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	<title>Corrado Calabrò &#8211; NAZIONE INDIANA</title>
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		<title>TQ: Rocco Carbone</title>
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		<dc:creator><![CDATA[francesco forlani]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 03 May 2011 07:10:34 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[Ho incrociato Rocco Carbone a Parigi. Me ne aveva parlato poco tempo fa &#8211; era già avvenuto il fattaccio- Fortunato Tramuta della libreria italiana Tour de Babel. C&#8217;è gente del sud, i siciliani e i calabresi per esempio, che trasmettono il loro affetto insieme al calore della terra, però senza dispensarlo a pioggia come, per [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/05/terra__gigliottimilasi_cop.jpg"><img decoding="async" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/05/terra__gigliottimilasi_cop.jpg" alt="" title="terra__gigliottimilasi_cop" width="142" height="199" class="alignleft size-full wp-image-38927" /></a> <em>Ho incrociato Rocco Carbone a Parigi. Me ne aveva parlato poco tempo fa &#8211; era già avvenuto il fattaccio- Fortunato Tramuta della libreria italiana Tour de Babel. C&#8217;è gente del sud, i siciliani  e i calabresi per esempio, che trasmettono il loro affetto insieme al calore della terra, però senza dispensarlo a pioggia come, per esempio, le genti delle Puglie o della Campania. Quando, poco tempo fa, ho incontrato la casa editrice <a href="http://www.cdse.it/">Città del Sole</a>, dei numerosi e validi titoli in catalogo ce n&#8217;era uno che volevo leggere assolutamente. Da poco più di un anno era stata data alle stampe l&#8217;antologia &#8220;Terra&#8221; e l&#8217;indice degli autori coinvolti mi aveva assai intrigato.Tredici autori, tredici storie che raccontano una Calabria inedita.- viene scritto in quarta di copertina. Le antologie si sa sono opere difficili, talvolta riescono, altre volte no. Diciamo che lo stesso vale per un racconto, e questo racconto di<a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Rocco_Carbone"> Rocco Carbone</a>, che potrete leggere qui grazie alla generosità dei nostri editori calabresi, vale, senz&#8217;ombra di dubbio il viaggio. Uno scrittore puro, come Sergio Atzeni, per capirci.</em> effeffe </p>
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<div style="text-align: -webkit-left;"><span style="font-size: small;"><span style="line-height: normal;"><strong>In Montagna</strong></span></span></div>
<div style="text-align: -webkit-left;"><span style="font-size: small;"><span style="line-height: normal;">di</span></span></div>
<div style="text-align: -webkit-left;"><span style="font-size: small;"><span style="line-height: normal;"><strong>Rocco Carbone</strong></span></span></div>
<div style="text-align: -webkit-left;"><span style="font-size: small;"><span style="line-height: normal;"><br />
</span></span></div>
<table cellspacing="0" cellpadding="0" width="490">
<tbody>
<tr>
<td align="left" valign="top">Quando avevo dieci   anni il nonno mi portò con sé a cercare</p>
<p>funghi. Più di   una volta avevo insistito per poterlo accompagna-</p>
<p>re nelle sue escursioni   che, con frequenza regolare, cominciavano</p>
<p>all’inizio della   primavera e continuavano fino ad autunno inoltrato,</p>
<p>con una pausa estiva   più o meno lunga a seconda delle condizioni</p>
<p>del tempo, del   caldo della bella stagione o delle piogge estive che,</p>
<p>in montagna, rinfrescano   subito l’aria rendendo umido il sottobosco.<br />
<span id="more-38926"></span></p>
<p>A quel tempo il nonno abitava con noi. Sua moglie   era morta</p>
<p>quando io non ero   ancora nato, l’unica traccia rimasta della sua</p>
<p>passata esistenza   era una foto in bianco e nero, incorniciata e appe-</p>
<p>sa in una parete   del soggiorno, a lato del mobile con il televisore. Il</p>
<p>nonno era un uomo   ancora forte. Si svegliava ogni mattina prima</p>
<p>di tutti gli altri,   faceva lunghe passeggiate con i suoi amici e si</p>
<p>occupava della   spesa. Era quasi sempre lui ad accompagnarmi</p>
<p>a scuola e a riprendermi   all’uscita. I miei genitori erano contenti</p>
<p>che vivesse con   noi. In genere il nonno partiva per la montagna</p>
<p>di domenica, prima   dell’alba. I giorni precedenti faceva atten-</p>
<p>zione alle condizioni   del tempo, all’abbondanza delle piogge e</p>
<p>alla durata delle   schiarite, al ciclo lunare e ad altre cose che solo</p>
<p>lui in famiglia   conosceva. Ascoltava alla televisione le previsioni</p>
<p>meteorologiche,   e quando pensava che fosse giunto il momento</p>
<p>telefonava a un   amico che viveva tutto l’anno in un paese a ridosso</p>
<p>della montagna   per avere un consiglio.</p>
<p>Avevo molto insistito   perché mi portasse con sé. A ogni mia</p>
<p>richiesta rispondeva   con un rifiuto. Diceva che c’era da svegliarsi</p>
<p>prestissimo e da   camminare molto, che ero ancora piccolo e che</p>
<p>non ce l’avrei   fatta a seguirlo, che la montagna era grande e c’era</p>
<p>il rischio di perdersi.   È per questo che fui il primo a essere stupi-</p>
<p>to quando una sera   a cena, davanti ai miei genitori, mi disse di</p>
<p>mangiare in fretta   e di andare subito a letto, perché l’indomani</p>
<p>mi sarei dovuto   svegliare assai presto ed essere in piedi, pronto</p>
<p>a partire, per   l’ora stabilita. Altrimenti non mi avrebbe aspettato,</p>
<p>e sarebbe andato   via da solo.</p>
<p>Andai a dormire   che non erano ancora le nove. Mia madre mi</p>
<p>aveva già preparato   l’occorrente per il viaggio, gli abiti pesanti, gli</p>
<p>scarponcini e i   calzettoni di lana, assieme a uno zainetto. Mi infilai</p>
<p>subito sotto le   coperte e spensi la luce sul comodino. Per l’eccita-</p>
<p>zione feci fatica   ad addormentarmi, quando ci riuscii dormii di un</p>
<p>sonno profondo   e senza sogni. Fui svegliato dal nonno, che era già</p>
<p>vestito. Guardai   verso la finestra e vidi che fuori era ancora buio,</p>
<p>ma nonostante l’ora   non feci fatica ad alzarmi. Andai in bagno</p>
<p>e mi lavai in fretta   il viso e le orecchie, mi pettinai. Consumai la</p>
<p>colazione in cucina.   L’aveva preparata il nonno. Aspettò in piedi</p>
<p>che finissi di   bere il latte e mangiare i biscotti. Poi uscimmo di</p>
<p>casa attenti a   non fare rumore.</p>
<p>Caricammo in macchina   i bagagli e partimmo. Faceva freddo.</p>
<p>Il nonno accese   il riscaldamento, il tepore dell’area calda riempì in</p>
<p>breve tempo l’abitacolo.   Guardavo fuori del finestrino la città de-</p>
<p>serta, le poche   automobili in movimento, le luci gialle dei lampioni.</p>
<p>Cominciai ad assopirmi   e dovetti lottare contro quella sonnolenza.</p>
<p>Non volevo addormentarmi   e dare così al nonno l’impressione</p>
<p>di non essere all’altezza   di quell’escursione. Ma dopo pochi chi-</p>
<p>lometri fui vinto   dal sonno. Quando mi risvegliai la notte stava</p>
<p>già cedendo al   chiarore del giorno. Il paesaggio attorno a noi era</p>
<p>cambiato. Stavamo   salendo per una strada di montagna, piena di</p>
<p>strette curve e   tornanti. Guardai verso il nonno, che guidava lenta-</p>
<p>mente cercando   di mantenere la stessa andatura. Gli feci qualche</p>
<p>domanda, soltanto   per sentire di nuovo la sua voce e così capire</p>
<p>se era arrabbiato   con me perché avevo dormito durante il viaggio.</p>
<p>Siamo quasi arrivati,   mi rispose sorridendo, abbiamo fatto presto.</p>
<p>Il cielo è grigio,   ma non dovrebbe piovere, almeno per ora.</p>
<p>Imboccammo una pista   sterrata. Il nonno aveva smesso di</p>
<p>parlare e guardava   assorto oltre il parabrezza per evitare le bu-</p>
<p>che e i dossi,   sempre più numerosi. Girò bruscamente a destra e</p>
<p>fermò la macchina   in uno spazio aperto, circondato da alti faggi.</p>
<p>Prendemmo i due   zaini dal bagagliaio e ci incamminammo co-</p>
<p>minciando a salire   tra gli alberi. L’aria era fredda. Sentivo l’odore</p>
<p>buono delle foglie   bagnate e del muschio. Il nonno era davanti</p>
<p>a me e avanzava   aiutandosi con un bastone. Sembrava essersi</p>
<p>dimenticato della   mia presenza. Dopo pochi metri si fermò per</p>
<p>parlarmi. Allungò   un braccio e mi indicò un punto alla sua destra,</p>
<p>non distante. Prima   regola quando si cercano i funghi, disse. Mai</p>
<p>seguire i passi   di un altro. Adesso va’ da quella parte, e continua</p>
<p>a salire. Non ti   allontanare troppo, però. E non mi perdere mai di</p>
<p>vista. Seconda   regola, continuò. Cammina piano, e fermati spesso.</p>
<p>Guardati attorno.   Non dobbiamo andare in nessun posto, e non c’è</p>
<p>bisogno di correre.   Più piano ti muovi più aumenta la possibilità</p>
<p>di trovare un fungo,   che potrebbe anche essere a dieci centimetri</p>
<p>dai tuoi piedi.   Da qui in avanti, ogni luogo è buono. Sollevò la</p>
<p>manica della giacca   a vento e guardò l’orologio. Cammineremo</p>
<p>per un’ora, disse.   Quando saremo arrivati in alto, ci fermeremo</p>
<p>per fare colazione,   e decidere il da farsi.</p>
<p>Mi allontanai nella   direzione che mi aveva indicato. Presi un</p>
<p>lungo ramo e lo   spezzai per ricavarne un bastone. Il silenzio del</p>
<p>bosco era turbato   soltanto dal rumore dei miei passi e da quelli,</p>
<p>più lontani, del   nonno, che vedevo tra i tronchi degli alberi avan-</p>
<p>zare lentamente,   fermarsi ogni tanto per chinarsi, poi riprendere il</p>
<p>cammino. A poco   a poco la mia eccitazione si trasformò in impa-</p>
<p>zienza. Non vedevo   l’ora di trovare il primo fungo per mostrarlo</p>
<p>orgoglioso alla   mia guida. Ma era passata più di mezz’ora, e la</p>
<p>mia ricerca continuava   a essere vana. Arrivai a un punto dove il</p>
<p>sottobosco era   più fitto. Avanzavo più faticosamente, le braccia</p>
<p>in avanti per farmi   largo tra gli sterpi e i rami bassi degli alberi.</p>
<p>Vidi di fronte   a me una macchia scura sul terreno, quasi del tutto</p>
<p>ricoperta di foglie.   La raggiunsi in fretta e mi inginocchiai per</p>
<p>raccogliere quello   che credevo un fungo, e che invece era soltanto</p>
<p>una pietra bagnata.</p>
<p>Quando ritornai sui   miei passi mi accorsi di aver perso di</p>
<p>vista il nonno.   Cercai di individuare la giusta direzione per rag-</p>
<p>giungerlo, ma ben   presto persi l’orientamento e mi ritrovai solo,</p>
<p>senza sapere che   fare. Non riuscivo a capire quanto tempo era</p>
<p>passato e come   avrei fatto a uscire da quel bosco, dove la luce</p>
<p>faceva fatica a   filtrare. Mi sedetti in terra e mi appoggiai a un</p>
<p>tronco per riprendere   fiato. Cominciai a chiamare il nonno ad alta</p>
<p>voce, ma senza   risposta. Non devo aver paura, mi dissi, non devo</p>
<p>aver paura. Pensai   che non poteva essere così lontano e che presto</p>
<p>l’avrei visto spuntare   da dietro un albero, con il suo berretto di</p>
<p>lana in testa.   Esitai se restare fermo nello stesso luogo ad aspettar-</p>
<p>lo o muovermi.   Alla fine decisi di continuare a salire per arrivare</p>
<p>in cima a trovare   la radura dove ci eravamo dati appuntamento.</p>
<p>Camminai a lungo. Non   pensavo più ai funghi, ma soltanto</p>
<p>ad arrivare alla   mia meta e porre fine a quel vagare. Arrivai al</p>
<p>limite tra un bosco   di faggi e una pineta e mi inoltrai in essa. Il</p>
<p>terreno sotto ai   miei piedi, ricoperto di aghi di pino, era morbido.</p>
<p>Scorsi una luce   più chiara e accelerai il passo, ma la stanchezza</p>
<p>rendeva ormai difficile   il cammino. Inoltre avevo fame, una fame</p>
<p>inaspettata e feroce,   come mai avevo provato prima di allora.</p>
<p>Mi ritrovai all’aperto   quasi senza accorgermene, su una stri-</p>
<p>scia di terra stretta   e lunga, chiazzata di grandi pietre ricoperte di</p>
<p>muschio scuro.   Al limite opposto a quello nel quale mi trovavo</p>
<p>c’era un uomo accovacciato,   con uno zaino accanto. Feci qualche</p>
<p>passo in quella   direzione e riconobbi il nonno, che non si era</p>
<p>ancora accorto   della mia presenza. Stava sistemando dei rami</p>
<p>secchi uno sull’altro   per accendere un fuoco. Mi dava le spalle e</p>
<p>si voltò soltanto   quando gli fui vicino. Ci guardammo in silen-</p>
<p>zio. Non avevo   il coraggio di parlare, di dirgli che mi ero perso,</p>
<p>raccontargli della   paura passata e della gioia di averlo ritrovato.</p>
<p>Ma il mio timore   di essere rimproverato finì quando mi rivolse</p>
<p>la parola. Non   fece cenno al fatto che, dimenticando le sue racco-</p>
<p>mandazioni, mi   ero allontanato perdendolo di vista, né tradì la</p>
<p>preoccupazione   che credevo avesse avuto quando si era accorto</p>
<p>della mia scomparsa.   Forse era stata una preoccupazione solo</p>
<p>mia. Forse il nonno sapeva   che sarebbe stato difficile perdermi e</p>
<p>che continuando a   salire come avevamo deciso all’inizio ci sarem-</p>
<p>mo incontrati di   nuovo in alto, nel luogo dove in quel momento</p>
<p>ci trovavamo. Forse non era passato   così tanto tempo, come io</p>
<p>impaurito avevo   creduto. O forse essendo il pericolo finito non</p>
<p>aveva più voglia   di parlarne, di rimproverarmi e di rimproverare</p>
<p>se stesso per avermi   fatto allontanare.</p>
<p>Il fuoco fu acceso.   Una piccola nube di fumo cominciò a solle-</p>
<p>varsi dai rami   secchi. Il nonno mi fece cenno di sedermi di fronte a</p>
<p>lui. Aprì il suo   zaino e tirò fuori una bottiglia d’acqua, un thermos</p>
<p>e due panini avvolti   nella carta stagnola. Me ne porse uno, scartò</p>
<p>il suo e cominciò   a mangiare lentamente. Io divorai il mio in pochi</p>
<p>minuti, gettando   la stagnola sul fuoco per vederla annerire, poi</p>
<p>ne mangiai un altro.   Il tempo stava migliorando. Le nuvole grigie</p>
<p>si muovevano sopra   le nostre teste lasciando sempre più spazio</p>
<p>all’azzurro intenso   del cielo. Guardai verso l’orizzonte. Le macchie</p>
<p>dei boschi sottostanti   formavano ampie gradazioni di verde che</p>
<p>si estendevano   fino a valle, dove si potevano distinguere la terra</p>
<p>nera dei campi,   le case coloniche, strade deserte di campagna. Mi</p>
<p>voltai verso il   nonno. Aveva acceso un mezzo sigaro. L’odore del</p>
<p>tabacco si mescolava   a quello dei rami sul fuoco, quasi del tutto</p>
<p>consunti. Quando   finì di fumare mi parlò. Non siamo stati fortuna-</p>
<p>ti, disse. Ho setacciato   tutto il bosco senza trovare niente. Neanche</p>
<p>un fungo. Neanche   uno di quelli velenosi. È un brutto segno. Vuol</p>
<p>dire che abbiamo   sbagliato giorno, o luogo. Dovremmo muoverci</p>
<p>per andare da un’altra   parte, forse là in fondo, continuò indicando</p>
<p>un punto lontano,   ma impiegheremmo molto tempo, ed è troppo</p>
<p>tardi. Qualcun   altro sarà già nel posto e avrà raccolto quello che</p>
<p>c’era da raccogliere.   Pazienza. Un’altra volta andrà meglio.</p>
<p>Si alzò in piedi,   prese degli altri rami e ravvivò con essi la fiam-</p>
<p>ma quasi spenta.   Poi tirò fuori da una tasca della giacca una piccola</p>
<p>macchina fotografica.   Andò a qualche metro di distanza, l’appoggiò</p>
<p>su una grande pietra   e mi inquadrò. Schiacciò un pulsante e corse</p>
<p>verso di me sedendomi   accanto e abbracciandomi. Guarda verso</p>
<p>l’obiettivo, mi   disse. E attento a non chiudere gli occhi. Il ronzio</p>
<p>della macchina   finì. Fatto, disse il nonno. Poi andò a riprenderla.</p>
<p>Io ero molto deluso.   Volevo dirgli di cercare da un’altra parte,</p>
<p>che forse con un   po’ di fortuna saremmo ancora riusciti a trovare</p>
<p>qualcosa, ma sapevo   che sarebbe stato inutile, perché il nonno</p>
<p>aveva già preso   la sua decisione e non l’avrebbe più cambiata.</p>
<p>Aspettai allora   che si alzasse per partire e ritornare a casa, ma era</p>
<p>passata più di   un’ora senza che questo accadesse. Il nonno conti-</p>
<p>nuava a guardare   verso valle, ogni tanto si muoveva per ravvivare</p>
<p>il fuoco, poi riassumeva   la posizione di prima, le braccia allacciate</p>
<p>attorno alle ginocchia.   Mi stavo annoiando. Mi sembrava inutile</p>
<p>restare ancora   là, senza far niente. Lo dissi al nonno, che scosse</p>
<p>la testa restando   in silenzio. Non so quanto tempo ancora passò</p>
<p>prima che si decidesse   a partire. Ricordo solo che quando que-</p>
<p>sto accadde ero   ormai arrabbiato con lui e avevo deciso di non</p>
<p>rivolgergli la   parola. Continuai a tenere il broncio anche quando</p>
<p>scendemmo per il   bosco che avevamo esplorato prima di arrivare</p>
<p>in cima e quando   fummo in macchina, poi per tutto il viaggio fino</p>
<p>a casa, dove mi   ritirai in silenzio nella mia camera.</p>
<p>Sono passati quasi   trent’anni da quel giorno. Il nonno morì</p>
<p>pochi mesi dopo,   per un male che in breve tempo lo consumò.</p>
<p>Mio padre e mia   madre continuano ad abitare in quella casa. Io</p>
<p>vivo in un’altra   città, e vado a trovarli quando mi è possibile, a</p>
<p>Natale e a Pasqua,   durante le vacanze estive. L’ultima volta l’ho</p>
<p>fatto dieci giorni   fa. È stato durante quella visita che ho ricordato</p>
<p>di nuovo quel viaggio   in montagna. I miei genitori erano usciti</p>
<p>per fare delle   compere ed io ero rimasto solo in casa. Sono entrato</p>
<p>nella stanza che   era stata del nonno. È una stanza stretta e lunga,</p>
<p>che viene ormai   usata come ripostiglio, più raramente per farvi</p>
<p>dormire un ospite,   un parente di passaggio o un amico. Ho aperto</p>
<p>le persiane e mi   sono seduto alla scrivania, un grande tavolo di</p>
<p>legno scuro. In   un cassetto c’erano ancora molti oggetti appartenu-</p>
<p>ti al nonno, due   paia di occhiali da presbite, una scatola di sigari,</p>
<p>documenti e vecchie   carte, un coltello da campeggio dal manico</p>
<p>rosso e spesso,   un mazzo di chiavi. In un angolo ho trovato anche</p>
<p>un portafogli sdrucito.   L’ho aperto. Custodiva una carta d’identità,</p>
<p>delle ricevute,   tre banconote da mille lire oggi fuori corso, e due</p>
<p>piccole fotografie.   Una ritraeva mio padre da ragazzo, in costume</p>
<p>da bagno su una   spiaggia affollata. Nell’altra c’era il nonno già</p>
<p>vecchio, in montagna   abbracciato a un bambino.</p>
<p>Non siamo proprio   al centro dell’immagine. L’inquadratu-</p>
<p>ra taglia una mia   mano, che doveva essere appoggiata per terra.</p>
<p>Dietro di noi c’è   la macchia scura degli alberi e il cielo, che i colori</p>
<p>sbiaditi della   stampa hanno reso quasi bianco. Il nonno mi tiene</p>
<p>stretto a se e   sorride. Io invece ho un’espressione scura in volto</p>
<p>e guardo da un’altra   parte. Il nonno ha uno sguardo buono. Ma</p>
<p>un’ombra vela i   suoi occhi grandi e chiari.</p>
<p>Era la prima volta   che vedevo quella foto. Come altre volte</p>
<p>era accaduto in   passato mi sono ricordato di quel giorno, della mia</p>
<p>eccitazione prima,   della paura per essermi perso e della delusione</p>
<p>dopo, del fuoco   acceso, dei panini e della macchina fotografica,</p>
<p>del nonno che non   voleva partire e delle mie insistenze. Ma solo</p>
<p>in quel momento,   in quella stanza vuota e dismessa ho sentito di</p>
<p>nuovo la voce pacata   del nonno, da una distanza ormai incolmabile</p>
<p>parlarmi, dire   ciò che quel mattino, in cima alla montagna avrebbe</p>
<p>voluto dirmi. Non   avere fretta – questo mi diceva il nonno –, stia-</p>
<p>mo bene. Ma non   sarà sempre così. Passerà il tempo, e io non ci</p>
<p>sarò più. Diventerai   grande, e vedrai tante cose che ancora non</p>
<p>hai visto, conoscerai   tanti volti e tanti altri ne dimenticherai. Vi-</p>
<p>vrai gioie e delusioni.   Aspetterai a lungo e temerai per qualcosa</p>
<p>che hai desiderato   con tutte le tue forze, e quando l’avrai avuta ti</p>
<p>accorgerai che   non sarà come l’avevi immaginata, e che il prezzo</p>
<p>da pagare è stato   forse troppo alto. Ma adesso, stai con me. Guar-</p>
<p>da tutte queste   meraviglie, respira forte e piano, poi ancora forte.</p>
<p>Non aver paura.</td>
</tr>
</tbody>
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