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	<title>corrado alvaro &#8211; NAZIONE INDIANA</title>
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		<title>Consigli per scrittori di poche parole</title>
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		<dc:creator><![CDATA[helena janeczek]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 30 Sep 2017 06:36:19 +0000</pubDate>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Domenico Talia</strong><br />
<img fetchpriority="high" decoding="async" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/09/a-pesca-nelle-pozze-più-profonde-paolo-cognetti-e-le-meditazioni-sui-racconti-librofilia-210x300.jpg" alt="" width="210" height="300" class="alignleft size-medium wp-image-69992" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/09/a-pesca-nelle-pozze-più-profonde-paolo-cognetti-e-le-meditazioni-sui-racconti-librofilia-210x300.jpg 210w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/09/a-pesca-nelle-pozze-più-profonde-paolo-cognetti-e-le-meditazioni-sui-racconti-librofilia-768x1097.jpg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/09/a-pesca-nelle-pozze-più-profonde-paolo-cognetti-e-le-meditazioni-sui-racconti-librofilia-717x1024.jpg 717w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/09/a-pesca-nelle-pozze-più-profonde-paolo-cognetti-e-le-meditazioni-sui-racconti-librofilia.jpg 1736w" sizes="(max-width: 210px) 100vw, 210px" /> Si può scrivere di un libro stagionato parlandone come fosse frutta fresca da gustare? Si può parlare di racconti rubando le parole a qualcuno premiato per essere autore di romanzi? Sia nel primo sia nel secondo caso, la risposta parrebbe essere negativa, ma con un po’ di volontà qualcosa di diverso si può tentare. Stessa risposta negativa si è tentati di dare a chi volesse provare a sintetizzare in poche frasi un libro di per sé già sintetico. Un po’ come tentare di spremere succo da un frutto siccagno. Eppure, anche in questo caso, si può anche provare a ribaltare la risposta e tentare una strada a prima vista impedita.<span id="more-69991"></span></p>
<p><a href="http://paolocognetti.blogspot.it/">Paolo Cognetti</a> tre anni fa ha pubblicato un libro sull’arte di scrivere racconti lavorando soltanto su autori statunitensi (dettaglio non dichiarato né nel titolo né nell’aletta del libro &#8211; di racconti e basta là si dice). Tuttavia questo focus particolare non limita il valore dei brevi capitoli di quel testo. Dopo averlo letto, credo valga la pena di richiamare un po’ di cose piacevoli (oltre che utili e interessanti) lì discusse, con il rischio che se questi richiami piaceranno a chi sta leggendo queste note, potrebbero tentarlo a non leggere tutto il libro. Rischio che non esclude il suo reciproco: se non piaceranno a chi le sta leggendo, quasi certamente lo spingeranno a non avvicinarsi alla lettura del libro. Doppio rischio da correre con la speranza di incuriosire qualcheduno che quel libro non lo ha avuto sottomano.</p>
<p>Trascurando volutamente la similitudine suggerita dal titolo (<em>A pesca nelle pozze più profonde</em>, minimum fax, 2014), Cognetti è bravo a convincerci, senza compiere un grande sforzo, che scrivere racconti significa esercitare rigore ed economia di lessico per esser capaci di mettere “il grande dentro il piccolo”, cosa non semplice ma che quando avviene ha del miracoloso. È come esser capaci di “vedere l’invisibile” attraverso quella poca luce che si ha a disposizione.</p>
<p>Il racconto è, molto più del romanzo, narrazione incompleta che manca di un prima e di un dopo. Una finestra che ci mostra soltanto una parte del paesaggio, solo una porzione dei fatti, ma non per questo diventa narrazione amputata. Il racconto come spazio stretto tra la vita di prima e quella di dopo, comunque capace di illuminare sia il prima sia il dopo. Un pezzo di una nostra storia che suggerisce qualcosa sul prima ed è anche capace di condizionare il nostro futuro.</p>
<p>Il racconto è una sfida al lettore: della storia io “ne scrivo un pezzo: tu sei capace di immaginare il resto?” A questo proposito, Cognetti richiama la teoria dell’iceberg di Hemingway, “dentro l’acqua c’è la storia, fuori dell’acqua c’è il racconto.” Su questo crinale Cognetti chiama in soccorso anche Flannery O’Conner: “Il problema dello scrittore è come far sì che l’azione descritta riveli quanto più possibile del mistero dell’esistenza.” Quello che, in tempi e luoghi diversi, Corrado Alvaro chiamava “la favola della vita”.</p>
<p>In un universo narrativo in cui occorre “vedere l’invisibile”, “Gli scrittori di racconti adorano i momenti in cui la luce cambia.” È in quei momenti che le storie prendono l’abbrìvio, che cambiano il punto di vista, che mostrano qualcosa di nuovo. È in quei momenti che la poca luce che appare e illumina la scena ci aiuta a vedere l’impercettibile. E anche quando lo vediamo (l’impercettibile), dobbiamo stare lì a chiederci cosa è realmente quello che osserviamo. Cosa vediamo? Cosa stiamo capendo? Cosa ricordiamo? Ricorda Cognetti che è Alice Munro a chiedersi sempre quando scrive: “mai smettere di interrogarsi su ciò che vediamo e registriamo, mai pensare di averlo capito del tutto.” Perché “Scrivere non è costruire una casa: è visitarla, abitarci dentro.” Visitarla cercando di ricordare. “Scrivere è un atto di esplorazione”. Esplorare i personaggi, perlustrare i luoghi, setacciare i fatti. Tenendo in mente che i personaggi vengono prima di tutto e raccontare di chi non è più con noi rafforza il suo ricordo, lo codifica, lo rende permanente.</p>
<p>Usando metafore montanare, Cognetti paragona la scrittura tagliente dei racconti all’operazione di “Stanare ciò che sta nascosto sotto il sasso” per raccontare chi/quello che non è raccontato. Per colmare un vuoto conoscitivo (compito immane della letteratura), per cercare spiegazioni, non per fornirle.</p>
<p>E, per tornare a difendere il fratello minore del romanzo, Cognetti ricorda a chi l’avesse dimenticato che nel racconto “è possibile cominciare dopo che una tragedia si è consumata, lasciarla indietro, occuparsi piuttosto di ciò che rimane.” Come ha fatto Dubus, e come ha fatto e fa anche Munro, si possono scrivere “storie senza colpi di scena ma piene di attenzione.” Più colpi di attenzioni che colpi di scena. Nel racconto si può. Farlo nei romanzi è più difficile, ma quando accade possiamo considerarlo eroico.</p>
<p>Per stare sempre sul filo sottilissimo che divide (o unisce) letteratura e vita, è utile segnarsi che “Un racconto non è solo la storia di un incontro: è un incontro esso stesso.” Un incontro nel quale si può sviluppare la capacità di meravigliarsi anche delle piccole cose. “Per cominciare a mettere una parola dopo l’altra, seguirle e vedere dove ti portano, devi essere capace di fartene meravigliare: e raccontare una storia come fossi il primo di questo mondo a farlo.”</p>
<p>Abbiamo ricordato solo alcune cose che ci sono piaciute e abbiamo trascurato le tanti parti del libro in cui Cognetti torna alla pesca sportiva come parafrasi per spiegare l’arte del narrare per racconti brevi. Ma poiché lui, oltre che alla montagna, sembra sia molto legato al mondo dei pescatori (e dei pesci), si potrebbe azzardare un suggerimento per il titolo di una futura edizione del suo saggio che potrebbe essere “<em>I pesci non prendono il sole</em>” (e per questa semplice ragione la pesca, come l’arte del narrare, non è arte facile).</p>
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		<title>Il Campiello ritorna in Calabria 35 anni dopo – Le tante forse troppe cose in comune tra i romanzi di Saverio Strati e Carmine Abate</title>
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		<dc:creator><![CDATA[giuseppe zucco]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 17 Nov 2012 07:00:03 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[di Domenico Talia I premi letterari li vincono i libri, se e quando i premi sono virtuosi. Dopo i libri ovviamente i premi li vincono anche gli autori e gli editori. Si dirà che non sempre è così, anche questo è vero, ma ci sono casi in cui i premi mantengono le promesse fatte. Dopo [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Domenico Talia</strong></p>
<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/?attachment_id=44123" rel="attachment wp-att-44123"><img decoding="async" class="aligncenter size-full wp-image-44123" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2012/11/abate.jpeg" alt="" width="660" height="452" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2012/11/abate.jpeg 660w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2012/11/abate-300x205.jpeg 300w" sizes="(max-width: 660px) 100vw, 660px" /></a></p>
<p>I premi letterari li vincono i libri, se e quando i premi sono virtuosi. Dopo i libri ovviamente i premi li vincono anche gli autori e gli editori. Si dirà che non sempre è così, anche questo è vero, ma ci sono casi in cui i premi mantengono le promesse fatte.</p>
<p>Dopo trentacinque anni la civiltà letteraria calabrese finisce nuovamente sulla strada del Premio Campiello. Lo fa mettendo insieme due autori che hanno tante, forse troppe, cose in comune &#8211; anche a voler tralasciare la loro calabresità. Nel 1977 <em>Il selvaggio di Santa Venere</em> ha portato Saverio Strati alla vittoria del Campiello. Il romanzo pubblicato da Mondadori racconta la formazione civile di un giovane contadino calabrese che conosce a sue spese il mondo arcaico e violento della ‘ndrangheta e fa di tutto per allontanarsene. Quel romanzo, che di fatto è anche uno strumento di interpretazione storica della realtà meridionale, è stato tra i primi a narrare la vita dei malandrini, il loro linguaggio, le loro ritualità, l’equivoco senso dell’onore.</p>
<p>Nel 2012, <em>La collina del vento</em>, un altro libro che narra un secolo di vita di una famiglia con i piedi ben piantati in quella terra di fronte allo Ionio, ha riportato un narratore calabro come Carmine Abate a vincere il Campiello. L’editore dei due libri è lo stesso e in qualche modo questa doppia edizione a distanza di oltre trent’anni è anche una maniera di raccontare il contesto della terra calabrese e della sua società in due momenti distanti tra loro nel tempo e nei costumi di vita della sua gente.</p>
<p>Il mondo narrato da Strati è arcaico ma inizia ad essere contaminato dalle esperienze di chi ha lasciato la Calabria per necessità e ha visto un mondo in cui la coscienza dei diritti e il benessere economico avevano avviato grandi trasformazioni sociali. In un’intervista di tanti anni fa, Strati racconta il punto di vista del protagonista di quel romanzo, che avverte la necessità di vivere in un mondo più ampio, in spazi di esistenza più aperti: <em>«Per Dominic restare nella Calabria di quel tempo avrebbe significato rinunciare alla possibilità di instaurare rapporti soddisfacenti da un punto di vista culturale. In lui si agitano bisogni diversi, quello di sfuggire alla personalità soffocante del padre, quello di ritagliarsi uno spazio di libertà e, inoltre, da non sottovalutare, la voglia di non regalare i frutti del proprio sudore alla mafia; c&#8217;è quindi anche il desiderio di scampare alle trame della criminalità nel &#8220;Selvaggio di Santa Venere&#8221; …»</em>.</p>
<p>In un periodo in cui sembra quasi che scrivere di ‘ndrangheta sia di moda, rileggendo il libro di Strati si trova una narrazione in cui la presenza della criminalità è evidente e condizionante, ma mai strumentale. La ‘ndrangheta è narrata come un elemento negativo e opprimente, ma non come unico stereotipato male. Qualcosa di simile c’è ne <em>La collina del vento</em>. Abate racconta gli Arcuri, una famiglia che difende la propria terra, la bella collina del Rossarco, dalle brame dei potenti locali, che si susseguono dagli inizi del secolo scorso fino a oggi. La loro difesa è strenua. Per loro la terra è elemento primario di una vita civile dignitosa. Le diverse generazioni, fino all’ultimo degli Arcuri, resistono al fascismo, ai prepotenti, ai signori del vento e ai truffatori del turismo vorace che ama cementificare. Questi ultimi incarnano forme moderne di corruttori delle coscienze e di profittatori dei beni pubblici alimentati anche da collusioni politiche opache che, in forma non molto diversa, anche Dominic nel “Selvaggio” di Strati aveva avvertito e rifiutato in quanto nemici della sua terra e del suo progresso.</p>
<p>Le vite e le scelte del nonno, del padre e di Dominic ne <em>Il selvaggio di Santa Venere</em> come quelle dei nonni, dei padri e dei figli della famiglia Arcuri che abita la collina del vento narrano le generazioni che si susseguono e che segnano continuità e trasformazioni del mondo del Sud. Nel romanzo di Abate il mondo esterno è rappresentato da personaggi importanti per la vita culturale della Calabria del Novecento come Paolo Orsi e Umberto Zanotti Bianco. Queste figure di meridionalisti e uomini di cultura incrociano la vita dei contadini calabresi e insieme a loro lottano per conservare la civiltà e il valore di quella terra.</p>
<p>I due romanzi sono nati in periodi storicamente differenti. Il mondo del nuovo millennio non è più quello del Novecento e anche la Calabria non è più la stessa. Anche in quella terra sono cambiate le condizioni e i bisogni. Nel romanzo di Strati la terra è quasi una maledizione che lega i contadini ad un mondo duro e violento. Lavorare la terra sembra l’unica possibilità di sopravvivere in un mondo antico e arretrato che l’autore del “Selvaggio” contrappone alla modernità e alla vita civile sperimentata da chi ha viaggiato. La stessa terra in Abate diventa un valore primario, un elemento di libertà e di progresso, come a mostrare che all’inizio del nuovo millennio, la vita dei contadini meridionali può ripartire dalla terra, dalla vita costruita sul lavoro dei campi, sulla realtà di una campagna meridionale che nei decenni scorsi era motivo di sottosviluppo e che adesso appare come una grande risorsa.</p>
<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/?attachment_id=44125" rel="attachment wp-att-44125"><img decoding="async" class="aligncenter size-full wp-image-44125" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2012/11/La-collina-del-vento-copertina1.jpg" alt="" width="331" height="507" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2012/11/La-collina-del-vento-copertina1.jpg 331w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2012/11/La-collina-del-vento-copertina1-195x300.jpg 195w" sizes="(max-width: 331px) 100vw, 331px" /></a></p>
<p>Il romanzo di Abate racconta della consapevolezza del valore dell’ambiente e della necessità di appropriarsi del patrimonio dell’antica civiltà della Magna Grecia che emerge in Calabria ogni volta che, per una strada o per una costruzione, si scava in quella regione che una volta era al centro di quel mondo da cui è nata l’Europa. <em>La collina del vento</em> è letteratura che narra anche i problemi nuovi di comunità e territori che rischiano nuove predazioni e sono frequentate da moderni trafficanti che speculano sul bisogno di lavoro e di progresso e, talvolta aiutati da nuovi briganti locali, fanno scempio di una terra che avrebbe bisogno di cura e senso civico per riaversi dal sottosviluppo.</p>
<p>I romanzi di Strati e Abate hanno come architrave narrativa le generazioni di una stessa famiglia che di fatto rappresentano un popolo e le sue trasformazioni. Sono le azioni dei suoi membri nel tempo che dura molti decenni a guidare la narrazione. La struttura temporale dei racconti presenta elementi ciclici ma è soprattutto strutturata su un tempo stratificato con andate e ritorni nella narrazione tra le generazioni. Sovrapposizione di epoche, fatti, consapevolezze e paralleli tra padri e figli nei racconti di Strati e Abate si susseguono con andate e ritorni che costringono chi legge a fare i confronti tra le diverse generazioni, tra i loro modi di pensare, tra genitori e figli che nel romanzo di Strati sono in un perenne contrasto, mentre gli Arcuri raccontati da Abate si sostengono tra loro e si muovono sempre nella stessa direzione spinti da un sentimento comune. Sostenuti da radici millenarie ma proiettati sempre verso il nuovo. In questo i due scrittori sembrano mostrare una visione differente del dispiegarsi degli eventi: per contraddizioni dialettiche in Strati e per progressioni di trasformazioni evolutive in Abate. Anche il linguaggio usato nei due romanzi sembra riflettere queste visioni: a volte duro e crudo quello usato da Strati, più vicino al realismo magico di Alvaro quello di Abate. L’uso dei termini dialettali serve a Strati per descrivere in maniera più efficace e profonda la realtà che narra, in particolare quando racconta il sapere contadino o i rituali della ‘ndrangheta. Anche Abate introduce il dialetto quando serve ad aumentare l’effetto simbolico della narrazione e ogni volta che serve a rendere più “vera” la descrizione della vita sulla “collina del vento”.</p>
<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/?attachment_id=44127" rel="attachment wp-att-44127"><img loading="lazy" decoding="async" class="aligncenter size-full wp-image-44127" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2012/11/il-selvaggio-di-santavenera1.jpg" alt="" width="250" height="364" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2012/11/il-selvaggio-di-santavenera1.jpg 250w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2012/11/il-selvaggio-di-santavenera1-206x300.jpg 206w" sizes="auto, (max-width: 250px) 100vw, 250px" /></a></p>
<p>Abate come Strati è uomo di emigrazione, meridionale che ha vissuto in Germania insieme ad altri emigrati, alle loro difficoltà e tribolazioni. Uomini che hanno lasciato il Sud spinti dal bisogno, uomini che pur consapevoli della necessità di cercare in nuovi territori quello che la loro terra non riesce a dare loro, sentono lo sradicamento e vivono con la ragione nei mondi che li hanno ospitati ma con il cuore rimangono legati al luogo originario. Un concetto che Strati ha ricordato con chiarezza: <em>«È</em> <em>vero, i miei personaggi sono stati paragonati agli ebrei del ghetto, incapaci di acclimatarsi e di mettere radici; ma, vede, l&#8217;ambiente dell&#8217;anima è là, dove si nasce e il &#8220;mondo&#8221; è quello dove si è giocato con altri bambini»</em>.</p>
<p>È singolare notare come la copertina &#8211; di trentacinque anni fa – de <em>Il selvaggio di Santa Venere</em>, dietro il volto di un giovane contadino, mostri i resti di un tempio greco e il recente romanzo di Abate sia centrato sulla ricerca dei resti di Krimisa, la città magno-greca fondata in Calabria dall&#8217;eroe greco Filottete, reduce dalla guerra di Troia. Filottete, dopo Krimisa, fece anche costruire un tempio ad Apollo Aleo, dove avrebbe deposto l&#8217;arco e le frecce ricevute in dono da Eracle e che lui usò per sconfiggere Troia. Un tempio greco, e tutto quello che ad esso può essere ricondotto, è dunque un chiaro simbolo che lega i due romanzi, che unisce le loro motivazioni profonde e le radici culturali che hanno spinto i due scrittori a narrare le storie della loro terra. Tutte coincidenze che hanno trovato una coincidenza ulteriore e felice nella vittoria al Campiello dei due romanzi. Sono queste consonanze che ci ricordano che, tra le tante nequizie di cui soffre la terra di Campanella e di Alvaro, va comunque segnalata la fortuna di avere storie di valore universale che meritano di essere narrate e, allo stesso tempo, narratori che le sanno raccontare.</p>
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		<title>Giornalismo e politica nel Ventennio – Quando Corrado Alvaro ritrasse in punta di penna e con qualche problema Luigi Albertini, direttore del Corriere della Sera</title>
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		<pubDate>Wed, 12 Sep 2012 06:00:17 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[di Domenico Talia    È un libricino di sole cinquantasei pagine stampato in 32°; dimensioni praticamente uguali a quelle di un iPhone. Quando fu pubblicato, nel 1925, costava 2 lire. Ho ritrovato la prima edizione quasi per caso e l’ho comprata per alcune decine di euro. L’autore è Corrado Alvaro, il titolo “Luigi Albertini”. L’ho [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Domenico Talia</strong></p>
<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/2012/09/12/giornalismo-e-politica-nel-ventennio-quando-corrado-alvaro-ritrasse-in-punta-di-penna-e-con-qualche-problema-luigi-albertini-direttore-del-corriere-della-sera/alvaro/" rel="attachment wp-att-43492"><img loading="lazy" decoding="async" class="alignnone size-medium wp-image-43492" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2012/09/Alvaro-238x300.jpg" alt="" width="238" height="300" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2012/09/Alvaro-238x300.jpg 238w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2012/09/Alvaro.jpg 300w" sizes="auto, (max-width: 238px) 100vw, 238px" /></a>  <a href="https://www.nazioneindiana.com/2012/09/12/giornalismo-e-politica-nel-ventennio-quando-corrado-alvaro-ritrasse-in-punta-di-penna-e-con-qualche-problema-luigi-albertini-direttore-del-corriere-della-sera/luigi_albertini2/" rel="attachment wp-att-43493"><img loading="lazy" decoding="async" class="alignnone size-medium wp-image-43493" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2012/09/Luigi_Albertini2-232x300.jpg" alt="" width="232" height="300" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2012/09/Luigi_Albertini2-232x300.jpg 232w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2012/09/Luigi_Albertini2.jpg 621w" sizes="auto, (max-width: 232px) 100vw, 232px" /></a></p>
<p>È un libricino di sole cinquantasei pagine stampato in 32°; dimensioni praticamente uguali a quelle di un iPhone. Quando fu pubblicato, nel 1925, costava 2 lire. Ho ritrovato la prima edizione quasi per caso e l’ho comprata per alcune decine di euro. L’autore è Corrado Alvaro, il titolo “Luigi Albertini”. L’ho letto con la cura e l’attenzione che richiedono le piccole cose preziose. Alvaro l’ha scritto nell’autunno del 1924 per l’editore Formiggini che aveva deciso di inaugurare con quel libro la collana ”Medaglie” dedicata ai profili di personaggi illustri. La collana ebbe qualche difficoltà per i suoi contenuti non proprio “allineati” con il regime e per questo molti volumi furono ritirati dalle librerie. L’oggetto del libro di Alvaro è Luigi Albertini, senatore del Regno e grande direttore del “Corriere della Sera”. Il libro è piccolo, ma il suo contenuto va oltre la biografia, perché raccontando di Albertini, Alvaro in realtà narra del clima politico nei primi anni del funesto ventennio fascista insieme al ruolo e al costume del grande giornalismo italiano.</p>
<p>Luigi Albertini non è stato uno tra i tanti direttori del “Corriere”. Fu assunto al “Corriere della Sera” dal suo fondatore napoletano Torelli Viollier quando aveva 26 anni e solo dopo tre anni, nel 1900, divenne direttore del giornale. Nonostante la sua giovane età, Albertini è stato un direttore imprenditore che ha preso per mano il “Corriere” portandolo dalle 100.000 copie vendute nel 1900 alle 800.000 del 1925 quando fu costretto a lasciarlo per le violente pressioni di Mussolini e del regime. Nel frattempo aveva creato il supplemento “La Domenica del Corriere” e “La Lettura” che ancora oggi il “Corriere” pubblica come supplemento domenicale. Alvaro scrive di Albertini: «<em>Egli aveva fatto prosperare il Corriere della Sera come una macchina misteriosa di produzione perfetta.</em>» Ma subito aggiunge «<em>A mano a mano che si perfezionava … diventava sempre più distante, più prudente, più solenne.</em>» Ancora più esplicitamente Alvaro accusa la “macchina perfetta” di Albertini di essere stata fino al 1920 un giornale «<em>retrogrado, abitudinario, sedentario, nocivo</em>» nell’opera di rinnovamento della cultura italiana. Nei fatti, Alvaro attribuisce al “Corriere” di Albertini la responsabilità di non aver saputo opporsi, per scarso coraggio e per opportunismo, alla nascita del fascismo e alla sua presa del potere. Un’arrendevolezza, secondo Alvaro, che il giornale condivise con la classe che rappresentava, la borghesia conservatrice che sembrava più preoccupata dei movimenti di sinistra, socialisti e bolscevichi, che del manganello e della marcia su Roma dei fascisti. In quelle pagine un Alvaro antifascista e antiborghese inquadra Albertini «<em>tra le figure più spiccate della reazione italiana</em>» fino al 1923, quando la posizione di Albertini e del suo giornale cambia fino a diventare di dura opposizione al regime.</p>
<p>Corrado Alvaro conosceva bene il “Corriere della Sera” anche perché vi aveva lavorato per circa due anni. Fu presentato al Corriere da Antonio Giuseppe Borgese e fu assunto al giornale nell’estate del 1919 durante la direzione di Luigi Albertini. Alvaro aveva soltanto 24 anni e già veniva da un’importante esperienza giornalistica fatta al “Resto del Carlino”. Al “Corriere” lavorò soltanto due anni. Infatti, Alvaro lasciò il Corriere tra la fine del 1920 e gli inizi del 1921 perché aspirava ad un ruolo più importante di quello che gli era stato affidato e forse anche perché non condivideva le posizioni politiche del giornale. Posizioni conservatrici e contrarie ai movimenti delle classi popolari che lui critica apertamente nel libro.</p>
<p>Nella descrizione che Alvaro fa di Albertini c’è posto anche per qualche memoria del suo periodo al “Corriere”. Alvaro descrive il giornale con una certa ironia come «<em>una macchina lucente che si muove su fulgide ruote senza scosse né frastuono …</em> » con «<em>i redattori chiusi nelle lunghe stanze, sotto i coni verdi di luce intenti alla delicatezza d’un viraggio fotografico…</em>». Racconta dei richiami che riceveva all’importanza dell’incarico, alla responsabilità e alla delicatezza del lavoro: «<em>Guardatemi bene in faccia. Io che non ho tremato di fronte al nemico … ebbi i più vili dubbi ortografici sulla punta della mia penna, la più tetra disperazione nell’animo.</em>» In quelle pagine c’è una descrizione magistrale della situazione del giornalismo italiano nei primi anni 20 del ‘900 e della vita al “Corriere”, del suo ruolo nell’Italia post-bellica e fascista e sullo stile di quel giornale costruito e modellato da Albertini. Sono pagine che meritano di essere rilette e che anche oggi possono spiegare un certo tipo di giornalismo che non aveva l’ambizione esplicita di formare l’opinione pubblica ma, ponendo le notizie al centro della sua missione, di fatto si uniformava allo spirito pubblico e lo assecondava cercando un consenso ampio che comunque riusciva a ricevere.</p>
<p>Nel suo periodo al giornale il rapporto personale di Alvaro con Albertini fu solo telefonico o epistolare. Tuttavia, Alvaro approfitta della necessaria descrizione della personalità di Albertini, per raccontare nel libro il suo rapporto con il direttore al Corriere. Confessa di non averlo mai incontrato di persona, ma di essersi fermato diverse volte davanti al ritratto cubista di Albertini «<em>con il suo cranio nudo e rotondo</em>» e di essersi messo a ridere pensando allo stato di malessere che prendeva i redattori quando Albertini chiamava qualcuno di loro al telefono.</p>
<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/2012/09/12/giornalismo-e-politica-nel-ventennio-quando-corrado-alvaro-ritrasse-in-punta-di-penna-e-con-qualche-problema-luigi-albertini-direttore-del-corriere-della-sera/copertina-8/" rel="attachment wp-att-43494"><img loading="lazy" decoding="async" class="alignnone size-medium wp-image-43494" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2012/09/Copertina-175x300.jpg" alt="" width="175" height="300" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2012/09/Copertina-175x300.jpg 175w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2012/09/Copertina-600x1024.jpg 600w" sizes="auto, (max-width: 175px) 100vw, 175px" /></a>  <a href="https://www.nazioneindiana.com/2012/09/12/giornalismo-e-politica-nel-ventennio-quando-corrado-alvaro-ritrasse-in-punta-di-penna-e-con-qualche-problema-luigi-albertini-direttore-del-corriere-della-sera/prima-pagina-2/" rel="attachment wp-att-43495"><img loading="lazy" decoding="async" class="alignnone size-medium wp-image-43495" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2012/09/Prima-pagina-222x300.jpg" alt="" width="222" height="300" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2012/09/Prima-pagina-222x300.jpg 222w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2012/09/Prima-pagina-760x1024.jpg 760w" sizes="auto, (max-width: 222px) 100vw, 222px" /></a></p>
<p>Queste pagine sulla vita e sul ruolo del giornale finiscono con altre note personali di Alvaro sul suo periodo al “Corriere della Sera” che possono aiutare a comprendere qualcuna delle ragioni che hanno portato Corrado Alvaro a lasciare il suo posto al “Corriere” a 26 anni. «<em>Fin dal primo giorno di lavoro al Corriere è un esercizio di adattamento e di sottomissione. Occorre che il soggetto sia saturo dell’atmosfera del giornale prima di poter muovere qualche passo. Tutto il suo ingegno è affinato dai bisogni del giornale. &#8230; Ricordo che fui colpito dall’attenzione con cui i poteri centrali erano informati dell’attività dei redattori e perfino del loro umore.</em>» C’è abbastanza per comprendere come Alvaro non si sentisse valorizzato in quel grande giornale e come l’atmosfera che respirava al “Corriere” era per lui troppo soffocante.</p>
<p>Dopo aver lasciato il “Corriere”, Corrado Alvaro andò a lavorare a “Il Mondo” di Giovanni Amendola come corrispondente da Parigi e poi come redattore. Al contrario del giornale di Albertini, anche prima del 1923 “Il Mondo” aveva una chiara impronta antifascista e per questa ragione subì molti attacchi dal regime. Amendola stesso fu aggredito nel 1923 e più gravemente due anni dopo. Morì nel ’26 in Francia a causa di quella seconda aggressione. Dopo la sua morte, il suo giornale fu soppresso assieme alla libertà di stampa e alle libertà politiche in Italia.</p>
<p>Nel 1923 la posizione politica di Luigi Albertini e del suo “Corriere” nei confronti del fascismo cambiò radicalmente: l’iniziale benevolenza divenne opposizione dura. Nel 1923 e nel 1924, la lotta di Mussolini contro l&#8217;opposizione fu più violenta e il fascismo non poteva tollerare che un grande giornale come il “Corriere della Sera” facesse resistenza alla sua politica di eliminazione dell’opposizione. Per questa ragione il senatore Albertini direttore del “Corriere”, era diventato uno degli uomini che Mussolini temeva e detestava di più in Italia. Si racconta che lui arrivò a confidare al suo stretto collaboratore Cesare Rossi che fosse necessario spezzare la schiena ad Albertini: «<em>Voglio vedere rotolare un cranio lucido senatoriale in piazza Colonna</em>», la piazza dove Albertini aveva il suo ufficio romano.</p>
<p>Alvaro scrisse il libro su Luigi Albertini nell’autunno del 1924 e l’editore Formiggini lo pubblicò nel 1925. Molte cose erano cambiate da quando lui aveva lasciato il “Corriere” e lo scrittore di San Luca aveva pensato di poter ritornare a scrivere per quel giornale. Infatti, nel 1923 Corrado Alvaro scrisse un articolo su “Il Mondo” in difesa del “Corriere” e degli scrittori italiani contro le minacce fasciste. Quell’articolo fu molto apprezzato da Albertini che gli scrisse una lettera per ringraziarlo. Forse anche per questa ragione, nel completare la descrizione dell’atmosfera e dei giornalisti che lavoravano nella redazione del “Corriere”, Alvaro scrive nel suo libro: «<em>Queste cose mi facevano balenare alla mente verità che fino allora avevo respinte. Ma credo che la specie degli uomini di quel genere si vada perdendo, con tutto il disperato amore di quella ribalta che è il Corriere … dove è ugualmente bello stare, …</em>».</p>
<p>Mentre Alvaro scrive il libro su Albertini, il 10 giugno del 1924, i fascisti uccidono il deputato socialista Giacomo Matteotti. Il 3 dicembre di quell’anno, Albertini tenne al Senato un discorso che fu definito &#8220;il canto del cigno della libertà italiana&#8221;, proponendo il concetto che «<em>scandalo aggiungendosi a scandalo, il fascismo avesse ormai descritta la sua parabola, e dovesse presto o tardi rinunziare a dominare la nazione &#8230;</em>». In quell’occasione il Senato votò ancora la fiducia a Mussolini e purtroppo lasciò cadere l&#8217;appello di Albertini.</p>
<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/2012/09/12/giornalismo-e-politica-nel-ventennio-quando-corrado-alvaro-ritrasse-in-punta-di-penna-e-con-qualche-problema-luigi-albertini-direttore-del-corriere-della-sera/titolo-3/" rel="attachment wp-att-43498"><img loading="lazy" decoding="async" class="alignnone size-large wp-image-43498" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2012/09/Titolo2-1024x749.jpg" alt="" width="700" height="512" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2012/09/Titolo2-1024x749.jpg 1024w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2012/09/Titolo2-300x219.jpg 300w" sizes="auto, (max-width: 700px) 100vw, 700px" /></a></p>
<p>Nei mesi successivi la violenza del regime e dei suoi squadristi si fece sempre più insostenibile. Il 1° maggio del 1925 fu pubblicato il manifesto degli intellettuali antifascisti ispirato da Giovanni Amendola e Benedetto Croce e firmato anche da Corrado Alvaro e Luigi Albertini. Il Duce voleva dare una dura lezione ai suoi oppositori e in particolare ad Albertini, direttore di un “Corriere” ormai di opposizione eppure letto da quasi un milione di italiani. Mussolini e Farinacci, nuovo segretario del partito, non nascondevano le loro intenzioni e rilasciavano dichiarazioni ultimative nei confronti di Albertini e del suo giornale: «<em>Raderemo al suolo la vostra indegna baracca.</em>»</p>
<p>Alla fine Mussolini non rase al suolo il “Corriere” ma costrinse i suoi proprietari a cacciare Albertini. Dopo una serie di intimidazioni, il regime ottenne le dimissioni di Luigi Albertini dalla direzione e dalla società editrice del “Corriere della Sera”. L&#8217;uscita di Albertini dal giornale avvenne il 27 novembre del 1925. Tramite cavilli giuridici la proprietà passò interamente ai Crespi, industriali tessili milanesi che si piegarono alla volontà del regime.</p>
<p>Il 1925, l’anno della pubblicazione del profilo di Luigi Albertini, fu un anno duro per lui ma anche per Alvaro. Quel libricino raccontava senza ipocrisia un uomo e il suo giornale, ma allo stesso tempo conteneva affermazioni coraggiose che erano un atto d’accusa contro il fascismo e che oggi hanno un valore di testimonianza storica. Ad iniziare dalla critica all’appoggio della borghesia verso il fascismo: «<em>Venne così la marcia su Roma, pagata e favorita dalla borghesia interrorita che aveva allevato per tre anni il movimento (fascista) … ma molti di noi, pur lontani dalla politica, creati dalla guerra, non nasconderanno un sentimento di profonda ripugnanza verso quello che la borghesia ha preparato all’Italia</em>». E proseguendo con un giudizio netto nei confronti del regime scritto mentre il Duce era osannato dalla maggioranza degli italiani: «<em>Con l’avvento di Mussolini la crisi nata dalla guerra doveva raggiungere il grado più acuto formando la situazione più grave che la storia dell’Italia cinquantenaria ricordi.</em>» Fino a condannare<em> </em>il fascismo ormai <em>«macchiato di delitti di bassa criminalità</em>» che aveva generato una situazione in cui <em>«La lotta economica si è ridotta a lotta morale, la battaglia dei salari è divenuta battaglia di vita.</em>»</p>
<p>Queste note scritte da Alvaro in un momento storico in cui il fascismo aveva ormai rivelato la sua natura violenta e repressiva arrivando ad assassinare i suoi avversari politici, insieme alla sottoscrizione del manifesto degli intellettuali antifascisti, chiarisce il suo pensiero e il suo coraggio civile nei confronti del fascismo che qualche critico ha tentato di mettere in dubbio. La risposta alle critiche ingenerose credo l’abbia data lo scrittore stesso: «<em>Ero antifascista, per temperamento, per cultura, per indole, per natura. Non ero mai stato antifascista professionista, faccio di tutto per essere un uomo libero</em>». Aggiungendo, in risposta a chi lo aveva accusato di amicizie con qualche esponente del regime, senza retorica con l’estrema franchezza di uomo libero: «<em>Ho reso a qualche fascista la tolleranza che alcuni di loro ebbero per me e di cui io non abusai, ma di cui rimango grato.</em>»</p>
<p>Nel 1926 Alvaro tentò di essere riassunto al “Corriere”, anche se per pubblicare contributi in forma anonima. Il suo tentativo sembrava poter avere successo, ma il fascismo non voleva al “Corriere” un giornalista e uno scrittore oppositore dichiarato del regime. La nuova direzione del “Corriere”, designata da Mussolini, rinunciò imbarazzata ai contributi di Alvaro al giornale e all’inserto “La Lettura”, a suo dire per non ricevere «<em>attacchi sospetti verso il giornale</em>». Solo nel 1942, dopo sedici anni e poco prima del crollo della dittatura fascista, lo scrittore calabrese riprese la collaborazione con il “Corriere della Sera” che proseguì fino al 1956, anno della sua morte.</p>
<p>[Questo articolo è stato pubblicato su <em>Il Quotidiano di Calabria</em> l&#8217;8/7/2012]</p>
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		<title>La lingua mi si annodò e non seppi dirgli altro &#8211; Quando un giovane Saverio Strati conobbe Corrado Alvaro</title>
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		<dc:creator><![CDATA[giuseppe zucco]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 16 Aug 2012 06:00:05 +0000</pubDate>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Domenico Talia</strong></p>
<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/?attachment_id=43181" rel="attachment wp-att-43181"><img loading="lazy" decoding="async" class="alignnone size-full wp-image-43181" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2012/08/saverio-strati.jpg" alt="" width="219" height="320" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2012/08/saverio-strati.jpg 219w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2012/08/saverio-strati-205x300.jpg 205w" sizes="auto, (max-width: 219px) 100vw, 219px" /></a></p>
<p>Oggi, 16 agosto, Saverio Strati compie ottantotto anni. La sua opera letteraria pubblicata finora è stata vasta e importante, ma ancora tanti suoi lavori attendono di essere pubblicati. La ricorrenza del suo compleanno è un’utile occasione per riflettere sulla letteratura di Strati e sul suo percorso di uomo e di scrittore che non è stato facile negli anni dei suoi inizi e, purtroppo, ha incontrato difficoltà anche nei più recenti anni dell’età matura, nonostante le storie forti e di grande impegno civile che la sua penna ha saputo narrare. Romanzi e racconti pubblicati in Italia e all’estero e premi importanti che hanno riconosciuto il suo talento letterario e la sua continua testimonianza a favore degli umili e della sua terra. Solo tre anni fa “Il Quotidiano” si è fatto promotore della campagna per far riconoscere allo scrittore di Sant’Agata del Bianco i benefici della legge Bacchelli. Benefici concessi nel dicembre 2009 per meriti letterari.</p>
<p>Un breve scritto di Strati pubblicato nel 1960 su “Comunità”, il mensile culturale fondato da Adriano Olivetti, è un ottimo spunto per riflettere sul suo percorso di vita e di scrittore. In quel contributo, Saverio Strati racconta un momento molto particolare dei suoi inizi di scrittore: l’incontro con Corrado Alvaro avvenuto nell’estate del 1953 a Caraffa del Bianco dove lo scrittore di San Luca era andato per far visita alla madre che viveva con suo fratello Massimo, prete del paese aspromontano.</p>
<p>Due scrittori nati a pochi chilometri di distanza, figli della stessa terra ed eredi di un mondo che si andava trasformando irrimediabilmente, si incontravano in un momento in cui uno di loro, Strati, era molto giovane – 29 anni – e si avviava con molte speranze verso una lunga carriera, allora neanche iniziata, di romanziere. Corrado Alvaro, aveva esattamente il doppio degli anni di Strati – 58 anni – ed era ormai un affermato scrittore e un famoso giornalista che aveva lavorato nei maggiori giornali italiani e aveva conosciuto il mondo nei suoi continui viaggi.</p>
<p>Il racconto che Strati fa del suo incontro con Alvaro a Caraffa è pieno di sensazioni, di atmosfere e di timidezze personali. Tuttavia, assieme a questi aspetti umani molto rilevanti, il loro colloquio è anche pieno di riflessioni letterarie, di scambi di opinioni su autori, su stili di scrittura e visioni della vita che Alvaro e Strati hanno condiviso con diretta sincerità e altrettanto rispetto e attenzione che, se era naturale attendersi nel giovane Strati, vanno ancor più apprezzati in Alvaro scrittore maturo, affermato e stimato in Italia e all’estero.</p>
<p>Strati allora era studente universitario a Messina e racconta: «<em>Sapevo che Alvaro era a Caraffa, che è un paese attaccato al mio. Desideravo molto conoscere il famoso scrittore. …  Partii e andai al paese per presentarmi allo scrittore.</em>» Egli non aveva ancora pubblicato nulla ma certamente aveva grandi speranze: «<em>Avevo già scritto molti racconti, a quel tempo, ma ancora non avevo pubblicato nemmeno una parola.</em>»</p>
<p>Il loro primo incontro avvenne per strada mentre Corrado Alvaro insieme al fratello Massimo faceva una passeggiata in una serata estiva: «… <em>si andò lungo la rotabile polverosa e piena di breccia fino alla Torre…</em>». Il carattere riservato e timido di Strati si accentuò davanti ad Alvaro che lo invitò ad unirsi a loro nella passeggiata e che subito si offrì di leggere i suoi racconti, quelli che avrebbero fatto parte della raccolta “La marchesina”. «<em>La lingua mi si annodò e non seppi dirgli altro, al primo momento, che: molte grazie! … Non ero abituato a vivere tra famosi scrittori e non sapevo che titolo bisognava dare ad un uomo celebre.</em>»</p>
<p>Strati descrive l’ambiente intorno a loro: «<em>Ci sedemmo sui sedili di pietra. Il sole stava tramontando e il paesaggio era veramente incantevole, … lo Jonio era di un azzurro-rosso laggiù … Alvaro osservava tutto in silenzio</em>». La vista che avevano di fronte andava da Capo Bruzzano fino al Castello di Roccella, oltre quaranta chilometri di costa jonica. «<em></em><em>È</em> proprio bello questo paesaggio, disse Alvaro. Si girò subito verso il fratello e gli disse: Verso lì dovrebbe essere San Luca.» In questo passaggio il fratello dello scrittore spiega ad Alvaro che da una collina vicina si vede il loro paese e Alvaro gli chiede di salire su quella collina prima che lui parta per Roma. Il colloquio che ne seguì spiega bene perché Corrado Alvaro aveva scelto di non visitare più San Luca dopo la morte del padre: «<em>Ho un bel ricordo di quel paese, e non mi piace sciuparlo. Lì sono stato felice durante la mia fanciullezza, e desidero conservare per sempre questo ricordo.</em>» Questa frase è l’occasione per Strati di riflettere sul rapporto che lui stesso ha con il paese in cui è nato: «<em>Io ho sempre sofferto al mio paese… eppure ci torno sempre con piacere.</em>» Un rapporto che appare diverso da quello di Alvaro e che comunque esprime uno scarto tra il desiderio e l’esperienza reale che nel tempo non si è mai risolto.</p>
<p>Alcuni contadini che ritornando dalla campagna passano davanti a loro sono lo spunto per discutere del rapporto tra antica e nuova civiltà. Alvaro fa notare a Strati la gentilezza e la bontà della “nostra” gente e allo stesso tempo esprime la necessità del superamento della vecchia civiltà per far attecchire nella metà del novecento anche nella terra calabrese la civiltà europea che Alvaro conosceva bene: «<em>Sono i residui di una vecchia civiltà. … quella vecchia civiltà della Magna Grecia ancora dura a morire… Ed è bene che muoia.</em>» All’invocazione di Alvaro di una necessaria trasformazione culturale, Strati che aveva letto le opere di Alvaro, aggiunge con le stesse parole dello scrittore: «<em>È bene che muoia, ma bisogna trarre il maggior numero di memorie da essa, come lei dice in “Gente in Aspromonte”.</em>» E in questo compito il giovane e il maturo scrittore, uno di fronte all’altro seduti di fronte al mare Jonio, sembrano condividere non soltanto un’opinione ma anche un destino letterario che, anche se si è realizzato con stili e forme narrative differenti, ha sempre mirato alla rappresentazione e alla elaborazione delle memorie di un popolo di cui loro sono stati parte consapevole.</p>
<p>Nel ricordo di Strati di quell’incontro e del colloquio con Alvaro, ci sono alcuni passi in cui il giovane scrittore confessa le difficoltà della sua vita da ragazzo, come quando racconta del suo unico paio di scarpe: «<em>Desideravo che arrivasse la primavera per potermi togliere le scarpe … lo facevo anche per risparmiare l’unico paio di scarpe per il prossimo inverno … Infatti provavo un grande piacere quando le rimettevo alle prime acque.</em>» Oppure, quando rispondendo ad Alvaro che gli chiede: «<em>Lei conosce bene i nostri lavoratori?</em>», racconta della sua vita di giovane muratore: «<em>Sono stato e sono ancora uno di loro … mi sento più operaio che studente universitario … Sino a vent’anni ho lavorato: ho fatto il muratore.</em>»</p>
<p>In altri momenti di quell’incontro raccontati da Strati, diventa esplicito il lirismo di Alvaro, che evidentemente in lui non era soltanto letterario, ma costituiva anche una visione del mondo. Strati descrive come lo scrittore di San Luca si era fermato ad osservare una giovane donna, figlia di un pastore, seduta davanti alla casa dove abitava don Massimo: «<em>Alvaro si fermò e la guardò con ammirazione. La ragazza divenne porpora in viso, per qualche istante si lasciò osservare, ma presto si alzò e rientrò. Ha visto? – mi disse Alvaro – Ha visto che segni di nobiltà ci sono nel volto di quella giovane? … Altro che miss Italia  … si è lasciata guardare come un bel quadro e come se si fosse detta: guarda, ma non troppo.</em>»</p>
<p>Un altro esempio di visione lirica della vita e del mondo si ha quando, nel giorno successivo al loro primo incontro, Strati, invitato da Alvaro, ritorna a casa di don Massimo. Insieme ad Alvaro osservano dall’alto di un balcone una contadina che con una piccola cesta in testa porta nei campi il mangiare agli uomini impegnati nella mietitura. Alvaro osservava tutto con molto interesse: «<em>Con quale cura aggiustano quella roba nella cesta … Tutto, se guarda bene, ha un’aria di rito … E faranno due ore di strada con questo caldo, per raggiungere i loro uomini &#8230; Ricordo d’averle viste, queste donne, già quando ero ragazzo, a San Luca … impastare il pane, infornarlo, al forno pubblico, e tutto veniva eseguito con una religiosità inesprimibile.</em>»</p>
<p>Per Strati, quella fu anche l’occasione per conoscere Antonia Giampaolo, l’anziana madre dello scrittore che viveva con don Massimo. Brevemente la descrive: «<em>Era una donna avanzata negli anni i cui tratti del viso erano totalmente uguali a quelli del figlio: il labbro superiore largo e forte, gli occhi acuti … Mi ricordai, guardandola, della madre di “Cata Dorme”, la bellissima novella di “Gente in Aspromonte”, della madre dell’ ”Età Breve”.</em>»</p>
<p>Il racconto che Strati fa dell’incontro è anche pieno di riferimenti letterari. Nella loro discussione entrano i paralleli con i racconti sui contadini di Tolstoj, il frammentismo di Cechov, la Calabria di Cesare Pavese, il meridione raccontato da Verga, lo stile di Boccaccio e quello di Manzoni. Strati vuole far sapere ad Alvaro che ha letto le sue opere «<em>con la speranza che lui si mettesse a parlarmi del suo lavoro.</em>» Di “Gente di Aspromonte” lo scrittore di S.Agata dice che è come l’opera che « … <em>mi parla più direttamente e mi tocca molto</em>», ed in risposta Alvaro fa quasi una confidenza: «<em>Doveva essere un romanzo, ma ho dovuto tagliare.</em>» Nel seguito della discussione precisa anche le motivazioni dei tagli sulla sua opera più nota pubblicata nel 1930: «<em>Se lei rileggerà “Gente in Aspromonte” si accorgerà che come quello è un romanzo interrotto. Mentre lo scrivevo, mi accorsi che mi venivano molti problemi fuori, dei problemi forti, scottanti della nostra terra. Erano anni difficili e certamente non mi avrebbero stampato il libro. Tagliai. Comunque molte cose sono lì dentro… </em><em>È</em> molto triste vivere e soprattutto scrivere sotto le dittature.»</p>
<p>Oltre a discutere delle sue opere, Alvaro è curioso di sapere cosa ha scritto il giovane Strati e quando gli chiede: <em>«Ha scritto molti racconti?»</em> lui risponde quasi con entusiasmo: <em>«Tutto un libro di racconti.»</em> Si trattava della raccolta di dodici racconti che sarebbe stata pubblicata qualche anno dopo da Mondadori con il titolo “La marchesina”. Racconti che contengono tutti gli elementi nodali della narrazione e del mondo di Strati.</p>
<p>La discussione che seguì questo scambio di battute, a leggerla oggi, assume un incredibile significato profetico, soprattutto alla luce del cammino di scrittore di Saverio Strati che, dopo decine di testi tradotti in tante lingue e premi letterari importanti, ha vissuto momenti di difficoltà, abbandonato dal suo storico editore, e in pratica senza possibilità di pubblicare le sue opere.</p>
<p>Sentendo che Strati aveva completato un volume di racconti, Alvaro gli fa i complimenti, ma allo stesso tempo lo ammonisce: <em>«Ha lavorato! &#8230; Però le dico che è un brutto mestiere quello dello scrittore. Non si vive scrivendo racconti o romanzi, sa … Specialmente in un paese come il nostro dove nessuno legge…»</em> Le sagge parole di Alvaro colpirono Strati che sulla soglia dei trent’anni non poteva certo immaginare che quella premonizione sarebbe valsa anche per lui in tarda età! Strati impressionato da quelle considerazioni commenta: <em>«Mi assalì, ricordo, molta tristezza a sentire questo discorso. Fino a quel momento avevo ritenuto che colui che può pubblicare i suoi scritti e diventa, per giunta, famoso, fosse molto felice. Invece da quel discorso capivo che non si è per niente felici e che i problemi dello scrittore diventano sempre più pesanti e duri, a mano a mano che egli va avanti nel suo lavoro.»</em> Pensieri che sono tuttora attuali e che, nel caso specifico di Strati, si sarebbero dimostrati di estrema verità molti anni dopo.</p>
<p>Il loro primo incontro finì con l’invito di Alvaro a Strati di passare a trovarlo a Roma nella sua casa in Piazza di Spagna: <em>«Mi fa sempre piacere conversare con un calabrese che vuol farsi avanti, che ama studiare … mi venga a trovare.»</em></p>
<p>Quell’invito fu raccolto da Strati negli anni successivi. I due, infatti, si incontrarono altre due volte proprio nella casa davanti alla fontana della Barcaccia. La prima volta un anno dopo, nel 1954, e l’incontro lo racconta Walter Pedullà che, amico e compagno di università di Strati, insieme a lui viaggiava alla scoperta dell’Italia. <em>«Alvaro fu molto cordiale. Provò a metterci a nostro agio, ma nessuno di noi era particolarmente facondo. Strati era taciturno, mentre io ero ammutolito dall’emozione di parlare con Alvaro.»</em> In quell’incontro Strati ed Alvaro parlarono ancora della Calabria (<em>«Sempre più piccola in un mondo sempre più grande.»</em>), e dei racconti di Strati che ormai stavano per essere pubblicati.</p>
<p>L’ultimo incontro è del 1955 e Strati racconta: «<em>Fu più cordiale e più alla mano di prima. Mi parlò a lungo dei problemi della Calabria.</em>» Alvaro era molto interessato alla situazione calabrese ed era intenzionato a fondare un mensile scritto da calabresi che parlasse dei problemi della Calabria: «<em>Il titolo doveva essere, se ricordo bene: “La Tribuna dei Calabresi”. Fece con me, quel giorno stesso, un preventivo delle copie che si sarebbero potute vendere. … Mi chiese chi avrebbe potuto, secondo me, collaborare di calabresi che conoscessero e sapessero parlare dei nostri problemi, della nostra terra con buoni articoli. Laggiù la dovrebbero smettere di scrivere certe rivistine piene di poesie d’amore. Questo petrarchismo fuori luogo … dà molta noia …</em>»</p>
<p>Alvaro chiese a Strati di collaborare a quella sua iniziativa: «<em>Se mi riuscirà d’incominciare lei naturalmente potrà mandarmi qualche articolo … Ho letto il suo racconto su “Nuovi Argomenti” … Lavori, lavori!</em>». Strati salutò Alvaro sulla porta di casa con l’intenzione di rincontrarsi presto e di iniziare con lui una collaborazione. Purtroppo la malattia che colpì Alvaro soltanto un anno dopo il loro ultimo incontro, gli impedì di proseguire la sua avventura editoriale e non permise a Saverio Strati di stabilire un rapporto con Alvaro che certamente sarebbe stato molto importante per lui.</p>
<p>Nel ’56 Alvaro morì e nello stesso anno, Mondadori pubblicò “La marchesina”. L’opera dell’esordio letterario di Saverio Strati va in stampa nello stesso anno in cui viene a mancare Corrado Alvaro. Un’inimmaginabile coincidenza per due scrittori che soltanto tre anni prima si erano conosciuti passeggiando per una strada sterrata della loro terra, con l’Aspromonte alle spalle e il mare Jonio davanti. Una coincidenza che realizzò un simbolico passaggio di testimone tra due scrittori che hanno saputo narrare la gente di cui si sono sentiti parte e la terra che li ha visti crescere ed andare via. Un mondo che trova memoria viva nelle pagine della narrativa di Strati e di Alvaro. Nella loro scrittura, diversa per forma espressiva ma uguale nel saper rappresentare in maniera magistrale la carne e l’anima, i destini e i desideri degli uomini e delle donne calabresi. Una narrazione fatta con gli occhi di chi ha conosciuto il mondo e che con quegli stessi occhi ha saputo guardare alle vite, ai problemi e alle speranze della propria gente.</p>
<p>[Questo articolo è stato pubblicato, con una leggera variazione, su Il Quotidiano di Calabria il 12/8/2012]</p>
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