/12/11.Borgo-Pirelli-300x201.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/12/11.Borgo-Pirelli-768x514.jpg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/12/11.Borgo-Pirelli-250x167.jpg 250w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/12/11.Borgo-Pirelli-200x134.jpg 200w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/12/11.Borgo-Pirelli-160x107.jpg 160w" sizes="auto, (max-width: 400px) 100vw, 400px" /></a><br />
11.Borgo Pirelli</p>
<p>In fondo al Borgo Pirelli, i “pezzi della Bicocca d’un tempo” stanno frantumati sotto uno strato di terra: è la collina (artificiale) dei ciliegi creata ex novo durante i lavori di rigenerazione del vecchio quartiere industriale, accumulando qui (dove era assolutamente piano), fino a 25 m. d’altezza, i detriti degli abbattimenti, ricoprendoli quindi di terra e piantumandoci sopra una parchetto alberato, punteggiato &#8211; come da nome &#8211; da alberi di ciliegio, che in primavera donano al luogo una delicata fioritura. Dalla cima, verso sud si domina la vista dello <em>skyline</em> di Milano, e sotto, ad est, quella della Nuova Bicocca con le sue sagome gregottiane squadrate, spigolose, ancora tanto razional-novecentesche.<a href="#_ftn4" name="_ftnref4">[4]</a>(così diverse dalle stupefacenze curvilinee della successiva Milano postmoderna, tipo Citylife o Porta Nuova. Tipologie edilizie di cui Gregotti dice che sono concepite come ingrandimento di un oggetto di design, dove non conta più nulla il problema dello spazio fra le cose<a href="#_ftn5" name="_ftnref5">[5]</a>).</p>
<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/12/12.-Collina-dei-ciliegi.jpg"><img loading="lazy" decoding="async" class="alignnone wp-image-81970" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/12/12.-Collina-dei-ciliegi.jpg" alt="" width="400" height="268" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/12/12.-Collina-dei-ciliegi.jpg 1000w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/12/12.-Collina-dei-ciliegi-300x201.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/12/12.-Collina-dei-ciliegi-768x514.jpg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/12/12.-Collina-dei-ciliegi-250x167.jpg 250w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/12/12.-Collina-dei-ciliegi-200x134.jpg 200w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/12/12.-Collina-dei-ciliegi-160x107.jpg 160w" sizes="auto, (max-width: 400px) 100vw, 400px" /></a><br />
12. Collina dei ciliegi</p>
<p>Con le macerie degli edifici delle fabbriche è stato sepolto anche un pezzo di storia del movimento operaio milanese: gli operai Pirelli – ancora quelli della vecchia sede in località Brusada, dove ora c’è il grattacielo Pirelli di Gio Ponti &#8211;  avevano contribuito ai moti contro il prezzo del pane del 1898 (quelli repressi dalle cannonate di Bava Beccaris), poi al biennio rosso con l’occupazione della fabbrica – questa volta già quella alla Bicocca – nel 1920, infine agli scioperi antifascisti del 1943-44 e alla Resistenza, finendo, per il solo sciopero del 23 novembre 1944, in 156 nei campi di concentramento tedeschi. Pace all’anima loro, all’anima generosa del Movimento Operaio (la cosa ci può spiegare il voto verde dei sopravvissuti).</p>
<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/12/13.-veduta-aerea-della-Nuova-Bicocca-foto-presa-dalla-rete-httpwww.urbanistica.unipr_.itcomponentscom_jcustomnewsimgs432generale.JPG-.jpg"><img loading="lazy" decoding="async" class="alignnone wp-image-81971" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/12/13.-veduta-aerea-della-Nuova-Bicocca-foto-presa-dalla-rete-httpwww.urbanistica.unipr_.itcomponentscom_jcustomnewsimgs432generale.JPG-.jpg" alt="" width="400" height="203" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/12/13.-veduta-aerea-della-Nuova-Bicocca-foto-presa-dalla-rete-httpwww.urbanistica.unipr_.itcomponentscom_jcustomnewsimgs432generale.JPG-.jpg 832w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/12/13.-veduta-aerea-della-Nuova-Bicocca-foto-presa-dalla-rete-httpwww.urbanistica.unipr_.itcomponentscom_jcustomnewsimgs432generale.JPG--300x153.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/12/13.-veduta-aerea-della-Nuova-Bicocca-foto-presa-dalla-rete-httpwww.urbanistica.unipr_.itcomponentscom_jcustomnewsimgs432generale.JPG--768x390.jpg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/12/13.-veduta-aerea-della-Nuova-Bicocca-foto-presa-dalla-rete-httpwww.urbanistica.unipr_.itcomponentscom_jcustomnewsimgs432generale.JPG--250x127.jpg 250w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/12/13.-veduta-aerea-della-Nuova-Bicocca-foto-presa-dalla-rete-httpwww.urbanistica.unipr_.itcomponentscom_jcustomnewsimgs432generale.JPG--200x102.jpg 200w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/12/13.-veduta-aerea-della-Nuova-Bicocca-foto-presa-dalla-rete-httpwww.urbanistica.unipr_.itcomponentscom_jcustomnewsimgs432generale.JPG--160x81.jpg 160w" sizes="auto, (max-width: 400px) 100vw, 400px" /></a><br />
13. veduta aerea della Nuova Bicocca (foto presa dalla rete: http: www.urbanistica.unipr.itcomponentscom_jcustomnewsimgs432generale.JPG )</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><a href="#_ftn4" name="_ftnref4"></a></p>
<p><a href="#_ftnref1" name="_ftn1">[1]</a> Ottiero Ottieri, <em>La linea gotica</em> taccuino 1948-1958, Parma, Guanda, 2012, p. 76-78</p>
<p><a href="#_ftnref2" name="_ftn2">[2]</a> Ottiero Ottieri, <em>La linea gotica</em> taccuino 1948-1958, Parma, Guanda, 2012, p. 78</p>
<p><a href="#_ftnref3" name="_ftn3">[3]</a> Vittorio Gregotti, <em>La pratica del progetto urbano nell’area metropolitana, </em>in, <em>Progetto Bicocca 1985-1998</em>, Milano, Skira, 1999, p. 24</p>
<p><a href="#_ftnref4" name="_ftn4">[4]</a> «Siamo … ben consci dei debiti culturali che abbiamo volontariamente contratto con la tradizione del moderno ed in particolare con quella del razionalismo italiano. Un razionalismo del tutto speciale nel quale le cose migliori del movimento del Novecento hanno giocato una parte importante, sia per quanto riguarda la concezione figurativa dello spazio, sia per ciò che concerne la solidità architettonica del costruire» Vittorio Gregotti, <em>Riflessioni del progettista</em> in <em>Trasformazioni a Milano. Pirelli Bicocca direttrice nord-est</em>, Milano, Angeli, 2003, p.22</p>
<p><a href="#_ftnref5" name="_ftn5">[5]</a> <a href="https://www.youtube.com/watch?v=zxRbsoIDhbo">https://www.youtube.com/watch?v=zxRbsoIDhbo</a> , consultato nel: dicembre 2019</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>RASSEGNA FOTOGRAFICA</p>
<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/12/14.-Facciata-UniversitaBicocca-con-opera-Chained.jpg"><img loading="lazy" decoding="async" class="alignnone size-thumbnail wp-image-81972" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/12/14.-Facciata-UniversitaBicocca-con-opera-Chained-150x150.jpg" alt="" width="150" height="150" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/12/14.-Facciata-UniversitaBicocca-con-opera-Chained-150x150.jpg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/12/14.-Facciata-UniversitaBicocca-con-opera-Chained-144x144.jpg 144w" sizes="auto, (max-width: 150px) 100vw, 150px" /></a><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/12/15.1.-passerella.Pirelli-Bicocca-foto-presa-dalla-rete.jpg"><img loading="lazy" decoding="async" class="alignnone size-thumbnail wp-image-81973" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/12/15.1.-passerella.Pirelli-Bicocca-foto-presa-dalla-rete-150x150.jpg" alt="" width="150" height="150" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/12/15.1.-passerella.Pirelli-Bicocca-foto-presa-dalla-rete-150x150.jpg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/12/15.1.-passerella.Pirelli-Bicocca-foto-presa-dalla-rete-144x144.jpg 144w" sizes="auto, (max-width: 150px) 100vw, 150px" /></a><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/12/15.2.-passerella-ora-fra-edifici-delle-facolta-umanistiche-dellUniversità-della-Bicocca.jpg"><img loading="lazy" decoding="async" class="alignnone size-thumbnail wp-image-81974" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/12/15.2.-passerella-ora-fra-edifici-delle-facolta-umanistiche-dellUniversità-della-Bicocca-150x150.jpg" alt="" width="150" height="150" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/12/15.2.-passerella-ora-fra-edifici-delle-facolta-umanistiche-dellUniversità-della-Bicocca-150x150.jpg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/12/15.2.-passerella-ora-fra-edifici-delle-facolta-umanistiche-dellUniversità-della-Bicocca-144x144.jpg 144w" sizes="auto, (max-width: 150px) 100vw, 150px" /></a></p>
<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/12/16.-viale-dellInnovazione.jpg"><img loading="lazy" decoding="async" class="alignnone size-thumbnail wp-image-81975" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/12/16.-viale-dellInnovazione-150x150.jpg" alt="" width="150" height="150" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/12/16.-viale-dellInnovazione-150x150.jpg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/12/16.-viale-dellInnovazione-144x144.jpg 144w" sizes="auto, (max-width: 150px) 100vw, 150px" /></a><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/12/17.angolo-di-edificio-universitario.jpg"><img loading="lazy" decoding="async" class="alignnone size-thumbnail wp-image-81976" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/12/17.angolo-di-edificio-universitario-150x150.jpg" alt="" width="150" height="150" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/12/17.angolo-di-edificio-universitario-150x150.jpg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/12/17.angolo-di-edificio-universitario-144x144.jpg 144w" sizes="auto, (max-width: 150px) 100vw, 150px" /></a><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/12/18.-torre-della-zona-mista.jpg"><img loading="lazy" decoding="async" class="alignnone size-thumbnail wp-image-81977" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/12/18.-torre-della-zona-mista-150x150.jpg" alt="" width="150" height="150" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/12/18.-torre-della-zona-mista-150x150.jpg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/12/18.-torre-della-zona-mista-144x144.jpg 144w" sizes="auto, (max-width: 150px) 100vw, 150px" /></a></p>
<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/12/19.-viale-Piero-e-Alberto-Pirelli.jpg"><img loading="lazy" decoding="async" class="alignnone size-thumbnail wp-image-81978" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/12/19.-viale-Piero-e-Alberto-Pirelli-150x150.jpg" alt="" width="150" height="150" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/12/19.-viale-Piero-e-Alberto-Pirelli-150x150.jpg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/12/19.-viale-Piero-e-Alberto-Pirelli-144x144.jpg 144w" sizes="auto, (max-width: 150px) 100vw, 150px" /></a><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/12/20.edilizia-co-nvenzionata.jpg"><img loading="lazy" decoding="async" class="alignnone size-thumbnail wp-image-81979" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/12/20.edilizia-co-nvenzionata-150x150.jpg" alt="" width="150" height="150" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/12/20.edilizia-co-nvenzionata-150x150.jpg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/12/20.edilizia-co-nvenzionata-144x144.jpg 144w" sizes="auto, (max-width: 150px) 100vw, 150px" /></a><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/12/21.-intreccio-di-livelli-sovrapposti.jpg"><img loading="lazy" decoding="async" class="alignnone size-thumbnail wp-image-81980" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/12/21.-intreccio-di-livelli-sovrapposti-150x150.jpg" alt="" width="150" height="150" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/12/21.-intreccio-di-livelli-sovrapposti-150x150.jpg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/12/21.-intreccio-di-livelli-sovrapposti-144x144.jpg 144w" sizes="auto, (max-width: 150px) 100vw, 150px" /></a></p>
<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/12/22.-congiunzione-fra-vecchia-e-nuova-Bicocca.jpg"><img loading="lazy" decoding="async" class="alignnone size-thumbnail wp-image-81981" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/12/22.-congiunzione-fra-vecchia-e-nuova-Bicocca-150x150.jpg" alt="" width="150" height="150" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/12/22.-congiunzione-fra-vecchia-e-nuova-Bicocca-150x150.jpg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/12/22.-congiunzione-fra-vecchia-e-nuova-Bicocca-144x144.jpg 144w" sizes="auto, (max-width: 150px) 100vw, 150px" /></a><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/12/23.-padiglione-ex-Breda-ristrutturato-in-sede-di-imprese-creative.jpg"><img loading="lazy" decoding="async" class="alignnone size-thumbnail wp-image-81982" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/12/23.-padiglione-ex-Breda-ristrutturato-in-sede-di-imprese-creative-150x150.jpg" alt="" width="150" height="150" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/12/23.-padiglione-ex-Breda-ristrutturato-in-sede-di-imprese-creative-150x150.jpg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/12/23.-padiglione-ex-Breda-ristrutturato-in-sede-di-imprese-creative-144x144.jpg 144w" sizes="auto, (max-width: 150px) 100vw, 150px" /></a><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/12/24.-Edificio-ristrutturato-per-Matematica-e-ScienzadeiMateriali.jpg"><img loading="lazy" decoding="async" class="alignnone size-thumbnail wp-image-81983" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/12/24.-Edificio-ristrutturato-per-Matematica-e-ScienzadeiMateriali-150x150.jpg" alt="" width="150" height="150" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/12/24.-Edificio-ristrutturato-per-Matematica-e-ScienzadeiMateriali-150x150.jpg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/12/24.-Edificio-ristrutturato-per-Matematica-e-ScienzadeiMateriali-144x144.jpg 144w" sizes="auto, (max-width: 150px) 100vw, 150px" /></a></p>
<p>Didascalie delle fotografie (da sinistra a destra e dall&#8217;alto in basso):</p>
<ol start="14">
<li>Facciata principale della Università della Bicocca, con opera “Chained”, di Borondo&amp;Tresoldi</li>
<li>1. Passerella. Pirelli Bicocca (foto presa dalla rete);  15.2. Passerella ora fra edifici delle facoltà umanistiche dell&#8217;Università della Bicocca</li>
<li>Viale dell&#8217;Innovazione</li>
<li>Angolo di edificio universitario</li>
<li>Torre della zona centrale mista</li>
<li>Viale Piero e Alberto Pirelli</li>
<li>Edilizia convenzionata</li>
<li>Intreccio di livelli sovrapposti</li>
<li>Congiunzione fra vecchia e nuova Bicocca</li>
<li>Padiglione ex-Breda ristrutturato in sede di imprese creative</li>
<li>Edificio ristrutturato per  Matematica e Scienza dei Materiali</li>
</ol>
<p>&nbsp;</p>
<p><em>NdR: tutte le fotografie &#8211; tranne le due indicate nelle didascalie &#8211; sono dell&#8217;autore del testo</em></p>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>Nuova edizione dei Manoscritti economico-filosofici di Marx</title>
		<link>https://staging.nazioneindiana.com/2018/05/23/nuova-edizione-dei-manoscritti-economico-filosofici-di-marx/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[andrea inglese]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 23 May 2018 05:13:22 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
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		<category><![CDATA[alienazione]]></category>
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		<category><![CDATA[Manoscritti economico-filosofici del 1844]]></category>
		<category><![CDATA[Peter Kammerer]]></category>
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					<description><![CDATA[di Enrico Donaggio e Peter Kammerer [Il 24 maggio esce in libreria per Feltrinelli una nuova edizione italiana dei Manoscritti. Diversamente dalle traduzioni italiane oggi ancora in commercio, risalenti a molti decenni fa, questa si basa sulla versione più recente e scientificamente verificata degli originali di Marx (MEGA 2). Aggiunge inoltre un nuovo quaderno &#8211; [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><img loading="lazy" decoding="async" class="alignleft size-medium wp-image-74247" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/05/Marx_Manoscritti_def-195x300.jpg" alt="" width="195" height="300" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/05/Marx_Manoscritti_def-195x300.jpg 195w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/05/Marx_Manoscritti_def-768x1182.jpg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/05/Marx_Manoscritti_def-666x1024.jpg 666w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/05/Marx_Manoscritti_def-250x385.jpg 250w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/05/Marx_Manoscritti_def-200x308.jpg 200w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/05/Marx_Manoscritti_def-160x246.jpg 160w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/05/Marx_Manoscritti_def.jpg 1875w" sizes="auto, (max-width: 195px) 100vw, 195px" />di<strong> Enrico Donaggio</strong> e <strong>Peter Kammerer</strong></p>
<p>[Il 24 maggio esce in libreria per Feltrinelli una nuova edizione italiana dei <em>Manoscritti</em>. Diversamente dalle traduzioni italiane oggi ancora in commercio, risalenti a molti decenni fa, questa si basa sulla versione più recente e scientificamente verificata degli originali di Marx (MEGA 2). Aggiunge inoltre un nuovo quaderno &#8211; le <em>Note su James Mill</em> -, dove Marx descrive con grande chiarezza cosa significa produrre in modo umano. Pubblichiamo qui le ultime pagine della postfazione dei curatori.]</p>
<p><span style="color: #ffffff;">.</span></p>
<p><em>Attacco frontale</em></p>
<p><em> </em>L’ampiezza, l’intelligenza e la violenza dell’attacco frontale che i <em>Manoscritti</em> sferrano all’economia politica sono tali da mozzare spesso il fiato. Sviluppatasi tra Seicento e Ottocento per abbattere l’economia feudale e la sua civiltà, questa nuova scienza ha presto rinnegato il suo passato rivoluzionario, i presupposti e la passione critica che l’hanno messa al mondo.<span id="more-74243"></span> L’esame approfondito della natura ideologica dell’economia politica porta Marx a queste conclusioni: a) si tratta di una scienza che rivela, ma al contempo mistifica, la composizione di una società divisa in lavoratori, capitalisti e percettori della rendita fondiaria. Il rapporto tra queste classi sul mercato è un gioco truccato dove la remunerazione del lavoro &#8211; il salario – in ultima istanza è sempre destinata a perdere; b) si tratta di una scienza che si occupa soltanto delle cose, non degli esseri umani. Anzi, che ha come scopo l’”infelicità della società”; infatti “con la <em>valorizzazione</em> del mondo delle cose cresce in proporzione diretta la <em>svalorizzazione</em> del mondo dell’uomo”; c) si tratta infine di una scienza dove “il lavoro compare soltanto sotto forma di <em>attività di guadagno</em>”. Un sapere muto e ostile per quanto riguarda l’attività umana essenziale, incapace perciò di concepire la ricchezza, così come la realizzazione di sé, in un modo che non sia puramente feticistico.</p>
<p>Questa serie di critiche percorre d’ora in poi tutta l’opera di Marx e colpisce alle fondamenta le scienze economiche e sociali moderne. Esse non hanno mai risposto all’attacco frontale marxiano con altrettanto rigore e profondità, limitandosi a riaffermare i propri presupposti, come se una critica denunciata e liquidata come “filosofica” non dovesse interessarle. Di conseguenza il loro ragionamento si è fatto sempre più specialistico e sofisticato, con un ricorso crescente a modelli astratti e formali che nascondono un progressivo allontanamento dalla società e dai suoi problemi. Una specie di beata impotenza accademica &#8211; in particolare dopo il 1989 &#8211; mentre tutto intorno riaffiorano ed esplodono i vecchi problemi del capitalismo come forma di vita, come modo di produrre e di esistere globale e apparentemente senza alternative. Questioni mai risolte, benché già trattate da Smith, Malthus, Ricardo, Mill: gli economisti classici che Marx qui critica a fondo.</p>
<p>Questo fatto conferisce ai <em>Manoscritti</em> una singolare e urgente attualità. Ma invano si cercherebbe un confronto con le loro pagine nel dibattito contemporaneo, ricco ma pure sconclusionato, sulla “fine del lavoro” &#8211; una profezia che viene rimessa in circolo, più o meno con gli stessi argomenti, in ogni epoca di metamorfosi radicale di questa fondamentale attività umana. E lo stesso vale per il dibattito sulle crescenti disuguaglianze tra ricchi e poveri; sui limiti ferrei di una politica di riforme che hanno gettato in una crisi profonda le socialdemocrazie europee; sull’impatto brutale delle nuove tecnologie che rivoluzionano in modo apparentemente inarrestabile stili e condizioni di vita producendo negli individui e nella società scompiglio e insicurezza; sulle distruzioni irreversibili della natura e del passato.</p>
<p>Proliferano infatti oggi patologie sociali che i <em>Manoscritti</em> hanno descritto, nelle pagine penetranti, non sempre difficili e perfino commoventi, sull’estraniazione e sull’alienazione. Una diagnosi sino a pochi decenni fa talmente inflazionata da risultare sfibrata e inservibile, e che oggi solo poche voci isolate cercano di riscattare dall’oblio. Una critica &#8211; questo è il suo grande merito – che cerca di andare alla radice di una miseria del mondo moderno che viene apparentemente negata da incredibili progressi nel “mondo delle cose” e da un modello del tutto specifico di sviluppo economico.</p>
<p>Non si tratta qui di fare del facile pessimismo culturale, un atteggiamento psico-politico al quale, del resto, i <em>Manoscritti</em> non concedono spazio alcuno. Va invece ammesso e meglio indagato il fallimento della speranza comunista che Marx aveva riposto nel movimento dei lavoratori: quella di poter imporre con la loro prassi e le loro lotte una nuova economia politica basata sulla liberazione del lavoro e sulla soppressione della proprietà privata. Una speranza che, con il Novecento alle spalle, si può considerare fallita ovunque &#8211; in Occidente, in Unione Sovietica, in Cina &#8211; nonostante gli sforzi enormi che hanno segnato la storia del secolo scorso.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><em>La radice di ogni cosa</em></p>
<p>Alla radice del mondo moderno sta la proprietà privata. Il suo movimento segna e compie la storia umana. Questo concetto è il nodo centrale che – dal punto di vista filosofico come da quello politico &#8211; divide i comunisti da tutti gli altri movimenti socialisti e riformatori. La proprietà privata, per Marx, non riguarda tanto le cose e il loro regolamento giuridico, quanto l’ordine materiale e sociale della produzione, la separazione dei lavoratori prima dalla terra, poi dal capitale e la loro subordinazione al comando dei proprietari dei mezzi di produzione. Solo la soppressione di questa dipendenza potrà liberare il lavoro per farne la “proprietà attiva” di chi lo svolge. Per questa ragione la necessità di superare il lavoro salariato percorre come un filo rosso i <em>Manoscritti</em> e, da quel momento in poi, tutta l’opera di Marx.</p>
<p>È quasi superfluo notare che, a livello mondiale, nessuna forza politica oggi scrive sulle proprie bandiere la richiesta della soppressione della proprietà privata. Circostanza che fa capire quanto fuori luogo, e dunque difficili o addirittura incomprensibili, possano risultare ai nostri giorni i <em>Manoscritti</em>. Eppure la questione rimane di capitale importanza. Poiché concerne non solo l’esclusione di masse crescenti dal mercato del lavoro o la loro condanna a una precarietà degradante, ma la capacità degli uomini di decidere coscientemente non solo come si producono le cose, ma anche con quali tecnologie e che cosa si produce.</p>
<p>Una scienza economica che affida decisioni di questa portata alle forze anonime ed estraniate del denaro e del mercato non potrà mai risolvere questo problema capitale in modo umano. Trattare infatti il lavoro soltanto nella forma di un’attività retribuita, di mera fonte di guadagno, significa astrarre dalla sua natura reale e complessa. Considerarlo esclusivamente in questa prospettiva &#8211; renderlo cioè compatibile con il mercato &#8211; implica ridurre l’essere umano a <em>homo oeconomicus:</em> il mostro dell’economia politica che Mary Shelley descrive nel suo <em>Frankenstein</em>, pubblicato non a caso nel 1818, un anno dopo <em>On the Principles of Political Economy and Taxation </em>di David Ricardo.</p>
<p>Una scienza e una società che ignorano cosa sia il lavoro realmente umano – il tema sottotraccia di tutti i <em>Manoscritti</em> &#8211; non potranno mai risolvere le questioni brucianti del non lavoro, della precarietà, dell’esclusione dal mercato, della realizzazione di un’esistenza piena e dignitosa. Per Marx il lavoro è un processo attivo e cosciente tra l’uomo e la natura per produrre gli oggetti necessari alla vita. E, nel corso della storia, l’uomo stesso. Sulla base di questo postulato, nel manoscritto su James Mill, egli può chiedersi: cosa significa produrre “in quanto uomini”? Domanda che a un economista moderno non potrebbe mai venire in mente, interrogativo destinato quindi a non avere risposta da parte della religione del nostro tempo. Sorprendente è invece quanto afferma Marx, contraddicendo non poco l’immagine che di lui si è imposta: il lavoro che realizza l’essenza dell’uomo è godimento e amore.</p>
<p>Questo risultato &#8211; secondo i <em>Manoscritti</em> – sta alla fine della strada intrapresa dall’umanità lungo la storia. Una meta raggiungibile solo mediante l’affermazione e la soppressione della proprietà privata dei mezzi di produzione, un’oggettivazione dell’uomo che diventa estraneazione e alienazione, la perdita completa e un ritorno dell’uomo a se stesso. La realizzazione dell’essenza umana tramite il lavoro prevede dunque che si produca prima il suo contrario, cioè un mondo irreale e disumanizzato.</p>
<p>Questo pensiero, sorto da una fede nella dialettica, si è rivelato una speranza continuamente mortificata, deviata, ingannata dalla nostra storia recente. La strada della disalienazione pare sempre più ardua, quando non sbarrata una volta per sempre. La vecchia questione filosofica della vita buona e della felicità &#8211; come quella altrettanto antica del rapporto tra lavoro e libertà &#8211; si pongono dunque oggi in forme inedite. I <em>Manoscritti economico-filosofici</em> ci costringono a fare chiarezza su questi problemi inaggirabili. Continuando a sperare che nella terra di nessuno tra una realtà di fatto, che s’impone come l’unica possibile senza alternative, e una realtà sconfitta, che prometteva di realizzare la vera essenza dell’uomo, si trovino ancora giacimenti di nuove energie rivoluzionarie.</p>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>La conferenza di Roma sul comunismo: 18-22 gennaio</title>
		<link>https://staging.nazioneindiana.com/2017/01/10/la-conferenza-roma-sul-comunismo-18-22-gennaio/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[andrea inglese]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 10 Jan 2017 14:00:30 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[Conferenze, workshop, una tavola rotonda, un’assemblea finale e una mostra. La storia dei comunismi realizzati e immaginati, delle loro vittorie e delle loro sconfitte. Il Capitale contemporaneo. I comunisti di oggi e le loro pratiche. Il potere, lo Stato, il governo. L’estetica comune, il comunismo estetico, della “sensibilità”. Pensatori, ricercatori, attivisti da tutto il mondo [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><img loading="lazy" decoding="async" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/01/0-300x300.png" alt="0" width="300" height="300" class="aligncenter size-medium wp-image-66648" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/01/0-300x300.png 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/01/0-150x150.png 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/01/0-60x60.png 60w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/01/0-144x144.png 144w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/01/0.png 600w" sizes="auto, (max-width: 300px) 100vw, 300px" /></p>
<p><em>Conferenze, workshop, una tavola rotonda, un’assemblea finale e una mostra</em>.</p>
<p>La storia dei comunismi realizzati e immaginati, delle loro vittorie e delle loro sconfitte. Il Capitale contemporaneo. I comunisti di oggi e le loro pratiche. Il potere, lo Stato, il governo. L’estetica comune, il comunismo estetico, della “sensibilità”. Pensatori, ricercatori, attivisti da tutto il mondo riuniti nel centenario della Rivoluzione d’Ottobre, per cinque giorni a Roma.<span id="more-66645"></span></p>
<p><strong>Con Étienne Balibar, Riccardo Bellofiore, Franco Berardi “Bifo”, Maria Luisa Boccia, Manuela Bojadžijev, Bruno Bosteels, Mario Candeias, Luciana Castellina, Pierre Dardot, Jodi Dean, Terry Eagleton, Marcelo Exposito, Silvia Federici, Roberto Finelli, Claire Fontaine, Michael Hardt, Augusto Illuminati, Christian Laval, Christian Marazzi, Giacomo Marramao, Morgane Merteuil, Sandro Mezzadra, Antonio Negri, Brett Neilson, Ceren Özselçuk, Alexei Penzin, Kaushik Sunder Rajan, Jacques Rancière, Saskia Sassen, Peter Thomas, Enzo Traverso, Mario Tronti, Marcel van der Linden, Manuel Borja-Villel, Paolo Virno, Slavoj Zizek…</strong></p>
<p>Dal 18 al 22 gennaio a Roma, ospiti di ESC – Atelier Autogestito e della Galleria Nazionale di Arte Moderna. Ogni giornata vedrà alternarsi una conferenza principale e un workshop, per ognuno dei cinque temi principali che strutturano l’evento.</p>
<p>Programma, materiali, motivazioni, sul sito: <a href="http://www.communism17.org/it/">www.communism17.org/it/</a></p>
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		<title>Toujours Charlie? Riflessioni e testimonianze un mese dopo gli attentati di Parigi.</title>
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		<dc:creator><![CDATA[andrea inglese]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 09 Feb 2015 13:00:16 +0000</pubDate>
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		<category><![CDATA[Youssef Rakha]]></category>
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					<description><![CDATA[[Riproponiamo oggi uno speciale apparso su alfabeta2 a un mese dagli eccidi di Parigi. Abbiamo raccolto alcune voci e privilegiato alcuni aspetti, convinti non solo che non sia facile dare una lettura univoca di quegli eventi, ma che non sia neppure necessario. In Francia, intanto, analisi e discussioni continuano, e non solo su legislazioni antiterrorismo [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/02/ob_787472_libreinfo-double-peine-pour-charlie.jpg"><img loading="lazy" decoding="async" class="aligncenter size-medium wp-image-50950" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/02/ob_787472_libreinfo-double-peine-pour-charlie-300x227.jpg" alt="ob_787472_libreinfo-double-peine-pour-charlie" width="300" height="227" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/02/ob_787472_libreinfo-double-peine-pour-charlie-300x227.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/02/ob_787472_libreinfo-double-peine-pour-charlie.jpg 661w" sizes="auto, (max-width: 300px) 100vw, 300px" /></a></p>
<p><em>[Riproponiamo oggi uno speciale apparso su <a title="lo speciale su alfabeta2" href="http://www.alfabeta2.it/2015/02/07/toujours-charlie/" target="_blank">alfabeta2</a> a un mese dagli eccidi di Parigi. Abbiamo raccolto alcune voci e privilegiato alcuni aspetti, convinti non solo che non sia facile dare una lettura univoca di quegli eventi, ma che non sia neppure necessario. In Francia, intanto, analisi e discussioni continuano, e non solo su legislazioni antiterrorismo e sul potenziale nemico interno, ma anche sulla segregazione sociale e razziale che mina la &#8220;République&#8221; ben più in profondità degli occasionali massacri realizzati da un piccola minoranza di adepti dell’idiozia e del fascismo di marca religiosa. Articoli di </em><em><strong>Badiou</strong>, <strong>Inglese</strong>, <strong>Donaggio</strong>,<strong> Buffoni</strong>, <strong>Rakha</strong>, <strong>Gallo Lassere</strong></em>. a. i.]<span id="more-50876"></span></p>
<p><strong>Alain Badiou</strong><br />
<em>Il Rosso e il Tricolore</em></p>
<p>• <strong>Sfondo: la situazione mondiale</strong>.<br />
Oggigiorno, il mondo è totalmente investito dal capitalismo globale, sottomesso ai dettami dell’oligarchia internazionale e asservito all’astrazione monetaria come unica figura riconosciuta dell’universalità. Viviamo in un periodo di transizione molto difficile, che separa la fine della seconda tappa storica dell’Idea comunista (la costruzione indifendibile, terrorista, di un “comunismo di Stato”) dalla terza tappa (il comunismo come realizzazione politica, adatta al reale, dell’“emancipazione dell’umanità intera”). In questo contesto, si è insediato un mediocre conformismo intellettuale; una sorta di rassegnazione al contempo lamentevole e soddisfatta, che accompagna l’assenza di ogni futuro altro, ovvero la ripetizione dispiegata di ciò che già c’è. [<strong>Continua a leggere ⇨ <a title="Alain Badiou: Il Rosso e il Tricolore" href="http://www.alfabeta2.it/?p=8743" target="_blank">www</a>, <a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/02/Alain-Badoiu-Il-rosso-e-il-tricolore.pdf" target="_blank">pdf</a></strong>]</p>
<p><strong>Andrea Inglese</strong><br />
<em>Note su “Io sono Charlie” e il suo contraltare</em></p>
<p><em>1. Identificazioni</em><br />
Sei <em>Charlie</em> o non sei<em> Charlie</em>? In definitiva, parrebbe sia questa la forma logica, in cui si è espressa la nostra esperienza degli attentati di Parigi, nel corso dei quali sono state ammazzate tra il 7 e il 9 gennaio venti persone, venti cittadini francesi, inclusi i tre attentatori. L’elaborazione del trauma si è concentrata, ad un certo punto, sulla necessità di identificarsi o meno con <em>Charlie Hebdo</em>. Intorno a quest’identificazione o al suo rifiuto ha finito col ruotare una parte rilevante del dibattito politico nato da quegli avvenimenti. Alcuni fenomeni importanti, però, da un punto di vista sociale, si sono situati probabilmente altrove, laddove non erano in questione identificazioni, ma altre forme più articolate di adesione e testimonianza. E proprio in ragione del loro potenziale semantico non riconducibile a un identificante semplice, tali fenomeni sono stati spesso malintesi. [<strong>Continua a leggere ⇨ <a title="Andrea Inglese: Note su Io sono Charlie e il suo contraltare" href="http://www.alfabeta2.it/2015/02/07/note-su-io-sono-charlie-e-il-suo-contraltare/" target="_blank">www</a>, <a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/02/Note-su-Io-sono-Charlie-e-il-suo-contraltare-Andrea-Inglese.pdf" target="_blank">pdf</a></strong>]</p>
<p><strong>Enrico Donaggio</strong><br />
<em>Compagni di niente</em></p>
<p>Ho passato una giornata intera attaccato al computer come a un polmone d&#8217;acciaio, seguendo l&#8217;evolversi dei “fatti di Parigi”, un brutto personaggio di un brutto film di Altman. Mi sono preoccupato per gli amici che vivono in quella città, che sento anche un po&#8217; mia. Ho avvertito la violenza di un colpo che questa volta toccava noi, quelli più o meno come me, di cui qualcosa mi importa. Non gli altri, loro, alla cui dimenticanza, silente ma iperattiva, dedico ogni secondo della mia vita: rumore bianco, sporco lavoro di sfondo di un antivirus che non si vede, ma che divora energia e memoria. Ho scritto “Je suis Charlie” su di un sito e mi è spiaciuto non andare alla manifestazione dove tutti si sentivano Charlie. [<strong>Continua a leggere ⇨ <a title="Enrico Donaggio: Compagni di niente" href="http://www.alfabeta2.it/2015/02/07/compagni-di-niente/" target="_blank">www</a>, <a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/02/Compagni-di-niente-Enrico-Donaggio.pdf" target="_blank">pdf</a></strong>]</p>
<p><strong>Franco Buffoni</strong><br />
<em>Da Charlie a Adonis</em></p>
<p>[Questo pezzo è una risposta unica a due domande che ho inviato a Franco Buffoni in seguito agli attentati di Parigi. <em>a. i.</em>]</p>
<p><em>Che lettura complessiva dai del modo in cui l’opinione pubblica italiana ha parlato non solo dell’attacco terroristico in sé, ma soprattutto della reazione della popolazione francese a sostegno di un giornale di satira come “Charlie Hebdo”? Quell’idea di laicità rivendicata da una fetta importante della popolazione francese è una particolarità nazionale, una sorta di storica idiosincrasia del popolo francese, o riguarda più generalmente i principi dell’uguaglianza in una società che si vorrebbe democratica?</em> [<strong>Continua a leggere ⇨ <a title="Franco Buffoni: Da Charlie a Adonis" href="http://www.alfabeta2.it/2015/02/07/da-charlie-adonis/http://" target="_blank">www</a>, <a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/02/Da-Charlie-a-Adonis-Franco-Buffoni.pdf" target="_blank">pdf</a></strong>]</p>
<p><strong>Youssef Rakha </strong><br />
<em>Chi c…. è Charlie?</em></p>
<p>Il solo pensare di contribuire al dibattito su Charlie Hebdo è di per sé problematico. È problematico perché, sia in quanto tragedia pubblica sia in quanto difesa della libertà creativa, questo evento ha assunto proporzioni gigantesche. È problematico perché si è trattato di un tutti-contro-tutti moralistico: esprimere solidarietà significa trascurare il contesto, abdicare al senso della tua relazione con la vittima “oggetto” del consenso e, in ultimo, diventare un hashtag. È problematico soprattutto perché trasforma un crimine, dalle minime proporzioni al di fuori della Francia, in un tropo culturale. [<strong>Continua a leggere ⇨ <a title="Youssef Rakha: Chi c… è Charlie?" href="http://www.alfabeta2.it/2015/02/07/chi-c-e-charlie/" target="_blank">www</a>, <a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/02/Youssef-Rakha-Chi-c-è-Charlie.pdf" target="_blank">pdf</a></strong>]</p>
<p><strong>Davide Gallo Lassere</strong><br />
<em>Oltre Charlie</em></p>
<p>Questo testo si propone una rassegna parziale delle analisi più interessanti prodotte durante queste settimane in Francia al fine di orientarsi nei recenti fatti di Parigi. Sebbene questi ultimi si prestino a essere osservati da una pluralità di prospettive, la domanda prioritaria da porsi mi pare quella concernente i processi di soggettivazione che hanno condotto a tali deviazioni identitarie. Didier Fassin, professore a Princeton e autore di un importante studio antropologico sul ruolo della polizia nei quartieri popolari, non ha dubbi al riguardo: è la stessa società francese – con le sue politiche urbane, sociali e scolastiche, oltre a quelle securitarie e penitenziarie – ad aver generato ciò che essa ritiene un’infame mostruosità (Didier Fassin su <a title="Didier Fassin: Notre société a produit ce qu’elle rejette aujourd’hui comme une monstruosité infâme" href="http://www.lemonde.fr/idees/article/2015/01/15/notre-societe-a-produit-ce-qu-elle-rejette-aujourd-hui-comme-une-monstruosite-infame_4557235_3232.html" target="_blank">Le Monde</a>). [<strong>Continua a leggere ⇨ <a title="Davide Gallo Lassere: Oltre Charlie" href="http://www.alfabeta2.it/2015/02/07/oltre-charlie/" target="_blank">www</a>, <a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/02/Oltre-Charlie-Davide-Gallo.pdf" target="_blank">pdf</a></strong>]</p>
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		<title>L’italiano vero e l’omosessuale</title>
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		<dc:creator><![CDATA[silvia contarini]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 10 Aug 2013 07:04:05 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[indiani]]></category>
		<category><![CDATA[Comunismo]]></category>
		<category><![CDATA[Curzio Malaparte]]></category>
		<category><![CDATA[disprezzo donna]]></category>
		<category><![CDATA[libertà sessuale]]></category>
		<category><![CDATA[omosessualità]]></category>
		<category><![CDATA[Silvia Contarini]]></category>
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					<description><![CDATA[di Silvia Contarini Quando nel 2010 uscì la biografia di Maurizio Serra su Curzio Malaparte, recensendola sul Sole 24 ore, Emilio Gentile si augurava che essa fosse definitiva, ossia tale da “consentire di proseguire l&#8217;esame critico dello scrittore senza doversi porre nuovamente le domande alternative sull&#8217;uomo”. Non conosco gli studi critici più recenti sull’opera di [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Silvia Contarini</strong></p>
<p>Quando nel 2010 uscì la biografia di Maurizio Serra su Curzio Malaparte, recensendola sul Sole 24 ore, Emilio Gentile si augurava che essa fosse definitiva, ossia tale da “consentire di proseguire l&#8217;esame critico dello scrittore senza doversi porre nuovamente le domande alternative sull&#8217;uomo”. Non conosco gli studi critici più recenti sull’opera di Malaparte per sapere se l’augurio di Gentile abbia avuto seguito; mi chiedo in particolare se <i>Mamma marcia</i> sia stato oggetto di attente letture. Perché mi è capitata fra le mani l’edizione originale di questo  libro pubblicato postumo (Vallecchi 1959), un “romanzo” nelle intenzioni di Malaparte, un insieme composito di testi nel volume edito a cura di Enrico Falqui. Buona parte dei due capitoli finali, intitolati <i>Lettera alla gioventù italiana</i> e <i>Sesso e libertà</i>, sono dedicati a quella che Malaparte chiama “epidemia di inversione sessuale”. L’ossessione era già presente nella <i>Pelle</i>, ma Malaparte sviluppa qui, su decine di pagine, una complicata e a tratti contraddittoria tesi: nella marcescenza generalizzata dell’Europa, si assisterebbe al diffondersi della “corruzione omosessuale”, che non sarebbe il prodotto della guerra, della decadenza borghese, né un “morbo fisiologico”: sarebbe un fatto politico-culturale-psicologico, una reazione alla mancanza di libertà: “In sostanza – scrive Malaparte – lo Stato moderno, tirannico, totalitario, la tirannia sotto tutti i suoi aspetti, genera l’omosessualità”. L’omosessualità è “difesa contro la tirannia […] reazione inconscia alla mancanza di libertà”. Malaparte non si riferisce a personalità come Gide o Proust, ma a un tipo di gioventù comune in tutta l’Italia e in tutta l’Europa, a quello che considera un fenomeno dilagante, prima e dopo la guerra (“Dall’America era sbarcata in Europa una folla enorme di omosessuali di ogni classe sociale”). Non che tutti i giovani fossero pederasti, riconosce Malaparte, “quel che conta è che si atteggiassero tutti a pederasti”; si riferisce soprattutto ai maschi, ma sono incluse le femmine. Malaparte dice di provare una “avversione istintiva” per gli omosessuali, di aver sempre evitato la loro compagnia “sgradevolissima”, del resto per parlare dell&#8217;omosessualità usa espressioni come “focolaio d’infezione”. Si sofferma soprattutto sulle “ostentate tendenze comuniste nei giovani omosessuali” che lo preoccupano molto: per “salvare” i giovani da questa “aberrazione”,già negli anni ’39-’40 avrebbe voluto dedicare un numero della rivista <i>Prospettive</i> al tema “Pederastia e marxismo”; ne viene dissuaso da Moravia e Guttuso, dice, perché, in quel tempo, il comunismo era una forza antifascista e non la si doveva discreditare. Malaparte spiega poi che i fascisti hanno tentato di attribuire agli ebrei la “tendenza dei giovani al Comunismo e all’omosessualità […] forse anche per trovar ragioni efficaci all’antisemitismo ufficiale”, affrettandosi a precisare, per essere onesti, dice, come l&#8217;accusa fosse ingiusta dato che “gli Ebrei italiani sono stati, fino al 1938, ferventi fascisti nella quasi totalità”. Insomma, per Malaparte, da qualunque parte stia, “l’omosessuale è sempre da temersi, da diffidarne”; e “quando si farà la storia del ‘collaborazionismo’ europeo, si vedrà che la maggioranza degli omosessuali ne facevano parte”. Perfino la ribellione di Roehm contro Hitler viene spiegata come una reazione sessuale inconscia del pederasta Roehm contro la tirannia.</p>
<p>Sarei tentata di liquidare quanto sopra come deliri di un Malaparte fascista e omofobo, deliri che appartengono a un passato senza incidenza su noi e i nostri tempi. Mi sembra troppo semplice. Intanto, perché Malaparte gode fama di intellettuale addirittura prototipico, “arcitaliano”, un “italiano vero malgrado l’Italia” lo definisce Giordano Bruno Guerri, il quale vede gli intellettuali e gli italiani in un modo che mi ricorda tanto il “brava gente”: compiacimento e tolleranza per un popolo di simpaticoni e furbi dei quali si tollera l’intollerabile (<a href="http://www.ilgiornale.it/news/curzio-malaparte-italiano-vero-malgrado-litalia.html">http://www.ilgiornale.it/news/curzio-malaparte-italiano-vero-malgrado-litalia.html</a>)</p>
<p>E poi perché da alcune rappresentazioni, da certi qualificativi, viene fuori qualcosa di rivelatore. Per esempio, Malaparte descrive così il comportamento dei giovani che si fanno tentare da comunismo e omosessualità: “Al disprezzo dichiarato per la donna, si accompagnava in loro una tendenza assai chiara a vivere in compagnie femminili, a considerare la donna come una compagna, una camerata, e a dilettarsi della sua compagnia senza sottintesi di natura sessuale, come appunto è proprio degli omosessuali”. Disprezzare la donna, insomma, significa non farla oggetto di attenzioni sessuali, trattarla alla pari, oserei dire considerarla uguale, cosa che un uomo vero – italiano vero – non farebbe mai; l’omosessuale invece sì. D&#8217;altronde, l’omosessuale viene aborrito proprio perché si femminilizza, occhi languidi, gesti lenti, movenze femminee, debolezza: “la morale effeminata è la morale dei deboli”. Correlativamente, la donna coraggiosa di fronte al pericolo “si mascolinizza, si virilizza per meglio lottare”. In altri termini, ci sono caratteri femminili (debolezza, languore, corruzione, passività, gelosia) che si addicono alla donna e caratteri maschili (forza, coraggio etc.) che si addicono all’uomo; l’indistinzione e la confusione di genere sono un’aberrazione da combattere.</p>
<p>Formulate così le cose, siamo sicuri che Malaparte sia un caso isolato? Che rappresenti un passato ormai superato? Maurizio Serra, commentando l’amalgama di Malaparte tra comunismo e omosessualità, ricorda che in realtà, a quei tempi era diffusa l&#8217;idea che il socialismo avrebbe sconvolto la morale borghese e permesso ogni libertà sessuale: alla repulsione dell’indistinzione sessuale si affiancava il terrore della libertà sessuale. Oddio: tutti liberi di aver l’orientamento e il comportamento sessuale di predilezione! oddio, ruoli e prerogative potevano ribaltarsi! Si capisce meglio la repulsione dei “veri italiani”, quelli di ieri e quelli di oggi.</p>
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		<title>Biografia anelastica di Felice Chilanti (1914-1982)</title>
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		<dc:creator><![CDATA[davide orecchio]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 03 Apr 2013 14:27:49 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[di Davide Orecchio (Qualche anno fa ho scritto una breve biografia di Felice Chilanti. Adesso l’ho riscritta e la ripropongo qui. Per chi non la conoscesse, è una storia interessante. Un giovane fascista che provò a uccidere Ciano. Un comunista che raccontò i crimini di Stalin. Nello stesso uomo. Chilanti fu, soprattutto, un grande giornalista. [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><img loading="lazy" decoding="async" class="aligncenter size-large wp-image-45277" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/03/chilanti01-1024x574.jpg" alt="chilanti01" width="700" height="392" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/03/chilanti01-1024x574.jpg 1024w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/03/chilanti01-300x168.jpg 300w" sizes="auto, (max-width: 700px) 100vw, 700px" /></p>
<p>di <strong>Davide Orecchio</strong></p>
<p><i>(Qualche anno fa ho scritto una breve biografia di Felice Chilanti. Adesso l’ho riscritta e la ripropongo qui. Per chi non la conoscesse, è una storia interessante. Un giovane fascista che provò a uccidere Ciano. Un comunista che raccontò i crimini di Stalin. Nello stesso uomo. Chilanti fu, soprattutto, un grande giornalista. Scoprì la mafia dei corleonesi, che risposero con una bomba al tritolo. Ma non fu la mafia a ucciderlo)<span id="more-45276"></span></i></p>
<p><strong>IL GIORNO</strong>, il mese, l’anno. Il ventidue. Marzo. Mille novecento quarantadue. Galeazzo Ciano. Un diario. Lo scrupolo. La nota. La memoria nella cartuccia sull’inchiostro lungo la penna per sgorgare sulla pagina. Il diario come un pannolino per assorbire eiezioni di memoria. Essiccamenti di memoria riciclabile destinata ai posteri: di Galeazzo Ciano. L’ha “chiamato al telefono un giovanotto”. Ricorda, imprime, si preoccupa. Per dirgli cosa? Che la sua vita è in pericolo. La vita del figlio del regime, genero del. Regime. La vita di Ciano. Il confidente (attraverso la memoria, l’inchiostro, la pagina) rivela che “un giornalista, tal Felice Chilanti”, l’ha avvicinato e invitato al banchetto dei cospiratori nel “movimento rivoluzionario” che si propone di</p>
<p>&nbsp;</p>
<blockquote>
<p style="text-align: left;">“eliminare</p>
<p style="text-align: right;">gli elementi di destra<br />
e conservatori</p>
<p style="text-align: justify;">del Partito</p>
<p style="text-align: right;">e</p>
<p>di imporre</p>
<p style="text-align: right;">al Duce</p>
<p>una</p>
<p style="text-align: right;">energica</p>
<p>politica</p>
<p style="text-align: right;">socialista”.</p>
</blockquote>
<p>&nbsp;</p>
<p>“Tutto era previsto: attacco, arresto dei ministri, morte di Ciano” per interrompere lo sperma del potere ma sulla pagina l’inchiostro rassicura l’Io, non i posteri:</p>
<p>&nbsp;</p>
<blockquote><p>“Con un po’ di confino</p>
<p style="text-align: right;">o anche di carcere</p>
<p>l’ardore</p>
<p style="text-align: right;">di questi giovani</p>
<p>verrà raffreddato.</p>
<p style="text-align: right;">Però</p>
<p>non si può fare a meno</p>
<p style="text-align: right;">di chiedersi:<br />
perché tutto questo?</p>
<p>Non potrebbe trattarsi</p>
<p style="text-align: right;">di un inizio</p>
<p>di antifascismo?”</p></blockquote>
<p><i> <img loading="lazy" decoding="async" class="aligncenter size-large wp-image-45278" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/03/chilanti02-1024x619.jpg" alt="chilanti02" width="700" height="423" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/03/chilanti02-1024x619.jpg 1024w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/03/chilanti02-300x181.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/03/chilanti02.jpg 1720w" sizes="auto, (max-width: 700px) 100vw, 700px" /></i></p>
<p>L’episodio, il perno attorno al quale ruota la giostra. Sta in mezzo a un’esistenza e la spiega. Quella che successe, quella che accadrà. Nell’ultimo atto. Del fascismo. Un cospiratore. Fascista che vuole uccidere fascisti. Antifascista? Neanche lui sa la risposta. Ancora no.</p>
<p>Ventotto anni fa. Nell’Alto Polesine. È nato. Da contadini, braccianti. Mangia carne tre volte l’anno. Spesso ha la famiglia</p>
<p>&nbsp;</p>
<blockquote><p>«senza pane,</p>
<p style="text-align: right;">né crusca</p>
<p>per il maiale</p>
<p style="text-align: right;">né granturco</p>
<p>per anatre e galline».</p></blockquote>
<p>&nbsp;</p>
<p>La sua casa d’infanzia.</p>
<p>&nbsp;</p>
<blockquote><p>«Nere travi</p>
<p style="text-align: right;">sopra i nostri sacconi</p>
<p>pieni di foglie</p>
<p style="text-align: right;">di granturco</p>
<p>e le lenzuola</p>
<p style="text-align: right;">gialle di canapa</p>
<p>tessute al telaio</p>
<p style="text-align: right;">dalla nonna malata.»</p>
<p style="text-align: right;">
</blockquote>
<p>&nbsp;</p>
<p>Il clima: la denutrizione, l’odore di sterco campestre, l’erba macchiata, l’argilla, latrine all’aperto, le ascelle materne, la flanella del padre. I sabotaggi della povertà. Eppure cresce. Ne ha già quattordici. Prende un treno per Roma. Studierà ragioneria? Non completa gli studi. Trova un lavoro. Presso l’Unione. Provinciale. Fascista. Agricoltori. È già «fascistello». Sta con le sue idee nell’universo chiuso. La coerenza, l’incoerenza, rivoluzione, borghesia, Partito, monarchia, Vaticano, proletariato, ministeri, uniformi, Fiat, il Lungotevere, la carbonara fascista, i saltimbocca fascisti, i preservativi di budello: fascisti, le nuvole col profilo del Duce.</p>
<p><i>Ascolta l’epoca. Io non c’ero. Neppure tu. Ma questo non vuol dire. Che non sia possibile. Esperienza. Col mio lavoro e nella mia voce, tu fai esperienza. Nell’archivio, nel libro: la mia esperienza. Il critico con la barba bianca istruisce la giovane scrittrice: “lascia stare i libri e la storia. Fa’ esperienza”. Ma la stella che ci appare è una stella morta. Noi guardandola la rimettiamo in vita. La carta d’archivio è il fossile. Vita morta che rinasce. Io rivendico il mio diritto. Ad ascoltare. Il passato. A immaginarlo. Nel racconto della carta, della polvere, del libro.</i></p>
<p>Le giberne. I gabbiani. Un Campidoglio stinto. Brecce nel marmo. I rifugi del Ghetto. Montecitorio obbedisce. La passamaneria, il negozio di bottoni, il cotone di regime, il rayon di regime, Felice Chilanti giovane in camicia nera a considerarsi rivoluzionario e infatti lo guidano ex sindacalisti, ex socialisti, ex fondatori del Pci. Nicola Bombacci. Edmondo Rossoni. Una rivista: <i>La Stirpe</i>. Dicembre. Mille novecento trentaquattro. Il pubblicista ventenne scrive che il borghese è</p>
<p>&nbsp;</p>
<blockquote>
<p style="text-align: right;">«il nostro avversario<br />
naturale»</p>
<p>e la rivoluzione corporativa<br />
dev’essere</p>
<p style="text-align: right;">una «rivoluzione<br />
antiborghese».</p>
</blockquote>
<p>&nbsp;</p>
<p>Spirito, Spampanato, Fantini, Orano. Il fascismo sociale. Nella testa. Di Chilanti.</p>
<p>La sua Roma intanto…</p>
<p><iframe loading="lazy" title="La sua Roma" width="696" height="522" src="https://www.youtube.com/embed/xA_-mpuOYP0?feature=oembed" frameborder="0" allow="accelerometer; autoplay; clipboard-write; encrypted-media; gyroscope; picture-in-picture" allowfullscreen></iframe></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Mille novecento trentacinque. Lascia Roma. «Come a prova del senso collettivo della vita.» Il servizio di leva. La terza compagnia. Chimica. Per l’uso dei gas. «In distaccamento solitario nella valle alta dell’Adige.» Qui si canta un inno:</p>
<p>&nbsp;</p>
<blockquote><p>«noi con</p>
<p style="text-align: right;">l’iprite</p>
<p>e l’aggressivo</p>
<p style="text-align: right;">non ne lasciamo</p>
<p>nessuno vivo».</p></blockquote>
<p>&nbsp;</p>
<p>Noi. L’addestrano. Maneggia l’arma di sterminio. Noi. Intuisce le vescicazioni? Le piaghe sul corpo di uomini, donne, bambini? Noi. Il nostro volo. Il nostro scarico. La nostra guerra senza guerra d’Etiopia. Il nostro impero. I cadaveri effetto di noi. La nostra storia. Il nostro oblio. Abbiamo dimenticato <i>noi</i> sull’altipiano d’Africa. Chilanti apprende noi. Il nostro fascismo.</p>
<p style="text-align: justify;">Ritorna. A Roma. Fa il giornalista. Scrive che si distribuisca. Ricchezza. Scrive che si recuperi. La funzione. Rivoluzionaria. Del sindacato. È rissoso. Anticapitalista. Antitutto. Scalpita nella leva del frondismo. Di Bottai. Nell’universalfascismo. Di Zangrandi. Nella cospirazione sonnambula. Dei Littoriali. La guerra. Vicina. Il fiato. Di Hitler. Il dissenso nell’acquario. L’orizzonte di cartone. Il pianeta dei pupazzi. Ma non è l’ora di uscire. A rivedere le stelle. Entra la colpa. Mille novecento trentotto. In un libercolo. La firma di Chilanti. La promessa:</p>
<blockquote><p>“i lavoratori</p>
<p style="text-align: right;">seguiranno</p>
<p>il Regime</p>
<p style="text-align: right;">nella politica</p>
<p>razziale,</p>
<p style="text-align: right;">con tutto l’amore e</p>
<p>tutta la fedeltà</p>
<p style="text-align: right;">necessaria ad essere</p>
<p>più forti, degni</p>
<p style="text-align: right;">e capaci di vincere.</p>
<p>E della razza saranno</p>
<p style="text-align: right;">i più<br />
intransigenti</p>
<p>e i più<br />
accaniti difensori.</p>
<p style="text-align: right;">Nei figli vorranno<br />
che la razza</p>
<p>sia sempre più pura”.</p></blockquote>
<p>&nbsp;</p>
<p>La macchia. Lo insozza. Perché l’ha scritto? Ne ha ventiquattro. <i>Io, a ventiquattr’anni, mi laureavo. Studiavo l’Ottocento. Votavo. Perdevo. Ma non ero costretto. All’apartheid. Nessuno mi chiedeva. Di sbagliare. Non responsabile. Come Telemaco. Per questo. Solo per questo. Il marginale Io. L’inefficace, non storico Io. Non riesce a condannare. Ma è dispiaciuto. </i>Lui, a ventiquattro, per fortuna, almeno tace sugli ebrei:</p>
<p>&nbsp;</p>
<blockquote>
<p style="text-align: center;">«non scrissi<br />
di razze superiori<br />
o inferiori<br />
né la parola ebreo<br />
bensì che esistendo<br />
una razza italiana<br />
bisognava unificarla<br />
abolendo<br />
la divisione<br />
in razza di ricconi<br />
e razza di<br />
diseredati».</p>
</blockquote>
<p>&nbsp;</p>
<p>Adesso risale. La corda nel pozzo. La presa. Le mani ferite. Le punte dei piedi: premono. Sulla roccia. Il fiato. E il gemito. Per liberarsi nella metamorfosi esigendo sangue, offrendo sangue. Mille. Novecento. Quaranta. La guerra. Chilanti in Grecia e Albania. Fonda una rivista con Pratolini e Gatto. <i>Il domani</i>. Scrive corrispondenze dal fronte. I fascisti la chiudono. Ritorna. A Roma. Ha deciso. I fascisti: un danno. Lingua in bocca con la monarchia. Lingua in bocca con la curia. Lingua in bocca con Hitler. Liberarsi. Uccidere il fascismo. Complotta. Coinvolge qualcuno. Il dieci. Aprile. Mille novecento quarantadue. L’arrestano. L’Ovra. L’accusa. Di aver macchinato l’omicidio di. Ciano, Starace, Farinacci. Sei mesi a Regina Coeli per il torchio e lui risponde:</p>
<p>&nbsp;</p>
<blockquote><p>«il conte e<br />
qualche altro conte,</p>
<p style="text-align: right;">sì signor commissario</p>
<p>gridavo fra i miei amici,</p>
<p style="text-align: right;">dovevamo liquidarli</p>
<p>e catturare</p>
<p style="text-align: right;">Mussolini</p>
<p>di notte</p>
<p style="text-align: right;">in un aeroporto,</p>
<p>ma sì, appunto,</p>
<p style="text-align: right;">come nei film,</p>
<p>puntandogli le pistole</p>
<p style="text-align: right;">alla schiena».</p>
</blockquote>
<p>&nbsp;</p>
<p>A Lipari. Il confino. Le pietre nere. Contento per l’esilio. Si libera. Espettora il fascismo. Nell’isola. Con l’aiuto dei capperi. Delle olive. Fa la lavanda gastrica. Lontano da Mussolini. Che nel frattempo cade. Otto. Settembre. Mille. Novecento. Quarantatré. Per avventura rientra a Roma. Adesso partigiano accessorio. Laterale. Aderisce a Bandiera Rossa<i>.</i></p>
<p>&nbsp;</p>
<blockquote><p>«Trozkisti,</p>
<p style="text-align: right;">anarchici,</p>
<p>comunisti espulsi<br />
e radiati;</p>
<p style="text-align: right;">fuori e contro il Cln.»</p>
</blockquote>
<p>&nbsp;</p>
<p>Antibadogliani, antimonarchici, anti svolta di Salerno. Forti nei quartieri proletari. Tra loro. Milita. Giuseppe Albano. Il Gobbo del. Quarticciolo.</p>
<p>&nbsp;</p>
<blockquote><p>«Accarezzava</p>
<p style="text-align: right;">il suo mitra<br />
e mi fissava,</p>
<p>da ragazzo serio<br />
che uccide:</p>
<p style="text-align: right;">ho saputo<br />
che eri un fascistone.»</p>
</blockquote>
<p>&nbsp;</p>
<p>Gli scervellati cui Felice si affratella.</p>
<p>&nbsp;</p>
<blockquote>
<p style="text-align: center;">«Io approdai<br />
a Bandiera Rossa<br />
da un vero naufragio,<br />
solo all’ultimo “riscattato”<br />
con una carcerazione<br />
che fu per me<br />
la prima “libertà”.»</p>
</blockquote>
<p>&nbsp;</p>
<p><img loading="lazy" decoding="async" class="aligncenter size-large wp-image-45279" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/03/chilanti03-1024x787.jpg" alt="chilanti03" width="700" height="537" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/03/chilanti03-1024x787.jpg 1024w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/03/chilanti03-300x230.jpg 300w" sizes="auto, (max-width: 700px) 100vw, 700px" /></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Ventiquattro. Marzo. Mille novecento quarantaquattro. Il dolore. Molti compagni rastrellati. Interrati. Alle Fosse. Ardeatine. Lui stesso fugge con gli altri</p>
<p>&nbsp;</p>
<blockquote><p>«scavalcando mura,</p>
<p style="text-align: right;">calandoci lungo tubature,</p>
<p>e anche,<br />
al momento necessario,</p>
<p style="text-align: right;">impugnando un’arma</p>
<p>a sommità d’una scala,</p>
<p style="text-align: right;">decisi a morire</p>
<p>senza viltà</p>
<p style="text-align: right;">e lasciando un segno</p>
<p>della nostra</p>
<p style="text-align: right;">partecipazione</p>
<p>di combattenti</p>
<p style="text-align: right;">a quella guerra».</p>
</blockquote>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Forse il naufrago ha trovato la rada. Avanza nel nuovo mondo postfascista. Asciuga i piedi sulla sabbia. Sveste gli abiti zuppi. Roma è libera. Poi il resto d’Italia. Quando dal mare. Un tentacolo. Afferra Chilanti. Per tirarlo indietro. Nell’acqua di ieri. Una foto che qualcuno gli mostra. Un plotone. D’esecuzione. I fucilati di Dongo. Gerarchi. Passati per le armi. Il ventotto. Aprile. Mille novecento quarantacinque. Pensa di svenire. Riconosce gli amici. Di un tempo. I camerati. Bombacci. Ernesto Daquanno. Molti altri. Sparati. Presto cadaveri. Poi vede chi comanda. Il plotone. Anche quello. Un amico. Un compagno. Di Bandiera Rossa. <strong>Amici tra chi fucila. Amici tra chi muore. Dove si metterebbe lui, nella foto?</strong> La guerra civile. In una foto. In una vita. Nella somma. Delle biografie. Di Felice Chilanti.</p>
<p>Ma non c’è tempo. Il tempo finisce. Riparte. La lotta. Sopravvivere. Prendere partito. L’avventura del mondo. Chilanti trova lavoro. Un po’ dappertutto. <i>Il Tempo.</i> <i>Milano-Sera.</i> <i>Il Corriere della Sera</i>. Oltre a entrare. Nel Pci.</p>
<p>&nbsp;</p>
<blockquote><p>«Là condotto,</p>
<p style="text-align: right;">al principio,</p>
<p>da senso di colpa</p>
<p style="text-align: right;">e spirito ribelle</p>
<p>convergenti,</p>
<p style="text-align: right;">paura e convinzione</p>
<p>mescolate</p>
<p style="text-align: right;">in unico</p>
<p>magma</p>
<p style="text-align: right;">tenace,</p>
<p>resistente:</p>
<p style="text-align: right;">torbido.»</p>
</blockquote>
<p>&nbsp;</p>
<p>Per lui inizia l’epoca&#8230;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><iframe loading="lazy" title="Per lui inizia l&#039;epoca" width="696" height="522" src="https://www.youtube.com/embed/eKrcdtCLds0?feature=oembed" frameborder="0" allow="accelerometer; autoplay; clipboard-write; encrypted-media; gyroscope; picture-in-picture" allowfullscreen></iframe></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Mille. Novecento. Quarantanove. Si associa. Alla fondazione. Di <i>Paese Sera</i>. Togliatti vuole. Un giornale borghese. Che sembri borghese. Con il sesso. Il sangue. Il denaro. Ma «dentro ci mettiamo i nostri ideali».</p>
<p>&nbsp;</p>
<blockquote>
<p style="text-align: center;">«Per quella<br />
difficoltosa<br />
battaglia<br />
fummo chiamati noialtri<br />
giornalisti esperti,<br />
rotti al mestiere,<br />
per rovesciare i fatti<br />
addosso alla società.»</p>
</blockquote>
<p>&nbsp;</p>
<p>Le sue inchieste. Importanti. Chi è il mandante. Della strage. Di Portella? Chi stava. Nella banda. Di Giuliano? Chi è il mafioso Calogero Vizzini? Illumina. Zone scure. Di realtà. Col suo andare in giro. Domandare. Investigare. Scopre Liggio. Scopre la mafia.</p>
<p>&nbsp;</p>
<blockquote><p>«Sono stato</p>
<p style="text-align: right;">fortunato</p>
<p>ed anche incosciente.</p>
<p style="text-align: right;">Oggi non andrei</p>
<p>in giro</p>
<p style="text-align: right;">per i viottoli<br />
di Corleone,</p>
<p>non entrerei nelle case</p>
<p style="text-align: right;">a chiedere notizie</p>
<p>di Luciano Liggio.</p>
<p style="text-align: right;">Sono stato</p>
<p>aiutato,</p>
<p style="text-align: right;">guidato,</p>
<p>informato</p>
<p style="text-align: right;">principalmente<br />
dai comunisti</p>
<p>di Corleone,</p>
<p style="text-align: right;">giovani e vecchi.»</p>
</blockquote>
<p>&nbsp;</p>
<p>Nella tipografia de <i>L’Ora</i> di Palermo. Scoppia una bomba. Al tritolo. Ma non ferma Chilanti che scappa dal passato, divora il presente, corre incontro a&#8230; Dirà tempo dopo:</p>
<p>&nbsp;</p>
<blockquote>
<p style="text-align: right;">«avevo per anni<br />
indagato,</p>
<p>interrogato esperti,</p>
<p style="text-align: right;">poliziotti,</p>
<p>intuito dedotto collegato</p>
<p style="text-align: right;">argutamente</p>
<p>indizi rapporti riservati,</p>
<p style="text-align: right;">affari racket e omicidi,</p>
<p>ero stato minacciato</p>
<p style="text-align: right;">di morte».</p>
</blockquote>
<p>&nbsp;</p>
<p style="text-align: justify;">Viaggia in Cina. In Russia. Racconta il disgelo. Poststaliniano. I crimini del. Totalitarismo. Una notte lo chiamano. Dall’<i>Unità. </i>Sconvolti:</p>
<p>&nbsp;</p>
<blockquote><p>«ti rendi conto,</p>
<p style="text-align: right;">frughi</p>
<p>coi ferri roventi</p>
<p style="text-align: right;">dentro la pupilla</p>
<p>degli occhi nostri,</p>
<p style="text-align: right;">non abbiamo</p>
<p>altri occhi».</p></blockquote>
<p>&nbsp;</p>
<p>Ma questo è lui. Questo è il materiale. Anelastico. Non morbido. Del quale è fatto. Felice Chilanti. Ha conosciuto i fascisti. Poi li ha combattuti. Adesso i sovietici. Non sa tacere.</p>
<p>&nbsp;</p>
<blockquote><p>«Di me non potevano</p>
<p style="text-align: right;">fidarsi</p>
<p>per l’anarchismo</p>
<p style="text-align: right;">di tutta la mia vita</p>
<p>non sapevo</p>
<p style="text-align: right;">prendere ordini.»</p>
</blockquote>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Mille. Novecento. Cinquantasei. L’Ungheria. E lui che ne ha compiuti quarantadue, fa il punto. Raffronta. Discerne. Pensa che prima o poi parlerà.</p>
<p>&nbsp;</p>
<blockquote><p>«Io li avevo amati</p>
<p style="text-align: right;">quei capi</p>
<p>dell’antifascismo,</p>
<p style="text-align: right;">per anni</p>
<p>non osai</p>
<p style="text-align: right;">pensare</p>
<p>a loro complicità</p>
<p style="text-align: right;">nei crimini</p>
<p>di Stalin e di Beria»,</p>
<p style="text-align: right;">ma «il partito</p>
<p>ufficiale</p>
<p style="text-align: right;">cominternista</p>
<p>portava<br />
in Comitato centrale,</p>
<p style="text-align: right;">in parlamento</p>
<p>i più disponibili,</p>
<p style="text-align: right;">gli smemorati;</p>
<p>noi, i pochi<br />
in rimorso consapevole</p>
<p style="text-align: right;">eravamo<br />
strumento cieco».</p>
</blockquote>
<p>&nbsp;</p>
<p style="text-align: justify;"><img loading="lazy" decoding="async" class="aligncenter size-large wp-image-45280" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/03/chilanti05-1024x769.jpg" alt="chilanti05" width="700" height="525" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/03/chilanti05-1024x769.jpg 1024w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/03/chilanti05-300x225.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/03/chilanti05.jpg 1557w" sizes="auto, (max-width: 700px) 100vw, 700px" /></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Un fatto medico. Il commiato del corpo. Lo spinge a vuotare il sacco. Prima che sia troppo tardi. L’ultima avventura. Reggio Emilia. Mille. Novecento. Sessanta. Chilanti s’ammala mentre</p>
<p>&nbsp;</p>
<blockquote>
<p style="text-align: center;">«ragazzi in blue jeans<br />
feriti uccisi<br />
non si arrendono,<br />
le mie corrispondenze<br />
le detta il cronista locale,<br />
la stenografa non ode<br />
più<br />
la mia voce».</p>
</blockquote>
<p>&nbsp;</p>
<p><img loading="lazy" decoding="async" class="aligncenter size-large wp-image-45281" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/03/chilanti04-773x1024.jpg" alt="chilanti04" width="700" height="927" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/03/chilanti04-773x1024.jpg 773w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/03/chilanti04-226x300.jpg 226w" sizes="auto, (max-width: 700px) 100vw, 700px" /></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>È un cancro. Alla laringe. Gliel’asportano tutta. «Nella ferita della coltellata.» Mettono. «La cannula per respirare.» Al posto della parola un raschio. Là dov’è il collo un foulard. Non può più intervistare, domandare, dettare. Smette. Di essere. Inviato. Dopo lo spavento. Dopo la crisi. Decide di farsi. Scrittore.  Di sé stesso.</p>
<p>&nbsp;</p>
<blockquote><p>«Scriverò</p>
<p style="text-align: right;">romanzi</p>
<p>d’ora in poi</p>
<p style="text-align: right;">per essere uomo</p>
<p>debbo diventare</p>
<p style="text-align: right;">scrittore.»</p>
</blockquote>
<p>&nbsp;</p>
<p>Nella narrazione, il riscatto. Pubblica tre libri. Col disordine del flusso. Di coscienza. Illustra il bambino che fu. Il giovane e l’adulto. Terminata la fatica, chiarirà:</p>
<p>&nbsp;</p>
<blockquote><p>«ho voluto</p>
<p style="text-align: right;">proprio</p>
<p>“spiegare il fascismo”</p>
<p style="text-align: right;">cercandolo</p>
<p>in me</p>
<p style="text-align: right;">nella mia autobiografia.</p>
<p>Ormai sono giunto<br />
al convincimento</p>
<p style="text-align: right;">che in Italia</p>
<p>nessuno</p>
<p style="text-align: right;">può</p>
<p>onestamente</p>
<p style="text-align: right;">“parlare d’altro”</p>
<p>accantonando</p>
<p style="text-align: right;">la propria storia,</p>
<p>la propria persona».</p></blockquote>
<p>&nbsp;</p>
<p>L’errore, l’entusiasmo, l’energia, prima del pensiero, il rimorso. La separazione. Dal potere. Dagli strati di grasso. Di comodo. Dalla protezione. Anche culturale. Della borghesia. L’inerme. Generazione. Che nacque nella caverna. Fascista. Il telefono tace. Qualcuno gli toglie il saluto. Ma lui insiste. Coi libri, le pagine, la denuncia del sé e del noi.</p>
<p>&nbsp;</p>
<blockquote><p>«Non fummo lebbrosi<br />
né delinquenti,</p>
<p style="text-align: right;">andammo alla guerra<br />
di liberazione</p>
<p>ma udimmo qualcuno<br />
che disse:</p>
<p style="text-align: right;">hanno scelto<br />
il cavallo vincente.</p>
<p>Li osservavo<br />
ai loro tavoli,</p>
<p style="text-align: right;">a via delle<br />
Botteghe Oscure</p>
<p>e nei loro sguardi</p>
<p style="text-align: right;">quel sedimento<br />
indistruttibile»</p>
<p>di sospetto.</p></blockquote>
<p>&nbsp;</p>
<p>Un giorno. Nella libreria Rinascita. Entra. Un funzionario del Pci.</p>
<p>&nbsp;</p>
<blockquote><p>«vecchissimo,</p>
<p style="text-align: right;">mummificato».</p>
</blockquote>
<p>&nbsp;</p>
<p>Chilanti lo indica. Al collega Fidia Gambetti:</p>
<p>&nbsp;</p>
<blockquote><p>«quando lui era</p>
<p style="text-align: right;">comunfascista</p>
<p>al tempo del patto</p>
<p style="text-align: right;">con Hitler,</p>
<p>noi eravamo</p>
<p style="text-align: right;">fasciocomunisti</p>
<p>e volevamo finirla</p>
<p style="text-align: right;">col capitalismo».</p>
</blockquote>
<p>&nbsp;</p>
<p>Generazione. Contro. Generazione. Colpevoli, censori, sacrificati. Chilanti accusa. Neppure voi. Avete combinato. Granché.</p>
<p>&nbsp;</p>
<blockquote><p>«Chi ero adesso</p>
<p style="text-align: right;">al banco</p>
<p>di questo tavolo?</p>
<p style="text-align: right;">Non avevo catturato<br />
Mussolini</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>nel 1941 (…);</p>
<p style="text-align: right;">non avevo ammazzato<br />
i grandi capitalisti</p>
<p>di Roma</p>
<p style="text-align: right;">la mattina della<br />
liberazione</p>
<p>coi miei compagni<br />
di Bandiera Rossa (…).</p>
<p style="text-align: right;">In fondo, dissi (…)</p>
<p>io sono Praga.»</p></blockquote>
<p>&nbsp;</p>
<p>Il resoconto. Senza vincitori. La profezia delle macerie. Della sinistra. Lui però s’alza dal bugigattolo ed è fiero:</p>
<p>&nbsp;</p>
<blockquote>
<p style="text-align: center;">«ora sono<br />
proprio sicuro<br />
che un verso,<br />
un periodo<br />
di narrativa<br />
sono atti<br />
della resistenza<br />
dell’uomo:<br />
la resistenza permanente».</p>
</blockquote>
<p>&nbsp;</p>
<p>Scrive l’ultimo articolo. Su <i>L’Ora</i>. Il titolo. <i>Città della speranza</i>. Un racconto. Del ventinove. Novembre. Mille novecento ottantuno. A Palermo. I giovani in piazza contro i missili. Di Comiso. Tre mesi dopo. A Roma. Il ventisei. Febbraio. Mille. Novecento. Ottantadue. Chilanti muore.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><b>Riferimenti bibliografici minimi<br />
</b>I periodi tra virgolette « » sono tratti dai tre romanzi autobiografici di Felice Chilanti (<i>Ponte Zarathustra</i>, <i>Il colpevole</i>, <i>Ex</i>), raccolti in <i>La paura entusiasmante</i>, Milano 1971; e dai <i>Carteggi 1942-1978</i>, a cura di Gloria Chilanti e Sergio Garbato, Rovigo 2004.</p>
<p>Chi vuole approfondire la biografia di Chilanti può consultare le voci a lui dedicate in: <i>Dizionario biografico degli italiani</i>, vol. 34, 1988, Roma, Istituto della Enciclopedia italiana, pp. 721 sgg.; <i>Enciclopedia dell’Antifascismo e della Resistenza</i>, vol. 1, Milano 1968, p. 537. Per il complotto si veda Galeazzo Ciano, <i>Diario. 1937-1943</i>, Milano 1980, p. 602. Sui giovani e il dissenso nel fascismo si vedano il classico di Ruggero Zangrandi, <i>Il lungo viaggio attraverso il fascismo</i>, Milano 1962 (1948); e poi Ettore A. Albertoni, Ezio Antonini e Renato Calmieri (a cura di),<i> La generazione degli anni difficili</i>, Bari 1962; Marina Addis Saba, <i>Gioventù italiana del littorio: la stampa dei giovani nella guerra fascista</i>, Milano 1973; Ugoberto Alfassio Grimaldi, <i>Cultura a  passo romano: storia e strategie dei Littoriali della cultura e dell’arte</i>, Milano 1983; Aldo Grandi, <i>I giovani di Mussolini: fascisti convinti, fascisti pentiti, antifascisti</i>, Milano 2001; Paolo Buchignani, <i>La rivoluzione in camicia nera: dalle origini al 25 luglio 1943</i>, Milano 2006. Si veda anche il dibattito apertosi sulle pagine del<i> Corriere della Sera</i> dopo la pubblicazione del saggio di Mirella Serri (<i>I redenti</i>, Milano 2005), del quale mi limito a citare l’intervento di Luciano Canfora, <i>Togliatti fu il primo a capire gli intellettuali in camicia nera</i> del 15/9/2005. Le affermazioni di Chilanti sulla razza italiana sono tratte da ID. <i>La missione della razza italiana</i>, in P. Orano, <i>Inchiesta sulla razza</i>, Roma 1938, p. 85 (citato in Serri, <i>I redenti</i>,  p. 69).</p>
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		<title>Da &#8220;Settesette. Una rivoluzione. La vita&#8221;</title>
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		<dc:creator><![CDATA[andrea inglese]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 20 Feb 2013 12:00:30 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[1977]]></category>
		<category><![CDATA[amicizia]]></category>
		<category><![CDATA[Comunismo]]></category>
		<category><![CDATA[Movimento]]></category>
		<category><![CDATA[Pino Tripodi]]></category>
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					<description><![CDATA[di Pino Tripodi Dal capitolo Freak Army. La violenza sulle cose contro la violenza delle cose Non sono i soggetti che impazziscono. È la realtà che impazzisce. Non mi chiedere perché. Non lo so perché. Dopo il settantasette è la realtà che è impazzita. È certo. E in una realtà impazzita non si può evitare [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Pino Tripodi</strong></p>
<p><strong></strong>Dal capitolo <i>Freak Army. La violenza sulle cose contro la violenza delle cose</i></p>
<p>Non sono i soggetti che impazziscono. È la realtà che impazzisce. Non mi chiedere perché. Non lo so perché. Dopo il settantasette è la realtà che è impazzita. È certo. E in una realtà impazzita non si può evitare di vivere la follia. Sopravvivere è impazzire. Continuare a fare il savio come pretendi tu è la follia vera. Solo uno già pazzo come te può pensare di rimanere savio. Io ero un freak. Ma un freak comunista. Non lo scordare. Un freak comunista non è un freak e basta. Né un comunista e basta. È un freak comunista. <span id="more-44951"></span>E un freak comunista non bada solo a spassarsela. A viaggiare e a fumare. A fare le danze della pioggia e a delirare di poesia. A fare l’amore di gruppo e stop. Un freak comunista sciala con tutto ciò. Ma non dimentica che il suo agire in condizioni di soggettiva libertà e la rottura dei ponti con tutte le inibizioni e le costrizioni che ci incatenano hanno senso solo se quelle condizioni di libertà sono condizioni universali. La libertà per ciascuno deve essere libertà per tutti. Solo in una società di eguali posso essere libero. Ciò non significava come pensano i comunisti non freak che le mie condizioni di libertà vanno posposte a quelle di tutti. Che accanto a tutti i freni che mi costringono in una realtà di merda debba aggiungere come additivo in più il freno di un’ipotetica società del futuro. L’unica società futura è quella che costruisco adesso. L’unico futuro è il presente che diviene. E nel presente i comunisti tristi non mi sono mai piaciuti. Il comunismo non è l’al di là della storia. Il comunismo è il di qua della vita. Le piaghe principali del comunismo. Anzi no. Voglio esagerare. Le piaghe principali dell’umanità sono i nemici della contentezza. I lamentosi i rancorosi i piagnoni i frignoni i depressi i critici critici. Tutti costoro hanno il comunismo sempre sotto i piedi. Se lo immaginano come un’apocalisse. Noi freak siamo per il comunismo della festa. Piuttosto che vedere una persona triste vorrei non vedere. Non dico che la tristezza non esista. No no. Ma la tristezza ciascuno di noi se la porta dentro. Quando partecipo la mia tristezza non affermo che sono triste. Pretendo che tu lo sia. Pretendo che tutti lo siano. E sapere che tu sei triste mi gratifica. Mi dà qualche soddisfazione. I comunisti per me devono essere amici della contentezza. E se uno è amico della contentezza come fa a smazzarsi decine di riunioni inconcludenti. Come fa a passare le sue giornate chiuso in una sezione di partito. Come si fa a discutere di linea quando tutti sono allineati da una tristezza infinita. Tu te lo immagini un comunista che sorride? Io si. Ma deve essere un po’ freak. I freak mirano a dare un po’ di libertà al comunismo. E un po’ di libertà ai comunisti. Libertà e uguaglianza ma anche festa. Contentezza e amicizia. Noi freak abbiamo portato l’amicizia nel movimento. Quando ero più freak che comunista difficilmente notavo comunisti fra di loro amici. Per essere amici bisogna essere comunisti m’ha detto un cretino. Cretino. Per essere comunisti bisogna essere amici. Per me quando si è comunisti si è sempre comunisti di qualcuno. Si è sempre comunisti di qualcosa. Il comunismo è un’amicizia particolare. Non si può essere comunisti in astratto. Comunista e basta non esiste. Io sono comunista tuo. Tu sei comunista mio. Siamo amici e l’amicizia deve essere un sentimento sacro per i comunisti. Un comunista che non fosse comunista mio io non l’ho mai concepito. E questo mi ha salvato. Senza un sentimento di amicizia non sono capace neanche di prendere il caffè con qualcuno. Figurati di fare la lotta armata. M’ha salvato perché i comunisti con cui ho fatto il freak erano comunisti miei. Anche gli autonomi con cui ho fatto il freak erano comunisti miei. E i combattenti con cui faccio il freak pure. Nessuno si è pentito di essere amico mio. Finora. Nessuno m’ha mandato in galera. Finora. Come si può trasformare il mondo con uno di cui diffidi. Come si può trasformare il mondo con uno che non stimi. I freak miei. Gli autonomi miei. I combattenti miei. Sono tutti miei amici. Ma per essere amico mio non devi essere per forza un freak o un comunista o un combattente. No no. Non è necessario. L’amico è quello che ti stima perché si stima. L’amico è quello che non diffida di te perché non diffida di lui. L’amico è quello che ti vuol bene perché si vuol bene. L’amico è quello che è sicuro di te perché è sicuro di sé. L’amico è quello che non ti tradisce perché si tradirebbe. L’amico sa che sei puro d’animo perché lui è puro d’animo. Il mio amico non la deve pensare come me. Io non la penso come lui. Il mio amico non mi può far male perché si farebbe del male. Il mio amico non è geloso perché dovrebbe essere geloso di se stesso. Il mio amico desidera la mia libertà perché lotta per la sua. Il mio amico non mi chiede mai ciò che non chiederebbe a se stesso. Se qualcuno ti chiede di fare lo stronzo non è un amico. È uno stronzo. Io ho tanti amici perché sono molto amico di me stesso. Quando vedo i miei amici mi guardo come sono. Bianco nero alto basso. Come loro. Come me. Magro o no. Maschio o no. Intelligente o no. Ricco o no. Comunista o no. Amico. Amico. Non si può essere amici se non si è uguali. Non si può essere amici se non si è uno libero dell’altro. Il vincolo dell’amicizia è impossibile scioglierlo perché non ha legami. È al di là dei legami di sangue. È al di là dei legami di parentela. Non ha legami di subordinazione. Non fa ricatti. Non fa clientele. Non fa favori a interesse. Fare qualcosa a interesse è la peggiore usura. E contrarre obblighi è la peggiore servitù. I legami costringono l’amicizia in una camicia di forza. L’amico può essere un compagno. Il compagno deve essere un amico. Non frequento molto i compagni. Molti compagni non sono amici. Cerca di capire. Non pretendo che siano amici miei. No no. Molti compagni non sono amici miei. Non sono amici tuoi. Non sono amici loro. Non sono amici di nessuno. Non sono amici e basta. Diffidano. Sparlano. Vedono sempre triste e truce. Chi guarda vede ciò che è. Guardalo e nelle sue sparole si dice. Ogni sparola che attribuisce ad altri devi sapere che riguarda sicuramente se stesso. Non so quanti compagni sanno essere amici. Anche la lotta armata la faccio solo con amici. Ma prima di friccheggiarti la mia lotta armata ti devo dire cosa ne penso della violenza. Per capire le ragioni della lotta armata in Italia devi sapere bene il crinale che la separa dalla violenza e dal terrorismo. Vuoi che dica a che età ho iniziato. Ho iniziato all’età dei rivoluzionari. E l’età dei rivoluzionari non importa mai. I rivoluzionari possono non avere età. Ciò che conta non è l’età dei rivoluzionari. Ciò che conta è l’età della rivoluzione. L’età della rivoluzione. Quella si che è importante. E la nostra rivoluzione è stata giovanissima. Il suo guaio? Essere sepolta da tutti i cascami del novecento. La nostra rivoluzione è stata sommersa in fasce da tutto il vecchiume del secolo. Del secolo ventesimo. Ma anche del decimonono. Anche di quello. Anche di quello.</p>
<p>*</p>
<p>Sono stato comunista. Ma il mio comunismo aveva ben poco della tradizione. Era un comunismo eretico e sincretico. Nutrito da Marx e dalla beat generation. Dai consiliari e da Rimbaud. Da Stirner e da Kafka. Dagli anarchici e dai Pink Floyd. Da Rosa Luxembourg e da Foucault. Da Maiakovskij e da Sartre. Un cocktail di comunismo che poteva shakerare tutti gli ingredienti assieme o uno per volta. Indifferentemente. Era un comunismo fatto più di poesia che di economia. Che si trovava a suo agio più con le dissonanze della vita che con le immutabili leggi della storia. Che amava più il tratto insondabile e intricato del segno rispetto alla prosopopea museale dell’opera. Era un comunismo che non combatteva per l’emancipazione del lavoro. Nel suo orizzonte non c’erano schiavi che lottavano per diventare schiavi più dignitosi. Se ne infischiava del lavoro. Non combatteva per aumenti salariali. E disprezzava il denaro perché amava la ricchezza. Avevo sempre da fare e ho lottato contro il lavoro. Contro qualsiasi attività che non comportasse una scelta radicalmente e indissolubilmente libera. Anche fare l’amore con il proprio partner può essere un lavoro. Studiavo chissà quanto e ho lottato contro la scuola e contro l’università. Ho combattuto il carcere perché mi sentivo recluso. Ma ho combattuto anche la medicina la psichiatria la vecchiaia la malattia e la tirchieria. La tirchieria. Sì. Perché i tirchi sono peggio dei borghesi. Perché i tirchi sono peggio dei fascisti. Dove c’è un tirchio in agguato la controrivoluzione è in cammino. Dove c’è un tirchio la morte è in arrivo. Ho odiato la paura. La paura di non riuscire a combattere contemporaneamente contro questo po’ po’ di roba. La paura di stancarmi. La paura di addormentarmi. Forse è per questo che sognavamo sempre senza dormire mai. Non sopportavo il pensiero dell’infelicità. Del degrado. Dei corpi per qualsiasi motivo impediti. Non tolleravo l’autorità. Il potere di qualcuno di assoggettare qualcun altro. Ed ero lacerato alla vista della sofferenza e del dolore. Attraversando la città ogni giorno coglievamo infiniti segni dei nostri incubi. Bisognava fare qualcosa. Subito. Avevamo la forza necessaria per non avere la pazienza di sopportare neanche per un solo giorno che tutto ciò potesse ancora accadere. Tutto ciò non implicava un programma politico da realizzare con il partito o con l’organizzazione. No. Implicava invece una scelta di vita. Riguardava l’azzardo di giocarsi la vita con un colpo di dadi. Dovevamo fare qualcosa. Subito. Con qualsiasi mezzo. Ho lottato con ogni mezzo. Con l’ironia e con l’haschish. Con la fantasia e con il sesso. Con l’amore e con le molotov. Con gli acidi e con i volantini. Con i libri e con le pistole. Un cocktail di mezzi che potevamo shakerare assieme o uno per volta. Indifferentemente. Ho utilizzato tutte queste armi. Contemporaneamente. Ma il proiettile più sensibile che ho scagliato nella mischia è stato il mio corpo. Il corpo. Una palla rotolante scagliata contro i birilli di un bowling. Ne ha colpito qualcuno. Ma più rotolava più la base del triangolo di birilli cresceva e si ispessiva e si innalzava come un muro. Non potevamo fare strike. Non ci sono più birilli nel nostro bowling. C’è solo un muro di potere contro cui questo corpo ha la coazione a rotolare. Fino a quando l’ultimo dei suoi compagni non tornerà dall’esilio e dalla galera. Poi finalmente quel settantasette sarà finito e potrò tornare a casa. A dormire e a mangiare. A gioire e a litigare. A vivere normalmente come pare facciano infelicemente tutti gli altri.</p>
<p>*</p>
<p>Pino Tripodi, <em>Settesette. Una rivoluzione. La vita</em>, Edizioni Le Milieu, Milano, Dicembre 2012</p>
<p>Manifesto dell&#8217;autonomia diffusa scritto in ven&#8217;tanni, rimasto inedito per altri quindici, letto come manoscritto cult da generazioni e movimenti differenti, questo romanzo corale ripercorre la stagione del movimento settantasette, ultima grande utopia rivoluzionaria italiana, senza mai cedere a tentazioni reducistiche, prima che la polvere della storia la seppellisca per sempre in verità precotte.</p>
<p>Spinoza e le P38, Pitagora e la lotta armata, i dadaisti e le femministe: storie, appunti e ricordi che si intrecciano in un mosaico sperimentale ricco e multiforme. Il settantasette è stato protagonista di diverse pubblicazioni di taglio storico e politico; qui quelle grandi passioni ritrovano vita in un contesto finalmente anche filosofico e letterario. Le pratiche, i sogni, gli slogan riprendono vivacità attraverso una scrittura che è colta e barricadera, profetica, assoluta come la rivoluzione, come la vita e al tempo stesso visionaria, proprio come il suo autore.</p>
<p>“Nessun’altra rivoluzione busserà alle porte prima che alle ragioni del 77 sia lasciato il campo aperto della possibilità”.</p>
<p>&nbsp;</p>
]]></content:encoded>
					
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		<title>A gamba tesa: Albert Camus</title>
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		<dc:creator><![CDATA[francesco forlani]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 21 Aug 2012 01:02:13 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[a gamba tesa]]></category>
		<category><![CDATA[dispatrio]]></category>
		<category><![CDATA[albert camus]]></category>
		<category><![CDATA[Comunismo]]></category>
		<category><![CDATA[Francesco Forlani]]></category>
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					<description><![CDATA[da Albert Camus, Actuelles II. Chroniques 1948-1953. (Éditions Gallimard,1953) ￼(Testo in lingua originale) Creazione e libertà La Spagna e la cultura (30 novembre 1952) di Albert Camus Intervento pronunciato alla Salle Wagram, 30 novembre 1952 traduzione di effeffe Va celebrata quest’oggi una nuova e confortante vittoria per la democrazia. Ma è una vittoria che ha [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><img loading="lazy" decoding="async" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2012/08/camus1.jpg" alt="" title="camus" width="424" height="534" class="aligncenter size-full wp-image-43294" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2012/08/camus1.jpg 424w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2012/08/camus1-238x300.jpg 238w" sizes="auto, (max-width: 424px) 100vw, 424px" /></p>
<p>da Albert Camus, Actuelles II. Chroniques 1948-1953. (Éditions Gallimard,1953)<br />
<a href="http://classiques.uqac.ca/classiques/camus_albert/actuelles_II/Camus_actuelles_II.pdf">￼(Testo in lingua  originale)</a></p>
<p><em>Creazione e libertà</em><br />
<strong>La Spagna e la cultura</strong><br />
(30 novembre 1952)<br />
di<br />
<strong>Albert Camus</strong><br />
<em>Intervento pronunciato alla Salle Wagram, 30 novembre 1952</em><br />
traduzione di <strong>effeffe</strong></p>
<p>Va celebrata quest’oggi una nuova e confortante vittoria per la democrazia. Ma è una vittoria che ha riportato su se stessa e sui suoi stessi principi. La Spagna di Franco è stata introdotta di nascosto nel tempio ben riscaldato della cultura e dell’educazione mentre la Spagna di Cervantes e Unamuno veniva gettata ancora una volta in mezzo a una strada. Quando sappiamo che a Madrid l’attuale Ministro dell’Informazione, ormai collaboratore diretto dell’ UNESCO, è lo stesso che fece propaganda nazista durante il regno di Hitler, che il governo che ha appena insignito con un&#8217; onorificenza il poeta cattolico Christian Claudel è il medesimo che decorò con la medaglia dell’Ordine Imperiale delle Frecce Rosse Himmler, organizzatore dei forni crematori, è legittimo dire, in fin dei conti, che qui non sono Calderon né tanto meno Lope de Vega a essere accolti dalle democrazie nella loro società di educatori, ma Joseph Goebbels.</p>
<p>A sette anni dalla fine della guerra, questa magnifica ritrattazione dovrebbe valere le nostre congratulazioni al governo di Pinay. Non è tanto a lui, in effetti, che si potrà rimproverare di sentirsi in imbarazzo, di farsi degli scrupoli visto che qui è questione  di alta politica. Tutti fin qui pensavano che le sorti della storia dipendessero un pochino dalla lotta degli educatori contro i carnefici. Però non si era pensato, tutto sommato, che bastasse nominare ufficialmente educatori i carnefici. Ebbene il governo Pinay ci ha pensato.</p>
<p>Ovviamente, l’operazione è un po&#8217; fastidiosa e andava fatta in quattro e quattr’otto. Ma diamine, la scuola è una cosa, il mercato è un altro! Questa storia, a dire il vero, fa un po’ mercato di schiavi. Si scambiano le vittime della Falange con i sudditi delle Colonie. Per quanto riguarda la cultura, si vedrà poi.</p>
<p>Del resto non sono affari dei governi. Gli artisti fanno cultura, i governi la controllano a seguire e quando si presenti l’occasione fanno fuori gli artisti per controllarla meglio. Finalmente arriva il giorno in cui una manciata di militari e industriali può dire “noi” parlando di Molière e Voltaire o stampare stravolgendole le opere del poeta salvo averlo dapprima fucilato. Quel giorno, che è lo stesso in cui ci troviamo ora, dovrebbe ispirarci almeno un pensiero di compassione per il povero Hitler. Invece di uccidersi per eccesso di romanticismo, gli sarebbe stato sufficiente imitare il suo amico Franco e aspettare pazientemente. Oggi sarebbe delegato all’ UNESCO all’ educazione della Nigeria, e Mussolini in persona avrebbe contribuito ad elevare il livello culturale di quei piccoli etiopi i cui padri aveva massacrato non molto tempo fa. Così, riconciliati in Europa finalmente, assisteremmo al trionfo definitivo della cultura, in occasione di un’ enorme tavolata composta da generali e marescialli  serviti e riveriti da una squadra di ministri, democratici sì, ma decisamente realisti.</p>
<p>La parola disgusto a questo punto è sin troppo debole. Ma mi sembra inutile esprimere ancora una volta la nostra indignazione. Dal momento che i nostri governanti sono abbastanza intelligenti e realisti per fare a meno dell’ onore e della cultura, non cediamo al sentimentalismo e sforziamoci di essere realisti. Dal momento che questa è la considerazione oggettiva della situazione storica che porta Franco all’UNESCO, otto anni dopo il crollo del potere delle dittature tra le macerie di Berlino , cerchiamo di essere obiettivi e ragioniamo con freddezza sugli argomenti che sono stati presentati per giustificare il mantenimento di Franco.</p>
<p>Il primo argomento si rifà al principio fondamentale della non-ingerenza. Lo si può riassumere come segue: gli affari interni di un paese riguardano esclusivamente quel paese. In altre parole, un buon democratico se ne sta a casa sua. Questo principio è inattaccabile. Indubbiamente ha degli inconvenienti. La salita al potere di Hitler riguardava solo la Germania e i primi ad essere rinchiusi nei campi di concentramento, ebrei o comunisti erano tedeschi, in effetti. Ma otto anni dopo Buchenwald, la capitale del dolore era una città europea. Tuttavia, il principio è il principio, il vicino è padrone in casa sua. Diciamoci la verità, e ammettiamo allora che il nostro vicino di pianerottolo potrà picchiare sua moglie e far bere del Calvados ai propri pargoli. C’è nella nostra società un piccolo emendamento. Se il vicino di casa esagera, gli verranno tolti i figli e lo si affida a un lavoro di pubblica utilità. Franco, quanto a lui, può esagerare. Supponiamo allora che il vicino di casa possa permetterselo senza alcun limite . Non potete farci nulla, si è capito. La punizione che merita l’ avete a portata di mano, ma vi mettete le mani in tasca perché tanto non sono affari vostri.</p>
<p>Però, se il vicino è allo stesso tempo un commerciante, non siete certo costretti a comprare da lui. Nulla vi costringe a dargli dei viveri, a prestargli del denaro, nè tanto meno a cenare con lui. Potete insomma, senza intervenire negli affari suoi, voltargli le spalle. E se pure abbastanza persone nel quartiere lo trattano allo stesso modo, quello avrà l’occasione di riflettere, di vedere dove sono i suoi interessi, e una possibilità almeno di cambiare la concezione che ha dell’amore familiare, senza contare il fatto che quella messa in quarantena potrà offrire alla moglie un &#8220;buon argomento&#8221;.. Sarebbe in questo, non ne dubitiamo, la vera non ingerenza. Ma a partire dal momento in cui con lui ci cenate, a lui prestate dei soldi, allora gli darete i mezzi, e la buona coscienza, necessari per continuare, e praticherete stavolta voi una vera ingerenza, ma a svantaggio delle vittime. E quando in conclusione incollerete surretiziamente l’etichetta “vitamine” sulla bottiglia di Calvados con cui riconforta i suoi pargoli, quando soprattutto deciderete sotto gli occhi di tutti di affidargli l’educazione dei vostri, allora, eccovi più criminali di lui, in conclusione, e due volte criminali visto che incoraggiate il crimine chiamandolo virtù.</p>
<p>Eccoci al secondo argomento che consiste nel dire che si aiuta Franco, nonostante gli inconvenienti della cosa, perchè si oppone al comunismo. Vi si oppone innanzitutto in casa sua. Vi si oppone successivamente fornendo le basi necessarie per la strategia della prossima guerra. Qui, nuovamente, non poniamoci la domanda se si tratti di un ragionamento animato dalla gloria e chiediamoci piuttosto quanto esso sia intelligente.</p>
<p>Notiamo innanzitutto che contraddice assolutamente il ragionamento precedente. Non si può essere per la non-ingerenza e voler impedire a un partito, quale esso sia, di trionfare in un paese che non sia il vostro. Eppure questa contraddizione non spaventa nessuno. Il fatto è che nessuno abbia mai creduto veramente, eccezion fatta forse per Ponzio Pilato, alla non ingerenza in politica estera. Siamo seri allora, sacrosanta che si possa immaginare anche soltanto per un secondo la ragione di allearsi con Franco per conservare le nostre libertà chiediamoci in cosa potrà aiutare gli strateghi atlantici nella loro lotta contro gli strateghi orientali. Si tratta innanzitutto di un’esperienza costante nell’Europa contemporanea l’idea che il mantenimento di un regime totalitario significhi a una più o meno breve scadenza rinforzare il comunismo. Nei paesi in cui la libertà è una pratica nazionale, oltre ad essere una dottrina, il comunismo non vi prospera.</p>
<p>Nulla gli è più facile al contrario, e l&#8217;esempio dei paesi dell&#8217;Europa orientale ce lo sta a provare, che mettere i propri passi sulle orme del fascismo. Certamente è in Spagna che il comunismo ha minori possibilità dal momento che ha davanti a sè una vera sinistra popolare e libertaria per non parlare dello stesso carattere spagnolo in tutta la sua peculiarità . Alle ultime elezioni libere in Spagna nel 1936, i comunisti ottennero soltanto 15 seggi su 443 alle Cortès. Ed è senz&#8217;altro vero che ci voglia ben altro dalla cospirazione internazionale della stupidità  per fare di uno spagnolo un marxista. Ma se pure ipotizzassimo, il che è assurdo, che il regime di Franco sia l&#8217;unico baluardo contro il comunismo, e visto che siamo al realismo, che dire di una politica, che volendo indebolire il comunismo su un certo punto, lo rafforzerebbe in altri dieci? Perché nulla potrà mai impedire a milioni di persone in Europa, di pensare che il caso Spagna, come l&#8217;antisemitismo, i campi di concentramento o i processi farsa basati su confessioni estorte, sia  un test per giudicare la veridicità di un sistema politico democratico.</p>
<p>E il mantenimento sistematico di Franco impedirà ogni volta a questi uomini di credere nella sincerità dei governi democratici quando pretendono di rappresentare la libertà e la giustizia. Questi uomini non acconsentiranno mai a difendere la libertà con al proprio fianco assassini della libertà. Una politica che metta in un tale vicolo cieco così tanti uomini liberi si può chiamare una politica realista? E solo  una politica criminale, che consolida il crimine, portando alla disperazione tutti, spagnoli o altri che rifiutino il crimine, da qualunque parte esso provenga.</p>
<p>Per quanto riguarda l&#8217;importanza puramente strategica della Spagna, non sono tra i più qualificati a parlarne, da eterno principiante quale sono nelle arti militari. Ma credo che l&#8217;altopiano iberico non varrà molto il giorno in cui i parlamenti francesi e italiani conteranno centinaia di nuovi deputati comunisti. Per cercare di fermare il comunismo in Spagna con mezzi indegni, si darà una seria possibilità alla comunistizzazione dell&#8217;Europa, e se dovesse compiersi, la Spagna sarà comunistizzata a prescindere dai patti e allora, da quell&#8217;altipiano strategico,  verranno fuori argomenti che convinceranno finalmente i pensatori di Washington. &#8220;Faremo dunque la guerra&#8221;, diranno questi ultimi. Senza alcun dubbio, e può darsi pure che la vinceranno. Ma penso a Goya e ai suoi cadaveri mutilati. Sapete cosa dice? « Grande hazana, con muertos », &#8220;Grande prodezza, in cambio di morti.&#8221;</p>
<p>Eppure questi sono i miserabili argomenti che giustificano lo scandalo che ci ha fatti incontrare quest&#8217;oggi. Non  ho voluto far finta di credere, in effetti, che si trattasse di considerazioni culturali. Si tratta  soltanto di una contrattazione  dietro al paravento della cultura. Ma anche in tanto che affare, non può essere giustificata. Forse arricchirà qualche venditore di frutta e verdura, ma non servirà nessun paese e nessuna causa, se non alcune di quelle ragioni che gli uomini dell&#8217;Europa possono ancora avere da combattere. Ecco perché non sapranno esserci per un intellettuale  due posizioni quando Franco sarà ricevuto all&#8217;U.N.E.S.C.O. E non basta dire che rifiuteremo  ogni collaborazione con una organizzazione che ha accettato di coprire una simile operazione. Tutti, ognuno al suo posto, da ora in poi, la combatteremo a viso aperto, e con fermezza, affinchè si riveli quanto prima come il non essere quella che pretende di essere, ovvero un luogo d&#8217;incontro di intellettuali dedicati alla cultura, ma un&#8217;associazione di governi al servizio di qualsiasi politica.</p>
<p>Sì, nel momento in cui  Franco è entrato all&#8217;UNESCO, l&#8217;UNESCO è uscita dalla cultura universale, ed è questo che noi abbiamo da dire. Ci è stato obiettato che l&#8217; U. N.E.S.C.O. è utile. Ci sarebbe molto da dire circa i rapporti tra uffici e cultura, ma  di una cosa almeno possiamo essere sicuri ed è  che nulla può essere utile quando perpetua la menzogna in cui viviamo. Se l&#8217; U. N.E.S.C.O. non è stata in grado di mantenere la propria indipendenza tanto vale che sparisca. Dopo tutto, le società della cultura passano e la cultura rimane. Di una cosa almeno possiamo esserne certi ed è che essa non scomparirà perché un&#8217;alta organizzazione politica sarà mostrata per quella che è. La vera cultura vive di verità e  muore di menzogna. Vive sempre, del resto, lontano dai palazzi e dagli ascensori dell&#8217;UNESCO, lontano dalle prigioni di Madrid, sulle strade dell&#8217;esilio. Ha sempre la sua società, l&#8217;unica che io riconosca, quella dei creatori e degli uomini liberi che, contro la crudeltà dei totalitarismi e la codardia delle democrazie borghesi, contro i processi di Praga e le esecuzioni di Barcellona riconosce tutte le patrie servendone una sola: la libertà. Ed è in questa società che riceveremo, noi, la Spagna della libertà. Non facendola entrare dal retrobottega evitando così il dibattito, ma apertamente, solennemente, con il rispetto e l&#8217;affetto che gli dobbiamo, l&#8217;ammirazione che proviamo per le sue opere e per la sua anima, e in conclusione con il sentimento di gratitudine che nutriamo per il grande paese che ci ha offerto e ancora ci offre le nostre più alte lezioni.</p>
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		<title>carta st[r]amp[al]ata n.5</title>
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		<dc:creator><![CDATA[chiara valerio]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 22 Feb 2010 09:00:25 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[diari]]></category>
		<category><![CDATA[territorio]]></category>
		<category><![CDATA[chiara valerio]]></category>
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					<description><![CDATA[di Fabrizio Tonello C’era una donna di temperamento e di passioni non consumate in vitro giovedì sera a San Remo, scrive Marinella Venegoni su La Stampa. Una donna che ha cavalcato il ‘900 a muso duro e non ha smesso di essere attenta alla vita, sempre in viaggio tra emigranti solidali… Oggi, grazie a preziosi documenti, siamo in [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/02/nillapizzi1.jpg"><img loading="lazy" decoding="async" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/02/nillapizzi1.jpg" alt="" title="nillapizzi1" width="312" height="400" class="aligncenter size-full wp-image-30743" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/02/nillapizzi1.jpg 312w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/02/nillapizzi1-234x300.jpg 234w" sizes="auto, (max-width: 312px) 100vw, 312px" /></a></p>
<p>di <strong>Fabrizio Tonello</strong></p>
<p>C’era <em>una donna di temperamento e di passioni non consumate in vitro</em> giovedì sera a San Remo, scrive Marinella Venegoni su <em>La Stampa</em>. Una donna <em>che ha cavalcato il ‘900 a muso duro e non ha smesso di essere attenta alla vita, sempre in viaggio tra emigranti solidali…</em> Oggi, grazie a preziosi documenti, siamo in grado di rivelare la verità, appena sfiorata dal reticente articolo del quotidiano torinese. La storia della donna che <em>ha cavalcato il ‘900</em> è ben più affascinante di quanto reso pubblico fino ad oggi.<br />
<span id="more-30671"></span><br />
Adionilla Negrini, questo il suo vero nome, nacque a Pechino durante la rivolta dei Boxer, a cui suo padre aveva partecipato dalla parte giusta, con i combattenti schiacciati dalla violenza delle potenze coloniali (chi volesse vedere un film di propaganda che rovescia la verità, guardi <a href="http://www.mymovies.it/dizionario/recensione.asp?id=5381">55 giorni a Pechino </a>con Ava Gardner).</p>
<p>Pochi anni dopo, sotto il nome di Anna Kuliscioff, fu espulsa dalla Francia, arrivò in Italia e divenne l’amante di Filippo Turati, che convertì al marxismo. Un episodio inedito della sua vita è la partecipazione all’insurrezione spartachista di Berlino, nel 1919, dove sotto il nome di Rosa Luxemburg fu fucilata e gettata nel fiume dalle truppe controrivoluzionarie. Data per morta, Adionilla invece sopravvisse e tornò in Italia, dove visse per lunghi anni in incognito, lavorando sotterraneamente per allargare il consenso dei partiti antifascisti. La sua bottega di Sant&#8217;Agata Bolognese, dove produceva le migliori crescentine della regione, era un luogo di incontro e rifugio per i partigiani. Fu lì che Adionilla sposò un organizzatore di apprendisti fornai, Comunardo Pizzi, e prese il nome di battaglia “Nilla”.</p>
<p>Ma la sua storia era ben lungi dall’essere finita: Nilla, sempre in viaggio tra emigranti solidali, si trasferisce negli Stati Uniti, dove crea una cellula di resistenza contro il nascente maccartismo, nel tentativo di salvare la pace mondiale. Attivissima, recluta nell’ambiente artistico i giovani Pierino Como, Anthony Benedetto, Francis Sinatra e Francesco Paolo LoVecchio. Per giustificare il loro segreto lavoro di organizzazione della resistenza antimperialista in tutto il paese, i quattro giovani, diretti da Nilla, diventano famosi come cantanti con i nomi d’arte di Perry Como, Tony Bennett, Frank Sinatra e Frankie Laine.</p>
<p>Nilla, sospettata dall’FBI, lascia in tempo l’America e rientra in Italia, dove nel 1951 vince il festival di San Remo con la canzone <em>Grazie dei fiori</em>. Nessuno si accorge che il testo della canzone fa riferimento a <em>rose rosse</em> (che anni dopo saranno scelte da Mitterrand come simbolo per il governo di <em>Union de la gauche</em> in Francia).</p>
<p>Ma il capolavoro del suo lavoro clandestino avviene nel 1952, quando torna a San Remo nel pieno dell’aggressione alla Corea e, di fronte a una platea di ministri democristiani asserviti all’imperialismo, canta a gola spiegata <em>Vola colomba bianca, vola</em>, riferendosi alla Colomba della Pace disegnata da Pablo Picasso e simbolo del movimento contro la guerra, come si può vedere da questo filmato <a href="http://www.youtube.com/watch?v=f6paze9eeVA&amp;feature=related">recuperato dagli archivi sovietici</a>. L’Italia intera si commuove, scende in piazza e decreta la sua vittoria.</p>
<p>Dopo questo trionfo, i momenti dell’oscurità e dell’amarezza: la sua rete clandestina negli Stati Uniti viene smantellata, i coniugi Rosenberg mandati sulla sedia elettrica e Perry Como, Frank Sinatra e Frankie Laine devono abbandonare la politica e dedicarsi unicamente alla canzone. Nilla lascia l’Italia e per molti anni si esibisce soltanto tra le comunità di esuli italiani in Argentina e in Brasile. Finalmente, giovedì sera, il trionfale ritorno a San Remo, a fianco di Antonella Clerici, drappeggiata in un vistoso <em>abito rosso</em>. </p>
<p>Non ci sono dubbi: la storia di Nilla Pizzi è la storia del Novecento.</p>
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		<title>Radio Kapital- Slavoj Žižek</title>
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		<dc:creator><![CDATA[francesco forlani]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 11 Feb 2010 08:29:19 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[a gamba tesa]]></category>
		<category><![CDATA[dispatrio]]></category>
		<category><![CDATA[anticomunismo]]></category>
		<category><![CDATA[Comunismo]]></category>
		<category><![CDATA[Francesco Forlani]]></category>
		<category><![CDATA[radio kapital]]></category>
		<category><![CDATA[roberto bugliani]]></category>
		<category><![CDATA[Slavoj Žižek]]></category>
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					<description><![CDATA[Dopo la tragedia, la farsa! Ovvero come la storia si ripete di Slavoj Žižek Introduzione. Lezioni del primo decennio. traduzione dal francese di Roberto Bugliani Il titolo di questo libro dovrebbe costituire un test del quoziente intellettuale elementare: se la prima associazione che provoca nel lettore è il volgare cliché anticomunista: “Ha ragione – oggi [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/02/radio-marx.jpg"><img loading="lazy" decoding="async" class="aligncenter size-medium wp-image-30246" title="radio-marx" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/02/radio-marx-228x300.jpg" alt="" width="228" height="300" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/02/radio-marx-228x300.jpg 228w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/02/radio-marx.jpg 400w" sizes="auto, (max-width: 228px) 100vw, 228px" /></a></p>
<p><strong>Dopo la tragedia, la farsa!</strong><br />
<em>Ovvero come la storia si ripete</em><br />
di<br />
<strong>Slavoj Žižek</strong><br />
Introduzione. Lezioni del primo decennio.<br />
<em>traduzione dal francese di Roberto Bugliani</em></p>
<p>Il titolo di questo libro dovrebbe costituire un test del quoziente intellettuale elementare: se la prima associazione che provoca nel lettore è il volgare cliché anticomunista: “Ha ragione – oggi dopo la tragedia del totalitarismo del XX secolo, tutta questa faccenda di un ritorno al comunismo non può essere che una farsa!”, ebbene, gli consiglio vivamente di fermarsi qui. Non solo, ma il libro gli dovrebbe venire confiscato, perché vi si tratta di una tragedia e di una farsa assolutamente diverse, ossia dei due avvenimenti che aprono e chiudono il primo decennio del XXI secolo: gli attacchi dell’11 settembre 2001 e la débacle finanziaria del 2008.<br />
[&#8230;]<br />
L’analisi proposta in questo libro non ha nulla di neutro; al contrario, è impegnata e “parziale” al massimo – perché la verità è di parte; essa è accessibile-vi si può accedere soltanto se si prende partito, e non per questo è meno universale. Il partito preso qui è naturalmente quello del comunismo. Adorno fa iniziare i suoi Tre studi su Hegel con un rifiuto della domanda tradizionale su ciò che egli esemplifica col titolo del libro di Benedetto Croce: Che cosa è vivo e che cosa è morto nella filosofia di Hegel? Una simile domanda suppone da parte del suo autore l’assunzione di una posizione arrogante di giudice del passato, ma quando abbiamo a che fare con un filosofo veramente grande, la vera domanda da formulare non riguarda quello che questo filosofo può ancora dirci, quello che ancora può significare per noi, ma piuttosto il contrario: a che punto siamo ai suoi occhi? Che cosa penserebbe della nostra situazione contemporanea, della nostra epoca? Allo stesso modo si dovrebbe procedere per il comunismo; anziché porre la solita domanda: “L’idea di comunismo oggi è ancora pertinente, si può ancora utilizzare come strumento di analisi e modello di pratica politica?”, bisognerebbe rovesciare la prospettiva: “Come si presenta il nostro marasma attuale nella prospettiva dell’Idea comunista?”<br />
<span id="more-30244"></span><br />
<a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/02/9782081232198.gif"><img loading="lazy" decoding="async" class="alignleft size-full wp-image-30245" title="9782081232198" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/02/9782081232198.gif" alt="" width="110" height="179" /></a></p>
<p>Qui risiede la dialettica di Antico e Nuovo: sono proprio coloro che propongono di continuo la creazione di nuovi termini (“società postmoderna”; “società del rischio”; “società informatica”; “società postindustriale”, ecc.) per conoscere il corso attuale delle cose a fallire nel riconoscere i veri aspetti del Nuovo. L’unico modo di cogliere la reale novità del Nuovo è analizzare il mondo attraverso l’obiettivo di ciò che nell’Antico era “eterno”. Se il comunismo è veramente una Idea “eterna”, esso funziona dunque come una “universalità concreta” hegeliana: è eterno non nel senso in cui si tratta di una serie di caratteristiche universali astratte applicabili ovunque, ma nel senso in cui deve essere reinventato in ogni nuova situazione storica.</p>
<p>Ai vecchi tempi del Socialismo Realmente Esistente, una facezia apprezzata dai dissidenti serviva a illustrare la futilità delle loro proteste. Nel XV secolo, quando la Russia era occupata dai Mongoli, un mugico e sua moglie camminavano su una polverosa strada di campagna. Un cavaliere mongolo si fermò al loro fianco e disse al contadino che avrebbe violentato sua moglie. Quindi aggiunse: “Ma siccome il suolo è sporco, tu devi tenermi i testicoli mentre violerò tua moglie, perché non si impolverino!”. Quando il Mongolo ebbe concluso le sue faccende e si fu allontanato, il mugico si mise a ridere e a saltare di gioia. Stupefatta, la moglie esclamò: “Come, io sono stata brutalmente violentata in tua presenza e tu salti di gioia?”. Al che il mugico le rispose: “Però io l’ho fregato! Le sue palle si sono riempite di polvere!”. Questa triste facezia  rivelava l’inopportuna situazione dei dissidenti: mentre pensavano di sferrare dei duri colpi alla nomenklatura del Partito, in realtà non facevano che sporcare leggermente i suoi testicoli, e l’élite dirigente continuava a violentare il popolo&#8230;<br />
La sinistra critica contemporanea non è forse in una situazione del genere? (Del resto, alla lista di coloro che inzaccherano un pochino le forze in campo, si possono aggiungere le denominazioni “decostruzione” e “difesa delle libertà individuali”.) Durante un famoso scontro all’università di Salamanca, nel 1936, Miguel de Unamuno gridò contro i franchisti: Vincerete, ma non convincerete! – è questo tutto quello che la sinistra attuale sa dire al capitalismo globale trionfante? Per molto tempo ancora la sinistra dovrà recitare il ruolo di coloro che, al contrario, convincono continuando a perdere (e si mostrano particolarmente convincenti quando si tratta di spiegare retrospettivamente la ragione del loro fallimento)? Il compito che si impone è scoprire come andare un po’ più lontano. La nostra “undicesima tesi”  dovrà essere la seguente: nelle nostre società, finora le sinistre critiche hanno solo sporcato i potenti; l’importante è castrarli&#8230;</p>
<p>Ma come possiamo fare? Per prima cosa, bisogna trarre insegnamento dai fallimenti delle politiche della sinistra del XX secolo. Non si tratta di procedere alla castrazione nel pieno dello scontro, ma piuttosto di fare un lavoro paziente di scalzamento critico-ideologico, in modo tale che un giorno si possa percepire che i poteri sempre in campo sono improvvisamente afflitti da voci stridenti. Nel 1960 Lacan intitolò Scilicet la rivista della sua scuola che uscì per breve tempo e in modo sporadico. Il messaggio non si doveva intendere nel senso predominante che ha oggi questa parola (“ovvero”, “cioè”), quanto piuttosto, in senso letterale: “E’ permesso sapere”. (Sapere cosa? – Quello che la scuola freudiana di Parigi pensa dell’inconscio&#8230;). Oggi, il nostro messaggio dev’essere lo stesso: è permesso sapere e impegnarsi a fondo nel comunismo, di agire di nuovo in modo fedele all’Idea comunista. La permissività liberale dipende dal videlicet: è permesso vedere, ma il fascino stesso dell’oscenità che ci è permesso osservare impedisce di sapere in che cosa consiste ciò che vediamo.<br />
Morale della storia: il ricatto moralizzatore liberal-democratico ha fatto il suo tempo. Da parte nostra, non dobbiamo più presentare le nostre scuse, mentre da parte loro devono farlo senza indugiare.</p>
<p>Slavoj Žižek, <em>Après la tragédie, la farce! Ou comment l’histoire se répète,</em> Flammarion, Paris 2010</p>
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