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	<title>cucina &#8211; NAZIONE INDIANA</title>
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		<title>Tre personaggi in cerca d&#8217;amore</title>
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		<dc:creator><![CDATA[orsola puecher]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 17 Oct 2008 09:00:46 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[di Sergio Garufi Nicole vive col marito Martino e la figlia Arianna in un piccolo appartamento di una casa di ringhiera. Hanno appena finito di cenare. Lui è andato nello studiolo a stampare alcuni preventivi che gli serviranno l’indomani e Arianna si è chiusa in camera sua, ha mandato un sms a un’amica di scuola [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p align="center"><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/10/teguise.jpg"><img fetchpriority="high" decoding="async" class="aligncenter size-full wp-image-9648" title="teguise" alt="" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/10/teguise1.jpg" width="489" height="426" /></a></p>
<p>di <strong>Sergio Garufi </strong></p>
<p style="padding-left: 105px;">Nicole vive col marito Martino e la figlia Arianna in un piccolo appartamento di una casa di ringhiera. Hanno appena finito di cenare. Lui è andato nello studiolo a stampare alcuni preventivi che gli serviranno l’indomani e Arianna si è chiusa in camera sua, ha mandato un sms a un’amica di scuola e si è messa a ballare con la musica di <em>Viva la vida</em> dei Coldplay. Arianna ha 16 anni ed è innamorata di Francesco, uno studente dell’istituto alberghiero di un anno più grande di lei. Lui ha la passione della cucina, da grande vuole fare il cuoco; lei dipinge quadri astratti, legge tanto come la madre e gioca a pallavolo. <span id="more-9647"></span>Quando camminano per strada il mondo intorno non esiste, ognuno è perso negli occhi dell’altro. Nicole li chiama scherzosamente “I coniugi di Erba”, alludendo a Olindo e Rosy, gli assassini innamorati che ora sognano una cella matrimoniale. Nei lunghi pomeriggi che trascorrono assieme nella casa vuota dei genitori di lui, Arianna e Francesco sperimentano nuovi piatti e fanno l’amore. Lei gli chiede consigli sui suoi dipinti e lui le fa assaggiare i suoi esperimenti culinari. Per loro la vita è una sterminata distesa di possibilità, tutto è ancora da compiersi. In cucina Nicole sta lavando i piatti. E’ triste, si sente prigioniera di un rapporto finito. Col tempo le differenze e la mancanza di interessi comuni hanno allargato il fossato che li divide. Da anni ormai il loro letto è silenzioso, e gli occasionali tradimenti sono solo brevi ore d’aria in una detenzione di cui non vede la fine. Forse quando Arianna sarà grande, pensa, potrò andarmene, ma col suo stipendio da impiegata statale avrà sempre bisogno di un uomo col quale condividere le spese. La notte precedente, a letto nel dormiveglia, Martino ha scoreggiato rumorosamente. Per lei è stato lo sfregio definitivo, e le scuse imbarazzate e tardive del marito, sussurrate in un orecchio quando è rientrato da lavoro, le hanno solo confermato l’intenzionalità dell’atto, la volontà di ferirla. Adesso, mentre sta finendo di lavare i piatti, sogna di scappare a Parigi, la città delle mille librerie, dove si può essere poveri senza vergognarsi, dove anche l’aria che respiri è poetica. Arianna entra in cucina in quel momento, prende un bicchiere di aranciata dal frigo e avverte qualcosa nel silenzio assorto della madre con ancora le mani nel lavello. Le dice: “Mamma, perché non vai a Parigi? E’ il tuo sogno. Io e papà staremo bene, tu ci verrai a trovare spesso. Vai, che ci stai a fare qui?” Nicole la guarda e sorride. Poi si avvicina, l&#8217;abbraccia forte e piange in silenzio. Per un attimo, i loro inconsci hanno dialogato.</p>
<p style="padding-left: 105px;">Camilla domani compie 5 anni. In famiglia sono tutti orgogliosi di lei, la chiamano “il fenomeno” perché sa già scrivere e leggere, anche al computer. Lo fa sul portatile della madre, un MacBook con la copertina fucsia che accende da sola. Ha due fratelli, uno di 3 e l’altro di 7 anni. Dormono insieme nella stessa cameretta: Marco e Andrea su un letto a castello e lei su un lettino. Sono le nove e mezza di sera e la madre li invita ad andare a dormire. Camilla è nascosta dietro le tende del soggiorno, che sono un po’ scostate dalla parete. Quei 30 cm x 2 metri sono la sua casa di fantasia, uno spazio tutto per lei dove riceve e parla con amici immaginari. Quando è a letto, si spegne la luce e i suoi fratellini finalmente dormono, Camilla resta ancora un po’ con gli occhi aperti a fissare quel buio impenetrabile, e l’assale il timore che nella vita nulla esista al di fuori di lei, che sia tutto un teatro fondato sulla sua effimera presenza, una commedia che svanirà quando lei uscirà di scena. Al risveglio le càpita spesso di guardare in faccia le persone per cercare di capire se stanno recitando o meno. A scuola gioca con gli amichetti a un-due-tre-stella!, poi quando esce si accorge che ad aspettarla accanto alla madre c’è suo zio Emanuele, elegantissimo in giacca e cravatta perché appena uscito dall’ufficio. Lei è abituata a vederlo vestito sportivo, quando va in moto a trovarla la domenica pomeriggio. Ora è venuto a farle gli auguri e portarle un regalo, il portafoglio rosa delle Winx. Le dice che ormai è grande e deve avere i suoi soldini. Dentro ci sono 5 euro in monete. Lei è felice, lui la prende in braccia e la sbaciucchia sulle guance. In questo momento il mondo ha un’altra consistenza, non è più una finzione inquietante. In macchina, ritornando a casa, dice: “Mamma, che bello che è lo zio Lele, è bello come un fidanzato”.</p>
<p style="padding-left: 105px;">Prima ancora di essere il luogo dell’apprendimento, la scuola è il luogo della formazione dei ricordi e della personalità. Con Luca feci tutte le elementari e le medie, era il mio migliore amico. Poi io mi trasferii a vivere altrove con la mia famiglia e i nostri rapporti si allentarono. Altre scuole, altri paesaggi, altri amici e amori. Però ogni tanto ci si sentiva, non ci perdemmo mai di vista. Finito il turistico lui incominciò a fare il fotografo. Faceva reportage di viaggi, lavorava per i giornali più noti. Il suo passaporto era pieno di timbri di paesi stranieri, lo doveva cambiare prima della scadenza normale perché presto esauriva le pagine disponibili. Se ripenso a quando eravamo piccoli, mi rendo conto che da subito aveva manifestato quella passione. In fondo è un uomo fortunato, fa quello che ha sempre sognato. Nella sua cameretta c&#8217;era un piccolo mappamondo, di quelli che si illuminano internamente. Gli piaceva farlo girare e a occhi chiusi indicare un punto a caso del globo. Poi, aperti gli occhi, mi diceva tutto di quel paese: capitale, numero di abitanti, stati confinanti, tipo di economia. A quel tempo il mio mappamondo era il dizionario, che scorrevo con la stessa curiosità. Scrivere è stato il mio modo di viaggiare, a sei anni siamo già formati, a leggere bene c’è già tutto ciò che saremo. L’altro giorno mi è comparso fuori dal negozio. Mi guardava sorridendo col suo faccione dalla vetrina. Erano sette anni che non lo vedevo. Ora è molto ingrassato, vive a Teguise e da lì si sposta per tutti i suoi giri. Siamo andati a bere qualcosa in centro, mi ha raccontato che a maggio ha avuto un piccolo infarto, l&#8217;hanno portato all&#8217;ospedale in elicottero. Ma non drammatizza mai, lui è un ercolino sempre in piedi. Si è messo con una nuova ragazza, e io l’ho invitato a cena la sera successiva, così gli presentavo la mia. Cinzia di lui non sa nulla. Gli fa i complimenti per la scelta coraggiosa di abbandonare questa città orribile, ma non sa che vi è stato quasi costretto. Certe scelte radicali si prendono solo quando la vita ti mette con le spalle al muro. Lui era arrivato a un punto in cui non riusciva più a lavorare, si era guastato i rapporti di lavoro con tutti quelli che contano a Milano ed era pieno di debiti. E’ che è un casinista di natura, totalmente inaffidabile. Prende un impegno e non lo rispetta, dà bidoni a destra e a manca, e l’unica cosa che lo ha salvato dal naufragio totale è il suo talento cristallino. In un momento di particolare stasi del lavoro, quando tutte le porte sembravano chiuse per lui, ha approfittato di una vacanza alle Canarie per andare a trovare la sorella che ci viveva da prima di lui. Lì ha conosciuto una ragazza del posto, che faceva il medico condotto, era separata e aveva un figlio piccolo, e ha deciso di trasferirsi. I primi tempi campava realizzando cartoline e gadget vari. Mentre racconta la sua versione dei fatti, molto più edulcorata di quella che so io, lo guardo con malinconia e tenerezza. Conosco i suoi dolori, il fatto che ha perso presto entrambi i genitori e a volte si sente solo. Mi spiace che fra noi ci siano così tanti chilometri, mi spiace non conoscere casa sua, la sua nuova donna, il nuovo orizzonte che lo ha accolto. So che a quello che dice va fatta la tara, e che non saranno tutte rose e fiori, però un po’ lo invidio lo stesso, almeno lui è stato coerente anche nelle contraddizioni. Un sacco di volte, quando era qui, mi faceva incazzare, ed evitavo di vederlo pure per lunghi periodi, ma so che sono importante per lui, che nella sua vita conto, e anche se ha mille conoscenze in giro per il mondo, alla fine è me e pochi altri che cerca. Terminata la cena ci mostra le foto della sua nuova vita. Le ha sul cellulare e le riversiamo sul pc. Ci sono volti che non conosco. Ora la sua donna è una trentacinquenne di Terni, anche lei separata, incontrata mentre era in vacanza alle Canarie. Ha mollato tutto e lo ha raggiunto lì. E’ una piccolina bionda, carina, ritratta in spiaggia in topless. Hanno un furgone e lui ha realizzato una sorta di tendalino trasparente che li protegge dalla sabbia trasportata dal vento senza privarli della vista del panorama. Insieme fanno immersioni e vanno a pesca con una barca di amici. Con la ragazza precedente le cose non andavano bene, e dopo tre anni si sono lasciati. Gli dispiace per il bambino, non vederlo più, e penso che in queste separazioni chi soffre senza averne colpa è l’indotto, i parenti acquisiti e persi. Ci racconta che a Teguise sono censite 56 nazionalità diverse, tutto un mondo di naufraghi approdati in quell&#8217;isola in seguito a fallimenti sentimentali o economici. Ha una compagnia di amici cosmopolita, ognuno con la sua storia di fughe e speranze. Poco prima di uscire Luca va su Google earth, zoommando identifichiamo casa sua in mezzo a una serie di crateri vulcanici. E’ una villetta bianca isolata e circondata solo da fichi d&#8217;india. Dice che non c&#8217;è inquinamento luminoso, che a volte la sera, dopo una faticosa giornata di lavoro, lui e lei spengono le luci, si sdraiano abbracciati e stanchi su un materasso in terrazzo e si addormentano guardando le stelle.</p>
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		<title>Piccola cucina cannibale</title>
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		<dc:creator><![CDATA[max rizzante]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 15 Oct 2008 12:00:00 +0000</pubDate>
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		<category><![CDATA[amore]]></category>
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					<description><![CDATA[di Lello Voce Piccola cucina cannibale a J. ho bisogno di una scorciatoia lenta e di una vita che mi menta dove si senta il suono spento d´ogni sentimento io ho bisogno di un sogno lasciato indietro di trovare un metro alla menzogna di sfuggire alla gogna bisogno di silenzio di assenzio e mugugno ho [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.amazon.it/gp/product/8860871476/ref=as_li_ss_tl?ie=UTF8&amp;camp=3370&amp;creative=24114&amp;creativeASIN=8860871476&amp;linkCode=as2&amp;tag=bamaulion-21"><img decoding="async" class="size-full wp-image-9567 alignright" title="cucinacannibale1" alt="" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/10/cucinacannibale1.jpg" width="189" height="186" /></a><strong>di Lello Voce</strong></p>
<p><strong>Piccola cucina cannibale</strong></p>
<p>a J.</p>
<p>ho bisogno di una scorciatoia lenta e di una vita che mi menta<br />
dove si senta il suono spento d´ogni sentimento io ho bisogno<br />
di un sogno lasciato indietro di trovare un metro alla menzogna<br />
di sfuggire alla gogna bisogno di silenzio di assenzio e mugugno<br />
ho bisogno di tatto d´olfatto di dare di matto sfuggire allo scacco<br />
bisogno di occhi e polpastrelli di lingua di narici di mitragliatrici<br />
di un gorgo sordo che inghiotta il futuro di una vena delle tue radici<span id="more-9558"></span></p>
<p>) strappami le pupille e masticale con tenerezza assapora il gusto<br />
amaro dello sparo e la polvere che ho sparso sulle emozioni tagliami<br />
la lingua e brucia la punta fino a che il fumo non si fa incenso,<br />
fino trovare un senso)</p>
<p>se ancora esisto è per nutrirti per stupirti per sfuggirti e per tradirti<br />
metterti spalle al muro all´angolo e chiederti di arrenderti al segno<br />
ambiguo che ci separa all´aria rara che sta tra noi e ci unisce in<br />
un soffio al vuoto d´ogni nostro moto se ancora esisto è per dirti<br />
per favore continua a stupirti per dirti bada che amore non fa rima<br />
con cuore ma con il rombo del dolore con i muscoli strappati che<br />
carezzi a sera con l´unica cosa vera sangue versato che fa primavera</p>
<p>) divaricami le gambe e staccale dal tronco smonta le ginocchia<br />
svuotale di liquidi e parole asciugale al fuoco lento del dubbio<br />
affonda l´accetta alle natiche con un colpo secco e netto dividimi<br />
fammi a pezzi divorami)</p>
<p>se ancora esisto è per dirti di non credere una sola parola di affilare<br />
lo sguardo come lama puntata alla gola di continuare a credere che<br />
anche il tacchino vola anche a costo di restare sola anche a costo di<br />
essere tu a dire l´ultima parola se ancora esisto è per l´acrobazia<br />
che mai non sazia per quest´ultima carezza un attimo prima del<br />
respiro affannato che mi spezza è per leccarti le mani con dolcezza<br />
per bere il tuo sale asciugarti il male è per amore o per quel che vale</p>
<p>) tagliami le orecchie con cura e ricucile ai lati delle labbra e le<br />
palpebre i polpastrelli applicali alla lingua con spilli e virgole e<br />
punti là dove batte là dove il dente duole e pulsa in grumi di dignità<br />
il ritmo del dolore l´accento della libertà)</p>
<p>ho bisogno di dimenticare il futuro di immaginare il passato bisogno<br />
di fiato caldo sul collo di minacce di ricatti di violenza di una lenza<br />
avvelenata bisogno di un´unica durata liscia come uno specchio come<br />
il ghiaccio che il filo dei pattini fende come fosse il taglio d´una storia<br />
comune un percorso un morso di vita che stride di lame e uccide io<br />
ho bisogno di pelle e d´olfatto ma tu guardami senza toccarmi e ora<br />
rubami la vita con destrezza amor mio e poi spegnimi con dolcezza</p>
<p><em>Piccola cucina cannibale</em> (5´ 58&#8243;)<br />
(Testi di Lello Voce, musica di Paolo Fresu e Frank Nemola)<br />
Lello Voce &#8211; spoken word<br />
Paolo Fresu &#8211; tromba<br />
Frank Nemola &#8211; elettronica<br />
Registrato e mixato a Bologna &#8211; LittleBird Street Studios &#8211; 2008.</p>
<p><em>Piccola cucina cannibale</em> fa parte de<br />
<em><a href="http://www.amazon.it/gp/product/8860871476/ref=as_li_ss_tl?ie=UTF8&amp;camp=3370&amp;creative=24114&amp;creativeASIN=8860871476&amp;linkCode=as2&amp;tag=bamaulion-21" target="_blank">L´esercizio della lingua</a> (Poesie 1991-2008)</em>, Le Lettere, Firenze, 2008 (Patrocinio morale della Fondazione Fabrizio De Andrè &#8211; ONLUS) nella collana Fuori Formato, diretta da Andrea Cortellessa.<br />
Ad accompagnare il libro ci sarà un Dual Disc (CD audio + DVD, riuniti in uno stesso supporto) che, nella sua parte audio, conterrà un nuovo disco di poesia, <em>Piccola cucina Cannibale</em>, con le musiche di Paolo Fresu, Michael Gross e Frank Nemola e una singolare &#8216;cover&#8217; poetica della <em>Canzone del Maggio</em> di Fabrizio De André.<br />
Il lato DVD contiene invece i video originali di Giacomo Verde e Robert Rebotti e una serie di materiali audio-video d´archivio.<br />
L&#8217;immagine di copertina e quelle dei risvolti interni sono di Silvio Merlino</p>
<p><em>L&#8217;esercizio della lingua<br />
(Poesie, 1991-2008)</em><br />
Le Lettere, Firenze, 2008<br />
pp. 150 [con Dual Disc], €. 28,00<br />
Introduzione di Gabriele Frasca<br />
Postfazione di Marianna Marrucci<br />
con un intervento in versi di Wu Ming 1<br />
e un saggio musicologico di Stefano La Via</p>
<p>Per scaricare/ascoltare il file audio MP3 di Piccola cucina cannibale il link è:<br />
<audio class="wp-audio-shortcode" id="audio-9558-2" preload="none" style="width: 100%;" controls="controls"><source type="audio/mpeg" src="http://www.lellovoce.altervista.org/IMG/mp3/Voce_Fresu_-_Piccola_cucina_cannibale.mp3?_=2" /><a href="http://www.lellovoce.altervista.org/IMG/mp3/Voce_Fresu_-_Piccola_cucina_cannibale.mp3">http://www.lellovoce.altervista.org/IMG/mp3/Voce_Fresu_-_Piccola_cucina_cannibale.mp3</a></audio></p>
<p>Per scaricare/vedere il video originale di Giacomo Verde e Robert Rebotti dedicato al Lai del Ragionare lento il link è:<br />
http://video.google.it/videoplay?docid=4932577447989581223&#038;hl=it</p>
<p>Per acquistare on line il libro/disco sul sito de Le Lettere con lo sconto del 15% il link è:<br />
<a href=" http://www.lelettere.it/site/e_Product.asp?IdCategoria=&amp;TS02_ID=1377" target="_blank"> http://www.lelettere.it/site/e_Product.asp?IdCategoria=&amp;TS02_ID=1377</a></p>
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		<title>Nascita di una passione</title>
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		<dc:creator><![CDATA[domenico pinto]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 24 May 2008 05:57:12 +0000</pubDate>
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		<category><![CDATA[indiani]]></category>
		<category><![CDATA[cucina]]></category>
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					<description><![CDATA[di Federico Lenzi La cucina economica nera, piena di carbone e di legna, brilla come una zucca illuminata. Gli sbattiuova ronzano, i cucchiai girano e girano intorno alle scodelle di burro e zucchero, la vaniglia addolcisce l’aria, lo zenzero la rende piccante; odori di cottura, morbidi e stuzzicanti, saturano la cucina, si diffondono per la [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Federico Lenzi</strong></p>
<h5 style="padding-left: 150px;">La cucina economica nera, piena di carbone e di legna, brilla come una zucca illuminata. Gli sbattiuova ronzano, i cucchiai girano e girano intorno alle scodelle di burro e zucchero, la vaniglia addolcisce l’aria, lo zenzero la rende piccante; odori di cottura, morbidi e stuzzicanti, saturano la cucina, si diffondono per la casa, si allargano nel mondo con gli sbuffi di fumo del camino.</h5>
<h5 style="padding-left: 150px;">Truman Capote, da <em>Un ricordo di Natale</em></h5>
<p>Quando ero piccolo la casa dei nonni è stata per me una scuola di odori. Ero alto come il tavolo della cucina di Siena o di Chiusdino, e forse proprio le dimensioni contenute mi permettevano di curiosare tra i fornelli senza essere ripreso. Mi ricordo mio nonno e mia nonna, una ditta gastronomica che si attivava dalle prime ore del mattino. Nonno Guido si era costruito la fama di esperto di cibarie, e così mi portava con lui a cercare spigole e tartufi, ma anche cose più banali, come le bombolette di seltz dal Mancini in Piazza del Campo. Quel distributore dell&#8217;acqua di seltz rosso fiammante ha allietato non poco le mie inestinguibili seti estive. Mio babbo diceva che al nonno appiccicavano il pesce vecchio, ma ai miei occhi di bambino la sua infallibilità di gastronomo incallito sembrava inevitabile, e del nonno mi fidavo come ci si fida dei grandi, quando si è piccoli.<span id="more-5972"></span></p>
<p>Dopo i giri dietro di lui negli spacci <em>must</em> della gola senese, Manganelli Morbidi &amp; Co, tornavamo nella casa del Casato, via ombrosa che ha così bene descritto Luzi, e lì cominciava l&#8217;azione della nonna, coadiuvata all&#8217;epoca da Pasqualina, non una torta ma una signora chiusdinese che l&#8217;ha aiutata in casa per tanti anni. Ora, appassionarsi di cucina in compagnia di mia nonna, è un po&#8217; come ammalarsi di erotismo in un convento di clausura. Mi spiego. Mia nonna, che pure è diplomata in pianoforte con il massimo dei voti, difetta di fantasia. Forse la vita non le ha lasciato molto spazio all&#8217;immaginazione, o forse il contrario, è lei a non aver lasciato alla vita un qualche margine di sorpresa. Per farla corta, secondo mia nonna cucinare e tenere in ordine la casa erano la sua missione suprema, e l&#8217;ha onorata come un soldato integerrimo onora la divisa. Per il piccolo mago entrare nella cucina della nonna era a mezzo fra l&#8217;entrare in un monastero e in una corte marziale. Austerità e rigore, senza alcun risparmio. Ricordo il cencio bianco steso e infarinato per i ravioli ricotta e spinaci; le fantozziane zuppe inglesi, di una pesantezza fuori dalla grazia di Dio. Ricordo la preparazione del pollo in galantina, a Lepanto in confronto fu una passeggiata. Il fatto è che, qualsiasi cosa uscisse da quella cucina o quasi, ecco, era buono. E quando la porta a vetri ziglinati si chiudeva, dentro qualcuno stava friggendo il friggibile, dai conigli alle cotolette col salame, dai carciofi alle patate.</p>
<p>Due grandi regole generali organizzavano la cucina di mia nonna: prima di tutto pesantezza, e poi divieto di qualsiasi abbinamento logico. Un pranzo importante di mia nonna poteva essere così strutturato: risotto coll&#8217;umido di carne, cacciucco, carote al burro e zuppa inglese. Da ammazzare un toro. Mia mamma c&#8217;ha perso prima lo stomaco, poi il sonno. A ripensarci, non mi spiego perché mi ricordi così bene i pasti dalla nonna, e non quelli in casa mia, che rappresentano comunque la stragrande maggioranza. Di mia nonna ricordo il carrello, con il quale l&#8217;apparecchiatura e i vassoi venivano traghettati dalla cucina al soggiorno e ritorno; i piatti fondi e pesanti; il vino fatto da lei &#8211; come potrei dimenticarlo? &#8211; che è il più cattivo d&#8217;Europa, ma molto annacquato è quasi bevibile. Ricordo le merende chiusdinesi, il pane con vino e zucchero, o col pomodoro strusciato e l&#8217;olio buono. Ora mia nonna non cucina praticamente più, i piatti e le pentole se ne stanno a riposo dentro i mobili di cucina, nuovi per colpa di una bombola del gas a cui prese il ghiribizzo di esplodere. Ma come su un campo di battaglia sembra di sentire il clangore delle armi, in cucina di mia nonna si respirano ancora i fasti di passate stagioni, si coglie l&#8217;eternità nel pensiero di un soffritto d&#8217;aglio e cipolla.</p>
<p>Quando frequentavo le scuole medie, e vivevamo al piano sotto ai nonni, il giorno che avevo i rientri per la musica mangiavo da loro, ed i tempi erano serrati, perché uscivo alle 13:20 e dovevo rientrare alle 14. Pasta in tavola alle 13:25, nonno Guido scrutava l&#8217;orizzonte in terrazza, e quando mi vedeva sbucare dal Casato di Sopra, gridava, rivolto al portone di casa aperto: arriva! Poi lasciavo il pesantissimo zaino nell&#8217;ingresso, mi mettevo il tovagliolo alla Alberto Sordi, e mangiavo tranquillamente 150 grammi di pasta, a 12 anni. I miei sughi preferiti erano uno molto semplice con salsa di pomodoro aglio e salvia, oppure le arselle, la matriciana, quattro formaggi. Nella carbonara la nonna metteva un chilo di burro, e con gli anni mi sono insospettito fino a ostracizzare quella versione ipercalorica della divina vivanda. Insomma, quei pranzi in volata erano delle mazzate da abbattere un adulto, secondo me i problemi con la respirazione sono cominciati lì. Provate voi a suonare un flauto traverso dopo un pranzo luculliano e una corsa per tornare a scuola.</p>
<p>Ci sarebbero tante altre cose da raccontare, forse non sono riuscito a rendere l&#8217;importanza capitale che il cibo aveva in casa dei miei nonni, e che si traduceva per spirito di ribellione in curiose passioni antigastronomiche di mio padre, su tutte l&#8217;orrida carne Montana. In casa dei miei nonni il cibo era una fede, e come tutte le fedi peccava di rigidità. Ma alla fine di un buon pasto, poteva capitare che mio nonno soddisfatto baciasse sulla testa mia nonna, proprio in punta alla nuca, uno dei gesti d&#8217;affetto più enigmatici che abbia mai visto, e la apostrofasse: la mi&#8217; popa. Questo era il culmine di un processo che si avviava nel primo mattino di ogni santo giorno, meno magari i venerdì di quaresima e giorni sparsi di magro. Nei giorni di festa tutto si gonfiava fino a esplodere. Mia nonna era capace di utilizzare il cibo come strumento di offesa, ma non è questa la sede per parlarne. Se ho capito una lezione in cucina di mia nonna, la lezione è: con il cibo non si scherza, e non si bara. Ci vogliono tempo e fatica. Ma mancava una seconda fondamentale lezione, quella di mia madre, il geniale folletto transalpino della tavola.</p>
<p>Mia mamma non proviene certo da una famiglia di quelle che ci si alza la mattina presto e si comincia a cucinare, perché in sostanza non si ha da fare altro. Detto questo, anche dalla parte francese della famiglia non si disdegna la buona tavola, e c&#8217;era un tempo in cui l&#8217;altra nonna, Irene, ai fornelli ci stava, e si divertiva: anche i commensali non se la passavano male. Mia mamma, i primi tempi dopo sposata, era probabilmente angosciata dalla suocera, che si sentiva in dovere di insegnarle a cucinare la cucina italiana. Mia mamma è debole di carattere, sennò ce l&#8217;avrebbe mandata quasi subito. Invece ne ha subita la prepotenza per un trentennio, il trentennio della Nazinonna, e le prevaricazioni sono, sebbene affievolite, tuttora in corso.</p>
<p>La cucina di mia mamma è un crocevia di culture, sembra un discorso prodiano quando era ancora a capo dell&#8217;Europa. Nei piatti di mia mamma ipertestualità e contaminazione, leggerezza e gran gusto, slancio e segreto. Le sue <em>quiches</em>, le <em>crêpes</em>, il <em>clafoutis</em>, solo per citare qualche francesismo. La <em>blanquette</em>, la <em>daube</em>. E poi via coi valzer di pastasciutte, con gli arrosti che si sciolgono in bocca, con le fricassee leggere come spuma di nuvole, con le invenzioni. Forse il periodo augusteo di mia madre è passato, o sta finendo. Le sono nel cuore, sono trent&#8217;anni che cucina per mio babbo, non proprio prodigo di complimenti, e spesso proprio un cinghiale nel mancare di magnificarla a dovere. I figli non ci sono più, o ci sono sempre meno, e lei allenta la corda, si è stancata. Ma che resti a imperitura memoria, la sua sfrontatezza di fronte ai fornelli, il suo colpo di tacco, l&#8217;intuizione vincente, la festa a tavola. Ecco la seconda lezione: è una lezione di estetica del gusto. In cucina un po&#8217; di fantasia non guasta. Insomma, serve un calciatore metà brasiliano e metà tedesco.</p>
<p>Mia mamma è stanca? Sono pronto a raccogliere il testimone, e a seguirne le orme. Se questo libro vedrà mai la luce, che le sia dedicato con tutto il cuore possibile, al batuffolo transalpino. Lo merita, in segno di infinita riconoscenza e gratitudine.</p>
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<p align="center">Il sugo del trasloco</p>
<p>Ricordo che era caldo, ma non torrido. Cominciò perfino a piovere, e dovemmo riparare dentro in velocità, con tovagliette e tutto. C&#8217;era Marta, come in ogni situazione di cambiamento o partenza che si rispetti. Era il 30 agosto del 2006, il giorno dopo avrei lasciato Rue Baron, quello strano palazzo disabitato con il tappeto rosso sulle scale lerce. Non mi ricordo perché avevo invitato Marta a pranzo, probabilmente per caso, dovevamo vederci e ho proposto di mangiare da me. Il frigo era tipo quello di mia nonna, che è perennemente vuoto. Qualche avanzo qua e là, veramente pochi elementi. E ho inventato un sugo con i quattro ingredienti che c&#8217;erano. Non un sugo, ma IL sugo. Ovvero la prima vera invenzione certificata del mago. Qualcuno si sganascerà, al solito, perché magari questo sugo lo mangia dal lontano 1947, ma per il mago fu una rivelazione incontestabile, aveva fatto una delle pastasciutte più buone e gustose della storia.</p>
<p>Allora, volete sapere i magnifici quattro? Pomodori secchi, <em>lardons</em>, olive, panna. E una sventagliata di parmigiano, <em>en passant</em>. Ho preso un cucchiaio di olio dei pomodori secchi, frutto della settimana italiana di ED, e l&#8217;ho messo a scaldare nella padella di rue Baron. Ho aggiunto i <em>lardons</em>, per cuocerli un po&#8217; in questo olio di conserva, a piastra viva. Nel frattempo ho preso i pomodori secchi che avanzavano in fondo al barattolo di vetro, due/tre, e non mi ricordo di averli asciugati, forse sì, ma per sporcarmi un po&#8217; di meno. Li ho tagliati a pezzettini piccoli, ho tagliato anche le olive verdi snocciolate a fettine, e quando i <em>lardons</em> avevano fatto l&#8217;acqua e cominciavano a diventare croccanti, ho aggiunto prima i pomodori, due minuti dopo le olive. Non fateci caso, sono vezzi d&#8217;artista. Ho lasciato cuocere a piastra tranquilla, e quando sia le olive che i pomodori avevano buttato il loro liquido, prima che il sugo potesse bruciacchiare ho aggiunto la solita panna da cucina francese, un po&#8217; acida, e ho lasciato legare ancora per qualche minuto. Spaghetto Garofalo, altro frutto della settimana italiana da ED &#8211; e ancora devo mangiare uno spaghetto di supermarket più buono di quello -, levato al dentissimo, per superspadellata.</p>
<p>Ho girato ben bene e aggiunto parmigiano, quindi portato in tavola quel sugo chiaro e apparentemente innocuo. Marta è stata la prima ad esclamare che cavolo, era buono. L&#8217;ho dovuto ammettere anch&#8217;io. Soprattutto era un equilibrio di forze radente la perfezione. Ben omogeneo, ben condito, lo spaghetto più buono della gestione di Rue Baron. E il primo confezionato alla cieca, senza seguire visioni ancestrali o consigli telefonici. Infatti mi ricordo poi di aver chiamato tutti i gradi della famiglia per raccontare l&#8217;invenzione. <em>Nemo profeta in patria sua</em>. Mago inascoltato, ma pago nella perpetuità del ricordo. Ho riprovato a fare quel sugo, ma buono come quella prima volta non mi è mai riuscito. Forse a causa dei pomodori di una marca differente. O dell&#8217;avere usato olio di mia nonna per cuocere i <em>lardons</em> invece dell&#8217;olio dei pomodori, che dava un suo sapore ai ciccioli di carne. Mi è venuta troppo secca, o quasi acquosa, ma mai come quella prima volta. Vicina, vicinissima, ma mai al livello della prima. Avevo il biglietto gastronomico per traslocare, e buono anche il ricordo.</p>
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<p><em>Federico Lenzi nasce a Firenze nel 1979, ma vive a Siena, dove si laurea nel 2003 con una tesi su Angelo Maria Ripellino, di cui ha recentemente curato la ripubblicazione integrale delle poesie. Insieme a Paolo Grazzi gestisce una compagnia teatrale, il Teatrino del Corvo. Ha pubblicato un romanzo, </em>Il Berlusconi è occupato! <em>(Polistampa 2004) e vari interventi su riviste (&#8220;Caffè Michelangiolo&#8221;, &#8220;Microprovincia&#8221;, &#8220;Trasparenze&#8221;). La sua mail è ortelius79@inwind.it, il suo blog <a href="http://www.myspace.com/corvo_glam" target="_blank">http://www.myspace.com/corvo_glam.</a></em></p>
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