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	<title>Congetture su Jakob &#8211; NAZIONE INDIANA</title>
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		<title>Due congetture su Jakob</title>
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		<pubDate>Sat, 30 Jan 2010 06:30:25 +0000</pubDate>
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<p>di <strong>Domenico Pinto</strong></p>
<p>La sagoma gigantesca di Jakob attraversa un binario poi l’altro, scema, intorbidisce mano a mano che si avvicina alla cabina di controllo. Sulle linee dei binari che conosce come la propria mano, in una stazione della Germania dell’Est, molto probabilmente Dresda, il ferroviere onnisciente viene travolto da una locomotiva mentre tenta di evitarne un’altra. L’ipotesi che Jakob abbia commesso un errore si può segnare col carbone bianco. Si è trattato perciò di suicidio, di assassinio, forse?<span id="more-28709"></span></p>
<p>Sono trascorsi cinquant’anni dall’avvio della domanda, quando un giovane Uwe Johnson – sostenuto da Siegfried Unseld, di lì a poco alla guida di Suhrkamp ­– licenzia <em>Congetture su Jakob</em>, libro che insieme al <em>Tamburo di latta</em> di Grass e <em>Biliardo alle nove e mezzo</em> di Böll, usciti il medesimo anno, apriranno la strada alla nuova narrativa tedesca, nel mirabile 1959.</p>
<p>Il romanzo appare in italiano sul termine del 1961, nella traduzione sensibilissima, eseguita a rotta di collo da Enrico Filippini, il quale si era affrettato – dopo aver perso il manoscritto della prima stesura – a costruire una seconda versione chiamando in aiuto l’autore. Un lavoro che presentava difficoltà di resa inimmaginabili, e che sarebbe caduto in uno scenario solcato da grandi tensioni. Basti pensare a come Hermann Kesten malintende le idee di Johnson, durante il simposio milanese organizzato per il lancio delle <em>Congetture</em>, e come sulla «Welt» di Axel Springer lo accuserà di giustificare la costruzione del Muro, più ancora, di essere un prodotto della dittatura di Ulbricht. Johnson riesce a confutare queste recriminazioni soltanto grazie al sonoro originale delle parole da lui pronunciate, contenute nel nastro in possesso di Giangiacomo Feltrinelli.</p>
<p>Opera &#8216;noiosissima&#8217; per Bobi Bazlen, «straordinariamente arida» per Alberto Arbasino, le <em>Congetture</em> sono da ritenere, al contrario, fra i romanzi maggiormente carichi di futuro del Novecento. La storia del dirigente di movimento Jakob Abs, la sua morte inspiegabile che riunisce, nel tentativo di darle un senso, le vite della ‘sorella’ Gesine (protagonista de <em>I giorni e gli anni</em>), dell’ebanista Cresspahl, del filologo Jonas Blach, dell’agente dei servizi Rohlfs (il funzionario dai mille nomi), ha per boccascena i fatti d’Ungheria del 1956 e una DDR che si presenta come laboratorio politico e, al contempo, luogo di contraddizioni incomponibili. Jakob finirà sotto lo sguardo dei potenti, intenzionati a usarlo per agganciare Gesine, fuggita all’Ovest, nella speranza di farne una loro informatrice.</p>
<p>Il racconto, che potrebbe essere quello di una tradizionale spy story (con tanto di piano «colomba sul tetto»), vira verso il giallo epistemologico in virtù della sua forma: il romanzo è incardinato su un principio di indeterminismo narrativo che trasforma i protagonisti nelle voci di un coro greco. Spesso non sappiamo chi sono i portatori di parola, e da quale margine temporale proviene il suono; è impossibile risalire il bel fiume della memoria, sostituito da una mappa ripiegata che il lettore è costretto a interpretare, talvolta rifare di pianta (Johnson non sarà mai un «mormorante evocatore del passato remoto»); scorci di discorso si aprono talmente inaspettati che ci ritroviamo ascoltatori casuali; nessun affresco, nessuna cornice, nelle inquadrature strette — come nel Bresson estremo del <em>Lancillotto e Ginevra</em> — entra il semicerchio di una scopa di saggina, il bagliore di un metallo, l’orlo della brughiera, l’aria di polvere dietro un mobile spostato.</p>
<p>Questo romanzo meravigliosamente complesso è scritto <em>contro</em> la linea retta («Non è vero che la linea più breve sia sempre la più diritta», notava Lessing), perché il <em>non sequitur</em> rende il testo inesauribile, perché  agisce al fondo la lezione di Döblin: si possono conoscere solo «alcune superfici di realtà», non essendo il mondo sotto i nostri occhi che mera ipotesi, nebbia di fenomeni, congettura.</p>
<p>Bisognerebbe prendere in mano <em>La sopraelevata berlinese</em>, contenuta nel «Menabò 9» (1966), curato da Enzensberger, in cui Johnson riferisce delle «difficoltà che mi impedirono di descrivere una stazione di Berlino», per comprendere come questa prosa — all’apparenza fredda, ma straripante informazioni sulla vita, e tanto più nitida lì dove la vita sembra essere meno presente — abbia sempre che fare con il problema della verità e della sua rappresentazione. Si può dire che il libro sottoponga alla prova di resistenza la logica di ogni discorso, in un imponente interrogatorio degli enunciati. Le <em>Congetture</em> sono il romanzo di un confine, continuerà a parlarci, sotto la terribile spinta dell’avversativa iniziale («Ma Jakob ha sempre attraversato i binari») dell’uomo che sul confine, su una faglia della Storia, trova la morte. A noi spetta il tentativo di avvicinamento a questo vuoto ermeneutico, «se siamo d’accordo che nessuno è fatto delle opinioni che circolano sul suo conto».</p>
<p>E il segnacolo della radicale inconoscibilità del soggetto si trasferisce per intero alla vita dell’autore. Venticinque sono gli anni che ci allontanano dalla sua morte. Numeri periodici, costanti, anniversari.</p>
<p>Col tempo Uwe Johnson è divenuto una figura sempre più fantastica, isolata, privo dei suoi lettori ideali — quelli della RDT — mai realmente a suo agio nella Repubblica Federale; vivrà negli Stati Uniti, ancora in Europa, infine a Sheernees on See, alla foce del Tamigi, sino alla morte avvenuta per infarto cardiaco.</p>
<p>Le parole con le quali Johnson apre il <a href="http://www.youtube.com/watch?v=u1QRH0hJ_eM" target="_blank">documentario </a>realizzato da Jürgen Bevers apprestano il cancellamento, l’ultima biffatura: «Lei farà vedere che in passato i miei capelli erano più lunghi; farà vedere che in passato avevo un altro viso; come allora si portassero altri tipi di occhiali. Tanto che per lei, per gli autori di questa pellicola, e forse anche per il pubblico, apparirò come una figura di cui si può disporre, perlomeno facendo vedere questa figura… e io mi auguro che lei, con ciò, non voglia provare nulla».</p>
<p><em>Uwe Johnson, Berlin 1956, foto di Heinz Lehmbäcker.</em></p>
<p><em><strong>L&#8217;articolo è apparso su «Alias» il 23.01.2010.</strong></em></p>
<p><em><strong><br />
</strong></em></p>
<p><em><br />
</em></p>
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