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	<title>conflitto israelo-palestinese &#8211; NAZIONE INDIANA</title>
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		<title>La stagione delle rivolte a Sud</title>
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		<dc:creator><![CDATA[helena janeczek]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 31 Jul 2014 06:00:47 +0000</pubDate>
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<p>di <strong>Lorenzo Declich</strong></p>
<p>Siamo nel 2010. Conosciamo le “masse arabe” per due motivi. Il primo: protestano quando appare qualche cosa che offende l’Islam. Il secondo: protestano quando Israele massacra i Palestinesi. I tiranni, nel primo caso, prendono i manifestanti a fucilate. Il loro ruolo, accettato e benvoluto, è tenere a bada l’anima nera dell’estremismo islamico: fanno bene a reprimere, anche se tutti sappiamo che in fondo si giovano di questa loro posizione di “garanti della sicurezza”. Se non ci fossero loro chissà cosa succederebbe, laggiù. Nel secondo caso i tiranni lasciano fare: per ragioni interne una superficialissima “solidarietà panaraba” è salutare. Le manifestazioni di odio verso Israele hanno l’utile doppia funzione di presentare i regimi come garanti di una certa libertà di espressione e, contemporaneamente, di incanalare la rabbia di chi manifesta verso un nemico esterno (e imbattibile). In Siria, dove l’apparato di sicurezza è sofisticatissimo, le manifestazioni pro-Palestina servono anche a individuare eventuali teste calde. I primi a essere prelevati dalle loro case e portati nelle infami carceri degli Asad, all’alba della rivolta siriana del 2011, sono proprio quegli universitari che negli anni precedenti avevano organizzato le manifestazioni di solidarietà con i Palestinesi e, a bassa voce, avevano preso di mira anche Bashar al-Asad, reo di non far nulla, ma proprio nulla contro Israele.<span id="more-48562"></span></p>
<p>Queste masse arabe, qualsiasi contenuto passino, sono rabbiose e inconsapevoli. Fra l’incudine dell’islam politico, pronto sempre e comunque a guadagnar terreno, e il martello di un nazionalismo in perenne implosione fra corruzione e dispotismo, non hanno “testa e gambe”, gli si può concedere al massimo una “rivolta del pane”. Esprimono, alla fine dei conti, lo stato di prostrazione in cui “gli arabi” vivono. Per parafrasare <em>Geopolitica delle emozioni</em> di Dominique Moïsi (un libro del 2009) i paesi arabi sono “il polo mondiale” della “cultura dell’umiliazione”, c’è una saggistica che ne discute da decenni.</p>
<p>Poi Mohammed Bouazizi si dà fuoco il 17 dicembre 2010. In qualche settimana la Tunisia è in rivolta. I media esitano, ci impiegano un bel po’ a mettere in pagina la notizia. Lo fanno quando, qualche settimana più tardi, si accende l’Algeria, paese in cui si sono peraltro già registrati pesanti scontri di giovani “delle periferie” contro l’imponente e brutale apparato di sicurezza che tutt’ora protegge Bouteflika e i suoi.</p>
<p>Le prime analisi – ricordo <em>Repubblica</em> e il blog di Grillo – esemplificano la declinazione in reverse del notissimo “it’s not my fucking problem”. In questa versione analisti e politici si chiedono “quale parte del problema è anche, probabilmente, un mio problema?”. Ne risulta un’allarmato discettare sull’impoverimento del mondo intero e del rischio di una rivolta generalizzata. Questo è ciò che potrebbe diventare per noi un problema: <em>not in my backyard</em>, please. Non ci sono in gioco “valori”, però. Nulla che esca dal carrello del supermercato. Della dignità, della giustizia sociale, della democrazia – i temi intorno ai quali le persone, soprattutto i giovani, scendono in piazza – non ha senso parlare, almeno fino a quando non si capisce che la rivolta si è estesa a macchia d’olio, che c’è un effetto domino “nel mondo arabo”.</p>
<p>Il problema, a quel punto, viene inquadrato un po’ meglio, almeno dal punto di vista geografico: il tappo dei tiranni sta saltando e con esso la “stabilità dell’area”, così vicina e strategica per noi.</p>
<p>Quando è ormai chiaro che non si può più ignorare il contenuto della protesta e che la Tunisia non è l’unico paese coinvolto si parla di Primavera araba. L’espressione, coniata il 6 gennaio 2011[1], ci mette un po’ a prender piede. Molti iniziano a tirar giù ogni tipo di scongiuro affinché questa cosa finisca presto, in un modo o nell’altro. Alcuni reagiscono pavlovianamente: il 10 gennaio 2011, ad esempio, la ministra degli esteri francese Michèle Alliot-Marie offre cooperazione con la Tunisia di Ben Ali nel campo della <em>sicurezza</em>. Quattro giorni dopo, il 14 gennaio, il dittatore fugge in Arabia Saudita e Alliot-Marie porge scuse ufficiali.</p>
<p>La rivolta tunisina ha vinto. Il movimento è interno, è arabo, non tocca il resto del mondo islamico. Non ha connotazioni religiose, non è contro Israele o l’Occidente ma contro un dittatore e la sua banda, reclama riscatto sociale, dignità. Le organizzazioni dell’islam politico non sono in piazza, almeno per ora. È tutto perfettamente comprensibile, condivisibile, assolutamente cristallino. Non bisogna far altro, da questa parte del Mediterraneo, che fare<em> mea culpa </em>per le connivenze passate e spalancare le porte alla Storia che si rimette in moto. E’ anche forse il caso di dare qualche spintarella al carro della democrazia, della quale siamo se non altro <em>eredi</em>, scendere in piazza,<em> almeno manifestare solidarietà</em> in qualche forma. Invece regna l’imbarazzo. Succede solo che dalla fine del gennaio 2011 tutte le agenzie di rating declassano la Tunisia: troppo rumore, scalmanati per strada, ambiente non propizio per il business.</p>
<p>***</p>
<p>Il 25 gennaio è la volta dell’Egitto, il centro demografico del mondo arabo. È un martedì, la giornata nazionale della Polizia. La cosa è simbolica, come si legge nella piattaforma su cui è indetta la protesta:</p>
<p><em>Nel 1952 i nostri nonni arruolati nella polizia resistettero con le loro pistole di ordinanza ai carri armati dell’esercito regolare britannico. Perirono in 50 e più di 100 furono i feriti: rappresentano il miglior esempio di sacrificio per la patria. E ora noi, a più di cinquant’anni di distanza, subiamo le sopraffazioni delle forze di polizia, che sono diventate uno strumento di umiliazione e tortura per gli egiziani. Abbiamo scelto questo giorno particolare perché simboleggia l’unione delle forze di polizia con la gente e speriamo che nel giorno della manifestazione si uniscano a noi gli alti ufficiali, perché la nostra causa è una. Il 25 gennaio è una ricorrenza nazionale in cui è permesso a tutti gli egiziani di interrompere la propria attività lavorativa.</em></p>
<p>Già venerdì 11 febbraio Hosni Mubarak si dimette, la Primavera araba, d’ora in poi semplicemente PA, diventa una cosa ancora più vera e, contemporaneamente, un tema dal formato narrativamente fecondo, oltre che maneggiabile da chi di arabi sa poco o niente. Ma nel nascere – parlo del tema, non della cosa – inizia a morire, in quel processo che Slavoj Zizek – ricorrendo non senza un pizzico di orientalismo a un proverbio persiano – definisce il “seppellire un morto e mettere i fiori sulla sua tomba”.</p>
<p>Assistiamo a un primissimo necrologio su <em>al-Jazeera</em>, il <em>broadcaster</em> del Qatar che parla arabo ma anche inglese e che tutti già indicano come “la televisione della Primavera araba”. La settimana successiva alle dimissioni di Mubarak piazza Tahrir, al Cairo, è gremita per il sermone del venerdì (<em>khutba</em>) di una star della Fratellanza Musulmana, Yusuf al-Qaradawi. Fondatore di islamonline.net, sito che promulga <em>fatwa</em> e attraverso i suoi forum registra gli umori di una gigantesca comunità globale di musulmani telematici, al-Qaradawi è un <em>anchor man </em>di al-Jazeera che, oggi, colloca telecamere un po’ ovunque: sembra di stare al concerto del primo maggio.</p>
<p>Prima del sermone Wael Ghonim, uno dei volti più noti della protesta egiziana, prova a salire sul palco per parlare ma viene bloccato dalla sicurezza. Si arrabbia, si ricopre il capo con una bandiera egiziana, abbandona la piazza simbolo della rivoluzione. L’evento è un’esplosione di sottintesi e appare chiaro che non ha molto a che vedere con i giovani di Tahrir: sul palco, a prendersi la scena, è salito il tradizionale contropotere egiziano, quella Fratellanza Musulmana che per decenni ha vissuto in una conflittuale ma strutturale simbiosi con i militari al potere, pompando nell’ombra o alla luce del sole consensi e denaro, imparando dalla sua controparte la lezione di un governo dispotico. Un’organizzazione che si è unita alle proteste (rendendole di certo molto più partecipate) ma non ne è l’artefice né l’ideatrice e ora, chiaramente, sta procedendo a un’OPA anche mediatica, presentandosi come rivoluzionaria di fronte alla platea araba e mondiale.</p>
<p>L’ora delle celebrazioni e delle appropriazioni arriva per tutti. Fra i primi a inaugurare il trend è il presidente della Banca Mondiale, Robert Zoellik che, intervistato il 6 aprile 2011 dalla <em>Reuters</em>, regala al pianeta la sua lettura della PA: Mohammed Bouazizi era <em>un piccolo imprenditore</em> a cui non è stata data <em>l&#8217;opportunità</em> di sviluppare il suo businnes. È per questo, secondo lui, che si è dato fuoco. Gli risponderà, indirettamente, proprio Wael Ghonim il 15 aprile successivo, durante una tavola rotonda su “giovani e lavoro in Medio Oriente e Nordafrica” svoltasi presso la sede del Fondo Monetario Internazionale a Washington, cui presenziava anche il capo dell’organizzazione, Dominique Strauss-Kahn. Parlando del supporto trentennale accordato dalle elite politiche e dalle istituzioni internazionali a Hosni Mubarak dichiara: “Per me ciò che è successo non è stato un errore ma un crimine”.</p>
<p>***</p>
<p>Dopo questo passaggio la PA diviene sostanza, cioè soldi. Il G8, a Deauville (26-27 maggio 2011), tramite Fondo Monetario Internazionale, decide di donare ai paesi della Primavera araba. Con un’eccezione: i paesi esportatori di petrolio in uno dei quali, la Libia, si è già profilato un “Autunno arabo”, causa intervento NATO. Nel giugno 2012 arriverà poi, con l’elezione a presidente del Fratello Musulmano Mohammed Morsi  in Egitto, un Inverno islamista. Ma in tanti, già molto prima, si metteranno ad agitare – con rinnovato vigore – lo spauracchio del terrorismo, attestandosi sullo scenario peggiore per poi, dopo aver vinto facile, ergersi a profeti. Vecchi e nuovi tromboni finiranno per guardare con malinconia e affetto ai vecchi tiranni, associandosi in ultimo al coro di chi parrocchialmente canterà “si stava meglio quando si stava peggio”. Contestualmente fioccheranno analisi su quei “fighetti” pseudorivoluzionari che hanno fatto errori a ogni pié sospinto. Sono nati sotto un tiranno, hanno vissuto nella paura per tutta la vita, si sono organizzati di nascosto e con fatica, si sono ribellati, ora i cecchini li prendono a fucilate dai balconi, i soldati e i poliziotti li picchiano a morte nelle caserme e nelle carceri, ma ciò non li rende meno figli della borghesia urbana colta, quindi individui spregevoli, anime belle e inconsapevoli. Sì, non si sono resi conto conto di ciò che sono andati a toccare. Hanno esposto i loro paesi a un’ondata di violenza – perché sappiamo tutti che a scatenarla sono le vittime, non i carnefici – e oltretutto, cosa forse più grave – hanno permesso a decine di migliaia di rifugiati politici di incombere sulle coste della Fortezza Europa. La ricaduta non è più, ormai, roba da supermercato e la colpa è dei fighetti. Anche se poi a scendere in piazza non sono solo loro – anzi in alcuni casi si sono accodati a proteste di altra matrice – c’è chi vede in queste persone soltanto un branco scomposto di irresponsabili o addirittura, quando la fucina del complotto riprende a sfornare pagnotte tossiche, il tentacolo locale di una cospirazione globale.</p>
<p>***</p>
<p>Nel frattempo anche l’ultimo luogo comune sulle masse arabe va in caduta libera: la vittima mediatica della PA sembra essere infatti il tema del conflitto israelo-palestinese, almeno nella sua forma conosciuta. Si scopre che anche a Gaza e in Cisgiordania c’è una nuova generazione di attivisti. Manifestano per presentarsi uniti contro le politiche di Israele. Il 15 marzo 2011 sono in decine di migliaia e, sotto gli occhi preoccupati dei dirigenti di Hamas e Fatah, non sventolano bandiere di partito. Non dimenticano, certo, di commemorare la <em>nakba</em>, ma lo fanno pacificamente, il 15 maggio 2011, sfilando sulla linea che divide Israele dalle alture del Golan occupate, da Gaza, dal Libano, dalla Giordania. L’<em>Economist</em> scrive: “Israele sta assaggiando l’inaspettato e sgradevole gusto di uno scenario da incubo: masse di palestinesi, disarmati, si dirigono verso le frontiere dello Stato ebraico, chiedendo di essere risarciti per il pluridecennale danno nazionale”. Ma anche i leader delle organizzazioni palestinesi non fanno sonni tranquilli. Quel giorno Israele fa 12 morti e tutti si chiedono se e come la Primavera palestinese continuerà. Il gioco, tragico, è già scoperto: da ambo le parti qualcuno farà di tutto per evitare che quei giovani riescano ad affrontare Israele e allo stesso tempo determinare un cambiamento politico in Palestina.</p>
<p>***</p>
<p>La copertina di capodanno del <em>Time </em>2012, intitolata a <em>The protester</em>, segna un momento di svolta nella narrativa associata alla PA. La “contestatrice” che vi compare è Sarah Mason, una ragazza fotografata il novembre precedente da Ted Soqui durante una manifestazione di fronte alla Bank of America nella downtown di Los Angeles. La copertina è firmata Shepard Fairey, quello di Hope-Obama. Nell’iconizzazione di Fairey, il ritratto di Sarah perde alcune caratteristiche e ne acquisisce altre. Sul fazzoletto scompare la scritta, un messaggio che conosciamo bene e che – alla fine – è il messaggio di Soqui: 99%, cioè “quella parte di mondo che non possiede ricchezza”. Scompare poi anche lo scollo della ragazza che ci indicava, principalmente, che quella che portava in faccia era una protezione, non un velo.</p>
<p>La PA, coniata da un giornalista di <em>Foreign Policy</em>, finisce sul <em>Time</em>. Ad essa vengono associati i contestatori di Occupy. In mezzo ci sono diversi altri paesi, non arabi. Compresa la Spagna, compreso Israele. La cifra, questa volta azzeccata, è la giovinezza dei protagonisti, ma la PA si scioglie nel mondo, diviene parte di una globale rivolta giovanile. E i suoi protagonisti diventano icone di qualcos’altro: Tawakkul Kerman, giovane esponente della Fratellanza Musulmana yemenita, riceve il Premio Nobel per la Pace (insieme a due donne liberiane) per la sua &#8220;battaglia non violenta a favore della sicurezza delle donne e del loro diritto alla piena partecipazione nell&#8217;opera di costruzione della pace”. E non per il fatto che Kerman ha guidato una rivolta (finita certo male) nel suo paese.</p>
<p>Segue un periodo buio per i <em>protester</em> nei paesi arabi. A forza di controrivoluzioni e restaurazioni (Egitto), operazioni di maquillage (Yemen), omicidi politici e nuova corruzione (Tunisia), rapimenti, torture e massacri (Siria) in pochi hanno ancora la forza di alzare la testa. Progressivamente le loro voci si affievoliscono, così come l’interesse per il suono che fanno.</p>
<p>***</p>
<p>Nel periodo della PA, quasi interminabile se consideriamo la velocità con la quale il mondo dell’informazione rumina e digerisce, a soffrire è stato il<em> modo</em> di raccontare. Il fatto che un’esplosione così generalizzata e così contenutisticamente sorprendente (dignità? democrazia? giustizia sociale?) non sia stata prevista, ha mandato in default le linee di pensiero che avevano spiegato il mondo arabo e/o il mondo islamico fin dal crollo del muro di Berlino e poi, con qualche modificazione in senso “allarmista” e “conservatore”, fin dal 9/11, un evento che aveva semplificato ulteriormente, dividendo il mondo in civiltà antagoniste. Su quel cliché molti avevano costruito la loro fortuna politica, mediatica ed economica. Obama, nel 2009, aveva poi parzialmente corretto il tiro, inaugurando la “nuova stagione” delle “relazioni coi musulmani”, che aboliva i <em>claim</em> precedenti &#8211; la guerra al terrore etc. &#8211; per istallarne altri, più dialoganti – perché siamo tutti sulla stessa barca – benché affollati di droni.</p>
<p>Invece, fin dai primi mesi insieme alla rivolta, irrompevano le espressioni delle neonate società civili. Si era aperto il vaso di Pandora, ne uscivano centinaia di nuove esperienze politiche, sociali, editoriali, artistiche, culturali. Da dove veniva tutto questo? I primi a cadere dalla rupe furono i vecchi “giornalisti di medioriente” che sembrarono informati di fatti secondari. I media scoprirono un mondo di attivisti e giornalisti locali e non, una nuova generazione di operatori dell’informazione che, abbandonati i normali preamboli orientalisti e disertate le agenzia di stampa governative, stavano nelle piazze, parlavano con le persone, tiravano fuori dalla rete nuovi contenuti. Fu una scoperta, ma la nuova generazione non ebbe lo stesso trattamento della precedente in termini di remunerazione e stabilità lavorativa. Fu poi, con lo spegnersi dei fuochi, pesantemente mondata e per lo più messa in cantina. Si parlò della potenza della rete, del suo ruolo di vetrina e il capitolo fu chiuso.</p>
<p>***</p>
<p>Ma non è finita qui, ci sono da rispolverare i vecchi fasti, nel luglio 2014 arriva la nuova carneficina a Gaza. Dietro la patina di indignazione e/o di sgomento, sembra quasi che i media di tutto il mondo, come anche gli “analisti di Medioriente&#8221; o presunti tali e, infine, le centinaia di migliaia di palestinisti e israelisti della domenica, tirino un sospiro di sollievo. Finalmente gli operatori dell&#8217;informazione e i postatori di “cose buone e su cui riflettere” potranno tornare a usare gli strumenti, le categorie e i microdossier che hanno maneggiato per decine di anni senza dover rincorrere eventi che non capiscono e dei quali non sanno quasi niente. Eventi come una rivoluzione, che mettono in circolo dubbi e incertezze e che, se ben letti, potrebbero spiegare molto anche su di noi (e anche sul lavoro mediocre di quegli operatori).<br />
È a questo punto della storia che la PA muore sul serio, perché la PA era un impianto mediatico e ora quell’impianto, riavviatasi sui vecchi binari la dinamica &#8220;Israele-Palestina&#8221;, è definitivamente scomparso. L&#8217;8 luglio 2014, per la prima volta in quattro anni, <em>Jadaliyya</em>, una delle migliori riviste online su questi temi, non porta nell&#8217;indice alcun articolo sulla Siria, l&#8217;unico paese arabo in cui, nonostante ciò che il senso comune afferma, c&#8217;è ancora un barlume di rivoluzione (ancora oggi la gente scende in piazza, malgrado tutto, per i “venerdì di protesta”). È la rivista su cui era apparso uno dei più importanti articoli sulla situazione attuale di quel paese mai scritti. Era il 24 novembre 2011, prima che tutto accadesse, e l’articolo, di Bassam Haddad, si intitolava “Neoliberal Pregnancy and Zero-Sum Elitism in the Arab World”.</p>
<p>Un conosciuto blogger che scrive di Siria, <em>Maysaloon</em>, ironicamente si rivolge agli &#8220;antimperialisti&#8221;: &#8220;fate attenzione riguardo alle foto di Gaza che pubblicate: potrebbe essere la prima volta in tre anni che postate foto delle vittime di Asad&#8221;. Dei palestinesi uccisi dagli israeliani qualcuno pubblica addirittura i nomi. Molti di loro non saprebbero chiamare per nome nemmeno uno dei migliaia di palestinesi uccisi da Asad in Siria. Il più pletorico conflitto di retoriche e propagande che la storia recente abbia conosciuto, che va sotto il nome (oggi ancora più depistante) di “conflitto arabo-israeliano”, torna insomma prepotentemente in ruolo, insieme a quell’altro grande generatore di strabismi:&#8221;la responsabilità dell&#8217;Occidente&#8221;.</p>
<p>Ritorno al futuro. Emerge – esplodendo nel volano dei social network – una caratteristica penosa e malata dell’intero sistema: il famoso &#8220;not in my back yard&#8221; riguarda anche i giardini della mente, quei luoghi immaginati che, pur essendo forse meno verdi di quelli del vicino, le persone vogliono vedere puliti e perfetti, abitandoli ogni giorno. Ma poi, eliminato in qualche giorno “l’elemento di disturbo”, il giardino torna a fiorire. Mentre gioiscono tutti coloro che avevano fatto macumbe sui “giovani arabi” e piantato spilli sui loro feticci. Hamas torna a essere “resistenza”, Netanyahu si riprende il posto di “gestore della sicurezza”, proprio come se fosse un tiranno qualsiasi in un qualsiasi paese arabo. E la cosa ovviamente non si ferma più. Si indossa l&#8217;una o l&#8217;altra maglietta per motivi che hanno a che vedere più con l&#8217;identità o senso di appartenenza delle persone che le indossano che non con il conflitto israelo-palestinese stesso. &#8220;Privatizzazione&#8221;, interiorizzazione del conflitto. Roba che in breve vira verso l’&#8221;infotainment&#8221;, cade nell&#8217;autoreferenziale, diventando molto simile a qualche altro &#8220;file&#8221; &#8211; incomparabilmente meno tragico &#8211; che a scadenze fisse o variabili si riapre sulle bacheche dei social network o sulle pagine dei giornali. Il calore del “conflitto arabo-israeliano” produce interpolazioni (sono tutti come Hitler), fusioni (i palestinesi sono Hamas), cortocircuiti e afasie. Sì, la parlamentare israeliana di ultradestra incita l’esercito israeliano su Facebook, chiede un massacro. Sì, alcuni cittadini israeliani guardano cadere le bombe israeliane su Gaza stando in poltrona. Sì, probabilmente Hamas fa il gioco sporco sulla pelle degli innocenti per riguadagnare i consensi perduti a Gaza in questi anni. Guarda, la cantante israeliana Noa viene contestata a Salerno perché “sionista”. Guarda, il concerto della cantante israeliana Noa è cancellato a Milano perché ha invitato Netanyahu a smettere di bombardare Gaza.</p>
<p>Soprattutto, ritornano le geografie emozionali: quel microscopico fazzoletto di terra che raccoglie in sé Israele e Palestina diventa “il Medioriente”. Le televisioni urlano: “crisi in Medioriente, Iraq e Ucraina”, ponendo l’Iraq in uno strano <em>altrove</em>, in un nuovo <em>oriente</em> né vicino, né medio né grande, nel quale abita un minaccioso Neocaliffo che ordina ai propri sudditi di infibulare “tutte le donne” (era una bufala, sì) e che invierebbe addirittura truppe a Gaza perseguendo il suo terrorizzante disegno. Fra chi gioisce per il ritorno del vecchio paradigma c’è anche il tiranno siriano, Bashar al-Asad, che su tutti questi costrutti aveva fabbricato  – meglio di altri – la propria propaganda. In stile guerra fredda, con la fierezza del “capo arabo laico e socialista”, annuncia che inizierà “a ricostruire il paese” ancor prima di aver finito di distruggerlo e desertificarlo, in un conflitto che non conosce pause e che finora ha fatto 200.000 morti e milioni di profughi, più di un terzo della popolazione. Neanche Naomi Klein, autrice di <em>Shock economy</em> vede qualcosa di strano in quell’annuncio. Non ci ragiona su, non prende atto di una “nuova fase dell’aggressione neoliberista al mondo” bensì lancia appelli dal <em>Guardian</em> per boicottare Israele.</p>
<p>A mettere il sigillo sul certificato di morte della PA è infine  <em>The Economist</em> che, usando il più classico degli orientalismi, chiosa: “Mille anni fa le grandi città di Baghdad, Damasco e il Cairo si alternavano nella corsa, davanti al mondo occidentale. Islam e innovazione andavano insieme. I vari califfati arabi erano superpotenze dinamiche – fari di scienza, tolleranza, commercio. Eppure oggi gli arabi versano in uno stato miserabile. Addirittura l’Asia, l’America Latina e l’Africa avanzano mentre il Medio Oriente è frenato dal dispotismo e sconvolto dalla guerra”.</p>
<p>L’umiliazione, ancora una volta. Nulla è cambiato, sembra. O meglio: siamo finalmente tornati a dire che nulla può cambiare, che nulla deve cambiare, che nulla cambierà.</p>
<p>Quel 17 dicembre 2010 è stato solo un incidente, dai. E togliete i fiori da quella tomba, per favore.</p>
<p>[1] Marc Lynch, “Obama’s ‘Arab Spring’?”, Foreign Policy, 6 gennaio 2011</p>
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		<title>Muri e razzi: l&#8217;idiozia si vedrà dalla luna?</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Maria Luisa Venuta]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 18 Nov 2012 19:08:18 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[Pochi giorni fa scrivevamo email ad operatori palestinesi del mondo cooperativo, che avevamo incontrato qui in Italia. L&#8217;obiettivo era scrivere insieme un progetto di scambi giovanili da presentare in uno dei rari Programmi Europei di finanziamento in cui si riconosce l&#8217;Autorità Palestinese. Non avevamo ricevuto risposte e ci sembrava un peccato sprecare una opportunità di [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: left;"><a href="https://www.nazioneindiana.com/2012/11/18/muri-e-razzi-lidiozia-si-vedra-dalla-luna/muro-israele/" rel="attachment wp-att-44149"><img decoding="async" class="alignnone size-medium wp-image-44149" title="muro-israele-palestina" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2012/11/muro-israele-300x225.jpg" alt="" width="300" height="225" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2012/11/muro-israele-300x225.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2012/11/muro-israele.jpg 640w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" /></a></p>
<p style="text-align: left;">Pochi giorni fa scrivevamo email ad operatori palestinesi del mondo cooperativo, che avevamo incontrato qui in Italia. L&#8217;obiettivo era scrivere insieme un progetto di scambi giovanili da presentare in uno dei rari Programmi Europei di finanziamento in cui si riconosce l&#8217;Autorità Palestinese. Non avevamo ricevuto risposte e ci sembrava un peccato sprecare una opportunità di questo genere. Oggi mi sembra di aver in mano solo la fionda di Davide di fronte a Golia. Pubblico di seguito il rapporto ricevuto dall&#8217;Associazione<strong> Cooperazione e Solidarietà </strong><small></small> <a href="http://www.acs-italia.it ">ACS-Italia</a> su quanto sta accadendo. Chiedo di segnalare articoli, interventi e quanto i lettori e le lettrici di Nazione Indiana considerano opportuno per andar oltre il dolore impotente che si prova davanti alle foto della guerra   di cui giungono notizie.</p>
<h2 style="text-align: center;"><small><span><a href="https://www.nazioneindiana.com/2012/11/18/muri-e-razzi-lidiozia-si-vedra-dalla-luna/16nov12-gaza-sotto-3zo-giorno-di-attacchi_testimonianze-da-ospedale-shifa/" rel="attachment wp-att-44151">16nov12-Testimonianze da ospedale Shifa.pdf</a></span></small></h2>
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		<title>Ricordare la Nakba palestinese con uno Yizkor alternativo</title>
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		<dc:creator><![CDATA[helena janeczek]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 06 Jun 2012 07:13:36 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[incisioni]]></category>
		<category><![CDATA[conflitto israelo-palestinese]]></category>
		<category><![CDATA[Davide Mano]]></category>
		<category><![CDATA[helena janeczek]]></category>
		<category><![CDATA[Nakba]]></category>
		<category><![CDATA[Università di Tel-Aviv]]></category>
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					<description><![CDATA[Lunedì 14 maggio 2012, sul piazzale d&#8217;entrata dell&#8217;Università di Tel-Aviv si è svolta una cerimonia congiunta arabo-ebraica in commemorazione della Nakba palestinese. di Davide Mano “Ecco, l&#8217;hanno fatta davvero grossa”. Quando ho letto che, nell&#8217;università in cui mi sono iscritto per il mio dottorato e nella città più israeliana e più smemorata di Israele, Tel-Aviv, [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>Lunedì 14 maggio 2012, sul piazzale d&#8217;entrata dell&#8217;Università di Tel-Aviv si è svolta una cerimonia congiunta arabo-ebraica in commemorazione della <em>Nakba</em> palestinese.</p>
<p>di <strong>Davide Mano</strong></p>
<p>“Ecco, l&#8217;hanno fatta davvero grossa”. Quando ho letto che, nell&#8217;università in cui mi sono iscritto per il mio dottorato e nella città più israeliana e più smemorata di Israele, Tel-Aviv, si stava per tenere uno <a href="http://www.jewishvirtuallibrary.org/jsource/Judaism/yizkor.html">Yizkor</a> alternativo arabo-ebraico in memoria della <a href="http://fr.wikipedia.org/wiki/Exode_palestinien_de_1948">Nakba</a> palestinese, la prima reazione è stata di sorpresa. Raccolte le prime informazioni, un senso di ammirata curiosità ha avuto presto il sopravvento.<span id="more-42669"></span> Si stava per creare uno spazio comune, angusto ma concreto, in cui promuovere una memoria del &#8217;48 più trasversale, vicina a tutti gli abitanti della regione, ebrei ed arabi. Uno spazio in cui poter vedere rappresentato quello spaccato della società araba ed ebraica favorevole alla convivenza e pronto per questo anche a ridiscutere le rispettive costruzioni nazionali ed identitarie. Si trattava certamente di un piccolo evento, ma che per una volta non aveva a che fare semplicemente con il senso di colpa della società israeliana: era al contrario voluto da arabi ed ebrei in parti uguali e sentito come un vero momento di costruzione e condivisione democratica. L&#8217;Università di Tel-Aviv era <a href="http://www.haaretz.com/news/national/tel-aviv-university-okays-nakba-day-ceremony-despite-student-union-opposition-1.429245">l&#8217;unica università israeliana</a> ad aver concesso uno spazio agli studenti, seppur prendendo le dovute precauzioni di fronte alle minacce di sanzioni previste dalla cosiddetta <a href="http://www.haaretz.com/news/diplomacy-defense/israeli-students-and-mks-clash-over-controversial-nakba-day-ceremony-in-ta-university-1.430418">“Legge sulla Nakba”</a> introdotta nel 2011 dal governo Netanyahu.</p>
<p>Gli organizzatori dell&#8217;evento, quattro studenti, un ragazzo e una ragazza arabi insieme ad un ragazzo e una ragazza ebrei, avevano scritto per l&#8217;occasione un memoriale alternativo ed invitato gli studenti dell&#8217;università a partecipare al lutto palestinese. Il tentativo di includere la narrativa palestinese nella coscienza collettiva israeliana non trovava però espressione soltanto nelle testimonianze personali dei palestinesi previste nel corso della cerimonia, ma si serviva anche di uno strumento della cultura alternativa israeliana. Gli organizzatori si richiamavano infatti a una pratica culturale affermatasi di recente in Israele e che propone formule pubbliche alternative alle <a href="http://www.indiegogo.com/combatantsforpeace">cerimonie ufficiali nazionali</a>, spazi e modi diversi per vivere e confrontarsi con le <a href="http://www.ynetnews.com/articles/0,7340,L-3388484,00.html">ricorrenze del passato</a> e con le <a href="http://www.haaretz.com/culture/arts-leisure/rereading-the-purim-story-reveals-feminist-role-models-1.263922">solennità ebraiche</a>.</p>
<p>Il luogo della memoria dal quale questi studenti avevano deciso di elevare il loro <em>Yizkor</em>, la loro preghiera memoriale in chiave civile, non era un luogo facile né per gli israeliani né per i palestinesi. Ma aveva pur sempre dalla sua il fatto di essere un evento documentato: la <em>Nakba</em> è riconosciuta storicamente, non è semplicemente una serie di racconti tramandati di famiglia in famiglia. Proprio di questa storia, ricostruita in archivio dagli storici palestinesi e dai nuovi storici israeliani, si volevano fare carico questi studenti, per tentare di confrontarla e integrarla nei ricordi personali, farla agire a contatto con la memoria di ciascuno, pubblicamente. Nella consapevolezza che la memoria è in fondo un fatto in perenne costruzione.</p>
<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/2012/06/06/ricordare-la-nakba-palestinese-con-uno-yiskor-alternativo/foto1_organizzatori/" rel="attachment wp-att-42670"><img decoding="async" class="aligncenter size-full wp-image-42670" title="Foto1_Organizzatori" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2012/06/Foto1_Organizzatori.jpg" alt="" width="436" height="326" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2012/06/Foto1_Organizzatori.jpg 436w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2012/06/Foto1_Organizzatori-300x224.jpg 300w" sizes="(max-width: 436px) 100vw, 436px" /></a></p>
<p><em>Gli organizzatori dell&#8217;evento. Da destra: Kadaan Saafi, Noa Levi, Rula Khalila e Dan Walfish</em> (foto: Alon Ron).</p>
<p><em>“Oggi siamo qui riuniti, ebrei ed arabi, per ricordare la tragedia palestinese, la Nakba. I morti, gli sfollati dei villaggi, quelli che sono dovuti fuggire dalle loro abitazioni per salvarsi e a cui non è stato permesso di tornare, quelli che sono divenuti profughi nella loro terra e quelli che lo sono divenuti in altri paesi&#8230; Questa è la tragedia all&#8217;origine della situazione di guerra nella quale viviamo. Questa è la tragedia che ci è stato proibito di riconoscere, con le cui conseguenze non ci siamo mai misurati&#8230; In quanto uomini abbiamo l&#8217;obbligo di ricordare e non dimenticare. Perché i nostri racconti sono molto diversi l&#8217;uno dall&#8217;altro, ma la vita e la libertà di noi tutti vengono prima, sono sacre. Ricordi il popolo di Israele. Ricordi il popolo di Palestina. Ricordiamo noi tutti, figli dell&#8217;uomo”.</em></p>
<p>Sul piazzale d&#8217;entrata dell&#8217;università ci sono centinaia di persone, studenti, professori, cittadini, attivisti arabi ed ebrei, ma anche molti oppositori della destra israeliana venuti a disturbare la cerimonia. Il personale di sicurezza e di polizia è dispiegato per evitare ogni possibile contatto tra le due fazioni, nonostante lo spazio che divide le due manifestazioni sia alquanto esiguo. <a href="http://www.youtube.com/watch?v=Yg9XUX_ZKKE&amp;feature=player_embedded">Alle parole recitate in ebraico da Saar Skalli</a>, masterando di teatro, segue un breve sunto storico su quanto avvenuto tra il &#8217;47 e il &#8217;49, durante il conflitto che gli israeliani chiamano “guerra d&#8217;indipendenza” e i palestinesi “la catastrofe”. Come amplificazione c&#8217;è un solo megafono, non è stato concesso l&#8217;utilizzo di un impianto. Rula Haleila, studentessa di letteratura inglese e genere, recita in arabo i nomi dei villaggi palestinesi distrutti e cancellati dalla mappa. Poi riprende in ebraico per leggere il testo di una memoria famigliare lunga tre generazioni, legata a uno dei villaggi palestinesi distrutti nel &#8217;48. Eitan Bronshtein, presidente dell&#8217;associazione <a href="http://www.nakbainhebrew.org/index.php">Zochrot</a>, legge il messaggio inviato da uno degli ultimi abitanti di Sheikh Munis, villaggio sgomberato nel corso del &#8217;48 dalle milizie ebraiche, sulla cui terra si trova oggi l&#8217;Università di Tel-Aviv. Altri racconti si susseguono, gridati al megafono da studenti universitari arabi, figli e nipoti di palestinesi sfollati nel &#8217;48 ma riusciti a tornare o a rimanere nel paese. Chi espone i ricordi di famiglia nella lingua madre, l&#8217;arabo, chi preferisce invece rivolgersi al pubblico in ebraico. Prevale la volontà di comunicare con i numerosi studenti e professori israeliani presenti: è la prima volta che in Israele, in occasione di una manifestazione pubblica, si chiede agli ebrei di riconoscere e di immedesimarsi nel dolore degli arabi che vivono sulla stessa terra.</p>
<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/2012/06/06/ricordare-la-nakba-palestinese-con-uno-yiskor-alternativo/foto2_ragazza/" rel="attachment wp-att-42671"><img loading="lazy" decoding="async" class="aligncenter size-full wp-image-42671" title="Foto2_Ragazza" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2012/06/Foto2_Ragazza.jpeg" alt="" width="390" height="286" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2012/06/Foto2_Ragazza.jpeg 390w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2012/06/Foto2_Ragazza-300x220.jpg 300w" sizes="auto, (max-width: 390px) 100vw, 390px" /></a><br />
<em>“Questa è la mia storia, non si può liquidare come un non-sense”</em> (foto: Ben Hartman).</p>
<p>Il messaggio lanciato dal gruppo studentesco si concentra sulla necessità di accordare uno spazio di solidarietà e di ascolto a quei cittadini arabo-israeliani che dal 1948 si ritrovano <a href="http://www.sdc.admin.ch/glossary_popup.php?itemID=178636&amp;langID=7">profughi</a> nella loro stessa terra. Waseem Hajo, un venticinquenne palestinese nato a Haifa, spiega così la sua partecipazione alla cerimonia: <em>“Questa è la tragedia personale della mia famiglia. Non siamo qui per negare l&#8217;esistenza di Israele, vogliamo solo che la nostra sofferenza sia riconosciuta”.</em> Gli fa eco una delle organizzatrici israeliane, Noa Levi, masteranda di giurisprudenza, che insiste nel presentare l&#8217;iniziativa come un semplice atto democratico e una fondamentale manifestazione di solidarietà umana: <em>“Noi israeliani ogni anno chiediamo agli arabi che vivono tra di noi di riconoscere il nostro lutto, anche quando non legato a loro, come nel giorno della Shoah. È tempo che anche noi riconosciamo il lutto palestinese per la Nakba, la tragedia che ha lacerato la società palestinese, causato l&#8217;esodo di gran parte della sua popolazione, cancellato circa 500 villaggi e creato il problema dei campi profughi&#8230; L&#8217;obiettivo è manifestamente quello di permettere una presenza del lutto palestinese nello spazio pubblico israeliano, di permettere alla tragedia umana di trovare un suo spazio, senza doverla arruolare direttamente alla narrativa nazionale e alle esigenze della nazione”.</em></p>
<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/2012/06/06/ricordare-la-nakba-palestinese-con-uno-yiskor-alternativo/foto3_cordone/" rel="attachment wp-att-42672"><img loading="lazy" decoding="async" class="aligncenter size-full wp-image-42672" title="Foto3_Cordone" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2012/06/Foto3_Cordone.jpeg" alt="" width="390" height="286" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2012/06/Foto3_Cordone.jpeg 390w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2012/06/Foto3_Cordone-300x220.jpg 300w" sizes="auto, (max-width: 390px) 100vw, 390px" /></a><br />
<em>Cordone arabo-ebraico durante la manifestazione</em> (foto: Ben Hartman).</p>
<p>Molti riterranno banali e semplicistiche queste parole, o magari ne ravviseranno un fondo di ipocrisia. Forse però non vedono quanto un discorso del genere, nella situazione odierna del conflitto israelo-palestinese, vada contro la cultura politica dominante di entrambe le parti, costruita sulla disumanizzazione dell&#8217;altro. La determinazione a non voler vedere le proprie parole asservite al discorso ideologico, all&#8217;abuso politico e mediatico, è un passaggio fondamentale che fa da base a un altro punto essenziale, per niente scontato nella situazione attuale: quello per cui per ammettere la presenza dell&#8217;altro e riconoscerlo come soggetto politico (perché la pace la si fa con il proprio nemico), bisogna prima averne riconosciuta l&#8217;umanità, la dignità di uomo, nella maniera più assoluta. Sfuggire al discorso nazionale, superare i negazionismi, lo si fa anche condividendo il dolore, dando valore al vissuto personale, creandogli un suo posto nello spazio pubblico, riconoscendo il lutto altrui come fatto umano incontestabile e rifiutandosi di coinvolgervi argomentazioni o condanne di parte. Promuovendo la consapevolezza tramite l&#8217;ascolto delle molteplici storie del dolore altrui. Anche per questo gli organizzatori dell&#8217;evento non hanno voluto la presenza di uomini politici né di simboli partitici, proprio per ribadire una posizione di neutralità, oltre che l&#8217;impossibilità delle generalizzazioni, il rifiuto delle sentenze e dei giudizi assoluti.</p>
<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/2012/06/06/ricordare-la-nakba-palestinese-con-uno-yiskor-alternativo/foto4_folla/" rel="attachment wp-att-42673"><img loading="lazy" decoding="async" class="aligncenter size-full wp-image-42673" title="Foto4_Folla" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2012/06/Foto4_Folla.jpg" alt="" width="436" height="326" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2012/06/Foto4_Folla.jpg 436w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2012/06/Foto4_Folla-300x224.jpg 300w" sizes="auto, (max-width: 436px) 100vw, 436px" /></a><br />
<em>La folla durante la cerimonia</em> (foto: Alon Ron).</p>
<p>Verso la fine della cerimonia viene annunciato in ebraico un momento di raccoglimento: <em>“Nelle cerimonie si sventolano bandiere, si cantano inni. Noi pensiamo che prima di tutto in una cerimonia di commemorazione si debba fare spazio al senso di perdita, all&#8217;uomo, all&#8217;umano, e abbiamo dunque pensato di esprimere tutto ciò con un minuto di silenzio”.</em> L&#8217;iniziativa sembra cogliere impreparati i fortissimi megafoni degli attivisti della destra israeliana venuti a manifestare contro una cerimonia da loro considerata come alto tradimento alla nazione. In uno scenario di scontro aperto come quello visto sul piazzale dell&#8217;università, quel minuto di silenzio, che riesce nonostante tutto a trovare un suo spazio di esistenza, è quanto di più straniante e surreale si possa immaginare.</p>
<p>Sugli scontri accaduti prima, durante e dopo questo piccolo evento memoriale, non starò qui a dilungarmi, potete trovare facilmente tutte le informazioni sui giornali: la <a href="http://www.haaretz.com/news/diplomacy-defense/israeli-students-and-mks-clash-over-controversial-nakba-day-ceremony-in-ta-university-1.430418">politica</a> che insorge, il <a href="http://www.haaretz.com/news/national/minister-tells-israeli-university-to-rethink-ceremony-marking-palestinian-nakba-1.430134">ministro dell&#8217;istruzione</a> che interviene per cercare di fermare l&#8217;iniziativa, i <a href="http://www.ynetnews.com/articles/0,7340,L-4228989,00.html">militanti di destra</a> che attaccano il palchetto della cerimonia, <a href="http://www.beytenu.org/content/MK_Miller:_Nakba_Celebrations?_Not_in_Israel!">proposte di legge</a> per sanzionare l&#8217;Università di Tel-Aviv presentate alla Knesset (il Parlamento israeliano), pagine di Facebook ebraico che invitano al <a href="http://www.facebook.com/antitelavivuniversity">boicottaggio</a> dell&#8217;Università di Tel-Aviv, e molto altro ancora.</p>
<p>In un certo qual modo, tutto, proprio tutto sembra confermare il successo di questa piccola ma coraggiosa iniziativa. È riuscita a far stancare il potere. E forse anche ad ammutolirlo un po&#8217;, dopo tanto frastuono.</p>
<p>(<em> Hj: Ringrazio Davide anche per il suo essersi preso la briga di aver attinto a tutte le possibilità di approfondimento che la pubblicazione in rete mette a disposizione. E&#8217; per il semplice timore di pubblicare un file troppo pesante che ho rinunciato a inserire il lungo video della manifestazione. L&#8217;ho inserito in un link, ma preferisco renderlo più immediatamente visibile. Vale la pena darci un occhio, anche se non si capiscono né l&#8217;arabo, né l&#8217;ebraico. Eccolo qui:</em> <a href="http://youtu.be/Yg9XUX_ZKKE">http://youtu.be/Yg9XUX_ZKKE</a>)<em></em></p>
]]></content:encoded>
					
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		<title>Arna&#8217;s Children  di Juliano Mer-Khamis</title>
		<link>https://staging.nazioneindiana.com/2011/09/25/arnas-children-di-juliano-mer-khamis/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[orsola puecher]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 25 Sep 2011 08:00:30 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[allarmi]]></category>
		<category><![CDATA[cinema]]></category>
		<category><![CDATA[teatro]]></category>
		<category><![CDATA[Arna Mer Khamis]]></category>
		<category><![CDATA[Arna's Children]]></category>
		<category><![CDATA[conflitto israelo-palestinese]]></category>
		<category><![CDATA[Freedom Theatre di Jenin]]></category>
		<category><![CDATA[Israele]]></category>
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		<category><![CDATA[Juliano Mer-Khamis]]></category>
		<category><![CDATA[Orsola Puecher]]></category>
		<category><![CDATA[Palestina]]></category>
		<category><![CDATA[Stone Theatre di Jenin]]></category>
		<category><![CDATA[Vicino oriente]]></category>
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					<description><![CDATA[⇨ Arna&#8217;s Children [ 2003 ] di ⇨ Juliano Mer-Khamis [ 1958 &#8211; 2011 ] ⇨ www.arna.info ⇨ Freedom Theatre You Tube Channel di Orsola Puecher La donna provata dalla chemioterapia, con la kefiah a coprire la testa dai radi capelli bianchi e il cartello in mano DOWN WITH THE OCCUPATION, sulla strada polverosa fra [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p align="center"><iframe loading="lazy" width="640" height="480" src="https://www.youtube.com/embed/dsm8F-0dIXk?rel=0&amp;showinfo=0" frameborder="0" allowfullscreen></iframe></p>
<p align="center"><strong>⇨ <a href="http://en.wikipedia.org/wiki/Arna%27s_Children" target="_blank">Arna&#8217;s Children [ 2003 ]</a><br />
</strong> di <strong>⇨ <a href="http://en.wikipedia.org/wiki/Arna%27s_Children" target="_blank"> Juliano Mer-Khamis [ 1958 &#8211; 2011 ]</a><br />
⇨ <a href="http://www.arna.info/Arna/" target="_blank"><strong>www.arna.info</strong></a></strong><br />
⇨ <a href="http://www.youtube.com/thefreedomtheatre#p/u/0/htb8vX1p6l8" target="_blank"><strong>Freedom Theatre You Tube Channel</strong></a></p>
<p>di <strong>Orsola Puecher</strong></p>
<p>La donna provata dalla chemioterapia, con la kefiah a coprire la testa dai radi capelli bianchi e il cartello in mano DOWN WITH THE OCCUPATION, sulla strada polverosa fra le auto ferme al posto di blocco dei soldati israeliani, che inerme dice loro con coraggio “<em>Lasciateli andare… smettetela di torturali!</em>“ è <strong>Arna Mer-Khamis.</strong></p>
<p align="right"><strong><span id="more-40173"></span></strong></p>
<p>Il documentario <strong>Arna’s children</strong> è stato girato da suo figlio <strong>Juliano Mer-Khamis</strong>, attore e regista, direttore del ⇨ <a href="http://www.thefreedomtheatre.org/" target="_blank"><strong>Freedom Theatre</strong></a> di <strong>Jenin</strong>, che fieramente si definiva palestinese e israeliano insieme, ucciso il 4 aprile 2011 da un commando armato mascherato. Solo pochissimi giorni prima di <strong>Vittorio Arrigoni</strong>. Nelle sue profetiche parole, “<em>E’ pericoloso!</em>”, che concludono l&#8217;intervista del dicembre 2010, nel gesto che le accompagna agitando la mano, la coscienza che la morte spesso può essere il destino dello &#8220;scandalo&#8221; delle utopie e dei sogni.<br />
&nbsp;</p>
<p align="center"><iframe loading="lazy" width="560" height="315" src="https://www.youtube.com/embed/PNWsyqftD9I?rel=0" frameborder="0" allowfullscreen></iframe></p>
<p>&nbsp;<br />
Il <strong>Freedom Theatre</strong> dopo la morte di <strong>Juliano Mer-Khamis</strong> ha cercato di continuare l&#8217;attività, chiedendo la protezione della polizia palestinese, con nuove produzioni e proseguendo la scuola di recitazione per i ragazzi, ma il 27 luglio scorso nella notte c&#8217;è stata ⇨ <a href="http://www.thefreedomtheatre.org/news.php?id=187" target="_blank"><strong>un&#8217;irruzione dei militari israeliani</strong></a> con l&#8217;arresto di alcuni suoi membri e poi di nuovo il ⇨ <a href="http://www.thefreedomtheatre.org/news.php?id=201" target="_blank"><strong>22 agosto</strong></a>. E&#8217; questa persecuzione a doppio fronte il segno di quanto possa far paura il cambiamento delle coscienze, di quanto si abbia interesse a reprimere e minacciare una nuova prospettiva culturale, di quanto si consideri pericolosa questa resistenza non violenta che al posto delle armi ha le idee. Di quanto si temano gli &#8220;<em>operatori di pace</em>&#8220;.</p>
<p>Il film <strong>Arna&#8217;s children</strong> è la storia di un gruppo di bambini del campo profughi di <strong>Jenin</strong> e del progetto educativo di <strong>Arna Mer-Khamis</strong> per offrire loro attraverso l&#8217;attività teatrale uno spicchio di umanità, una valvola per sfogare la loro rabbia repressa e il loro dolore: rappresentandoli, recitandoli, in un antico meccanismo di catarsi che cerca di portare alla luce i loro conflitti quotidiani, di incanalare offesa e odio. Ma è anche la storia di un’isola di gioco, di diritto alla dolcezza, alla felicità, all&#8217;arte, perché delle guerre i bambini sono le vittime più dimenticate. E i bambini saranno i grandi di domani.<br />
<strong>Juliano</strong> dal 1989, aiutando la madre, segue con la macchina da presa l’attività quotidiana dello <strong>Stone Theatre</strong> per sei anni.<br />
Questa esperienza diventa un punto di riferimento nei territori occupati. Riceve premi e finanziamenti.<br />
Con la morte di <strong>Arna</strong>, nel ‘95, tutto finisce.<br />
Nel 2002 i carri armati israeliani radono al suolo il campo di <strong>Jenin</strong>.<br />
I <em>bambini di Arna</em> sono cresciuti.<br />
Pochi giorni dopo la terribile rappresaglia <strong>Juliano</strong> torna al campo.</p>
<blockquote><p><em>Sono ritornato sulle rovine di Jenin con la mia macchina da presa per vedere cosa fosse successo ai bambini che ho conosciuto e amato… il mio film cerca di raccontare le loro storie e di capire le loro scelte.</em></p></blockquote>
<p>Il documentario è costruito attraverso l&#8217;accostamento dei flashback delle prime riprese del 1989 con quelle della situazione presente, lucidamente, senza nulla nascondere. Soffrendo insieme alla sofferenza che si filma. Interrogandosi insieme alle domande che sorgono.<br />
Rivediamo <strong>Alla</strong> dal viso paffuto e gli occhi consapevoli, che amava tanto dipingere con i pennelli e ora impugna armi al loro posto&#8230; <strong>Ashraf</strong> e il suo sorriso, che nella recita era il principe che voleva catturare il sole, quando racconta come all&#8217;inzio fosse sospettoso che degli israeliani facessero tutto quello per loro, fino a pensare che fossero delle spie e di quanto invece la conoscenza reciproca avesse costruito un rapporto di fiducia, &#8220;<em>Arna per me è come una madre e tu come un fratello&#8230;</em>&#8221; e poi subito il suo video d’addio ufficiale da martire kamikaze. Il dolore composto della madre. Ma anche <strong>Zakariya</strong>, combattente della Seconda Intifada, il volto segnato di cicatrici, l’unico superstite dei <em>bambini di Arna</em>, che ha scelto di deporre le armi e ora, dopo la morte di <strong>Juliano</strong>, anima e prosegue l&#8217;attività del <strong>Freedom Theatre</strong>.<br />
Immagini, episodi che restano scolpiti per l&#8217;assoluta anti retorica del modo di raccontarli. E non è cosa frequente. </p>
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		<title>Paradise Lost</title>
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		<pubDate>Mon, 02 Feb 2009 17:12:04 +0000</pubDate>
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di <strong>Helena Janeczek</strong></p>
<p>Al campus di Gerusalemme andava forte il <em>wonder- pot</em>, una pentola a forma di ciambella in cui si potevano cuocere dei dolci senza il forno. Andavano forte le torte al cioccolato- suppongo pure all’hashish, ma non ho avuto occasione di assaggiarle- la musica che anni dopo sarebbe diventata world, il tè a litri, succhi di frutta, birra. Dormivo nella stanza della mia amica che vi era approdata dopo la maturità e, finito il corso di ebraico intensivo, aveva cominciato i suoi studi alla Hebrew University. Era la vita libera, la vita adulta dalla quale mi divideva solo l’anno che mancava pure a me per lasciare la Germania, anche se non sarei tornata dalla terra dei carnefici alla terra dei miei avi.<span id="more-13961"></span><br />
Quei tre giorni a Gerusalemme, mentre i miei continuavano a stare in albergo a Tel Aviv, ne erano stati l’assaggio. La città era tersa nell’aria mai troppo calda di inizio estate, morbida dal colle del campus fino giù al centro, di materia antica anche negli edifici nuovi perché costruiti in <em>Jerusalem stone</em>, pietra calcarea dal colore di pelle dorata.<br />
C’era sempre gente che veniva a trovarci. Parlavamo fino a tardi, di letteratura, cinema, politica, storie personali. C’erano Zvi, un ragazzo americano che studiava arabo, e Pepita, la room-mate da me sfrattata che veniva dall’Olanda. Tutti iscritti a facoltà di orientamento sociale, tutti animati da uno spirito sionista teso verso un futuro di libertà, fraternità, uguaglianza, pace. Nessun israeliano, ma forse era dovuto al fine settimana. Il ragazzo di Pepita lo era, però palestinese, come mi venne confidato con l’orgoglio di chi, pur non essendo che un gruppo di studenti al primo anno, si sente una sorta di avanguardia.<br />
Il terzo giorno, la pentola dei miracoli al centro della stanza veniva sostituita dalla radio. Dal campus sparivano i ragazzi, tranne quelli stranieri come Zvi. Stava per scoppiare la guerra, era già scoppiata. Libano, 1982. Sentivamo quel che dicevano sull’avanzata, le notizie sulle manifestazioni che si stavano organizzando. <em>Shalom Achshav, Peace Now</em>. Io ripartivo, loro ci sarebbero andati.<br />
Mi è tornato in mente vedendo <em>Valzer con Bashir </em>quando vengono nominati gli oltre vent’anni in cui Ari Folman dice di aver rimosso la guerra in Libano. Quel tempo mi è parso un’enormità: rispetto al punto di partenza geografico che forse mi ero trovata a spartire con qualche suo compagno d’armi, al senso di appartenenza che quell’ipotesi mi confermava. Johnny Rotten, il patchouli, le citazioni dei grandi film americani sul Vietnam: riferimenti in cui mi ritrovavo. Ma soprattutto questo: la dimensione caserecca che hanno tutti i discorsi sul trauma, la rimozione, la colpa, la shoah. Per chi come me o Folman è figlio di gente che ne è scampata, certe nozioni psicoanalitiche sono come la cassetta degli attrezzi per affrontare i fantasmi ereditati, lontanissimi dalla chaiselongue dello strizzacervelli di Woody Allen o di altro arguto psicologismo ebraico. Quel che ne viene fuori in questo caso, è una docufiction animata di forza straordinaria che sembra un incontro fra <em>Apocalype Now</em> e <em>Maus</em>. Folman dice che il suo sarebbe un film “assolutamente impolitico” e per quanto simili dichiarazioni siano diplomatiche, ritengo che in questo caso sia la verità. Pur mostrando alla fine le immagini oscene, tremendamente attuali, dei palestinesi uccisi a Sabra e Chatila di modo che, come sostiene, nessuno possa uscirne pensando di aver visto una figata, non lascia mai il punto di vista israeliano. Del resto, chissà se è possibile fare un film di guerra credibile stando da tutte due le parti? Clint Eastwood ha girato contemporaneamente <em>Lettere da Iwo Jiwa </em>e <em>Flags of Our Fathers </em>e poi li ha separati.<br />
Ma <em>Valzer con Bashir </em>non è impolitico soltanto perché sono sempre occhi israeliani che guardano la distruzione materiale e fisica dell’avversario. Lo è soprattutto perché una matrice preesistente fa da filtro a quello sguardo. Da un lato il film sposa la tesi della non partecipazione dei soldati israeliani al massacro, dall’altro fa cadere per Sabra e Chatila la parola-scandalo, la parola- chiave: genocidio. Deve essere impolitico per poter dire: il nostro Vietnam, la nostra perdita di innocenza &#8211; e di memoria &#8211; origina dal nostro esserci sentiti nazisti, e questo non cambia sposando una versione dei fatti che esclude ogni diretto coinvolgimento. Quel “nostro”, tuttavia, non è nemmeno posto come sentire condiviso da una nazione. Riguarda solo un gruppo di ex commilitoni della stessa generazione e provenienza: askenaziti, coi familiari sopravvissuti o morti nei lager.<br />
Ne sono lontanissimi i ragazzi che nel 2000 devono lasciare l’ultimo avamposto occupato nel 1982, di cui racconta Ron Leshem nel romanzo <em>Tredici Soldati</em>. Ne è stato tratto il film <em>Beaufort</em>, premiato alla Berlinale giusto mezz’anno dopo che per la seconda volta il Libano veniva invaso dall’esercito israeliano. Qui i soldati non sono più di leva, ma di carriera: ultraortodossi delle colonie, figli di russi e soprattutto di <em>mizrahim</em>, ebrei espulsi dai paesi arabi. Nessuno che possa essere parente dei protagonisti di <em>Valzer con Bashir</em>. Quelli là, i privilegiati, anzi hanno rotto i coglioni con le loro storie lacrimevoli di poveri palestinesi e nonni sterminati. Dover lasciare il bunker all’ombra di un castello dei Crociati in cui aspettavano i razzi di Hezbollah, per quei nuovi soldati è privazione di prospettive e identità, cacciata dal giardino di Eden, come afferma provocatoriamente il titolo originale del romanzo.<br />
Anche <em>Il giardino di limoni </em>che una vedova palestinese cerca di difendere dal decreto israeliano di sradicarlo ha all’inizio un aspetto edenico. Film molto più convenzionale e leggero di <em>Valzer con Bashir</em>, è capace tuttavia di trafugare il politico nel privato, a partire da quel che l’immaginario –anche israeliano- associa con la coltivazione degli agrumi, essendo quel giardino in realtà un limoneto. Qui dove non c’è guerra, i palestinesi sono comprimari: cominciando da Hiam Abbass, attrice nata a Nazareth, cui il ruolo di Salma Zidane è stato cucito su misura. Ma oltre alla sua splendida faccia antica, il regista Eran Riklis mostra pure qualcosa dello squallore della Cisgiordania, la difficoltà di muoversi coi posti di blocco e altri aspetti di vita quotidiana sotto occupazione. Salma ha una figlia a Ramallah, l’altra a Gaza, il maschio oltreoceano che nella sua camera ha lasciato come traccia dei suoi sogni il manifesto del omonimo Zizou, ma per il momento fa lo sguattero a Washington. La prima è raggiungibile con difficoltà, la seconda è quasi come fosse in America, forse è persino più difficile parlarle.<br />
Sta in un college statunitense anche la figlia della vicina israeliana oltre al recinto che diventerà muro di divisione, la moglie del ministro della difesa che, confrontandosi con le angherie di Salma, si scopre <em>Desperate housewife</em>. Più importante dell’abbozzata, consolatoria solidarietà tra donne, è il ritratto della loro solitudine speculare. Del loro dover restare dove sono, murate da ragioni di stato e società, mentre altri se ne vanno. Palestinesi e israeliani, sparsi per una diaspora che permette più facilmente di campare, formarsi, sentirsi persone e basta, come per motivare la sua scelta di vivere in Francia, spiega nelle interviste Hiam Abbass che ha recitato e fatto da consulente per <em>Munich</em> di Spielberg, però anche interpretato la madre di uno shahid nel controverso film palestinese <em>Paradise now</em>.<br />
Il giovane avvocato che porterà la causa di Salma fino alla corte suprema israeliana e si innamorerà della sua bellezza e del suo coraggio, è anche lui rientrato da poco in patria. Nel primo incontro, mangia nostalgico una scatoletta di pesci affumicati portati da Mosca dove ha lasciato una figlia bionda. E non è a caso il figlio di Salma quello più indifferente a tutta la questione dei limoni piantati da suo nonno. “Vieni in America, mamma”, dice, “starai come una regina” e riattacca. In alternativa alla solitudine o allo sradicamento non solo dei limoni, non resta che cantare in coro come alla festa del ministro con catering kosher gestito da arabi vestiti con fez e pantaloni a sbuffo: rientrare nei ruoli e nei ranghi. Alla fine l’avvocato rilascia dichiarazioni sulla vittoria ottenuta per la causa palestinese e si fidanza con la figlia di un ministro di Al-Fatah. Ed è col nome che le deriva dal figlio maschio- “Um Nassar”- che pure Salma viene apostrofata quando qualcuno vuole rimetterla al suo posto.<br />
Umm Khaltoum, la Callas della musica araba, sparge invece la sua voce per uno squallido fast-food nel film <em>La Banda </em>(2007) di Eran Kolirin. La banda della polizia di Alessandria doveva esibirsi in un centro arabo di Petah Tikvah e invece finisce a Bet-ha-Tikva, città dormitorio dove non vivono che ebrei sfigati. Dina, gestrice dell’unico bar-tavola calda, sistema gli arabi smarriti per la nottata. Di nuovo il motore è una figura femminile di bellezza ed energia orientale. E sola: single in questo caso. Vedovo invece è Tawfik, il direttore della banda al quale Dina dedica la canzone della defunta diva, dopo averlo paragonato ad Omar Sharif, l’eroe dei melodrammi egiziani che, visti in tivù, da ragazza l’avevano fatta sognare. Attraverso un linguaggio sghangerato alla Tati o Kaurismaki, Kolirin recupera uno struggimento per l’oriente cui il suo paese appartiene per geografia e origine di gran parte dei suoi abitanti, mentre i casermoni nel deserto più che occidentali sono lo stesso schifo in tutto il mondo. E’ questa la cosa che va più a fondo nella sua garbata commedia sentimentale. O il fatto che una giornalista abbia chiesto a Sasson Gabai, l’attore israeliano che interpreta il rigido Tawfik, se avesse avuto difficoltà a entrare nel ruolo di un colonnello arabo. “Per niente”, fu la risposta, “sono nato in Iraq, l’arabo è la mia lingua madre”.<br />
Quelli che erano i ragazzi riuniti intorno al wonder-pot, continuano a svolgere lavori dal risvolto sociale, ma non più in Israele. Sono finiti a Ginevra, Amsterdam, New York. Chi resta invece, sono gli abitanti di posti come Bet-ha-Tikva, o quelli che furono i <em>Tredici Soldati </em>nel Libano occupato. Pure i registi hanno un piede dentro e uno fuori, non foss’altro che per le platee e i premi internazionali che li hanno gratificati. Colpisce che pur distanti l’un dall’altro di circa dieci anni, sono tutti e tre maschi e di origine askenazi. Come se fosse ancora necessaria una provenienza privilegiata per riuscire a raccontare un conflitto attraverso volti, storie, sguardi pienamente individuali. Cosa che magari aiuta pure a capire un’altra disparità: come mai il conflitto israelo-palestinese o -arabo giunga a noi soprattutto attraverso il cinema israeliano. Non si tratta forse solo delle maggiori facilità di girare, né dell’astuzia usata nel contrabbandare il veleno della realtà dentro prodotti godibili o parzialmente edulcorati. Quel che pare più difficile per un palestinese è trovare la sufficiente dose di libertà artistica fra le esigenze di mediazione e militanza. Il film sui due aspiranti attentatori suicidi <em>Paradise now</em>, ha un produttore israeliano ed è riuscito a vincere il Golden Globe, nonché accedere a una nomination agli Oscar per un paese di nome “Palestina”. Il suo regista Hany Abu-Assad vive in Olanda da trent’anni. Rispetto a una terra così ferocemente amata da produrre paradisi accessibili grazie al tritolo, forse è necessario cominciare a costruire dalla distanza.</p>
<p>pubblicato su &#8220;Il Riformista&#8221;, il 25.1.2009.</p>
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		<title>Caro bimbo ti penso</title>
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		<pubDate>Sun, 11 Jan 2009 01:23:39 +0000</pubDate>
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										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: center;"><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/01/childna0.jpg"><img loading="lazy" decoding="async" class="size-full wp-image-13197 aligncenter" title="childna0" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/01/childna0.jpg" alt="" width="408" height="500" /></a></p>
<p>Molto di quel che c&#8217;è da sapere è nelle fotografie di <a href="http://guerrillaradio.iobloggo.com/" target="_blank">Vittorio Arrigoni</a>.</p>
<p style="padding-left: 60px;"><em>Forse il nostro pensiero è semplice e ci mancano le sfumature sempre così necessarie nelle analisi, ma per noi, zapatisti e zapatiste, a Gaza c’è un esercito professionista che sta assassinando una popolazione indifesa. (Subcomandante Insorgente Marcos. Messico, 4 gennaio 2009). </em></p>
<p>Un commentatore di Nazione Indiana ha tradotto <a href="https://www.nazioneindiana.com/2009/01/10/gaza-chi-ha-iniziato/#comment-103593" target="_blank">l&#8217;intervento</a> da cui sono prese queste parole.</p>
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