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	<title>crisi della democrazia &#8211; NAZIONE INDIANA</title>
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		<title>la guerra non dichiarata ma proseguita</title>
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		<dc:creator><![CDATA[helena janeczek]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 11 Jul 2015 17:02:18 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[di Helena Janeczek L’incipit di una delle più famose poesie di Ingeborg Bachmann recita La guerra non viene più dichiarata, ma proseguita. L’inaudito è divenuto quotidiano. La poesia si intitola “Tutti i giorni” ed è stata composta nel 1953, all’apice della Guerra Fredda e nello stesso anno in cui fu deciso di condonare alla Germania [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Helena Janeczek</strong></p>
<p>L’incipit di una delle più famose poesie di Ingeborg Bachmann recita <em>La guerra non viene più dichiarata, ma proseguita. L’inaudito è divenuto quotidiano.</em> La poesia si intitola <a href="http://berlinocacioepepemagazine.com/tutti-giorni-di-ingerborg-bachmann/">“Tutti i giorni”</a> ed è stata composta nel 1953, all’apice della Guerra Fredda e nello stesso anno in cui fu deciso di condonare alla Germania gran parte del suo debito di guerra. Negli ultimi mesi e soprattutto nelle ultime settimane, seguendo il conflitto tra il governo di Syriza e le istituzioni dei suoi creditori ho spesso pensato a quei versi.<span id="more-55438"></span></p>
<p>Ho pensato che ci troviamo davanti a una guerra fredda “non dichiarata ma proseguita” che somiglia a una parodia tragicomica di quella storica. Solo che l’obiettivo di ostacolare o rovesciare una forza politica sgradita non avviene con le giunte militari, i piani golpisti occulti o i carri armati sovietici ma con qualche manovra abbastanza trasparente sebbene sinora malriuscita: ultimatum <em>take it or leave it;</em>, la riduzione della liquidità alle banche decisa dalla BCE, minacce prima del voto, speranza nella vittoria del sì referendario, e ora nuove proposte irricevibili. Al tempo stesso questa strana guerra non disputata con le armi è stata, secondo molti, capace di creare alla Grecia danni paragonabili soltanto a quelli causati da un conflitto bellico. Quindi nemmeno così “fredda”: quando lo stato sociale viene aggredito al punto da non fornire più le cure contro il cancro o la mortalità infantile <a href="http://www.avvenire.it/Mondo/Pagine/caritas-mortalit%C3%A0-infantile-grecia-aumento.aspx">sale del 43%</a>, dovrebbe essere chiaro che sulla popolazione civile si è abbattuta una dose concreta e piuttosto massiccia di violenza. Questa situazione &#8211; che comprende oltre il terzo dei cittadini ridotti in uno stato di povertà &#8211; non si è creata da quando Tsipras è diventato primo ministro; ma è interessante notare che solo la prospettiva della Grexit ha fatto parlare apertis verbis di “emergenza umanitaria” e che il primo a parlarne fosse il socialdemocratico Martin Schulz, presidente dell’Europarlamento, mentre minacciava che, in caso di voto a favore del NO, si sarebbe proceduto in quel senso. Non c’è dubbio che l’escalation delle ultime settimane, con la chiusura delle banche innescata dalla BCE, ha creato un’ulteriore inasprimento che anche nella migliore delle ipotesi avrà lunghe e pesanti ricadute. Però, per tornare alla poesia della Bachmann, <em>l’inaudito divenuto quotidiano</em> ha reso invisibile questo stato delle cose per troppo tempo.<br />
C’è un aspetto di questo quotidiano a cui ci si è fatti l’abitudine che trovo particolarmente inaudito. A differenza della Germania strangolata dalle riparazioni imposte dal trattato di Versailles o graziata dei debiti di guerra nel ’53  &#8211; paragone usato per mettere in guardia dalle catastrofi politiche favorite dagli eccessi di austerità &#8211; la Grecia non ha aperto né perso una guerra. Il suo debito di Stato, tuttavia, è stato trattato come se lo fosse &#8211; come se il paragone fosse opportuno e legittimo. Qui, forse, mi si può obiettare che non tengo conto di quanti Stati in via di sviluppo sono stati strangolati dal Fondo Monetario Internazionale, una delle tre istituzioni della Trojka. Peccherei, sostanzialmente, di uno sguardo eurocentrico, mi scandalizzerei soltanto perché un paese del cosiddetto mondo avanzato riceve lo stesso trattamento riservato a quelli del cosiddetto Terzo Mondo. Un po’ è così, lo ammetto. Ma il vero punto è che che quel paese non fa semplicemente parte dell’Europa geografica (e culturale), bensì di quell’Unione Europea che avrebbe dovuto garantire, al contrario, pace e benessere a tutti i suoi membri. Il fatto più inaudito e al tempo stesso meno visibile della crisi greca è che si è sviluppata nei modi che sono sotto i nostri occhi <em>proprio perché</em> la Grecia è un paese della UE e dell’Eurozona. In pratica: il conflitto che si è aperto nell’ ”Europa unita” è una guerra interna. Forse è la prima volta che tocca assistere a una <em>guerra fredda</em> che somiglia anche a una <em>guerra civile</em>. E perché si tratta di un conflitto “non dichiarato ma proseguito” non è <a href="https://www.roubini.com/greece">davvero detto</a> che tutto si risolva entro domani o lunedì prossimo, per un verso o per un altro, non bene per nessuno, in ogni caso.</p>
<p>Ma ci sono alcuni aspetti che possono essere riassunti e analizzati sin da ora. Il primo riguarda proprio le cose che ho scritto fin qui, cose che prima di queste ultime settimane &#8211; immagino &#8211; sarebbero suonate molto più iperboliche e “ideologiche”, ossia politicamente partigiane. Poi sì: sono di parte. Sono contenta che in Grecia la crisi abbia portato alla crescita, vittoria elettorale e infine formazione di un governo di sinistra. Ma vorrei che si facesse attenzione all’ordine cronologico e, soprattutto, di causa-effetto sintetizzato nella frase precedente. Senza gli effetti dell’austerity che hanno aggravato in modo massiccio, per la Grecia catastrofico, le ricadute della crisi finanziaria del 2008, non ci sarebbero mai stato il successo di Syriza (o di “Podemos” in Spagna) e nemmeno sarebbero entrati in parlamento i neonazisti di Alba Dorata, così come non ci sarebbe stata l’avanzata dell’estreme destre razziste e chauviniste negli altri paesi UE, incluso il nostro. Semplicemente la crisi ha dimostrato che un’armonica convivenza tra un certo ortodosso liberismo e un discreto livello di stabilità e giustizia sociale non era possibile, rendendo obsolete le convinzioni e ricette di Blair e Schröder ancora tanto care al nostro “moderno” renziano centro-sinistra (che però ha una lunga storia &#8211; fatta per esempio di D’Alema di cui vennero ampiamente decantati i viaggi nella City). La cosa per molti aspetti assai grottesca è che la Patria del Libero Mercato ha reagito a quella crisi nazionalizzando addirittura <em>pro tempore</em> le banche fallimentari, mentre, in Europa, il paese che simboleggiava il modello di Stato sociale funzionante, la Germania, ha ostacolato in tutti modi che la BCE potesse stampare nuova moneta, quella ora fluita copiosamente in tutte le banche tranne quelle greche. Il perché della stranezza (c’è Obama, d’accordo, ma la Merkel non sarebbe a guida di un partito stile tea party) è troppo fuorviante e complicato analizzarlo, ma penso si intravvedano delle divergenze di natura storica e culturale che aggiungendosi a interessi economici e “razionalizzandosi” in idee/ideologie economiche (la pericolosa razionalizzazione di ciò che conserva un fondo irrazionale), finiscono per tramutarsi in scelte politiche determinanti.<br />
Ed è qui che torniamo al governo Tsipras. Penso sia indiscutibile che non è riuscito a “rompere con l’austerità” come ha promesso in campagna elettorale. Ritengo verosimile che la proposta presentata possa essere <a href="http://gilioli.blogautore.espresso.repubblica.it/2015/07/10/proposte-greche-e-falsari-nostrani/">un po’ migliore </a>di quella che avrebbe dovuto firmare sotto ultimatum, anche se, come si è puntualmente visto ieri con la proposta tedesca di una Grexit temporanea e il rifiuto finlandese condizionato dai &#8220;Veri Finnlandesi&#8221;, lo sforzo a cui avrebbero partecipato anche i francesi è servito a poco o nulla. Ma tutto questo, a mio avviso, è secondario rispetto al risultato politico, solo che quel risultato politico dipende anche da come viene interpretato e valorizzato.<br />
L’azione politica del governo greco è stata proprio quella di svelare che la controparte non agisce secondo regole unanimemente avvalorate da una comunità di tecnici (chi legge non tanto <em>Il Manifesto</em> ma il <em>Financial Times </em>o il <em>Sole 24 Ore </em>si rende conto che su molti aspetti della linea guida UE sono in disaccordo, da tempo, anche economisti tutt’altro che marxisti o keynesiani classici alla Stiglitz e Krugman). Inoltre, ha dimostrato &#8211; per esempio nella riunione delirante dell&#8217;Eurogruppo conclusasi alle cinque di questa mattina &#8211; che la UE è attraversata da conflitti, conflitti tra nazioni e interessi nazionali e conflitti sull&#8217;idea di Europa, conflitti di potere sinora il più possibile gestiti a porte chiuse. La Francia (del pallido pavido Hollande) non è mai andata così apertamente contro la Germania; i paesi satelliti a Est (cui un partito di origine comunista che parla con Putin fa simpatia quanto uno sputo nell&#8217;occhio) forse hanno avuto il loro momento di conflitto di lealtà quando gli Stati Uniti hanno fatto sapere, con forza, che la Grecia sbattuta fuori dall’Euro non era di loro gradimento; il FMI ha calato la carta del debito insostenibile, nonostante alcuni <a href="http://www.reuters.com/article/2015/07/03/us-eurozone-greece-imf-idUSKCN0PD20120150703">“Europei”</a> avessero premuto per non rendere pubblico il report in cui questa valutazione viene esposta. E tutti, ma proprio tutti, si sono dovuti confrontare con il voto popolare che, anche se lo si vuole considerare una mossa plebiscitaria e demagogica, resta un voto democratico. Con quel 61,31 % di NO i greci hanno espresso, oltre a un&#8217;ingombrantissima fiducia al governo, forse in primo luogo la volontà di non sottomettersi, non farsi esautorare e intimidire. Ma sebbene quell&#8217; OXI rigetti solo l&#8217;austerità insostenibile e non l&#8217;euro, penso che vi si possa comunque cogliere la preferenza per un esito ignoto, il salto dalla finestra (di un piano terra) anziché sorbirsi un altro anno di minestra cucinata secondo le penitenziali o punitive ricette imposte. Non sapevano quello che si accollavano, non riuscivano a prefigurare la reazione feroce che avrebbero scatenato? E nemmeno Tsipras e chi con lui ha deciso per il referendum? Probabile. Ma la politica accade anche lì dove si mette piede su terreno ignoto, dove il rischio non è soltanto calcolo (poi anche i calcolatori più smagati spesso sbagliano a far di conto). Ci si può far male? Sì parecchio.<br />
In ogni caso non è stato solo la scelta di un governo &#8220;sbagliato&#8221; e l&#8217;azzardo del referendum a mettere i greci in una situazione sempre più simile quella del topo della <a href="http://www.liberarti.com/schede.cfm?id=133&#038;Una_piccola_favola">piccola favola</a> di Franz Kafka, dove &#8220;queste lunghe pareti si restringono così alla svelta che ho già raggiunto l&#8217;ultima stanza, e lì nell&#8217;angolo c&#8217;è la trappola cui sono destinato&#8221; mentre, cambiando direzione, c&#8217;è il gatto pronto a mangiarlo. E non è stato il gatto a far loro cambiare direzione; ma il desiderio di non sentirsi in trappola, di potersi sentire liberi e sovrani di decidere della propria sorte. </p>
<p>In ultimo: l’<em>acting out</em> europeo imposto da Syriza ha fatto sì che molte persone venissero a conoscenza di un’altra interpretazione e narrazione della crisi. I media che in Grecia (ma anche in Italia) sono tanto risaputamente <em>orientati</em> da essersi mostrati irrilevanti (scusate il bisticcio) hanno dovuto dare spazio e voce ai protagonisti della parte pià debole. Non tutto è storytelling, ma indubbiamente nei conflitti contemporanei la propaganda ha un ruolo non secondario. Però nelle democrazie, specie europee, il “Quarto Potere” dovrebbe essere vincolato da una certa deontologia nel riportare le notizie e garantire il pluralismo delle opinioni. Il fatto che non funzioni proprio così è uno dei grandi problemi della crisi europea, problema che emerge leggendo gli autorevoli e compassati <a href="http://www.thelocal.de/20150701/how-germanys-media-shaped-the-greece-crisis">giornali tedeschi o guardando i telegiornali</a> e le trasmissioni politiche più popolari, quelle del servizio pubblico di cui i cittadini, a differenza nostra, si fidano. Da quando mi è capitato di seguire i media tedeschi a proposito di Grecia, mi sono fatta l’idea di un meccanismo circolare tra opinione pubblica e potere politico-economico dove il mediatore veicola promuove e amplifica consenso, condizionando entrambi, ed è a sua volta condizionato dalla richiesta di <em>dare voce all&#8217;opinione pubblica</em>.<br />
Insomma se nell’Unione di tanti stati democratici, per parafrasare Orwell, tutte le democrazie sono uguali ma alcune sono più uguali di altre, questo dipende dal fatto che, in aggiunta al suo ruolo di primo creditore e prima economia, la volontà della maggioranza dei cittadini tedeschi conta di più di quella dei cittadini greci, spagnoli, francesi ecc. La politica europea è stata condizionata dal successo stabile e fortissimo della CDU di Merkel che nel suo terzo mandato governa la Germania da dieci anni con una maggioranza parlamentare non sfiduciabile dalla risicata opposizione e con la SPD di Sigmar Gabriel che, nella questione greca,<a href="http://www.huffingtonpost.it/2015/07/05/referendum-grecia-prima-reazione-tedesca_n_7731170.html"> ha superato</a> la cancelliera a destra. In quel lungo lasso di tempo è stato riprodotto un discorso pressoché unanime, un discorso anch’esso demagogico e nazionalista come rileva <a href="https://www.nazioneindiana.com/2015/07/10/europa-rapita/">Giorgio Mascitelli</a>, fatto di greci fanulloni e truffaldini, di compiti a casa, di regole-che-sono-regole, di “tutti vogliono i nostri soldi”, di <em>Schuld</em> che vale sia debito che colpa, di austerity chiamata, semplicemente, in positivo e senza neologismi, <em>Sparpolitik</em>, politica del risparmio.<br />
Ma a un tratto dalla Grecia arriva Yanis Varoufakis e &#8211; letteralmente &#8211; buca lo schermo: con il suo inglese elaborato, il suo aspetto da rock star e soprattutto la sua retorica: come quando in un’intervista con ARD usa la favola delle formiche e delle cicale per dire che sono le cicale del Sud e Nord che vivono sulle spalle delle formiche del Sud e Nord, una sorta di <em>Marx for dummies</em> mutuato da Esopo. Qui non sto parlando della sua competenza come ministro o economista ma del semplice fatto che in tutta Europa tutti conoscessero il nome il volto e un pochino anche le idee del ministro delle finanze greco. Ed è esattamente questo, questo assurgere istantaneo a <a href="https://www.youtube.com/watch?v=Afl9WFGJE0M">simbolo</a> e idolo che ha fatto concentrare gli sforzi per discreditare il governo Tsipras sulla <em>character assassination</em> o perlomeno messa in ridicolo e addomesticazione “pop” di Varoufakis. Ma nonostante gli enormi <a href="http://www.corriere.it/esteri/15_marzo_15/varoufakis-le-foto-paris-match-avrei-preferito-non-fossero-esistitedanae-stratou-943fa620-cb18-11e4-9a7c-4c357fdc7cec.shtml">passi falsi</a> del medesimo nella gestione della propria immagine (segno ulteriore della purtroppo autentica sprovvedutezza di Syriza), il fatto che un ministro dell’economia  &#8211; e qui la sfera digitale e dei social ha il suo peso &#8211; fosse stato in grado di smuovere e polarizzare a tal punto l’immaginario del continente, resta un segno che la creazione di un eroe o anti-eroe del genere avesse trovato l&#8217;humus di una ricettività preesistente.</p>
<p>Resterà qualcosa di tutto questo o è stato tutto effimero e inutile? Non posso dirlo. Ma posso dire che, per la prima volta dall’inizio della crisi dell’Eurozona, queste brecce, queste messe in discussione dello status quo, sono state forti e hanno goduto di una partecipazione senza precedenti.<br />
Ritengo altamente possibile che il governo greco abbia davvero<a href="http://www.mediapart.fr/en/journal/international/080715/we-underestimated-their-power-greek-government-insider-lifts-lid-five-months-humiliation-and-blackm"> sopravalutato</a> le poche carte che poteva giocarsi. O sottovalutato la cieca convinzione del “blocco tedesco” che “colpirne uno per educare gli altri” &#8211; un governo e gli elettori insubordinati &#8211; fosse l&#8217;obiettivo prioritario e il metodo migliore per un ritorno all&#8217;ordine e che la Grexit non avrebbe minato le basi economiche e politiche della UE o forse semplicemente non le proprie e dei propri alleati. Ma so che in tutti modi, almeno a livello europeo (su quel che hanno o non hanno combinato in patria so troppo poco per pronunciarmi), Tsipras, i suoi ministri e soprattutto la maggior parte dei cittadini greci hanno lottato per <em>fare politica</em>. Anzi hanno fatto politica anche se domani o già oggi dovessero risultare schiacciati e sconfitti su tutta la linea. E quindi non è vero che non c’è più spazio per la politica in questo mondo post-tutto: lo spazio, però, bisogna aprirlo con forza, e aspettarsi che qualcuno, con forza anche maggiore, cerchi di chiuderlo.<br />
È assai probabile che la conseguenza del recente braccio di ferro, vuoi che la Grecia resti o venga espulsa dall’eurozona, sarà un’erosione della credibilità e dell’appoggio a Syriza. Con questo, i custodi delle “regole” avranno gioco più facile a sconfiggere anche altrove il pericolo di un’alternativa a sinistra mentre quelle di estrema destra quasi sicuramente ne beneficeranno. Infine è certo che i greci, tutti, pagheranno un prezzo profondamente ingiusto per scelte e colpe inegualmente distribuite: vuoi perché la UE e la Trojka dettano legge da 5-6 anni e Syriza governa da 5-6 mesi ma soprattutto perché, come insegna lo zio Ben a Peter Parker, a un grande potere corrisponde una grande responsabilità. E il potere politico di guida e veto che il governo tedesco esercita nella UE, non riguarda solo la responsabilità verso i propri cittadini ma anche quelli degli altri stati membro, nonché verso tutta la costruzione unitaria.<br />
Per la prima volta ho dei dubbi enormi che “un’altra Europa è possibile” e penso anzi che non sarà più possibile nemmeno <em>questa</em> &#8220;Europa&#8221; che fa schifo.<br />
Ma non ho dubbi che se senza uno sforzo forte, appoggiato da tanti, il muro da abbattere non si sposta nemmeno di qualche centimetro. Quindi starà a noi scegliere, senza mistificazioni idealizzanti, con discernimento critico ma altrettanta consapevolezza che cosa vogliamo significhi per noi ciò che è accaduto in questi giorni: solo il preludio di una probabile sconfitta, dove non si può far altro che cercare di medicare chi si è schiantato contro un muro, o anche il riafacciarsi di quel <a href="http://www.minimaetmoralia.it/wp/luomo-che-dice-no/">uomo che dice no </a>che Albert Camus ha chiamato <em>L&#8217;uomo in rivolta</em>.  </p>
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		<title>Nein</title>
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		<dc:creator><![CDATA[helena janeczek]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 18 Feb 2015 17:00:57 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[allarmi]]></category>
		<category><![CDATA[crisi del debito]]></category>
		<category><![CDATA[crisi della democrazia]]></category>
		<category><![CDATA[Germania]]></category>
		<category><![CDATA[Grecia]]></category>
		<category><![CDATA[helena janeczek]]></category>
		<category><![CDATA[poesia italiana contemporane]]></category>
		<category><![CDATA[unione europea]]></category>
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					<description><![CDATA[di Helena Janeczek Denegazione (ted. Verneinung) In psicanalisi, il procedimento usato dal soggetto per impedirsi di riconoscere un desiderio che invece ha prima affermato; S. Freud vi scorgeva l’affermazione difensiva del rimosso. (Enciclopedia Treccani) Nevicava stamattina a Salonicco, la prima neve, non destinata a durare; mentre il tempo meteorologico nel resto dell’Europa è nella media: [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Helena Janeczek</strong></p>
<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/02/germanys-karneval-celebration-was-not-kind-to-world-leaders.jpg"><img fetchpriority="high" decoding="async" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/02/germanys-karneval-celebration-was-not-kind-to-world-leaders-300x225.jpg" alt="germanys-karneval-celebration-was-not-kind-to-world-leaders" width="300" height="225" class="alignnone size-medium wp-image-51242" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/02/germanys-karneval-celebration-was-not-kind-to-world-leaders-300x225.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/02/germanys-karneval-celebration-was-not-kind-to-world-leaders-1024x768.jpg 1024w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/02/germanys-karneval-celebration-was-not-kind-to-world-leaders-900x675.jpg 900w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" /></a><br />
<strong>Denegazione</strong> (ted. <em>Verneinung</em>) In psicanalisi, il procedimento usato dal soggetto per impedirsi di riconoscere un desiderio che invece ha prima affermato; S. Freud vi scorgeva l’affermazione difensiva del rimosso. (Enciclopedia  Treccani)</p>
<p>Nevicava stamattina a Salonicco,<br />
la prima neve, non destinata a durare;<br />
mentre il tempo meteorologico<br />
nel resto dell’Europa è nella media: freddo <span id="more-51239"></span><br />
come la guerra che a porte chiuse<br />
si è aperta puntuale a palazzo,<br />
la prima guerra civile dell’Unione.</p>
<p>Qualche carro tedesco avanza ancora<br />
nel centro di Colonia o di Magonza<br />
dove è gran festa popolare, Martedì grasso.<br />
(nessun corteo a piazza Syntagma)<br />
Il resto è uno strappo alla quaresima<br />
come principio perpetuo di belligeranza.<br />
Si contende a carta e penna, si combatte<br />
a parole in lingua franca – l’idioma<br />
della fiction e della finanza-<br />
sul reciproco ricatto<br />
che pare un vecchio trucco narrativo,<br />
<em>cliffhanger</em> sospeso sull’incredibile.</p>
<p>Ogni giorno quello giù dal cornicione<br />
(“lasciami andare se ne hai il coraggio”)<br />
penzola un po’ più in basso.<br />
L’altro che lo tiene afferrato<br />
(“basta un sì e ti ripiglio”)<br />
fatica sempre più a reggere la presa.<br />
Tutto qui. Nessuno vuole davvero<br />
che vada a finir male, forse non vuole<br />
nemmeno fosse vero. Eppure<br />
c’è una sproporzione insostenibile.</p>
<p>Chi ha numeri e conti in regola<br />
per regolare i conti, manca di parole.<br />
Gli altri, oltre la retorica (ῥητορικὴ τέχνη),<br />
le hanno tutte dalla loro parte.<br />
Economia democrazia politica.<br />
Egemonia crisi catastrofe.</p>
<p>Ma se il cavallo fatto imbizzarrire<br />
balza dall’epica alla tragedia<br />
sarà dei greci il momento della catarsi<br />
e chi alla hybris non seppe sottrarsi<br />
rimane muto con la maschera del filisteo<br />
burocrate nevrotico, tecnocrate del Nein!<br />
sino a impietrire come una Niobe<br />
&#8211; pallida madre &#8211;<br />
che ha visto gli Stati trattati come figli<br />
cadere a uno a uno nell’odio nazionale<br />
guadagnando di cedere per ultima<br />
come appianamento, come nemesi.</p>
<p>ps. <em>il fantastico carro nella foto ha sfilato nel Rosenmontag (ossia lunedì scorso) a Düsseldorf: la potenza immaginaria di una Merkel-Polifemo e uno Tsipras che coniuga Ulisse a Davide suggerisce che il popolo del carnevale ne sappia davvero più dei suoi regnanti.</em></p>
<p>                          &#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;</p>
<p>Tranlated into English by <a href="https://twitter.com/dispatriata">Frederika Randall</a></p>
<p>It was snowing this morning in Thessaloniki,<br />
a first snow, it won’t stick;<br />
while the weather<br />
in the rest of Europe’s normal: cold<br />
like the war behind closed doors<br />
that opened punctually at the palace,<br />
the Union’s  first civil war.</p>
<p>A German float or two is still<br />
rolling through Cologne or Mainz<br />
where it’s Mardi Gras, holiday of the people.<br />
(no floats in Syntagma Square)<br />
elsewhere they&#8217;re ready to break Lent<br />
as unrelenting rule of belligerence,<br />
battling with pen and paper,<br />
dueling in lingua franca, the one<br />
familiar to fiction and finance,<br />
a mutual blackmail<br />
like some timeworn novelistic gimmick<br />
a cliffhanger over the void.</p>
<p>Every day the one swinging from the ledge<br />
(“let go of me if you dare”)<br />
sags a little  lower.<br />
While the other, gripping him<br />
(“say yes and I’ll pull you up”)<br />
struggles to keep hold.<br />
And that’s it. Nobody really wants<br />
it to end badly, or maybe even<br />
for this to be real. And yet<br />
the imbalance of powers is untenable.</p>
<p>On the one side, the books are balanced<br />
But they lack the words to put things right.<br />
The others, beyond  rhetoric (ῥητορικὴ τέχνη),<br />
Have all the words on their side.<br />
Economy politics democracy .<br />
Hegemony crisis catastrophe.</p>
<p>But if the horse should shy<br />
and bound from epic to tragedy<br />
the Greeks will gain catharsis,<br />
while the one succumbing to hubris<br />
keeps silent under the guise of Philistine<br />
neurotic bureaucrat, technocrat of Nein!<br />
before turning to stone like Niobe<br />
—pale mother—<br />
whose childlike States fall<br />
one by one to national spleen,<br />
earning the right to give up last<br />
as audit, payback, Nemesis.</p>
<p>ps. In the photograph, Merkel as Polyphemus  and  Tsipras as a hybrid Ulysses/ David, on a wonderful float at  Rosenmontag (Monday, February 16), Düsseldorf. Perhaps the people of Carnival really do know more than their rulers.</p>
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		<title>Democrazia?</title>
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		<dc:creator><![CDATA[daniele ventre]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 09 Jan 2015 13:00:11 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[di Daniele Ventre Un recente saggio dell&#8217;Economist (1) indaga l&#8217;evoluzione e la diffusione dei sistemi politici democratici nel mondo, durante il XX secolo e il primo quindicennio del XXI. Lo scenario che viene delineato è estremamente interessante, e inquietante per le sue conseguenze. Ciò che lascia non poco a desiderare è la diagnosi del male [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Daniele Ventre</strong></p>
<p>Un recente saggio dell&#8217;<em>Economist</em> (1) indaga l&#8217;evoluzione e la diffusione dei sistemi politici democratici nel mondo, durante il XX secolo e il primo quindicennio del XXI. Lo scenario che viene delineato è estremamente interessante, e inquietante per le sue conseguenze. Ciò che lascia non poco a desiderare è la diagnosi del male profondo e la debolezza delle soluzioni proposte.</p>
<p>Nello scenario delineato dal saggio in questione le democrazie nel secolo scorso hanno vissuto il tempo del loro trionfo. Fra le due guerre, con l&#8217;implosione degli Stati liberali in Europa, i Paesi a ordinamento democratico erano ridotti a una ristretta minoranza, rispetto ai regimi autoritari di tipo populista: isole assediate che ben presto furono travolte dalla barbarie che avrebbe condotto al secondo conflitto mondiale. L&#8217;esito di quest&#8217;ultimo, tuttavia, segnò una netta inversione di tendenza e la divisione del mondo in due blocchi. La fine della guerra fredda segnerebbe una nuova fase della diffusione della democrazia, con il collasso dei regimi del socialismo reale. Dagli anni &#8217;90 del secolo scorso, però, le cose si sono rivelate un po&#8217; più complesse. Di fronte allo stress economico della crisi finanziaria, le sperequazioni sociali e le situazioni criminogene si accrescono. Lo Stato che non vuole spendere in scuole e ospedali è costretto a spendere in costi aggiuntivi dell&#8217;apparato di controllo e repressione. Strutture come l&#8217;UE, nate per arginare i populismi, ne stanno di fatto favorendo l&#8217;avvento. Chiedersi che cosa sia andato storto, <em>what was wrong with democracy</em>, può essere un primo passo per affrontare il problema. Tuttavia, è anche un passo sbagliato.</p>
<p>In primo luogo, si potrebbe incidentalmente notare che l&#8217;espansione della democrazia durante il XX secolo è in gran parte rimasta confinata all&#8217;emisfero nord, salvo poche eccezioni che ampiamente confermano la regola. Il resto del mondo, in particolare le aree dove si addensano risorse strategiche, dal medio-oriente al sud America, passando per l&#8217;Africa, ha semmai conosciuto un permanente incendio di guerre civili e colpi di stato, dominato dal quadro desolante dell&#8217;instaurazione di dittature sanguinarie e dall&#8217;abbattimento di effimeri e squilibrati regimi rappresentativi, vittime dei giochi egemonici delle potenze occidentali e della maggior gloria delle multinazionali, in un processo neocoloniale dalle dinamiche tanto note quanto facilmente rimosse dalla (cattiva) coscienza politica dell&#8217;Occidente: un processo di cui la globalizzazione è lo stadio evolutivo terminale.</p>
<p>Questa osservazione incidentale, che all&#8217;ottimismo delle democrazie e dei liberali ironici spesso sfugge, implica un dato fondamentale: la democrazia occidentale sembra essere drammaticamente associata a un lato oscuro, rappresentato dai regoli, dai tirannelli e dalle democrature che allignano nelle aree periferiche della sua egemonia. La persistenza di questi regimi sembra essere spesso funzionale a mantenere aperti i canali di approvvigionamento delle risorse su cui le economie delle democrazie avanzate si fondano: nello stesso tempo, rendono le democrazie ricattabili e vulnerabili.</p>
<p>L&#8217;altro problema è l&#8217;equivoco, estremamente pericoloso, che associa democrazia e capitalismo. Ripeterò cose più che ovvie, ma il capitalismo non implica necessariamente la cosiddetta società aperta. L&#8217;individualismo metodologico delle classi dirigenti capitalistiche si trova molto più a suo agio all&#8217;interno di oligarchie, quando non è incline ad accettare francamente la tirannide come ultimo baluardo contro il pericolo che la ridistribuzione della ricchezza e della libertà individuale mettano in crisi sistemi di privilegi consolidati: ciò accade in special modo là dove sussistono per fenomeni di lunga durata tradizioni politiche di substrato tendenzialmente ademocratiche, ma i Paesi di più antica tradizione democratica non ne sono certo immuni.</p>
<p>Un terzo fattore di incertezza si annida nel principio di tolleranza per cui le democrazie si configurano come società connotate dal caratteristico politeismo dei valori di popperiana, dahrendorfiana e chomskiana memoria. A questo principio di tolleranza nessuno vuole abdicare, ed è sacrosanto che sia così. Ma paradossalmente, è attraverso le sue maglie larghe, o meglio, attraverso la sua trasformazione in criterio dell&#8217;indifferenza assiologica, che i fanatismi, in realtà più spesso endemici che provenienti dall&#8217;esterno, possono prendere il sopravvento e determinare il suicidio della democrazia.</p>
<p>Nessuna meraviglia dunque, se populismi e fanatismi guadagnano sempre più terreno. A ben vedere, essi sono il portato quasi necessario delle tre condizioni al contorno che definiscono l&#8217;essenza stessa della democrazia occidentale. Questa nasce da una situazione di eccezionale benessere permessa da un eccezionale sviluppo tecnologico consentito da un eccezionale accumulo di risorse, a partire da un capitalismo essenzialmente <em>sibi permissus</em> in regioni che hanno per una serie di accidenti culturali una tradizione eccezionalmente lunga dello Stato di diritto, le cui strutture sembrano peraltro inadatte a sostenere il peso delle trasformazioni che l&#8217;ultima fase della mondializzazione dell&#8217;economia ha portato con sé. Nel processo storico che si sta attuando, il capitalismo, ormai finanziario e non più industriale, teme la democrazia nella sua essenza più autentica, l&#8217;alternanza e il licenziamento per via istituzionale dei governanti incapaci: l&#8217;implosione recente dei titoli greci alla minaccia di elezioni anticipate, e del prevalere di una formula politica &#8220;sgradita&#8221;, ne è un esempio palmare -quasi parrebbe che si preferisca l&#8217;avvento di Alba Dorata all&#8217;appena civile presidenza di uno Tsipras. Lo Stato di diritto è quindi guardato con sospetto, laddove i diritti minacciano di mettere in discussione il profitto di élites economiche tanto lontane quanto non controllabili. Il fatto è che alla radice tutti i diritti, anche quelli legati al lavoro, e il connesso <em>welfare</em>, si sono rivelati a conti fatti il portato indiretto della competizione con un altro totalitarismo, quello sovietico, che andava combattuto con le armi dell&#8217;<em>appeasement</em> sociale. Ora che questo confronto fra sistemi è finito, l&#8217;<em>appeasement</em> sociale, accettato comunque di malavoglia, non è più necessario. Nel frattempo gli estremismi alimentati contro il vecchio nemico, scaricati dal loro sponsor, cercano una nuova collocazione. Dittature e autoritarismi che vengono buoni per schiacciare popolazioni irrequiete e non propense a svendere le loro risorse strategiche, fanatismi foraggiati allo scopo di suscitare conflitti e vendere armi, non tollerano alcun dissenso o presa in giro e non mordono più il freno ora che l'&#8221;impero&#8221; sembra più debole che mai. La satira va bene per le nostre grigie politiche interne, gestite da piccoli intermediari locali facili da bersagliare. Ma guai a toccare il dittatore coreano, che può scatenare un cyber-attacco contro la Sony, guai a prendere in giro gli integralisti islamici, che hanno fatto irruzione nella redazione di un giornale satirico parigino, e hanno eliminato dodici persone fra vignettisti ospiti inservienti e poliziotti.</p>
<p>In sostanza, al di là dei proclami dei politici e dei media che fanno loro eco, l&#8217;ultimo, estremo, intollerabile fatto di sangue non può essere considerato un semplice atto di terrorismo. Esso contiene, al di là della sua immediata e brutale violenza come evento di cronaca, al di là delle circostanze concrete che hanno mosso gli attentatori, un messaggio profondo: per quanto formalmente tutelati possano essere i diritti degli individui all&#8217;interno degli Stati, il circuito economico su cui si basa l&#8217;egemonia delle disgregate élites della globalizzazione, e dei loro sgherri diretti o indiretti, coscienti o inconsapevoli che siano, non tollera alcuna forma di dissenso. Il dissenso di singole nazioni &#8220;indisciplinate&#8221; è punito con la coartazione della loro libertà gestionale e delle loro economie tramite speculazioni opportunamente pilotate; il dissenso dei singoli, come che si manifesti, è punito semplicemente con la morte, per terrorismo o per mafia, non importa. Il totalitarismo che l&#8217;Occidente ha permesso per cause di forza maggiore o ha generosamente largito ai suoi staterelli clienti si ritorce contro le popolazioni occidentali in modi imprevedibili, tanto grotteschi (nel caso della Sony) quanto feroci (nel caso dei vignettisti parigini, o dello sgozzamento di Theo van Gogh, reo di aver denunciato in un film la condizione della donna sotto l&#8217;islam radicale). Nel contesto anarcoide e disseminato della sopraffazione variamente amministrata e somministrata a livello globale, nessuno è più sicuro. Ma il problema ulteriore è che l&#8217;azzeramento fattuale della democrazia che si profila -presto si giunge a &#8220;sconsigliare&#8221; o evitare satira e dissenso per sicurezza o voto utile o <em>political correctness</em>, dato che già si parla di eccesso del diritto di critica-, può contare su potenti fattori propulsivi interni, attivi da lunghissimo tempo.</p>
<p>La <em>rivoluzione</em> neo-con che ha determinato, fra l&#8217;altro, la crisi attuale, non era all&#8217;epoca (fra thatcherismo e reaganismo) solo una questione di soldi e di attacco al lavoro in pro della transizione all&#8217;egemonia del capitale finanziario. Essa portava con sé anche un sistema di valori ben preciso, non molto diverso, specie nelle sue posizioni reazionarie di frangia estrema, dal fanatismo degli assassini di Parigi -un fanatismo spesso, ma non sempre, in doppiopetto, quello dei dominionisti wasp e dei fondamentalisti cristiani in genere, ma pur sempre un fondamentalismo potenzialmente pericoloso, che ha fra l&#8217;altro fornito il format del regime talebano in Afghanistan, dove col contributo degli USA si è costruito in laboratorio un aberrante esempio di dominionismo islamico in funzione antisovietica. I valori neo-con e neoliberisti hanno attecchito un po&#8217; ovunque e costituiscono oggi l&#8217;avanguardia culturale della risposta deteriore ed errata che l&#8217;occidente offre contro gli estremismi esterni. Lo stesso monoteismo, che rimane incompatibile con la democrazia reale nei Paesi islamici, si rivela incompatibile con la democrazia anche in Occidente -non bisognerebbe mai dimenticare come nella stessa Europa i principi delle costituzioni democratiche e lo stesso concetto di libertà di pensiero si siano affermati in lotta aperta contro le chiese cristiane di qualsiasi confessione fossero. Assistiamo oggi alla globalizzazione di un dio che è strumento di regno, un processo che attecchisce a tutti i livelli, snaturando il valore stesso del sacro e trasformandolo in una mostruosa pantomima. Ciò che più rattrista è in ogni caso la naturale preferenza dei diversi cleri a farsi fautori dell&#8217;autoritarismo, pur di conservare i propri privilegi e di evitare che una sola anima possa presumere di scampare alla &#8220;salvezza&#8221; preconfezionata e vidimata dalle loro burocrazie del trascendente.</p>
<p>Si teme giustamente che ora le masse occidentali spaventate cadano nella grande trappola di populismi razzistici altrettanto antidemocratici. Purtroppo, però, la trappola è già scattata. La linea operativa di nutrire la democrazia dove essa è in fasce e rafforzarla dove essa è matura, la ricetta di <em>fine-tuning</em> fra consulenti tecnici extrapartitici e <em>class action</em> o <em>flash mob</em> virtuali e non da parte dei cittadini, che fra le altre fonti esperte il sullodato saggio pubblicato dall&#8217;<em>Economist</em> suggerisce, appare un pio desiderio già superato dagli eventi, anzi nato morto. In definitiva, la pressione economica della finanza transnazionale ha già inficiato i diritti dei cittadini, e nuove condizioni politiche di contorno per democrazie reali, che non siano soltanto lo squallido accomodamento di mediazioni locali fra poteri economici e che non siano esposte all&#8217;autocensura per timore della rappresaglia e del ricatto di totalitarismi e fanatismi ormai anch&#8217;essi globalizzati, sono ancora di là da venire. Alla globalizzazione dell&#8217;economia e dell&#8217;esercizio della forza, in un permanente stato d&#8217;eccezione, non ha risposto alcuna globalizzazione della sovranità. Manca ancora un&#8217;idea di democrazia che si definisca in positivo, come società dell&#8217;integrazione, e non più in negativo, come lotta al nemico totalitario, che guarda caso è sempre esterno; nel frattempo, dodici cadaveri si aggiungono alla lista dei caduti di una guerra strisciante e imprevedibile, e di un regime globale che non riesce più a spiegare la propria ragione storica, rimuove la propria radice socio-economica e geopolitica e pertanto non sa darsi più né senso né compito, nel sistema mondo che presume e pretende comunque di dominare.<br />
_______________</p>
<p>(1) <a href="http://www.economist.com/news/essays/21596796-democracy-was-most-successful-political-idea-20th-century-why-has-it-run-trouble-and-what-can-be-do">http://www.economist.com/news/essays/21596796-democracy-was-most-successful-political-idea-20th-century-why-has-it-run-trouble-and-what-can-be-do</a></p>
<p>Ulteriori link:</p>
<p><a href="https://collettivoalma.wordpress.com/2015/01/08/io-non-mi-dissocio-da-niente/">https://collettivoalma.wordpress.com/2015/01/08/io-non-mi-dissocio-da-niente/</a></p>
<p><a href="http://www.internazionale.it/opinione/igiaba-scego/2015/01/07/non-in-mio-nome">http://www.internazionale.it/opinione/igiaba-scego/2015/01/07/non-in-mio-nome<br />
</a></p>
<p><a href="http://www.eschaton.it/blog/?p=8586">http://www.eschaton.it/blog/?p=8586</a></p>
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		<title>Questa è follia, è guerra contro le persone</title>
		<link>https://staging.nazioneindiana.com/2013/06/16/questa-e-follia-e-guerra-contro-le-persone/</link>
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		<pubDate>Sun, 16 Jun 2013 08:31:30 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[di Helena Janeczek Egemen Bagis, il ministro turco per gli affari con la UE, ha annunciato ieri sera che chiunque si avvicinerà a piazza Taksim sarà «trattato dalla polizia come un terrorista». La dichiarazione sembra un avallo ex post dello stato della repressione già in atto. Le testimonianze, i video e le foto da Istanbul [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Helena Janeczek</strong></p>
<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/06/BM1DgwWCcAA1Yzj.jpg"><img decoding="async" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/06/BM1DgwWCcAA1Yzj-300x224.jpg" alt="BM1DgwWCcAA1Yzj" width="300" height="224" class="alignnone size-medium wp-image-45844" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/06/BM1DgwWCcAA1Yzj-300x224.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/06/BM1DgwWCcAA1Yzj.jpg 599w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" /></a></p>
<p>Egemen Bagis, il ministro turco per gli affari con la UE, ha annunciato ieri sera che chiunque si avvicinerà a piazza Taksim sarà <a href="http://www.hurriyetdailynews.com/everyone-who-enters-the-taksim-square-to-be-treated-as-terrorist-turkish-eu-minister.aspx?pageID=238&#038;nID=48875&#038;NewsCatID=338">«trattato dalla polizia come un terrorista»</a>. La dichiarazione sembra un avallo ex post dello stato della repressione già in atto.<span id="more-45843"></span> Le testimonianze, <a href="http://www.rightnow.io/breaking-news/gezi-park_bn_1371216346624.html">i video e le foto</a> da Istanbul parlano di ustioni e piaghe causate da <a href="https://twitter.com/YrGangelopoulos/status/346038938181464064/photo/1">sostanze chimiche</a> mischiate all’acqua degli idranti, di attacchi alle strutture di pronto soccorso, di due pesantissime irruzioni con lacrimogeni nel lussuoso Hotel Divan, rifugio per feriti e manifestanti del vicino parco Gezi. Bambini sanguinanti, un uomo travolto da una camionetta della polizia antisommossa. Impedimenti per giornalisti (anche stranieri) e personale medico di accorrere alle zone degli scontri. Traghetti e ponti sul Bosforo bloccati per chiudere l’afflusso dei manifestanti dalla parte asiatica della città.<br />
Legge marziale, in pratica. La leader del verdi tedeschi Claudia Roth, intrappolata nell’Hotel Divan dopo lo sgombero di Gezi, <a href="https://twitter.com/jalenz/status/345993767968464896/photo/1">ustionata in volto dai lacrimogeni</a> (o da altro), ha parlato di follia, di guerra contro i cittadini.<br />
La Turchia è nota per le sue violazioni dei diritti umani però non è l’Egitto di Mubarak o l’Iran dove ieri, al primo turno, è stato eletto presidente Hassan Rohani, il più moderato degli ayatollah ammessi alla competizione.<br />
È una democrazia &#8211; con molte tare ma non un’innegabile “democratura”: tant’è che le<a href="http://www.youtube.com/watch?v=o-kbuS-anD4&#038;feature=youtube_gdata_player"> manifestazioni più che pacifiche</a> contro il progetto di costruzione di un centro commerciale sul luogo del parco Gezi mostravano, al principio, una grande consonanza con le proteste diffuse nelle cosiddette democrazie avanzate: da Stoccarda alla Val di Susa. E mostrano pure inquietanti analogie nell’impiego sproporzionato della repressione poliziesca; per quanto ciò che sta accadendo in Turchia – cinque morti accertati, quasi un centinaio di avvocati arrestati ecc.- sia sinora il peggio.<br />
Ma prima, dopo e durante Occupy Gezi, nelle ultime due settimane è avvenuto questo:<br />
Il 1° giugno a <a href="https://blockupy-frankfurt.org/en/">Blockupy Francoforte</a>, la protesta contro le politiche BCE, la testa del corteo autorizzato è stata accerchiata e tenuta per ore sotto scacco. L’uso massiccio di spray urticanti e di manganelli ha causato ca 300 feriti, alcuni piuttosto gravi. Anche in quel caso diversi volontari sanitari parlano di impedimenti a prestare soccorso.<br />
In Italia la sentenza assolutoria per la polizia sulla morte di Stefano Cucchi è arrivata in contemporanea con le teste lacerate degli <a href="http://www.rassegna.it/articoli/2013/06/5/101218/il-sindaco-ferito-gestione-ottusa-dellordine-pubblico">operai e del sindaco di Terni</a> in corteo contro la chiusura dell’acciaieria. Mentre in Turchia partiva lo sgombero di piazza Taksim e parco Gezi, la Cassazione ha confermato, riducendo i risarcimenti alle parti lesi, della sentenza su Bolzaneto e le violenze alla scuola Diaz.<br />
A ridosso di tutto questo, si è scoperto il gigantesco programma di spionaggio “Prism” voluto da Obama, il governo greco ha deliberato la chiusura della tv e radio di Stato ERT, arrivando a chiudere il segnale nel giro di poche ore e mandando la polizia antisommossa a difendere la propria decisione. A <a href="http://www.formiche.net/2013/06/15/brasile-non-solo-confederation-cup-2013-ecco-le-ragioni-della-protesta-a-sao-paulo/">Saõ Paolo del Brasile</a>, paese economicamente emergente al pari della Turchia, la protesta per l’aumento dei prezzi del trasporto pubblico ha causato una repressione poliziesca molto dura, con 250 arresti e 50 feriti.<br />
L’eccesso di impiego della forza di polizia è una ormai una costante planetaria – in tutta Europa come a New York e negli Usa – e questo sia nel caso che vi sia stata violenza da parte dei manifestanti sia quando le pratiche di resistenza passiva sono state portate avanti senza alcun cedimento. Ma rappresenta soprattutto una costante che tutte queste proteste nascono dalla volontà popolare di difendere dei beni comuni (lo sono sia gli alberi dei parchi e le valli subalpine che i biglietti degli autobus) o di arginare il potere di poteri sottratti al controllo democratico, come le istituzioni bancarie e monetarie. Non c’è nessuna volontà di sovvertimento rivoluzionario-  eppure i governi democratici di vario stampo e colore politico difendono a forza di lacrimogeni, manganelli o proiettili di gomma i “flussi” (ossia gli interessi mobili e flessibili) contro i “territori” (e la gente che ci abita), come <a href="http://www.einaudi.it/libri/libro/marco-revelli/finale-di-partito/978880621554">Marco Revelli</a> cerca di circoscrivere questa nuova forma del conflitto ai tempi della globalizzazione e della sua crisi.<br />
Oggi a Istanbul le proteste cercheranno di dirigersi nuovamente verso i luoghi tabù sgomberati e, visto che è stata indetta pure una manifestazione pro-Erdogan e in molti quartieri nella notte si sono erette barricate, la giornata potrebbe evolversi in modo assai peggiore di ieri. Finora non sono arrivate critiche decise né dall’Unione Europea, né da Barack Obama, entrambi vincitori di un Premio Nobel per la Pace che appare sempre più tragicomico.<br />
Barbara Spinelli, riferendosi principalmente a “Prism”, ha parlato di ostilità dei governanti e di <a href="http://www.repubblica.it/esteri/2013/06/12/news/la_paura_del_popolo-60913900/?ref=HREC1-10">“paura del popolo”</a>. Il popolo, ovunque esso si trovi, sta incontrando sempre più motivi per ricambiare.</p>
<p>Ps. Mi sono certo dimenticata qualche voce del triste elenco. Ma non dimentico di segnalare questa <a href="https://www.facebook.com/photo.php?fbid=470895269663604&#038;set=a.470895346330263.1073741827.100002294068770&#038;type=1">lettera bellissima</a> di Gianluca d’Ottavio che vive a Istanbul e si occupa di turismo.</p>
<p>Pps. L&#8217;immagine sopra ritrae la polizia mentra da fuoco all&#8217;albero del Parco Gezi nel quale gli occupanti avevano iscritto i loro auspici e desideri.</p>
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		<title>Todd, l&#8217;anticipatore</title>
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		<pubDate>Mon, 09 May 2011 05:12:12 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[Andrea Inglese Dizionario dei luoghi comuni: Emmanuel Todd, quello che aveva previsto lo sfaldamento dell’Unione Sovietica. Il crollo finale. Saggio sulla decomposizione della sfera sovietica, pubblicato in Francia nel 1976 e scritto all’età di 25 anni, è divenuto il titolo onorario di Todd. L’autore, nella prefazione dell’edizione del 1990, ricorda che lo guidarono nella decifrazione [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><strong>Andrea Inglese</strong></p>
<p>Dizionario dei luoghi comuni: Emmanuel Todd, quello che aveva previsto lo sfaldamento dell’Unione Sovietica. <em>Il crollo finale. Saggio sulla decomposizione della sfera sovietica</em>, pubblicato in Francia nel 1976 e scritto all’età di 25 anni, è divenuto il titolo onorario di Todd. L’autore, nella prefazione dell’edizione del 1990, ricorda che lo guidarono nella decifrazione della crisi i solidi e bruti dati demografici, in particolare l’innalzamento del tasso di morti infantili tra 1971 e 1974.</p>
<p>Todd, storico di formazione, combina le competenze del demografo e dell’antropologo. Ma le sue analisi storico-antropologiche, pur avvalendosi di una solida base empirica, non rinunciano a prese di posizioni polemiche nei confronti del panorama intellettuale e politico. Fin dallo studio sull’URSS, il lavoro di Todd presenta due aspetti complementari: da un lato, la ricerca che opera in modo scientifico e apolitico, con un’attenzione privilegiata a processi di lungo periodo (alfabetizzazione, contraccezione, ecc.) e alle strutture antropologiche di base (i modelli familiari); dall’altro, un’esigenza militante di tirare delle conseguenze politiche dai risultati ottenuti. Questo significa non solo avanzare soluzioni nei confronti di problemi sociali maggiori, ma sopratutto anticiparli quei problemi, valutandoli nella loro complessità antropologica e inquadrandoli in una prospettiva storica ampia.<span id="more-38960"></span></p>
<p>Il suo contributo più importante alle discipline storiche è probabilmente riconducibile ai due studi dell’inizio degli anni Ottanta, <em>Il terzo pianeta</em> (1983)<em> </em>e l’<em>Infanzia del mondo</em> (1984), in cui Todd avanza l’ipotesi di una derivazione delle ideologie politiche e religiose dai valori di base che costituiscono i modelli familiari presenti nelle diverse aree del pianeta. Todd difende qui un’ipotesi esplicativa forte: la diffusione delle grandi ideologie della modernità – liberalismo, comunismo e gli ibridi dell’uno e dell’altro – è avvenuta in modo ineguale nel mondo, in quanto esse hanno di volta in volta incontrato un terreno favorevole o sfavorevole al loro sviluppo nello strato antropologico dei modelli familiari. In altre parole, le ideologie e i sistemi politici che da esse derivano sono delle trasposizioni sul piano sociale di valori fondamentali che reggono le relazioni umane all’interno dei nuclei familiari. La diversa organizzazione di questi valori (uguaglianza-disuguaglianza, libertà-autorità), producendo un numero ristretto di tipologie familiari, costituisce la variabile “lenta” della storia umana che entra in relazione con le variabili più “veloci”, quali i sistemi economici, religiosi, politici.</p>
<p>Nell’ottobre del 2010 è uscita in Francia l’edizione tascabile di <em>Après la démocratie</em>, un saggio del 2008 (Gallimard, «Folio Actuel», pp. 320, € 7,80). Pochi mesi sono bastati per esaurire la nuova edizione. Un tale successo, nell’ottica italiana, è abbastanza sorprendente. Innanzitutto, Todd non è allineato con nessuna scuola di pensiero, ed è particolarmente allergico alle mode intellettuali. Inoltre, i suoi lavori coniugano la verve polemica francese con lo stile sobrio anglosassone, costantemente rivolto alla perentorietà dei dati più che alla profusione delle idee. Questo fa del suo libro non uno dei tanti <em>pamphlet </em>che denunciano la crisi della democrazia, ma un tentativo sistematico di farne la diagnosi, accompagnato da un’eziologia e da plausibili proposte terapeutiche. L’osservatorio principale dell’insorgenza della crisi è la Francia del neo-eletto Sarkozy (2007), ma attraverso di essa è lo stallo politico dell’intera Europa ad essere preso in considerazione.</p>
<p>Todd è convinto che i nostri mali vengono più dall’idiozia della nostre classi dirigenti e dagli esperti – gli economisti in testa – che le condizionano ideologicamente, più che da una consapevole strategia di dominio. Non che la volontà di dominio sia carente nello strato più ricco dell’elite, ma essa sfocia in una sorta di delirio, che ha sinistre parentele con quello del Tony Montana di Brian De Palma («The world is yours»). L’analisi dell’atomizzazione in atto <em>anche</em> nella fascia più alta della società è forse uno dei contributi più interessanti del libro di Todd. A questo livello, vi è una lotta senza quartiere per trasformare i momentanei vantaggi salariali delle professioni meglio pagate (manager, dirigenti, ecc.) in stabili e definitivi privilegi da membri di una borghesia finanziaria, dotata di sufficiente capitale per vivere di rendita. Una tale rapacità, di cui noi, in Italia, siamo di continuo spettatori privilegiati, non risponde neppure più a una coscienza e a un progetto di classe. Non solo dunque l’omogeneità del gruppo sociale si sfalda verso il basso, secondo la proverbiale logica della guerra tra i poveri, ma si sfalda anche verso l’alto, operando una rottura tra le classi medie superiori e una ristretta classe capitalista, sempre più avulsa dalla realtà e condannata a un’insaziabile sete di potere.</p>
<p>Su questo sfondo, la classe politica gioca la sua peculiare partita, che è così riassunta da Todd: “come evitare che le consultazioni elettorali lascino emergere ciò che preoccupa veramente i cittadini, ovvero la gestione dell’economia, e che sia rimesso in discussione il libero mercato?”. Da questo impossibile accordo tra politici ed elettori, nasce l’esigenza sempre più marcata, da parte dei politici, di manipolare l’elettorato, in modo tale che le sue richieste, sul piano della politica economica, siano costantemente inevase, differite, magicamente trasformate in altro. Ed è inutile dire che se la sinistra è incapace quanto la destra di modificare il modello economico dominante, la destra ha molto più agio nel proporre delle soluzioni immaginarie. L’islamofobia, in quest’ottica, non è semplicemente una peculiarità ideologica dell’estrema destra su scala ormai europea. La designazione del capro espiatorio e la proposta di una democrazia “etnica” diventa l’unico margine di manovra che la classe politica, almeno a destra, possiede per rispondere allo scontento crescente dell’elettorato. Non volendo più agire sul proprio terreno, la lotta di classe e la politica economica, la sinistra si è così condannata alla paralisi, dal momento che lo scontro etnico è tradizionalmente terreno della destra. Forse Todd non esagera, quando dice che il PS francese non vuole vincere le elezioni, accontentandosi dei vantaggi offerti dalla presenza nelle amministrazioni locali. Pensiamo al caso italiano. Finché la sinistra non governa, può senza difficoltà essere apocalittica, diffondendo ciò che Berlusconi definisce “pessimismo”. Ma il giorno in cui governerà, come potrà inoculare ottimismo negli elettori senza prendersela con gli immigrati e, <em>nel contempo</em>, senza alzare i salari dei ceti popolari e garantire lavoro per le fasce giovani e qualificate della classe media?</p>
<p>Sugli economisti Todd è ancora più implacabile, lui che difende, ma su scala europea, l’universalmente biasimato protezionismo. Egli sottolinea il paradosso per cui, nel momento in cui la dottrina liberista regna incontrastata, il sistema di cui descrive il buon funzionamento implode. In tutto ciò egli non vede semplicemente una cinica difesa ideologica delle classi dominanti, ma un vero e proprio accecamento intellettuale, che ha dinamiche proprie, legate al conformismo intellettuale e accademico. Si può notare, per altro, come un discorso analogo può essere fatto per l’islamofobia. Nel momento in cui i moti rivoluzionari stanno scuotendo il mondo arabo – rivelando l’esistenza di una popolazione giovanile, alfabetizzata e refrattaria a forme d’indottrinamento politico o religioso tradizionali – in diversi paesi d’Europa la minaccia islamica è considerata di grande attualità, favorendo le disastrose speculazioni elettorali delle destre estreme e moderate. Anche in questo caso Todd è stato anticipatore, confutando la convinzione occidentale di un’eccezione arabo-musulmana, che designerebbe i popoli arabi, per ragioni culturali e religiose, come irrimediabilmente estranei ai valori democratici. <em>L’incontro delle civiltà</em>, scritto con il demografo Youssef Courbage (nella traduzione italiana di Roberto Ciccarelli uscito da Tropea nel 2009: pp. 160, € 14,90), metteva in luce già nel 2007 i dati demografici determinanti a ipotizzare un processo irreversibile di modernizzazione: nel mondo arabo l’alfabetizzazione è quasi compiuta e il tasso di fecondità si avvicina in molti casi a quello delle Francia o degli Stati Uniti. E, secondo Todd, l’innalzamento dell’alfabetizzazione e il calo della fecondità tendono, storicamente, ad essere concomitanti alla rivoluzione.</p>
<p>*</p>
<p><em>[Questo articolo è apparso, in forma scorciata, sul <a href="http://www.alfabeta2.it/2011/05/05/sommario-alfalibri-n°-1/">supplemento letterario</a> di <a href="http://www.alfabeta2.it/2011/05/05/sommario-del-n°-9-–-maggio-2011/">alfabeta2 </a>n° 9, maggio 2011]</em></p>
<p><span style="text-decoration: underline;"> </span></p>
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		<title>La responsabilità dell&#8217;autore: Sebastiano Vassalli</title>
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		<pubDate>Tue, 13 Jul 2010 08:00:03 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[[ricevo da Vassalli, a cui a nome di NI avevo chiesto se voleva rispondere al nostro questionario sulla responsabilità dell&#8217;autore, la lettera (cartacea) che segue; ne riporto il testo con il suo consenso] Caro Sartori, ho ricevuto le domande. Mi piacciono. Cioè: mi piace che qualcuno, nel 2010, torni a porle. Non credo di dover [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><em>[ricevo da Vassalli, a cui a nome di NI avevo chiesto se voleva rispondere al nostro <a href="https://www.nazioneindiana.com/2010/06/10/la-responsabilita-dellautore-giorgio-vasta/">questionario sulla responsabilità dell&#8217;autore</a>, la lettera </em><em>(cartacea) </em><em>che segue; ne riporto il testo </em><em>con il suo consenso</em><em>]<br />
</em></p>
<p>Caro Sartori,</p>
<p>ho ricevuto le domande. Mi piacciono. Cioè: mi piace che qualcuno, nel 2010, torni a porle. Non credo di dover essere io a rispondere: sarebbe una faccenda troppo lunga. La mia generazione, in mezzo a domande simili a queste (a parte il web e dintorni), ci è cresciuta, e non tutte le cose che si dicevano allora (anni Sessanta) erano da buttare: bisognerebbe ripartire da lì. Un&#8217;impresa. Erano anni, quelli, di bassa marea. Poi è arrivata l&#8217;alta marea. È arrivato il brodo primordiale dei generi: il nero, il rosa, il giallo&#8230; C&#8217;è stato, negli anni Duemila, chi ha scoperto il genere epico. Di fronte a tanta modernità un quasi settantenne come me è muto. Perciò non rispondo, e non perché manchi la simpatia nei confronti vostri e di chi fa riviste. Noi le facevamo di carta; oggi si fanno come le fate voi. Se potrò esservi utile lo sarò volentieri; ma con queste domande no.</p>
<p>Un caro saluto</p>
<p>Sebastiano Vassalli</p>
]]></content:encoded>
					
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		<title>La responsabilità dell&#8217;autore: Enrico Palandri</title>
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		<dc:creator><![CDATA[redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 05 Jun 2010 06:00:57 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[[Dopo gli interventi di Helena Janeczek e Andrea Inglese, abbiamo pensato di mettere a punto un questionario composto di 10 domande, e di mandarlo a un certo numero di autori, critici e addetti al mestiere. Dopo Erri De Luca, Luigi Bernardi, Michela Murgia, Giulio Mozzi, Emanule Trevi, Ferruccio Parazzoli, Claudio Piersanti, Franco Cordelli, Gherardo Bortolotti, [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/06/magnetic_globe_silver.jpg"><img decoding="async" class="alignleft size-full wp-image-35481" title="magnetic_globe_silver" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/06/magnetic_globe_silver.jpg" alt="" width="283" height="286" /></a></p>
<p>[Dopo gli interventi di <a href="https://www.nazioneindiana.com/2010/01/20/pubblicare-per-berlusconi/">Helena  Janeczek</a> e <a href="https://www.nazioneindiana.com/2010/01/26/su-letteratura-e-politica-la-penso-proprio-come-george-orwell-e-danilo-kis/">Andrea  Inglese</a>, abbiamo pensato di mettere a punto un questionario composto di 10  domande, e di mandarlo a un certo numero di autori, critici e addetti al  mestiere. Dopo <a href="https://www.nazioneindiana.com/2010/02/17/il-calzolaio/">Erri De Luca</a>,  <a href="https://www.nazioneindiana.com/2010/02/19/la-responsabilita-dell%E2%80%99autore-luigi-bernardi/">Luigi  Bernardi</a>, <a href="https://www.nazioneindiana.com/2010/02/22/la-responsabilita-dell%E2%80%99autore-michela-murgia/">Michela  Murgia</a>, <a href="https://www.nazioneindiana.com/2010/02/27/la-responsabilita-dellautore-giulio-mozzi/">Giulio  Mozzi</a>, <a href="https://www.nazioneindiana.com/2010/03/02/la-responsabilita-dellautore-emanuele-trevi/">Emanule  Trevi</a>, <a href="https://www.nazioneindiana.com/2010/03/06/la-responsabilita-dellautore-perazzoli/">Ferruccio  Parazzoli</a>, <a href="https://www.nazioneindiana.com/2010/03/09/la-responsabilita-dellautore-claudio-piersanti/">Claudio  Piersanti</a>, <a href="https://www.nazioneindiana.com/2010/03/14/la-responsabilita-dellautore-franco-cordelli/">Franco  Cordelli</a>, <a href="https://www.nazioneindiana.com/2010/03/16/la-responsabilita-dellautore/">Gherardo  Bortolotti,</a> <a href="https://www.nazioneindiana.com/2010/03/20/la-responsabilita-dellautore-dario-voltolini/">Dario  Voltolini</a>, <a href="https://www.nazioneindiana.com/2010/03/23/la-responsabilita-dellautore-tommaso-pincio/">Tommaso  Pincio</a>, <a href="https://www.nazioneindiana.com/2010/03/26/32231/">Alberto  Abruzzese</a>, <a href="https://www.nazioneindiana.com/2010/03/30/la-responsabilita-dellautore-nicola-lagioia/">Nicola  Lagioia</a>, <a href="https://www.nazioneindiana.com/2010/04/06/la-responsabilita-dellautore-christian-raimo/">Christian  Raimo</a>, <a onclick="javascript:pageTracker._trackPageview('outclick/http');" href="http://http//www.nazioneindiana.com/2010/04/10/la-responsabilita-dellautore-gianni-celati/">Gianni  Celati</a>, <a href="https://www.nazioneindiana.com/2010/04/13/la-responsabilita-dellautore-marcello-fois/">Marcello  Fois</a>, <a href="https://www.nazioneindiana.com/2010/04/17/la-responsabilita-dellautore-laura-pugno/">Laura  Pugno</a>, <a href="https://www.nazioneindiana.com/2010/04/21/la-responsabilita-dellautore-biagio-cepollaro/">Biagio  Cepollaro</a>, <a href="https://www.nazioneindiana.com/2010/04/28/la-responsabilita-dellautore-ginevra-bompiani/">Ginevra  Bompiani</a>, <a href="https://www.nazioneindiana.com/2010/05/04/la-responsabil%E2%80%A6arco-giovenale/">Marco  Giovenale</a>, <a href="https://www.nazioneindiana.com/2010/05/19/la-responsabilita-dellautore-vincenzo-latronico/">Vincenzo Latronico</a>, <a href="https://www.nazioneindiana.com/2010/06/03/la-responsabilita-dellautore-franz-krauspenhaar/">Franz Krauspenhaar</a>, ecco le risposte di Enrico Palandri.]</p>
<p><strong><em>Come giudichi in generale, come speditivo apprezzamento di massima, lo stato della nostra letteratura contemporanea (narrativa e/o poesia)? Concordi con quei critici che denunciano la totale mancanza di vitalità del romanzo e della poesia nell’Italia contemporanea?</em></strong></p>
<p>No, affatto. Canetti diceva che l’idea che la letteratura sia alla fine è meschina. Anche negli anni in cui non leggiamo libri che ci paiono significativi la letteratura è viva, magari i libri vengono scritti e non pubblicati, o pubblicati da editori difficili da reperire in libreria, o magari da grandi editori ma i nostri pregiudizi ci rendono difficile la lettura. Dire che la letteratura sia morta è come dire che è finita la civiltà. Se poi parliamo del romanzo trovo sempre con sorpresa un libro in cui questo genere straordinariamente vitale si è ridefinito. La poesia mi sembra ancora più profondamente duratura. Chi è che riesce a mettersi su un podio tale da poter dire signori e signore, dopo tremila anni di letteratura occidentale è accaduto che proprio in Italia, nel 2010, il genere è morto! Francamente credo ci vorrebbe un po’ più di sobrietà quando si danno giudizi di questo genere. Del resto sono sentenze che sono sempre stati parte della scena letteraria, facendo appunto la figura descritta da Canetti.</p>
<p><strong><em>Ti sembra che la tendenza verso un&#8217;industrializzazione crescente dell&#8217;editoria freni in qualche modo l&#8217;apparizione di opere di qualità?</em></strong></p>
<p>No, ogni epoca ha i suoi modi. La figura dell’impresario d’opera o del produttore cinematografico non sono migliori, ma fanno i film, hanno fatto le opere, spesso segnandone alcuni limiti. <span id="more-35042"></span>Io in realtà non ho simpatia per la polemica anti industria della cultura, non so cosa gli si preferirebbe. L’associazione degli scrittori di tipo sovietico? O i circoli rinascimentali protetti dal principe? Oppure Mecenate?</p>
<p><strong><em>Ti sembra che le pagine culturali dei quotidiani e dei settimanali rispecchino in modo soddisfacente lo stato della nostra letteratura (prosa e poesia), e quali critiche faresti?</em></strong></p>
<p>Le leggo poco e quando le leggo è perché mi interessano.</p>
<p><strong><em>Ti sembra che la maggior parte delle case editrici italiane facciano un buon lavoro in rapporto alla ricerca di nuovi autori di buon livello e alla promozione a lungo termine di autori e testi di qualità (prosa e/o poesia)?</em></strong></p>
<p>Non ne ho idea. Rispetto a quando ho pubblicato Boccalone mi pare ci siano molti più giovani autori. Il lungo percorso che si deve sostenere, se si vive a lungo, tra successi e insuccessi, lusinghe del mercato e della poesia pura, è a sua volta un romanzo.</p>
<p><strong><em>Credi che il web abbia mutato le modalità di diffusione e di fruizione della nostra letteratura (narrativa e/o poesia) contemporanea? E se sì, in che modo?</em></strong></p>
<p>Non lo so. Io amo per leggere e scrivere la pagina e la penna, ma uso il computer. Non credo che leggerei un romanzo su kindle, ma ho spesso ritrovato una poesia che cercavo sul web.</p>
<p><strong><em>Pensi che la letteratura, o alcune sue componenti, andrebbero sostenute in qualche modo, e in caso affermativo, in quali forme? </em></strong></p>
<p>Credo si potrebbe fare di più per promuovere la lettura ad alta voce, l’incontro e in qualche caso anche la scrittura. Se invece di tanti premi ci fosse un investimento organizzato, un circuito di letture da fare in giro per l’Italia, forse il mondo dei libri e delle lettere apparirebbe meno distante.</p>
<p><strong><em>Nella oggettiva e evidente crisi della nostra democrazia (pervasivo controllo politico sui media e sostanziale impunità giuridica di chi detiene il potere, crescenti xenofobia e razzismo &#8230;), che ha una risonanza sempre maggiore all&#8217;estero, ti sembra che gli scrittori italiani abbiano modo di dire la loro, o abbiano comunque un qualche peso?</em></strong></p>
<p>Peso no, certo, non lo hanno mai avuto. Solo le mosche cocchiere immaginano che il potere debba chiedere la loro opinione. Non mi pare ci siano però evidenti casi di censura.</p>
<p><strong><em>Nella suddetta evidente crisi della nostra democrazia, ti sembra che gli scrittori abbiano delle responsabilità, vale a dire che avrebbero potuto o potrebbero esporsi maggiormente e in quali forme?</em></strong></p>
<p>Gli scrittori sono sempre esposti e se lusingano i potenti, come scrive Leopardi nello Zibaldone, non fanno che alienarsi la misericordia dei posteri. E il futuro è sempre il destino della scrittura.  Non credo però che gli scrittori abbiano un ruolo particolare. Sono cittadini e come tali devono esprimersi, ma sono molto contrario al fatto che si considerino depositari di un sapere diverso, separato, che si prendano a tal punto sul serio da immaginare che il potere li ascolti. Detto questo, se hanno qualcosa di utile e intelligente da dire inventano sempre qualche cosa che parla del potere in modo graffiante. Purtroppo credo che in Italia si sia prodotto l’effetto opposto. Ci siamo talmente abituati a satira, invettiva, denuncia e via dicendo, che gli intellettuali a volte vivono in un isolamento culturale spaventoso dal paese reale, profondo, in cui la storia si è addensata e dove si costruiscono davvero le storie, dove prendono la curvatura che gli è necessaria. Solo con buone radici si diventa alberi alti. Se invece prendono i risultati delle elezioni come il piano in cui si giocano tutte le battaglie e non sono capaci di interloquire davvero con quanto accade. Sono solo indignati. Del resto neanche io saprei come uscirne. Credo non sia utile che ripeta cosa penso di Berlusconi, l’ho già detto e scritto in tante salse, non penso nulla di diverso da quello che scrivono e pensano tanti.</p>
<p><strong><em>Reputi che ci sia una separazione tra mondo della cultura e mondo politico e, in caso affermativo, pensi che abbia dei precisi effetti?</em></strong></p>
<p>Ovviamente c’è sempre stata questa separazione e dove non c’è ci si impelaga nella propaganda. L’unico tentativo di far funzionare un sistema politico affidandolo a filosofi, quello di Dione, è finito male, come racconta nella settima lettera Platone. Poi ci sono filosofi che fanno politica, come Cacciari, a volte bene.</p>
<p><strong><em>Ti sembra opportuno che uno scrittore con convincimenti democratici collabori alle pagine culturali di quotidiani quali «Libero» e «il Giornale», caratterizzati da stili giornalistici non consoni a un paese democratico (marcata faziosità dell&#8217;informazione, servilismo nei confronti di chi detiene il potere, prese di posizione xenofobe, razziste e omofobe&#8230;), e che appoggiano apertamente politiche che portano a un oggettivo deterioramento della democrazia?</em></strong></p>
<p>Non credo si debba fare una regola, bisogna sapere di chi si parla e può farlo per tante ragioni. Per denaro,e chi ha conosciuto la povertà dovrebbe aver rispetto di come altri si guadagnano da vivere (meglio un figlio di papà che scrive quel che vuole lui dove gli pare o un poveretto che cerca di cavarsela in redazioni ostili?). O magari può essere convinto sia più utile non predicare ai convertiti. Io ho la fortuna di collaborare da un po’ di anni con un giornale come l’Unità che mi piace, ma ho scritto per tanti giornali diversi per tanti anni. La lettera del direttore con cui ho preso la tessera di pubblicista me l’ha scritta Feltri, lontanissimo dalle mie posizioni politiche, quando dirigeva L’indipendente. Come ho detto mi sento lontanissimo da quello che scrive, ma credo sia un giornalista molto competente, con la reputazione di resuscitare testate moribonde, e nonostante quello che tutti gli attribuiscono perché scrive sul giornale della famiglia Berlusconi, non mi sorprenderei affatto se facesse un dietro front alla Montanelli. Anche a destra ci sono e ci sono sempre state persone indipendenti. Nel giornalismo inglese, che credo sia un suo modello, ci sono importanti giornali come lo Spectator o il Times, per non andare lontano, che hanno manifestato dissenso a destra.  Il giornale lo ha fondato Montanelli sui cui negli anni ’70 si rovesciavano le invettive della sinistra rivoluzionaria in cui sono cresciuto, e almeno questo errore mi piacerebbe non ripeterlo.</p>
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		<title>La responsabilità dell&#8217;autore: Ginevra Bompiani</title>
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		<dc:creator><![CDATA[redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 28 Apr 2010 08:00:44 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[[Dopo gli interventi di Helena Janeczek e Andrea Inglese, abbiamo pensato di mettere a punto un questionario composto di 10 domande, e di mandarlo a un certo numero di autori, critici e addetti al mestiere. Dopo Erri De Luca, Luigi Bernardi, Michela Murgia, Giulio Mozzi, Emanule Trevi, Ferruccio Parazzoli, Claudio Piersanti, Franco Cordelli, Gherardo Bortolotti, [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/04/bompiani.jpg"><img loading="lazy" decoding="async" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/04/bompiani-300x202.jpg" alt="" title="bompiani" width="300" height="202" class="aligncenter size-medium wp-image-33527" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/04/bompiani-300x202.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/04/bompiani.jpg 550w" sizes="auto, (max-width: 300px) 100vw, 300px" /></a></p>
<p>[Dopo gli interventi di <a href="https://www.nazioneindiana.com/2010/01/20/pubblicare-per-berlusconi/">Helena Janeczek</a> e <a href="https://www.nazioneindiana.com/2010/01/26/su-letteratura-e-politica-la-penso-proprio-come-george-orwell-e-danilo-kis/">Andrea Inglese</a>, abbiamo pensato di mettere a punto un questionario composto di 10 domande, e di mandarlo a un certo numero di autori, critici e addetti al mestiere. Dopo <a href="https://www.nazioneindiana.com/2010/02/17/il-calzolaio/">Erri De Luca</a>, <a href="https://www.nazioneindiana.com/2010/02/19/la-responsabilita-dell%E2%80%99autore-luigi-bernardi/">Luigi Bernardi</a>, <a href="https://www.nazioneindiana.com/2010/02/22/la-responsabilita-dell%E2%80%99autore-michela-murgia/">Michela Murgia</a>, <a href="https://www.nazioneindiana.com/2010/02/27/la-responsabilita-dellautore-giulio-mozzi/">Giulio Mozzi</a>, <a href="https://www.nazioneindiana.com/2010/03/02/la-responsabilita-dellautore-emanuele-trevi/">Emanule Trevi</a>, <a href="https://www.nazioneindiana.com/2010/03/06/la-responsabilita-dellautore-perazzoli/">Ferruccio Parazzoli</a>, <a href="https://www.nazioneindiana.com/2010/03/09/la-responsabilita-dellautore-claudio-piersanti/">Claudio Piersanti</a>, <a href="https://www.nazioneindiana.com/2010/03/14/la-responsabilita-dellautore-franco-cordelli/">Franco Cordelli</a>, <a href="https://www.nazioneindiana.com/2010/03/16/la-responsabilita-dellautore/">Gherardo Bortolotti,</a> <a href="https://www.nazioneindiana.com/2010/03/20/la-responsabilita-dellautore-dario-voltolini/">Dario Voltolini</a>, <a href="https://www.nazioneindiana.com/2010/03/23/la-responsabilita-dellautore-tommaso-pincio/">Tommaso Pincio</a>, <a href="https://www.nazioneindiana.com/2010/03/26/32231/">Alberto Abruzzese</a>, <a href="https://www.nazioneindiana.com/2010/03/30/la-responsabilita-dellautore-nicola-lagioia/">Nicola Lagioia</a>, <a href="https://www.nazioneindiana.com/2010/04/06/la-responsabilita-dellautore-christian-raimo/">Christian Raimo</a>, <a href="http://http//www.nazioneindiana.com/2010/04/10/la-responsabilita-dellautore-gianni-celati/">Gianni Celati</a>, <a href="https://www.nazioneindiana.com/2010/04/13/la-responsabilita-dellautore-marcello-fois/">Marcello Fois</a>, <a href="https://www.nazioneindiana.com/2010/04/17/la-responsabilita-dellautore-laura-pugno/">Laura Pugno</a>, <a href="https://www.nazioneindiana.com/2010/04/21/la-responsabilita-dellautore-biagio-cepollaro/">Biagio Cepollaro</a>, ecco le risposte di Ginevra Bompiani.]</p>
<p><strong>1. Come giudichi in generale, come speditivo apprezzamento di massima, lo stato della nostra letteratura contemporanea (narrativa e/o poesia)? Concordi con quei critici, che denunciano la totale mancanza di vitalità del romanzo e della poesia nell’Italia contemporanea?</strong></p>
<p>Forse c’è più vitalità che qualità. E’ come una bottiglia di vino strapazzata, bisogna tenerla ferma e che il fondo si depositi per capire com’è il vino..</p>
<p><strong>2. Ti sembra che la tendenza verso un&#8217;industrializzazione crescente dell&#8217;editoria freni in qualche modo l&#8217;apparizione di opere di qualità?</strong></p>
<p>No, la affoga<span id="more-33150"></span></p>
<p><strong>3. Ti sembra che le pagine culturali dei quotidiani e dei settimanali rispecchino in modo soddisfacente lo stato della nostra letteratura (prosa e poesia), e quali critiche faresti?</strong></p>
<p>La rispecchiano, e questa è una critica.</p>
<p><strong>4. Ti sembra che la maggior parte delle case editrici italiane facciano un buon lavoro in rapporto alla ricerca di nuovi autori di buon livello e alla promozione a lungo termine di autori e testi di qualità (prosa e/o poesia)?</strong></p>
<p>Dato che la maggior parte delle case editrici sono piccole o medie, e cioè proprio quelle che lavorano con accanimento e passione, sì, mi pare che facciano un buon lavoro. Il migliore possibile, date le condizioni.</p>
<p><strong>5. Credi che il web abbia mutato le modalità di diffusione e di fruizione della nostra letteratura (narrativa e/o poesia) contemporanea? E se sì, in che modo?</strong></p>
<p>In tanti modi che non si possono nemmeno numerare (almeno, io non posso). Credo che cambierà la letteratura e in parte l’abbia già cambiata. Non solo verso la facilità, ma verso l’oscuramento dell’autore. Insomma, verso la democrazia. Che fra i suoi pregi, non ha la qualità.</p>
<p><strong>6. Pensi che la letteratura, o alcune sue componenti, andrebbero sostenute in qualche modo, e in caso affermativo, in quali forme?</strong></p>
<p>Sono già sostenutissime da festival, fiere, premi… Anche troppo. E’ un placebo. Se si vuole davvero sostenere la cultura, la prima misura da fare è cambiare il governo e la classe politica. Puttane e puttanieri frequentano da sempre la cultura, ma non le giovano.</p>
<p><strong>7. Nella oggettiva e evidente crisi della nostra democrazia (pervasivo controllo politico sui media e sostanziale impunità giuridica di chi detiene il potere, crescenti xenofobia e razzismo &#8230;), che ha una risonanza sempre maggiore all&#8217;estero, ti sembra che gli scrittori italiani abbiano modo di dire la loro, o abbiano comunque un qualche peso?</strong></p>
<p>Penso che avrebbero modo, ma non la passione necessaria. O la necessità appassionata. Infatti mi pare che non lo stiano facendo. E non me lo spiego. Penso che dovrebbero alzare una sola voce, che avesse tutti i loro accenti, e che si facesse sentire lontano, per dire al mondo: non siamo complici! E all’Europa: non siate complici!</p>
<p><strong>8. Nella suddetta evidente crisi della nostra democrazia, ti sembra che gli scrittori abbiano delle responsabilità, vale a dire che avrebbero potuto o potrebbero esporsi maggiormente e in quali forme?</strong></p>
<p>Ci lamentiamo che pochi si ribellarono al fascismo, eppure furono moltissimi in confronto a oggi. Non è mancanza di coraggio, ma di decoro.</p>
<p><strong>9. Reputi che ci sia una separazione tra mondo della cultura e mondo politico e, in caso affermativo, pensi che abbia dei precisi effetti?</strong></p>
<p>C’è sempre stata, in Italia almeno, da quando la sinistra ha cessato di essere una forza per diventare una debolezza.</p>
<p><strong>10. Ti sembra opportuno che uno scrittore con convincimenti democratici collabori alle pagine culturali di quotidiani quali “Libero” e &#8220;il Giornale&#8221;, caratterizzati da stili giornalistici non consoni a un paese democratico (marcata faziosità dell&#8217;informazione, servilismo nei confronti di chi detiene il potere, prese di posizione xenofobe, razziste e omofobe&#8230;), e che appoggiano apertamente politiche che portano a un oggettivo deterioramento della democrazia?</strong></p>
<p>Mi sembra sgraziato. Fra tutte le giustificazioni addotte comunque l’unica che riesco ad ascoltare è quella venale. Le altre (non mi cambiano una virgola..) sono stupide o ipocrite: non cambiano una virgola perché non gliene importa niente di quello che scrivono, ma solo di avere un nome cosiddetto di sinistra nella testata.</p>
]]></content:encoded>
					
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		<title>La responsabilità dell&#8217;autore: Laura Pugno</title>
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		<dc:creator><![CDATA[redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 17 Apr 2010 05:01:01 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[indiani]]></category>
		<category><![CDATA[crisi della democrazia]]></category>
		<category><![CDATA[editoria]]></category>
		<category><![CDATA[la responsabilità dell'autore]]></category>
		<category><![CDATA[Laura Pugno]]></category>
		<category><![CDATA[letteratura]]></category>
		<category><![CDATA[pagine culturali]]></category>
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					<description><![CDATA[[Dopo gli interventi di Helena Janeczek e Andrea Inglese, abbiamo pensato di mettere a punto un questionario composto di 10 domande, e di mandarlo a un certo numero di autori, critici e addetti al mestiere. Dopo Erri De Luca, Luigi Bernardi, Michela Murgia, Giulio Mozzi, Emanule Trevi, Ferruccio Parazzoli, Claudio Piersanti, Franco Cordelli, Gherardo Bortolotti, [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/04/laurapugno.jpg"><img loading="lazy" decoding="async" class="aligncenter size-medium wp-image-32971" title="laurapugno" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/04/laurapugno-238x300.jpg" alt="" width="238" height="300" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/04/laurapugno-238x300.jpg 238w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/04/laurapugno.jpg 357w" sizes="auto, (max-width: 238px) 100vw, 238px" /></a></p>
<p>[Dopo gli interventi di <a href="https://www.nazioneindiana.com/2010/01/20/pubblicare-per-berlusconi/">Helena  Janeczek</a> e <a href="https://www.nazioneindiana.com/2010/01/26/su-letteratura-e-politica-la-penso-proprio-come-george-orwell-e-danilo-kis/">Andrea  Inglese</a>, abbiamo pensato di mettere a punto un questionario  composto di 10 domande, e di mandarlo a un certo numero di autori,  critici e addetti al mestiere. Dopo <a href="https://www.nazioneindiana.com/2010/02/17/il-calzolaio/">Erri  De Luca</a>, <a href="https://www.nazioneindiana.com/2010/02/19/la-responsabilita-dell%E2%80%99autore-luigi-bernardi/">Luigi  Bernardi</a>, <a href="https://www.nazioneindiana.com/2010/02/22/la-responsabilita-dell%E2%80%99autore-michela-murgia/">Michela  Murgia</a>, <a href="https://www.nazioneindiana.com/2010/02/27/la-responsabilita-dellautore-giulio-mozzi/">Giulio  Mozzi</a>, <a href="https://www.nazioneindiana.com/2010/03/02/la-responsabilita-dellautore-emanuele-trevi/">Emanule  Trevi</a>, <a href="https://www.nazioneindiana.com/2010/03/06/la-responsabilita-dellautore-perazzoli/">Ferruccio  Parazzoli</a>, <a href="https://www.nazioneindiana.com/2010/03/09/la-responsabilita-dellautore-claudio-piersanti/">Claudio  Piersanti</a>, <a href="https://www.nazioneindiana.com/2010/03/14/la-responsabilita-dellautore-franco-cordelli/">Franco  Cordelli</a>, <a href="https://www.nazioneindiana.com/2010/03/16/la-responsabilita-dellautore/">Gherardo  Bortolotti,</a> <a href="https://www.nazioneindiana.com/2010/03/20/la-responsabilita-dellautore-dario-voltolini/">Dario  Voltolini</a>, <a href="https://www.nazioneindiana.com/2010/03/23/la-responsabilita-dellautore-tommaso-pincio/">Tommaso  Pincio</a>, <a href="https://www.nazioneindiana.com/2010/03/26/32231/">Alberto  Abruzzese</a>, <a href="https://www.nazioneindiana.com/2010/03/30/la-responsabilita-dellautore-nicola-lagioia/">Nicola  Lagioia</a>, <a href="https://www.nazioneindiana.com/2010/04/06/la-responsabilita-dellautore-christian-raimo/">Christian  Raimo</a>, <a href="http://http//www.nazioneindiana.com/2010/04/10/la-responsabilita-dellautore-gianni-celati/">Gianni  Celati</a>,  <a href="https://www.nazioneindiana.com/2010/04/13/la-responsabilita-dellautore-marcello-fois/">Marcello Fois</a>, ecco le risposte di Laura Pugno.]</p>
<p><strong>1) </strong><strong>Come giudichi in generale, come speditivo apprezzamento di massima, lo stato della nostra letteratura contemporanea (narrativa e/o poesia)? Concordi con quei critici, che denunciano la totale mancanza di vitalità del romanzo e della poesia nell’Italia contemporanea?</strong></p>
<p>Non mi sembra che il problema sia la vitalità delle opere di narrativa e poesia italiana contemporanea, anche giudicando rispetto ad altre letterature europee, per esempio alla spagnola in castigliano, dato che io vivo in Spagna. Il nodo del problema mi sembra l’impossibilità, per molta di questa letteratura pubblicata dalla piccola e media editoria, di arrivare in libreria e di rimanerci per un periodo decente. Nel caso della poesia il problema assume proporzioni macroscopiche. Come può quindi il lettore rendersi conto della vitalità di questa letteratura, se materialmente non ha accesso a questi libri?</p>
<p>In quanto al secondo punto della domanda, vale a dire la vecchia storia dei nani e dei giganti, è un topos letterario che viene ripreso sin dal Medioevo. Se non da prima.</p>
<p><span id="more-32690"></span></p>
<p><strong>3) </strong><strong>Ti sembra che la tendenza verso un&#8217;industrializzazione crescente dell&#8217;editoria freni in qualche modo l&#8217;apparizione di opere di qualità?</strong></p>
<p>Se l’opera di qualità vende, no. Se l’opera di qualità non vende, sì. Di solito, si verifica la seconda condizione. Indubbiamente, l’industrializzazione crescente dell’editoria, che è una tendenza in corso il tutto il mondo, porta a esercitare una pressione commerciale crescente su tutti i libri, non solo sui presunti bestseller.</p>
<p><strong>4) </strong><strong>Ti sembra che le pagine culturali dei quotidiani e dei settimanali rispecchino in modo soddisfacente lo stato della nostra letteratura (prosa e poesia), e quali critiche faresti?</strong></p>
<p>Mi sembra impossibile che le pagine culturali dei quotidiani e dei settimanali possano rispecchiare in modo soddisfacente lo stato della nostra prosa, nel momento in cui un libro, spesso anche se pubblicato da un grande editore, resiste in libreria dai tre ai sei mesi, più spesso tre, soprattutto se confrontiamo questo dato con la quantità di libri che si pubblicano mensilmente in Italia. In quanto alla poesia, mi sembra che a quasi nessuno interessi recensirla, proprio perché è fuori dal mercato. Il compito delle pagine culturali dei quotidiani viene sempre più spesso assunto dai siti letterari di qualità; del resto, il mezzo-quotidiano e rivista è in decadenza storica, per quanto possa dispiacermi e dispiacerci.</p>
<p><strong>5) </strong><strong>Ti sembra che la maggior parte delle case editrici italiane facciano un buon lavoro in rapporto alla ricerca di nuovi autori di buon livello e alla promozione a lungo termine di autori e testi di qualità (prosa e/o poesia)?</strong></p>
<p>Posso rispondere a questa domanda solo considerando la punta dell’iceberg, vale a dire, la letteratura edita, dato che non faccio scouting di mestiere. Indubbiamente, oggi in Italia le piccole case editrici fanno molta più ricerca delle grandi. Questo ci sembra un dato fisiologico, ma lo è veramente? In quanto al lungo termine, penso sempre più spesso che il problema non sia fare il primo libro, ma il secondo.</p>
<p><strong>6) </strong><strong>Credi che il web abbia mutato le modalità di diffusione e di fruizione della nostra letteratura (narrativa e/o poesia) contemporanea? E se sì, in che modo?</strong></p>
<p>Di fruizione, no. Di comunicazione sulla nostra letteratura sì, secondo quanto dicevo al punto IV.</p>
<p><strong>7) </strong><strong>Pensi che la letteratura, o alcune sue componenti, andrebbero sostenute in qualche modo, e in caso affermativo, in quali forme? </strong></p>
<p>Con leggi sensate sull’editoria e riforme sensate della scuola, ad esempio.</p>
<p><strong> </strong></p>
<p><strong>Nella oggettiva e evidente crisi della nostra democrazia (pervasivo controllo politico sui media e sostanziale impunità giuridica di chi detiene il potere, crescenti xenofobia e razzismo &#8230;), che ha una risonanza sempre maggiore all&#8217;estero, ti sembra che gli scrittori italiani abbiano modo di dire la loro, o abbiano comunque un qualche peso?</strong></p>
<p>Dire la loro, possono dirla, almeno finché la Rete sarà libera, se non con altri mezzi. Ma chi li ascolta? Il problema mi sembra stia non nell’emissione ma nella ricezione del messaggio: e comunque, anche qui, il “qualche peso” per il lettore comune è un peso di mercato, dato che solo attraverso il successo di mercato il libro dello scrittore resta accessibile al lettore.</p>
<p><strong>8) </strong><strong>Nella suddetta evidente crisi della nostra democrazia, ti sembra che gli scrittori abbiano delle responsabilità, vale a dire che avrebbero potuto o potrebbero esporsi maggiormente e in quali forme?</strong></p>
<p>Concordo con quanto scriveva Andrea Inglese su queste pagine: in primo luogo, lo scrittore è un cittadino, un essere umano. E tutti i cittadini hanno delle responsabilità.</p>
<p><strong>9) </strong><strong>Reputi che ci sia una separazione tra mondo della cultura e mondo politico e, in caso affermativo, pensi che abbia dei precisi effetti?</strong></p>
<p>Questa domanda può essere interpretata in molti modi diversi. Ma per la politica, la cultura è quasi sempre instrumentum regni. Bisogna che il sentimento democratico sia veramente profondamente consolidato in un Paese perché ci sia spazio per un rapporto diverso tra politica e cultura.</p>
<p><strong>10) </strong><strong>Ti sembra opportuno che uno scrittore con convincimenti democratici collabori alle pagine culturali di quotidiani quali “Libero” e il Giornale, caratterizzati da stili giornalistici non consoni a un paese democratico (marcata faziosità dell&#8217;informazione, servilismo nei confronti di chi detiene il potere, prese di posizione xenofobe, razziste e omofobe &#8230;), e che appoggiano apertamente politiche che portano a un oggettivo deterioramento della democrazia?</strong></p>
<p>La democrazia è dissenso nel merito, accordo sul metodo. Oggi in Italia è il metodo democratico ad essere in discussione, tanto profondamente che un gesto che teoricamente dovrebbe essere democratico – offrire spazio a voci dissenzienti dalla propria – si trasforma nel suo contrario. Oggi chi è di destra e di sinistra in Italia abita letteralmente mondi diversi, percepisce con occhi diversi cose diverse. Ma se un mondo non è il tuo mondo, come fai a respirarne l’atmosfera?</p>
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		<title>La responsabilità dell&#8217;autore: Marcello Fois</title>
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		<dc:creator><![CDATA[redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 13 Apr 2010 11:00:46 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[indiani]]></category>
		<category><![CDATA[crisi della democrazia]]></category>
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					<description><![CDATA[[Dopo gli interventi di Helena Janeczek e Andrea Inglese, abbiamo pensato di mettere a punto un questionario composto di 10 domande, e di mandarlo a un certo numero di autori, critici e addetti al mestiere. Dopo Erri De Luca, Luigi Bernardi, Michela Murgia, Giulio Mozzi, Emanule Trevi, Ferruccio Parazzoli, Claudio Piersanti, Franco Cordelli, Gherardo Bortolotti, [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/04/fois.jpg"><img loading="lazy" decoding="async" class="aligncenter size-medium wp-image-32806" title="fois" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/04/fois-292x300.jpg" alt="" width="292" height="300" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/04/fois-292x300.jpg 292w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/04/fois.jpg 432w" sizes="auto, (max-width: 292px) 100vw, 292px" /></a></p>
<p>[Dopo gli interventi di <a href="https://www.nazioneindiana.com/2010/01/20/pubblicare-per-berlusconi/">Helena Janeczek</a> e <a href="https://www.nazioneindiana.com/2010/01/26/su-letteratura-e-politica-la-penso-proprio-come-george-orwell-e-danilo-kis/">Andrea Inglese</a>, abbiamo pensato di mettere a punto un questionario composto di 10 domande, e di mandarlo a un certo numero di autori, critici e addetti al mestiere. Dopo <a href="https://www.nazioneindiana.com/2010/02/17/il-calzolaio/">Erri De Luca</a>, <a href="https://www.nazioneindiana.com/2010/02/19/la-responsabilita-dell%E2%80%99autore-luigi-bernardi/">Luigi Bernardi</a>, <a href="https://www.nazioneindiana.com/2010/02/22/la-responsabilita-dell%E2%80%99autore-michela-murgia/">Michela Murgia</a>, <a href="https://www.nazioneindiana.com/2010/02/27/la-responsabilita-dellautore-giulio-mozzi/">Giulio Mozzi</a>, <a href="https://www.nazioneindiana.com/2010/03/02/la-responsabilita-dellautore-emanuele-trevi/">Emanule Trevi</a>, <a href="https://www.nazioneindiana.com/2010/03/06/la-responsabilita-dellautore-perazzoli/">Ferruccio Parazzoli</a>, <a href="https://www.nazioneindiana.com/2010/03/09/la-responsabilita-dellautore-claudio-piersanti/">Claudio Piersanti</a>, <a href="https://www.nazioneindiana.com/2010/03/14/la-responsabilita-dellautore-franco-cordelli/">Franco Cordelli</a>, <a href="https://www.nazioneindiana.com/2010/03/16/la-responsabilita-dellautore/">Gherardo Bortolotti,</a> <a href="https://www.nazioneindiana.com/2010/03/20/la-responsabilita-dellautore-dario-voltolini/">Dario Voltolini</a>, <a href="https://www.nazioneindiana.com/2010/03/23/la-responsabilita-dellautore-tommaso-pincio/">Tommaso Pincio</a>, <a href="https://www.nazioneindiana.com/2010/03/26/32231/">Alberto Abruzzese</a>, <a href="https://www.nazioneindiana.com/2010/03/30/la-responsabilita-dellautore-nicola-lagioia/">Nicola Lagioia</a>, <a href="https://www.nazioneindiana.com/2010/04/06/la-responsabilita-dellautore-christian-raimo/">Christian Raimo</a>, <a href="http://https://www.nazioneindiana.com/2010/04/10/la-responsabilita-dellautore-gianni-celati/">Gianni Celati</a>, ecco le risposte di Marcello Fois]</p>
<p><strong><em>Come giudichi in generale, come speditivo apprezzamento di massima, lo stato della nostra letteratura contemporanea (narrativa e/o poesia)? Concordi con quei critici che denunciano la totale mancanza di vitalità del romanzo e della poesia nell’Italia contemporanea?</em></strong></p>
<p><strong><em> </em></strong>In generale chi giudica lo stato di salute della letteratura italiana attuale non legge abbastanza o legge solo quello che arriva sulla sua scrivania. Sono esploratori che visitano la Papuasia o la Nuova Guinea solo attraverso i documentari del National Geographic e poi si lamentano che non esiste più il selvaggio autentico. Ecco, attraverso questa esplorazione pigra, questa visione addomesticata, della letteratura italiana contemporanea risulta evidente che siamo disperatamente immersi in una condizione spiraloide di letteratura “attuale” che ha poco a che fare col presente… E’ passeggera, spesso labile in maniera deprimente inserita in una contingenza costante… Oggi c’è, domani è definitivamente scomparsa. Siamo circondati da scrittori tristemente più famosi dei propri libri… Di teorici al rovescio che prima scrivono e poi elaborano, prima promuovono e poi scrivono… di quantità che disattendono qualunque qualità. Ma i pochi che si spingono oltre le colonne d’Ercole degli uffici stampa possono avere grandi sorprese, il sottobosco, la giungla vera, nasconde molte meraviglie… In ogni caso se la letteratura piange la Critica nel nostro Paese non ride di certo.</p>
<p><strong><em>Ti sembra che la tendenza verso un&#8217;industrializzazione crescente dell&#8217;editoria freni in qualche modo l&#8217;apparizione di opere di qualità?</em></strong></p>
<p><strong><em> </em></strong>Non c’è niente che possa frenare l’apparizione di opere di qualità se non l’assenza di artisti di qualità.<span id="more-32797"></span><strong><em></em></strong></p>
<p><strong><em>Ti sembra che le pagine culturali dei quotidiani e dei settimanali rispecchino in modo soddisfacente lo stato della nostra letteratura (prosa e poesia), e quali critiche faresti?</em></strong></p>
<p>La tendenza è quella di far piovere sul bagnato, paradossalmente ha spazio solo chi avrebbe comunque spazio. O chi è morto almeno da una decina d’anni. Senza contare che quando appare sui quotidiani una recensione è stata abbondantemente concordata.</p>
<p><strong><em>Ti sembra che la maggior parte delle case editrici italiane facciano un buon lavoro in rapporto alla ricerca di nuovi autori di buon livello e alla promozione a lungo termine di autori e testi di qualità (prosa e/o poesia)?</em></strong></p>
<p>La mia indubbiamente. Ma non mi preoccuperei più di tanto di questo. L’assenza di selezione produce una selezione a posteriori, il novanta per cento di quello che si pubblica sparisce “dans l’éspace d’un matin”, la gara è quella di rimanere. Paradossalmente direi che preferisco vivere nel Paese in cui si pubblica qualcuno di più piuttosto che qualcuno di meno.</p>
<p><strong><em>Credi che il web abbia mutato le modalità di diffusione e di fruizione della nostra letteratura (narrativa e/o poesia) contemporanea? E se sì, in che modo?</em></strong></p>
<p>Non sempre positivamente. Da un lato il web ha funzionato come straordinaria cassa di risonanza, dall’altro però ha trasmesso l’illusione che chiunque abbia titoli per parlare di letteratura. Ha reso il lettore, anche quello saltuario o mediocre, protagonista. Ha fatto protagonista persino il non lettore, che in un sito di scrittura può affermare il suo inalienabile diritto di giudicare quanto non ha mai letto. E’ un paradosso che ha evidenziato la necessità assoluta di una critica che non abdichi al suo compito di custodire, interpretare, e mettere in campo, un patrimonio inestimabile. Il confronto diretto è solo apparentemente democratico, non vedo scrittori che discutono di operazioni a cuore aperto in siti di cardiologia, ammesso che non siano medici. Ci sono spazi in cui si va per curiosità e per apprendere e altri in cui oltre a questo, si ha titolo per intervenire. Vorrei più lettori con più argomentazioni, ma vedo solo scrittori che parlano tra loro o non lettori che farneticano. La democrazia è costosissima, e diventa sempre più rara, non dovremmo sprecarla, confondendo il sacrosanto diritto di parola con la fisiologia fonetica.</p>
<p><strong><em>Pensi che la letteratura, o alcune sue componenti, andrebbero sostenute in qualche modo, e in caso affermativo, in quali forme? </em></strong></p>
<p>Basterebbe il rispetto non solo formale, o non solo servile, nei confronti del mestiere dello scrittore.</p>
<p><strong><em>Nella oggettiva e evidente crisi della nostra democrazia (pervasivo controllo politico sui media e sostanziale impunità giuridica di chi detiene il potere, crescenti xenofobia e razzismo &#8230;), che ha una risonanza sempre maggiore all&#8217;estero, ti sembra che gli scrittori italiani abbiano modo di dire la loro, o abbiano comunque un qualche peso?</em></strong></p>
<p>Siamo un Paese in libertà condizionata. Siamo governati da pagliacci e la prospettiva è quella di essere governati da clowns. Il peso di uno scrittore tuttavia non dipende da queste contingenze. Il nostro compito è quello di essere animali naturalmente politici. La letteratura politica nell&#8217;intenzione non è mai veramente politica, come sempre l&#8217;unico modo di incidere per un romanzo è la buona scrittura. Le parole, i concetti espressi perfettamente sono la politica dello scrittore. Credo che in letteratura quanto più ci si impegna ad essere politici, tanto più si evita di esserlo: Aristofane e Pasolini, per esempio, non erano autori programmaticamente politici, erano uomini ricchi di senso critico, con uno sguardo profondo, con un pensiero autonomo, con una scrittura magnifica. E differenziavano, senza ambiguità, i sistemi di comunicazione il cittadino e lo scrittore coincidevano certo nella buona scrittura, ma tra “Le Ceneri di Gramsci” e l’editoriale “Io so” io vedo una differenza sostanziale: il primo è uno scrittore civile, il secondo è un civile scrittore.</p>
<p><strong><em>Nella suddetta evidente crisi della nostra democrazia, ti sembra che gli scrittori abbiano delle responsabilità, vale a dire che avrebbero potuto o potrebbero esporsi maggiormente e in quali forme?</em></strong></p>
<p>La forma è una sola: la Scrittura. Per molti un ostacolo insormontabile è la sintassi, per altri il coraggio. Il lavoro dello scrittore dal mio punto di vista consiste nel mettere al servizio il proprio talento anche in settori apparentemente estranei. Lo dicevo prima, un buon editoriale su un quotidiano  smuove altrettanti cervelli che un buon romanzo, con la differenza che non è mediato, quindi scopre maggiormente chi lo scrive. Questo è il motivo per cui pochissimi scrittori intervengono nei mezzi di massa. Pasolini, come detto, resta in questo senso il paradigma italiano contemporaneo. Ma anche Antonio Tabucchi, Antonio Moresco. Camilleri anche. Lucarelli anche. Michela Murgia. Scurati. Io ci provo.</p>
<p><strong><em>Reputi che ci sia una separazione tra mondo della cultura e mondo politico e, in caso affermativo, pensi che abbia dei precisi effetti?</em></strong></p>
<p><strong><em> </em></strong>Credo che una differenza debba assolutamente esserci. In quanto scrittore, intellettuale, cittadino, il compito che mi sono dato è di far dormire malissimo il politico di turno. Se riesco a farlo incavolare almeno due volte al giorno sono soddisfatto.</p>
<p><strong><em>Ti sembra opportuno che uno scrittore con convincimenti democratici collabori alle pagine culturali di quotidiani quali «Libero» e «il Giornale», caratterizzati da stili giornalistici non consoni a un paese democratico (marcata faziosità dell&#8217;informazione, servilismo nei confronti di chi detiene il potere, prese di posizione xenofobe, razziste e omofobe&#8230;), e che appoggiano apertamente politiche che portano a un oggettivo deterioramento della democrazia?</em></strong></p>
<p>Me lo sono chiesto e mi sono risposto che non è opportuno per me. Qualcuno mi ha detto che, per lo stesso motivo, non dovrei pubblicare per Einaudi. Mi pare un alibi o un “excusatio non petita”. La mia casa editrice fa parte di un gruppo di grandi e nobili case editrici Italiane preesistenti a Berlusconi, la storia del nostro martoriato Paese non è iniziata e non finirà con lui. La letteratura resta, i Cavalieri passano. Altra cosa sono i quotidiani a cui lei accenna. Quei giornali sono strumenti, armi, messi a punto esattamente per fungere da organi di partito. Quindi, non essendo gli organi del mio partito, non ho intenzione di scriverci o di concedergli interviste. Sono fazioso, partigiano.</p>
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