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	<title>costituzione italiana &#8211; NAZIONE INDIANA</title>
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		<title>Zero maggio</title>
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		<dc:creator><![CDATA[gianni biondillo]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 01 May 2013 09:00:11 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[di Gianni Biondillo Alfonso abitava al sesto piano della torre a stella dove vivevo anch’io da ragazzo, a Quarto Oggiaro. Era un operaio dell’Alfa Romeo; si divertiva a raccontarmi di quando era partito da Napoli neppure ventenne e appena sceso alla stazione Centrale di Milano guardandosi attorno si disse, convinto: “questa è la mia città”. [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/04/PrimoMaggio.jpg"><img fetchpriority="high" decoding="async" class="alignnone size-full wp-image-45515" alt="PrimoMaggio" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/04/PrimoMaggio.jpg" width="543" height="245" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/04/PrimoMaggio.jpg 543w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/04/PrimoMaggio-300x135.jpg 300w" sizes="(max-width: 543px) 100vw, 543px" /></a></p>
<p>di <a href="http://doppiozero.com/materiali/speciali/primo-maggio-la-classe-operaia-e-andata-pensione"><strong>Gianni Biondillo</strong></a></p>
<p>Alfonso abitava al sesto piano della torre a stella dove vivevo anch’io da ragazzo, a Quarto Oggiaro. Era un operaio dell’Alfa Romeo; si divertiva a raccontarmi di quando era partito da Napoli neppure ventenne e appena sceso alla stazione Centrale di Milano guardandosi attorno si disse, convinto: “questa è la mia città”. Trovò quasi subito lavoro in fabbrica. Il suo caporeparto gli parlava in dialetto milanese e si incazzava se Alfonso (Rossi, un cognome che pare già un luogo comune) faticava a comprenderlo. Per <em>par condicio</em> lui replicava in napoletano, finché, nel tempo, trovarono nell’italiano la lingua franca per comunicare e lavorare al meglio, tutti assieme. All’inizio non conosceva nessuno, ma fra colleghi di reparto, sezioni di partito, riunioni sindacali, nel volgere di poco tempo si sentì già completamente integrato. Qualche mese dopo la sua partenza, la madre dal paese, piangendo di nostalgia al telefono, gli implorò di ritornare a casa. “No &#8211; fu la sua risposta &#8211; non torno. Qui mi chiamano ‘signor Rossi’, mi danno del lei e rispettano il mio lavoro”. Era uscito dal suo mondo pre-moderno, familista, aveva preso coscienza, sapeva d’appartenere ad una classe in sé e per sé. Erano gli anni Sessanta, gli anni in cui nacqui io, figlio di due immigrati meridionali, sottoproletari e semianalfabeti, che il massimo che potevano augurare al loro figlio era un lavoro come quello di Alfonso, aspirazione autentica di emancipazione sociale a portata di mano. Essere operai, quando ero bambino, era una nota di vanto, era sentirsi parte di una élite, nel cuore di una avanguardia che guardava verso il sol dell’avvenire con fiducia e impegno.</p>
<p>Ad Alfonso piaceva suonare la chitarra. Lo conobbi così, studiando assieme a lui i primi rudimenti dello strumento, io ragazzino, lui uomo fatto. Tornava dal lavoro, smetteva la tuta, una doccia e poi si suonava assieme. E si parlava. Mi spiegò che un proletario deve leggere sia <em>Il Manifesto</em> che <em>il Corriere della Sera</em>, ché quello che pensano i padroni dobbiamo sempre conoscerlo. Mi insegnò la moralità del lavoro, Alfonso. Compresi davvero il significato del primo articolo della nostra Costituzione: una Repubblica fondata sul lavoro. Sulla dignità del lavoro, a voler precisare. I lavoratori erano investiti di doveri onerosi &#8211; nei confronti dell’impresa, della famiglia, della nazione &#8211; ma erano anche portatori di diritti, inalienabili, conquistati negli anni dai padri, dai fratelli. C’era un giorno per ricordarcelo: il giorno della festa dei lavoratori.</p>
<p>Ricordo le feste del Primo Maggio della mia infanzia. Ricordo il silenzio delle strade vuote, le vetrine abbassate come a Natale, i mezzi pubblici che restavano nel chiuso dei depositi. Ricordo le manifestazioni in centro città, affollate processioni sacre del laicismo proletario. Roba del secolo, del millennio scorso. Le fabbriche hanno chiuso, buona parte dei capannoni dismessi sono stati abbattuti, le aree liberate si sono trasformate in preziose occasioni per eccitare la famelica speculazione immobiliare, il mercato privato ha ridisegnato le città indifferente ai temi sociali, senza una politica pubblica che abbia saputo governare la trasformazione. La classe operaia, dagli anni Ottanta in poi, non è andata in paradiso. È andata in pensione.</p>
<p>Il Primo Maggio sembra ormai solo il giorno di un evento musicale da seguire alla televisione, senza capire esattamente cosa si celebri, in una società polverizzata, indebolita, antisolidale. Oggi &#8211; ironia della sorte &#8211; si festeggia il giorno dei lavoratori lavorando; in un circolo antropofago autolesionista s’è secolarizzata la sacralità del lavoro per oggettiva perdita della classe clericale, che teneva vivo il culto. Il proletariato, e la sua vitalità di soggetto sociale, è <em>desaparecido</em>. Ciò che resta, e accresce le fila sempre più, è un sottoproletariato straccione e sperduto, troppo simile a quello della mia infanzia, che si barcamena in un mondo del lavoro precarizzato e ferino, che non ha più voglia di festeggiare, perché non possiede nulla, perché è fatto di schiavi senza diritti, nuda vita alla mercé di negrieri finanziari, loro sì davvero internazionalizzati. Il rosseggiare che si vede all’orizzonte non è il sol dell’avvenire, è il tramonto del sogno collettivo.</p>
<p>Temo il buio a venire, temo il gelo.</p>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>Gobetti, i padri, il cimitero</title>
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		<dc:creator><![CDATA[helena janeczek]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 24 Apr 2013 16:11:12 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[di Helena Janeczek Lunedì 22 aprile mi arrampicavo ignara per il cimitero Père Lachaise alla ricerca di una tomba tra le decine di migliaia di coloro che dormono lassù sulla collina. Il cielo era sereno, l’umore in ripresa, però a fatica. Scarpinando tutto il giorno per Parigi, mi capitava comunque la fortuna di perdermi la [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Helena Janeczek</strong></p>
<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/04/160px-Tomba_piero_gobetti.jpg"><img decoding="async" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/04/160px-Tomba_piero_gobetti.jpg" alt="160px-Tomba_piero_gobetti" width="160" height="241" class="alignnone size-full wp-image-45489" /></a></p>
<p>Lunedì 22 aprile mi arrampicavo ignara per il cimitero <em>Père Lachaise</em> alla ricerca di una tomba tra le decine di migliaia di coloro che dormono lassù sulla collina. Il cielo era sereno, l’umore in ripresa, però a fatica. Scarpinando tutto il giorno per Parigi, mi capitava comunque la fortuna di perdermi la strigliata del Presidente al Parlamento e al Partito, la scena perfetta di un paese dove i padri soffocano i figli e ancora più i nipotini per poi consegnarsi come scolaretti volontari all’autorità riesumata di un quasi novantenne.<span id="more-45488"></span> Quel che stava succedendo lo sapevo.<br />
Le pacificazioni, con o senza virgolette, contengono sempre un corollario di violenza e arbitrio, come i conflitti dai quali sono sgorgate. Quest’ultima, nella storia della Repubblica italiana, appare una delle più indegne; ripetizione decrepita e sterile di alcuni processi del passato, ripetizione forse nemmeno meritevole di essere chiamata restaurazione.<br />
Avrei sempre voluto andare al Père Lachaise, ma non ci ero mai riuscita. Ero delusa. Non me lo immaginavo così affastellato, piuttosto malcurato, con tutte quelle tristi tombe di famiglia a misura di cabina balneare che oscuravano la vista sulle sepolture singole. Non mi ero immaginata che avrei potuto perdermi: non solo per via dell’estensione, ma a causa delle strade circolari, quasi labirintiche, sebbene all’entrata avessi comprato una mappa a 2.50 euro.<br />
“Quelle-est vôtre langue, madame?” mi aveva chiesto il tizio che le vendeva. Fa lo stesso, gli ho detto. Ha insistito, ripetuto la domanda, e io mi sono irrigidita. “Le mie lingue sono più di una”, ho risposto per principio e per dispetto.<br />
La mappa pullulava di nomi sacri. Non avevo molto tempo, e non avevo voglia di cercarli. Sono passata in prossimità di un punto segnato in grassetto che diceva <strong>Balzac</strong> e ho pensato che bastava amarne i romanzi, che fosse quello il nostro unico vero legame.<br />
Poi ho visto un puntino piccolo, vicino alla mia destinazione, che diceva: Gobetti.<br />
Era stata sufficiente una bronchite con complicanze cardiache a prevenire il lavoro sporco del fascisti. Eppure Piero Gobetti non lo percepivo come un martire; piuttosto come il faro di un’umanità che in venticinque anni era stata capace di seminare intelligenza, rigore (e anche levità ironiche), vitalità ormai pressoché inimmaginabili.<br />
Allora mi sono aggirata per un po’ in mezzo al settore 93°, a lato di <em>Avenue Patchod</em>, cercando l’orientamento di riquadri divisori riportati nella mappa, però in realtà sepolti dalle tombe. Ho strisciato accanto a sepolcri vietnamiti che evocavano tempietti, ma Piero Gobetti non l’ho trovato.<br />
Bastava il pensiero. Basta sicuramente per ritrovare, in vece di una tomba, quel bandolo nel labirinto cimiteriale che mi permetteva non arrendermi alla sua immagine e somiglianza (domanda: che Padre era quel Pére Lachaise?).<br />
Poi c’è anche una poesia breve, sentita spesso sfoderare con elegante arte declamatoria (e provocatoria) dal suo autore, Franco Buffoni.</p>
<p><strong><a href="https://www.nazioneindiana.com/2011/03/11/alla-costituzione-italiana/">Alla Costituzione Italiana</a></strong></p>
<p>Le costituzioni, recita il mio vecchio<br />
Dictionary of Phrase and Fable,<br />
Possono essere aristocratiche o dispotiche<br />
Democratiche o miste.<br />
Ecco, per te che non prometti<br />
Di perseguire l’imperseguibile<br />
&#8211; La felicità degli uomini –<br />
Vorrei non pensare davvero a quel “mixed”<br />
Che ricade sugli effetti salvando i presupposti:<br />
Di te che prometti il perseguibile<br />
Vorrei restasse il lampo negli occhi di Gobetti,<br />
Già finito per altro in poesia.</p>
<p> Passiamocelo, quel lampo costituzionale, in una staffetta di generazioni alternative.</p>
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		<title>L&#8217;Unione Europea e la sovranità popolare perduta</title>
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		<dc:creator><![CDATA[alessandro broggi]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 08 Jan 2013 21:30:24 +0000</pubDate>
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										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: left" align="right"><a href="https://www.nazioneindiana.com/2013/01/08/lunione-europea-e-la-sovranita-popolare-perduta/europa-2/" rel="attachment wp-att-44563"><img decoding="async" class="alignnone size-medium wp-image-44563" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/01/europa-300x212.jpg" alt="" width="300" height="212" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/01/europa-300x212.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/01/europa-96x68.jpg 96w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/01/europa-38x26.jpg 38w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/01/europa-128x90.jpg 128w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/01/europa-100x70.jpg 100w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/01/europa.jpg 324w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" /></a></p>
<p style="text-align: right" align="right">di <strong>Giampiero Marano</strong></p>
<p style="text-align: justify" align="right"><strong></strong><span style="text-align: justify">“Voi non potete immaginare quale angoscia e quale rabbia invada l&#8217;animo vostro, quando degli inetti si impadroniscono di una grande idea, che voi da gran tempo venerate, e la danno in pasto ad altri imbecilli uguali a loro, in mezzo a una strada, e voi la ritrovate al mercato della roba vecchia, irriconoscibile, infangata, messa a gambe all&#8217;aria, assurdamente, senza proporzione, senza armonia, ridotta a giocattolo per bambini stupidi!”. Queste parole piene di amarezza che Stepan, nei </span><em>Demoni</em><span style="text-align: justify"> di Dostoevskij, pronuncia tra i sospiri (non sappiamo quanto sinceri) sono, proprio perché così amare, sempre veritiere e attuali. Oggi, per esempio, offrono una descrizione perfetta dell&#8217;Unione Europea. L&#8217;antica e alta aspirazione a unire i popoli d&#8217;Europa superando rivalità secolari ha avuto sostenitori come Dante, Novalis, Mazzini, Hugo; poi però la “grande idea” è finita nelle mani di uomini spiritualmente “inetti” che l&#8217;hanno uccisa e sfigurata: i burocrati e i tecnocrati dell&#8217;UE, vuoti e arroganti come il premier non eletto Mario Monti.</span></p>
<p style="text-align: justify">“L’altissimo merito di quest’ultimo”, chiariva Piergiorgio Odifreddi <span id="more-44561"></span>all&#8217;indomani della nomina a  senatore a vita, “è di essere stato commissario europeo con deleghe economiche, dal 1994 al 1999 per nomina del primo governo Berlusconi, e dal 1999 al 2004 per nomina del primo governo D’Alema. Oltre che di essere stato presidente della famigerata Commissione Trilaterale, una specie di massoneria ultraliberista statunitense, europea e nipponica ispirata da David Rockefeller e Henry Kissinger. Ci voleva un ex sedicente comunista dell’area migliorista, per formalizzare attraverso la persona di Monti il ruolo extraparlamentare dell’economia liberista che sta condizionando l’Europa intera attraverso le politiche della Banca Centrale (oggi presieduta da Mario Draghi, ex collega di Monti come consulente della Goldman Sachs), del Fondo Monetario Internazionale e delle borse. È probabile che la nomina di Monti sia un giochetto da Prima Repubblica, per poter presentare a giorni la sua promozione a primo ministro come &#8216;istituzionale&#8217;”.</p>
<p style="text-align: justify">D&#8217;altro lato, il destino del continente era segnato fin dall&#8217;inizio (anni Cinquanta, Trattati di Parigi e Roma), cioè ben prima di Maastricht, come aveva intuito Pasolini (per <em>La rabbia</em>, 1963): &#8220;Le piccole borghesie fasciste sono pronte all&#8217;unità d&#8217;Europa in nome della comune aridità&#8221;. In nome della comune aridità sono state concepite autentiche mostruosità come l&#8217;euro, “una moneta senza Stato” e senza precedenti nella storia (Sapelli), e come le stesse istituzioni dell&#8217;UE, modelli addirittura smaccati di oligarchia. Si legge in un recente documento di Rifondazione Comunista:</p>
<p style="text-align: justify">“Nell&#8217;Unione Europea decide ormai una vera e propria oligarchia, che risponde ai &#8216;voti&#8217; del mercato finanziario (&#8230;) Il Consiglio Europeo ha confermato e rafforzato la costruzione, ormai in stato di forte avanzamento, di un edificio che, senza precedenti nella storia delle democrazie, ha distrutto le fondamenta dello stesso Stato borghese, quelle costruite sulla base del <em>no</em> <em>taxation</em> <em>without</em> <em>rapresentation</em>. Si sta realizzando un sistema monetario, fiscale e bancario in funzione di un&#8217;economia di mercato che deve essere altamente competitiva sulla scena del capitalismo globalizzato. E se ne affida la direzione ad una struttura tecnocratica del tutto priva di un mandato popolare e sottratta a ogni forma di controllo, anche delle istituzioni rappresentative”.</p>
<p style="text-align: justify">Danilo Zolo commentava in questi termini il varo della Costituzione Europea, in seguito confluita nel Trattato di Lisbona: “Non è ragionevole aspettarsi, io penso, che il varo della Costituzione possa offrire un contributo rilevante a favore dell&#8217;unificazione europea (&#8230;) nel senso (&#8230;) della creazione di un soggetto politico dotato di una forte coesione e identità collettiva, e pertanto capace di una politica estera unitaria, tale da modificare lo scenario internazionale. È illusorio pensare che la nascita di un &#8216;popolo europeo&#8217; possa essere stimolata da più robuste protesi istituzionali e da un surplus di normazione costituzionale. La mia opinione è che sono i popoli a fare le Costituzioni e non, come credono i burocrati di Bruxelles e di Strasburgo, l&#8217;inverso. Ed è abbastanza evidente che oggi non esiste un popolo europeo. Non esiste, neppure all&#8217;interno della <em>old Europe</em>, una &#8216;società civile europea&#8217;: e cioè un&#8217;opinione pubblica, una lingua, una comunicazione multimediale europea. Mancano editori, emittenti radiofoniche e televisive europee, mancano movimenti, associazioni civili, sindacati, partiti politici su scala europea (&#8230;) Ci sono inoltre profondi dissensi su temi cruciali come la politica estera (il rapporto con gli Stati Uniti, in particolare), la tutela dei diritti fondamentali dei cittadini europei e, <em>last but not least</em>, l&#8217;alternativa fra un modello intergovernativo e un modello federalistico-comunitario del processo di integrazione regionale”.</p>
<p style="text-align: justify">L&#8217;UE, in sostanza, altro non è che uno spaventoso laboratorio consacrato alla sperimentazione selvaggia di pratiche di mercato radicalmente incompatibili con il dettato costituzionale della Repubblica Italiana, come spiega il giurista Stefano D&#8217;Andrea: “&#8217;La Repubblica tutela il lavoro in tutte le sue forme e applicazioni&#8217;, &#8216;aiuta la piccola e media proprietà&#8217;, &#8216;provvede alla tutela e allo sviluppo dell’artigianato&#8217; (artt. 37, 45), mentre l’Unione Europea impone la deflazione salariale e la precarietà, come unico strumento per aumentare la produttività e reggere la competizione internazionale; spinge verso le liberalizzazioni a vantaggio del grande capitale (&#8230;) schiaccia gli agricoltori (&#8230;) nell’interesse della grande distribuzione e dell’industria agroalimentare; costringe i commercianti a soggiacere al capitale marchio (&#8230;) e penalizza i piccoli esercizi commerciali. &#8216;La Repubblica incoraggia e tutela il risparmio in tutte le sue forme&#8217; (art. 47, primo comma), mentre l’Unione Europea incoraggia l’indebitamento privato per l’acquisto di beni e servizi di consumo. &#8216;La Repubblica favorisce l’accesso del risparmio popolare… al diretto e indiretto investimento azionario nei grandi complessi produttivi del paese&#8217; (art. 47, secondo comma), mentre l’Unione Europea impedisce all’Italia ogni vincolo di destinazione del risparmio degli italiani, sancendo la assoluta libertà di circolazione dei capitali. La Costituzione ammette, in presenza di determinate condizioni, monopoli pubblici o collettivi, sia originari, sia derivanti da espropriazioni con indennizzo (art. 43). L’Unione europea promuove la concorrenza in ogni campo dell’attività economica e impedisce all’Italia di introdurre monopoli anche in alcuni dei casi previsti dalla Costituzione. La Costituzione italiana non vieta e quindi ammette il ricorso al protezionismo e anzi promuove limitazioni della libertà di circolazione dei capitali (art. 47, secondo comma: &#8216;La Repubblica… favorisce l’accesso del risparmio popolare… al diretto ed indiretto investimento azionario nei grandi complessi produttivi del paese&#8217;). La Costituzione Italiana promuove la piena occupazione (art. 4, primo comma) e quindi salari dignitosi, ammettendo, a tal fine, un’inflazione modesta o relativamente modesta. L’Unione Europea impone un’inflazione bassissima, impedisce la piena occupazione e promuove la deflazione salariale. La Costituzione non pone limiti al debito pubblico e al deficit pubblico e consente allo Stato di prevedere che i titoli invenduti siano acquistati dalla banca d’Italia. L’Unione Europea prevede precisi limiti al debito pubblico e al deficit, impedisce alla BCE e alle banche centrali nazionali di acquistare titoli del debito pubblico e vuole imporci l’introduzione del pareggio di bilancio nella Costituzione. In generale, l’Unione europea abbatte i confini degli stati europei, anche nei confronti dei paesi terzi e crea un mercato aperto nel quale deve vincere la logica del più forte. Al contrario, l’art. 41, terzo comma della Costituzione prevede che &#8216;la legge determina i programmi e i controlli opportuni perché l’attività economica pubblica e privata possa essere indirizzata e coordinata a fini sociali&#8217;. L’Unione europea sopprime tutti i possibili poteri degli stati e quindi dei popoli di disciplinare l’economia, affidando il sistema economico alla pura concorrenza tra imprese e gestori dei grandi capitali internazionali”.</p>
<p style="text-align: justify">A fronte dell&#8217;inesistenza della politica e del popolo europei, è concreto il pericolo che il malcontento sempre più diffuso (il numero complessivo dei disoccupati e sottoccupati si aggira oggi intorno ai sessanta milioni) presti il fianco a facili strumentalizzazioni in senso sciovinista e razzista, come è avvenuto in Grecia con “Alba dorata”, o in altri casi crei e alimenti aspirazioni secessioniste all&#8217;interno dei singoli Stati, verosimilmente foriere di guerre civili (altro che Nobel per la pace!). In assenza del popolo europeo, in che modo l&#8217;UE potrà mai essere riformata per diventare quello “spazio di civiltà” che auspica Vendola? Quale democrazia senza demos? Il crollo dell&#8217;UE e dell&#8217;euro, inevitabile secondo Latouche, non sarà un evento indolore ma almeno renderà possibile un&#8217;Europa di paesi sovrani e solidali che guardi finalmente al Mediterraneo come al suo centro.</p>
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		<title>Matrimonio</title>
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		<dc:creator><![CDATA[gianni biondillo]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 25 Sep 2012 09:00:49 +0000</pubDate>
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		<category><![CDATA[costituzione italiana]]></category>
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					<description><![CDATA[di Franco Buffoni In Italia in questi mesi stiamo assistendo ad uno strano, risibile e ipocrita dibattito su ciò che dice effettivamente la nostra Costituzione, promulgata il 1 gennaio 1948, sul matrimonio civile. Da una parte c’è chi sostiene, Costituzione alla mano, che &#8211; essendo tutti i cittadini uguali dinanzi alla legge &#8211; e poiché [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><img loading="lazy" decoding="async" class="alignleft size-full wp-image-43621" title="anelli" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2012/09/anelli.jpg" alt="" width="249" height="246" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2012/09/anelli.jpg 249w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2012/09/anelli-60x60.jpg 60w" sizes="auto, (max-width: 249px) 100vw, 249px" />di <strong>Franco Buffoni</strong></p>
<p>In Italia in questi mesi stiamo assistendo ad uno strano, risibile e ipocrita dibattito su ciò che dice <em>effettivamente</em> la nostra Costituzione, promulgata il 1 gennaio 1948, sul matrimonio civile.<br />
Da una parte c’è chi sostiene, Costituzione alla mano, che &#8211; essendo tutti i cittadini uguali dinanzi alla legge &#8211; e poiché la Repubblica promuove l’uguaglianza e le pari opportunità, anche i cittadini omosessuali devono poter stipulare tra loro il contratto denominato matrimonio civile.<br />
Dall’altra parte si risponde che l’articolo 7 della Costituzione parla di “famiglia naturale” basata sul matrimonio.<br />
In linguistica, si sa, non esiste il “verbo”, non esiste l’<em>ipse dixit.</em> E la linguistica applicata al diritto è una scienza empirica, relativistica. Perché le lingue, come le società, sono in costante trasformazione. I termini, dunque, non posseggono un significato letterale determinato. I significati letterali non sono che i significati stabiliti da una pratica interpretativa. Qualcuno potrebbe replicare che i significati coincidono con le intenzioni degli autori dei testi: in questo caso si parla di teoria intenzionalistica dell’interpretazione, contrapposta alla teoria letteralistica.<br />
Dall’altra parte, dicevo, si risponde che l’articolo 7 della Costituzione parla di “famiglia naturale” basata sul matrimonio. A questa risposta i primi replicano che la Costituzione non parla mai di matrimonio esclusivamente tra un uomo e una donna. E a questa replica i secondi rispondono che la Costituzione lo dà per sottinteso.<br />
Eccoci nel cuore dello scontro tra teoria intenzionalistica e teoria letteralistica dell’interpretazione. Nel caso dell’articolo 7 la lettura intenzionale è dei giuristi di area cattolica, quella letterale è dei giuristi – come Stefano Rodotà – di area laica. Ma le posizioni potrebbero scambiarsi su un altro articolo, trasformando i cattolici in letteralisti e i laici in intenzionalisti, secondo le rispettive convinzioni ed esigenze.<br />
E’ in questi casi che occorrono sensibilità, intelligenza e capacità di guardare lontano.  Perché altrimenti non se ne esce, come è evidente ripercorrendo gli estremi del dibattito.<br />
Dapprima, da parte cattolica, si sostenne che gli animali, che sono “naturali”, non praticano l’omosessualità. Da parte laica si è allora dimostrato scientificamente che la natura non disdegna affatto l’omosessualità; che in molte specie l’accoppiamento omosessuale è un dato di consuetudine anche in presenza di individui del sesso opposto, e non solo in cattività; e che in altre specie vicine all’homo sapiens il sesso è slegato dal ciclo riproduttivo: e che questo punto è fondamentale per i diritti degli omosessuali: la separazione tra sessualità e procreazione.<br />
Da parte clericale si è allora replicato che, se gli animali praticano dei comportamenti “bestiali”, questo non giustifica l’uomo che li imiti.<br />
E da parte laica: come si può negare che la pulsione omosessuale sia “naturale”? E’ forse stata creata in laboratorio?<br />
Significativa al riguardo la mostra <em>Against Nature?</em>, proveniente da Oslo e ospitata dal Museo di Storia Naturale di Genova, che presentava in modo rigorosamente scientifico gli studi sui comportamenti omosessuali di oltre millecinquecento specie animali, dagli invertebrati ai mammiferi. La mostra era partita in sordina, ma venne alla ribalta quando le organizzazioni cattoliche protestarono perché il progetto era stato inserito nel catalogo didattico per le scolaresche. (Interessatissime, per altro, alle storie delle balene maschio che si comportano vistosamente da femmina per evitare i combattimenti; dei trichechi che si coinvolgono in giochi erotici omosessuali; dei pinguini reali tra i quali un maschio su cinque preferisce un partner dello stesso sesso. E dei fenicotteri, che si organizzano in coppie di maschi per allevare il doppio dei cuccioli, o dei cigni che creano coppie fedeli nel tempo sia etero che omo.) Magnus Enquist, etologo dell’Università di Oslo, per nulla turbato dalle polemiche, osservò: “Ci sono cose che vanno contro natura molto più dell’omosessualità, cose che soltanto gli umani riescono a fare, come avere una religione o dormire in pigiama”.</p>
<p>Come inquadrare la questione nell’ottica della sensibilità, dell’intelligenza e della capacità di guardare lontano? Per esempio, impostandola in questo modo:<br />
<strong>I.</strong> Parlare di “omosessualità” tra gli animali è scorretto, significa antropomorfizzarli, attribuendo loro intenzioni decisamente umane.<br />
<strong>II.</strong> Le persone omosessuali devono acquisire rispetto sociale e diritti <em>non</em> perché si dimostra scientificamente che i loro comportamenti esistono in natura, ma perché amano e si amano come persone.<br />
<strong>III. </strong>Quindi, sia il ricorso da parte clericale al concetto di omosessualità contro-natura, sia la replica che si tratta di comportamenti largamente diffusi in natura, non sono argomentazioni convincenti perché il problema è interamente umano, cioè etico.<br />
<strong>IV.</strong> E’ inutile appellarsi al non umano per giustificare l’umano. Solo la cultura ha il compito di compiere scelte etiche, cariche &#8211; per l’appunto &#8211; di una forza culturale.<br />
<strong>V.</strong> E’ la parte più avanzata della filosofia del Novecento che considera obsoleto come categoria di pensiero il diritto naturale. Siamo ormai una specie troppo poco “naturale” per parlare di che cosa è naturale. La Sapiens-sapiens è diventata tale proprio perché si è distanziata dalla natura, dalla animalità. Per gli appartenenti alla Sapiens-sapiens, oggi, “naturale” dovrebbe essere l’accentuazione di educazione, gentilezza, civiltà: umanizzare il mondo, diceva Rilke. E che cosa è più gentile, umano, civile, di una promessa d’amore, di un patto di solidarietà, di un “contratto” stipulato solennemente tra due persone? E sottolineo <em>persone</em>.</p>
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		<title>Per Roberto Roversi</title>
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		<dc:creator><![CDATA[franco buffoni]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 07 Feb 2012 06:27:41 +0000</pubDate>
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		<category><![CDATA[costituzione italiana]]></category>
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		<category><![CDATA[Franco Buffoni]]></category>
		<category><![CDATA[piazza fontana]]></category>
		<category><![CDATA[Resistenza]]></category>
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		<category><![CDATA[strage di Bologna]]></category>
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					<description><![CDATA[&#160; di Franco Buffoni Il 12 dicembre del 1969, terminata la lezione (ero al terzo anno di università a Milano) presi il tram per tornare a casa. In tram leggevo Dopo Campoformio di Roberto Roversi, uscito da Einaudi nel 1962 e preso in prestito alla biblioteca. Senza alcuna guida stavo colmando i vuoti, scovavo i [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>&nbsp;</p>
<p>di Franco Buffoni</p>
<p>Il 12 dicembre del 1969, terminata la lezione (ero al terzo anno di università a Milano) presi il tram per tornare a casa. In tram leggevo <em>Dopo Campoformio</em> di Roberto Roversi, uscito da Einaudi nel 1962 e preso in prestito alla biblioteca. Senza alcuna guida stavo colmando i vuoti, scovavo i libri come un rabdomante. Ad un tratto il tram si bloccò, si bloccarono tutti i tram di Milano e gli autobus e le macchine. Correvano solo le ambulanze. La gente dovette scendere e continuare a piedi, senza sapere perché. Si diceva di una fuga di gas, che fosse scoppiata una banca.<span id="more-41507"></span></p>
<p>La nostra memoria personale è connessa alla memoria collettiva per i tramiti più vari. Per me quel giorno <em><strong>è</strong></em> il libro di Roversi. Un libro sul quale sarei tornato tante volte negli anni successivi. Quella “liberazione” tradita: Campoformio come metafora della Resistenza scempiata&#8230;</p>
<p>Undici anni più tardi, nell’agosto del 1980, ero appena diventato ricercatore e mi trovavo in Inghilterra con un gruppo di studenti: nel cosiddetto long weekend stavamo visitando il Galles, ci trovavamo in un villaggio sopra una scogliera con l’intenzione di salire al castello. Al mattino, nel bed&amp;breakfast che ci accoglieva, ad un tratto vidi incupirsi lo sguardo del ragazzo che mi stava di fronte. Nei suoi occhi &#8211; come la sorella di Alice che negli occhi di Alice “vede” il sogno &#8211; vidi l’orrore. Si alzò di scatto. Il televisore muto gli rimandava dallo specchio sulla parete una cartina d’Italia, con una piccola stella rossa che si illuminava a intermittenza in mezzo all’Emilia-Romagna. Dopo qualche minuto ritornò: “Prof, se in Italia c’è il colpo di stato io resto in Inghilterra a fare l’esule”.</p>
<p>I treni partivano<br />
i treni arrivavano<br />
“al mare” dicevano i treni<br />
“alla montagna” dicevano i treni.<br />
I treni ridevano<br />
cantavano<br />
erano felici i treni.<br />
(Mai più! Mai più! Mai più!)</p>
<p>Il cielo era con nuvole azzurre<br />
all’improvviso<br />
il cielo è diventato nero<br />
il cielo è diventato fuoco<br />
il treno non è più partito<br />
il treno non è più arrivato<br />
il treno si è fermato (è in ginocchio per terra).<br />
(Mai più! Mai più! Mai più!)</p>
<p>A un tratto il cielo<br />
il cielo<br />
è diventato di fuoco<br />
i bambini piangevano<br />
le mamme gridavano<br />
stesi per terra in silenzio<br />
uomini donne bambine<br />
mentre il sangue cadeva dal cielo.<br />
(Mai più! Mai più! Mai più!)</p>
<p>Le nubi non erano più bianche<br />
erano rosse di sangue<br />
erano nere di fumo.<br />
Poi il tempo è passato<br />
i morti sono ancora con noi<br />
con noi in partenza col treno<br />
al mare in montagna.<br />
(Mai più! Mai più! Mai più!)</p>
<p>Ascolto<br />
ascolto<br />
ascolto<br />
Quello che vola lassù:<br />
ci porta in vacanza<br />
al mare o in montagna<br />
fra le nuvole bianche<br />
(Mai più! Mai più! Mai più!)</p>
<p>Ascoltate guardate<br />
guardate la grande nave<br />
passare<br />
le onde<br />
le onde calde del mare<br />
nuotare<br />
andiamo al mare.<br />
(Mai più! Mai più! Mai più!)</p>
<p>Ascoltate<br />
ascoltate<br />
guardate<br />
il treno<br />
che arriva a Bologna<br />
noi nella stazione aspettare<br />
allegri per correre al mare.<br />
(Mai più! Mai più! Mai più!)</p>
<p>Quando ascoltai questi versi &#8211; composti da Roversi per il trentunesimo anniversario della strage, e letti dal palco in piazza Medaglie d&#8217;oro a Bologna dall&#8217;undicenne Farhana e dal quattordicenne Marco, con ottantacinque ragazzi di Marzabotto che rispondevano gridando: &#8220;Mai più&#8221; &#8211; mi vennero subito in mente lo sguardo di quel mio studente in Galles e la sua frase. E mi chiesi: “Ma poi c’è stato, o non c’è stato, il colpo di stato in Italia?”</p>
<p>Certo, non c’è stato il colpo di stato con i carri armati, ma l’occupazione della Rai è avvenuta, quella del Quirinale è stata tentata, la volontà di sottomettere il giudiziario all’esecutivo è stata esplicitata, l’irrisione del legislativo è in atto&#8230; Con le proposte, i tentativi “ungheresi” di cambiamento della Costituzione, di trasformazione del XXV Aprile nella Festa della Libertà&#8230; per annacquarlo in una generica festa riecheggiante quel “Popolo delle Libertà” all’interno del quale sono confluiti i post fascisti&#8230;</p>
<p>Io sono nato nel 1948, ho l’età della Libreria Palmaverde. E della Costituzione Italiana&#8230; Ma quando anni fa un quotidiano mi chiese di scrivere dei versi sulla nostra Costituzione, mi sentii smarrito. Certo, l’idea mi attraeva, ma l’”ispirazione” era a zero. La nostra Costituzione, pensavo, non ci dà lo slancio di un “pursuit of happiness”, che da solo basta a sorreggere un bell’afflato poetico. La nostra Costituzione è pragmatica, rigorosa, responsabilizzante. Allora mi rifugiai in un vecchio Dizionario enciclopedico inglese d’epoca vittoriana, che qualche idea ogni tanto è ancora capace di darmela, e cercai la definizione di “costituzione”. Avevo compiuto un passo avanti, ma ancora la poesia non c’era. Poi pensai a qualcuno che sarebbe stato felice di leggerla, questa nostra Costituzione, e di vederla promulgata&#8230; La mia riflessione grata andò ad Amendola, a Matteotti&#8230; Poi, col pensiero a Gobetti, capii che ce l’avevo fatta. Perché Gobetti, che aveva lo stesso sguardo acceso di quel mio antico studente, nella sua breve vita e senza mezzi, prima che gli scherani fascisti venissero ad aspettarlo sulle scale per massacrarlo di botte, era riuscito ad essere anche editore&#8230; di poesia. Aveva pubblicato <em>Ossi di seppia</em>, Piero Gobetti.</p>
<p>Dedico dunque a Roberto Roversi, nel comune sentire civile, nella comune passione per la “decenza”, questi versi, ringraziandovi per avermi chiamato a partecipare a questo omaggio a lui e alla sua opera.</p>
<p><em><strong>Alla Costituzione Italiana</strong></em></p>
<p>Le costituzioni, recita il mio vecchio<br />
Dictionary of Phrase and Fable,<br />
Possono essere aristocratiche o dispotiche<br />
Democratiche o miste.<br />
Ecco, per te che non prometti<br />
Di perseguire l’imperseguibile<br />
&#8211; La felicità degli uomini &#8211;<br />
Vorrei non pensare davvero a quel “mixed”<br />
Che ricade sugli effetti salvando i presupposti:<br />
Di te che prometti il perseguibile<br />
Vorrei restasse il lampo negli occhi di Gobetti,<br />
Già finito per altro in poesia.</p>
<p>NOTA<br />
Roma, Salone Borromini, Biblioteca Vallicelliana, 26 gennaio 2012. Incontro su “Roberto Roversi: Poesia e passione civile”, organizzato da Federica Taddei e condotto da Massimo Raffaeli. Tra i partecipanti Antonio Bagnoli, Fabio Moliterni, Bianca Maria Frabotta, Davide Nota (il cui intervento verrà pubblicato su Nazione Indiana, mercoledì 15 febbraio).</p>
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		<title>QUANDO LA SINISTRA E&#8217; PARTE DEL PROBLEMA</title>
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		<dc:creator><![CDATA[franco buffoni]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 13 Sep 2011 19:27:49 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[di Sergio Lo Giudice Massimo D’Alema, intervistato da Diego Bianchi (in arte Zoro) a un dibattito alla festa de l&#8217;Unità di Ostia, sui matrimoni fra persone dello stesso sesso ha dichiarato: “Sono favorevole al riconoscimento delle unioni omosessuali, ma il matrimonio, come è previsto dalla Costituzione, è l’unione tra persone di sesso diverso, finalizzata alla [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di Sergio Lo Giudice</p>
<p>Massimo D’Alema, intervistato da Diego Bianchi (in arte Zoro) a un dibattito alla festa de l&#8217;Unità di Ostia, sui matrimoni fra persone dello stesso sesso ha dichiarato: “Sono favorevole al riconoscimento delle unioni omosessuali, ma il matrimonio, come è previsto dalla Costituzione, è l’unione tra persone di sesso diverso, finalizzata alla procreazione. Del resto, le organizzazioni serie di gay non hanno mai chiesto di potersi sposare in chiesa. Penso che il sentimento degli italiani che ritengono che il matrimonio sia un sacramento vada rispettato“.</p>
<p>Gentile (ma sempre meno caro) D’Alema,<br />
è difficile per un politico di lungo corso come lei mettere insieme una simile serie di errori e castronerie una inanellata all’altra.</p>
<p>1. L’art.29 della nostra Costituzione non dice per nulla che il matrimonio debba essere tra persone di sesso diverso, né che debba essere finalizzato alla procreazione. Chi dice che la Costituzione impedisce al Parlamento italiano di legiferare sul matrimonio gay, dice una falsità smentita dalla sentenza della Corte Costituzionale 138 del 2010 e da tanti autorevoli costituzionalisti, a partire da Stefano Rodotà.<span id="more-40030"></span></p>
<p>2. Le organizzazioni serie di gay non hanno mai chiesto di potersi sposare in chiesa, e nemmeno quelle meno serie si sono mai azzardate ad avanzare una simile richiesta, perché non siamo al circo Barnum. Le organizzazioni serie di gay e lesbiche, a partire da Arcigay, chiedono da anni e a gran voce, invece, di potersi sposare in Comune perché stiamo parlando del matrimonio civile che, come lei dovrebbe sapere, è cosa un tantino distinta dal matrimonio religioso.</p>
<p>3.Negare il diritto fondamentale al matrimonio ad una parte della popolazione perché questo offenderebbe la sensibilità di un’altra parte è uno degli argomenti più osceni che possano essere avanzati in politica, utilizzato nella storia per negare diritti alle donne, ai neri, agli ebrei, agli omosessuali e per soffocare la libertà d’espressione dei cittadini.</p>
<p>Oggi anche all’interno del Partito Democratico si sta facendo spazio finalmente una posizione favorevole all’estensione del matrimonio civile alle coppie dello stesso sesso: la battaglia, gentile D’Alema, oggi è questa e lei, se ne renda conto, non è parte della soluzione, ma è parte del problema.</p>
<p>www.queerblog.it/post/12103/massimo-dalema-i-diritti-gay-adesso-possono-aspettare-prima-ce-la-crisi-del-paese-da-risolvere-video?utm_source=feedburner&amp;utm_medium=feed&amp;utm_campaign=Feed%3A+queerblog%2Fit+%28queerblog%29</p>
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		<title>VESCOVI BUGIARDI</title>
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		<dc:creator><![CDATA[franco buffoni]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 08 Aug 2011 11:43:19 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[di Dario Accolla Non usa mezzi termini Avvenire, organo di stampa di una delle organizzazioni religiose più integraliste presenti in Italia, la CEI: «Un gesto politico, una scelta strumentale per scatenare l’ennesimo, sterile scontro». Che un giornale, in linea con i dettami di una chiesa profondamente omofoba, sia critico verso l’unione pubblica di due donne [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di Dario Accolla<br />
Non usa mezzi termini Avvenire, organo di stampa di una delle organizzazioni religiose più integraliste presenti in Italia, la CEI: «Un gesto politico, una scelta strumentale per scatenare l’ennesimo, sterile scontro». Che un giornale, in linea con i dettami di una chiesa profondamente omofoba, sia critico verso l’unione pubblica di due donne lesbiche – Paola Concia e Ricarda Trautman – è cosa che non stupisce affatto. Non si capisce, tuttavia, l’ipocrisia di chi scrive: “Una scelta aderente ai peggiori modelli mediatici e commerciali che, da parte di una donna di sinistra, alternativa e controcorrente francamente delude un po’”. Evidentemente il buon gusto di una coppia di donne che coronano un sogno d’amore finisce, secondo Avvenire, laddove comincia il rosso di un paio di scarpette di Prada. Ma c’è di più. Si aggiunge pure la menzogna quando si è costretti a leggere: “È davvero così stravagante la nostra Costituzione che riconosce e regola la famiglia (articoli 29, 30 e 31) come società naturale fondata sul matrimonio tra uomo e donna?”. <span id="more-39789"></span>E ancora: “Non varrebbe almeno la pena di ricordare che, anche sul piano del diritto naturale, complementarietà e fertile progettualità sono condizioni irrinunciabili per parlare di un rapporto d’amore sancito sul piano pubblico?”. Avvenire, in modo subdolo, lascia dunque intendere che l’unione di Paola Concia è lesiva della legge italiana. Quando basta aver fatto le elementari per poter verificare da soli che nell’articolo 29 della nostra Costituzione non si parla del sesso dei coniugi. Ancora, la cosiddetta “fertile progettualità” sarebbe una delle componenti del matrimonio. Lo Stato non disciplina affatto quest’aspetto: l’istituto del matrimonio tutela situazioni patrimoniali e diritti dei coniugi. Infatti sono numerosissime le coppie che non possono o decidono di non avere figli. Solo qualora nascano dei figli, subentrano i diritti di questa categoria. Così il giornale dei vescovi, non sapendo come contenere la propria bile, parla di fatto intimo, salvo poi operare una condanna pubblica su quello stesso atto. Questo rende ai nostri occhi quel giornale e i suoi mandanti profondamente ipocriti. Per sostenere un’omofobia giuridicamente travestita, i vescovi &#8211; infatti &#8211; mentono.<br />
NATURALMENTE SI STA PARLANDO DI UN ISTITUTO DENOMINATO MATRIMONIO CIVILE IN UNO STATO LAICO. COL QUALE RITI RELIGIOSI E CREDENZE MISTERICHE NON HANNO NULLA A CHE FARE.</p>
<blockquote>
<div><a href="http://elfobruno.wordpress.com">http://elfobruno.wordpress.com</a></div>
</blockquote>
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		<title>OMOFOBIA DI STATO</title>
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		<dc:creator><![CDATA[franco buffoni]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 20 Jul 2011 19:22:07 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[di Bijoy M. Trentin Non è la prima volta che un disegno di legge anti-omofobia/transfobia viene proposto in Parlamento. Quando fu affossato per “pregiudiziali di costituzionalità” nel 2009, negli USA veniva approvata una specifica norma che tra i crimini d’odio elenca le violenze per motivi di religione, razza, colore della pelle, origine nazionale, genere, identità [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Bijoy M. Trentin</strong></p>
<p>Non è la prima volta che un disegno di legge anti-omofobia/transfobia viene proposto in Parlamento. Quando fu affossato per “pregiudiziali di costituzionalità” nel 2009, negli USA veniva approvata una specifica norma che tra i crimini d’odio elenca le violenze per motivi di religione, razza, colore della pelle, origine nazionale, genere, identità di genere, orientamento sessuale, disabilità (è il cosiddetto «Matthew Shepard Act»). Questo è il minimo che oggi una democrazia dovrebbe garantire per definirsi tale, insieme a una regolamentazione non discriminatoria per le coppie LGBT (Lesbiche, Gay, Bisessuali, Transgender): e su tali questioni l’Italia disattende numerose norme e raccomandazioni dell’Unione Europea, dimostrandosi incapace di avviare un processo di approfondimento dell’inclusività e della laicità dello Stato.</p>
<p>Considerato anche il recente aumento dei crimini basati sull’intolleranza nei confronti delle persone LGBT, ultimamente pure Amnesty International ha sottolineato che «le autorità italiane dovrebbero contrastare con maggiore decisione gli atteggiamenti omofobici in modo da garantire una maggiore sicurezza delle persone LGBT» (Rapporto Annuale 2010). E cosa si fa in Parlamento?<span id="more-39555"></span> Si gioca con la vita delle persone, adducendo “pregiudiziali di costituzionalità” pretestuose: fittizie perché frutto di vieti pregiudizi che si basano su usanze discriminatorie, solitamente di origine religiosa (anche se è necessario tenere presente il fatto che oggi le posizioni, all’interno anche delle stesse religioni o persino singole confessioni, sono talora diversificate).</p>
<p>C’è chi afferma che i termini “orientamento sessuale”, “omofobia”, “transfobia” ecc. non sono chiaramente definiti e definibili e che dunque ciò che a essi si riferisce (quindi anche i reati correlati) non è di facile identificazione. Nella letteratura scientifica tutti i concetti sono stati precisamente perimetrati: per esempio, non c’è la possibilità di confondere l’“orientamento sessuale” con fenomeni di tipo totalmente diverso, come pedofilia, zoofilia, necrofilia, poligamia, incesto ecc. Chi, invece, produce tale confusione concettuale e terminologica ha come obiettivo solo quello di procacciarsi un corrivo consenso facendosi portabandiera di princípi che perpetuano ideologie che incentivano la segregazione.</p>
<p>E c’è anche chi sostiene che indicare una categoria specifica di persone da proteggere va contro l’articolo 3 della Costituzione, ma è proprio questo articolo a essere, invece, la base di partenza per l’eliminazione di ogni discriminazione: «Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali. È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese». Il dibattito è già stato affrontato in fase di discussione della legge Mancino, che ingloba tra i motivi di odio e violenza la razza, l’etnia, la nazione, la religione e che basterebbe integrare con il genere, l’identità di genere e l’orientamento sessuale: non accettare tale prospettiva equivale a dire che è discriminatorio prevedere specifiche sanzioni per chi attacca, per esempio, un rom in quanto rom, un canadese in quanto canadese, un ebreo in quanto ebreo, un cattolico in quanto cattolico ecc. Per questo motivo, la proposta di legge n. 2802  in questione appare un poco zoppa, visto che tratta solo dei delitti non colposi e non include anche l’incitamento e la provocazione all’odio e alla violenza: non è sufficiente, però è un passo in avanti.</p>
<p>In Italia, oggi, anche per l’estenuante non-dibattito, visto che gli slogan retrivi si sprecano, non includere il genere, l’identità di genere e l’orientamento sessuale tra i motivi di odio e violenza in una legge relativa a determinate aggravanti significa dare un messaggio forte e chiaro a tutti: «L’omofobia e la transfobia non sono reati, quindi procedete pure indisturbati!»: siamo di fronte all’omofobia e alla transfobia di Stato. Cosí chi vota contro una legge anti-omofobia/transfobia esprime e avalla l’omofobia e la transfobia stesse, sentendosi già di per sé scagionato da ogni possibile reato che potrebbe commettere, per esempio, anche nel solo invocare «forni crematori per i culattoni» o anche nel semplice insinuare o affermare esplicitamente che le persone LGBT sono malate in quanto LGBT: invece, con l’approvazione di una legge anti-omofobia/transfobia, viene meno tutto il progetto politico di molti avventurosi (e avventati) rampichini.</p>
<p>Un moderno Stato democratico, per definirsi tale, non solo approva una legge anti-omofobia/transfobia, ma anche norme che regolino tutte le coppie in modo uguale, indistintamente rispetto anche al genere, all’identità di genere e all’orientamento sessuale. Ciò significa procedere in modo deciso verso la definizione di diritti civili per tutti, cioè dei matrimoni e delle unioni civili (piú ‘leggere’ dei matrimoni rispetto ai diritti e ai doveri) sia per gli eterosessuali sia per gli omo-/bi-/trans-sessuali. Anche qui la Costituzione non oppone ostacoli di alcun tipo, poiché – contrariamente ai proclami di alcuni politici – non vi è scritto che il matrimonio è solo quello tra un uomo e una donna. La formulazione dell’articolo 29 non impedisce affatto un processo di inclusione della molteplicità delle formazioni familiari: «La Repubblica riconosce i diritti della famiglia come società naturale fondata sul matrimonio». E mediante l’articolo 2, «la Repubblica riconosce e garantisce i diritti inviolabili dell’uomo, sia come singolo sia nelle formazioni sociali ove si svolge la sua personalità, e richiede l’adempimento dei doveri inderogabili di solidarietà politica, economica e sociale». Il benessere dell’individuo e della coppia partecipa al benessere della collettività; la sua instabilità, al contrario, rende vacillante anche la struttura sociale complessiva.</p>
<p>Abbiamo altri problemi ora? L’economia, i debiti, la crisi? Secondo alcuni la legge anti-omofobia/transfobia, le unioni civili e i matrimoni anche per le persone LGBT non sono delle priorità rispetto a altre problematiche. A costoro si può rispondere che anche su questo piano si gioca la tenuta del modello democratico di un paese: l’inclusione e la laicità sono fondamentali, quindi sono prioritarie, almeno quanto altri princípi di base. Cosí, mentre in altri Stati europei e extra-europei (si pensi, per esempio, ai cattolicissimi Brasile e Spagna…) l’ampliamento dei diritti civili alle persone LGBT è globale, in Italia manca persino una minima legge anti-omofobia/transfobia e ci sono ancora ministri che se la prendono con una pubblicità in cui due uomini o due donne si tengono per mano e ministri che affermano che per un bambino è meglio crescere orfano piuttosto che essere adottato da due uomini o due donne: questi politici non smettono mai di ricercare il fantomatico voto cattolico, senza rendersi conto che la società si sta evolvendo, è divenuta piú laica e che quindi ha bisogno di progettualità nuove.</p>
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		<title>LIBERTA&#8217; E GIUSTIZIA</title>
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		<dc:creator><![CDATA[franco buffoni]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 04 Apr 2011 22:21:29 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[indiani]]></category>
		<category><![CDATA[costituzione italiana]]></category>
		<category><![CDATA[Franco Buffoni]]></category>
		<category><![CDATA[gustavo zagrebelsky]]></category>
		<category><![CDATA[libertà e giustizia]]></category>
		<category><![CDATA[presidenza della repubblica]]></category>
		<category><![CDATA[stato di diritto]]></category>
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					<description><![CDATA[di Gustavo Zagrebelsky Navi affollate di esseri umani alla deriva, immense tendopoli circondate da filo spinato, come moderni campi di concentramento, ogni avanzo di dignità perduta, i popoli che ci guardano allibiti, mentre discettiamo se siano clandestini, profughi o migranti, se la colpa sia della Tunisia, della Francia, dell’Europa o delle Regioni. L’assenza di pietà [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di Gustavo Zagrebelsky</p>
<p>Navi affollate di esseri umani alla deriva, immense tendopoli circondate da filo spinato, come moderni campi di concentramento, ogni avanzo di dignità perduta, i popoli che ci guardano allibiti, mentre discettiamo se siano clandestini, profughi o migranti, se la colpa sia della Tunisia, della Francia, dell’Europa o delle Regioni. L’assenza di pietà per esseri umani privi di tutto, corpi nelle mani di chi non li riconosce come propri simili. L’assuefazione all’orrore dei tanti morti annegati e dei bambini abbandonati a se stessi. Si può essere razzisti passivi, per indifferenza e omissione di soccorso. La parte civile del nostro Paese si aspetta – prima di distinguere tra i profughi chi ha diritto al soggiorno e chi no – un grande moto di solidarietà che accomuni le istituzioni pubbliche e il volontariato privato, laico e cattolico, fino alle famiglie disposte ad accogliere per il tempo necessario chi ha bisogno di aiuto. Avremmo bisogno di un governo degno d’essere ascoltato e creduto, immune dalle speculazioni politiche e dal vizio d’accarezzare le pulsioni più egoiste del proprio elettorato e capace d’organizzare una mobilitazione umanitaria.<br />
“Rappresentanti del popolo” che sostengono un governo che sembra avere, come ragione sociale, la salvaguardia a ogni costo degli interessi d’uno solo, dalla cui sorte dipende la loro fortuna, ma non certo la sorte del Paese. Un Parlamento dove è stata portata gente per la quale la gazzarra, l’insulto e lo spregio della dignità delle istituzioni sono moneta corrente. La democrazia muore anche di queste cose. Dall’estero ci guardano allibiti, ricordando scene analoghe di degrado istituzionale già viste che sono state il prodromo di drammatiche crisi costituzionali.<span id="more-38654"></span><br />
Una campagna governativa contro la magistratura, oggetto di continua e prolungata diffamazione, condotta con l’evidente e talora impudentemente dichiarato intento di impedire lo svolgimento di determinati processi e di garantire l’impunità di chi vi è imputato. Una maggioranza di parlamentari che non sembrano incontrare limiti di decenza nel sostenere questa campagna, disposti a strumentalizzare perfino la funzione legislativa, a rinunciare alla propria dignità fingendo di credere l’incredibile e disposta ad andare fino in fondo. In fondo, c’è la corruzione della legge e il dissolvimento del vincolo politico di cui la legge è garanzia. Dobbiamo avere chiaro che in gioco non c’è la sorte processuale di una persona che, di per sé, importerebbe poco. C’è l’affermazione che, se se ne hanno i mezzi economici, mediatici e politici, si può fare quello che si vuole, in barba alla legge che vale invece per tutti coloro che di quei mezzi non dispongono.<br />
Siamo in un gorgo. La sceneggiatura mediatica d’una Italia dei nostri sogni non regge più. La politica della simulazione e della dissimulazione nulla può di fronte alla dura realtà dei fatti. Può illudersi di andare avanti per un po’, ma il rifiuto della verità prima o poi si conclude nel dramma. Il dramma sta iniziando a rappresentarsi sulla scena delle nostre istituzioni. Siamo sul crinale tra il clownistico e il tragico. La comunità internazionale guarda a noi. Ma, prima di tutto, siamo noi a dover guardare a noi stessi.<br />
Il Presidente della Repubblica in questi giorni e in queste ore sta operando per richiamare il Paese intero, i suoi rappresentanti e i suoi governanti alle nostre e alle loro responsabilità. Già ha dichiarato senza mezzi termini che quello che è stato fatto apparire come lo scontro senza uscita tra i diritti (legittimi) della politica e il potere (abusivo) magistratura si può e si deve evitare in un solo modo: onorando la legalità, che è il cemento della vita civile. Per questo nel nostro Paese esiste un “giusto processo” che rispetta gli standard della civiltà del diritto e che garantisce il rispetto della verità dei fatti.<br />
Questo è il momento della mobilitazione e della responsabilità. Chiediamo alle forze politiche di opposizione intransigenza nella loro funzione di opposizione al degrado. Non è vero che se non si abbocca agli ami che vengono proposti si fa la parte di chi sa dire sempre e solo no. In certi casi – questo è un caso – il no è un sì a un Paese più umano, dignitoso e civile dove la uguaglianza e la legge regnino allo stesso modo per tutti: un ottimo programma o, almeno, un ottimo inizio per un programma di governo. Dobbiamo evitare che le piazze si scaldino ancora. La democrazia non è il regime della piazza irrazionale. Lo è la demagogia. La democrazia richiede però cittadini partecipi, attenti, responsabili, capaci di mobilitarsi nel momento giusto – questo è il momento giusto – e nelle giuste forme per ridistribuire a istituzioni infiacchite su se stesse le energie di cui hanno bisogno.<br />
Libertà e Giustizia è impegnata a sostenere con le iniziative che prenderà nei prossimi giorni le azioni di chi opera per questo scopo, a iniziare dal Presidente della Repubblica fino al comune cittadino che avverte l’urgenza del momento.</p>
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		<title>ALLA COSTITUZIONE ITALIANA</title>
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		<dc:creator><![CDATA[franco buffoni]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 11 Mar 2011 16:35:04 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[allarmi]]></category>
		<category><![CDATA[incisioni]]></category>
		<category><![CDATA[indiani]]></category>
		<category><![CDATA[costituzione italiana]]></category>
		<category><![CDATA[eugenio montale]]></category>
		<category><![CDATA[Franco Buffoni]]></category>
		<category><![CDATA[ossi di seppia]]></category>
		<category><![CDATA[Piero Gobetti]]></category>
		<category><![CDATA[poesia italiana contemporanea]]></category>
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					<description><![CDATA[di FRANCO BUFFONI Le costituzioni, recita il mio vecchio Dictionary of Phrase and Fable, Possono essere aristocratiche o dispotiche Democratiche o miste. Ecco, per te che non prometti Di perseguire l’imperseguibile &#8211; La felicità degli uomini – Vorrei non pensare davvero a quel “mixed” Che ricade sugli effetti salvando i presupposti: Di te che prometti [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di FRANCO BUFFONI</p>
<p>Le costituzioni, recita il mio vecchio<br />
Dictionary of Phrase and Fable,<br />
Possono essere aristocratiche o dispotiche<br />
Democratiche o miste.<br />
Ecco, per te che non prometti<br />
Di perseguire l’imperseguibile<br />
&#8211; La felicità degli uomini –<br />
Vorrei non pensare davvero a quel “mixed”<br />
Che ricade sugli effetti salvando i presupposti:<br />
Di te che prometti il perseguibile<br />
Vorrei restasse il lampo negli occhi di Gobetti,<br />
Già finito per altro in poesia.</p>
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