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	<title>Daniele Ciprì &#8211; NAZIONE INDIANA</title>
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		<title>Maresco e Belluscone: colpi di grazia</title>
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		<dc:creator><![CDATA[giuseppe schillaci]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 23 Sep 2014 05:00:20 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[di Giuseppe Schillaci Berlusconi è solo un pretesto, una boutade, una trovata promozionale. Il suo nome, storpiato in siciliano, evoca qualcosa di vago e di terribile: il colpo di grazia a un’Italia agonizzante, o più in generale a una certa idea d’umanità, o piuttosto al senso di fare cinema oggi o, ancora, al percorso radicale di [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Giuseppe Schillaci</strong></p>
<p><iframe title="TRAILER 1 - BELLUSCONE, una storia siciliana di Franco Maresco" width="696" height="392" src="https://www.youtube.com/embed/3syOtKCqBvY?feature=oembed" frameborder="0" allow="accelerometer; autoplay; clipboard-write; encrypted-media; gyroscope; picture-in-picture" allowfullscreen></iframe></p>
<p>Berlusconi è solo un pretesto, una <em>boutade,</em> una trovata promozionale.</p>
<p>Il suo nome, storpiato in siciliano, evoca qualcosa di vago e di terribile: il colpo di grazia a un’Italia agonizzante, o più in generale a una certa idea d’umanità, o piuttosto al senso di fare cinema oggi o, ancora, al percorso radicale di Franco Maresco. <span id="more-48947"></span>Con il film <em><i>Belluscone, una storia siciliana</i></em>, l’autore tocca il fondo delle sue ossessioni, e infatti Tatti Sanguineti suggeriva d’intitolarlo, appunto, « il colpo di grazia ».</p>
<p>L’opera ha poi mantenuto il titolo originario, ma la proposta di Sanguineti, protagonista nel film di una sorta d’inchiesta sulla scomparsa misteriosa di Maresco, rende conto della caratteristica più interessante di <em>Belluscone</em>: la sua forza liberatoria e disperata, senza ammissione di replica. Una forza che è stata riconosciuta al Festival di Venezia, dove il film ha ottenuto il premio della giuria, sezione Orizzonti, e nelle sale cinematografiche, con la buona affluenza di pubblico delle prime settimane, nonostante le evidenti difficoltà distributive.</p>
<p><em><i>Belluscone</i></em> è la storia di un fallimento, un film fallito su un Paese fallimentare, come fallito sembra essere Maresco, l’artista che urla l’abominio del tempo presente (o della realtà <em><i>tout court)</i></em>. Con l’Italia, Paese in cui il mutamento antropologico è ormai metastasi, Maresco vuole farci i conti, nonostante sia evidente una certa nostalgia nei confronti di un mondo scomparso, più umano. L’autore prova a nominare il male o, più che altro, il suo feticcio: belluscone! E lo fa nella sua Palermo, nel ventre di una cultura popolare “telestupefatta” e “selfie-dipendente”. Il risultato è un non film, una non fiction, un non documentario. Qualcosa d’incompiuto e sfuggente, a tratti ridondante, una materia magmatica in cui si riflette il suo autore: uno dei pochi registi italiani a perseguire, prima in coppia con Ciprì, e adesso nella sua cupa solitudine, un’idea personale di cinema.</p>
<p>Le sue opere, dagli anni Novanta fino a oggi, da <em><i>Cinico Tv</i></em> a <em><i>Totò che visse due volte</i></em>, hanno rappresentato una boccata d’aria in un panorama asfissiato dall’appiattimento della commedia italiana, dai film dell’autore-narciso e dell’impegnuccio sociale, e ci hanno messo davanti alla radicalità di un linguaggio cinematografico dirompente, a una visione del mondo meravigliosa e devastata, seppur marginale.</p>
<p>Nel suo nuovo film, e nel tormentato processo che ha portato alla sua realizzazione, ci sono dunque tutte le ombre e le epifanie delle opere firmate insieme a Daniele Ciprì, e alla sua magistrale fotografia: c’è la musica napoletana neo-melodica e la Mafia, il sottoproletariato di Palermo e le icone del potere, l’analisi storico-antropologica e il ragionamento meta-cinematografico su realtà e finzione, c’è soprattutto il cinismo del tempo presente, ingurgitato e vomitato affinché ci si liberi, con una risata beffarda, di ogni ipocrita speranza.</p>
<p>E c’è il grottesco che, riprendendo la grande tradizione della commedia all’italiana, s’impone come chiave di comprensione della realtà, esorcismo contro i demoni dell’inconscio collettivo, e, infine, unica via di scampo alla tragedia.</p>
<p><iframe title="ENZO, DOMANI A PALERMO (SURREALE)" width="696" height="522" src="https://www.youtube.com/embed/c6V_28rMVCI?feature=oembed" frameborder="0" allow="accelerometer; autoplay; clipboard-write; encrypted-media; gyroscope; picture-in-picture" allowfullscreen></iframe></p>
<p>In <em><i>Belluscone, </i></em>torna un sottobosco umano che Maresco, in coppia con Ciprì, aveva già raccontato nel magnifico documentario del 1999: ”Enzo, domani a Palermo”, ovvero quello delle feste rionali e dei cantanti neo-melodici napoletani. Ecco dunque Ciccio Mira, vecchio democristiano e berlusconiano doc, che come l’Enzo Castagna del precedente documentario, è organizzatore di concerti e personaggio “antico”, di dubbia moralità e frequentazioni mafiose. Ma in <em><i>Belluscone</i></em>, irrompono anche i “nuovi”, la generazione bellusconiana, ovvero Vittorio Ricciardi e Salvatore De Castro, in arte Erik, i giovani cantanti rappresentati dall’agenzia di Ciccio Mira, i neo-melodici che in un loro brano idolatrano Berlusconi e che non cantano neanche più in napoletano, ma in un italiano da reality show. Il corpo tatuato di Ricciardi, con le <em><i>mèches</i></em> bionde e le mosse da balletto pop, invade il mondo “antico” delle feste rionali di Mira, facendolo assomigliare a uno studio televisivo disastrato, a una passerella fluorescente in cui ormai la voce e la musica non contano più, ma sono le movenze erotiche a infiammare la folla.</p>
<p>Quando poi scopriamo, dal notiziario di una televisione locale, che Ciccio Mira è stato arrestato per complicità mafiose, la realtà sembra superare ogni finzione, confermando il sospetto che le feste rionali “neo-melodiche” siano, in effetti, un rituale popolare della subcultura mafiosa.</p>
<p>A questo punto, l’inchiesta di Sanguineti sembra arenarsi, proprio come il film, e la storia si perde in mille digressioni “mareschiane”, per finire inevitabilmente in farsa, quando Maresco chiama Ficarra e Picone a dirimere la lite tra i due cantanti neo-melodici sull’utilizzo del brano « Vorrei conoscere Berlusconi ». Il ritratto del ventennio berlusconiano si dissolve nell’acido banale di una canzonetta, mentre la devozione per il miliardario milanese si rivela emblema di una nazione infantile e feroce, cinica e instupidita, vittima e carnefice.</p>
<p>Ma c’è ancora tempo per la cosa più bella del film, per il momento più importante, la confessione del personaggio che incarna la relazione profonda e oscura tra Sicilia e Berlusconi: il Senatore palermitano Marcello Dell’Utri. È lui a fissarci, seduto su un trono barocco, illuminato da un occhio di bue che lo rende ancora più inarrivabile. Il Senatore, braccio destro di Berlusconi, condannato per concorso esterno in associazione mafiosa, si presta con perfida intelligenza all’intervista di Maresco. Ma sul più bello, l’audio del Senatore, proprio mentre sta rivelando verità indicibili sul rapporto tra Berlusconi e Cosa Nostra, svanisce. Il microfono gracchia per un banale errore del fonico, il microfono gracchia come un rutto in faccia alla coscienza civile di questo Paese, di un’Italia irredimibile. Incombe così l’ossessione principale della più recente produzione di Franco Maresco: l’impotenza dell’artista, già presente nel meraviglioso <em><i>Il ritorno di Cagliostro</i></em> (2003), ancora in coppia con Ciprì, e soprattutto nell’ultimo documentario, <em><i>Io Sono Tony Scott, ovvero come l’Italia fece fuori il più grande clarinettista del jazz </i></em>(2010), in solitaria.</p>
<p>Il suo ultimo film raccontava infatti la parabola decadente dell’artista in una sorta d’identificazione speculare e catartica tra Maresco e il grande siculo-americano Tony Scott, figura mitica del jazz del Dopoguerra che finisce la sua carriera nella miseria e nel ridicolo, in Italia. Nel documentario <em><i>Io sono Tony Scott</i></em>, montato da Edoardo Morabito e purtroppo non distribuito in sala, tante erano poi le digressioni sulla deriva antropologica dell’Italia e sulla fine di un’epoca, che ritroviamo, forse con minore efficacia, in <em><i>Belluscone</i></em>.</p>
<p>Ma le ripetizioni e le ossessioni sono essenziali alla visione di Maresco, sono il suo profondo nutrimento, la sua fatica di Sisifo. E così il ritorno di Franco Maresco al grande schermo, grazie all’uscita di <em><i>Belluscone, una storia siciliana,</i></em> rappresenta un evento importante per il cinema italiano, un’opportunità per conoscere un autore prezioso che difficilmente trova spazio nel panorama contemporaneo.</p>
<p>Con questo film, Franco Maresco continua a scagliarsi contro il suo tempo e a farsi divorare dalla sua amata Palermo, in un corpo a corpo senza rassegnazione e senza speranza. Il suo cinema sopravvive così: mettendo in scena, come in una feroce farsa, ulteriori colpi di grazia.</p>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>Zombi come noi. Notizie da un piccolo festival cinematografico di periferia</title>
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		<dc:creator><![CDATA[alessandro broggi]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 15 Dec 2012 23:01:17 +0000</pubDate>
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										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: left"><a href="https://www.nazioneindiana.com/?attachment_id=44289" rel="attachment wp-att-44289"><img fetchpriority="high" decoding="async" class="alignnone size-full wp-image-44289" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2012/12/corto-dorico.jpg" alt="" width="300" height="225" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2012/12/corto-dorico.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2012/12/corto-dorico-96x72.jpg 96w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2012/12/corto-dorico-38x28.jpg 38w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2012/12/corto-dorico-286x215.jpg 286w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2012/12/corto-dorico-128x96.jpg 128w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" /></a></p>
<p style="text-align: right">di <strong>Valerio Cuccaroni</strong></p>
<p style="text-align: justify">Con un dittico di corti ambientati negli anni del Fascismo, il trentenne regista barese Pierluigi Ferrandini si è guadagnato entrambe le finali del festival “<a href="http://www.cortodorico.it/">Corto Dorico</a>”, svoltosi dal 4 all&#8217;8 dicembre ad Ancona. Nel cortometraggio “Lutto di civiltà” Ferrandini racconta gli ultimi giorni di Peppino Di Vagno, deputato socialista ammazzato dai fascisti a Mola di Bari il 25 settembre 1921. <span id="more-44288"></span>A un certo punto il corto, che ha ottenuto il premio Amnesty International Italia per i Diritti umani alla finale della sezione Tema libero, ci mostra Di Vagno impegnato nella stesura di un documento, in cui il politico afferma, tra le altre cose, che i lavoratori non riusciranno a sollevarsi perché non sono formati. È vero. E Di Vagno non riuscirà a modificare la situazione perché morirà ammazzato. Il guaio è che l’affermazione resta valida ancora oggi, perché il ventennio berlusconiano ha fatto arretrare di decenni la lunga opera di formazione dei lavoratori intrapresa da socialisti, comunisti e liberali illuminati nel corso del Novecento.</p>
<p style="text-align: justify">Scorrono le immagini degli altri corti finalisti del tema libero, tutti più o meno caratterizzati da una profonda e inconsolabile cupezza, redimibile solo con la vendetta violenta, come in “Cosutu n’ coddu” di Giovanni La Pàrola, nel “Respiro dell’arco” di Enrico Maria Artale e nel mirabile “Tiger boy” di Gabriele Mainetti, fino ai tragicomici “Cesare” di Karen Di Porto, una commedia sui padri separati senza arte né parte, che strappa un sorriso amaro e un incredulo sospiro di sollievo, e “Vai col liscio” di Pier Paolo Paganelli, uno zombi-movie che sembra la fotografia esatta dell’Italia del ventennio berlusconiano, a cui la Giuria presieduta da Daniele Ciprì ha assegnato a sorpresa il Premio Corto Dorico 2012. In “Vai col liscio”, un paio di gruppi musicali, in cui fanno la loro comparsa, tra gli altri, Mastandrea, Pif e Mingardi (icone rovesciate dello star system nazionale), deve suonare in continuazione “La mazurca di periferia” per tenere a bada una manica di zombi ballerini, marci nell’anima e nei connotati, pronti a sbranare i musicisti se solo si permettono di interrompere il concerto.</p>
<p style="text-align: justify">Allora? Allora questi film brevi – mai così complessivamente e univocamente angosciosi in nove edizioni di “Corto Dorico” – ci dicono che siamo alla fine di un mondo, che però non è la fine del mondo. Si muore, è vero. Il fascismo del capitale uccide il lavoro e i lavoratori. Ma i Di Vagno di oggi devono continuare a esprimersi e a formare, corroborati dal fatto che il fascismo estetico, di cui ha parlato <a href="https://www.nazioneindiana.com/2009/09/09/videocracy-o-del-fascismo-estetico/" target="_blank">qui</a> Andrea Inglese, sembra non fare più presa, mentre si fa largo la contro-estetica dei beni comuni, sperimentata dal Forum per l’Acqua Bene Comune, Teatro Valle Occupato e gli altri spazi “liberati” italiani, a cui “Corto Dorico” ha dedicato la serata d’apertura, con un lungo video-racconto, in gran parte tratto dai canali YouTube di Teatro Coppola di Catania, Teatro Garibaldi aperto di Palermo, Ex Asilo Filangeri di Napoli e molti altri.</p>
<p style="text-align: justify">La società dei consumi e dello spettacolo è al terzo atto, la tragedia si sta consumando, così come annunciato sin dal suo prologo: era il 1978 quando si completava la finanziarizzazione del capitalismo e si esauriva la ribellione giovanile mondiale, ormai convertita totalmente in prodotto e brand commerciale (jeans, dischi, film); contemporaneamente usciva nelle sale “Zombi” (<em>Dawn of the Dead</em>), con l’indimenticabile assalto dei morti viventi al centro commerciale. La traversata è stata lunga, ma finalmente dagli Stati Uniti quegli zombi sono arrivati anche nelle balere di periferia, come mostra “Vai col liscio”, dove la mazurca ormai è disperata e disperante, piuttosto che gioiosa, perché è diventata l’estenuante ed estenuato ritmo della produzione, che per essere sostenuto aliena l’uomo a se stesso.</p>
<p style="text-align: justify">Bisogna trovare l’uscita dalla balera, quindi, smettere di distrarsi e intrattenere, tornando a formarsi e formare, affinché i morti beni di consumo, recuperati, riparati, riaperti, possano diventare vivi beni comuni.</p>
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		<title>Ciprì &#038; Maresco contro tutti.</title>
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		<dc:creator><![CDATA[giovanni maderna]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 28 Aug 2003 18:41:09 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[allarmi]]></category>
		<category><![CDATA[cinema]]></category>
		<category><![CDATA[Daniele Ciprì]]></category>
		<category><![CDATA[Franco Maresco]]></category>
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					<description><![CDATA[di Daniele Ciprì e Franco Maresco Pensate che dopo cinque anni ci sia attesa per il vostro ritorno sugli schermi? Non gliene frega niente a nessuno. Addirittura&#8230; Il pubblico ha ben altro a cui pensare e comunque ben altre forme di evasione, di divertimento&#8230; E poi viviamo in un mondo in cui tutto è usa [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><strong>di Daniele Ciprì e Franco Maresco</strong><br />
<strong>Pensate che dopo cinque anni ci sia attesa per il vostro ritorno sugli schermi?</strong><br />
Non gliene frega niente a nessuno.<br />
<strong>Addirittura&#8230;</strong><br />
Il pubblico ha ben altro a cui pensare e comunque ben altre forme di evasione, di divertimento&#8230; E poi viviamo in un mondo in cui tutto è usa e getta: politica, sesso, sentimenti, arte naturalmente. Altro che attesa&#8230;<br />
<span id="more-110"></span><br />
<strong>Si dice in giro che questa volta avete fatto un film diverso&#8230;</strong><br />
Questo ci fa incazzare perché non rinneghiamo niente di quello che abbiamo fatto. Se diverso vuol dire attenuare ed esorcizzare paure e preoccupazioni per rendere più accettabile il nostro lavoro, «ripulirlo». In questo film c&#8217;è una continuità molto forte col nostro passato, c&#8217;è la stessa visione del mondo e degli esseri umani. Piaccia o no ci sono Ciprì e Maresco.<br />
<strong>Ma non è un film comico?</strong><br />
Forse Lo zio di Brooklyn e Totò che visse due volte sono due film più spietati, più violenti. Cagliostro si presenta invece come un film comico: apparentemente quella rabbia, quella durezza non ci sono, non sono comunque urlati. In realtà è un film più malinconico, più amaro. In fondo racconta l&#8217;impossibilità del sogno. Parla del fallimento di un gruppo di imbecilli che si illudono di poter creare una piccola Cinecittà e di fare della Sicilia la capitale del cinema italiano. È una storia di perdenti, di una follia tutta siciliana, assurda, che fagocita tutti i personaggi del film, i quali, a modo loro, sono dei sognatori.<br />
<strong>Non starete provando a essere ruffiani?</strong><br />
La comicità è stata sempre una costante del nostro lavoro. Noi abbiamo cominciato con Cinico Tv che era amaro, crudele, però riusciva a far ridere. È una comicità che nasce da un profondo senso del tragico, un po&#8217; pirandelliana. D&#8217;altra parte c&#8217;è la sicilianità, l&#8217;ossessione, un&#8217;idea perseguita fino alla rovina, un po&#8217; come certi personaggi deliranti di Pirandello. Il problema è non tradire se stessi, la difficoltà è non rinnegarsi, non cercare il consenso facile, continuando a lavorare come hai sempre fatto. Rifiutando le apparizioni televisive, i talk show che ti invitano, declinando le offerte di lavoro per pubblicità e videoclip.<br />
<strong>Siete a Venezia a rappresentare il cinema italiano&#8230;</strong><br />
Ciprì e Maresco rappresentano solo se stessi. Non crediamo di rappresentare il cinema italiano, così come non crediamo che il cinema italiano ci tenga a farsi rappresentare da noi.<br />
<strong>Ma come, si parla tanto di rinascita. Anche quest&#8217;anno per il cinema italiano si accendono tante belle speranze!</strong><br />
Più che di cinema bisognerebbe parlare di «cinemino». Crediamo che quello che entusiasma e fa gridare al miracolo non sia altro che una specie di fenomeno televisivo che si estende alle sale. E questo la dice lunga sullo stato di imbarbarimento nel quale ci ritroviamo. Quello che si è affermato negli ultimi anni è un cinema para-televisivo, pseudo-sociologico, storie di trentenni e quarantenni in crisi, di fallimenti della coppia, un cinema che serve solo ai giornali e ai talk show per alimentare sondaggi su quanto scopano, se credono in Dio ecc. Ma in tutto questo il cinema vero non c&#8217;è. Tutt&#8217;al più si può parlare di fiction televisiva.<br />
<strong>Dimenticate che c&#8217;è un cinema che pratica l&#8217;impegno civile.</strong><br />
Quello è in realtà un cinema furbo e senza forza. Il fatto che questo debbano dirlo soltanto quelli che passano per bastian contrari è il segno del collasso di qualunque onestà intellettuale. Infatti, il problema non è solo la mancanza degli autori: manca anche la critica, una critica forte, autorevole in grado di prendere posizione e autonoma. Cosa che in altri tempi ha giovato agli artisti.<br />
<strong>Parlate da sempre di un cinema capace di esprimere uno sguardo morale. Non è che invece voi siete moralisti e basta?</strong><br />
Crediamo che a furia di scandalizzarci per la parola «moralista» si siano perdute cose come il senso del pudore, della vergogna, della misura. Si rimane sgomenti perché tutto questo è stato smantellato dall&#8217;esempio della classe politica, che è probabilmente la più immorale d&#8217;Europa, dai programmi televisivi con le famiglie che si scannano. Ci sono generazioni che si sono formate avendo come punto di riferimento proprio la perdita di tutto ciò e lo hanno scambiato per libertà. Se diamo per scontato che per moralista non intendiamo il bacchettone alla Sordi che fa il censore, c&#8217;è un moralismo di cui oggi forse ci sarebbe bisogno, che è la capacità di indignarsi, di non rassegnarsi in silenzio, ma di provare schifo per quello che accade. In questo senso sì, siamo moralisti.<br />
È un quadro desolante. Avete davvero un&#8217;opinione così bassa degli italiani?<br />
Nutriamo un profondo disprezzo per il popolo italiano. Bisogna smetterla con la retorica del tipo «italiani brava gente». Cosa si può pensare di un popolo che ha scelto di farsi governare da gente come Bossi e Berlusconi? Un paese che ha accettato il lodo Mondadori, Previti, la legge fatta su misura per evitare che il Premier e i suoi accoliti finissero in galera come sarebbe stato giusto. L&#8217;italiano è fondamentalmente, dentro di sé, un piccolo mascalzone, che disprezza profondamente chi è onesto perché, come si dice dalle nostre parti, è «babbu», cioé fesso; e invece nutre ammirazione per l&#8217;uomo di potere, non importa come l&#8217;abbia ottenuto. Berlusconi è ciò che l&#8217;italiano medio vorrebbe essere.<br />
<strong>Però anche la sinistra…</strong><br />
La grande responsabilità della sinistra è stata quella di preparare il terreno a tutto questo. L&#8217;incapacità di riuscire a creare degli anticorpi. Da sempre, è storia, gli italiani si riconoscono nei farabutti. La sinistra non ha avuto la capacità di applicare i valori tradizionali da cui è nata e temendo di rendersi impopolare si è adeguata. Come dimenticare che quasi tutti i politici di sinistra sono stati ospiti del salotto di Maurizio Costanzo &#8211; il che significa legittimare anche gran parte dell&#8217;orrore televisivo degli ultimi anni. È mancata una sinistra culturalmente solida che fosse capace, a costo di rischiare l&#8217;impopolarità, di far passare certi concetti forti.<br />
<strong>E malgrado tutto questo voi avete ancora voglia di far ridere? </strong><br />
La comicità è una cosa seria, anzi serissima. Ci riferiamo a quella tragica di Buster Keaton, Chaplin, Jerry Lewis, Tati, una comicità corrosiva, molto amara, con una forte carica eversiva, critica rispetto al sistema e ormai in via di estinzione. Quella che oggi prevale è la comicità da villaggio turistico, come, ahinoi, succede in Italia. In fondo lo spirito che ormai caratterizza questo Paese è quello della barzelletta e questo impronta un po&#8217; tutto con diverse sfumature. I comici di Zelig avranno pure sul comodino Cent&#8217;anni di solitudine e forse avranno frequentato il Dams, ma il loro qualunquismo non è poi così diverso da quello del Bagaglino. A volte ci dicono siete troppo pessimisti. Beh, guardiamoci attorno. Oggi solo un imbecille può dichiararsi ottimista.<br />
<strong>Perché un intervallo così lungo tra Totò e Cagliostro?</strong><br />
Sono passati cinque anni dal film precedente, anni difficilissimi, in cui siamo stati processati per le nostre idee e lavorare è diventato complicato. I produttori nicchiavano. Ci sono state proposte condizioni di lavoro al limite dell&#8217;offesa. Così abbiamo fatto gli organizzatori culturali, ci siamo occupati di jazz, ci siamo dedicati ai documentari. Sono stati cinque anni duri. Anni di rabbia vera.<br />
<strong>Non è che state facendo i martiri?</strong><br />
È difficile commuoversi per Ciprì e Maresco, anche perché facciamo poco per suscitare compassione. Solo, riferendoci a questi cinque anni, ci veniva in mente che spesso si parla di sostenere un cinema coraggioso, diverso. Ecco: vorremmo capire questo cinema dov&#8217;è.<br />
<strong>Beh, qualche soddisfazione l&#8217;avrete pure avuta…</strong><br />
Una dichiarazione di Carmelo Bene rilasciata tre anni fa a l&#8217;Espresso. Quando gli chiesero: «Dell&#8217;Italia non salverebbe proprio nulla?», lui rispose: «Ciprì e Maresco». È un riconoscimento che ci onora, da parte di uno dei pochi artisti che ammiriamo profondamente.<br />
<strong>Ma chi vi credete di essere?</strong><br />
Ciprì e Maresco.<br />
<strong>Cioè?</strong><br />
I più bravi, ovviamente…</p>
<p>Su suggerimento di un lettore di NI (che ringrazio) pubblico questa intervista come introduzione alla 60° Mostra del cinema di Venezia, che si preannuncia, nonostante la presenza di poche opere di sicuro interesse (<strong>Il ritorno di Cagliostro </strong> è tra queste, e non a caso non è nemmeno nella sezione &#8220;Concorso&#8221;, ma anche il film di <strong>Paolo Benvenuti</strong>, o quello di <strong>Bruno Dumont</strong>), l&#8217;ennesima farsa nella quale i criteri di qualità abdicano automaticamente a quelli mercantili, e la critica impudicamente si dedica esclusivamente alla nota di costume, alla faccia dell&#8217;altisonante definizione di Mostra d&#8217;Arte Cinematografica&#8230; Non sono personalmente d&#8217;accordo con tutto ciò che dicono i registi palermitani, ma le loro parole meriterebbero di aprire un dibattito che sulla stampa ufficiale certamente non troverà spazio. E rappresentano un segnale di resistenza alle dichiarazioni che da ogni parte invocano una Mostra &#8220;di successo&#8221;, cioè che premi e lanci pellicole che possano conquistare il mercato e non dia spazio (parole di <strong>Mario Monicelli</strong>, giurato) &#8220;a quelle opere difficili, complicate che spesso in passato qui sono state premiate e poi nessuno è andato a vedere&#8221;.</p>
<p>G.D. Maderna</p>
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